La “Galleria Sabauda” riunisce le quattro pale superstiti di una grande “ancona cristologica” opera del manierista cremonese
Fino al 10 marzo 2024
Fra i più grandi esponenti del nostro Rinascimento, figlio e fratello d’arte, Antonio Campi (Cremona, 1524 – 1587), è ricordato, in vista del prossimo Cinquecentenario della nascita, dalla torinese “Galleria Sabauda – Musei Reali” con l’esposizione, nella Sala del “Tardo Manierismo” e fino a domenica 10 marzo 2024, delle quattro tavole a tema “cristologico” superstiti di un ampio ciclo dipinto dall’artista cremonese (particolarmente caro per i suoi toni drammatici e spettacolari a un “campione della Controriforma”, quale fu il cardinale e arcivescovo metropolita di Milano Carlo Borromeo) negli anni Settanta del Cinquecento. Seconda tappa della “mostra dossier”, aperta dal 19 settembre al 3 dicembre scorsi, al “Museo Diocesano” di Cremona, la mostra torinese “Antonio Campi a Torre Pallavicina” accende i riflettori sull’attività del pittore per l’“Oratorio di Santa Lucia” a Torre Pallavicina, comune nella diocesi di Cremona (oggi in provincia di Bergamo) e presenta ciò che rimane di una grande “ancona”a tema “cristologico” della quale facevano parte i due pannelli con l’“Andata al Calvario” e la “Resurrezione”, già appartenenti alle Collezioni della “Sabauda”, e le due tavole con l’“Orazione nell’orto” e “Cristo davanti a Caifa” proprietà della Galleria “Canesso” di via Borgonuovo, a Milano, che ne ha concesso per l’occasione il prestito. Da notare il singolare contrasto delle cromie delle due coppie di tavole: accesi e luminosi i colori di quelle torinesi (in un’affollata rappresentazione di personaggi partecipanti in vario modo ed esibizione di sentimenti alla dolorosa salita al Calvario del Cristo e alla sua Resurrezione), tenebrosi ma “squarciati da accensioni luministiche magistrali” i due “notturni Canesso”, espressione di quello “sperimentalismo luministico” che caratterizza la maturità dell’artista e, in certo senso, ne fa il precursore (come già ebbe a sottolineare Roberto Longhi) dei plumbei “notturni” di Caravaggio.

Le due tavole milanesi sono state esposte al pubblico, per la prima volta, nella sede della meneghina Galleria “Canesso” nel 2021, dopo essere state pubblicate nel 1974 dalla storica dell’arte Maria Luisa Ferrari e poi a lungo disperse. Approfondite ricerche d’archivio, dopo il loro recente ritrovamento, hanno potuto stabilire con certezza che i due dipinti appartengono allo stesso ciclo pittorico delle due tavole torinesi, acquisite dallo Stato nel 1957 per le collezioni della “Galleria Sabauda” e riconosciute dallo storico dell’arte cremonese Marco Tanzi come “significative testimonianza della pittura preziosa, elegante e splendente di Antonio Campi”. Oggi sappiamo, dunque, che la Cappella privata voluta da Adalberto Pallavicino era arricchita da almeno quindici pannelli con episodi della “Passione di Cristo”, un caso privo di paragoni nella Lombardia dell’epoca. A nostra conoscenza sono le quattro esposte oggi alla “Galleria Sabauda”. Della sorte delle altre tavole del ciclo di Torre Pallavicina, alcune di certo danneggiate e forse irrimediabilmente distrutte, niente ancora è dato di sapere.

Le novità documentarie e le recenti scoperte, corredate da nuove campagne fotografiche, sono pubblicate nel catalogo della mostra a cura di Eleonora Scianna, edito da “Persico Dosimo”nel 2023.
Gianni Milani
“Antonio Campi a Torre Pallavicina”
Galleria Sabauda – Musei Reali, piazzetta Reale 1, Torino; tel. 011/19560449 o www.museireali.beniculturali.it
Fino al 10 marzo 2024
Orari: dal mart. alla dom. 9/19
Nelle foto:
– Antonio Campi: “Resurrezione di Cristo” e Salita al Calvario” (Crediti Ernani Orcorte)
– Antonio Campi: “Orazione nell’orto” (Crediti Fotostudio Rapuzzi Brescia per Galleria “Canesso”)
– Antonio Campi: Cristo davanti a Caifa” (Crediti Fotostudio Rapuzzi Brescia per Galleria “Canesso”)





RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
E’ nata in una facoltosa e blasonata famiglia franco-belga; il padre era un ricco proprietario terriero, la madre una nobile belga che morì, stroncata da una setticemia, 10 giorni dopo aver dato alla luce Marguerite. E l’inizio della vita è già in salita quando al tuo primo vagito fa eco l’urlo di dolore di tua madre, al quale segue poi il suo silenzio nell’eternità.
che diventa l’inseparabile compagna fino alla fine dei suoi giorni. Le due donne si trasferiscono a vivere in America nel 1939, quando scoppia la seconda Guerra Mondiale. Marguerite prende la cittadinanza americana nel 1947 e si dedica alla scrittura, all’insegnamento di storia della letteratura francese e storia dell’arte. Con il successo letterario gira il mondo in lungo e in largo; si ferma solo quando la salute di Grace declina fino alla sua morte nel 1979.
E’ il primo romanzo del giornalista e scrittore Eugenio Murrali che in queste pagine adotta una soluzione coinvolgente per trasportarci nel mondo della grande scrittrice. Racconta la vita della Yourcenar attraverso le parole di chi ne ha accompagnato il percorso, dando voce a pensieri ed emozioni altrui che delineano magnificamente il personaggio.
Marguerite Yourcenar fu sempre molto attenta nel tramandare memoria della sua vita attraverso 3 volumi autobiografici in cui cura in modo particolare quello che vuole o meno rivelare di sé e del suo percorso. Ma se vogliamo avere un quadro d’insieme obiettivo questo è il libro che ci permette di farlo.
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Altro romanzo di argomento storico in cui la scrittrice narra la vita di un personaggio immaginario, il filosofo, scienziato e alchimista Zenone che lei immagina essere nato nel XVI secolo in Belgio.
In queste pagine la Yourcenar ricostruisce tra storie e fantasia la storia della sua famiglia, riannodando le vicende di più generazioni. Inizia dal racconto della sua nascita drammatica e prosegue fissando un primo tassello della sua autobiografia che affonda le radici in un passato qui magistralmente ricostruito indietro fino al XVI secolo nelle Fiandre.