CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Un po’ di Torino a Cannes con la nuova opera di Jia Zhang-Ke

“Torino Shadow” sarà presentata in anteprima mondiale nella selezione ufficiale 2026

Il cortometraggio “Torino Shadow”, diretto da Jia Zhang Ke, sarà presentato il 19 maggio alle 19.30, in anteprima mondiale, in Cannes Classics Special Screenings, all’interno dell’Official Selection del prossimo Festival di Cannes.

Interpretato da Zhao Tao, il cortometraggio si svolge tra Cina e Torino, aggiungendo un nuovo capitolo internazionale all’opera di Jia Zhang-Ke e lasciando intatta l’attenzione che il regista dedica ai luoghi, al movimento, alle particolari realtà sociali contemporanee.

Il cortometraggio ritrae la città di Torino, e il suo patrimonio culturale, con sequenze girate alla Mole Antonelliana e al MAUTO – Museo dell’Automobile di Torino, concludendosi con una calorosa lettera d’amore al cinema.

Coprodotto dal Museo Nazionale del Cinema e dal Jia Zhang -Ke Arte Centre, e rappresentato da MK2, “Torino Shadow” è  l’ultimo capitolo di Torino Encounters. Dedicato ai cortometraggi d’autore, il progetto incoraggia i registi a utilizzare il Museo, i suoi archivi e le sue collezioni quali materiale narrativo, a interagire con la città di Torino in quanto soggetto o ambientazione, e a sperimentare il mezzo cinematografico come arte e riflessione sulla storia del cinema.

Il primo film, dal titolo “Ecce Mole”, di Heinz Emigholz, rappresenta un ritratto artistico dell’edificio da sempre simbolo di Torino, la Mole, ed è stato presentato anche al New York Film Festival 2025, per poi essere proiettato nei festival di tutto il mondo. Il successivo film di Torino Encounters, “Trailers for Dante’s Paradiso”, di Radu Giude, sarà presentato in anteprima nel corso del 2026. Attualmente è in corso di produzione “Parvenza” di Gianluca e Massimiliano De Serio, e sono in fase di sviluppo i film di Jessica Sara Rinland e Alexandr Sokurov.

“Realizzo film, ma prima di tutto sono un appassionato di cinema – dichiara il regista Jia Zhang-Ke – era da tempo che desideravo realizzare un film sull’arte cinematografica, ma non sapevo da dove cominciare. Nel 2025 Carlo Chatrian mi ha contattato proponendomi l’idea di realizzare un cortometraggio dedicato all’arte cinematografica. Ho accettato subito il suo invito, e questo cortometraggio rappresenta un atto d’amore verso il cinema e i registi che amo profondamente”.

“Siamo felici che Torino e il Piemonte siano rappresentati al Festival di Cannes, ma sono particolarmente soddisfatto che il nostro progetto ‘Torino Encounters’ stia ottenendo risultati così brillanti – sottolinea Enzo Ghigo, Presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino – nel suo film, Jia Zhang-Ke ha ritratto in modo sapiente il Museo del Cinema di Torino, rendendo un omaggio originale alla nostra città”.

“Jia Zhang-Ke aveva già visitato il Museo in passato e ha accolto l’idea con molto entusiasmo – sottolinea Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema – nell’ottobre 2025 abbiamo trascorso due giorni alla ricerca di alcune location a Torino e a esplorare il Museo in profondità. Pensavo volesse girare qualche sequenza all’interno della Mole come tributo alla nostra comune passione per la storia del cinema, ma quando mi ha inviato una prima bozza della sceneggiatura sono rimasto totalmente sorpreso. Riflettendo la sua nota passione per il melodramma, ‘Torino Shadow” rappresenta un cortometraggio narrativo ricco e complesso, che ruota intorno alla distanza geografica e agli elementi che uniscono le persone, compreso il cinema. Si tratta di un modo ideale per promuovere il Museo quale luogo che non solo conserva la memoria del cinema, ma che è capace di diventare fonte d’ispirazione per nuove creazioni”.

L’appuntamento per “Torino Shadow” è previsto per martedì 19 maggio, alle ore 19.30, in sale Buñuel presso il Palais de Festivals.

Mara Martellotta

Il processo a Vittorio Emanuele III

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il processo a Vittorio Emanuele III promosso a Torino dal centro studi “ Vittorio Emanuele Orlando “ha rappresentato un tentativo di riaprire il caso del terzo re d’Italia anche lui “bestemmiato e pianto”, come diceva Carducci di Carlo Alberto.

Molti anni fa, mi riferisco agli Sessanta del secolo scorso, si favoleggiava di un diario o memoriale di Vittorio Emanuele che ,quando fosse stato reso pubblico, avrebbe potuto rappresentare le ragioni del re che avrebbero potuto anche modificare certi giudizi negativi sul suo operato. Di questo memoriale non ho mai più sentito parlare neppure dopo la morte di Umberto II. Ritengo quindi che questa preziosa testimonianza storica fosse inesistente o sia stata distrutta, anche se Francesco Perfetti scrisse sul diario del re. Memoriale e diario furono cose differenti, il primo venne scritto nell’esilio volontario in Egitto e di questo si sono perse le tracce.

