CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

L’emozionante storia di Claudette Colvin approda a Torino

 

Al Polo del Novecento di Torino arriva NOIRE, un’installazione in realtà aumentata dedicata a Claudette Colvin, in programma dal 12 al 24 febbraio in occasione del Black History Month.

 

Dopo l’inaugurazione al Centre Pompidou di Parigi e le tappe internazionali che l’hanno portata al Tribeca Film Festival di New York e al Digital Culture Center di Milano, l’opera approda in città con un progetto che unisce memoria storica, tecnologia e partecipazione attiva del pubblico.

L’esperienza dura 32 minuti e si sviluppa all’interno di uno spazio immersivo in cui elementi reali e virtuali convivono. I visitatori non sono semplici spettatori, ma diventano parte della narrazione, muovendosi fisicamente nell’ambiente e vivendo in prima persona il gesto rivoluzionario compiuto nel 1955 a Montgomery da Claudette Colvin, la quindicenne afroamericana che si rifiutò di cedere il posto sull’autobus a una persona bianca, anticipando di mesi l’atto simbolico che avrebbe reso celebre il movimento per i diritti civili. Attraverso suoni, immagini e interazioni digitali, il pubblico sperimenta il peso del pregiudizio, la tensione della scelta e il coraggio di una decisione che ha segnato la storia ma che per lungo tempo è rimasta ai margini della memoria collettiva.

Il direttore del Polo del Novecento, Alessandro Rubini, spiega come “il progetto si inserisce pienamente nella missione dell’istituzione, da sempre impegnata a raccontare il Novecento e le sue fratture sociali e culturali. Si tratta di una storia che parla di discriminazione di razza e di genere, temi centrali per comprendere il secolo scorso, ma affrontati con un linguaggio nuovo, quello della realtà immersiva. L’obiettivo è permettere alle persone di stare idealmente al fianco di Claudette Colvin, di vivere il pregiudizio come lo ha vissuto lei e di riconoscere il coraggio delle sue scelte, mettendo in luce la difficoltà degli eroi che non sempre vengono celebrati. Proporre contenuti di grande qualità attraverso strumenti innovativi diventa così un modo per coinvolgere pubblici diversi e stimolare una partecipazione più profonda e consapevole.”

Particolare attenzione è rivolta ai giovani e alle scuole. L’installazione è pensata come esperienza multiplayer per gruppi di dieci persone, una scelta che ha portato a strutturare un percorso didattico articolato. Prima dell’attività immersiva gli studenti vengono introdotti ai temi della discriminazione razziale e di genere del Novecento; al termine, invece, è previsto un momento di confronto e dibattito per rielaborare quanto vissuto. L’intento non è solo trasmettere informazioni, ma far percepire emotivamente queste storie, raccogliendo le reazioni dei ragazzi e stimolando il dialogo anche fuori dall’aula, nelle famiglie e nella vita quotidiana.

“NOIRE rappresenta anche un banco di prova per il futuro del Polo del Novecento”, conclude il Direttore Rubini. “L’istituzione intende sperimentare nuovi linguaggi insieme ai partner e al proprio pubblico, osservando quali strumenti riescano davvero a generare coinvolgimento ed emozione. Se l’esperimento funzionerà, questo progetto sarà soltanto il primo di una serie di iniziative che utilizzeranno le tecnologie immersive per raccontare la storia contemporanea. In questo modo la memoria esce dai confini tradizionali dell’esposizione museale e diventa un’esperienza concreta, partecipata e attuale, capace di parlare alle nuove generazioni con strumenti vicini al loro modo di vivere e percepire il mondo.”

L’appuntamento al Polo del Novecento è uno di quelli che se lo sai, corri a vederlo. Se lo scopri una volta terminato, te ne penti. Qui trovate il link per prenotarvi: https://www.eventbrite.it/e/noire-installazione-di-realta-aumentata-tickets-1980457034302?aff=oddtdtcreator

Lori Barozzino

Turymegazeppa: vi racconto il Supermarket

Venerdi 13 e sabato 14 febbraio lo storico Supermarket di Viale Madonna di Campagna 1 chiude i battenti. Ripercorriamo la sua storia con il mattatore indiscusso del locale.

 

Disclaimer: questa è un’intervista che non segue la consecutio temporum, le premesse spuntano dopo l’enunciazione dei fatti, e il discorso può improvvisamente virare su traiettorie inattese. E non è colpa mia.

Avete mai sentito parlare del concetto di serendipità? Si tratta di trovare inaspettatamente qualcosa, o qualcuno, mentre si è occupati a cercare tutt’altro. Quando io e quelli della mia generazione abbiamo iniziato a uscire la sera, verso metà degli anni ’90, sceglievamo i locali in base al tipo di musica che volevamo ascoltare. Sapevi che se volevi un determinato stile potevi andare in quel giorno della settimana, in quel determinato locale. Ci si muoveva tra i Docks Dora e l’Hiroshima, passando per Zona Castalia. E poi c’erano ovviamente i Murazzi, l’ultima tappa della serata. Non dico fosse tutto prevedibile, ma a grandi linee potevi scegliere in base a ciò che cercavi.

Poi c’era quello che i ragazzi oggi definirebbero il glitch nel Matrix, l’elemento imprevedibile e dissonante. Un personaggio flamboyant, ingestibile per sua stessa ammissione, in grado di farti ascoltare musica dark intervallata da brani di Raffaella Carrà: TURY-MEGA-ZEPPA.

Vi ricordate la prima volta che siete finiti al Supermarket? Perché molto probabilmente è lì che lo avete incontrato senza avere assolutamente idea di cosa avreste trovato. Sabato 14 febbraio il Supermarket chiude definitivamente e così se ne va un bel pezzo di storia torinese lunga trent’anni. Ed io sono andata a farmela raccontare da lui: Pier Paolo Bettinardi.

Innanzitutto, chi eri prima di diventare Turymegazeppa?

Andando a ritroso nel tempo, prima militavo nei centri sociali, facevo occupazioni, per cui avevo già un concetto molto blindato dell’anarchia. Ho passato tutto il periodo dei primi anni ’90, a fare occupazioni e a creare situazioni dentro i centri sociali, quando l’anarchia era un concetto molto forte, molto rigido. E da lì ho iniziato a creare del clubbing.

E la prima volta che sei finito dietro una console?

Nel 1986 ad Avigliana, esattamente… Terrazze lago, non me lo ricordo più. Nell’86 fu una delle mie prime serate e poi verso l’89 a Torino.

E lì hai detto: questo è il mio lavoro.

Allora, io avevo un lavoro “normale”. Però calcola che comunque nei primi anni ’90 avevo un gruppo e giravamo tutta l’Europa, quindi vivevo già un po’ di musica. La professionalità è poi arrivata nel ’95-’96, prendendo il Caffè Blu ai Docks Dora.

Sono andato a chiedere tiepidamente se si poteva fare una serata, e quello fu il primo locale più grande perché di solito stavo sempre in locali molto piccoli. Ed era ancora un locale molto grezzo, figurati: io arrivai con i miei due banchetti da scuola e i miei vinili e iniziai a mettere musica. Sono stato lì dal ’96 al ’99, tre anni. Fu un’esperienza…

Prendendolo in gestione o come DJ?

Come DJ e direzione artistica. Organizzai concerti, iniziai a muovermi in un ambito molto underground. Io ascolto tutta roba underground.

E se non avessi fatto il DJ, cosa avresti fatto?

Bella domanda. Se non avessi fatto il DJ avrei fatto il fotografo. Considera che tutta la mia esistenza è permeata dalla notte: ho sempre vissuto di notte, ho sempre lavorato di notte. Sono allergico alla luce.

Parliamo del Supermarket. Quando è che sei arrivato la prima volta?

Sono arrivato nel ’99. Esisteva già da un anno. C’era una direzione artistica un po’, diciamo, super alternativa. Io mi proposi, ma avevo già un anno… non so come dire, capito, da biricchino…

Credo di ricordare. Dunque siamo al ’99: arrivi al Supermarket.

Sì. Avevo appena tagliato il filo ombelicale con il Caffè Bleu, perché stava diventando una situazione troppo caotica. È stata una scelta sofferta. Così andai al Supermarket a chiedere se potevo fare una serata: al Caffè Bleu suonavo il giovedì e il venerdì, volevo il sabato. Ma mi hanno praticamente scomunicato. Mi dissero: “Lei è troppo… Too much”. Troppo, troppo.

E cosa ti colpisce? Perché vai proprio al Supermarket?

Ero andato all’inaugurazione. Mi era piaciuto moltissimo lo spazio: un ex cinema, molto essenziale, molto simile al Big. Dal punto di vista estetico mi aveva conquistato. All’inizio però non mi volevano. Poi ho fatto la prima serata e le cose sono cambiate: la gente mi seguiva, si spostava. Premesso che nell’estate del ’99 avevo anche ripreso il Caffè Blu e avevo tirato su un piccolo “impero” da solo, senza PR, senza niente. Erano altri tempi.

E come sei diventato resident? Perché sei quello più longevo: trent’anni di onorata carriera.

Quasi ventotto, in realtà. Dal ’99 a oggi fanno ventotto anni. Come ci sono riuscito? Facendo. Sono un faccendiere, in realtà. Mi rimbocco le maniche e faccio.

Ti ricordi la prima serata lì?

Sì, eccome. Era il 25 dicembre, un sabato. C’è stata un’affluenza incredibile, tanta gente che veniva dal Caffè Bleu. È stato emozionante, davvero. Io comunque sono sempre ansiolitico prima delle serate. Sempre. Voglio che tutto funzioni: sono meticoloso, professionale e anche un po’ rompiscatole. Gli strumenti devono funzionare perfettamente, perché solo così quello che faccio può arrivare agli altri.

Parliamo di come è cambiata la musica che hai suonato in questi trent’anni.

