CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Fondazione Sandretto, quattro mostre aprono la primavera

Quattro mostre celebrano la ripresa primaverile alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugurando il 15 aprile prossimo

Inaugurazione contemporanea di quattro mostre personali alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Diego Marcon, Xin Liu, June Crespo e Lenz Geerk, che saranno visitabili fino all’11 ottobre, con l’eccezione di quella di Marcon, che chiuderà  il 2 agosto prossimo.
Ad aprire le danze sarà la mostra dal titolo “Exhaust” , prima personale in Italia dell’artista Xin Liu, realizzata in collaborazione con K11 Art Foundation Hong Kong e con la consulenza editoriale di Hans Ulrich Obrist.
La mostra esplora le conseguenze delle aspirazioni tecnologiche  e scientifiche concentrandosi sui loro residui, detriti spaziali, materiali degradati, codici e organismi alterati.
Attraverso film, installazioni e nuove opere, l’artista riflette su ciò che resta dopo il fallimento delle promesse di progresso, trasformando scarti e obsolescenza in possibilità generative.
Di Diego Macron è la mostra dal titolo “Krapfen”, la prima opera prodotta grazie al New Futures Production Fund, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo  e il New Museum di New York. Il video ha per protagonisti un ragazzetto dal genere ambiguo e quattro indumenti, un paio di guanti, un foulard, dei pantaloni e un maglione. All’ambientazione fanciullesca si accompagna un’atmosfera allarmata e perturbante, in cui un krapfen sembra diventare l’espediente per chiamare in scena emozioni di terrore e annientamento.

“Theatre of the mind” di Lenz Geerk, artista nativo di Basilea, rappresenta la prima personale in un’istituzione italiana dedicata alla pittura di questo artista, che presenta figure,  oggetti, paesaggi immersi in atmosfere silenziose e introspettive. Attraverso colori delicati e composizioni sospese, i dipinti esplorano stati psicologici e momenti intimi, dove il significato emerge da sottili tensioni emotive piuttosto che da narrazioni esplicite.

Anche l’esposizione “Danzante” di June Crespo, a cura di Bernardo Follini, rappresenta la prima mostra istituzionale italiana dell’artista, che riunisce sculture e installazioni, capaci di dialogare con il corpo e la percezione del visitatore.
Realizzata in collaborazione con la Secession di Vienna e il MO.CO di Montpellier, la mostra di June Crespo riunisce sculture e installazioni che dialogano con il corpo e la percezione del visitatore. I lavori, ispirati alle forme di fiori come iris e uccelli del paradiso, indagano materiali, superfici e texture al fine di creare esperienze fisiche e sensoriali che evocano vitalità, frammentazione e presenza.

L’inaugurazione si terrà giovedì 15 aprile alle ore 19, accompagnata da un talk di inaugurazione dal titolo “Framing Problems/Biennale della Tecnologia”, nell’ambito del quale interverranno Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Guido Saracco, Massimiliano Gioni, Hans Ulrich Obrist, Xin Lui e Diego Marcon. Ingresso libero.

Mara Martellotta

Ottimo bilancio per le giornate inaugurali di EXPOSED 

Sono 5 mila le persone che, nei quattro giorni inaugurali, hanno scaricato il pass per visitare le mostre di EXPOSED Torino Photo Festival, molte delle quali inserite nel “Miglio della Fotografia”, il percorso espositivo diffuso che collega alcune tra le principali istituzioni culturali torinesi. Positiva anche la partecipazione del pubblico al calendario di incontri, letture portfolio, screening ed eventi nello spazio urbano dal 9 al 12 aprile.

“Sono felice di questo inizio di festival, del clima che abbiamo respirato nei giorni di inaugurazione tra le tante mostre, gli incontri con grandi della fotografia come Ralph Gibson e le letture portfolio, la serata a Le Roi, dove alla console si sono alternati un grande dj come Eddie Piller e un fotografo del calibro di Dean Chalkley, e le passeggiate per scoprire le foto in città tra commenti del pubblico estremamente positivi – ha dichiarato il direttore artistico del festival, Walter Guadagnini – i dati di download dei pass sono molto buoni, ma non sono tutto, se consideriamo che solo le presenze registrate a CAMERA e alle Gallerie d’Italia, nel weekend inaugurale, sono state di oltre 3 mila e 500 e di oltre 4 mila, ma la grande soddisfazione è stata anche quella di vedere tutte le persone che hanno partecipato agli incontri, alle visite guidate e chi si è imbattuto nelle mostre outdoor sotto i portici di via Po. Poi, il bello del Festival è anche questo: non essere solo numeri, ma una vera e propria esperienza all’interno della città, che invita a scoprire luoghi sotto una nuova luce. Vedere le persone entusiaste davanti al nuovo volto del portico di Palazzo Carignano, con le fotografie giganti della Contessa di Castiglione e Karla Hiraldo Voleau, le facce stupite nello scoprire una fotografia di Bernard Plossu apparire tra le collezioni del Museo Regionale di Scienze Naturali, le persone che aggiustano i visori per godersi i nudi di Auguste Belloc in 3D presso l’Archivio di Stato. Tutto questo vale quanto i numeri, perché significa che il Festival è sempre più parte della città”.

Promossa dalla Città di Torino, Regione Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, in sinergia con Fondazione Arte CRT Intesa Sanpaolo e coordinata da Fondazione per la Cultura Torino, la terza edizione del Festival, curata e realizzata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, conferma la vocazione di Torino come “città della fotografia”. Fino al 2 giugno 2026, EXPOSED propone un programma articolato che comprende 18 mostre, tra indoor e outdoor, costruendo un percorso diffuso che attraversa alcune delle principali istituzioni culturali cittadine e numerosi spazi urbani. Il cuore del Festival è il Miglio della Fotografia, un itinerari che mette in relazione artisti affermati, pratiche contemporanee e ricerche emergenti, offrendo al pubblico un’ampia prospettiva sul medium fotografico. Le mostre indoor spaziano tra grandi protagonisti della fotografia e progetti di ricerca contemporanea, mentre gli interventi outdoor estendono il festival nello spazio pubblico, trasformando amorino in una piattaforma espositiva a cielo aperto, in dialogo con  la cultura e l’architettura cittadine. Il tema scelto quest’anno, “Mettersi a nudo”, attraversa l’intero programma come chiave di lettura e declinandosi in molteplici prospettive, tra dimensione intima e rappresentazione pubblica, identità e costruzione dell’immagine.