Chi voglia ricostruire storicamente la figura del re ha a sua disposizione più libri apologetici, che libri contrari che non hanno mai focalizzato la figura di Vittorio Emanuele sul cui giudizio storico si sono espressi in tanti ,ma scrivendo libri specifici sugli accadimenti storici del suo lungo regno: dall’età giolittiana alla Grande guerra, dalla marcia su Roma al delitto Matteotti ,dalle leggi razziali alla seconda guerra mondiale, dall’8 settembre al regno del Sud ,per non parlare delle guerre coloniali. Tutti temi controversi, come si può notare.

I testi apologetici sul re sono stati opera di Gioacchino Volpe, Alberto Bergamini, Carlo Delcroix, Nino Bolla, Piero Operti, Nino Consiglio, Aldo Mola. Trascuro i titoli giornalistici che non hanno valore storico. Non ricordo il nome di uno studioso di parte repubblicana che si sia dedicato al re, forse perché è ritenuto non meritevole di una biografia.

Andrebbero altresì citate le interviste rilasciate da Umberto II nei decenni dell’ esilio durante i quali l’ultimo sovrano difese sempre l’operato del padre, dimostrando come la venerazione affettuosa del figlio fosse superiore ad ogni tentativo di storicizzazione.

Nino Bolla intitolò un suo libro “Processo alla Monarchia“ e quindi l’idea torinese ha illustri precedenti proprio nel campo monarchico. Bolla tentò un processo di tipo storico, anche se non aveva le qualità e la documentazione necessaria per farlo.

Salvatore Sfrecola, giurista e storico, ha promosso l’idea di un processo in termini giuridici. Al processo intentato a re Vittorio si può solo obiettare che un processo di tipo giudiziario non coincide con quello storico. Luigi Firpo insisteva nel sostenere che i giuristi non possono essere degli storici ,anche se lui stesso era laureato in Giurisprudenza.

Ciò che è legale giuridicamente – diceva- non è detto che sia produttivo in termini storici. Le scelte politiche infatti si giudicano dai risultati ottenuti, perché l’albero si valuta dai frutti che porta, affermava Firpo. Questo in effetti è l’unico modo non ideologico di confrontarsi con il passato. Pertanto andrebbe evitata a priori la pregiudiziale monarchica o repubblicana, anche affrontando il tema del re. L’esempio di Benedetto Croce che fu monarchico ,ma criticò il re per le sue responsabilità nei confronti del fascismo va considerato.

Stando alle conclusioni a cui è giunto il giudice torinese, il re è stato assolto per l’ingresso nella prima guerra mondiale perché, stando allo Statuto, era di sua stretta competenza dichiarare la guerra che venne ratificata dal Parlamento. Anche la segretezza dei Patti di Londra con gli alleati è stata quindi considerata legittima. Ciò non significa però valutare quella guerra in termini storicamente positivi. Forse l’Italia non poteva sottrarsi ma la guerra in sé distrusse i risultati raggiunti con Giolitti nei quindici anni precedenti e germinò tensioni sociali talmente forti da mandare in crisi lo Stato liberale. Anche la designazione a Presidente del Consiglio di Mussolini nel 1922 è stata considerata legittima dal giudice perché il governo Facta dimissionario non poteva proclamare lo stato d’assedio voluto dal ministro della guerra Soleri per fermare la Marcia su Roma. Ma lo storico deve guardare anche alle conseguenze di quella scelta, anch’essa avallata dal Parlamento .Filippo Turati in esilio scrisse: “Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo“. Chiamare in causa il solo Vittorio Emanuele era un grave errore che alcuni storici hanno corretto. Le conseguenze si videro negli anni successivi a partire dal delitto Matteotti di fronte al quale il re non ritenne di dover prendere posizione, malgrado l’Aventino.

Il giudice torinese condanna invece all’ergastolo il re per la firma delle leggi razziali : difficile dargli torto perché il discorso secondo cui il re non poteva non firmare crea alibi storici non accettabili in quanto il disconoscimento della deriva razziale del regime non era cosa di routine e disconosceva il rapporto storico con gli Ebrei dal Risorgimento in poi. Chi parla di un voto favorevole del Parlamento non considera che la Camera dei fasci e delle corporazioni non era un libero Parlamento, come anche il Senato che era ampiamente fascistizzato nel 1938. Questo è un esempio di formalismo giudico travolto dalle ragioni della storia.

De Felice ha scritto una storia sugli ebrei in Italia che resta una testimonianza conclusiva, ammesso che nella ricerca storica si possa parlare di ricerche conclusive in particolare per il caposcuola del revisionismo.

Infine il giudice ha amnistiato il re (forse andava assolto almeno per insufficienza di prove) per l’ 8 settembre e la “fuga di Pescara“.Le massime responsabilità storiche dell’8 settembre furono di Badoglio che nei 45 giorni dopo il 25 luglio 1943 non seppe agire in modo adeguato. L’8 settembre Roma non era più difendibile e il trasferimento veloce del re e del governo fu indispensabile per garantire, sia pure fortunosamente, la continuità dello Stato. Dal regno del Sud, di cui scrisse Agostino degli Espinosa, rinacque l’esercito italiano dopo lo sbandamento imputabile soprattutto a Badoglio e agli Stati Maggiori che lasciarono senza ordini truppe sparpagliate nei diversi territori di guerra. Ciò che accadde a Cefalonia resta come una macchia indelebile. Sarebbe interessante se Sfrecola organizzasse un processo a Badoglio a partire dalla Grande Guerra.