Io mi sono sempre considerato uno di quei DJ che, oltre a far divertire la gente, cercano di “destrutturare”. Uso spesso questa parola. Mi piace portare il pubblico in territori inconsueti, creare fratture: magari la pista esplode, ma intanto sto facendo ascoltare qualcosa di nuovo. Non ho mai reiterato sempre le stesse cose. Anzi, spesso anticipavo la musica che mi piaceva, anche di parecchio. Per questo nacque una rubrica che chiamai Perplessità collettiva.

Cos’era Perplessità collettiva?

Uno spazio dentro la serata tutto mio. Buttavo giù i muri musicali e mettevo quello che piaceva a me. Un’altalena sonora: potevi passare dalla traccia più stupida all’antitesi totale.

Io me lo ricordo: passavi dal metal a Raffaella Carrà. Io sono il risultato di quella roba.

Tu sei il risultato concreto di tutto questo, esatto. Mi piaceva portare la gente a spasso, come dovrebbe fare un DJ, come un vero mediatore culturale. Curavo sempre anche i visual, cercando di contestualizzare la musica con le immagini.

Spesso si parla del “sound” delle città: l’elettronica è Berlino, il jazz è New York… Torino?

La Torino che ho vissuto io, tra anni ’80 e ’90, aveva un fermento pazzesco. Negli anni ’80 la new wave e il dark erano un imperativo. C’erano due locali che portavano tutto quello che arrivava da Londra e Berlino. Poi gli anni ’90 sono stati importanti: c’era un apparato musicale e culturale molto versatile. Non tantissimi locali, ma una fruizione culturale molto più curiosa, meno standardizzata. Posti come lo Studio 2 o il Big proponevano cose incredibili.

Io lo Studio 2 non l’ho vissuto.

Era uno di quei locali alternativi con la A maiuscola. Ha dato alla città una grande versatilità.
Poi con gli anni ’90 e la cassa dritta sono arrivate house e dintorni. È stato bello relazionarsi con tante musiche diverse.

Ci sono generi, personaggi o gruppi che il Supermarket ha lanciato?

Sì. Abbiamo ospitato situazioni molto diverse: Tiziano Ferro, Elisa, Daniele Silvestri, ma anche realtà più pesanti e alternative come i Lacuna Coil. All’inizio Tiziano Ferro veniva da noi e facevamo 200-300 persone. Oggi, ogni volta che passa da Torino, ci saluta. Il Supermarket in realtà nasce proprio come contenitore di live: è sempre stato una grande vetrina.

Tu sei in console, vedi i ragazzi: oggi ballano diversamente?

Oggi più che ballare, deambulano. L’imperativo è “esserci”, mostrarsi, stare dentro un microcosmo, ostentare un’appartenenza. È anche una conseguenza di come si fruisce la musica: non crea più cortocircuiti. Una volta era un fatto aggregativo, ti spingeva verso territori nuovi. Adesso spesso si vive di nostalgia, di continuo “c’era una volta”. Ma il passato, se lo reiteri troppo, diventa il relitto di te stesso. Nel mezzo resta un vuoto pneumatico, e non si va avanti.

Non si rischia di fare la fine di quelli che dicono: “Eh, ai miei tempi…”?

Sì, certo, ma penso che serva sempre un punto di coesione tra passato e futuro: è lì che succedono le cose interessanti. Invece oggi vedo tanti format che nascono solo per alimentare il ricordo, la nostalgia. Ma musicalmente è sempre la stessa cosa, non c’è mai uno scarto, un’evoluzione.
Per me è un punto di stallo. E lo dico anche da cliente.

Facciamo un giochino: una mini-playlist. Una traccia che rappresenti gli anni 1990. Anzi, partiamo dagli ’80.

Oddio, devo aprire i chakra. Anni ’80, parli di pop o di roba mia personale?

Tua. Puoi spaziare. Per me, ad esempio, gli anni 1980 sono  “Video Killed the Radio Star”.

Sì, come tessuto sonoro anni ’80 ci sta tutto quell’electropop lì. Però io, in parallelo, oltre al pop e al synthpop, ascoltavo tanta dark wave. Quindi ti direi Siouxsie and the Banshees, Joy Division, Bauhaus, The Cure. Io nasco anche da lì, da quel lato più oscuro, contrapposto al pop super accessibile.

Anni 1990?

Tutto quello che mi ha scardinato la testa: The Prodigy, Daft Punk, Underworld. Siamo tra il ’96 e il ’97: roba che ti cambiava proprio la percezione del dancefloor. Poi rimanevo sempre anche su un versante più alternativo, tipo Sonic Youth. Ho sempre avuto quell’anima lì.

E i 2000? Dai, ci sarà stato qualcosa oltre Britney Spears.

(Ride)
Io ho sempre avuto simpatia per il pop, però nei 2000 ho iniziato a spingere molto sull’electro: Tiga, Felix da Housecat, Digitalism. E poi mi divertivo a contrapporre questa elettronica al pop più sfacciato, quasi “assassino”. Mettere il pezzo giusto e vedere tutti urlare era bellissimo.

2010?

Lì ho iniziato a spostarmi su dubstep e drum’n’bass, sempre mescolati al contenitore pop. Suonavo cose come Bloody Beetroots, che mettevo tantissimo. E spesso la gente mi guardava perplessa: “Ma che sta mettendo?”. Però a me piaceva anticipare.

E il vuoto cosmico dei 2020?

Resto sull’elettronica più emotiva: Rüfüs Du Sol, Monolink, cose così. Comunque considera che io sono cresciuto con i Kraftwerk: hanno inventato tutto loro. Da lì in poi i miei chakra sono rimasti aperti su qualsiasi cosa.

Che città era Torino di notte negli anni ’90 rispetto a oggi?

Si usciva molto di più. C’erano più riferimenti, più serate, più scelta. Magari il sabato lo evitavi, ma durante la settimana uscivi sempre: sapevi che il mercoledì c’era una cosa, il giovedì un’altra. Ti spostavi continuamente.

C’era più libertà, più rischio, più creatività?

Il clubbing era davvero aggregazione. Andavi per conoscere persone, per relazionarti. La musica era il collante: nascevano amicizie, punti di riferimento. Potevi anche andare da solo, tanto sapevi che avresti trovato qualcuno. Oggi questo si è un po’ perso, e dopo il Covid ancora di più.

Il club era un luogo di cultura, oltre che di divertimento?

Sì, per certi versi assolutamente sì. C’erano proposte diverse, stimoli diversi. Non era solo intrattenimento.

E il Supermarket in questa mappa come si inseriva?

Noi siamo sempre stati un locale trasversale e alternativo. Nei 2000 sono passati da lì tantissimi DJ che poi sono diventati enormi. Siamo stati una specie di pietra miliare, una palestra.

Hai visto nascere e morire tanti locali. Perché chiudono? Qual è il motivo più frequente?

La mancanza di cura. Se non curi i dettagli, il cliente, la qualità del bere, la sicurezza, i costi… crolla tutto. E poi l’inquinamento musicale: non esiste più la fidelizzazione. I locali non costruiscono più un’identità. La musica dovrebbe essere un elemento aggregativo. Dovresti dire: lì trovo i concerti fighi, lì trovo cose interessanti. Se perdi questo, perdi tutto.

Mi ha colpito una cosa sulla pagina del Supermarket: la gente che scrive aneddoti, tipo “mi avete salvato la vita”. Ti è mai capitato di vedere nascere amori, amicizie, carriere?

Assolutamente sì. L’amore, per quanto possa sembrare un concetto quasi atavico, lì dentro è successo davvero. Ho fatto una marea di matrimoni.

Aspetta, in che senso? Lì si conoscevano o andavi proprio ai matrimoni?

No, no, andavo proprio ai matrimoni. Andavo a suggellare le coppie che si erano conosciute al Supermarket. E tantissime storie sono nate a mia insaputa, molte più di quanto immaginassi. Gente che si è incontrata lì si è innamorata… ed è una cosa bellissima, un lato romantico che va salvaguardato. E dietro ci sono storie pazzesche.

Qual è l’episodio più assurdo che hai vissuto dietro la console? Quello che si può raccontare.

Lasciamo perdere tutta la parte politicamente scorretta…

Ma necessaria, secondo me.

Funzionale, diciamo. Io sono sempre stato un po’ birba, ne ho combinate tante. Sempre sotto l’insegna del divertimento, con un’ironia dissacrante, senza mai sconfinare nella volgarità. Mi sono sempre messo nei panni del cliente: volevo dare motivi per tornare. E per farlo facevo cose assurde, veramente inaudite. Alcune non si possono proprio raccontare.

Ma un episodio assurdo a cui hai assistito?

Uno che mi fa ancora ridere: una signora completamente fuori rotta, avrà avuto 55 anni, che pretendeva di fare sesso immediato con il DJ. Aveva una voce inquietantissima. Allora le ho lanciato addosso una coperta, ho messo la colonna sonora de L’esorcista, un mio amico ha preso una croce e le abbiamo fatto un esorcismo dal vivo, davanti a tutti.

Succedevano anche queste cose. E credo di averla pure filmata. Se avessimo avuto una telecamera fissa su tutto quello che è successo in quegli anni… altro che Jackass.

Da farci un documentario.

Infatti ci stiamo pensando. Anche un libro, perché ci sono situazioni emotivamente fortissime.

Se vuoi te ne racconto una davvero pesante. Un ragazzo stava per buttarsi da un ponte ad Alpignano. Non sto scherzando. Era stato lasciato dalla ragazza, era devastato. Era lì lì per farla finita.

Non so perché, ma gli è passato per la testa di venire da me. E pensa che non era mai venuto al locale. Mai. Gli è arrivato questo flash, è venuto al Supermarket, ha iniziato a frequentarlo… ed è rimasto con noi dieci anni. Mi ha detto chiaramente: “Mi avete salvato la vita”. E come lui, tante persone. Tantissime.

Io però non avevo la consapevolezza di quello che stavamo creando.
Pensavo solo a una cosa: costruire un collettivo, un’aggregazione. Un posto dove la gente stesse bene, si divertisse, comunicasse. Creare agio. Tutto lì. E invece, se ci pensi, è enorme. È quasi come studiare i comportamenti umani. Io sono molto empatico, mi viene naturale osservare le persone.

