CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Le Sette Primavere della Holden

 

La “libertà” è la parola che Gloria Campaner e Nicola Campogrande, i due direttori artistici del festival “Seven Springs” della Scuola Holden, hanno scelto per questa terza edizione. “Agli artisti di Seven Springs abbiamo chiesto di non dirci cosa suoneranno. I musicisti potranno decidere fino all’ultimo momento che cosa suonare o cantare, dicendocelo un attimo prima, seguendo l’estro del momento”, ci tengono a sottolineare i due direttori. L’unica eccezione  nel concerto inaugurale del 28 aprile, con il soprano Barbara Hannigan e il pianista Bertrand Chamayou con l’esecuzione di “Jumalattaret”, ciclo di canzoni scritto da John Zorn per la Hannigan. La kermesse si svolgerà dal 28 aprile al 7 luglio: sette appuntamenti alle 7 di sera al costo di 7 euro, con cocktail Martini, con suoni universali come classica, jazz, rock, elettronica.

Debutto di Seven Springs, il 28 aprile, con Barbara Hannigan (soprano) e Bertrand Chamayou (pianoforte), con musiche di Ravel e John Zorn. Si prosegue il 5 maggio con Carlotta Dalia (chitarra) e Giuseppe Gibboni (violino), con musiche di Paganini, Albéniz e Piazzolla. Il 12 maggio Raffaele Pe (controtenore e pianoforte) e Saturnino (basso elettrico) con un programma dal titolo “Barocco e altre storie…”. Il 14 maggio, nella Sala grande dell’Auditorium del Lingotto, per il Salone del Libro, Alessandro Baricco (narratore), che ha pubblicato qualche mese fa il libro (Breve storia eretica della musica classica), con l’Orchestra Canova e Intende Voci Ensemble, con il direttore Enrico Saverio Pagano, presenta “Notte eretica”. Si prosegue il 19 maggio con Paolo Fresu (tromba, flicorno effetti), Pierpaolo Vacca (organetto, elettronica), special guest Karima (voce), con un programma di musiche di Fresu e Vacca, un concerto realizzato in collaborazione con Umbria Green Festival e Moncalieri Jazz Festival. Il 22 maggio Raphael Gualazzi (voce e pianoforte), insieme a Stefano Senardi, presenta “Come nascono le canzoni”. A seguire un Dj Set Live del Kappa Future Festival. Chiusura il 7 luglio con “The Other Concert – Final Party”, con Giuseppe Andaloro, (pianoforte), Anaïs Drago (violino), il Coro rock Vocal ExCess, Open Mic con i musicisti del collettivo Sal in Jam’s, una serata in collaborazione con Lingotto Musica. Tutti gli eventi si svolgeranno alla Scuola Holden (piazza Borgo Dora 49) tranne la data del 14 maggio (al Lingotto).

Pier Luigi Fuggetta

Marie-Ange Nguci debutta sulle note di Chopin, Schumann, Ravel e Liszt

Pianista tra le più interessanti della nuova generazione, Marie-Ange Nguci esordisce al Lingotto con un recital che esplora la fantasia visionaria del pianista romantico e post-romantico.

Martedì 31 marzo, alle 20.30, presso la Sala dei 500, l’arco narrativo conduce dall’eleganza salottiera del giovane Chopin all’universo inquieto e frammentato della Kreizleriana di Schumann, dalla meditazione paesaggistica di Listz negli “Années de pèlerinage” alle immagini sonore del trittico “Gaspard de la nuit” di Ravel. Si tratta di un programma che richiede non solo padronanza tecnica ma anche sensibilità intellettuale che ha reso la pianista franco-albanese ospite delle principali sale internazionali. Formatasi al Conservatorio di Parigi sotto la guida di Nicolas Angelich, Marie-Ange Nguci ha conseguito il diploma in analisi musicale, musicologia, pedagogia, violoncello e organo, oltre a un dottorato in musica a New York. Il recital si apre con il Rondò in mi bemolle maggiore op.16 di Chopin, composto nel 1832-1833, quando il giovane compositore stava ancora sperimentando le forme classiche pur orientandosi verso la maturità espressiva. In questo brano l’introduzione appassionata cede il passo a un gioioso tema principale, creando un efficace contrasto. Lo stesso dualismo tra luce e ombra, tra grazia e pathos, trova la sua più efficace espressione nella Kreizleriana op.16 di Schumann, del 1838. Il ciclo, che incarna l’anima più visionaria del Romanticismo, prende il nome dal personaggio di Johannes Kreizler, eccentrico maestro di cappella creato dallo scrittore Hoffmann. Le otto fantasie di Schumann, considerate dal compositore stesso la sua opera prediletta, esplorano stati emotivi estremi attraverso brusche alternanze, dall’estasi alla disperazione, dalla tenerezza alla frenesia. Segue il cuore lisztiano del programma con brani tratti dalle ultime tre suite, intitolate “Années de pèlerinage”. Composto tra il 1887 e il 1892, quando Liszt fu ospite del Cardinale Hohenlohe alla magnifica Villa d’Este di Tivoli, il “Troisième Année” testimonia le sperimentazioni armoniche dell’ultima produzione lisztiana.

