CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Trame di donne che hanno attraversato rivoluzioni, salotti e palcoscenici

Ci sono storie che non sempre sono state raccontate. Trame di donne che hanno attraversato rivoluzioni, salotti e palcoscenici, lasciando tracce profonde nel tessuto della nazione. Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano le riporta al centro, perché la memoria è specialmente un atto di giustizia.
In occasione della Festa Internazionale della Donna, dal 6 all’8 marzo 2026, il Museo promuove due appuntamenti e una visita guidata, dal titolo Trame di donne. Storie, passioni e impegno dal Risorgimento a oggi. Tre giorni, tre modi diversi di raccontare le donne che hanno fatto la storia: attraverso la parola, la musica e i luoghi stessi della memoria.

Il programma degli appuntamenti:
6 marzo 2026 – Margherita 100 anni dopo
Chi era davvero Margherita di Savoia, al di là della corona? Il Professor Pierangelo Gentile (Università di Torino) la racconta nella sua sorprendente complessità, analizzandone il gusto per la moda, la passione per la montagna e l’impegno sociale che ha definito la sua figura ben oltre il titolo regale. Un ritratto unico, in dialogo con il progetto di Palazzo Madama “Donne del Piemonte. Potere, cura, diritti, futuro” in corso a Palazzo Lascaris. L’incontro si terrà alle ore 17.30 in Sala Plebisciti, ad ingresso gratuito e senza prenotazione fino a esaurimento posti.
7 marzo 2026 – Il Musicista e la Contessa
Parigi, anni Ottanta dell’Ottocento. Il giovane compositore Ernest Chausson incrocia la storia della leggendaria Contessa di Castiglione: icona e anticipatrice geniale dell’arte di costruire la propria immagine. Francesca Pilato ha scritto appositamente per il Museo un racconto che prende vita tra lettere e musica, sulla voce narrante di Ornella Pozzi, le note di Francesca Nobile al flauto e Alfredo Castellani al pianoforte. Lo spettacolo andrà in scena in due occasioni nel corso della giornata, alle ore 11.00 e alle 16.00 in Sala Codici e sarà incluso nel biglietto di ingresso al Museo. Per garantirsi un posto, è consigliabile prenotare in anticipo.
7 e 8 marzo 2026 – Donne del Risorgimento
Presenze spesso silenziose, mai secondarie, sono le protagoniste femminili del Risorgimento italiano. Le guide del Museo conducono i visitatori attraverso le sale del Museo alla scoperta del ruolo che ebbero le donne nei processi politici, sociali e culturali del Risorgimento. Le visite si svolgeranno nei due giorni alle ore 11.30, 15.30 e 16.30: il 7 marzo sono gratuite per le donne su prenotazione, incluse nel biglietto d’ingresso, mentre l’8 marzo, giornata di apertura straordinaria fino alle ore 19.00, sia l’ingresso al Museo che le visite saranno gratuiti per tutte.
Le prenotazioni per gli spettacoli e le visite guidate saranno disponibili tramite il sito del Museo e il centralino.
Per ulteriori informazioni:
https://www.museorisorgimentotorino.it/
Numero centralino: +39 011 5621147

Le donne di Ranverso

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Sabato 7 marzo, ore 15.30

 

Una visita alla scoperta delle figure femminili ritratte nei dipinti della chiesa abbaziale

 

Da Barbara a Marta, da Margherita a Maddalena: in occasione della Giornata internazionale della donna, sabato 7 marzo è in programma alla Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, una visita alla scoperta delle figure femminili ritratte nei dipinti della chiesa abbaziale. Partendo dai cicli di affreschi, uno dei più alti esempi di gotico internazionale del Piemonte, si scopriranno le storie di queste sante, in bilico tra avventura e fiaba. 

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Sabato 7 marzo 2026, ore 15.30

Le donne di Ranverso

Costo visita: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

È indispensabile la prenotazione entro il giorno precedente.

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

Uomini si diventa. Nella mente di un femminicida

Teatro Concordia

Venerdì 6 marzo, ore 21

 

Reading contro la violenza sulle donne con Alessio Boni e Omar Pedrini

 

Alessio Boni e Omar Pedrini con Uomini si diventa, Nella mente del femminicida affrontano un viaggio immaginario nella mente del carnefice in uno spettacolo scritto da otto autori, volutamente uomini, che si denunciano come rappresentanti di una categoria.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Venerdì 6 marzo 2026, ore 21

UOMINI SI DIVENTA. Nella mente del femminicida

Con Alessio Boni e Omar Pedrini

Chitarra, musiche e voce Omar Pedrini

Testi di Massimo Carlotto, Andrea Colamedici, Pino Corrias, Edoardo Erba, Maurizio De Giovanni, Marcello Fois, Daniele Mencarelli, Francesco Pacifico

Regia Alessio Boni

Ideato e prodotto da Teatro Carcano

Biglietti: intero 22 euro, ridotto 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

Il femminicida non è un malato, è un figlio sano del patriarcato. È uno di noi, cresciuto come noi, che pensa come noi. Che in maniera più o meno consapevole considera la donna un essere inferiore. Da “proteggere” e ingabbiare, da sminuire, soggiogare, quando non da picchiare, violentare, ammazzare. In Italia ne muore una ogni tre giorni, la stragrande maggioranza per mano di chi dovrebbe amarle. Non si contano i casi di stupro, di botte tra le mura di casa, di aggressioni o catcalling per strada, di plagio psicologico, di violenza economica, di mansplaining, di intimazioni tipo “Stai zitta!”: un sommerso di male che rende metà della popolazione vittima, l’altra metà carnefice. 