Info: EXPOSED Photo Festival -exposed@camera.to

Mara Martellotta

“Ivan e i Cani”, un bagliore tra gli interstizi del tempo e della memoria

Lunedì 13 aprile, presso il Cubo Teatro OFF TOPIC di via Pallavicino 35, è andato in scena il primo dei due appuntamenti torinesi dello spettacolo “Ivan e i Cani”, inserito nella stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro.

Sul palco Federica Rosellini, artista che soltanto con la sua presenza riesce a emanare quella rarissima aura capace di coinvolgere, all’interno della sua bolla, anche chi lo spettacolo lo osserva in quanto presenza “altra” rispetto alla rappresentazione, finendo per sentirsi parte di un evento che accade inevitabilmente, dal quale sembra impossibile qualsiasi tentativo di fuga.

Proprio l’impossibilità di fuggire caratterizza uno dei temi principali nella poetica di Federica Rosellini: quello della memoria. Già fondamentale nella precedente tournée di “iGIRL”, in una dimensione totalizzante in cui il gesto teatrale prende forma attraverso la voce e l’immagine, in “Ivan e i Cani” la memoria assume il significato stesso del suono. Un suono che nasce anche dall’importante ricerca di strumentazione e sonorità appartenenti alla Russia degli anni Novanta, contesto storico in cui è inserita la vicenda, e che Federica Rosellini compone in scena utilizzando una batteria elettronica, un synth, la tastiera MIDI e il kazoo elettrico. Musica che è misura di ogni cosa, che scandisce il tempo al di là del cuore che pulsa, che è ricordo, fragilità, desiderio, necessità, una preghiera che metamorfizza in un amore che tenta con dolcezza di lenire la ferita. Una memoria che commuove e consola anche per il valore affettivo che rappresenta per l’artista, proveniente da una famiglia di musicisti. Un legame che porta sul palco attraverso la voce registrata in russo di sua madre, Laura Pasut Rosellini.

Ivan e i Cani” è un riadattamento dell’omonimo libro della drammaturga Hattie Naylor, tradotto in italiano da Monica Capuani, che racconta a ritroso (il personaggio è ormai adolescente) la storia vera di Ivan, un bambino di quattro anni cresciuto da una muta di cani randagi dopo essere scappato di casa per sfuggire a un patrigno violento che brutalizzava sia lui che la madre. A far da sfondo a questa narrazione tra fiaba e realtà, in cui il distacco prematuro dalla figura materna diventa la forza catalizzatrice di ogni evento della storia, vi è la Russia di Boris Eltsin, eletto nel 1991 e artefice dello smantellamento dell’URSS, con il conseguente indebolimento internazionale del Paese e una situazione di povertà e crisi sociale estrema.

Federica Rosellini interpreta magistralmente il senso di vuoto che opprime Ivan, la necessità vitale di riempirlo attraverso un sentimento forte quanto quello perduto, un desiderio trasformativo che rende il nuovo, particolarissimo legame “madre-figlio” con Belka, la cagna bianca leader della muta, non in un surrogato ma nel dono stesso della vita, nel significato di un’esistenza che teneva in serbo per loro un incontro taumaturgico. In scena domina il colore bianco, una sorta di isola innevata che concettualmente richiama la strada dissestata presentata in “iGIRL”. Il bianco rappresenta un colore simbolo nel mito perché è associato ai fantasmi, alla spettralità del passato, la paura ancestrale dell’ignoto. Chi ama Moby Dick, il libro sacro di Herman Melville, l’unico libro sacro scritto in Occidente dopo La Divina Commedia, non potrà fare a meno di notare quanto nell’interpretazione di Federica Rosellini vi sia anche un po’ di Ismaele, il poeta che narra le gesta di Achab e che identifica nella bianchezza di Moby Dick la somma di tutti i colori e, allo stesso tempo, la loro assenza, suggerendo un pericolo di vuoto universale che deve essere colmato dalla purezza e dalle esigenze del cuore. La memoria, in “Ivan e i Cani”, non rappresenta solo una delle tante facce della persecuzione cui l’essere umano è chiamato a rendere conto di fronte a ciò che è stato, ma anche lo strumento di indagine che innesca la consapevolezza profonda che ogni dinamica, biologica o universale che sia, necessita di legami per perpetuarsi, bagliore inaspettato tra gli interstizi del tempo e della solitudine in cui Ivan suona la sua musica, piccolo fiore di campo, selvaggio, senza urgenza di morire.

 

Ivan e i Cani” – testo di Hattie Naylor – traduzione di Monica Capuani – voce registrata in russo di Laura Pasut Rosellini – light design di Simona Gallo – scenografia di Paola Villani – costumi di Simona D’Amico – aiuto regia di Elvira Berarducci – regia, sound design e interpretazione di Federica Rosellini

Spettacolo consigliatissimo e in scena a Torino fino a martedì 14 aprile presso il Cubo Teatro.

 

Gian Giacomo Della Porta

 

Dalla pancia dell’urban al virtuosismo: l’Hiroshima alza il volume

A Torino c’è un luogo dove la musica non si limita a suonare: prende corpo, suda, vibra. È Hiroshima Mon Amour, tempio laico delle notti elettriche, crocevia di generazioni e suoni che non chiedono permesso. Questa settimana, il palco di via Bossoli si trasforma in una mappa sonora che attraversa urban, virtuosismo e rap underground, con tre serate che promettono di lasciare il segno.