I due “Aux cyprès de la villa d’Este” spiegano un lirismo malinconico e rarefatto, dominato dalla contemplazione della morte. Si tratta di pagine di meditazione quasi ascetica, lontana dal virtuosismo, che rese celebre in gioventù il compositore ungherese. “Les jeux d’eau a la Villa d’Este”, apre poi uno squarcio luminoso: con le sue cascate di arpeggi e riflessi cangianti della luce sull’acqua, il brano anticipa il linguaggio impressionista e l’estetica di Ravel, che a questa pagina guardò con ammirazione. Oltre che nei celebri “Jeux d’eau” , la capacità di Ravel di evocare la trasparenza e la motilità dell’elemento acquatico si manifesta anche in “Ondine”, il primo brano del trittico “Gaspard de la nuit” del 1908. In questa raccolta il compositore traduce le prose poetiche di Aloysius Bertrand in immagini sonore di grande vivezza. Ondine richiama  la figura seducente di una ninfa acquatica. A lei segue “Le Gibet”(la forca) nel quale Ravel crea un paesaggio di morte attorno all’ossessiva ripetizione di un si bemolle. Scarbo infine materializza con virtuosismo trascendentale le metamorfosi sinistre di un demone che tormenta il poeta addormentato.

Info: biglietteria presso gli uffici di Lingotto Musica – via Nizza 272/273, Torino – su appuntamento o telefonicamente da lunedì a venerdì dalle 10 alle 12 edal,e 14.30 alle 17. – telefono: 333 9382545 – il giorno del concerto presso il foyer di Sala dei 500, via Nizza 280/41 – dalle 19 alle 20.30.

Mara Martellotta

Efimera. Vivere il Parco del Castello di Racconigi

 

 

Rassegna culturale al Complesso della Margaria

6 aprile – 11 ottobre 2026

 

 

EFFIMERA è il modo in cui il Parco del Castello di Racconigi torna a vivere: un progetto delle Residenze reali sabaude, realizzato con il contributo di Fondazione CRC e in collaborazione con la Città di Racconigi.  Il Complesso della Margaria nel Parco apre al pubblico, con una rassegna che, da aprile ad ottobre, alterna aperture straordinarie, spettacoli, cinema all’aperto, visite naturalistiche, laboratori e attività per famiglie.

Il titolo EFFIMERA richiama la natura stessa della rassegna: ogni appuntamento è un evento unico, pensato in relazione al Parco e al suo continuo mutare nel corso delle stagioni. Il sottotitolo Vivere il Parco del Castello di Racconigi è un invito a frequentare il Parco e a viverlo non solo come luogo di visita, ma come ambiente da attraversare e abitare in diversi momenti dell’anno. Da questa idea nasce un calendario di giornate in cui, accanto alle attività, sarà possibile visitare il Complesso della Margaria, le Serre reali e il Giardino dei Principini, normalmente non aperti al pubblico.

La rassegna nasce dopo una prima stagione di iniziative realizzata lo scorso anno e rappresenta un ulteriore passo nel percorso di riapertura e valorizzazione della Margaria, uno dei gioielli architettonici del Parco del Castello di Racconigi e uno dei più importanti esempi di architettura neogotica in ambito europeo. In questi anni la riapertura è avvenuta progressivamente, attraverso visite, aperture straordinarie e attività. Oggi la rassegna diventa lo strumento per rendere questi spazi nuovamente frequentati e vissuti.

 

Il programma si articola in 22 giornate, tra aprile e ottobre, alternando e intrecciando linguaggi e pubblici diversi. Performing arts nel Parco e negli spazi della Margaria, con lo spettacolo di circo contemporaneo al femminile Non m’indosso del Collettivo Binario Zero che esplora l’equilibrio tra attrici e personaggi, partendo dalle musiche di Giacomo Puccini e dalle protagoniste al centro delle sue opere (domenica 24 maggio e domenica 13 settembre, ore 17.30); lo spettacolo teatrale Il sogno di Bottom a cura di Onda Larsen, spin off di uno dei più divertenti personaggi di Shakespeare (domenica 28 giugno, ore 16.30) e il reading Ma piantala lì! con Alessandro Barbaglia che racconta storie di semi e alberi, storie sintetiche e non di sintesi, bensì di fotosintesi (domenica 30 agosto, ore 16.30). Cinema all’aperto con aperitivo nel cortile delle Serre reali, con le proiezioni curate dall’Associazione Cinedehors, di The Artist, il film vincitore di 5 premi Oscar nel 2012, tra cui Miglior Film, scritto e diretto in bianco e nero da Michel Hazanavicius e ambientato durante il passaggio dal cinema muto a quello sonoro (sabato 13 giugno, ore 19), Le regole del caos, uscito nel 2014 e diretto da Alan Rickman con Kate Winslet, sull’architetto paesaggista André Le Nôtre a cui venne affidato l’ambito incarico di progettare e realizzare i giardini di Versailles (sabato 11 luglio, ore 19). Visite naturalistiche con pic-nic nel Giardino dei Principini per conoscere, con l’agronomo delle Residenze reali sabaude, storie di giardini e delle figure che nel tempo lo hanno curato: i giardinieri (domenica 24 maggio, domenica 14 giugno, domenica 16 agosto e sabato 26 settembre, ore 10.30). Osservazione del cielo con aperitivo, a cura di Infini.To – Planetario di Torino: guidati da un astronomo sarà possibile osservare il cielo sia a occhio nudo, sia con l’ausilio di telescopi (sabato 20 giugno, ore 19.30).