Questo progetto è un viaggio. Un viaggio immaginario nella mente del carnefice, che uccide in tanti modi, non solo con un’arma. Un viaggio ideato dal Teatro Carcano, scritto da otto autori, volutamente uomini, e interpretato da me e Omar Pedrini: insieme denunciamo noi stessi come rappresentanti di una categoria, in un momento di autocoscienza collettiva di cui, oggi più che mai, sentiamo il bisogno. Lo inauguriamo il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, ma vorremmo ripeterlo ogni giorno, questo tentativo di affrancamento da un retaggio culturale patriarcale che ci ha formati, con cui abbiamo convissuto fino a ora e che adesso vogliamo provare a smantellare. Perché anche se ogni volta che leggiamo un titolo di cronaca istintivamente pensiamo “Io non sono così, io non lo farei mai”, nel nostro profondo sappiamo che, nel corso di una vita, qualche tipo di sopraffazione nei confronti delle donne, magari inconsapevolmente, l’abbiamo compiuta anche noi.

Alessio Boni

Debora Caprioglio, la tragedia di Artemisia e i femminicidi della nostra epoca

L’INTERVISTA

Appuntamento al teatro Erba per la Festa della Donna

Federico Valdi e Roberto D’Alessandro, che ne ha curato anche la regia, hanno scritto – con occhio attento ai verbali del processo e ai tanti scrittori grazie ai quali si sta ridando una giusta affermazione a una figura di donna-artista per troppo tempo offuscata dal nome paterno, da Anna Banti con il suo notissimo studio-romanzo ai più recenti Alexandra Lapierre e Melania Mazzucco, Costantino D’Orazio e Salvatore Tedesco – “Non fui gentile, fui Gentileschi”, un monologo affidato alla passione e alla bravura di Debora Caprioglio (in veste di produttrice con la società Quadrifoglio Produzioni, come lo è già stata per il precedente “Callas d’incanto”, proprio di questi mesi è la stesura del nuovo “L’elefante e la colomba”, stessi autori, sulla relazione tra Frida Kahlo e Diego Rivera) che porta Artemisia in palcoscenico da circa tre anni: un testo drammatico, “secco” lo ha definito qualcuno, che sviscera la più importante pittrice del Seicento. Figlia di un padre, Orazio, che fu un maestro messo di fronte al talento della figlia, da un’iniziale preparazione dei colori come a quella delle tele, dalla purificazione degli oli al confezionamento dei pennelli di setole e pelo animale, iperprotettivo come paternamente interessato al suo successo (scriverà alla Granduchessa di Toscana: “Mi ritrovo una figliuola femina con tre maschi, e questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nella professione della pittura, in tre anni si è talmente appraticata, che posso ardir de dire che hoggi non ci sia pare a lei”) e artefice di un matrimonio riparatore all’indomani delle torture e del processo contro Agostino Tassi (“serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto”), padre con cui coltivò rapporti filiali per affievolirli dopo quell’episodio che avrebbe segnato per sempre la sua esistenza e l’avrebbe spinta a trovare una propria piena indipendenza, in seguito tra Genova e Londra e Napoli.

Debora, in un’intervista hai detto che questo è uno spettacolo “secco”. Lo vuoi inquadrare meglio?

Tutta la parte finale dello spettacolo è il resoconto esatto degli atti del processo, abbiamo messo a sedere Artemisia su uno sgabello, ben ferma, le mani in grembo, priva di qualsiasi movimento, a descrivere tutto il suo strazio di donna oltraggiata. L’azione non coinvolge soltanto me come interprete ma bensì il pubblico tutto: in quel momento so di catturare la sua attenzione e di averlo portato dentro la storia, per cui anche chi non ha una smodata passione verso questi fatti o certe conoscenze nei confronti di un clima sociale che coinvolgeva non poco le leggi dei tribunali, rimane necessariamente coinvolto. Quando mi sono documentata per mettere in scena il testo, a dare voce ad un carattere tanto deciso e determinato e tormentato, confrontandomi con vari critici d’arte, mi sono resa conto che quell’episodio ha continuato a essere il punto di riferimento di una intera esistenza, al di là della eccezionalità della sua pittura, alla difficoltà nel voler esercitare una professione da cui nel suo secolo la donna era del tutto bandita, al privilegio, prima donna a goderne, di essere ammessa nel luglio 1616 alla prestigiosa Accademia delle arti del disegno di Firenze. Ne abbiamo cavato fuori – continua l’attrice che porterà il monologo domenica 8 marzo alle ore 16 all’Erba – tutta la drammaticità e la tragedia di questa donna, schiacciata da un mondo in cui sono compresi – d’un modo ben visivo e affermativo – esclusivamente gli uomini, che tracciano e dispongono, che dopo un processo per stupro, accompagnato da torture che avevano il fine di precluderne la futura professione e umilianti visite genealogiche e dalla presenza di falsi testimoni, vide la condanna dell’imputato risolversi in un nulla di fatto.”

Inevitabile che la vicenda di Artemisia porti a parlare non soltanto della sua epoca ma anche della donna di oggi, della violenza, dei femminicidi.