Forse è anche un bene che tu non ne avessi contezza: magari l’avresti vissuta con più pressione. Forse il fatto di essere rimasto genuino ti ha aiutato.

Sì, esatto. Restare autentico, nel bene e nel male, è sempre stata la mia prerogativa. Ma è una cosa che applico alla mia esistenza in generale, non solo al lavoro. Non sapendo davvero cosa stesse succedendo, ho continuato a fare tutto in modo spontaneo, senza sovrastrutture.

Qual è l’artista o l’ospite che ti ha emozionato di più?

Asia Argento, senza dubbio. La mia “Asietta”. Ho proprio un’ammirazione viscerale, somatica. Mi ha colpito tanto, davvero.

Poi, in generale, con tutti i gruppi e gli artisti che abbiamo ospitato si è sempre creata una grande empatia. Io e la mia socia Barbara (Zagami n.d.r) siamo maniacali del dettaglio: non può mancare niente, mai. Questa cura si sente, e gli artisti la percepiscono.

Ti è mai capitato di “salvare la serata”? Tipo: bordello totale, non è pronto niente… e arrivi tu, eroe nel vento?

(Ride)
Sì, parecchie volte. È successo spesso di arrivare e rimettere insieme tutto al volo. Fa parte del gioco.

Dopo trent’anni riconosci ancora le stesse facce sotto la console? Le stesse persone che tornano?

Io ho dei cali di personalità, ogni tanto vivo in un mondo parallelo… però sì, molte facce restano.
Adesso poi, per le ultime serate, ti puoi immaginare: arriveranno tutti, non si troverà posto.

Ti senti parte della vita delle persone? Oltre a celebrare matrimoni hai anche battezzato figli?

Sì! Ma io non mi rendo mai conto davvero della dimensione con cui sono arrivato agli altri.
Quello che vedo è che quando sono in giro le persone mi fermano, mi dimostrano stima. E per me quella è la cosa più bella. È come se proiettassero su di me i ricordi di un periodo della loro vita, le emozioni che hanno vissuto lì dentro. E pensi: “tanta roba”, no?

Quella col Supermarket è sempre stata una storia d’amore o hai anche pensato di andartene?

È stata continuamente una storia d’amore. Sempre. Certo, ogni tanto ho pensato “e se me ne andassi?”, perché io sono una persona poco gestibile, avrei potuto fare tante altre cose.

Se fossi stato più “arrivista”, magari avrei spinto di più sul mio talento e avrei fatto altro.
Ma non mi pento di niente. Ho sempre seguito la mia idea. E per me è stato funzionale così.

Il locale chiude. Quando l’hai saputo, qual è stato il primo pensiero?

Per me la cosa centrale era salvaguardare la stima e il ricordo delle persone. Che si ricordassero davvero di aver vissuto un contenitore culturale, non solo una discoteca. Noi ci siamo sempre definiti “un’isola felice”. Un posto dove stare bene.

C’è stata rabbia, nostalgia, gratitudine, rassegnazione… o liberazione?

Un po’ tutto. Una sintesi armoniosa di opposti. Sono passato dalla rabbia alla nostalgia, alla gratitudine… inevitabile attraversare tutti quegli stati d’animo.

Avete scritto sui social: “non potevamo più garantire la stessa qualità”. È una frase un po’ criptica.

Dopo il Covid è cambiato tutto. Abbiamo iniziato a fare fatica sul serio. Abbiamo perso i “paesi”.

Cioè?

Gente che arrivava da 20–30 chilometri. Era una colonna portante del locale. Dopo il Covid molte persone hanno cambiato abitudini, sono andate a convivere, hanno paura delle regole… insomma, si è rotto un meccanismo. E poi è cambiato proprio il modo di vivere il clubbing: i ragazzi tra i 28 e i 35 non lo codificano più come luogo aggregativo. Non gliene frega più niente.

Cosa si perderà adesso che chiude un club storico?

Secondo me si creerà un vuoto. La cosa incredibile è stata la reazione: in un giorno abbiamo fatto quasi 300.000 interazioni tra social, messaggi, stampa. Una roba assurda. Mai vista per un club.Io e Barbara eravamo increduli.

Questo potrebbe portare a una riapertura?

No. Portiamo i progetti altrove. Stiamo già facendo cose nuove. Avevamo già aperto un altro spazio, il Bauhaus, e ci hanno proposto altri locali. Per noi la qualità viene prima di tutto.

Come ti immagini l’ultima serata?

Bella domanda. Cercherò di viverla come sempre, come se non fosse “l’ultima”. Magari realizzerò tutto lì, e partirà l’emorragia di lacrime, non lo so. In realtà il filo ombelicale l’ho tagliato già un po’ due anni fa. Dopo il Covid è stata dura, si sono creati buchi economici, scelte non nostre… quindi emotivamente mi sono preparato.

Se dovessi chiudere con un brano, quale sarebbe?

Io e Barbara ci eravamo promessi Sweet Disposition dei The Temper Trap. È sognante, molto bella. Perfetta per salutare. Poi non so se succederà davvero. Vedremo.

Se uno oggi volesse fare il DJ, cosa gli consiglieresti?

Prima di tutto l’empatia. Sembra banale, ma non lo è. Devi saper leggere le persone, fare radiografie emotive di chi hai davanti. Poi la cultura musicale. Conoscere il passato, immaginare il futuro e trovare un punto di coesione tra i due. Reminiscenza e futurismo. Oggi tutti fanno i DJ per moda o trend, ma manca la storicità, la consapevolezza. E un’altra cosa fondamentale: il suono.
Per me è sempre stato un imperativo. L’impianto deve suonare bene, pulito, nitido. Questa cura manca tantissimo. Quante serate senti gracchiare, mix fatti male, pause imbarazzanti tra un pezzo e l’altro… Sono cose che andrebbero studiate seriamente anche da sociologo.

Dopotutto è una forma d’arte.
Sì, sì, assolutamente. E bisognerebbe salvaguardarla.

Ma la nightlife torinese ha ancora un futuro? Esiste una nightlife torinese?

C’è un vuoto pneumatico: grandi eventi ci sono, la musica elettronica è un imperativo a Torino e nascono tante realtà. Non ti so dire con certezza, ma credo che il ripristino della cultura musicale debba necessariamente passare dai posti piccoli. Sono proprio i locali più intimi che custodiscono la microcultura che da lì poi può espandersi. La sperimentazione nasce in questi spazi. È un po’ come tornare indietro, no?

Quindi adesso dove ti trovi, che serate stai facendo?
Sto facendo una serata molto alternativa in un posto da 100 persone: è bello ricominciare da capo, rieducare il pubblico a ballare cose nuove.

Mi hai bruciato l’ultima domanda, quindi dopo il 14 febbraio dove ti troveremo?
Sto facendo serate allo Ziggy, un posticino molto alternativo in via Madama Cristina. Poi ci sarà l’One con il progetto Vision Art, che è un altro “parto” nostro legato all’arte. Facciamo anche delle belle apericene per gente adulta: già il fatto che scelgono di venire lì, e si fidelizzano con quello che succede, è importante.

Ah, ma allora non è proprio un addio-addio, è più un arrivederci su spiagge diverse. Proprio come quelle dell’isola di Serendip, che è sempre lì, solo che oggi si chiama Sri Lanka.

Lori Barozzino

Michele Mariotti primo Direttore principale italiano dell’OSN Rai

Michele Mariotti, a partire dall’ottobre 2026, mese in cui inizierà il suo mandato di durata triennale, sarà il nuovo Direttore principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Dopo Eliahu Inbal, Rafael Frühbeck de Burgos, Juraj Valčuha, James Conlon e Andrès Orozco-Estrada, Mariotti sarà il primo italiano a ricoprire l’incarico di Direttore sul podio della compagine dell’Orchestra Nazionale della Radiotelevisione Italiana, fondata nel 1994.

“È un piacere e un onore presentare Michele Mariotti come nuovo Direttore principale della nostra Orchestra Sinfonica Nazionale – afferma l’Amministratore Delegato della Rai, Giampaolo Rossi – La sua crescita di interprete lo ha portato sul podio delle istituzioni musicali più prestigiose in tutto il mondo e, da molti anni ormai, dirige regolarmente la nostra compagine, sia in stagione sia in altri contesti. Questo nuovo incarico è quindi l’evoluzione di un rapporto già molto proficuo, che viene
ora proiettato verso nuovi traguardi artistici. È una particolare gioia poi, nell’ormai più che trentennale storia dell’OSN Rai, accogliere il primo musicista italiano nel fondamentale ruolo di Direttore principale”.

Michele Mariotti, classe 1979, ha debuttato sul podio dell’OSN Rai il 7 gennaio 2011 a Reggio Emilia, in un concerto alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che inaugurava i festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, seguito nel 2012 da un concerto a Torino in piazza San Carlo per la Festa della Repubblica. Da allora è tornato regolarmente in veste di ospite: nel 2014 ancora per un concerto del 2 giugno e poi per un appuntamento in stagione in dicembre; nel 2017 per un concerto dedicato al 150esimo anniversario della nascita di Arturo Toscanini; nel 2019 ancora nel regolare cartellone stagionale; nel 2020 a Torino e Milano per l’inaugurazione di MITO Settembre Musica e per la stagione sinfonica, come anche poi nel 2021 e nel 2024. Ma ha diretto la compagine Rai anche al Festival Verdi di Parma, dove nel 2022 ha interpretato il *Requiem* del compositore di Busseto, e al Rossini Opera Festival di Pesaro sia nella *Semiramide* del 2019, sia nella *Petite Messe Solennelle* nel 2023, sia nell’*Ermione* del 2024, che si è aggiudicata il Premio Abbiati della Critica Musicale italiana come miglior spettacolo dell’anno. Dal 2008 è stato Direttore principale e poi Direttore musicale fino al 2018 del Teatro Comunale di Bologna. Direttore musicale dell’Opera di Roma dal 2022 e insignito del 36° Premio Abbiati come Miglior direttore d’orchestra, è ospite abituale nelle maggiori stagioni liriche di tutto il mondo.