Visite didattiche e attività per bambini di differenti fasce d’età, a cura dei Servizi educativi del Castello: “Una casa nel Parco”, dai 3 ai 5 anni, si ispira all’albo Un giardino straordinario di Sam Boughton per un’esperienza immersiva e coinvolgente tra letture sul prato, racconti da condividere e una storia da costruire insieme (domenica 26 aprile e domenica 31 maggio, ore 10.30); “I segreti della giardiniera Rosina”, dai 6 agli 11 anni, porterà i partecipanti attraverso indizi e curiosità, guidati dall’aiuto giardiniera della corte sabauda, alla scoperta delle Serre e dei giardini della Margaria (domenica 26 aprile e domenica 31 maggio, ore 16; domenica 11 ottobre, ore 15); “Nel mondo di Lele lo stalliere”, dai 6 agli 11 anni, in cui Lele accompagnerà i visitatori alla scoperta di stalle e scuderie (domenica 13 settembre, ore 10.30 e 15) e una “Caccia al tesoro alla scoperta della Margaria”, dai 6 agli 11 anni, con la guida del margaro Tunin che aiuterà i partecipanti a intercettare appunti, disegni e indizi per una caccia tra arte, natura e storia (domenica 27 settembre, ore 10.30 e 15). Laboratori di animazione con marionette: “Protagonisti in scena”, dove i bambini non sono solo spettatori, ma diventano attori e autori mettendo in scena un micro-spettacolo dal vivo, a cura della Fondazione Marionette Grilli (lunedì 6 aprile e domenica 10 maggio, ore 10.30 e 15) e “Gianduja e il fantasma del Castello di Racconigi” in cui si sperimenterà la costruzione di un burattino (domenica 11 ottobre, ore 10.30). Appuntamenti musicali e sonori, infine, come il concerto Musica delle piante e jazz ispirato dalla natura della band Zigola Jazz & Plant Musica, in occasione della Festa della Musica (domenica 21 giugno, ore 17.30).

 

La rassegna si inserisce in un più ampio programma di tutela, manutenzione e valorizzazione del Parco e delle sue architetture: sono in corso interventi sul patrimonio architettonico e sul paesaggio storico, attività di restauro, progetti di ricerca e indagini conoscitive, insieme al progressivo ampliamento delle aree del Parco accessibili al pubblico.

 

Il programma completo, sempre aggiornato, è disponibile sul sito web:

https://museipiemonte.cultura.gov.it/

Vittorio Sereni e il “respiro” del lago

E’ stato un autore parco, componendo solo quattro raccolte di versi distanziate nel tempo. Tra la prima e l’ultima passarono quarant’anni: dall’esordio nel ’41 con Frontiera, a Diario d’Algeria del 1947, a Gli strumenti umani del 1965 fino a Stella variabile del 1981, due anni prima della morte

La “sua” Luino , qualche anno fa, ne ha celebrato il centenario con una originalissima regata velica sul lago al tramonto. Sulla vita e l’opera poetica di Vittorio Sereni, si sono susseguiti iniziative, dibattiti, convegni. Il suo, dopo quello di Piero Chiara, è il secondo centenario che si è celebrato nella capitale della sponda magra del lago Maggiore. Grande poeta e intellettuale di rango, tra i fondatori della rivista “Corrente” nel 1938, espressione dei giovani ermetici milanesi, traduttore e critico acuto, prima capo ufficio stampa alla Pirelli e poi direttore letterario alla Mondadori ( per la quale, e per primo, diresse la collana “I Meridiani”), Vittorio Sereni  è stato un autore parco, componendo solo quattro raccolte di versi distanziate nel tempo.