È una eterna lotta contro i soprusi. Anzi, ci stiamo avvicinando a fare un discorso di sopravvivenza, di quotidiane rivendicazioni. Ci siamo accorte che il vaso è colmo e che da qualche parte deve riversarsi, che è necessario reagire. Magari con gesti che per un attimo possono apparire esteriori, come le distese di scarpe rosse sulle piazze, o con certe etichette o slogan che non mi sono mai piaciuti. Io farei piuttosto un discorso di “donne” più che di femmine. Stiamo vivendo da alcuni anni, e in questi giorni si sta acuendo, una situazione molto preoccupante: e quella della donna non è da meno, io non posso pensare che arrivati al 2026 dobbiamo ancora leggere di continue uccisioni di donne, di compagne, di madri. Cosa necessaria è il rafforzamento delle pene, che troppe volte non sono pareggiabili agli atti di certi uomini.”

Nel monologo fai dire ad Artemisia “siamo fortunati a vivere di ciò che abbiamo”: ti riconosci in quelle parole?

È una frase che può andare benissimo per la Callas, altro personaggio che mi è piaciuto affrontare attraverso le confessioni della sua cameriera, o per Artemisia come per me, certamente. I miei inizi di attrice sono stati sicuramente chiacchierati, ho attraversato con Tinto Brass il cinema erotico e con lui, dopo “Paprika”, nel ’91, ho proprio debuttato all’Erba con “Lulu” di Wedekind, con Kinski e Lamberto Bava quello horror, con Castellano e Pipolo la commedia. Poi ad un certo punto ho voluto rivolgere la mia attività in ben altra direzione e mi sono affidata a Francesca Archibugi per “Con gli occhi chiusi” o a Ugo Chiti per “Albergo Roma”; o anche alle piccole partecipazioni, come quella fatta con Peter Greenaway per quel “Ripopolare la reggia” che ancora oggi potete vedere all’interno delle sale della reggia di Venaria, o alle grandi fatiche buttandomi in una “Isola dei famosi” che mi ha visto arrivare seconda: sino a trovare nel teatro una vera ragion d’essere e un successo bello e appagante. Un teatro fatto di quella disciplina che mi hanno insegnato i miei maestri, Mario Scaccia o Branciaroli o Mariano Rigillo, un teatro che è incontro quotidiano, che ti lascia esprimere il racconto o la passione di quel che facciamo, che ti porta a considerare maggiormente la tua maturazione di donna e di attrice, che magari a volte può non appagarti come vorresti per quel che riguarda il lato economico, ma dove le soddisfazioni sono più grandi, più immediatamente tangibili.”

Arrivata a questo punto, anche in fatto di libertà imprenditoriale, di personalità accresciuta, meglio il monologo o la vita all’interno di una compagnia, di coabitazione, di tournée?

Con il primo mezzo ti ritrovi sola in scena, capisci che la responsabilità è maggiore, che tutta una sala è venuta a vedere soltanto te, la macchina che devi guidare è in mano soltanto a te. Ti misuri veramente con la tua condizione di donna e di attrice e devi dare tutta te stessa. Come allo stesso modo considero vero quanto io ami lavorare in squadra, confrontarmi con gli altri ogni sera, ami la compagnia e lo spostarsi di piazza in piazza, di sala in sala, saggiare con i miei colleghi pubblici nuovi. Perché io sono un animale sociale.”

Elio Rabbione

Il Museo MIIT inaugura la mostra dedicata a Maria Pavlovska 

Dal 5 al 21 marzo il Museo MIIT, Museo Internazionale di Italia Arte, e la Galleria Folco dedicano una mostra internazionale alle donne, come ogni anno, in questo periodo.
Lo fanno organizzando quest’anno l’esposizione dal titolo “Visioni di donna”, la cui inaugurazione sarà  accompagnata dal libro di Vania Perale “Vorrei rinascere cormorano” della Phasar Edizioni.
Il Museo MIIT dedica una mostra alle donne, in occasione della loro festa e in considerazione delle tante problematiche di attualità che la società contemporanea esprime e su cui è necessaria una riflessione, per porre in essere adeguate misure sociali e culturali.
L’Arte può fare molto in questo settore  ed è per questo che il Museo MIIT da sempre cura esposizioni tematiche per sollecitare un cambiamento e promuovere una nuova e virtuosa cultura in merito all’universo femminile. Come in occasione del 25 novembre giornata Internazionale contro la violenza  sulle donne, anche in questo frangente la figura femminile diventa protagonista della mostra del MIIT, permettendo al pubblico di scoprire un universo artistico in continuo sviluppo e movimento. Non sono in mostra soltanto opere dedicate alla figura femminile, ma si tratta di un percorso emozionale che trova, nell’astrazione e nella scomposizione della forma, elementi profondi per esprimere interiorità e sensazioni. La mostra collettiva è accompagnata dalla importante esposizione personale delle opere di Maria Pavlovska, una tra le maggiori esponenti artistiche del panorama internazionale.
Il Museo MIIT presenta, infatti, la prestigiosa personale di Maria Pavlovska, che inaugura giovedì 5 marzo alle ore 18.