Poi, oltre ai temi affrontati nel processo, andrebbe anche messa in discussione la tardiva abdicazione del re il 9 maggio 1946 che non consentì al nuovo re Umberto II, già luogotenente generale del Regno, di affrontare il referendum in modo più adeguato. E’ una questione solo politica, ma certo pesò sulle sorti della monarchia sabauda.

Comunque il processo di Torino ha smosso le acque e c’è da augurarsi che in futuro ci sia uno storico che voglia affrontare la vita di questo re. La storia non è mai giustiziera, diceva Croce e anche per re Vittorio deve valere questo principio. Perfino il trasferimento della sua salma da Alessandria d’Egitto a Vicoforte qualche anno fa suscitò polemiche ma, ad ottant’anni anni dal referendum istituzionale, sarebbe bene voltare pagina e storicizzare anche il piccolo re.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Vienna trasfigurata” al Conservatorio di Torino conclude la stagione della De Sono

 

I cinquanta anni del metodo Suzuki

Lunedì 18 maggio si terrà al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino un concerto dal titolo “Vienna Trasfigurata”, alle 20.30, con  cui la stagione De Sono si conclude celebrando i cinquanta anni del metodo Suzuki in Italia.
Sul palco saliranno gli ex allievi e borsisti della De Sono  che suoneranno pagine di Brahms  e di Schönberg.
Il concerto riunisce un sestetto d’archi formato da Cecilia Ziano e Cosetta Ponti ( violini) , Lara Arbesano  e Raffaele Totaro alle viole, Luca Magariello  e Eduardo dell’Oglio ai violoncelli.
Cinque dei sei musicisti condividono un percorso comune; formatisi fin dall’infanzia presso l’Accademia Suzuki sono stati successivamente borsisti De Sono, affermandosi oggi come professionisti attivi a  livello nazionale e internazionale.
Il programma mette a confronto due capolavori che raccontano la trasformazione del linguaggio musicale viennese.

Il Quintetto op. 11 di Johannes Brahms nasce nell’estate del 1890 su invito del celebre violinista e amico del compositore Joseph Joachim  e rappresenta un esempio maturo della musica da camera brahmsiana, che si distingue per la densità della scrittura, per la vitalità ritmica e per la raffinata interazione tra i cinque archi.

A questo brano si affianca “Verklärte Nacht”, ovvero “Notte trasfigurata” di Arnold Schönberg, prima grande composizione strumentale  dell’autore, scritta all’età di ventiquattro anni e ispirata al poema di Richard Dehmel. L’opera, pur radicata nel tardo Romanticismo, pone le basi per il suo superamento, spingendo l’armonia verso territori nuovi e trasformando il racconto in un flusso sonoro continuo e carico di tensione espressiva.
La serata si inserisce  nel calendario degli oltre quaranta concerti ed iniziative in programma nel corso del 2026 per celebrare il cinquantesimo anniversario del metodo Suzuki in Italia, diffusosi proprio a partire da Torino grazie all’iniziativa di Leo e Antonio Mosca, fondatori dell’Accademia Suzuki Talent Center.
Il lavoro pedagogico dell’Accademia si basa sul pensiero del giapponese Shinichi  Suzuki  (1898-1998) convinto che il talento in ciascun individuo  non sia qualcosa che la natura regali al momento della nascita, ma debba essere coltivato e formato attraverso gli stimoli che provengono dall’ambiente e dall’esercizio. Il metodo di apprendimento utilizzato è quello della lingua madre , come il bambino attraverso l’imitazione impara a parlare ascoltando e ripetendo continuamente le parole dette infinite volte dai genitori, così impara a suonare ascoltando e ripetendo un frammento musicale, un ritmo, una melodia.

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su Eventbrite

Mara Martellotta

Oltre i social, dentro le persone: Greg Goya racconta la sua arte collettiva

Tra gli incontri del Salone Internazionale del Libro di Torino di domenica, “Oltre i social: profili legali, fiscali e previdenziali del content creator” ha avuto il merito di spostare il dibattito sul mondo digitale oltre la superficie dell’intrattenimento. In una sala gremita, il pubblico ha seguito con particolare attenzione l’intervento di Greg Goya, artista capace negli anni di trasformare il linguaggio dei social in una forma di narrazione collettiva, emotiva e profondamente generazionale.

Accanto agli approfondimenti giuridici dell’avvocato Roberto Bausardo, dell’avvocato Nicola Berardi, del commercialista Melchior Gromis di Trana e della presidente AGCDL Roberta Cavouri, Greg Goya ha offerto qualcosa di diverso: un racconto intimo sul rapporto tra arte, identità e bisogno umano di raccontarsi.
Al termine dell’incontro abbiamo dialogato direttamente con lui.
Greg, oggi il creator viene spesso percepito come qualcuno che “posta contenuti”, mentre dietro esiste ormai una vera impresa personale. Quando hai compreso che la tua creatività stava diventando un lavoro a tutti gli effetti?
«Nel momento in cui è stato possibile portare avanti progetti artistici che, da un punto di vista economico, si appoggiassero su grandi sponsor. Però devo ammettere che dal giorno zero, da quando abbiamo portato la fast art sui social e da quando Greg Goya è approdato online, ho trattato tutto questo come un’ossessione e con una totalità assoluta. L’ho preso da subito come un lavoro».
Nelle sue parole emerge immediatamente una concezione totalizzante dell’arte: non un passatempo digitale, ma un processo continuo, quasi assoluto, che invade lo sguardo e il quotidiano.
Sentivi già allora che stava diventando qualcosa di più profondo di una semplice presenza online?
«Sì, perché non nasci artista, ma lo diventi e devi continuare a ripetertelo. Poi, pian piano, fai tua la capacità di guardare le cose con arte e di fare arte a tua volta».
C’è, in questa risposta, un’idea dell’arte come esercizio dello sguardo e della sensibilità. Non una vocazione improvvisa, ma una lenta educazione emotiva alla realtà.
 