Mercoledì 15 aprile – Ketama126: il battito viscerale della città

Ketama126 arriva all’Hiroshima con il suo “33 Tour Club 2026” in versione full band, e già questo basta a cambiare la temperatura della stanza. Non è solo un concerto, ma un’immersione in un universo sonoro fatto di bassi profondi e parole che sembrano scritte con il nervo scoperto. “33”, l’ultimo album, è un omaggio alla sua Roma, ma sul palco torinese diventa qualcosa di più: una dichiarazione d’identità, tra trap e grunge, tra malinconia e rabbia urbana. Ketama non interpreta, espone.

Giovedì 16 aprile – Matteo Mancuso: la chitarra che sfida la gravità

C’è chi suona la chitarra e chi la reinventa. Matteo Mancuso appartiene decisamente alla seconda specie. Con il tour “Route 96”, porta a Torino un live che è insieme tecnica purissima e visione. Reduce da un viaggio internazionale che lo ha consacrato tra i grandi della scena contemporanea, Mancuso trasforma ogni esecuzione in un racconto, dove la chitarra diventa lingua madre e laboratorio futuristico. Il nuovo album, pubblicato anche in formato fisico, è un gesto controcorrente: un invito a toccare la musica, non solo ad ascoltarla. All’Hiroshima, il suo habitat naturale, questa esperienza diventa totale: dita che corrono, silenzi che pesano, applausi che esplodono.



Venerdì 17 aprile – Kaos & DJ Craim + Egreen: l’underground che respira

Quando il rap torna alle origini, succedono cose interessanti. Kaos, affiancato da DJ Craim e con la presenza di Egreen, riporta sul palco quell’energia ruvida che non teme il tempo. “Scheletri”, nato dal ritrovamento di vecchie tracce su un hard disk dimenticato, è più di un album: è un’operazione archeologica dell’anima hip hop. Suoni grezzi, barre affilate, autenticità senza filtri. All’Hiroshima, questo non è revival. È presente puro, che pulsa e resiste.

 L’Hiroshima Mon Amour si conferma ancora una volta molto più di un club: è un organismo vivo che cambia pelle ogni sera, restando fedele alla sua natura più profonda: la musica non fa da sottofondo, qui la musica accade.

Bekhbaatar Enkhtur in dialogo con le opere della sezione himalayana del MAO

Una nuova opera site specific entra a far parte delle collezioni del museo

Da martedì 14 aprile 2026

MAO Museo d’Arte Orientale

Via san Domenico, 11 – Torino

Bekhbaatar Enkhtur, Untitled, 2026 – ph Giorgio Perottino

A partire da martedì 14 aprile 2026, nella galleria dell’Asia centro-meridionale e Regione Himalayana del MAO, sarà visibile un’opera site specific dell’artista mongolo Bekhbaatar Enkhtur (Ulaanbaatar, Mongolia, 1994), concepita per essere posta in dialogo con le opere della collezione permanente.

Ispirata alle raffigurazioni dei leoni guardiani, figure simboliche di protezione tradizionalmente collocate all’ingresso dei templi e codificate durante le dinastie Ming e Qing – diffuse nell’Asia interna inclusa la Mongolia sotto il dominio Quing – la scultura di Bekhbaatar Enkhtur propone una reinterpretazione contemporanea dell’idea di offerta religiosa.

In Untitled (2026), realizzata in cera d’api modellata a mano, l’elemento organico – instabile e fragile – ha valore altamente simbolico: mettendo in discussione la natura della scultura come “rappresentazione della materia”, l’opera richiama concetti come l’impermanenza, l’imperfezione, la transitorietà e la perpetua mutazione della vita stessa in tutte le sue forme ed evoluzioni, profondamente radicati nella filosofia e religione buddhista.

Concepito appositamente per il MAO, l’intervento scultoreo prende avvio dal sistema iconografico tradizionale per rielaborarlo e offrirne una nuova interpretazione.

Se nella tradizione il leone maschio incarna la sovranità e il controllo del regno materiale, mentre la leonessa con il cucciolo rappresenta la continuità e la trasmissione della discendenza – in un sistema simbolico che si intreccia anche con la figura del Leone delle Nevi tibetano, emblema di forza intrepida e del cosiddetto “ruggito del leone”, metafora della proclamazione autorevole dell’insegnamento buddhista – nell’opera di Bekhbaatar Enkhtur il cucciolo viene isolato e privato del leone adulto. In questo modo la struttura di autorità e protezione rimane sospesalasciando emergere il segno fragile e vulnerabile della continuità.

L’opera entrerà a far parte delle collezioni del MAO.

La scultura è visibile acquistando il biglietto delle collezioni permanenti e della mostra Chiharu Shiota. The Soul Trembles.

“Circle Mirror Transformation”, quando la “caritas” circola tra testo e personaggi

