CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Raiteche “Archive Alive!” compie 10 anni

Tivù tivù

“Raiteche “Archive Alive!”, la rassegna della Mediateca Rai “Dino Villani” di Torino che apre al pubblico le porte del suo prezioso archivio compie 10 anni. Un decennio di memoria collettiva grazie ai numerosi incontri con la visione di programmi, documentari, inchieste e sceneggiati che hanno segnato un’epoca e fatto la storia della televisione italiana. Dopo il primo appuntamento del 2026 nel mese di gennaio, dedicato ad un gigante del teatro, il regista Luca Ronconi, martedì 16 febbraio, al Tv8 del Centro di Produzione Rai di Torino verrà proposto, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano, giuliano e dalmata, il tv movie di Gianluca Mazzella “La bambina con la valigia”.

Tutto inizia da una fotografia in bianco e nero del luglio 1946 che ritrae una bambina con in mano una valigia con la scritta “Esule giuliana n. 30001”: si chiama Egea Haffner e la sua storia comincia quando il padre scompare, probabilmente inghiottito dalle foibe. La Haffner, autrice del libro autobiografico dal quale è tratto il film, sarà ospite dell’evento e porterà la sua testimonianza diretta.

Dialogheranno con lei, Alessandro Cuk, critico cinematografico e vicepresidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, lo storico del cinema Sergio Toffetti e Sinéad Thornhill, l’attrice che impersona Egea da ragazza nella produzione di Rai Fiction.

Igino Macagno

“Ettore Fico. Paradisi ritrovati” al MEF

Doverosa retrospettiva dedicata all’indimenticato Ettore Fico nelle Sale del “suo” “MEF – Museo Ettore Fico” di via Cigna, a Torino

Fino a domenica 15 marzo

Finalmente! Attraverso un “corpus” di opere fondamentali appartenenti alla sua lunga carriera professionale, si torna a regalare alla Città una nuova mostra tesa a far debita memoria di una delle figure più rilevanti del Novecento artistico piemontese e torinese, troppo spesso e in maniera decisamente ingiustificabile trascurata dal “cerchio ufficiale” (Musei e Gallerie) della “Comunità artistica” subalpina. Tant’è che, ancora una volta, la suggestiva attuale retrospettiva dedicata al grande biellese Ettore Fico (nativo di Piatto Biellese, 1917 e scomparso a Torino nel 2004) porta la firma del “MEF”, il “Museo” fortemente voluto nel 2014, per lasciare alla città un segno indelebile dell’opera dell’artista – così come la “Fondazione” sempre a lui dedicata nel 2007 – dalla moglie Ines Sacco Fico, scomparsa nel 2017.

“Paradisi ritrovati”, é il titolo della mostra, a cura di Andrea Busto, direttore del “MEF”. Che sottolinea: “I ‘Paradisi ritrovati’ di Ettore Fico sono boschi incontaminati, paesaggi collinari, vigneti, pergolati e soprattutto giardini fioriti, ricolmi di tonalità variopinte che brulicano vivide e squillanti sulla superficie pittorica. L’assunto fondamentale da cui scaturisce il percorso della mostra è la sintesi di un ideale ‘manifesto programmatico’ dell’artista”. “Manifesto” cui Fico rimase fedele, vita natura durante, fatte salve alcune tentazioni giovanili che, negli anni del dopoguerra, gli fecero strizzare l’occhio a certa ricerca stilistica americana misuratamente rivolta all’“informale” (infatuazione di poco conto!). Non “roba” sua. Infatuazione irrilevante, che non lo staccò mai dai temi più cari della sua singolare e inconfondibile pittura, trasmessagli nei suoi principi basilari dalla frequentazione per diversi anni dello studio di Luigi Serralunga: la natura, i giardini, le composizioni floreali, ma anche ritratti (memorabili quelli eseguiti durante il servizio militare e la prigionia in Nord Africa, dal 1943 al 1946), i suoi interni e l’amato cane “Moretto”, protagonista di varie opere realizzate fra gli Anni ’60 e ’80. Artista di grandi capacità tecniche e indubbia libertà espressiva, Fico amava tutto quanto poteva venirgli e ispirarlo dal colore, da tratti cromatici lasciati liberi di scorrazzare per la tela intrecciandosi fra rossi accesi, blu, verdi e gialli in giochi di estremo rigore tonale, pur nella loro fascinosa e lirica e visionaria concezione segnica. Dalle potenzialità del colore, per Fico, parte tutto. Colore come giostra inebriante di emozioni, come geniale scrittura narrante le voci trasmesse dagli occhi al cuore, in pagine intense di gusto post-impressionistico in cui, a tratti, non si possono eludere importanti richiami alle “geometrie cézanniane” o al “fare puntinistico” di un Seurat. Su questi sentieri, Fico ha saputo e voluto muoversi con caparbia ed eticamente corretta puntualità lungo tutta la sua lunga carriera professionale. Pur negli anni del dopoguerra, allorché la scena artistica torinese sembrava assolutamente monopolizzarsi tra il “realismo” di Felice Casorati e l’“astrattismo” di Luigi Spazzapan. Spirito indipendente, anche quando, Anni ’60 – ’70, le campiture cromatiche si piegarono, in certo senso, a narrazioni più distese, al cui interno gli oggetti tornarono ad appropriarsi di contorni più netti e segnicamente decifrabili. Il tutto risolto “in proprio”. In piena, inattaccabile indipendenza rispetto alle “grandi scuole” del passato o di quel “presente” che, da tutti o da tanti osannato, gli stava al fianco, ma che, in cuor suo, non sentiva capace di regalargli nuove vie di espressiva intensità. Quelle, pur anche insidiose ma mai abbandonate, fatte di tenace, faticosa ricerca sul colore, “bene prezioso”, il solo in grado di scavare nella concretezza del paesaggio, nei grappoli profumati di un glicine (simbolo di amicizia e di amore eterno), negli alberi o in un giardino fiorito – temi, in assoluto, legati alla maturità dell’artista – per farne emergere esaltanti sensazioni e profonde verità capaci di aprire squarci di sereno splendore nelle ombre inquiete del quotidiano.