C’è un’opera che senti più vicina di altre, quasi una soglia personale oltre la quale il tuo lavoro è cambiato?

«Per forza l’ultima, che si chiama “Le cose che non ti ho detto”, e nasce da un’esperienza di carattere biografico. In particolare dalla digestione di un lutto amoroso, dopo la fine di una relazione importante. Da quel momento ho iniziato ad elaborare quella perdita. Ho cominciato a chiedere alle persone intorno a me di raccontarmi tutte le cose che non avevano mai detto. Mi sono reso conto di quante lettere le persone non abbiano mai scritto o raccontato, e le ho raccolte nel magazine “

Le cose che non ti ho mai detto – Untold Magazine”. Nasce da un’esperienza personale e, per un artista, rappresenta uno step ulteriore, ma allo stesso tempo è anche un’esperienza collettiva».

È forse qui che il lavoro di Greg Goya rivela la sua natura più autentica: trasformare una ferita privata in uno spazio collettivo di riconoscimento. Le confessioni anonime raccolte nel progetto diventano un archivio emotivo contemporaneo, quasi una geografia sentimentale condivisa.
La tua è un’arte profondamente collettiva, in cui le persone affidano frammenti intimi della propria vita. Nel mondo percepisci più amore o più dolore?
«Sono due esperienze che si equivalgono, non tanto in termini quantitativi quanto qualitativi. Sento il bisogno delle persone di parlare, di essere ascoltate e di raccontarsi in modo intimo. Se ci pensi, è assurdo che le persone raccontino in maniera così profonda aspetti della propria vita. Ed è proprio da lì che nasce quel bisogno di raccontarsi».
In questa riflessione c’è probabilmente il nucleo più potente dell’incontro: la consapevolezza che dietro l’esposizione continua dei social esista, prima di tutto, una domanda di ascolto.
La tua arte si fonda su una forte autenticità. Pensi che oggi il pubblico riesca ancora a distinguere ciò che è spontaneo da ciò che è costruito?
«Sicuramente nasce dall’autenticità. È un’arte non costruita, che prende forma dai racconti personali, e spero che questo messaggio arrivi concretamente».
Nel clima del Salone del Libro, tra editoria, cultura e nuovi linguaggi digitali, Greg Goya ha restituito un’immagine dei social molto distante dalla superficialità con cui spesso vengono raccontati. Non soltanto piattaforme, algoritmi o contenuti virali, ma luoghi in cui le persone cercano ancora, ostinatamente, qualcuno disposto ad ascoltarle.
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Valeria Rombolá
Foto: Greg goya

Rock Jazz e dintorni a Torino: Paolo Fresu & Pierpaolo Vacca e Ermal Meta

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Lunedì. Al teatro Concordia di Venaria si esibisce Ermal Meta.

Martedì. Per il Festival Seven Springs alla Scuola Holden, in collaborazione con Umbria Green Festival e Moncalieri Jazz Festival, suona il duo formato da Paolo Fresu, tromba, flicorno,effetti e Pierpaolo Vacca, organetto, con special guest la voce di KARIMA. Al teatro Colosseo “Omaggio a Lucio Dalla”, con alla voce Lorenzo Campani affiancato da una band guidata da Luigi Buggio e la partecipazione di Ricky Portera, storico chitarrista di Lucio Dalla. Alle OGR suona il trio di Sergio Di Gennaro con ospite il sassofonista Emanuele Cisi.

Mercoledì. Al Blah Blah si esibiscono i Vespri + Resina. Allo Ziggy suona Matt Elliot.

Giovedì. Al Folk Club ultimo concerto di stagione con il chitarrista James Maddock. Al Cafè Neruda suona il trio di Emanuele Cisi. Allo Ziggy sono di scena i Trans X + Silent Cold.

Venerdì. Alla Scuola Holden per il Festival Seven Springs, concerto dal titolo : “Come nascono le canzoni”, con Raphael Gualazzi voce e pianoforte e Stefano Senardi. A seguire dj set live by Kappa FuturFestival. Al Circolino suona il Transalpine Manouche Trio. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Francamente. Allo Spazio 211 è di scena Califone. Al Blah Blah suonano Gli Alberi + Starspawn Of Cthulhu.

Sabato. Allo Ziggy si esibisce Die Abete + Pigro. Al Blah Blah è di scena Jungle Julia. Allo Spazio 211 suonano i Teenage Bottlerocket.

Domenica. Al Blah Blah si esibiscono i Pentatonica.

Pier Luigi Fuggetta

Il Piemonte alla 79esima edizione del Festival di Cannes

Il Piemonte è  protagonista alla settantanovesima edizione del Festival di Cannes con istituzioni, produttori e progetti sostenuti dal territorio e due eventi di promozione nazionale e internazionale.