Per la stagione dello Stabile, sino al 19 aprile, il testo di Annie Baker

Vi prego di rispettare le pause e i silenzi di questa pièce. Sono di estrema importanza – hanno lo stesso valore del dialogo… Senza i suoi silenzi, questa pièce è una satira, mentre con i suoi silenzi si spera che diventi una piccola meditazione naturalistica sul teatro, la vita, la morte e il passaggio del tempo.” Così spinge a fare Annie Baker – drammaturga statunitense, bostoniana, sui quarantacinque, premio Pulitzer nel ’14 per la drammaturgia, deve circolare in casa sua una bell’aria frizzante che cavalca teatro e cinema se, avendo sposato Nico Baumbach, ha per cognati Noah Baumbach e Greta Gerwig – gli attori e il metteur en scène che vorranno proporre il suo testo (è datato 2009, debuttò a New York, s’aggiudicò l’Obie Award, il premio consegnato dal “The Village Voice” a premiare le più apprezzate produzioni Off-Broadway; ripresa nel West End, tra gli interpreti Imelda Staunton e Toby Jones). Sappiamo da qualche sera quanto Valerio Binasco (anche in veste di regista) e gli altri quattro magnifici attori, proponendo sul palcoscenico del Carignano “Circle Mirror Transformation”, nella traduzione di Monica Capuani e Cristina Spina, coproduzione Teatro Stabile di Torino e Teatro di Roma in prima europea (repliche sino al 19 aprile), abbiano seguito quel consiglio caldo e indicatore, fascinosamente e con entusiasmante intelligenza. Da qualche sera abbiamo appreso quanto della nostra vita, della vita di chiunque, facciano parte intima i silenzi, gli sguardi accennati, le leggerezze e le immediate precipitazioni, il vedere la propria anima “scoperchiata”, i gesti trattenuti, le rivelazioni che ci aspetteremmo, l’importanza del non detto che la vince sicuramente su di una frase lunghissima: come la costruzione di un testo teatrale sulla scena, che riverbera quella della vita stessa, immessa tra le mura anonime di una anonima cittadina del Vermont – Shirley, immaginaria, il panorama abituale delle commedie (o delle tragedie, superate con i mezzi del teatro, di un corso di recitazione) della Baker, “del tutto insignificante” -, l’unione provvisoria di cinque persone per sei settimane, a intrecciare relazioni e a dividersi, a recitare numeri – ricordate Valentina Cortese nella “Nuit Americaine” di Truffaut? – e a dondolarsi nell’hula hoop, a subire i propri scatti d’ira, i loro diversi passati, il desiderio di “recitare”, ovvero il punto d’arrivo per ogni attrice o attore, ben oltre quegli esercizi (stupidi e indifferenti?) che impone sin dal primo giorno Marty, è sui sessantacinque, un po’ hippy, magari ormai vecchio stile, origini chiaramente teutoniche, ama il mare, il sud del paese, e spera di potercisi trasferire un giorno.

In quella sala (le scene sono di Guido Fiorato, i costumi di Alessio Rosati), un’entrata sul fondo con una saracinesca azionata all’occorrenza, s’accomodano l’uno dopo l’altro, Schultz, un quasi cinquantenne falegname da poco separato dalla moglie, Theresa, ex attrice estremamente esuberante che ha lasciato la Grande Mela quando s’è frantumata la relazione con il suo lui, Lauren, non ancora ventenne ma oltremodo fredda e scontrosa, in attesa della sua grande prova d’interprete e alla ricerca dell’amore di un padre, e James, il marito di Marty, che siede più lontano dagli altri, che raramente esce allo scoperto, che insegue il legame chissà quanto interrotto con la moglie. Li tiene insieme “l’imperfezione di una lingua”, dice Capuani a proposito del suo lavoro di traduttrice, rendendoci la vitalità del linguaggio della Baker, fatto “di esitazioni, pensieri interrotti, lapsus verbali, divagazioni lunari”: e, uno per tutti, è un piacere annotare come quei lapsus, di Marty in primo luogo, si mettano in agguato all’interno dei dialoghi. Li tengono insieme “gli esercizi” che Marty impone, una sequenza di numeri che nell’impreparazione portano con sé accavallamenti ed errori, uno due tre quattro quattro, riprendiamo da capo, il comando a correre nelle direzioni più diverse, su e giù destra e sinistra, scansarsi, veloci lenti, sino a rallentare per accorgersi di chi si ha vicino, a chi stringere la mano, chi imparare a conoscere.

Poi è tutto un raccontare, mentre si dà una nuova posizione agli specchi che (ti) rimandano le immagini, alle luci che illuminano e che lasciano più in ombra, a una pedana fatta a gradini che può raccogliere tutti senza distinzioni, circolare come quell’hula hoop che Theresa e James maneggiano. Nasce la storia dell’ebreo incrociato in metro, esce fuori dalle giornate di Theresa come può uscir fuori, con impercettibili cambiamenti, da quelle di Lauren. Riprende forma la camera di Schultz ragazzo, il letto il mobile il serpente imbalsamato dono della madre prima di morire, ognuno a impersonarne un pezzo e un angolo, Marty a “interpretare” spire e lingua del rettile. Poi l’uno interpreta l’altro, la finzione certo ma poi la realtà di ognuno, uno scambio e un girotondo, oppure s’inventano giochi diversi, non è più dare la mano ma, in un percorso dove contiamo prologo e tappe che sono i giorni e le settimane e gli intervalli, vedersi psicanaliticamente trasferito nella mente dell’altro; oppure s’allargano i panorami e Lauren chiederà a due compagni “volete essere adesso i miei genitori?”. Se la ragazza si lamenta ancora con Marty, la donna le risponderà ”ma stiamo recitando”. Cambiamo d’abito, il viso e la voce, ci mettiamo una maschera e siamo pronti ad atteggiarci come gli altri vogliono. Il vecchio Pirandello dietro l’angolo.

Il teatro e il cinema ci hanno regalato esempi di persone – di personaggi – insoddisfatte della loro esistenza, stravolte in mille maniere. Non so se il teatro sia stato in passato un passaggio obbligatorio per rimettere ordine nelle proprie esistenze, “Circle Mirror Transformation” – ogni termine caricato del proprio peso, della propria importanza – lo è. “Non succede nulla”, è parso scusarsi Binasco come se il suo lavoro di regista abbia l’occasione di mettersi da parte: invece frantuma e centellina – come quel signore che è abituato ad assaggiare vini di qualità e a separarne i sapori e le doti e i profumi ogni giorno – anche gli angoli più nascosti di ognuno, i ricordi, le pieghe che vorrebbero restarsene nascoste. Guardate come lui e Pamela Villoresi sanno in ultimo far affiorare il dramma di Marty e avrete la prova dello scavo intimo fatto da entrambi. Minimalismo, certo, in punta di piedi ma con un’attenzione invidiabile e una resa che è esclusivamente sinonimo di un grande successo. Successo che non potrebbe essere tale se non ci fosse immedesimazione e una perfetta amalgama tra gli interpreti – tutti, Villoresi e Binasco, Maria Trenta, Andrea Di Casa e Alessia Giuliani – dando chi scrive queste note, secondo la vecchia legge dei giudizi numerici in pagella, a questi ultimi due attori un mezzo punto in più, naturali e dolorosi e autentici come più non potresti aspettare. Divertimento e tristezza coabitano nel testo e ognuno dà loro le giuste costruzioni, restituendone appieno “l’atmosfera dolce-amara, un tragico che si tinge continuamente di comico, o viceversa.” Ancora Capuani, che nel libretto di sala scrive un termine ormai in pieno disuso: è “caritas”, quella che “commovente” circola tra le parole, tra i personaggi e negli attori, “un amore tenerissimo” che ti fa amare un testo, le interpretazioni e la messa in scena, incondizionatamente.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Virginia Brown alcune immagini dello spettacolo.