“Maria Pavlovska è  un’artista contemporanea ormai matura e risolta –  spiega il direttere del Museo MIIT e Italia Arte Guido Folco – perfettamente inserita nel contesto internazionale grazie alle sue molteplici presenze espositive nei principali appuntamenti artistici in tutto il mondo. In Asia, Stati Uniti, da Skopje a Lubiana, a Belgrado, Vienna, Berlino, Parigi, New York, Manila, Miami, Venezia, Firenze e Torino, la sua arte affronta i temi della polarizzazione e del globalismo, tanto cari alla società contemporanea.
L’arte di Pavlovska considera la pittura come un’estensione della propria esistenza, tra ombre, luce, felicità  e dolore, ed è  per questo che la sua arte  assume significati così intensi e personali, intimi e potenti, rappresentando nel profondo la propria energia vitale, tra sogni, speranze, esplosioni di vitalità e rarefatti momenti di meditazione.

L’artista incarna perfettamente, con il suo lavoro, lo spirito della società contemporanea, sempre in bilico tra salvezza e dannazione e nel contrasto tonale e cromatico assoluto delle sue composizioni si trova riflesso il senso della vita, in un dialogo continuo tra realtà e illusione. Nei segni rapidi, gestuali, essenziali che squarciano le tenebre di fondo delle sue opere maggiori pare si possa leggere un alfabeto dell’anima, in cui l’artista si esprime attraverso un linguaggio cifrato, criptico che narra moltissimo della sua interiorità.
Il bianco e il nero, il movimento vorticoso e continuo del segno altro non sono che il simbolo atavico dell’armonia e della complessità inafferrabile dell’universo, del confronto e del completamento degli opposti, in una sorta di bilanciamento dell’energia vitale e  creativa. L’osservatore può perdersi nel mondo poetico e creativo dell’artista, può ritrovare un po’ di sé stesso, alla continua ricerca dell’Io , dell’essenza dell’Essere.
L’utilizzo da parte della Pavlovska, sia nei disegni, sia nelle opere maggiori, di colori puri come il bianco e il nero, la rende immediatamente riconoscibile a livello internazionale.
Nel movimento inarrestabile del gesto l’artista declina il procedimento stesso della creazione, sempre in divenire e basata sugli opposti, sull’idea di una sperimentazione che si fa vita e materia, percorso esistenziale e ricerca.
Luce e buio, pieno e vuoto, bianco e nero si alternano, si  sovrappongono, si scontrano in un disegno meditato,  “sentito” dall’artista, mai casuale  poiché una tela o un  foglio di carta diventano l’espressione della propria esistenza su cui modulare emozioni e sentimenti.

Spazio, tempo, misura, infinito sono altri elementi fondanti l’arte di Maria Pavlovska. È  nella fusione e nell’interpretazione di tali elementi  che Maria scopre il senso della creazione della vita, dell’identità umana e divina. La sua è  arte spirituale perché va alla ricerca dello spirito umano,  cercando di cogliere l’essenza e la sintesi in un viaggio alla scoperta di sé stessa e dell’altro. Maria Pavlovska è  quindi da annoverare tra le massime interpreti dell’arte contemporanea internazionale sia per la sua potente espressività concettuale, sia per il suo corrente e sperimentale percorso che va ad unire la nuova espressività internazionale con la storia e gli esiti dei grandi maestri”.

Dal 5 al 21 marzo 2026 Museo MIIT Torino, corso Cairoli 4

Orario da martedì  a sabato 15.30-19.30

Appuntamenti per visite guidate e scolaresche

Info 0118129776

www.museomiit.it

Mara Martellotta

EXPOSED Torino Photo Festival: “Mettersi a nudo”

 

Novità del 2026 la direzione artistica di Walter Guadagnini con la cura e la realizzazione di CAMERA

Torino ospiterà dal 9 aprile al 2 giugno prossimo la terza edizione di EXPOSED – Torino Photo Festival, il cui tema scelto per quest’anno è “Mettersi a nudo”, un invito a guardare dentro di sé e oltre le apparenze, interrogando la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile. Questo sguardo attraversa l’intero programma del festival, che si articola in mostre temporanee, incontri, eventi e iniziative diffuse, capaci di coinvolgere istituzioni e artisti nazionali e internazionali, animando alcune delle principali sedi torinesi e dei suoi spazi architettonici di pregio che si trovano nell’intero perimetro della città.

“Mettersi a nudo” diventa così non solo svelamento fisico, ma gesto simbolico e autentico per liberarsi dalle sovrastrutture, mostrarsi per ciò che si è e osservare se stessi e gli altri senza filtri. Una tensione che la fotografia, più di ogni altro linguaggio, sa rendere concreta nella verità di un volto, di un paesaggio, di un corpo e nella pluralità degli sguardi che attraversano i medesimi.

La cabina di regia che promuove la terza edizione di EXPOSED è molto ampia, e dimostra la vocazione di Torino come “città della fotografia”. Vi fanno parte la Città di Torino, Regione Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, in sinergia con Fondazione Arte CRT e Intesa Sanpaolo, e coordinata dalla Fondazione per la Cultura Torino, ed è curata e realizzata da CAMERA – Centro italiano per la fotografia.

Il festival segna un passaggio di fase e definisce con maggiore chiarezza la propria identità, affidando la direzione  artistica a Walter Guadagnini, tra le voci più autorevoli della fotografia contemporanea italiana e internazionale.