Tra la prima e l’ultima passarono quarant’anni: dall’esordio nel ’41 con Frontiera, a Diario d’Algeria del 1947, a Gli strumenti umani del 1965 fino a Stella variabile del 1981,due anni prima della morte. La poesia di Sereni offre un respiro largo, profondo ma, agli inizi, risente del “richiamo” del lago a Luino. E’ lì che nasce, nel 1919,  da padre campano ( funzionario di dogana)  e da madre luinese. Lì frequentò la scuola elementare e lì tornò spessissimo da adulto per incontrare i vecchi amici e per trascorrervi le vacanze. La vicinanza  della Svizzera, la vita della comunità che s’articolava tra il lago e il tracciato di una delle più antiche strade ferrate del nord-ovest dell’Italia unita com’era la Novara – Pino, prossima in quel punto a varcareil confine, hanno influenzato la prima raccolta poetica di Sereni, Frontiera, del 1941.

Già nel titolo si coglie la sintesi di avventura e d’inquietudine, tipica di una città di confine che è ponte tra genti e lingue, paesi e culture. Basta leggere alcuni versi di “Terrazza” per rendersene conto: “Improvvisa ci coglie la sera/ Più non sai dove il lago finisca/ un murmure soltanto sfiora la nostra vita/ sotto una pensile terrazza/  Siamo tutti sospesi a un tacito evento questa sera/  entro quel raggio di torpediniera/ che ci scruta poi gira se ne va”. E’ il lago  che, verso nord, si stringe, s’inabissa tra pareti di roccia alta e grigia, richiamando alla memoria i sentieri  di montagna e i valichi , i viandanti e i contrabbandieri. Quel lago che Vittorio Sereni e Piero Chiara , così simili e così diversi, ci hanno insegnato ad amare.

 

Marco Travaglini

 

“Invisibile”, storia universale di una donna

La giornalista Debora Bocchiardo presenta il suo ultimo romanzo alla Biblioteca civica “Italo Calvino”

Giovedì 9 aprile prossimo, alle ore 17.30, presso la Biblioteca civica “Italo Calvino” di Torino, la giornalista e scrittrice Debora Bocchiardo presenterà il suo ultimo romanzo, uscito per Edizioni Pedrini nel 2025, dal titolo “Invisibile”.

L’incontro sarà moderato dalla giornalista Mara Martellotta.

“Invisibile” è la storia universale di una donna, Teresa Bortolotti, classe 1915, in continua lotta per sopravvivere agli eventi di un’esistenza in balia del destino. Debora Bocchiardo dipinge un ritratto della condizione della donna, della guerra, delle sue conseguenze e di quella particolare solitudine che nasce dall’istinto di sopravvivenza e dall’impossibilità di rinunciare all’amore per la vita, ciclicamente messa in discussione dalla frequente alternanza di momenti di pace e di tempesta. “Invisibile” racconta le vicende di una donna che cresce attraverso le difficoltà e il necessario spirito di adattamento ai continui cambiamenti del secondo dopoguerra, non rinunciando alla sua anima artistica di sarta e creatrice di moda, ma in cammino sul filo di un fragile equilibrio.

Biblioteca civica “Italo Calvino” – Lungo Dora Agrigento 94, Torino

Gian Giacomo Della Porta

La passione di Cristo secondo Jaquerio 

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso (TO)

5-6 aprile 2026

 

 

A Pasqua e Pasquetta visita guidata agli affreschi del più grande esponente piemontese del gotico internazionale

 

 

La Salita di Cristo al Calvario è il capolavoro del pittore torinese Giacomo Jaquerio, maggior esponente del gotico internazionale, realizzata nella cappella adibita a sacrestia della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso (TO) nel primo quarto del XV secolo. L’affresco mette in luce l’esperienza figurativa dell’artista nel confronto con i grandi temi della Passione di Cristo, centrali nella cultura artistica europea tra tardo gotico e primo Quattrocento. In questo senso la scena di Ranverso non è solo un racconto pittorico, ma si inserisce pienamente nella spiritualità legata ai riti della Settimana Santa, quando le immagini della Passione – attraverso pittura, predicazione e sacre rappresentazioni – diventavano strumenti di meditazione e coinvolgimento emotivo per i fedeli.

 

Ciò che contraddistingue questa raffigurazione rispetto agli altri affreschi della cappella è la resa dei personaggi che appare più realistica all’interno di una scena drammatica. Per accrescere nei devoti la meditazione e la partecipazione alla sofferenza della Passione di Cristo, Jaquerio ha infatti accentuato i caratteri patetici e drammatici della scena. Lo spazio non è reso con una visione prospettica corretta, ma il senso di profondità è ottenuto disponendo i personaggi ad arco e collocando il volto dei soggetti più arretrati in una posizione più elevata rispetto a quella dei personaggi che sono in primo piano.

