Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Karine Tuil “La decisione” -La nave di Teseo- euro 20,00
Questa è la storia di un dilemma etico e personale che si staglia sul clima incerto scatenato dal fanatismo islamico. E’ la storia di Alma Revel, giudice di 49 anni con un ventennio di esperienza nel pool francese di giudici dell’antiterrorismo. Il suo compito è interrogare i sospettati ed emettere la relativa sentenza che stabilisca se devono stare in carcere o essere lasciati liberi.
Svolge il suo lavoro in modo responsabile, corretto ed empatico; ha fama di giudice integerrimo e consapevole dell’importanza di ogni sua decisione. Non è semplice, da un suo errore può nascere una tragedia.
Ora deve capire le reali intenzioni di Abdel-Jalil Kacem, giovane nato da genitori algerini e cresciuto a Parigi; ma andato in Siria con la moglie Sonia, di origini portoghesi e convertitasi all’Islam, per unirsi alla lotta contro gli infedeli.
Alma interroga a lungo i due per chiarire se effettivamente sono tornati in Francia perché delusi dagli jihadisti e intenzionati a filare dritto per crescere il figlio appena nato, oppure se sono una bomba a orologeria pronta a ordire attentarti.
Le pagine forse più coinvolgenti sono quelle degli interrogatori, dal momento che mettono a nudo l’abilità di mentire e dissimulare dei terroristi, senza anima e totalmente ottenebrati da odio e sete di sangue. Non anticipo la sentenza di Alma e neppure le conseguenze. Però posso dirvi che questo romanzo fa luce sul «…Male assoluto, un essere disincarnato, privo di ogni emozione, un guscio vuoto» e racconta bene come i giudici si trovino spesso davanti a individui che «…ingannano…e rimangono blocchi di opacità».
Il romanzo corre anche sul filo della vita privata di Alma; sposata da 20 anni e madre di 3 figli, ma in istanza di divorzio e invischiata in una relazione con l’avvocato della difesa di Abdel.
Tan Twan Eng “La casa delle mille porte” -Neri Pozza- euro 18,00
L’autore, nato in Malesia, è un ex avvocato 51enne (laurea all’University of London) che, dopo aver lavorato in prestigiosi studi legali di Kuala Lumpur, ha esordito nella letteratura nel 2007 con “La donna venuta dalla pioggia”.
Questo è il suo terzo romanzo, ambientato in Malesia nel 1921, e mescola finzione e realtà.
Siamo al crepuscolo dell’Impero Britannico nel Sud-Est Asiatico, e lo scrittore William Somerset Maugham viene immaginato in uno dei suoi tanti viaggi in Malesia.
E’ accompagnato dal segretario Gerald, in realtà l’amante segreto: dispendioso, volubile e più interessato alla bella vita che al sentimento autentico.
Sono ospiti dell’amico di W.S.Maugham, l’avvocato Robert Hamlyn e di sua moglie Leslie, altera e malinconica signora inglese nata in Malesia.
Siamo a Penang, a Cassowary House, dimora immersa in un’atmosfera bucolica da sogno; sfondo affascinante su cui si innesta un rapporto speciale tra lo scrittore e la moglie dell’amico.
Tra Maugham e la memsahib nasce presto una sorta di complicità. Si scoprono affini sul piano emotivo, hanno una notevole intesa e pian piano si confessano i loro segreti più intimi.
Lo scrittore è in pieno disastro economico e in Inghilterra l’attende la moglie di facciata alla quale dovrà dichiarare la rovina. Lesley invece rivanga la sua vecchia passione per il leader idealista cinese Sun Yat-Sen, in esilio.
Maugham pressato dalle difficoltà economiche e in blocco creativo, troverà proprio qui l’ispirazione per uno dei suoi racconti più famosi, grazie a Leslie che gli racconta un sanguinoso fatto di cronaca locale.