Il primo appuntamento con il Piemonte Film Network è  presso l’italian Pavillon organizzato da Film Commission Torino Piemonte, il secondo è organizzato da CeiPiemonte su incarico e con il  supporto di Regione Piemonte  e entrambi sostenuti dalla Fondazione Compagnia di San Paolo per presentare fondi, eccellenze e servizi che il territorio mette a disposizione del settore nazionale e internazionale dell’audiovisivo.

“L’Age d’or”, il film di apertura di Cannes Classics, coprodotto dalla torinese Graffiti Film, è  stato realizzato in Piemonte la scorsa primavera ed è il risultato  di un grande valore che si unisce alla delegazione di professionisti e produttori piemontesi presenti sulla Croisette, a conferma della solidità del sistema audiovisivo regionale e della sua capacità di attrarre produzioni internazionali di primo piano.

Tra i progetti sostenuti da FCTP figura anche il cortometraggio “Torino Shadow”, coprodotto dal Museo Nazionale del Cinema e diretto da Jia Zhang Ke, in selezione a Cannes Classics, oltre alla presenza  al Marché  du Film  di “Ting”, un dark fantasy  diretto da Maximilien Dejoie selezionato al Fantastic 7 del Festival di Cannes.

Il Piemonte rinnova così la sua presenza al Marché  du Film, iniziativa di riferimento per gli operatori della filiera cinematografica e audiovisiva internazionale, che si tiene contemporaneamente al Festival di Cannes, con uno stand finanziato dalla Regione Piemonte, in grado di promuovere l’ecosistema regionale del cinema e della creatività digitale.

La partecipazione del Piemonte al Marché  du Film rientra nell’ambito delle attività volte all’internazionalizzazione sostenute dalla Regione Piemonte per la promozione del cinema piemontese, con una particolare attenzione alla produzione cinematografica e alla valorizzazione dell’eccellenza della filiera regionale del cinema e dell’audiovisivo.

Per tutta la durata di Marché du Film lo stand del Piemonte sarà un punto di riferimento per la promozione dell’ecosistema regionale del cinema e della creatività digitale e un luogo di incontro per le aziende piemontesi partecipanti, che sono attive in ambiti che spaziano dalla produzione i dipendente alla post produzione audio, dalla musica all’animazione, fino alla produzione live action, con produttori, distributori, sales agent, broadcaster, piattaforme streaming , buyer e investitori internazionali.

Il film “L’Age d’or” è  stato girato tra Piemonte e Francia, con il sostegno del bando regionale Piemonte Film TV Fund e di Film Commission Torino Piemonte. Il regista è  Bérenger Thouin ed è  stato coprodotto dalla torinese Graffiti Film di Enrica Capra. È  stato scelto quale film di apertura di Cannes Classics e presentato in anteprima mondiale presso la Sala Agnés Varda il 14 maggio scorso. La medesima sezione ha scelto di proporre il cortometraggio “Torino Shadow”, realizzato anch’esso con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte Filmine e con le torinesi Malfé Fiom e Filmine, impegnati sul set come production service. Il cortometraggio verrà presentato in anteprima il prossimo 19 maggio.

Nel concorso ufficiale,  tra i titoli in lizza per la Palma d’Oro, spicca anche il lungometraggio francese “La vie d’une femme” diretto da Charline Bourgeois Tacquet, che ha avuto alcuni giorni di riprese nell’autunno scorso a Torino , con il sostegno  di Film Commission Torino Piemonte.

Il Marché du Film di Cannes vedrà anche come protagonista il lungometraggio di prossima uscita  “Ting”, una dark fantasy diretta da Maximilien Dejoie, realizzato in Piemonte pochi mesi fa con il contributo del Piemonte Film TV Fund e il sostegno di Film Commission Torino Piemonte , unico selezionato al Fantastic 7 del Festival di Cannes.

A Cannes, a conferma della vitalità del comparto produttivo piemontese e della dimensione internazionale raggiunta dalle varie società sul territorio,  si può  citare la presenza della società  Imago VFX, che ha curato l’intera post produzione di “Les Roches rouges” del regista francese Bruno Dumont , oltre a Redibis Fiom, che ha coprodotto  il lungometraggio “Roma elettrica”, diretto da Bertrand Mandico.

Mara Martellotta

Collegno Fol Fest: “PerdutaMente. Dimenticare per ricordare, perdersi per ritrovarsi”

Dal 4 all’8 giugno, al Parco della Certosa

Nel 1926 a Collegno un uomo approda senza nome,  senza passato, senza memoria. Cent’anni dopo negli stessi spazi che furono manicomio, una città intera decide di ricordare con il Fol Fest, giunto alla sua quinta edizione, che si svolgerà dal 4 all’8 giugno prossimo e che trasformerà la Certosa Reale e l’ex ospedale psichiatrico in una festa diffusa dedicata a salute mentale, inclusione e cultura.  Saranno cinque giorni contraddistinti da cinquanta appuntamenti, che seguiranno il fil rouge dal titolo “PerdutaMente. Dimenticare per ricordare, perdere per ritrovarsi”.

Cuore pulsante del festival sarà l’Orto che Cura, giardino rigenerato e centro diurno per persone fragili, che diventa libreria all’aperto, agorà di incontri, palco per concerti Rock’n Fol e Bistrorto gestito dalla cooperativa Margine.