Mara Martellotta

L’attore Simone Moretto si racconta

Di Laura Goria

 

Voi lo conoscete come l’esilarante protagonista di “Forbici Follia“ (in scena da anni al Teatro Gioiello di Torino) o come il dolcissimo papà di uno spot natalizio, o ancora l’attore di serie tv e film di successo. Quindi già sapete che è un interprete di razza, abile nel calarsi agevolmente in molteplici ruoli. Ma, oltre alla lampante bravura, c’è in lui un intero universo molto profondo ed affascinante.

Passione viscerale per il suo mestiere, tanto lavoro e senso di sacrificio, amore immenso per la moglie e la figlia ancora in fasce, piedi saldamente piantati per terra, ma uno sguardo che vola alto verso un orizzonte più ampio e idee molto chiare sulla strada da percorrere.

 

Hai chiuso il 2025 diventando papà (il 17 Dicembre), il 2026 è agli inizi; a 360º, a bruciapelo, un bilancio della tua vita?

Positivo ed è proprio il flash che ho avuto in sala operatoria appena ho preso in braccio mia figlia. Emozione unica, mi sono sentito profondamente grato per la mia vita. La sua nascita è stata l’apice di una serie di fortune; a partire dall’aver incontrato mia moglie Luna al momento che sto vivendo sul lavoro. Mi piace ringraziare ogni giorno per quello che ho costruito. Inizio l’anno carico ed entusiasta.

 

Professionalmente come giudichi la tua carriera fino ad oggi?

Sono soddisfatto perché mai avrei pensato di fare 5 film nel 2025. Due serie internazionali; una francese e una americana. Se penso che sono partito da uno sperduto paesino della Valle D’Aosta, dove negli anni 80 c’era solo una videoteca in cui si potevano prendere 3 VHS per volta, ed è lì che ho visto tutti i film possibili, strada ne ho fatta.

Progetti di lavoro dietro l’angolo?

A Torino, il 14 marzo andrò in scena con “Actorman”, scritto da Massimo Pica e Giampiero Perone. Spettacolo a cui sono molto legato perché ripercorre la mia vita. “One-man show” che avevo già portato al Teatro Gioiello una settimana prima che iniziasse il Covid, con il teatro pieno, 500 persone. Poi sto lavorando ad una mia versione dell’“Otello”, prevista a maggio. Amo i classici e sarò uno Iago molto particolare, vero, attuale; personaggio buono di facciata, ma che cela follia e rabbia. E stiamo già facendo le prove.

 

E per il cinema?

Ora ho un’agente eccezionale, Silvia Ferrarese, con cui mi trovo benissimo, la stimo molto e insieme andiamo verso l’obiettivo prefissato. Più una squadra di suoi colleghi che mi rappresentano nel mondo. Quindi stanno arrivando ottimi provini e per lavori importanti. Ho il vantaggio di parlare più lingue e poter recitare anche in altri idiomi.

 

Nel 2025 hai avuto un ruolo nella serie tv americana The Faithful…

Ero pazzo di entusiasmo, per la prima volta su un set della Fox; in una grande produzione sui 10 comandamenti. Girata a Roma, in una cava dove era stato ricostruito un villaggio della Bibbia. Interpretavo un pastore in difficoltà; l’unico italiano in mezzo a tutti stranieri. Con le difficoltà di un attore che recita in inglese, ma deve eliminare il suo accento; per questo sul set c’era un “language coach”.

Ammetto che tremai quando lessi il mio nome sul foglio di convocazione del giorno, in mezzo a colleghi solo british; poi in scena, davanti a centinaia di persone che lavoravano al colossal e al via all’azione: “Camera rolling action”….

Ti piacerebbe planare a Hollywood?

Certo, anche se al momento preferirei Parigi. Dopo il Covid i provini si fanno anche online ed ora lavorare all’estero è più facile. Distanze e barriere sono in parte ridotte; ma bisogna sempre studiare, essere pronti e con bravi agenti che credano in te facendoti accedere ai provini giusti. Io ne faccio quasi quotidianamente; recentemente, uno per una serie americana che si gira a Parigi. Ovvio che sarebbe meglio vivere dov’è la produzione. Pensare che nella Ville Lumière ho studiato e mi sento a casa; essendo bilingue ho recitato anche in un film in francese.

 

Teatro, tv, cinema, pubblicità: quale senti più nelle tue corde?

Tutti, perché fanno tutti parte della mia anima. In teatro il sold-out è entusiasmante, ma dopo mezza giornata sul palco ho già voglia del set; mentre negli spot pubblicitari bisogna saper recitare ed anche quello è utile allenamento.

 

Personaggi preferiti da interpretare?

Quelli dei gialli e dei crime che, inizialmente sembrano buoni; poi si rivelano cattivi, viscidi, rancorosi e letali. In “A un passo dal cielo” ero un normale assistente sociale che, poi, si scopre essere l’assassino. Perfetto per me.

Mi piacerebbe interpretare un medico; peccato non lo fossi nella puntata di “Doc” in cui ho lavorato. Ma guardo tutte le serie tv e in ospedale amo osservare i dottori, cerco di “rubare” più possibile il loro modo di essere. Pensare che sono agofobico; in sala operatoria, quando è nata Zelda, mi hanno vestito da chirurgo… e stavo quasi per svenire.

 

Un lavoro di cui sei più fiero?

La serie televisiva di Prime Video “Sul più bello” dove interpretavo il cattivo Omar, gestore di un bar; mi è venuto bene e mi sono divertito moltissimo a interpretarlo. In teatro sono affezionato a “Forbici Follia” spettacolo che adoro e ho fatto più a lungo nella vita; sono in scena da16 anni ininterrotti con oltre 2000 repliche.

É un giallo comico, ma interattivo. Il pubblico impazzisce all’accendersi delle luci in sala e le indagini le svolge lui. Nel corso delle tante rappresentazioni mi è passata la vita davanti: dal debutto agli amici passati a vedermi, le ex fidanzate e mia moglie, una delle prime volte che la vidi. Era una spettatrice che, ad una mia battuta, rise così tanto che le cadde il telefonino che si danneggiò.

 

La tua filosofia di vita?

Un piccolo passettino alla volta. Mai pensato di fare grandi picchi, tipo domani vinco un Oscar. Ricordo sempre da dove arrivo e gli inizi. Oggi lavoro tanto e bene. Da ragazzo sognavo di diventare famosissimo, ma adesso quando mi fermano per strada un po’ mi imbarazza. Ho anche aperto uno studio attori, il “Backstage Acting Studio-BAS”, dove quotidianamente insegno, alimento e cerco di trasmettere questo mio fuoco, lo stesso di sempre.

 

Come definiresti il tuo mestiere?

Ho esordito come comico e amo pensare che, facendo divertire, allevio un po’ il peso delle vite altrui. Mi stupì un chirurgo delle Molinette che mi riconobbe e ringraziò per il pomeriggio sereno in famiglia con il mio programma. Detto da chi salva vite ogni giorno?! Così pensai che, nel nostro piccolo, anche noi, siamo utili. Che sia teatro o tv, diamo esempi, raccontiamo storie che possono fare bene.

 

Cosa occorre per fare l’attore?

Innanzitutto Passione, con l’iniziale maiuscola. Sentire e vivere visceralmente questo mestiere; è la molla che ti fa sopportare i sacrifici, senza non si va da nessuna parte. Disciplina nell’aggiornarsi e studiare. Obiettivi; avere una strategia e mai andare a caso. È grazie a mia moglie se ora ho mete più chiare e fatto scelte manageriali migliori. Poi occorrono sfrontatezza e coraggio infiniti. Per esempio, è impegnativo tenere la scena in un teatro pieno con un monologo; implica una mole di lavoro che gli altri non vedono… ma non sai quanta fatica per arrivare lì!

Quando hai sentito di voler far parte del mondo del cinema?

Primissima volta durante il liceo ad Aosta. Grazie a un programma di scambi, finii a Parigi in una classe di teatranti francesi che fecero un piccolo spettacolo per noi. Rimasi folgorato. Inizialmente pensai alla regia, frequentai un corso di cinema nel mio paesino valdostano e poi la passione si è alimentata guardando ogni VHS disponibile.

 

In seguito che strada hai percorso?

È stata una continua scoperta, ogni anno aggiungevo qualcosa. Dopo l’inizio da comico, sentii che volevo raccontare storie drammatiche. All’Actor Studio di New York non avevo i mezzi per andare, ma scoprii che c’era anche a Parigi; così per un anno ho fatto un faticosissimo avanti-indietro due volte a settimana. In aeroporto tutti mi conoscevano ed aiutavano a cercare i voli più economici da Torino. Martedì e domenica o martedì e giovedì, seguivo la lezione e rientravo in giornata. Se potevo risparmiare, restavo la notte e mi godevo la città. Ricordo che una volta arrivai 8 ore in anticipo, si gelava ed era impossibile resistere all’aperto; non sapendo dove andare, mi rifugiai, a studiare e ripassare, in una chiesa vicino allo studio.

 

Il Simone bambino cosa sognava?

Ero timidino; guarda come è strana la vita! Se c’era troppa gente, svenivo. Per la recita all’asilo mi avevano vestito da carciofo e… sono svenuto! Perché non gestivo la tensione di fronte al pubblico. Tutto avrei detto… meno che avrei fatto l’attore e recitato di fronte a 500,1000 persone!

 

Immagino che la nascita di Zelda abbia fatto la differenza: ma amate così tanto F.S.Fitzgerald?

L’aneddoto del suo nome ha dell’incredibile. Luna è appassionata di videogiochi e un giorno disse di voler chiamare una figlia come la principessa di “The Legend of Zelda”; lo trovai assurdo e ne risi. Due anni fa, per il suo compleanno la portai a Roma, a Cinecittà, e scommisi che se avesse trovato nella vita reale una persona con quel nome, l’avremmo dato alla nostra bambina. Entrammo negli studi e una signora ci chiamò «Voi due venite qui. Buongiorno a tutti, io sono Zelda». Era la nostra guida!