Peter Cunningham “La fedeltà della spia” – SEM- euro 20,00
Lo scrittore irlandese Peter Cunningham in questa spy story ci racconta il travagliato rapporto del suo paese con l’Inghilterra. Lui, figlio di un ufficiale dell’esercito britannico assoldato dall’MI5 come spia sulle tracce dell’Ira, la questione la conosce bene e in parte queste righe si ispirano anche alla sua biografia. Lo sfondo è l’annosa questione irlandese (della quale l’autore narra alcuni punti fondamentali), ma all’inizio sciorina una sorta di romanzo di formazione sul quale innesta poi una storia d’amore.
Siamo nei primi anni 70, protagonista è Marty Ransom. E’ nato nella Repubblica d’Irlanda, ha studiato in Inghilterra e lavora come funzionario al dipartimento degli Affari Esteri di Dublino. E’ cresciuto all’ombra di un padre, il “Capitano”, che è un mito, a Waterford, nella residenza di campagna di Waterloo. Ed è lì che ritorna durante i week, per stare anche con gli amici Alison e Christopher.
La vicenda poi si ingarbuglia. Tanto per cominciare il cugino Iggy è un leader dell’Ira, mentre Alison è una diplomatica inglese che lo convince a rivelarle qualche soffiata sui rapporti tra il governo della repubblica e gli attivisti dell’Ira. E le cose sono destinate a complicarsi perché non ci sarà solo il tradimento del patto di lealtà col suo Paese….ma ben di più.
Gareth Rubin “The Turnglass” – Longanesi- 18,60
Questo intrigante libro utilizza l’ottocentesco “tête–bêche” ovvero un libro “testacoda” che si capovolge come la clessidra del titolo e racchiude 2 romanzi contraddisti da 2 diversi colori in copertina. Due storie ambientate in tempi e spazi diversi, unite da un mistero; una inizia dalla prima pagina e l’altra dall’ultima. Il consiglio è leggerle in ordine cronologico, ma la magia di questa tecnica è che potete indifferentemente iniziare dal lato che preferite.
La prima vicenda è ambientata nell’Essex del 1881. Il protagonista è Samuel, giovane medico che si stabilisce nell’oscura e misteriosa dimora dello zio parroco per curarlo. La casa avita si chiama Turnglass house, è nella brughiera e nasconde terribili segreti. Samuel cerca di capire perché l’uomo stia morendo e sia convinto di essere stato avvelenato.
La seconda storia invece ci catapulta a Hollywood nel 1939 e segue le vicissitudini di un giovane attore, Ken, approdato nella mecca del cinema in cerca di
fortuna. Ma finisce per essere coinvolto nei segreti che riguardano un giovane scrittore di successo, figlio del governatore della California.
E lo scrittore e giornalista inglese Gareth Rubin è abilissimo nel gestire i due piani di narrazione, disseminarli di indizi che creano un avvincente labirinto.