Dice bene, in proposito, Andrea Busto“Nonostante la naturale e fisiologica maturazione stilistica che accompagna l’evoluzione della poetica individuale, Ettore Fico ha sempre dimostrato una sorprendente coerenza di intenti conservando intatto, durante oltre sessant’anni di attività, un proposito fondamentale: quello di trasfigurare la natura attraverso una sorta di ‘astrazione irrisolta’, sondando cioè la profondità delle cose senza smarrirne la presenza ontologica, fattuale e restituendone in definitiva un’immagine filtrata dalla propria capacità di rielaborazione a posteriori. Attraverso opere indubbiamente fondamentali, la mostra intende narrare la storia di un cammino personale, partecipato ed emotivamente intenso”.

Gianni Milani

“Ettore Fico. Paradisi ritrovati”

“MEF – Museo Ettore Fico”, via Cigna 114, Torino; tel. 011/852510 o www.museofico.it . Fino al 15 marzo

Orari: dal merc. alla dom. 11/19; lun. e mart. chiuso

Nelle foto: Ettore Fico “Estate”, olio su tela, 1998; “Glicine n.2”, olio su tela, 1995; “Vite vergine”, olio su tela, 2000

Una notte al Museo del Cinema con il Club Silencio

Sabato 21 febbraio, dalle 19.15, Club Silencio e Museo Nazionale del Cinema accoglieranno i visitatori alla Mole Antonelliana con una straordinaria apertura serale in occasione della mostra “Pazza Idea”: le icone pop di Angelo Frontoni, il sound di Luke Barral, l’ascensore panoramico con un’esclusiva vista notturna sulla città, cinema, drink e molto altro. Il Museo Nazionale del Cinema, uno dei più visitati in Italia, apre le porte agli anni Settanta e Ottanta in occasione della mostra “Pazza Idea”, esposizione che racconta due decenni attraverso lo sguardo di Angelo Frontoni, il fotografo che ha ritratto grandi protagonisti del cinema, della moda e della televisione, quali Ornella Vanoni, Brigitte Bardot, le gemelle Kessler e Raffaella Carrà.

La Mole si svela in una veste inedita per un viaggio nella storia del cinema, dalle origini ai giorni nostri, un percorso immersivo tra scenografie, proiezioni, effetti speciali e reperti iconici. Da non perdere anche “Manifesti d’artista”, la mostra temporanea con importanti locandine cinematografiche realizzate da illustri creativi.

L’ascensore panoramico conduce al tempietto della Mole Antonelliana: 85 metri d’altezza offrono una prospettiva insolita su Torino, eccezionalmente visibile nella sua affascinante atmosfera notturna. Luke Barral animerà l’atmosfera con un set musicale ispirato agli anni Settanta, mentre il lounge bar offrirà una selezione di drink, birre e vino per completare l’esperienza.