 

Avverti che da quando sei padre viaggi meno leggero nella vita?

Si, è cambiato tutto. Ma ho un’ansia positiva, anche grazie a mia moglie che è molto equilibrata. Insieme a lei mi sento protetto e collaboriamo per un 50 e 50; dove non arrivo io subentra Luna e viceversa. Tra poco quando scadrà il suo congedo di maternità, Zelda starà con me; già rido e mi spavento all’idea di come me la caverò.

 

Che papà sei e conti di diventare?

Ho seguito il corso preparto e collaboro in tutto. Mia moglie è più brava in tante cose, come cambiare Zelda. Mentre io la intrattengo: canto, racconto storie, la distraggo. Ovvio che inoltre la cullo, coccolo e copro di amore e tenerezza. Ogni giorno fa versi nuovi e credo che parlerà presto. L’ho già portata in teatro, a respirare l’aria di casa. In futuro, vorremmo insegnarle che non tutto è dovuto; assegnarle compiti come rifarsi il letto, riordinare,…..

Se in futuro Zelda volesse recitare?

Sarei super entusiasta nel caso fosse affascinata e capisse la magia della nostra vita. Quando inizierà a parlare la iscriverò al corso di una mia collega, che è la migliore; è Franca Dorato e insieme alla figlia, Lucrezia Collimato, sono magiche. Avendo io insegnato so, per esperienza personale, che ai bambini di 3-4 anni fa bene imparare teatro e recitazione. Se poi intendesse emularmi avrebbe tutto il mio aiuto. Ma l’appoggerei anche se scegliesse altro; magari diventerà un buon medico o un chirurgo.

 

Cos’è il talento e come si gestisce?

È come la fiamma di un caminetto, se la lasci sola si spegne; se invece la alimenti con continui ciocchi di legna, diventa un fuoco che brucia intenso e non si spegne. Il nostro principale talento è saper resistere quando non ti chiama nessuno. In quel periodo difficile cosa fai? Ti lamenti e perdi tempo? Oppure ti alleni, studi e porti avanti altre cose? Ecco è lì che si vede il talento.

 

Tu come vivi le battute d’arresto?

Un aneddoto a cui tengo molto riguarda il grande Antonino Cannavacciuolo, che ringrazierò sempre per l’aiuto che mi diede, qualche anno fa, quando sul set mi vide triste e preoccupato per il lavoro. Così mi raccontò i suoi inizi faticosi e, con una passione tale che, mi trasmise nuova energia. Poi disse: «Tu ora ti dai da fare e raggiungi i tuoi obiettivi come ho fatto io». Lezione utile per lamentarmi meno, rimboccarmi le maniche e far decollare la carriera. I grandi progetti non sarebbero arrivati se non avessi avuto certe difficoltà che mi hanno fatto cambiare strada.

 

Cosa ami fare nel tempo libero?

Ne ho poco; ma mi piace camminare e appena posso, parto, mi incammino e vado. Ho fatto il cammino di Santiago e la Via Francigena; non vedo l’ora di portare mia figlia con me. È fantastico il fatto che ti alzi al mattino e devi solo pensare a camminare, anche a passo lento, e guardarti intorno.

 

Per te il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno?

Mezzo pieno, sempre. Il lamentino non mi appartiene.

 

Dimmi chi è Simone Moretto

Sicuramente una persona di cuore, grande passione,  carismatica, un po’ magica.

 

Mare o montagna?

Mare

 

Il viaggio più bello fatto e quello che sogni?

Sono un grande viaggiatore. Il più bello, quello di nozze in Giappone, dove ho scoperto una cultura con cui mi sono trovato molto bene. Sogno di fare a piedi per mesi un lunghissimo cammino; perché solo così respiri davvero le culture, ti fermi, conosci, scopri. Non saprei esattamente

dove; ma c’è un percorso dal Sud Africa agli Urali….

Devi abbandonare la terra e scegliere tra: un pianeta nello spazio o un’isola sperduta nei nostri mari?

Sicuramente l’isola sperduta

 

Puoi portare con te -oltre a moglie e figlia- solo 5 cose: cosa scegli?

Un libro e qualcosa per sopravvivere, tipo un coltello e simili. Bella l’idea di spogliarsi di tutto.

 

La tua paura più grande?

Adesso che ho famiglia, quella di non lavorare, perché nel nostro mestiere possono trascorrere anche molti mesi fermi. Negli ultimi tempi cerco, senza riuscirci molto, di vivere in maniera un po’ zen, alla giornata. Non chiedermi cosa succederà tra 2 mesi, piuttosto dirmi: è una bella giornata, godermi il momento e l’amore per quello che faccio.

 

La gioia più pura?

Ho due momenti catartici. Ero emozionato da morire all’altare il giorno del matrimonio; mi sono sciolto e ho ceduto un minuto prima. Poi quando ho visto mia figlia.

 

Per te amare significa?

Sentirsi in uno stato appagante, non solo riferito all’amore di coppia, ma alla vita, al lavoro. Molte volte quando arrivo sul set, un attimo prima respiro e mi dico: «Ma che meraviglia!» Un amore totale.

 

Ma tu l’hai capito il significato della vita?

[Ride….] Il suo senso è godersela. Non stare a perdere tempo con dubbi e recriminazioni, ma fare! L’anno scorso ho capito che una delle traduzioni della parola karma è azione: quindi, se vuoi qualcosa vattelo a prendere e goditi la vita. Trovare un equilibrio per cui svegliarsi al mattino e dirsi «Io sono felice di quello che farò oggi». E circondarsi delle persone che ci vogliono bene, che è la cosa più importante.

 

 

Come portati dal vento

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

A Torino, fino ai primi di marzo, negli spazi di PAV – Parco Arte Vivente, c’è l’esposizione Dove le liane si intrecciano. Resistenze, alleanze, terre di Binta Diaw.

Vi troverete in un ecosistema parcellizzato in più ambienti: una foresta sospesa di trecce, radici artificiali, pozze d’acqua e terriccio.
Ovunque lunghe compagini di capelli si avvolgono come liane scure, creando configurazioni che sono la trama di un’istanza identitaria espressa per nodi.

Binta Diaw nasce a Milano nel 1995 da famiglia senegalese.

Si forma all’Accademia di Brera e alla École d’Art et de Design di Grenoble-Valence, in Francia; svolge inoltre un internato presso SAVVY Contemporary a Berlino nel 2018, esperienza che la mette a confronto con pratiche e metodologie artistiche non eurocentriche, aprendo la sua ricerca a un dialogo più ampio con contesti africani e diasporici.

Lavora tra Italia e Senegal ed entra presto nel circuito internazionale, fino alla partecipazione alla Biennale di Venezia del 2022.

Diaw vive una spaccatura identitaria netta: italiana per lingua e formazione, “altra” per sguardo sociale; in Senegal è percepita come europeizzata, mentre in Italia mai completamente integrata nel tessuto collettivo, come spesso accade in questi contesti migratori.

Un’ambivalenza che è il nocciolo psichico della sua ricerca: il corpo diviene il punto caldo di irradiazione del suo destino artistico, crogiolo che conserva, compattati, appartenenza e rigetto, visibilità e negazione.

Dal periodo berlinese in poi, un elemento ricorrente nelle sue residenze e nei suoi progetti è la collaborazione con comunità e pratiche locali: spesso filma luoghi di partenza di migrazioni reali, come il distretto di Yarakh vicino a Dakar, utilizzando poi questi materiali nelle sue installazioni; in Senegal ha realizzato il progetto Dïàspora, coinvolgendo braiders ivoriane.
Il richiamo è quello degli antichi usi di tessitura legati alla sopravvivenza e alle vie di fuga dalla schiavitù.

Da questa usanza, dalla primordiale sapienza di mani che generano viluppi, Binta estrapola una delle sue orme distintive: i capelli, che, in quanto diretta prosecuzione del corpo, utilizza per occupare spazio, (ri)mettere radici.
Durante la tratta atlantica degli schiavi, molte donne nascondevano semi tra le trecce per custodire parte della loro terra, sapendo che i capelli sarebbero stati meno violati dei loro corpi.
Così quei semi attraversarono l’oceano e si dispersero nei continenti, come portati dal vento o dal volo degli uccelli.

Quelle trecce/tracce, in Binta, si fanno paradigmi in cui rizomi e germogli nidificano e che compongono grandi strutture intersecate che assumono le sembianze di sistemi arteriosi e agglomerati venosi di un immenso corpo astratto.
Estrae delicatamente elementi fondativi tradizionali e, riversandoli nel suo alambicco psichico, ne fa un distillato in cui risorgono macroscopici e spansi, come in un quadro di Domenico Gnoli.

Una delle sue opere più emblematiche è Chorus of Soil.

La matrice è lontana: a undici anni vede in un’enciclopedia l’immagine di una nave da schiavi settecentesca, la Brooks, correlativo oggettivo del dolore di corpi allineati, compressi e numerati.

La planimetria storica dell’imbarcazione è la matematica della brutalità, in cui l’ottimizzazione dello spazio si unisce alla razionalizzazione della “materia umana”.

Da ciò Diaw crea un’installazione ambientale composta da materia organica e semi che riproduce, in scala monumentale, la pianta della nave.

Il disegno, visto dall’alto, è reso con la terra: non c’è più il legno della nave né lo sciabordare del mare, perché lo sfruttamento oggi assume altre forme ma colpisce ancora gli stessi corpi, incurvati nei campi del sud Italia.

La scelta della terra è ambivalente: grembo e sepoltura, fertilità e abuso, bulbo e annullamento.

Ciò a cui penso è che il giogo dell’oppressione e della solitudine può rivelarsi anche in una sfolgorante cornice naturale come quella dei Caraibi, dove erano dirette le navi negriere inglesi, o nelle coltivazioni di clementine della Piana di Gioia Tauro, con il Mar Tirreno da un lato e l’Aspromonte dall’altro.

E che il sentimento di abbandono di questo mondo glaciale può essere riassunto in una piantina che spunta tenace da un mucchietto di terra in un museo.