“Venere Nemica”, Drusilla Foer al teatro Colosseo

Martedì 14 e mercoledì 15 aprile andrà in scena, al teatro Colosseo, alle ore 20.30, Drusilla Foer, icona irriverente di teatro, televisione e musica che aveva conquistato il pubblico torinese già con “Eleganzissima” nel 2017 e nel 2021. Il suo ritorno avviene con “Venere Nemica”, pièce teatrale che rilegge il mito di Amore e Psiche in chiave feroce e dolcissima. Il teatro Colosseo è pronto ad accogliere il regista, conduttore televisivo al travestì Gianluca Gori, fiorentino, classe 1967. “Venere Nemica” è scritta dalla stessa Foer, con Giancarlo Marinelli, e diretta da Dimitri Milopulos. La produzione artistica è di Franco Godi, per Best Sound vede in scena Drusilla come Venere e Elena Calenti come la misteriosa cameriera, in un duello che mescola ironia tagliente, lucida malinconia, musica crudele e, a tratti, musical.

Venere, dea della bellezza e dell’amore, è una bella donna francese comparsa fra i mortali, che vive a Parigi, lontano dall’Olimpo e dai parenti capricciosi, invidiosa della mortalità umana che impone urgenza a emozioni e imperfezioni. Grazie al rapporto con la sua insuperabile cameriera, Venere piomba nella favola di Apuleio, contro Psiche, creduta Venere in Terra, e scatena una vendetta da suocera nemica, ma scopre un amore infinito per il figlio Amore, ferito, che torna da lei. Lo spettacolo declina temi classici, come la competizione suocera-nuora, la bellezza che sfiorisce e la possessività materna nella contemporaneità, chiedendosi se un dio detesti di più non essere creduto o essere dimenticato. Foer incarna una Venere lieve, ironica e spietata che gode di una messa in piega e lusso umani. La musica supporta il tutto con un repertorio variegato e intenso, tra momenti teatrali e colpi di scena che giocano al confine tra commedia e tragedia, mito e modernità, splendore divino e fragilità umana. Dopo il nastro d’argento per “Sempre più bello”, Netflix in “Tutto chiede salvezza”( stagione 2 nastro 2025) e in “Frida Opera Musical” del 2025, Drusilla Foer conferma il suo talento ibrido che libera energie e ridefinisce confini. “Venere Nemica” è un’ opera che gioca sul confine tra commedia e tragedia, mito e modernità, tra lo splendore eterno degli dei e la struggente bellezza del vivere umano. A portare in giro questa Venere fuori dal tempo è proprio un’attrice capace di incarnare la leggerezza, l’ironia e la profondità del sentimento.

“Venere Nemica” – martedì 14 e mercoledì 15 aprile, ore 20.30, al teatro Colosseo

Mara Martellotta

“Quanta strada ha fatto Bartali!”

Verso il 25 aprile … Allo “Spazio Kairos” un profondo “monologo” teatrale in ricordo del “Ginettaccio” nazionale

Venerdì 17 aprile, ore 21

“Non si tratta solo della cronaca di un campione del ciclismo leggendario, ma di un viaggio profondo nel cuore di un uomo che seppe trasformare la propria bicicletta in uno strumento di libertà”: così i responsabili di “Spazio Kairos”, Circolo Arci “con un teatro dentro” (ex fabbrica di colla, gestito dal 2022 dalla torinese Compagnia “Onda Larsen”) sinteticamente spiegano il monologo teatrale – che intreccia sport, storia e Resistenza silenziosa – ospitato venerdì prossimo 17 aprile (ore 21), in via Mottalciata 7, fra i quartieri “Aurora” e “Barriera di Milano”, in vista delle celebrazioni dedicate alla Festa del 25 aprile e promosso dalla Compagnia “Teatri d’Imbarco” di Firenze. Scritta e diretta da Nicola Zavagli e interpretata dall’attrice fiorentina (da San Casciano in Val di Pesa), la brava Beatrice Visibelli, la pièce “ruba” chiaramente il titolo alla celebre canzone “Bartali” (1979) del “nostro” Paolo Conte, omaggio “ironico ed affettuoso” al “Ginettaccio” del grande ciclismo italiano, simbolo del dopoguerra e noto (come scrive Conte) per quel suo “naso triste come una salita”, ma anche – aggiungiamo noi – come il “Gigante delle Montagne” o “L’uomo d’acciaio” o “L’intramontabile” o soprattutto come “Gino il Pio”, per la sua profonda fede religiosa che lo portava, ad esempio, a non salire in sella di domenica se prima non fosse andato a messa. Dote quest’ultima che, di certo contribuì non poco a fare di lui un “Grande” anche della nostra Resistenza, tanto da ricevere nel 2005 la “Medaglia d’oro al Valore Civile”, prima di essere ufficialmente riconosciuto nel 2013 come “Giusto tra le Nazioni” dallo “Yad Vashem” (Ente Nazionale israeliano per la “Memoria della Shoah”), per aver salvato centinaia di ebrei durante l’occupazione nazista in Italia. E senza clamori, tali da offuscare o mettere in secondo piano le sue innumerevoli vittorie ed imprese sportive. “Il bene si fa ma non dice – le sue celebri parole – e certe medaglie si appendono all’anima non alla giacca”.