“Un festival per la città, un festival con la città – ha dichiarato Walter Guadagnini – questo vuole essere la terza edizione di EXPOSED, la grande kermesse che arricchisce Torino di un grande appuntamento fotografico. Per la città, per offrire la possibilità ai torinesi e a chiunque si trovi in Piemonte di vedere mostre sorprendenti, che vanno dallo storico al contemporaneo, dall’Italia al resto del mondo, per confermare Torino come il centro della fotografia nel nostro Paese. Con la città, perché il festival non si manifesterà solo nei musei e negli spazi espositivi, ma anche nelle strade, sotto i portici, in una cancellata, in una edicola e persino in un parcheggio. Tanti luoghi, tantissime immagini, tante storie di ieri e di oggi attraverso gli sguardi di autori e autrici celebri o sconosciuti, di giovani emergenti e di maestri storicizzati, una festa dove la fotografia mette a nudo le sue diverse anime inventando e raccontando il mondo”.

Il programma prevede 18 mostre temporanee indoor e outdoor, incontri, proiezioni e altri eventi realizzati grazie al coinvolgimento delle principali istituzioni torinesi, delle realtà indipendenti e dei protagonisti della scena artistica italiana. Il programma delle mostre indoor si articola in un percorso diffuso che attraversa alcune delle principali istituzioni della città, in quello che si potrebbe definire un vero e proprio “miglio della fotografia”, all’interno del quale sarà possibile passeggiare incontrando la fotografia nelle sue diverse forme. Il percorso costruisce una trama espositiva capace di mettere in relazione autori affermati e pratiche contemporanee, sguardi storicizzati e ricerche emergenti.

“Il miglio della fotografia” inizia da CAMERA, dalla sua Project Room, con la mostra di Toni Thorinbert dal titolo “Donne in vista”, una selezione di fotografie dedicate alla figura femminile scattate dal fotografo svizzero negli oltre 30 anni di carriera. Il progetto, nato da un’idea di Luca Beatrice, rappresenta un omaggio di Thorinbert e Guadagnini all’amico prematuramente scomparso. La cripta di San Michele Arcangelo presenterà l’ampia produzione fotografica del regista greco Yorgos Lanthimos, a cura di Giangavino Pazzola; il Museo Regionale di Scienze Naturali ospiterà la mostra dedicata a Bernard Plossu, dal titolo “Dopo l’estate”, a cura di Walter Guadagnini; il Circolo del Design accoglierà una mostra che riunisce tre serie del fotografo inglese Dean Chalkley, a cura di Walter Guadagnini; al Museo Nazionale del Risorgimento italiano, la mostra “Viva le donne. Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti”, curata da Giangavino Pazzola, celebra uno dei più importanti sguardi sulla nascita del movimento femminista italiano, con un focus particolare su quello romano degli anni Settanta; alle Gallerie d’Italia – Museo di Intesa Sanpaolo si potrà visitare dal 10 aprile al 6 settembre prossimo la mostra “Diana Markosian. Replaced”, a cura di Brandel Estes. Infine, all’Archivio di Stato di Torino, troveranno sede due mostre: la prima dal titolo “Messi a nudo. August Belloc, Wilhelm von Gloeden, Carlo Mollino”, curata da Barbara Bergaglio, che esplora l’opera di tre figure chiave del mondo della fotografia. La seconda esposizione è dedicata a Ralph Gibson, dal titolo “Self exposed”, curata da Giangavino Pazzola, presenta una selezione di 70 opere che, attraverso oltre 50 anni di carriera, rendono omaggio a uno dei grandi maestri della fotografia del Novecento.

Le mostre outdoor estendono il festival nello spazio urbano, trasformando Torino in una piattaforma espositiva diffusa in cui la fotografia entra in dialogo diretto con l’architettura, i flussi quotidiani e le geografie sociali della città. Interventi eterogenei per scala e linguaggio che, nel loro insieme, ridefiniscono il rapporto tra immagine e spazio pubblico, tra visione e attraversamento. Alcune di queste mostre si trovano all’interno del “miglio della fotografia”, fungendo come una sorta di basso continuo visivo tra una serie e l’altra delle mostre indoor, mentre altre si sviluppano in un’area molto più ampia. Le mostre outdoor troveranno collocazione nella corte di Palazzo Carignano, dove il 2 aprile aprirà “Torino 4×4. Immagini per una nuova era” a cura di François Hébel e Marco Rubiola; il portico di Palazzo Carignano, su piazza Carlo Alberto, ospiterà due progetti outdoor; sotto i portici di piazza San Carlo, Paolo Ventura presenterà “Acrobati 2020-2025”, lavoro realizzato appositamente per questa occasione e curato con Walter Guadagnini.

I portici nord di via Po, da piazza Castello a via Rossini, ospiteranno “5000 lire per un  sorriso. Fotografie dal concorso dell’azienda cosmetica GI.VI. EMME 1939-1941”, esposizione curata da Barbara Bergaglio, che curerà anche una mostra dal titolo “La città in fotografia, la fotografia in città”, ospitata nella cancellata del giardino storico del Palazzo dal Pozzo della Cisterna.

Il Museo Nazionale del Cinema, sulla cancellata della Mole Antonelliana, presenterà l’esposizione “Fuoricampo. Il cinema svelato”, con venti immagini di grande formato tratte dalle proprie collezioni.