C’è autunno e autunno. O, per meglio dire, c’è un “Autunno” punto e basta, e ci sono “Autunni” del tutto particolari. Molto meno esaltanti. L’uno cavalca la terra, con i suoi magnifici rossi, gialli, grigi plumbei e verdi sottotono. Gli altri s’infrangono invece sull’anima come distruttive frane esistenziali, diaboliche e soffocate nella solitudine di amarezze difficili da interpretare e, ancor più, da reggere. Questo vuole, fin da subito, rammentarci il titolo, “L’Autunno. Gli Autunni”, della mostra che vede, fino al prossimo 17 dicembre, ben 45 artisti appartenenti all’ormai nota Associazione “Amici di Palazzo Lomellini” esporre nelle ampie Sale del quattrocentesco “Palazzo” di piazza Sant’Agostino. Un centinaio abbondante sono le opere esposte, realizzate nelle più svariate tecniche, e messe insieme, come sempre con certosino defaticante impegno e lodevole “occhio” critico, da Elio Rabbione. E proprio lui ci spiega le intenzionalità di una rassegna che certo vuole contemplare “la stagionalità, quindi i boschi ingialliti, le ombre più marcate e i raggi del sole che a fatica riescono a intrufolarsi nel folto”, ma pure “le sembianze più nascoste di una ‘discesa’ o di una rinuncia … di uno scavo, a tratti anche sgradito, nell’area dei ricordi, nel voltarsi indietro a cercare una speranza, a guardare fuori dalla finestra a rintracciare un po’ di luce, di un’età non più brillante e dei volti segnati dal tempo … Non molti hanno accettato questa scommessa, ma qualcuno c’è stato”. Modesto Rabbione. Perché in tanti hanno, invece, risposto alla chiamata. E allora Autunno, intenso Autunno, è la cupola di rosso acceso cui Giorgio Cestari fa chiudere lo sguardo al cielo precipitando con forza inarrestabile sul sentiero boschivo che è “Passeggiata” del
vecchio contadino accompagnato dal suo fido cane ed è Autunno di delicate, nitide ma possenti “nature morte” che ci raccontano di “Frutti” e fiori stagionali nei poetici acquerelli di Lia Laterza e di Adelma Mapelli (fondatrice del “Museo dell’Acquerello” a Montà d’Alba) che ci porta all’interno di una solida “Vigna”, pronta sotto un cielo “che mi sa che piove” alla prossima vendemmia. Di grande suggestione anche il richiamo pavesiano (“Ma per me la collina …” da “La casa in collina” del ’49) di Anna Maria Palumbo, dove i bianchi i rossi e i verdi del paesaggio fanno da ampio sipario all’architettura appena accennata di quei paesaggi collinari così cari al Cesare poeta e scrittore di Santo Stefano Belbo. Ricordi. Struggenti come quelli della giovinetta, uncinetti alla mano, che con nostalgia guarda lo spesso grigiore fuori dalla finestra, “Ricordando l’estate”, recente olio su tela di Daniela Cavaliere, allieva di Giancarlo Gasparin. Eccellente allieva, che del Maestro porta i tratti e lo spirito, così come Lidia Delloste i cui acquerelli (molto interessante “Meriggio” su carta Arches) delicatamente richiamano le cifre stilistiche di Sandro Lobalzo. E l’iter prosegue nell’articolarsi dei paesaggi un tantino inquietanti di Natàlia Alemanno, di Dario Cornero e di Paolo Pirrone, nei grovigli di boschi sapientemente “guidati” dalla mano e dal cuore di Graziella Alessiato,
così come nell’accesa narrativa espressionistica di Andreina Bertolini, di Marco Bottaro e di Giancarlo Costantino, affiancata alla minuta descrizione grafica di Bortolo Bortolaso, agli enigmatici ritratti di Fiorella Bortolaso e Valentina Garlotto, accompagnate alle sinuose memorie di vago sapore futurista di Anna Branciari. Tendono invece ad un’informale astrazione delle forme gli acrilici di Maria Brosio, le xilografie di Ezio Curletto e gli appena accennati acquerelli di Cristina De Maria come le tecniche miste di Giancarlo Laurenti, le “Betulle” di Bruno Molinaro e i “cieli” di Luisella Rolle, cui fanno da controcanto il certosino realismo di Lucia Busacca e la sottile visione divisionista di Vincenzo Del Duca. Realtà fiabesche, gli acrilici di Alessandro Fioraso e i quadri di “memoria” di Simonetta Secci. Curiosi, infine, nella necessaria selezione delle tantissime opere, i corposi “mercati” di Giacomo Samperi. Due gli scultori: Giancarlo Laurenti con i suoi “Animali fantastici” in legno alluvionale e le più classiche sculture (calchi originali della fusione in bronzo) del cuneese Maurizio Rinaudo.