Mentre l’Italia era ferita dall’occupazione nazi-fascista, il “Ginettaccio” (Ponte a Ema, 1914 – Firenze, 2000) percorreva – come membro di una “rete clandestina” (del Rabbino Cassuto e del Cardinale Dalla Costa) le strade tra Firenze e Assisi e Genova, nascondendo nel telaio della sua bici i documenti falsi necessari a salvare centinaia di vite umane. Oltre 800, si è calcolato. “Lo spettacolo – viene sottolineato – rievoca con ironia e commozione quel ‘naso triste’ che non si voltò dall’altra parte, portando lo spettatore dentro i momenti più oscuri del conflitto”, fino alle stanze di “Villa Triste” in via Bolognese a Firenze, dove Bartali affrontò l’interrogatorio della “Banda Carità” (luglio 1944), nota e sanguinaria formazione fascista guidata da Mario Carità, con un coraggio ostinato e “un silenzio che profumava già di democrazia”.

Episodi non a tutti noti. Non certo da lui reclamizzati. Scavalcati, alla grande, dalle sue molteplici imprese agonistiche (la vittoria di tre “Giri d’Italia” e di due “Tour de France”, oltre a numerose altre gare tra gli anni Trenta e Cinquanta, tra le quali due “Giri di Svizzera”, quattro “Milano – Sanremo”, tre “Giri di Lombardia e un “Giro di Romandia”) o dalle news più o meno fakes legate alla sua eterna “rivalità – amicizia” con il grande avversario di sempre, il Faustino Coppi (da Castellania e di cinque anni più giovane), immortalata nella celebre foto (chi non la ricorda?) che li ritrae mentre si passano – chi a chi? – una borraccia d’acqua durante la salita al Col du Galibier nel “Tour de France” 1952.

“Attraverso un dialogo serrato tra parole e musica, la narrazione – spiegano i responsabili – attraversa una Toscana dolce e aspra per restituirci l’immagine di un atleta ‘intramontabile’ che, ben oltre la rivalità con Coppi o i trionfi al ‘Tour de France’, scelse la via della solidarietà clandestina”. Per cambiare un mondo sbagliato, quell’umanità negata, per la quale valeva davvero il suo accorato, mai deposto, motto “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, e per la quale il “Ginettaccio” non esitò un solo attimo a mettere a rischio la propria vita. Solo, in sella a quella leggendaria “verde Legnano”, normalmente visibile ancora oggi al “Museo del Ciclismo Madonna del Ghisallo” sito nella comasca Magreglio (vicino al celebre Santuario), simbolo di “vittoria” e “libertà”.

“Onda Larsen”, che gestisce lo spazio teatrale e propone lo spettacolo all’interno della sua Rassegna, ha scelto di celebrare Bartali a ridosso del 25 aprile per onorare quella “corsa fuori dal comune” che contribuì a scrivere le pagine più nobili della nostra storia, “ricordandoci che la libertà si conquista anche un colpo di pedale alla volta, con la forza di un cuore generoso e la schiena dritta di chi non ha mai smesso di lottare”.

Per info: tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

Gianni Milani

Nelle foto: Gino Bartali e Beatrice Visibelli

La Gypsy Musical Academy presenta “Sister Act”

Sister Act, il musical dedicato alle suore più divertenti d’America, tornerà in scena venerdì 17 aprile alle 21al teatro Superga di Nichelino nella splendida versione realizzata dai giovani talenti della Gypsy Musical Academy di Torino, con la collaborazione del Music Theatre International di Londra e dell’Associazione Mattia Mantovan Onlus, in uno show che farà ballare il pubblico direttamente dalle poltrone della platea.
A firmare la regia sono Renato Tognocchi, uno dei più  apprezzati professionisti nell’universo del musical italiano, toscano, classe 1982, che vanta partecipazioni con grandi ruoli e titoli quali Grease, La bella e la bestia, Dirty dancing, Fame, Footloose, Cabaret, Anastasia, e Neva Belli, direttrice e fondatrice della Gypsy. Le coreografie sono di Cristina Fraternale Garavalli, la direzione musicale di Marta Lauria, i costumi di Michela Zuncheddu, le scenografie di Daniela Stroppiana e Lucrezia Cozzi.

Come da tradizione, il cuore pulsante dello spettacolo sarà a favore  dell’Associazione Mattia Mantovan Onlus per l’acquisto di un ecografo portatile destinato alla pediatria e neonatologia dell’Ospedale Martini di Torino. Lo spettacolo si avvale del patrocinio del Comune di Nichelino e dell’ASL di Torino.

“Accendere i riflettori per fare del bene rappresenta il nostro motto quando portiamo in scena i nostri allievi durante il loro percorso di formazione-  spiega la direttrice della Gypsy Neva Belli- per quanto riguarda Sister Act , ho diretto molti spettacoli durante la mia carriera ma questo rappresenta uno dei musical più divertenti e travolgenti nella storia moderna del genere. Lavorare con Renato Tognocchi è  stato molto stimolante, tra noi si è  creata una bella sinergia che sicuramente emergerà sul palco”.

La storia si ispira al film cult del 1992 diretto da Emile Ardolino con Whoopi Goldberg. Involontaria testimone di un omicidio compiuto dal boss suo ex amante, Deloris, cantante nei night club, denuncia il crimine a un poliziotto che, per proteggerla, la nasconde in un convento travestita da suora. Sulle prime la novizia, alle prese con la tonaca, il refettorio, la cella e altri rituali del chiostro, appare un poco disorientata. Poi, poco per volta, trasforma lo scalcagnato coro di suorine del convento in uno straordinario ensemble vocale, che riempie di nuovo la chiesa di fedeli.