Info: sabato 21 febbraio-ore 19.15 -00.00 – ultimo accesso alle ore 23 – ultimo accesso alla visita ore 22.45

Mara Martellotta

Giuseppe Allamano, l’Africa e la Consolata nel suo cuore

I primi quattro missionari della Consolata partirono da Porta Nuova l’8 maggio 1902 con destinazione il Kenya. A salutarli in stazione c’era don Giuseppe Allamano, il santo sociale astigiano che aveva nel sangue l’Africa e la missione ma che non lasciò mai Torino. Lo ricordiamo a cent’anni dalla morte, il 16 febbraio 1926. Fu il fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. In treno i sacerdoti raggiunsero il porto di Marsiglia e si imbarcarono per il Kenya. Si riposarono a Mombasa alcuni giorni e poi raggiunsero Nairobi dopo 24 ore di viaggio. Era l’inizio di una bellissima avventura. Alcuni mesi dopo li raggiunsero altri quattro sacerdoti e un laico. E poi fu la volta di altri religiosi, tutti inviati in quelle terre lontane, dal Kenya all’Etiopia, dalla Tanzania alla Somalia, dal sacerdote astigiano che dedicò la sua vita alla formazione di missionari e suore missionarie affinché portassero il Vangelo alle genti del mondo. I primi anni Allamano li trascorse in Vanchiglia a Torino, poi lanciò le missioni in Africa e si occupò del restauro del Santuario della Consolata.
La sua missione non fu solo professione di fede ma attenzione ai poveri, ai malati e alla promozione della dignità umana. Per Giuseppe Allamano tutti sono missionari, anche chi non parte per terre lontane può vivere la sua missione, in famiglia come nel lavoro. Nato a Castelnuovo d’Asti (1851-1926) da una famiglia contadina, compaesano di don Bosco, rimasto orfano di padre a tre anni, studiò a Valdocco nell’oratorio salesiano di don Bosco che fu il suo direttore spirituale. Ordinato sacerdote nel 1873 venne poi nominato rettore del Santuario della Consolata nel 1880. La chiesa aveva bisogno di urgenti lavori di restauro: una parte del denaro fu messo a disposizione dalla Casa Reale ma il grosso delle entrate arrivò dalle offerte dei fedeli. Nel 1901 Allamano fondò l’Istituto Missioni della Consolata in corso Ferrucci 14 e, nove anni dopo, un secondo Istituto, quello delle Suore Missionarie della Consolata. Morì di polmonite a Torino e ai suoi funerali una grande folla gremì la sua Consolata. Nel 1990 è stato proclamato Beato da papa Giovanni Paolo II e nel 2024 canonizzato da papa Francesco dopo l’approvazione di un miracolo avvenuto in Amazzonia. Giuseppe Allamano riposa nella Casa Madre dei Missionari della Consolata. Lunedì 16 febbraio, memoria liturgica del santo, alle 11.00 nella chiesa dei Missionari in corso Ferrucci 14 a Torino si terrà una funzione religiosa presieduta dal Superiore generale e alle 18.00 la santa Messa alla Consolata.                              Filippo Re
nelle foto: don Giuseppe Allamano
Missionari della Consolata in Kenya

La scrittura e la disperazione, la vita e la morte nel film di Chloé Zhao

Sugli schermi “Hamnet” pronto alla consegna degli Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Si inizia all’interno di una foresta, un clima incantato, avvolto di magia, il suo fogliame verdissimo e copioso, con Agnes rannicchiata, come in un abbraccio, dentro la radice di un albero, si termina con Will che, al fondo della scena del Globe, accarezza – un abbraccio riconquistato, caldo, liscio su quella superficie – il fondale a rappresentare un altro bosco. Tra queste immagini di natura, Chloé Zhao – nascita a Pechino, figlia di un dirigente d’acciaieria e d’una infermiera, studi tra Los Angeles e New York, con Nomadland Oscar 2021 come miglior film e miglior regista, tralasciando il Leone d’oro a Venezia e i Golden Globe e i Bafta, giunta oggi al suo quinto lungometraggio – adatta il romanzo di Maggie O’Farrell (con lei a centellinare la sceneggiatura che se la dovrà vedere con il primo nemico Paul Thomas Anderson di Una battaglia dopo l’altra) e tra verità storica e avventura letteraria (quella stessa che fece in tempi neppur troppo lontani nascere l’autore in terra italiana o affidò ad altri la bellezza e l’autorevolezza dei suoi scritti, non ultimi il nobile de Vere o Bacone) guarda alla nascita di quell’”Amleto” che il Bardo rappresentò attorno all’anno 1600.