Cripta 747 presenterà al piano -2 del parcheggio sotterraneo Valdo Fusi la mostra “Mark Leckey. Catabasis”, curata da Caterina Avataneo, lavoro fotografico che esplora il sottosuolo come dimensione dell’immaginario collettivo.

Ventisei cimase diffuse per la città ospiteranno “I Tuffatori”, a cura di Walter Guadagnini: una mostra collettiva a cielo aperto che si sviluppa su ventisei superfici urbane dedicata a giovani autrici e autori.

“EXPOSED torna a Torino con un programma eccezionale e diffuso – afferma l’assessora alla Cultura della Città di Torino, Rosanna Purchia – che quest’anno ha saputo coinvolgere il meglio della fotografia. La possibilità di ospitare un festival internazionale di questo livello è una ricchezza importante da promuovere, anche per l’impatto attrattivo che un’offerta culturale di prestigio esercita sul comparto turistico. Questo grande appuntamento si è sviluppato grazie a un importante lavoro di squadra, ampio e sinergico, che ha coinvolto soggetti, pubblici e privati, uniti da un obiettivo comune: quello di costruire un festival internazionale capace di parlare al presente e alla comunità”.

Mara Martellotta

Giornata della Donna alla GAM, al MAO e a Palazzo Madama

Domenica 8 marzo 2026

Ingresso ridotto alle collezioni e alle mostre temporanee di GAM, MAO e Palazzo Madama

per tutte le visitatrici in occasione della Giornata Internazionale della donna

 

La Fondazione Torino Musei celebra la Giornata Internazionale della Donna con una tariffa promozionale dedicata alle visitatrici di GAM, MAO e Palazzo Madama.

Domenica 8 marzo tutte le donne che sceglieranno di trascorrere qualche ora circondate dall’arte e dalla bellezza potranno usufruire della tariffa ridotta per visitare le collezioni permanenti dei tre musei e le esposizioni temporanee Notti. Cinque secoli di sogni, stelle e pleniluniLinda Fregni Nagler. Anger Pleasure FearElisabetta Di Maggio. Frangibile Lothar Baumgarten. Culture Nature alla GAMChiharu Shiota: The Soul Trembles e Zanabazar. The Wisdom of the Steppes al MAOMonumenTO, Torino Capitale, Vermeer. Donna in blu che legge una lettera Il castello ritrovato Palazzo Madama.

Un’ampia scelta per celebrare al meglio questa giornata, dedicando del tempo a sé stesse.

A completare l’offerta culturale, un ricco programma di visite guidate tematiche a cura di Coopculture:

GAM

ore 11:00 | Insolite Muse

Acquisto online sul sito fino a esaurimento posti disponibili.

 

MAO

ore 14:00 | Chiharu Shiota: The Soul Trembles

ore 11:30 | Donne da Oriente

ore 15:30 | Dee da Oriente

Acquisto online sul sito fino a esaurimento posti disponibili.

PALAZZO MADAMA

ore 11:00 | A tu per tu con un capolavoro: Vermeer a Palazzo Madama

ore 15:30 | Donne da scoprire

Acquisto online sul sito fino a esaurimento posti disponibili.

Informazioni t. 011 19560449 oppure ftm.prenotazioni@coopculture.it

Il Libraccio come luogo di incontro culturale per la città

 

Con un ciclo di incontri dedicati la libreria Libraccio Torino si propone come spazio di dialogo tra libri, autori e pubblico.

In una città come Torino, dove il libro continua a essere un punto di incontro tra cultura, pensiero e vita civile, le librerie non sono soltanto luoghi di vendita ma spazi di relazione e di dialogo. Ne Parliamo con Matteo Parlascino oggi responsabile degli acquisti delle novità e dell’organizzazione eventi per le sedi torinesi di Libraccio.

Perché una libreria oggi sceglie di essere presidio culturale e non solo punto vendita?
Perché crediamo che la cultura debba essere abitata. Essere un presidio significa trasformare i nostri negozi in uno spazio pubblico di confronto: non vendiamo solo oggetti, ma ci proponiamo di offrire il contesto e gli strumenti per comprenderli. Il nostro obiettivo è che chiunque entri in una libreria Libraccio ne esca con una domanda in più o una certezza in meno.

Quando avete deciso di diventare luoghi di incontro?
È un’identità che Libraccio porta avanti da tempo in tutta Italia. La scelta di consolidare un calendario strutturato anche a Torino è una prova di maturità: abbiamo voluto superare la logica degli eventi sporadici per creare percorsi coerenti e continuativi. Vogliamo che il Libraccio sia riconosciuto come un’officina di pensiero costante e affidabile per il territorio torinese.

Che tipo di pubblico desiderate coinvolgere?
Puntiamo a un pubblico intergenerazionale. Passiamo dai laboratori per genitori con la pedagogista Giulia Morlacco al coinvolgimento dei giovani su temi caldi come i diritti e l’identità in cicli come Road to Pride. Vogliamo essere un punto di riferimento tanto per le famiglie, quanto per chi cerca un dibattito civile e attuale.

In che modo questi eventi rafforzano il legame con il territorio?
Dando voce alle questioni che toccano da vicino l’anima della città. Un esempio perfetto è l’incontro del 6 marzo in via Ormea. Presenteremo L’ultimo operaio di Niccolò Zancan insieme all’On. Marco Grimaldi. Non è una semplice presentazione: è una discussione necessaria sul lavoro e sulla dignità in una città che ha nell’identità operaia le sue radici e, spesso, le sue ferite. Portare questi temi in libreria significa dire alla comunità: “Siamo qui per riflettere insieme su chi siamo oggi”.