Info e prenotazioni 3277628172, 3356034207

Mara Martellotta

A Zuccarello il 700° delle nozze tra Enrico Del Carretto e Caterina di Clavesana

Domenica 26 aprile 2026 il Comune di Zuccarello (SV) e il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv hanno ricordato il 700° anniversario delle nozze tra Enrico Del Carretto e Caterina di Clavesana. Questo matrimonio, seppur oggi quasi dimenticato, si rivelò di cruciale importanza in quanto cambiò il destino di una vasta area geografica compresa tra Piemonte meridionale e Ponente Ligure.
La cerimonia è stata patrocinata dai Consigli Regionali di Liguria e Piemonte, dalle Province di Savona e Cuneo e dal Comune di Zuccarello.
I partecipanti si sono ritrovati alle ore 11,15 davanti alla Chiesa Parrocchiale dedicata a San Bartolomeo Apostolo, risalente al XIII secolo.
Successivamente i gruppi storici, partendo dal
la Porta Soprana o “del Piemonte”, che rappresentava l’ingresso nord del borgo, hanno sfilato lungo Via Armando Tornatore fino al Teatro Comunale Quinzio Delfino, dove si è tenuta una solenne cerimonia aperta dai saluti del Sindaco Claudio Paliotto, il quale ha affermato che “Un grande grazie va ad Andrea Carnino, che con la sua tenacia sta facendo rivivere in tutti i nostri Comuni il medioevo, ci ha aggregati con il discorso storico dei Grimaldi, dei Clavesana e dei Del Carretto, sta unificandoci, oggi un po’ tutti ci conosciamo, uno va a conoscere il Comune vicino e apprende la sua storia, che è una cosa importantissima”.
Bruno Terreno, Sindaco di Clavesana (CN), Comune che grazie a questa cerimonia ha rinnovato il suo secolare legame con Zuccarello, ha rammentato che “ Clavesana negli ultimi trent’anni è stata colpita da una tremenda alluvione che ha distrutto mezzo paese. Proprio lo scorso 8 febbraio a Cervo il Sindaco mi ricordò che da Cervo vennero volontari a Clavesana. Credo che anche da queste parti siano venuti volontari, abbiamo avuto volontari da ogni parte d’Italia che ci hanno aiutati in quei tragici momenti, Clavesana è stata ricostruita, l’unica cosa che non torneranno sono i morti”.
Ha quindi preso la parola il Consigliere regionale Sara Foscolo, per la quale “Tramandare la storia è importantissimo perché se no poi la si dimentica, questi aspetti della storia non ci vengono spiegati a scuola e per noi che viviamo i nostri Comuni è importante saperla e tramandarla alle nuove generazioni”.
Silvia Molino, Assessore alla Cultura di Castelvecchio di Rocca Barbena (SV) e Fiduciario della Provincia di Savona del Sodalizio, ha ricordato che “in tempi come questi caratterizzati da violenza, odio e disprezzo della vita, noi, grazie a queste manifestazioni, siamo uniti dall’amore per i nostri territori, per la nostra storia, per le nostre radici ed è importante lasciare questa bellezza, questa cultura e questo amore a chi verrà dopo di noi”.
Lo scrivente nel suo intervento ha fatto scoprire ai numerosi presenti la storia del Marchesato di Zuccarello.
Il borgo venne fondato il 4 aprile 1248 dai Marchesi Bonifacio IV, Emanuele I e Francesco di Clavesana. L’atto fu siglato nel castello che sovrasta il paese, edificato tra il XII e il XIII secolo. Con questo documento i Marchesi di Clavesana si impegnarono a difendere la Val Neva, allora sfiancata da continue contese armate ed in cambio i rappresentanti locali promisero di costruire il paese entro il Natale 1249. Nel 1281 i Clavesana diedero a Zuccarello i sui primi statuti, tra i più antichi della Liguria.
Nel 1326, dopo un lungo periodo di trattative, Caterina di Clavesana, figlia del Marchese Francesco II (figlio di Emanuele I, uno dei fondatori di Zuccarello),
sposò il suo lontano cugino Enrico Del Carretto, figlio del Marchese Antonio di Finale Ligure e di Agnese Valperga di Masino portandogli in dote metà dei feudi savonesi di Balestrino, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli, Nasino, Stellanello e Zuccarello. L’altra metà Enrico l’acquistò nel 1335 da suo cognato Giacomo Saluzzo-Dogliani, che aveva sposato Argentina di Clavesana, sorella di Caterina.
Nel 1336 Enrico conquistò Cervo (IM), ma l’anno seguente insieme alla moglie si trasferì a Mombaldone (AT), dove diede vita ad una linea marchionale tutt’oggi esistente. I sopraccitati feudi passarono a suo fratello il Marchese Giorgio di Finale Ligure, il quale dalla consorte Venezia
Fieschi dei Conti di Lavagna ebbe tra gli altri i seguenti figli: Ilaria Maria, che andò in sposa a Ranieri II Grimaldi, co-Signore di Monaco dal 1352 al 1357, ma morì nel 1368 senza avergli dato eredi; Lazzarino I, che succedette al padre come Marchese di Finale Ligure e Carlo, il quale nel 1397 divenne il primo Marchese di Zuccarello.
Il Marchesato di Zuccarello comprendeva in Val Neva Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli e Vecersio ; in Val Pennavaira i castelli e gli abitati di Alto, Castelbianco e Nasino; nella Valle dell’Arroscia la Castellania di Aquila d’Arroscia; Balestrino e Bardineto.
Era ubicato in posizione strategica, lungo la principale arteria che metteva in comunicazione Albenga con il Piemonte meridionale e da qui passavano i commerci di sale, legno, pellame da conciare, ferro e canapa.
Carlo I da Pomellina Adorno, figlia di Gabriele Adorno, Doge della Repubblica di Genova, ebbe diversi figli, tra i quali il suo erede Enrico e Ilaria, nata nel Castello di Zuccarello nel 1379. Quest’ultima il 3 febbraio 1403 sposò Paolo Guinigi, Signore di Lucca, ma si spense l’8 dicembre 1405 a causa delle conseguenze del parto della sua secondogenita Ilaria Minor. Divenne celebre per il magnifico sarcofago, considerato uno tra i migliori esempi di scultura funeraria italiana del XV secolo, che il marito commissionò per lei allo scultore senese Jacopo della Quercia.