 

Nelle foto:

1.Binta Diaw in Prada, fotografata da Szilveszter Makó nel suo studio a Milano
2. Durante l’allestimento della mostra “In Search of Our Ancestors’ Gardens”, Binta Diaw interviene sulla superficie delle stampe fotografiche con l’uso dei gessi colorati.
Foto: Olga Michahelles
3.La spiaggia nera. Veduta dell’installazione presso Prometeo Gallery Ida Pisani, Milano, 2022. Foto: Antonio Maniscalco
4.Binta Diaw, Chorus of Soil, 2023, veduta dell’installazione alla Biennale di Liverpool 2023. Foto: Mark McNulty.
5. Binta Diaw In Search of Our Ancestors’ Gardens, 2020 Veduta dell’installazione presso Galleria Giampaolo Abbondio. Foto: Antonio Maniscalco

 

Al Concordia il meraviglioso e bizzarro Regno di Oz

domenica 15 febbraio – ore 16
TEATRO CONCORDIA  Venaria Reale (TO)
IL MAGO DI OZ
Catapultata da un ciclone nel meraviglioso e bizzarro Regno di Oz, Dorothy, una ragazzina del Kansas, intraprende un viaggio alla ricerca del potente Mago che, forse, potrà aiutarla a
tornare a casa. Lungo la Strada di Mattoni Gialli, incontra tre compagni indimenticabili: uno Spaventapasseri che sogna un cervello, un Uomo di Latta che desidera un cuore, e un Leone che cerca il coraggio. Insieme affronteranno prove, magie e incontri sorprendenti in un mondo dove nulla è come sembra.
Un classico che ha conquistato generazioni di persone sia al cinema che a teatro torna a Torino grazie alla TMA Productions, che mette in scena al Teatro Concordia la prima data di un tour che toccherà le principali città italiane in autunno.

Io sono

La poesia di Graziella Provera

IO SONO

Non ho ali né piume
eppur sono uccello e farfalla,
s’innalza il mio volo
fino ai picchi innevati
e alle verdi colline
dove a mezzogiorno i campanili
tutti insieme suonano a festa.

Il mio viaggio mi porta lontano
a contemplar le macerie
lasciate da coloro che non riconoscono
se’ stessi nell’altro,
oltre l’illusione della forma.

Vedrò la Bellezza e l’orrore
camminar sulla Terra
tenendosi per mano
e saprò che Io Sono
questo cuore che batte,
Io Sono tutte le lacrime
che ho pianto,
Io Sono la Vita che non conosce
la morte.

11 Febbraio 2026

 

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

Agata Christian – Delitto sulle nevi – Commedia, giallo. Regia di Eros Puglielli, con Christian De Sica, Pasquale Patrolo, Paolo Calabrese e Chiara Francini. Christian Agata, il detective e criminologo più famoso d’Italia viene invitato da Walter Gulmar, figlio di Carlo, patron della celebre ditta di giocattoli Gulmar&Gulmar, per fare da testimonial nello spot della nuova edizione di un gioco da tavolo, il Crime Castle, best seller dell’azienda. Lo spot sarà girato in Val d’Aosta e Agata raggiunge i Gulmar nel loro sontuoso castello fra le montagne innevate, che è stato di ispirazione per il gioco di cui sopra. Nel castello ci sono molti ospiti. Quando una valanga isola tutta l’improbabile compagnia, spunta il classico cadavere e i dieci piccoli indiani resteranno intrappolati nell’edificio. Il detective dovrà risolvere il mistero. Durata 109 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

L’agente segreto – Drammatico, thriller. Regia di Kleber Mendonça Filho, con Wagner Moura. La dittatura brasiliana, l’anno è il 1977, il protagonista è Marcelo – nome di copertura per un professore universitario – che a Recife raggiunge il figlio e che ben presto dovrà accorgersi di essere seguito da due sicari che lo vogliono morto: negli anni passati ha ostacolato le attività di un imprenditore di origini italiane. Uccisioni, antiche realtà e ricostruzioni cinematografiche, le ricerche di due studentesse che tentano di ridare esattezza e verità ai periodi più o meno conosciuti della storia di quel paese, mezzo del regista per ricordare allo spettatore le proprie origini giornalistiche. Premiato al Festival di Cannes, due Golden Globe, due candidature ai Bafta, quattro candidature agli Oscar, uno dei successi dell’annata. “Il thriller tiene il respiro e la morale in sospeso, e ricostruisce l’atmosfera in un’epoca in cui la dittatura faceva volentieri sparire le persone: la spy story si nasconde dietro ogni angolo, ogni occhiata, ogni fuga e ogni samba”, ha scritto Maurizio Porro nelle colonne del Corriere. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Il regista brasiliano insegue i fantasmi della sua città e del suo paese con una spy story insieme appassionante e amara. In fuga dalla polizia della dittatura militare, nel Brasile del 1977, un militante comunista arriva a Recife… sono i giorni del Carnevale, la città è in fermento, un serial killer minaccia la sicurezza, al cinema i film mostrano un mondo di esaltanti esagerazioni. Ma cosa significa, oggi, raccontare quel passato? Cosa ne è rimasto nelle immagini e nei luoghi del presente? Un film continuamente spiazzante e sorprendente.” Durata 158 minuti. (Greenwich Village sala 2 V.O., Nazionale sala 3)

Buen Camino – Commedia. Regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò e Martina Colombari. Checco, erede ricchissimo e viziato, prole ultrafelice di Eugenio ricchissimo produttore di divani, innumerevoli ville con piscina e altrettanto innumerevoli servitori di origine filippina alle sue dipendenze, yacht su cui invitare amici che hanno le sue stesse idee di libertà e di non lavoro, una fidanzata messicana di professione modella, è costretto a lasciare la sua vita dorata sulle tracce della figlia Cristal, adolescente dal carattere un pochino turbolento. Per la prima volta in vita sua viene messo di fronte alle sue responsabilità di padre, inaspettate quanto da prendere con i classici guanti, anche perché Checco del sangue del suo sangue proprio niente sa. Grazie l’opera di corruzione attuata nella persona di Corina, la migliore amica di Cristal, il binomio viene a sapere che la fanciulla è partita per la Spagna. È così che finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago: un’occasione per conoscersi veramente. Durata 90 minuti. (Massaua, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Cime tempestose – Drammatico. Regia di Emerald Fennell, con Margot Robbie e Jacob Elordi. Fin da bambini il legame tra Cathy Earnshow, orfana di madre e figlia di un inglese che ha perso ogni cosa al gioco, e Heathcliff, trovatello preso in casa dal padre di Cathy e trattato come un servo, è viscerale e indissolubile. Da adulti, quel legame si trasforma in passione travolgente, ma Cathy ritiene la possibilità di una relazione ufficiale con Heathcliff degradante, e prende in considerazione la possibilità di sposare il ricco vicino di casa Edgard. Heathcliff fugge dall’umiliazione e cerca fortuna all’estero, per poi tornare nello Yorkshire da trionfatore e conquistare Wuthering Heights, la casa in cui lui e Cathy sono cresciuti. Ma al suo ritorno trova la sua anima gemella sposata con Edgard, e per i due inizierà quell’inferno (e paradiso dei sensi) cui sembrano destinati sin dall’infanzia. Durata 136 minuti. (Centrale V.O., Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Harpo e sala Chico anche V.O., Greenwich Village sala 3 V.O., Ideal anche V.O., Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche V.O.)

Le cose non dette – Drammatico. Regia di Gabriele Muccino. con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini. Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia in crisi creativa, e il suo direttore le consiglia di “staccare” e di partire per una vacanza. Decidono dunque di partire per Tangeri, insieme a un’altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c’è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore. Durata 114 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 1, Romano sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Crime 101 – La strada del crimine – Thriller. Regia di Bart Layton, con Chris Hemsworth, Halle Berry e Mark Ruffalo. Il film racconta la storia di Davis, un ladro le cui rapine, magistralmente pianificate, hanno da tempo lasciato le forze dell’ordine senza indizi. Davis sta organizzando il colpo più ambizioso della sua carriera, quello che spera possa essere l’ultimo, quando il suo cammino s’incrocia con quello di Sharon, una disillusa assicuratrice con cui è costretto a collaborare, e di Orman, un rivale dai metodi molto più pericolosi. Con l’avvicinarsi del furto multimilionario, l’inarrestabile tenente Lubesnik si avvicina alla verità, facendo crescere la tensione e rendendo sempre più sottile il confine tra cacciatore e preda. Ognuno dei protagonisti dovrà confrontarsi con il prezzo delle proprie scelte e con la consapevolezza di essere ormai oltre il punto di non ritorno. Durata 135 minuti. (Ideal, Reposi, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Due procuratori – Storico, drammatico. Regia di Sergei Loznitsa, con Alexander Kuznetsov e Anatoliy Belyy. Unione Sovietica, 1937. Migliaia di lettere di detenuti ingiustamente accusati dal regime vengono bruciate nella cella cella di una prigione. Contro ogni previsione, una di queste richieste d’aiuto giunge a destinazione, sulla scrivania del procuratore locale appena nominato, Aleksandr Kornev. Il giovane Kornev fa del suo meglio per incontrare il prigioniero, vittima di agenti corrotti della polizia segreta, l’NKVD. Bolscevico convinto e integro, il giovane procuratore sospetta una serie di abusi e illegalità. La sua ricerca di giustizia lo porterà fino all’ufficio del Procuratore Generale di Mosca. Incontrerà attese, depistaggi, inganni. Durata 118 minuti. (Eliseo)