Nella folla è evidente la contrapposizione tra il Bene il Male nella scelta di colori e in un certo tipo di gestualità. I personaggi che trattengono la croce o quello che tira Gesù con una corda presentano lineamenti talmente alterati e deformati che sembra abbiano quasi connotazioni non umane. Tra la folla, si riconoscono il fabbro, a cui i giudei si rivolgono per fabbricare i chiodi della croce di Cristo, nell’uomo che tiene in mano tre chiodi e un martello (la sua partecipazione agli eventi della Passione si trova in alcune rappresentazione teatrali popolari diffuse in Francia e Inghilterra) e Giuda con la barba e i capelli rossi (colore che richiama la violenza e le fiamme dell’inferno) e il vestito giallo per evocare il tradimento.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

5-6 aprile 2026, ore 15

La passione di Cristo secondo Jaquerio

Costo attività: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietto di ingresso: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

Prenotazione obbligatoria

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

“Calvarium”, nella sera del “Giovedì Santo”

Una Pasqua laica al “Teatro Baretti” di Torino con la performance di Sara Lisanti

Giovedì 2 aprile, ore 20

La “Passione” del Cristo Redentore teatralmente tradotta con stupefacente scenica gestualità: dal tradimento di Giuda e dall’arresto nel Giardino dei “Getsemani”, alla dolorosa salita e al supplizio del “Golgota” o “Calvario” (“Luogo del cranio”), la collina vicino a Gerusalemme dove Gesù fatto uomo fu crocifisso per la salvezza dell’Umanità e poi accolto fra le braccia materne in uno “scultoreo” gesto di ultima tragica “Pìetas”, fino alla Resurrezione e alla salita ai Cieli fra le braccia del Padre. E’ un lungo e straziante percorso, quello proposto in scena al “Teatro Baretti” di Torino, giovedì 2 aprile (sera del “Giovedì Santo”, ore 20) in “Calvarium”, spettacolo di “profonda intensità emotiva”, ideato e proposto dall’“artista visiva” e “body performer” salernitana – di stanza a Torino – Sara Lisanti.

La perfomance sarà seguita da un momento di confronto con il pubblico e si inserisce come terzo tassello della “Piccola Rassegna Culturale Torinese”, un progetto curato dal “Circolo Arci Sud” con il patrocinio della “Circoscrizione 8”, che quest’anno indaga le complessità della “contemporaneità”, perfettamente espresse dall’emblematico e provocatorio sottotitolo “In scena lo scomposto dramma della nuova società sabauda + cultura – paura”. In una serata densa di significati come quella del “Giovedì Santo”, a ridosso delle festività pasquali, la scena di via Baretti 4 diventa “il luogo di una narrazione corporea che ripercorre le tappe della Passione, spogliando il racconto della sua esclusiva veste religiosa per metterne a nudo la componente antropologica”.

E non poteva che essere così, con un’interprete, autrice e attrice protagonista sul palco, come Sara Lisanti, formatasi quale trapezista alla “Scuola di Circo Flic” e che, in scena, porta un’“estetica materico-concettuale” che le è già valsa prestigiosi riconoscimenti internazionali come l’“Azores Fringe Award” e il “Gothenburg Fringe Award” nel 2023. In “Calvarium”, a mettersi totalmente in gioco, quale “unico e polivalente strumento espressivo” è dunque, e proprio, il “corpo”, forma muta ma potentissima” nella sua intrigante e fantasiosa capacità di evocare simboli universali come la “stola di porpora”, la “Sindone” e l’“incenso”. L’opera guarda a Gesù innanzitutto come “uomo”“indagando – sottolinea Sara – la tenacia di un individuo che resta fedele al proprio credo fino a lasciarsi fare a brandelli, trasformando la sofferenza in una critica allegorica e in una riflessione sulla coerenza personale che supera i confini del dogma”.

L’intento o, se vogliamo, il messaggio – all’interno di un discorso complessivo sulla potenzialità di offrire visioni audaci sul “presente” attraverso i linguaggi del corpo e dell’immagine – è quello di esplorare il permanente aspetto umano nell’ardua impresa del non cedere al “sacrificio”, a qualunque pur doloroso “sacrificio” e a qualunque pur dolorosa “convinzione” estrema.

In quest’ottica “Calvarium” vuole essere “un racconto attraverso il corpo – sottolinea il direttore artistico, Max Borella – del dolore derivato dalla tenacia delle proprie convinzioni e delle proprie idee. Una Pasqua laica dove l’uomo (il Cristo che si è fatto uomo) viene prima della figura divina”. Al termine della rappresentazione, il pubblico, come detto, avrà l’opportunità di trattenersi in sala per un dialogo aperto con l’autrice, per un momento di confronto diretto atto ad approfondire le tematiche di uno spettacolo che promette di essere “un’esperienza celebro-visiva totale, capace di parlare alla sensibilità di credenti e laici attraverso la forza universale dell’arte performativa”.

Per info“Cineteatro Baretti”, via Baretti 4, Torino. Solo su “whatsapp” 351/9288169 o circolo.sud@gmail.com

g.m.