Collaborate con realtà locali o associazioni?

Sì, questa è la linfa della nostra strategia operativa. Proprio il 2 aprile (DA DEFINIRE!) ospiteremo un tavolo sulla cittadinanza attiva. Metteremo a confronto la riflessione istituzionale di Simone Fissolo, autore di Voto dunque sono, con l’esperienza concreta dell’AGS (Associazione Giovani Salesiani) e del progetto Madama Giotto. L’idea è far dialogare la teoria della democrazia con la pratica di chi trasforma ogni giorno lo spazio urbano ai Giardini Anglesio. Il ruolo del Libraccio vuole essere proprio in questo dialogo, favorendolo.

Cosa distingue il vostro modello rispetto ad altre realtà?
Credo ci distingua la nostra trasversalità e la capacità di non mettere barriere. Siamo una piattaforma aperta che mescola linguaggi diversi: possiamo passare dal firmacopie pop in via Santa Teresa alla riflessione sociologica o scientifica in via Ormea. Questa pluralità è la nostra forza.


Gli eventi sono parte di una strategia di evoluzione del brand?

Più che di un’evoluzione, parlerei di una conferma della nostra identità. Libraccio promuove incontri in tutta Italia da anni e nell’ultimo anno le iniziative si sono moltiplicate, andando ad integrare nell’offerta anche attività di comunità alternative alle tradizionali presentazioni. È nel nostro DNA unire il mercato del libro — storicamente legato all’usato e all’accessibilità — con la creazione di spazi di dibattito. A livello locale, il nostro impegno è far sì che questa missione nazionale si traduca in valore concreto per Torino. Chi entra nelle nostre librerie sa che non sta solo acquistando un volume a buon prezzo, ma sta entrando in un ecosistema che si propone di restituire cultura al quartiere.

Come immagini l’evoluzione del Libraccio nei prossimi anni?

Qui a Torino, così come altrove, lo vedo rafforzare il suo ruolo di hub culturale diffuso. Non un unico centro, ma una rete di sedi che dialogano tra loro e con i rispettivi quartieri: San Salvario, Centro e Borgo San Paolo. Ci proponiamo di essere il luogo dove le persone si sentono autorizzate a partecipare, a prendere la parola e a riscoprire il valore profondo dell’essere cittadini attivi.

“Incontro con il capolavoro”, Jan Vermeer a Palazzo Madama

Per oltre quattro mesi  Torino ospita un’opera – icona seicentesca del maestro del “secolo d’oro” olandese

Dal 5 marzo al 29 giugno

Sono state soprattutto le donne, quelle rappresentanti la più semplice intimità domestica, i soggetti ispiratori delle sue tele. Ritratte solitamente in interni (“vere nature morte con esseri umani”), con quegli altalenanti effetti di luce che arrivano sempre, si è notato, da sinistra – probabilmente la parte del suo studio munita di finestre – e che riescono perfino “a rappresentare l’umidità dell’aria”. E allora ecco, su questa linea, anche quella magnifica, lineare “Donna in blu che legge una lettera”, arrivata a Torino in “Palazzo Madama”, dove resterà in esposizione al pubblico in “Sala Atelier” da giovedì 5 marzo a lunedì 29 giugno, proveniente dal “Rijksmuseum” di Amsterdam. Olio su tela, databile intorno al 1663, il dipinto porta la firma di Jan (Johannes) Vermeer (Delft, 1632 – 1675), esponente di spicco del “secolo d’oro” della pittura olandese, e si presenta come prima opera del Progetto “Incontro con il capolavoro”, nuovo ciclo espositivo – a cura di Clelia Arnaldi di BalmeAnna La Ferla e Giovanni Carlo Federico Villa, rispettivamente “conservatrice”, responsabile “sezione didattica” e “direttore” di “Palazzo Madama” – dedicato ai grandi protagonisti della storia dell’arte antica e moderna. E’ questa la prima volta che Torino accoglie in uno dei suoi “santuari” espositivi, un’opera di Vermeer, artista (allievo di quel Carel Fabritius, tra i più dotati discepoli di Rembrandt) collocabile sicuramente ai vertici più alti della pittura europea del Seicento. L’opera passò per varie Collezioni private, finché, nel 1839, venne acquistata dal banchiere Adriaan van der Hoop, che la donò in seguito alla Città di Amsterdam, con l’intera sua raccolta di 225 dipinti ( tra cui, pare, anche la “Sposa ebrea” di Rembrandt). Al “Rijksmuseum” arrivò nel 1885, primo quadro di Vermeer nelle sue Collezioni.