In catalogo troviamo, fra le altre, una mirabile citazione dalla “poetessa dei Navigli”, Alda Merini. Citazione dedicata alla Mamma celeste: “Quando il cielo baciò la terra nacque Maria che vuol dire la semplice, la buona, la colma di Grazia. Maria è il respiro dell’anima, è l’ultimo soffio dell’uomo”. Parole semplici, che arrivano per strade a noi sconosciute a toccarti il cuore e che ben si prestano a “raccontare” la suggestiva mostra “Votivo” (o “statue devozionali”) dedicata, fino al 3 dicembre prossimo, dalla “Fondazione Giorgio Amendola” di via Tollegno alle dodici “Madonne” realizzate nell’arco di un anno dalla torinese (allieva di Italo Cremona) pittrice-scultrice-ceramista, Vera Quaranta. Estrose nella geniale minuzia dei particolari. Leggere, filiformi ma fiere e potenti nell’esibizione esteriore della “voce” e dei corpi, affidati nella loro matericità alla “consacrazione del fuoco”, cui si deve quel “bianco prevalente” e perfetto che va “oltre le naturali cromie”. Dodici in tutto. Come i mesi “o meglio – suggerisce Pino Mantovani, curatore della rassegna – come le lunazioni”. Sono ceramiche che per la dovizia degli “accessori”, ognuno con una propria identità e funzione, sono state ispirate all’artista torinese dall’interesse in lei suscitato da una bella e ricca monografia sulle antiche “Madonne lucane” pubblicata dalla stessa “Fondazione” di via Tollegno nel novembre del 2006. Terre di grande devozione religiosa, legate in particolare al culto delle Vergine Maria, i piccoli borghi lucani sono ancora oggi – con la presenza di innumerevoli Santuari “mariani”, di tradizioni di profonda fede legata ai pellegrinaggi, così come alle tante processioni che vedono portare in trono la Madre del Cristo Risorto – testimonianze concrete di una religiosità popolare che si perde nella notte dei tempi. E che mai ha dimenticato Prospero Cerabona, presidente della “Fondazione” (che è anche “Associazione lucana in Piemonte”), mentre mi racconta delle “ceramiche” esposte, con l’affettuosa sensibilità di un uomo che ha galoppato lungo gli anni senza mai perdere la passione e l’amore per la sua potentina Sant’Arcangelo, nelle valli dell’Agri. Ecco: le “Madonne” di Vera Quaranta di lì traggono
ispirazione. Tema centrale, ricorda in catalogo Pino Mantovani, “la donna, verticale e potente come una colonna, unitaria e plasticamente caratterizzata in ogni sua parte, che si completa con una testa di classica bellezza, ‘mobile’ nel senso di autonoma dal resto del corpo … monumentale pur nelle ridotte dimensioni, piena di grazia severa, espressa, oltre che nel portamento, nel dialogo con il figlio portato sul ventre, al fianco, perfino in spalla, come naturale proliferazione dal tronco di una gemma, di un ramo, di una foglia, di un fiore, di un frutto”. Maternità nell’assoluta pienezza del termine. Che non esclude la pochezza dell’umano, pur nella marcata attrazione (elementi distintivi) di certi simboli ornamentali, tanto cari all’artista. Sue le parole: “Mi ha sempre affascinato l’uso criptico dei simboli nella civiltà arcaica”. Da osservare, allora, con attenta curiosità: la “Madonna con Bambino n. 8”, con l’inserimento fotografico di un particolare della “Natività” del Ghirlandaio e applicazioni di incisioni del marito pittore Giuseppe Grosso. Non meno interessante, per restare in tema, la “Madonna delle Grazie” liberamente ispirata alla “Madonna” lignea del “Convento di San Francesco d’Assisi” di Pietrapertosa in Basilicata , arricchita con bigiotteria di stampo Liberty, accanto alla “Madonna con Bambino” con decorazioni in oro
zecchino, il cui richiamo va alla “Madonna” del “Chiostro del Monastero” di Poblet in Catalunya. E ancora: orecchini di antica fattura e forma, parti meccaniche di un vecchio orologio e ali fatte d’argento. Ricerca, creatività, bizzarrie gustose e inaspettate, ma ben ferme sul corpo di una matrice artistica di profonda e attrattiva solidità.