Nelle foto: immagini di scena

ORMA Tracce d’Artista in Langhe, Monferrato e Roero

L’Ente Turismo Langhe, Monferrato e Roero presenta la nuova edizione di “Orma. Tracce d’artista  in Langhe, Monferrato Roero”, itinerario che da maggio a novembre 2026 mette in rete  e fornisce valore alle sue progettualità  dando espressione alla migliore vitalità del territorio.

“Orma. Tracce d’artista in Langhe Monferrato e Roero” è  il segno che riunisce in un’unica intenzione le realtà territoriali che, sviluppatesi autonomamente  e ciascuna con una propria modalità,  portano l’arte contemporanea e la residenzialità d’artista  a dialogare con il territorio.
La progettualità è orientata alla valorizzazione di eventi  e manifestazioni artistiche nate e cresciute in questi tre territori, capaci di esaltare i luoghi ospitanti, diventare risorsa turistica e motivazione al viaggio, restituendo alla comunità una vera e propria legacy.

Nel 2026 ORMA si arricchirà con l’ingresso di tre Comuni caratterizzati dalla presenza di opere e progetti di arte contemporanea, il Comune di Canelli, che ospiterà da giugno 2026 un’opera d’arte di Maria Theresa Alves in partnership con il castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea  e l’Associazione per la Tutela dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, e i Comuni di Neviglie e Roddino, uniti nel progetto transfrontaliero Italia/Francia Prospettive/Perspectives,  in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Villa Arson. È anche stato avviato un dialogo con la Collezione Fondazione San Patrignano e Associazione Genesi.

Mara Martellotta

Al Teatro Grande Valdocco il “Riccio Music Day- Voci per la Vita”

Sabato 18 aprile , dalle ore 18 alle 23, si terrà al Teatro Grande Valdocco il “Riccio Music Day- Voci per la vita”, giunto alla sua seconda edizione, un evento varietà costituito da due interventi musicali di trenta minuti di Alberto Fortis e sei mini conferenze di grandi personalità del mondo del giornalismo, dell’attivismo e dell’ambientalismo.
La serata sarà condotta dal veterinario Massimo Vecchetta, presidente del Centro Recupero Ricci “La Ninna”, dal vice presidente della medesima Davide Stanic e dalla conduttrice televisiva Erica Comoglio.
Tra gli ospiti figurano Luca Mercalli, Moni Ovadia, Sabrina Giannini, Martina Marchiò e naturalmente Alberto Fortis. Ospite speciale in video, collegamento dall’India, Vandana Shiva.

I grandi nomi presenti all’evento verranno premiati con la “riccia d’oro”, un riconoscimento simbolico dato a personalità del mondo dello spettacolo e della musica che hanno dedicato la loro vita alla protezione degli animali, alla tutela dei diritti umani e alla salvaguardia della biodiversità.  Il premio lo scorso  anno è  stato ricevuto dalle grandi personalità  come Brigitte Bardot, Brian May, Bruno Bozzetto, Andreas Hoppe, che hanno scritto la prefazione per il libro “75 kg di felicità”.

Vandana Shiva è una scienziata, ecologista, attivista  e scrittrice indiana molto nota per il suo impegno in difesa della biodiversità,  dei semi tradizionali, dell’agricoltura contadina e della sovranità alimentare. È diventata famosa per le sue critiche all’agricoltura industriale  e alle multinazionali che operano nel settore agroalimentare. Tra le voci più autorevoli al mondo sui temi della biodiversità e della sovranità alimentare, è  stata insignita nel 1993 del Right Livelihood Award, noto come Premio Nobel alternativo, per aver posto donne ed ecologia al centro del dibattito sullo sviluppo.

Luca Mercalli, noto climatologo, meteorologo e divulgatore scientifico,  presidente della Società Meteorologica Italiana, è  esperto di cambiamenti climatici e ghiacciai alpini e dirige la Rivista Nimbus, collabora con testate nazionali, rendendo accessibili i dati sul clima.
Spesso ospite di importanti trasmissioni televisive è  estremamente noto per il suo grande impegno verso la sostenibilità. Luca Mercalli verrà premiato  per il suo ultimo libro “Breve storia del clima in Italia. Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale “, pubblicato da Einaudi nel 2025, in cui ripercorre l’evoluzione climatica del nostro Paese intrecciando storia, scienza e cronaca ambientale. Si tratta di un viaggio che aiuta a comprendere come il cambiamento climatico stia già trasformando profondamente l’Italia.

Moni Ovadia è  oggi considerato uno dei più prestigiosi e popolari uomini di cultura ed artisti della scena italiana, è attore, drammaturgo, scrittore e cantante. Figura poliedrica, è anche  un intellettuale  politicamente impegnato, noto per le sue posizioni emergenti il sostegno dei diritti umani . Sarà  premiato per il suo costante impegno civile e per la sua voce libera, sempre schierata dalla parte dell’umanità, della dignità delle persone e dei diritti dei popoli, anche di fronte alle tragedie del nostro tempo.