La Gioia – Drammatico. Regia di Nicolangelo Gelormini, con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella e Betty Pedrazzi. Gioia è un’insegnate di liceo che non ha m,ai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui vive ancora. Tra gli studenti della sua scuola c’è Alessio, un ragazzo che usa il suo corpo come uno strumento per rimediare qualche centinaio di euro e aiutare la madre, cassiera in un supermercato. Tra Alessio e Gioia nasce un legame proibito, fragile e inspiegabilmente necessario per entrambi. Ma il desiderio di un riscatto sociale e umano per Alessio è un veleno silenzioso che gli impedisce di farsi conquistare definitivamente dalla dolcezza disarmante di Gioia. Così, distrugge tutto e cancella l’unica persona che abbia mai amato. Scrive Maurizio Porro nelle colonne del Corriere: “Una storia incrociata di menzogne e amori sognati e non realizzati: contano solo i soldi, i baci impiccano. Coi ritmi di un sovvertimento dei sensi alla Zweig, di un doppio processo alle intenzioni, il film tiene un impeccabile equilibrio tra i personaggi, grazie al cast perfetto”. Durata 108 minuti. (Ideal, Romano sala 3, The Space Beinasco)

La grazia – Commedia drammatica. Regia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello, Roberto Zibetti e Milvia Marigliano. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis è ormai anziano e alla fine del suo mandato. Vedovo, ex giurista e profondamente cattolico, si troverà di fronte a due ultimi dilemmi: se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio in circostanze che potrebbero essere continuate attenuanti o se promulgare la legge dell’eutanasia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Toni Servillo. Durata 133 minuti. Il regista Paolo Sorrentino, che ha girato gran parte del film a Torino, sarà al Nazionale domenica 18 gennaio alle ore 18 per presentare il film e rispondere alle domande del pubblico. Da lunedì 19 sarà altresì possibile visitare lamostra fotografica “La Grazia” – Immagini e location della Torino di Paolo Sorrentino”, nelle stesse sale di palazzo Chiablese dove il regista ha ricreato gli ambienti del Quirinale. (Due Giardini sala Nirvana, Eliseo, Fratelli Marx sala Chico, Greenwich Village sala 1, Ideal, Nazionale sala 4)

Greenland 2 – Migration – Azione. Regia di Ric Roman Waugh, con Gerard Butler e Morena Baccarin. Cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke che ha devastato la Terra, la famiglia Garrity è sopravvissuta rifugiandosi in un bunker in Groenlandia. Ma anche quando quest’ultimo baluardo viene distrutto, sono costretti a tornare in superficie. Il mondo che li attende è irriconoscibile. Tra le macerie di un’Europa congelata e ostile, i Garrity intraprendono una migrazione disperata verso la Francia, dove si dice possa esistere un nuovo luogo in cui ricostruire la civiltà. Durata 98 minuti. (Uci Moncalieri)

Hamnet – Storico, drammatico. Regia di Chloé Zhao, con Jessie Buckley, Paul Mescal, Jacobi Jupe ed Emily Watson. In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito. Will è il giovane William Shakespeare, maestro di latino nella Stratford del 1580, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet ucciso dalla peste a soli undici anni (un lutto che mette a dura prova l’unione della coppia) diventa Hamlet. Tratta dal romanzo del 2020 dell’irlandese Maggie O’Farrell, la storia di Agnes (più che di William), tessuta di magia e femminilità. Film già vincitore di due Golden Globe, attende la notte degli Oscar con le sue otto candidature. Ha scritto Alessandra De Luca nelle colonne di “Ciak” che la Zhao, nata a Pechino nel 1982, già premiata a Venezia con il Leone d’oro nel 2020 e Oscar come miglior film per “Nomadland”, “sceglie ancora una volta una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzionr, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di “Amleto”, vale la spesa del biglietto e un’altra statuetta nelle mani di Jessie Buckley, dopo il Golden Globe, ci starebbe proprio bene.” Durata 125 minuti. (Massaua, Classico anche V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Lavoreremo da grandi – Commedia. Regia di Antonio Albanese, con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e e Nicolò Ferrero. Umberto ha dilapidato i soldi del padre e continua a immaginarsi grande musicista, ma partorisce soltanto creazioni sonore cacofoniche. Ha due ex mogli che l’hanno sfruttato e ora lo detestato e due figli, Toni e Beppe. Gigi contava sull’eredità di una zia facoltosa ma lei gli ha lasciato solo trucchi e parrucche, che lui indossa per protesta, ubriacandosi e ingerendo pillole. Una notte mentre trasportano quest’ultimo in stato semicomatoso, Umberto Beppe e Toni (sotto misura cautelare in vista dell’ennesimo processo, questa volta per truffa ai danni del Fisco) fanno un incidente – credono di aver travolto con l’auto qualcuno in bicicletta – del quale dovranno affrontare le conseguenze, dando il via a una catena di equivoci e di sorprese atte a sconvolgere la loro vita senza direzione. Durata 91 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6, Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Fratelli Marx sala Groucho, Ideal, Reposi sala 3, The Space Beinasco, Uci Lingotto, Uci Moncalieri)

Il Mago del Cremlino – Le origini di Putin – Drammatico. Regia di Olivier Assayas, con Jude Law, Paul Dano e Alicia Vikander. Russia, primi anni Novanta. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, Vadim Baranov, un giovane brillante, sta per trovare la propria strada. Orima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa spin doctor di un ex agente del KGB in ascesa: Vladimir Putin. Immerso nel cuore del sistema, Baranov plasma la nuova Russia, confondendo i confini tra verità e menzogna, credenze e manipolazione. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga, lontano da questo gioco pericoloso. Quindici anni dopo, ritiratosi nel silenzio e avvolto nel mistero, Baranov accetta di parlare, rivelando i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire. Durata 120 minuti. (Massimo anche V.O., Reposi sala 5, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Marty Supreme – Commedia drammatica. Regia di Josh Safdie, con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow e Abel Ferrara. Marty Mauser è un venditore di scarpe con una irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni Cinquanta tra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. Durata 90 minuti. (Massaua, Centrale V.O., Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Harpo, Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto)

Pillion – Amore senza freni – Drammatico. Regia di Harry Lighton, con Alexander Skarsgård e Harry Melling. Colin è un giovane timido e mite: un giorno ha il compito di fare multe ai proprietari di auto mal parcheggiate, di sera si esibisce malinconicamente al pub in un coro a cappella. Proprio in quel pub, una sera, viene avvistato da Ray, un motociclista che è vero esemplare di maschio alfa. L’attrazione è immediata e, incredibilmente, reciproca. I genitori di Colin, che conoscono e sostengono la sua omosessualità, sono dapprima felici che il figlio abbia trovato una compagnia amorosa, ma non sanno che Ray è un dominatore e Colin il suo “pillion”, termine con cui si indica il sellino posteriore delle moto, ma che in questo caso è una metafora per “sottomesso”. La relazione tra i due è unilaterale. Ray comanda e Colin ubbidisce, vista la sua “naturale attitudine alla devozione”, come la descrive il compagno. E questo succede anche nel sesso, regalando a Colin il primo rapporto completo al prezzo della sudditanza a binario unico. Ma quando Colin cerca di trasformare la relazione in un rapporto di coppia le cose si complicano. Durata 106 minuti. (Centrale V.O.)

Send Help – Horror. Regia di Sam Raimi, con Rachel McAdams e Dylan O’Brien. Linda Liddle è una donna che vive sola, appartata da tutto e da tutti, ma il CEO dell’azienda presso cui lavora ha riconosciuto le sue doti e le ha promesso una promozione. Purtroppo l’uomo è poi morto ed è stato sostituito dal figlio Bradley, che preferirebbe di gran lunga promuovere il suo compagno di confraternita, un giovane rampante che si appropria dei lavori di Linda ma che sa presentarsi molto bene. Linda invece cura poco il proprio aspetto e questa trasandatezza la rende sgradevole al superficiale Bradley, che comunque la vuole su un aereo privato per sfruttare ancora una volta le sue doti matematiche. Qui Linda è ancora una volta umiliata da Bradley e dai suoi amici, sino a che a seguito di un incidente Linda e il suo datore di lavoro si ritroveranno su un’isola deserta. La preparazione della donna che sogna da anni di diventare una concorrente dello show “Survivor”, si rivelerà molto preziosa arrivando a ribaltare il rapporto tra i due. Durata 113 minuti. (Uci Moncalieri)

Sentimental Value – Drammatico. Regia di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Elle Fanning e Stellan Skarsgård. Nora e Agnes sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Riconoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp. Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato. Designato Film della Critica dal SNCCI: “Due necessità primarie a confronto – quella di seguire il proprio percorso artistico e quella di rimanere accanto ai propri figli – confluiscono in un dramma familiare delicato e struggente. Stellan Skarsgård giganteggia nei panni del regista di successo che ha smarrito la via, e Renate Reinsve gli tiene testa in quelli della primogenita, attrice di razza che rifiuta di interpretare se stessa nell’Amarcord paterno. Una parabola sulla possibilità di perdono e redenzione, mai sentimentale, a dispetto del titolo, sempre vibrante di intensa emozione. Durata 133 minuti. (Eliseo, Greenwich Village V.O. sala 2, Romano sala 1)

Sirāt – Drammatico. Regia di Oliver Laxe, con Sergi Lòpez e Bruno Nùnez. Luis con il giovane figlio Esteban si aggira in un rave party mostrando una fotografia della figlia Mar della quale ha perso da alcuni mesi le tracce e che vorrebbe ritrovare. Nessuno la conosce ma, nel corso della ricerca, l’uomo fa delle conoscenze che, dopo la chiusura della festa da parte dei militari, lo indirizzano verso un altro rave. Il viaggio non sarà dei più facili e non soltanto per le asperità del terreno, “un viaggio accidentato e pericoloso verso un ignoto dentro e fuori di noi: solo il nulla del paesaggio minato”, ha scritto Maurizio Porro nel Corriere della Sera. Premio della Giuria a Cannes. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Oliver Laxe dirige un film di rara potenza, devastante nella forma e dalla narrazione continuamente vissuta sullo strapiombo di avvenimenti tragici, un on the road tra musica martellante e danze tribali, alla ricerca di persone scomparse e del senso ultimo della vita, rappresentata in modo nichilistico, in un paesaggio di bellezza agghiacciante, muovendosi costantemente su un terreno minato.” Durata 115 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6 V.O., Centrale V.O.)