Il programma serale al Chiostro rappresenta una vera e propria piazza delle idee. Giovedì 4 giugno il filosofo Umberto Galimberti aprirà la rassegna con “Il bene e il male. Educare le nuove generazioni”, un’urgente riflessione su etica ed educazione nell’epoca della risonanza emotiva smarrita. Venerdì 5 giugno parlerà  della Fisica delle emozioni il professore del web Vincenzo Schettini. Si tratta di uno spettacolo che usa leggi delle fisica ed esperimenti dal vivo per raccontare ciò che proviamo nella nostra interiorità.  Sabato 6 giugno vi sarà  l’anteprima nazionale di ‘IO sono un errore’, che unisce la voce e le canzoni di Mauro Ermanno Giovanardi alle parole di Andrea Scanzi in un teatro canzone postmoderno su follia, diversità, identità e memoria. Domenica 7 giugno, già sold out, Carlo Lucarelli riapre il caso con la vicenda dello smemorato di Collegno, a metà tra noir, storia e nuove ricerche sul territorio. Lunedì 8 giugno, Matteo Saudino, Barbasophia, e Giua, chiuderanno il festival con Anime Fragili, un viaggio filosofico-musicale che condurrà Platone e Aristotele nel cuore delle fragilità contemporanee.

La psichiatria tornerà nei suoi luoghi attraverso tavole rotonde su esordi psicotici, etnopsichiatria, adolescenza “onlife”, giustizia riparativa e diritto alla salute mentale, accanto a esperienze immersive di realtà virtuale dedicate a memoria, fobie e stress grazie al lavoro dell’ASL TO 3. La libreria Fol Fest porterà giovani narratori a dialogare don voci come Silvia Jop, Marco Buonacossa, Violetta Bellocchio, Piero Cipriani, Alessandro Perissinotto, ospitando la prima edizione del premio letterario “Collegno Fol Fest”, in collaborazione con la Scuola Holden, con racconti inediti su memoria e identità smarrite.

Collegno Fol Fest è ideato e promosso da Città di Collegno, ASL TO 3, ARCI Valle Susa Pinerolo APS, Cooperativa Il Margine – Orto che Cura e Lavanderia a Vapore, con il sostegno della Città di Collegno e il patrocinio di UniVerso, programma culturale dell’Università degli Studi di Torino.

Collegno Fol Fest 2026 – 4-8 giugno “PerdutaMente. Dimenticare per ricordare, perdersi per ritrovarsi”.

Info: www.collegnofolfest.it

Mara Martellotta

Antonio Maglione, televisione e iniziative sociali

RITRATTI TORINESI

Antonio Maglione è un conduttore televisivo su GRP Televisione Canale 15 e organizzatore di eventi sociali che sostiene finanziariamente e con i quali cerca di sensibilizzare il pubblico sui temi contemporanei della violenza e dell’indifferenza, oltre a trasmettere i veri valori della vita in una società sempre più superficiale e insensibile. Il suo impegno si dirama anche attraverso i social, che lo vedono seguito da oltre 60mila persone, e dal suo gruppo virtuale di Facebook che egli definisce come “la grande famiglia virtuale di Antonio Maglione”, che conta quasi 10mila follower e, attraverso la quale, cerca di trasmettere valori come quelli della famiglia, l’amicizia, l’amore, la solidarietà, l’onestà, la sincerità e il rispetto, empatizzando con i meno fortunati invece di rincorrere modelli superficiali che la società, e alcuni programmi televisivi, trasmettono.

“Il 6 gennaio scorso, in occasione dell’Epifania, ho organizzato un grande spettacolo pomeridiano con maghi e cantanti, per portare un sorriso ai bambini ricoverati nel Dipartimento di Patologia e Cura del bambino e di Pediatria Specialistica all’ospedale Regina Margherita di Torino, portando doni da me elargiti – ha spiegato Antonio Maglione – Da oltre 4 anni realizzo le puntate televisive su GRP TV coinvolgendo come ospiti magistrati, psicoterapeuti, professori universitari, avvocati cassazionisti, professionisti e politici, trattando soprattutto tematiche sociali”.

Le tematiche approfondite da Antonio Maglione durante le puntate del suo programma, in onda su GRP TV, sono molteplici, tra queste ricordiamo alcune delle più importanti, tra cui “Il tumore, male del secolo”, insieme al prof. Massimo Di Maio, professore di Oncologia Medica del Dipartimento dell’Università di Torino, direttore dell’Oncologia Medica 1 della Città della Salute e Presidente eletto AIOM-Associazione Italiana di Oncologia Medica; “Ospedali ieri e oggi” con la prof.ssa Franca Fagioli, direttore dell’Ospedale Regina Margherita; “I disastri della guerra” con il Generale Luigi Chiapperini; “Il malessere dei giovani” insieme al prof. Lino Grandi, direttore generale delle scuole Adleriane, con il quale ha trattato anche “L’eccessiva violenza tra i giovani: l’ansia e l’autostima”; “La bellezza della fede” con Mauro Rivella, parroco del santuario di Santa Rita da Cascia; “L’abuso di alcol tra i giovani” con l’alcologo Alessandro Gramoni; “L’amore che salva” con Padre Carmine Arice, Superiore Generale del Cottolengo; “I nuovi poveri a Torino” con Pierluigi Dovis, direttore Caritas di Piemonte e Valle d’Aosta; “Fare volontariato” con Luciano Dematteis, Presidente del Volontariato di Torino; “Sicurezza urbana in Piemonte”, con il Generale di Divisione Andrea Paterna, Comandante della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, il Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte Davide Nicco e con l’avvocato Maurizio Scialò, penalista e cassazionista del Foro di Torino. Un’altra puntata è stata dedicata al Sermig – Arsenale della Pace con la sua responsabile, Rosanna Tabasso.