Sabrina Giannini, inviata di Report, conduttrice e autrice del programma televisivo “Indovina chi viene a cena” di RAI 3, sarà premiata per il rigore delle sue inchieste di grande impegno civile e sociale e per la sua informazione scomoda e coraggiosa che indaga sui temi ambientali e della sostenibilità. Le sue inchieste sono capaci di far luce sugli interessi delle multinazionali e di difendere il diritto del cittadino a un’alimentazione consapevole, sana e informata.

Verrà  conferito un riconoscimento anche a Martina Marchiò, infermiera, operatrice sanitaria e responsabile medica dei Medici senza Frontiere nella striscia di Gaza, dove è  tornata a metà giugno 2025. Si definisce “infermiera zen”, utilizzando i suoi profili social per sensibilizzare sui conflitti nei luoghi in cui lavora.

Alberto Fortis è poeta, cantautore, musicista eclettico, voce intensa e pianista sensibile, che ha segnato la musica italiana con brani immortali come “Milano e Vincenzo” e “La sedia di Lillà”, unendo pop, rock e cantautorato in uno stile inconfondibile e visionario. Alberto sarà premiato per la sua carriera artistica attraversata da una profonda sensibilità umana, capace di dare voce , attraverso la musica e la parola,  ai valori della dignità,  del dialogo e della fratellanza.

“L’impegno del Centro Recupero Ricci La Ninna a tutela della biodiversità e degli animali prosegue senza sosta. Dopo il successo dei due concerti organizzati lo scorso anno e la pubblicazione del fumetto “75 KG di felicità “ che racconta la mia storia  attraverso la penna geniale e raffinata di Roberta Morucci, e che è  stato tradotto già in tre lingue con le prefazioni illustri di Brigitte Bardot, Brian May, Bruno Bozzetto e Andreas Hoppe, con questo concerto talk contiamo di attirare l’interesse del pubblico torinese verso la nostra realtà  e la tematica della conservazione ambientale e la difesa dell’ecosistema,  che è centrale per la sopravvivenza non solo dei ricci, ma di tutte le specie, compresa l’uomo” – afferma Massimo Vacchetta, presidente del Centro recupero Ricci La Ninna. Durante la serata vi sarà  anche l’intervento di Marco Anelli, autore e produttore televisivo fondatore di GTV Channel, piattaforma che is dedica ai temi della tutela degli animali, ambito nel quale promuove campagne di sensibilizzazione e contenuti informativi.

Mara Martellotta

Fuori dal quadro

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

Il lavoro di IOSONOMAT si sagoma dentro una relazione che, vista da fuori — e ancor più raccontata — rischia sempre di essere fraintesa, ridotta, resa esemplare, mentre invece resta molto più concreta, ineludibile, più quotidiana di quanto si sia disposti a riconoscere.
E certamente più straordinaria.

Il binomio è composto da Fulvio Luparia, con un trascorso che va dal tessile alla moda, e da suo figlio Mattia Luparia, che sin dalla nascita si è visto stringere il mondo e il corpo nella tetraplegia.

Una morsa che, come mi conferma anche il padre utilizzando la metafora del calabrone che vola pur non potendo, non è mai riuscita a comprimere quella che è la natura insita nella realtà umana: una perenne zona d’interesse in cui forze ineffabili erompono nel desiderio d’esprimersi per generare qualcosa di irregolare, di particolare, di imbrattato e policromo e che si oppone senz’altro al tipico.

Mi incontro con Fulvio in un bar pasticceria vicino a casa sua nel quartiere Parella a Torino, è primavera.
Sono in ritardo come al solito e lui già ha finito la sua tazza grande di ginseng, nell’indecisione lo imito e ne ordino una anch’io.

In sottofondo un’implacabile musica reggae commerciale, che suppongo abbia l’intento di spandere leggerezza nel ripetersi ossessivo dei suoi giri armonici elementari, ma che su di me ha invece un subdolo effetto narcotico.
“Dov’eri finito?” mi accoglie sorridendo.

L’impressione che subito mi dà è quella di un uomo smaliziato, pratico e stratificato, svagato, a tratti nostalgico, che porta addosso quella precisione un po’ ostinata di chi ha lavorato a lungo su superfici e stoffe come su rapporti e città.

Mi fa pensare, strampalatamente, a un’armoire à glace un po’ vissuta, su cui la luce fa risaltare le piccole e grandi tracce, graffi e pedate, ma che riflette anche il mondo intorno attraverso lo specchio.

Fa una battuta scherzosa sulla mia giacca vintage presa a Porta Portese, credo gli piaccia.

È un fiume in piena Fulvio, mi confida con autoironia che sua moglie Gabriella lo chiama giocosamente Dottor Divago.
Mi parla degli anni ’80 quando collaborava con Franco Arese nella distribuzione di marchi sportivi nel Nord d’Italia, di quando era responsabile commerciale nel settore sportswear del Gruppo Finanziario Tessile, tra Torino e Modena, in un ambiente legato anche alle esperienze di Stone Island CP Company accanto a Carlo Rivetti.