Sorry, baby – Drammatico. Regia di Eva Victor, con Eva Victor, Naomie Ackie e Lucas Hedges. Una violenza sessuale, la vittima è Agnes. La ragazza cerca di superare il suo dramma. L’amica Lydie, al contrario, è felice, vive a New York, si è sposata e le racconta di aspettare un bambino. Nell’occasione di una riunione di classe i ricordi riaffioreranno. Durata 103 minuti. (Centrale)

“Dialoghi senza parole” di Pier Tancredi De-Coll’

ARTE TRA I LIBRI: …e la mostra è anche on-line in PIEMONTE ARTE su www.100torri.it

Chieri – Libreria Mondadori-Centro Storico. Dal 20 febbraio al 22 marzo 2026

Continuano gli appuntamenti della rassegna “Arte tra i libri”, negli spazi della Libreria Mondadori – Centro Storico di Chieri, in Via Vittorio Emanuele 42 B, a cura di Piemonte Arte, la testata giornalistica settimanale di www.100torri.it.

Sabato 20 febbraio alle ore 18,00 sarà inaugurata la Mostra “Dialoghi senza parole” opere di Pier Tancredi De-Coll’.

La mostra presenta una selezione di opere recenti di Pier Tancredi De-Coll’ presentate dal critico Angelo Mistrangelo che scrive, tra l’altro:

Sospese in atmosfere immateriali le immagini di Pier Tancredi De-Coll’ rivelano la singolare interpretazione di una quotidianità rivisitata, di una sequenza di meditati e suggestivi interni e di una visione che si rinnova, di volta in volta, secondo un’attenta definizione della struttura compositiva.

Vi è in questa sua lettura della realtà la volontà di fissare un luogo della memoria, un silenzioso giardino o una natura morta, “Cuisine”, che occupano lo spazio con la sensibilità del dialogo che intercorre tra l’artista e gli oggetti, tra il fascino di un incontro e un accogliente salotto……

Maurizio Vitiello – Scrittore e critico

De-Coll’ motiva calibrati impianti, di mano sciolta ed esemplare, che colpiscono ed affasciano, nonché produce interessanti immagini, legate ad una dimensione d’affetti e d’intenti, e sistema e accorda elaborazioni equilibrate per un ventaglio prezioso di riassunti singolari e congruenze su cromatismi segnaletici.

Formula circostanze emotive con accordanti scatti. …

Paola Gribaudo  – Presidente dell’Accademia Albertina ed Editore d’Arte
Con all’attivo oltre mille libri curati  o editati so riconoscere quando ho a che fare con qualcosa di speciale.

Duccio Trombadori – Critico dell’Arte
….C’è un mondo di storia visiva e cultura depositata nell’espressione raggiunta da Pier Tancredi De-Coll’ che emerge appena la sua mano trova la più spontanea e versatile via d’uscita figurativa. Via d’uscita che non risponde tanto al connubio professionale di arte e tecnica, in cui Pier Tancredi è pure un virtuoso, quanto invece alla liberazione di un intenso dispositivo lirico che, come il manzoniano cielo di Lombardia, “è cosi bello quando è bello”….

tancredi

Pier Tancredi De-Coll’, torinese (classe 1959) è un pittore di impianto espressionista che si è formato frequentando l’atelier dell’artista torinese Serafino Geninetti.  Ha esordito come vignettista per i quotidiani Stampa Sera e La Stampa (1982-1995) con oltre 1.000 pubblicazioni.

Nel 1986, con lo scrittore Federico Audisio di Somma (Premio Bancarella 2002) ha realizzato il libro di disegni e poesie Femmes, Donne Elettriche con la prefazione di Gianni Versace.

Su questo percorso artistico è stato scritto il libro Pura Pittura (Gli Ori) curato dalla Presidente dell’Accademia Albertina Paola Gribaudo e scritto da Federico Audisio di Somma (presentato al Salone del Libro 2017). Nel 2018 la Città di Arezzo gli ha dedicato una mostra antologica presso la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, a cura di Liletta Fornasari .

Suoi lavori sono stati selezionati per il  Premio Sulmona, ricevendo nel 2022 la Menzione d’Onore della Giuria presieduta da Vittorio Sgarbi. Ha recentemente aderito alla corrente romana dell’Effettismo, promossa da Francesca Romana Fragale. E’ membro della Consulta dell’Accademia Italiana d’Arte e Letteratura.

Un suo lavoro è stato esposto nel 2024 alla Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, nell’ambito della prestigiosa mostra D’Annunzio e la Cina.

Sue opere sono esposte in permanenza presso numerose gallerie italiane e sul suo lavoro si sono espressi critici e personalità del mondo dell’ arte come Angelo Mistrangelo, Maurizio Vitiello, Liletta Fornasari, Cosimo Savastano, Paola Gribaudo, Vittorio Raschetti, Antonio Perotti, Duccio Trombadori.

 Zubin Mehta torna a Torino per la West-Eastern Divan Orchestra

Eccellenza artistica e impegno nella ricerca si incontrano sabato 21 febbraio alle ore 20.30 in un evento musicale che coinvolge tre importanti realtà del territorio piemontese. Il concerto si svolgerà presso l’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto e vedrà protagonisti Zubin Mehta e la West-Eastern Divan Orchestra. L’iniziativa nasce dalla coproduzione tra la Fondazione per la Cultura Torino e Lingotto Musica, con la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro nel ruolo di Charity Partner. La collaborazione riprende un modello già sperimentato con successo nel gennaio 2024, quando Riccardo Muti e la Chicago Symphony Orchestra furono protagonisti di un evento sold out che riunì per la prima volta i tre enti a sostegno della ricerca oncologica.

La serata segna il ritorno nel capoluogo piemontese, dopo oltre un decennio, di uno dei più grandi direttori d’orchestra contemporanei e rappresenta anche il debutto torinese della West-Eastern Divan Orchestra, ensemble fondato nel 1999 da Daniel Barenboim insieme allo studioso palestinese Edward W. Said. L’orchestra nasce come simbolo di dialogo e convivenza tra giovani musicisti israeliani, palestinesi e provenienti da altri Paesi del Medio Oriente.

Il programma musicale è stato realizzato nell’ambito di Lingotto Musica per la Comunità e rende omaggio a due pilastri del sinfonismo austro-tedesco, Ludwig van Beethoven e Franz Schubert, rafforzando inoltre la collaborazione tra Lingotto Musica e MITO SettembreMusica.

“Siamo davvero onorati di ospitare a Torino un professionista di fama internazionale come il maestro Zubin Mehta e una realtà come la West- Eastern Divan Orchestra, che coniuga la grande qualità artistica con lo straordinario esempio di dialogo tra giovani musicisti provenienti da Paesi diversi del Medio Oriente, che la compongono – ha dichiarato il Sindaco della Città di Torino Stefano Lo Russo. “ Uno spettacolo che conferma ancora una volta l’eccellenza culturale del programma di Lingotto Musica, qui in collaborazione con la Fondazione per la Cultura di Torino, e l’impegno sociale della nostra città con il coinvolgimento della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, Charity Partner dell’evento”.

“Accogliamo con grande orgoglio il ritorno del maestro Zubin Mehta dopo sedici anni dalla sua ultima presenza nelle nostre stagioni – afferma Paola Giubergia Presidente di Lingotto Musica.
“Un evento di portata artistica assume un significato ancora più profondo grazie alla collaborazione con la Fondazione per la Cultura Torino e alla presenza della Fondazione per la Ricerca sul Cancro come Charity Partner. Attraverso Lingotto Musica per la Comunità vogliamo che i grandi concerti diventino occasione concreta per promuovere cause di valore sociale, unendo la qualità musicale alla responsabilità verso il territorio che caratterizza la nostra missione di ente del terzo settore”.

“La grande musica è ancora una volta al fianco della ricerca sul cancro- ha sottolineato Allegra Agnelli, Presidente della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro – “ Per noi questo evento ha un significato davvero speciale perché si svolge nell’anno che celebra i 40 anni dalla nascita della Fondazione Piemontese per al Ricerca sul Cancro. Siamo legati al maestro Zubin Mehta fin dal 1994 quando decise di sostenere l’Istituto di Candiolo con un concerto memorabile al Teatro Regio. Ringraziamo Fondazione per la Cultura Torino e Lingotto Musica per l’opportunità di raccontare e dare visibilità all’impegno quotidiano di tutti i professionisti dell’Istituto di Candiolo IRCCS, dove cura e ricerca si intrecciano per dare speranza ai pazienti, rafforzando l’unione tra cultura e scienza”.

Il concerto si aprirà con l’Ouverture “Leonore” n. 3 op. 72 b di Ludwig van Beethoven, pagina intensa e drammatica composta per la seconda versione del Fidelio. Scritta nel 1806, l’ouverture riassume in forma sinfonica i temi centrali dell’opera: la lotta per la libertà, la fedeltà coniugale e l’affermazione della giustizia.

Seguirà la Sinfonia n. 8 in fa maggiore op. 93, composta da Beethoven nel 1812 negli stessi anni della monumentale Settima Sinfonia. L’Ottava si distingue per un carattere più contenuto e brillante, caratterizzato da ironia e leggerezza che richiamano il classicismo di Haydn, pur mantenendo l’energia tipica del linguaggio beethoveniano.

La serata si concluderà con la Sinfonia n. 9 in do maggiore D 944 “La Grande” di Franz Schubert, considerata una delle massime espressioni del sinfonismo romantico. Completata nel marzo 1828, pochi mesi prima della morte del compositore, la partitura fu scoperta da Robert Schumann circa dieci anni dopo e venne eseguita per la prima volta sotto la direzione di Felix Mendelssohn nel 1839. Il titolo “grande” serve a distinguerla dalla precedente Sinfonia n. 6, anch’essa in do maggiore, ma sottolinea soprattutto l’imponenza della struttura e l’ampiezza del respiro melodico.

I biglietti sono disponibili su Anyticket oppure presso la biglietteria del Centro Commerciale Lingotto esclusivamente il giorno del concerto, dalle 18 alle 20.30, in via Nizza 280/41 a Torino.

Mara Martellotta