Il Marchese Antonio di Zuccarello, bisnipote di Carlo I, ebbe tra gli altri i seguenti figli: Gian Bartolomeo, che portò avanti il Ramo di Zuccarello e Pirro II, il quale nel 1545 divenne il primo Marchese di Balestrino, conservando però un quarto dei diritti sul Marchesato di Zuccarello. Giovanni Antonio figlio di quest’ultimo, nel 1567 cedette questa quota zuccarellese alla Repubblica di Genova insieme al diritto di prelazione sulle altre.
Nel 1588 Scipione di Zuccarello, nipote di Gian Bartolomeo, cedette il marchesato al Duca di Savoia Carlo Emanuele I in cambio di Saliceto con il titolo marchionale, Bagnasco, Murialdo, altre località e 60.000 scudi d’oro. Scipione si trasferì quindi a Saliceto, ma la cessione del Marchesato di Zuccarello ai Savoia venne bloccata dall’Imperatore dei Romani Rodolfo II, al quale si era rivolta la Repubblica di Genova in segno di protesta. Il marchesato fu addirittura confiscato e affidato per un decennio a due commissari imperiali e poi dal 1598 a Prospero Del Carretto, fratello di Scipione. Nel 1624 la Repubblica di Genova ottenne la quasi totalità del marchesato e 1632, con la morte di Ottavio Del Carretto, un altro fratello di Scipione, i genovesi ottennero anche l’ultimo pezzettino mancante.
L’ultimo Marchese di Saliceto appartenente al Casato dei Del Carretto fu Giuseppe, bisnipote di Scipione, che si spense nel 1717. Il titolo passò quindi a suo nipote Giuseppe Damiano, figlio della sua sorellastra Paola Maddalena, il quale aggiunse “Del Carretto” al suo cognome.
Ha quindi preso la parola il Marchese Roberto Giordano Icheri di San Gregorio Del Carretto di Balestrino, il quale ha affermato che “siamo un po’ in casa qui a Zuccarello perché come ha spiegato bene prima il Dott. Carnino, il Ramo di Balestrino comincia con Pirro II in seguito alle divisioni ereditarie del Ramo di Zuccarello, quindi ci sentiamo a casa. Mia moglie e io durante le nostre permanenze a Balestrino non ci facciamo mai mancare una gita a Zuccarello e faccio i complimenti all’amministrazione perché non è così scontato trovare un borgo così ben tenuto e pulito”.
Sua moglie, la Marchesa Mara ha ricordato che “a scuola a tutti noi hanno insegnato che i colonizzatori culturali ci sono a Roma, a Firenze e a Venezia, non è così, l’Italia ha una storia locale, una cultura locale molto importante e significativa che non è indagata e studiata, che passa attraverso le tradizioni. E’ una cultura importante, l’arricchimento di tutte queste terre, soprattutto di confine, che ai tempi erano significative ed era importante difenderle, ci ha lasciato un patrimonio culturale importante (…) Gli incastellamenti che c’erano nei vari paesi erano il significato di una famiglia che difendeva una comunità da tutto quello che c’era allora. I nostri antenati ci hanno lasciato un mondo migliore di quello che loro hanno trovato, forse noi dovremmo fare altrettanto, è quello che noi dobbiamo ai nostri figli”.

Il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv ha quindi conferito uno speciale attestato di benemerenza al Comune di Zuccarello e allo storico Giorgio Casanova, autore del libro “Il Marchesato di Zuccarello – dalla Val Neva alla Val Pennavaira, un viaggio tra millenni di storia ligure”.
La cerimonia è stata impreziosita dalla presenza dei seguenti gruppi storici:

  • Gruppo Storico Marchesato di Clavesana” i cui rievocatori hanno impersonato tra gli altri il Marchese di Savona Bonifacio del Vasto con la nipote Adelaide, Gran Contessa di Sicilia, Emanuele di Clavesana, cofondatore di Zuccarello, con la consorte e Caterina di Clavesana;

  • I rievocatori della Proloco di Zuccarello, che hanno impersonato Carlo I, primo Marchese di Zuccarello, la consorte Pomellina Adorno, figlia di Gabriele Adorno, Doge della Repubblica di Genova e la loro figlia Ilaria, diventata per matrimonio nel 1403 Signora consorte di Lucca;

  • I Signori del medioevo da Torino;
  •  I Signori di Rivalba di Castelnuovo Don Bosco, i cui rievocatori hanno impersonato i membri della famiglia che nel medioevo possedette il feudo di Castelnuovo per circa 350 anni;
  • I Marchesi Paleologi” di Chivasso, i cui rievocatori hanno impersonato i Marchesi del Monferrato ad inizio XIV secolo, tra i quali il Marchese Teodoro I Paleologo e la consorte Argentina Spinola, nonni materni del Conte di Savoia Amedeo VI detto il “Conte Verde”.

Alla cerimonia hanno presenziato anche le seguenti autorità:
il Consigliere Regionale Sara Foscolo; Mario Basso, Sindaco di Bardineto (SV); Daniele Galliano, Sindaco di Bormida (SV); Bruno Terreno, Sindaco di Clavesana (CN); Flavio Borgna, Sindaco di Cerretto Langhe (CN); Natalina Cha, Sindaco di Cervo (IM); Sergio Bruno, Sindaco di Erli (SV), accompagnato dal Vice Sindaco Massimo Gai; Renato Adorno, Sindaco di Rezzo (IM); Claudio Paliotto, Sindaco di Zuccarello (SV); Silvia Molino, Assessore alla Cultura di Castelvecchio di Rocca Barbena (SV); Paolo Cittadino, Consigliere Comunale di Neive (CN); Bruna Migliora, Consigliere Comunale di Toirano (SV) e Franco Scrigna, Consigliere Comunale di Villanova d’Albenga (SV).
L’Associazione Internazionale Regina Elena Odv è stata rappresentata dal Vice Segretario Amministrativo Nazionale, da Silvia Molino, Fiduciario della Provincia di Savona e da soci.

ANDREA CARNINO