“Organizzo inoltre eventi di spettacolo – ha proseguito Antonio Maglione – coinvolgendo tanti bambini e genitori e trattando sempre le tematiche che mi stanno maggiormente a cuore. Il 12 febbraio del 2025 ho ricevuto dal Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Davide Nicco, un riconoscimento su pergamena per il mio impegno costante nel sociale”.

Mara Martellotta

 

 

 

 

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Il sabato del Salone tra lunghe code e sale prese d’assalto

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Alla terza giornata del Salone Internazionale del Libro di Torino il Lingotto ha mostrato ancora una volta il suo doppio volto: quello della grande arena pubblica attraversata dalla politica, dall’attualità e dai nomi capaci di richiamare folle oceaniche, e quello più intimo della letteratura che continua a scavare nelle fragilità private, nei legami familiari e nelle inquietudini del presente.
Il sabato del Salone è sempre il giorno più affollato, ma quest’anno la sensazione è stata ancora più evidente. Lunghissime code agli ingressi, corridoi saturi di persone, sale prese d’assalto molto prima dell’inizio degli incontri. E la folla non si è fermata ai padiglioni: anche all’esterno, tra i food truck e le aree allestite fuori dal Lingotto, migliaia di persone si sono trattenute per mangiare, discutere, aspettare gli eventi successivi. A tratti muoversi tra gli stand è sembrato quasi come stare a un concerto rock, trascinati lentamente dal flusso continuo dei visitatori. Ma proprio quell’energia un po’ caotica racconta il successo di un Salone che continua ad allargare il proprio pubblico, soprattutto tra i più giovani.
La giornata è stata dominata dai grandi ospiti. Da Roberto Saviano a Bernie Sanders, passando per Alberto Angela e Abraham Verghese, il Lingotto ha alternato letteratura, impegno civile e riflessione politica. Grande attenzione per Saviano, protagonista dell’incontro “Gomorra vent’anni dopo”, un ritorno sul libro che ha cambiato il modo di raccontare la criminalità organizzata in Italia e che, a distanza di due decenni, continua a interrogare il presente tra memoria, minacce e necessità di testimonianza pubblica.
Alberto Angela ha invece accompagnato il pubblico in un viaggio dentro il mondo romano, riportando al centro la figura di Giulio Cesare e il “De Bello Gallico”. Tra storia, archeologia e antropologia, il suo incontro ha trasformato la divulgazione in racconto, mostrando ancora una volta la capacità di rendere il passato sorprendentemente vicino e contemporaneo. Attesissimo soprattutto Sanders, protagonista di uno degli incontri più affollati dell’intera giornata insieme al giornalista Francesco Costa. Una folla di giovanissimi ha riempito gli spazi del Salone per ascoltare il senatore americano parlare di democrazia, disuguaglianze e futuro politico degli Stati Uniti. Un entusiasmo quasi inatteso per un protagonista della politica internazionale, accolto però come una vera rockstar culturale.
Accanto ai grandi eventi mediatici, però, il cuore del Salone è rimasto quello dei libri e delle storie. Lo spagnolo Manuel Vilas, autore del bestseller “In tutto c’è stata bellezza”, ha presentato “Se non ho nessuno accanto il mondo si fa tenebra”, romanzo che affronta con lucidità e malinconia la fine di un amore. Dopo undici anni insieme, Ada confessa al marito di non amarlo più. Da quel momento il protagonista ripercorre il proprio matrimonio tra depressione, rancore e nostalgia, mentre incombe persino una crociera in Islanda già prenotata e diventata improvvisamente il simbolo di una relazione ormai svuotata. Vilas continua così la sua personale esplorazione delle fragilità umane, con quella scrittura intima e dolorosa che lo ha reso uno degli autori europei più letti degli ultimi anni.
Di tutt’altro respiro, ma ugualmente personale, l’incontro con Abraham Verghese, medico e scrittore amatissimo per “Il patto dell’acqua”. Nella sua figura convivono tre paesi — India, Etiopia e Stati Uniti — e tre continenti, che ritornano continuamente anche nella sua letteratura. Al Salone ha raccontato una scrittura capace di contenere il mondo, intrecciando esperienze biografiche, migrazioni, medicina e memoria familiare.
Tra gli autori italiani più seguiti della giornata anche Daniele Mencarelli, che con “Quattro presunti familiari” si confronta con il noir senza rinunciare alla sua attenzione per le ferite interiori. Tutto parte dal ritrovamento di uno scheletro nei boschi di Norma, nel basso Lazio. Quattro persone vengono convocate per il test del Dna: chi troverà una corrispondenza potrà finalmente dare un nome a una sparizione rimasta senza risposta per anni. Ma il romanzo, più che sull’indagine, sembra interrogarsi sul vuoto lasciato dalle assenze e sul modo in cui il dolore attraversa le famiglie e la provincia italiana.
Memoria, identità e silenzi familiari hanno attraversato invece l’incontro con Lea Ypi. In “Dignità”, una fotografia in bianco e nero pubblicata quasi casualmente sui social riapre una ferita rimasta nascosta per decenni. Nell’immagine compaiono i nonni dell’autrice, giovani, eleganti e innamorati durante la guerra. Da quello scatto prende forma un’indagine familiare che diventa anche una riflessione sulle rimozioni della storia europea e sulle eredità invisibili lasciate dal Novecento.
Grande attenzione del pubblico anche per la siciliana Cristina Cassar Scalia, tornata con il vicequestore Vanina Guarrasi ne “Le terme dell’Indirizzo”. In una torrida Catania d’agosto, il ritrovamento del corpo semicarbonizzato di un clochard nelle antiche terme romane apre un’indagine intricata che affonda le radici in una sparizione avvenuta dieci anni prima. Un noir che mescola mistero, atmosfera e legame con il territorio siciliano, elementi che hanno reso la serie di Vanina Guarrasi amatissima dai lettori.
Tra le voci internazionali più osservate anche Yael van der Wouden, candidata al Premio Strega Europeo con “Estranea”. Ambientato nell’Olanda degli anni Sessanta, il romanzo racconta la vita silenziosa e ordinata di Isabel, incrinata dall’arrivo di Eva, fidanzata del fratello, figura magnetica e ambigua destinata a mettere in discussione ogni equilibrio. Un libro che lavora sulle tensioni sotterranee, sui desideri repressi e sulle inquietudini nascoste dietro la calma apparente della vita domestica.
Il Salone continua così a vivere di questo equilibrio particolare: da una parte i grandi nomi che attirano folle enormi e trasformano gli incontri in eventi collettivi, dall’altra i libri che, anche lontano dai riflettori principali, riescono ancora a raccontare paure, desideri e trasformazioni del presente. E mentre il pubblico continua a riversarsi nei padiglioni e negli spazi all’aperto, Torino si conferma ancora una volta il centro di una comunità enorme e appassionata, unita dalla stessa inesauribile fame di storie.
GIULIANA PRESTIPINO