Ben chiaro il soggetto, suggerito dallo stesso titolo. Il dipinto rappresenta una giovane donna dalla figura statuaria intenta a leggere una lettera e presumibilmente incinta data la morbida rotondità del ventre e la casacca blu – giacca da letto – chiusa da piccoli fiocchi dello stesso colore. Chissà? Forse la missiva l’ha interrotta nell’esercizio delle attività quotidiane, come parrebbe indurre il libro e la collana di perle posata sul tavolo e che magari stava per indossare. L’atmosfera è silente ed essenziale, in quella sua “esaltazione della quotidianità” che è cifra costante della narrazione segnica e cromatica (tutta giocata sui toni dell’azzurro – bluastre anche le ombre sulla parete – del giallo e dell’ocra) dell’artista olandese. La ragazza è in piedi, vicino a un tavolo, in parte coperto da un drappo, accanto a due sedie con borchie; alle sue spalle il muro è in parte coperto da una grande “carta geografica della Frisia e dell’Olanda occidentale, realmente esistita (disegnata nel 1620 da Balthasar Forisz van Beckenrode e pubblicata da Willem Jansz Blaeu, qualche anno dopo) e che compare anche in un altro dipinto di Vermeer, in quel “Soldato con ragazza sorridente”, databile intorno al 1658 e conservato nella “Frick Collection” di New York.

“L’esposizione – annotano i curatori – propone una lettura di Vermeer e della sua opera non solo come ‘maestro della luce’ e degli ‘interni domestici’, ma come autore di una autentica ‘pittura mentale’, il cui fulcro visivo è la ‘macchia azzurra’ dell’abito della giovane, che domina l’intera composizione con una forza silenziosa e magnetica”. “Il blu – proseguono – non è un semplice elemento cromatico, ma un vero campo di energia visiva … ottenuto attraverso l’utilizzo di un pigmento raro e prezioso, il ‘lapislazzuli’, importato attraverso le grandi rotte commerciali che collegavano l’Europa all’Asia”. Concepito, al di là della semplice lettura estetica,  come occasione preziosa di studio ed approfondimento, l’allestimento del dipinto è accompagnato da pannelli tematici dedicati nello specifico alla conoscenza della “pittura olandese” e a quella sua certosina capacità di rappresentare il “reale”, arrivando finanche all’uso della “camera obscura” che permetteva a Vermeer (e a molti altri artisti fiamminghi come Van Eyck o, in epoca barocca, allo stesso Caravaggio e a Velàzquez) una sorprendente precisione “fotografica” e fisiognomica, accanto ad alcuni effetti “fuori fuoco”, tipici proprio della moderna “tecnica fotografica”.

L’allestimento è inoltre provvisto di una tavola con riproduzione del dipinto in alta definizione e disegno in rilievo: tramite tre “Qrcode” è possibile accedere a una descrizione audio in “lingua italiana” e “inglese” e a una descrizione in “LIS – Lingua dei Segni Italiana” con sottotitolazione.

Gianni Milani

“Vermeer. Donna in blu che legge una lettera”

Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica, piazza Castello, Torino; tel. 011/4433501 o www.palazzomadamatorino.it . Dal 5 marzo al 29 giugno; Orari dal lun. alla dom. 10/18. Chiuso il martedì

Nelle foto: Johannes Vermeer “Donna in blu che legge una lettera”, olio su tela, ca. 1663; Particolare allestimento (Ph. Perottino)

Al Teatro di Monteu da Po fino al 22 marzo “Una vita per il jazz”

Dal 28 febbraio  al 22 marzo prossimo Monteu da Po , nel suo Teatro Comunale, ospita una mostra dal titolo “Una vita per il jazz”, promossa da ErreMusica A.P.S. con il patrocinio del Comune di Monteu da Po, in collaborazione con AICS Comitato Provinciale di Torino.

L’esposizione pone in dialogo due linguaggi artistici la pittura digitale e la fotografia,  per raccontare l’irrepetibilità della musica dal vivo attraverso lo sguardo di Sarah Bowyer e Toni Laminarca. La  mostra  nasce dall’esperienza promossa da AICS Comitato Provinciale del Memorial dedicato a Sergio Ramella, figura centrale nella storia del jazz italiano, musicista e promotore culturale,  capace di creare reti, incontri e nuove possibilità espressive sul territorio torinese.
Dalle sonorità di quel primo concerto tributo prende forma una narrazione visiva, costituita dai dipinti digitali realizzati live da Sarah Bowyer durante l’esecuzione musicale alle fotografie d’autore  di Toni Laminarca, testimoni dell’energia e dell’intimità dell’improvvisazione.
Pennellate e scatti concentrati sugli stessi soggetti restituiscono prospettive differenti e complementari, facendo emergere un dialogo potente dove l’immagine non è  solo puro documento , ma interpretazione e trasformazione del gesto musicale in esperienza emotiva condivisa.
“Una vita per il jazz” diventa così una riflessione sull’ improvvisazione come atto creativo e sulla capacità della musica di generare, in ognuno di noi, una dimensione unica e inattesa.

Toni Laminarca rappresenta un punto di riferimento della fotografia jazz a Torino  e, con uno sguardo discreto e profondo, è stato capace di raccontare per anni concerti, musicisti e festival, contribuendo alla costruzione della memoria visiva della scena jazz torinese e piemontese.
Le sue immagini in bianco e nero trasformano il gesto musicale in un racconto umano.

Sarah Bowyer, artista britannica diplomata all’Accademia di Belle Arti di Torino, ha sviluppato un percorso internazionale che attraversa arti visive, scenografia digitale, performance e collaborazioni con il mondo della musica e del teatro.
La sua ricerca unisce tecnologia e sensibilità pittorica, dando forma a performance visive realizzate in tempo reale durante l’esecuzione musicale.

Mara Martellotta