Degli anni ’90 apre il negozio vintage Docks Dora a Milano in corso Garibaldi, segnando un passaggio più netto verso una pratica che cominciava a svincolarsi da una logica commerciale lineare.

Qui infatti inizia a smontare abiti da lavoro, canapa, lino, cotone spesso, per poi intervenire con il colore per restituirli a nuova funzione, anche in oggetti d’arredo.

Oggi queste pratiche si condensano ed espandono nel suo laboratorio, Laboratorio Luparia, in via Quittengo a Torino e che può vantare collaborazioni con marchi come Jil Sander, Miu Miu, Zegna, Faliero Sarti, Cristiano Fissore, Avant Toi e, negli ultimi anni, anche con il famigerato Kanye West che ha acquistato delle sue creazioni.

Ed è qui, nel laboratorio, che entra Mattia.

Il padre lavora il colore per vaporizzazione e intervento diretto: aerografo, rullo, pennelli, spugne.
Il pigmento arriva come pulviscolo, si deposita, poi viene ripreso, spinto, stratificato dentro il tessuto.

Su queste basi entra lui: il lavoro si costruisce per passaggi usando pennelli adattati alla sua carrozzina: movimenti minimi ripetuti, a volte circolari, altri paralleli o ortogonali, spiraliformi, divergenti o convergenti, obliqui (quasi euclidei), arcuati, pirotenici, segmentati, a ventaglio, a raggiera, radiali che distribuiscono forme e colore fino a riorganizzarsi per accumulo, pressione e ritorno in definitivi vortici asimmetrici, blocchi cromatici, dissolvenze e linee arruffate.
E con stile.

Tra i due c’è un ritmo complice in cui Fulvio prepara e apre le danze, Mattia attraversa e si diverte.

Le opere entrano presto in circuiti che tengono insieme arte e moda: vengono esposte a Paratissima a Torino, attirano l’attenzione di galleristi milanesi, arrivano a WHITE Milano, alla Torino Fashion Week, poi a Pitti Immagine a Firenze e a Première Classe a Parigi, spostandosi tra contesti diversi senza fissarsi in uno solo.

In dodici anni di lavoro di coppia prendono forma i MatBook, le MatBags in canvas, le collaborazioni con Geox, in una serie di oggetti in cui il lavoro cambia solo di contesto.

Lo stesso giorno in cui incontro Fulvio conosco anche Mattia.
Non usa la parola come mezzo preferito per esprimersi, e se ci resti qualche minuto accanto, non trovi nessun vuoto comunicativo. Anzi.

Incandescente di un sorriso che lo aggancia all’altro, usa altri sistemi per entrare in relazione —corporei e psicologici — che, per chi non ne ha dimestichezza come me, lasciano sul momento un po’goffi.

Per aggirare certi ostacoli fisici si affinano strumenti che altri, non avendone bisogno, tengono quiescenti; è questione solo di rivificarli.
Abituato come sono al sonnambulismo di perenni dialoghi quotidiani insufficienti, metodici, anestetizzanti, il contatto con un ragazzo diretto come Mattia mi ridesta, ma un poco anche intimorisce.

È però una sensazione che non dura, perché, come ho scritto, basta poco per non percepire alcun punto cieco nella comunicazione.
Ci si avvezza velocemente, anche perché Mattia ti aiuta e vien subito voglia di entrare in confidenza e iniziare a prendersi in giro.

Salgo a fine incontro a casa loro, con padre e figlio, in un’abitazione bohemien dove trovo un affettuoso e anzianotto Labrador, Rum, che dorme sul pavimento in legno (“la parte forte della casa”) che mi spupazzo riempiendomi consapevolmente di peli, un’enorme Dracaena Marginata che prende luce da una grande finestra e un bel terrazzino al sole rigonfio di piante e alberelli di ulivo.
Ai muri della casa varie opere del duo.
Chiedo a Mattia se c’è un quadro a casa che gli piace di più e lui mi dice sorridendo “tutti”.

Quello che mi resta, confermando l’impatto iniziale, è che è il rapporto tra padre e figlio a restare il nocciolo, e che la loro è una performance spontanea e giocosa che genera germogli e gemme per compulsione naturale.
Per motivi diversi ma intersecabili.

E l’immagine che mi porto via, scendendo le scale per andare a prendere il tram 13, è quella di Mattia quando aveva ancora una sola sedia a rotelle, con cui si muoveva e insieme creava in laboratorio.

Nei giorni di pioggia, o appena a contatto con l’acqua, le spazzole legate alla sedia riprendevano colore e finivano per dipingere ovunque: marciapiedi, pianerottoli, stanze, come opere fuori dal quadro.

 

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