Alcide Pierantozzi e il dolore senza finzione: “La malattia va dove vuole lei”

 

Al Salone del Libro, nello spazio di Giulio Einaudi Editore delle 12.45, Alcide Pierantozzi ha portato qualcosa che andava oltre la presentazione di un romanzo. Lo sbilico si è imposto come uno dei casi letterari più forti dell’anno perché non cerca protezione nella finzione: espone il disagio psichico, la psicosi, gli psicofarmaci, il rapporto con la madre, il corpo e il linguaggio senza alleggerimenti né maschere narrative.

Definito da molti “il libro italiano dell’anno”, Losbilico è un’opera che attraversa memoria, malattia e identità con una scrittura nervosa e poetica insieme, capace di trasformare le parole in sintomi, visioni e materia viva.

Durante l’incontro abbiamo rivolto allo scrittore tre domande sul senso del raccontare oggi la sofferenza mentale.

Nel libro lei rinuncia quasi completamente alla finzione e mette il lettore davanti a una verità emotiva molto nuda, persino scomoda. In un’epoca in cui spesso ci si protegge dietro l’ironia o la costruzione narrativa, quanto è stato difficile esporsi così radicalmente? E pensa che oggi la letteratura abbia ancora il coraggio di “dire tutto”, anche a costo di destabilizzare?

“Secondo me è possibile ed è anche il campo editoriale a dimostrarlo: il racconto del disagio, anche violento, interessa molto. Il discorso sulle terapie e sul disagio va raccontato per quello che è, altrimenti le persone non ci credono. Sono cose che vivono in tanti, o in prima persona o indirettamente attraverso i familiari. Si spera che la letteratura, creando una narrazione, possa fare stare meglio le persone che quel disagio lo vivono”.

Ti senti di aver creato un varco verso una narrazione diversa della malattia mentale?

“Io non riesco a sentirlo davvero, però penso che molte persone si siano aggrappate al mio libro per mettere in evidenza il fatto che oggi ci sia il bisogno di parlare di questi temi in modo chiaro. Non è il libro in sé il punto, ma il fatto che possa far emergere qualcosa di immenso. Però la malattia ti può spingere a perdere tantissimo tempo dietro ciò che non esiste. Anzi, la maggior parte delle volte è così. Tutto quello che la malattia mentale ti sta dicendo molto spesso è irreale e per questo bisogna pensare di più a come certe psicosi si instaurano, non tanto ai contenuti. Perché se io inizio a interpretare quello che vedo e sento diventa pericoloso. Io sono uno psicotico e questo può essere un rischio: scavare troppo”.

Nel libro emerge spesso l’idea che la malattia non sia qualcosa di esterno da combattere, ma una parte di sé con cui si è costretti a convivere. Lei ha raccontato che dopo Lo sbilico la sofferenza è persino aumentata. A quel punto che cosa rappresentano oggi le parole?

“Sono state un tentativo. Ma la malattia va verso quello che vuole lei e anche se ne scrivi o ne parli quei mostri ti riattaccano. Il fatto di condividerli non cambia davvero le cose”.

È forse qui che Lo sbilico colpisce più profondamente: nel rifiuto di trasformare il dolore in una favola di guarigione. Pierantozzi non offre consolazione né redenzione narrativa. Racconta invece la fragilità mentale come una zona instabile, uno “sbilico” permanente in cui realtà e irrealtà continuano a contaminarsi.

Nel silenzio attentissimo della sala Einaudi, l’impressione era quella di assistere non solo a una presentazione letteraria, ma a qualcosa di più raro: un tentativo collettivo di trovare parole nuove per dire ciò che, troppo spesso, resta impronunciabile.

Valeria Rombolá