Un po’ di magia (o blanda stregoneria) che mette le radici nella figura materna, da parte di Agnes (storicamente Anne Hathawey, ma i nomi nella scrittura dell’epoca vanno e vengono, come sarà in seguito per la somiglianza Hamnet/Hamlet), le giornate errabonde e i succhi di erbe medicamentose, prima la ritrosia verso il giovane Will, il figlio del guantaio, il maestro di latino, un ragazzo con tanto intelletto ma senza un minimo di senso, gli rinfacciano in famiglia, e l’innamoramento e la passione a scorgere quanto di sentimento stia nel cuore di quel giovane – molto molto “in love”, se vogliamo riandare con la memoria ad un altro film che tracciava un piccolo spazio nella vita dello scrittore antico, quella volta parlavamo di Giulietta e di Romeo -, il matrimonio ostacolato ma affrettato per la nascita della figlia Susannah, quella piccola comunità di Avon che sta stretta a Will capace di sognare la Londra dove abita la corte, dove si scrive, dove i teatri e le compagnie vivono. Una famiglia fatta di una felicità che però dura poco: Will è assente, è assente quando nasce la primogenita, sarà assente tredici anni dopo quando venne colpita dalla peste che serpeggiava dalla capitale, per guarirne ma per vedere morire il gemello Hamnet, undici anni. Anche di fronte a quella morte Will era assente, fugge e rifugge, a Londra scrive e mette in scena, respira un’aria che gli è più consona, cercata, inseguita: il suo nome completo, William Shakespeare, lo sentiremo soltanto verso la conclusione della vicenda. Agnes, tuttavia, non gli perdona quell’assenza, le sofferenze di quel bambino a cui non ha assistito: soltanto quando sentirà dell’aspettativa che c’è attorno a un nuovo lavoro di Will, partirà per Londra e davanti a quel proscenio ritroverà quegli stessi gesti che li hanno fatti innamorare, nel fantasma del vecchio re, a cui il marito dà cuore e disperazione, intravede la tragedia che in maniera del tutto diversa dalla sua l’ha colpito, in quell’antro oscuro che s’apre nel fondale ricorda quello giovanile della foresta, luogo di passaggio tra la vita e la morte.

Anche la porta che segna il tramite tra il resto della casa e la stanza dove è disteso il corpo del piccolo Hamnet ha le sembianze di un passaggio tra il mondo dei vivi e quello di una sorta di al di là, questo come ogni immagine di interni o di mondo naturale che occupi il film di Zhao con la splendida fotografia di Lukasz Zal (Ida di Pawlikowski e La zona di interesse di Jonathan Glazer), fatta di ampiezze cromatiche e di candele poggiate sul tavolo al quale un febbricitante Will sta lavorando. Stati d’animo, rabbia e perdono, erotismo, natura e famiglia, il rapporto coniugale e la visione di un mondo patriarcale, fatto altresì di egoismi e angherie, il dolore vissuto dai due protagonisti sotto una ben diversa forma, Agnes tra urla strazianti (scene che nella loro grandezza s’accompagnano di diritto a quelle dei due parti, eccezionali di verità), Will rifugiandosi nel lavoro (la rabbia senza confini con cui spunta il suo mezzo di scrittura) e nella fuga: mai mélo ma uno stralcio di vita visto in tutta la sua drammaticità autentica, laddove Zhao forse non riesce a raggiungere il racconto eccelso di Nomadland ma dove pure, in qualità di grande regista, intreccia azioni e sguardi con estrema sicurezza e partecipazione.

La statura della regista, al di là di qualche impercettibile dubbio, si rende nuovamente completa nell’ultima parte, nella rappresentazione d’Amleto, nel popolo che invade in teatro, nell’uccisione di re Claudio, nel fantasma paterno e nell’attore Will che incrocia gli occhi della sposa che nel superamento del dolore sente nuovamente e completamente sua, nell’”essere o non essere”, nella tragedia in cui prende posto interpretativamente Noah Jupe (di accenti sinceri), ora infelice principe su quel palcoscenico in luogo del fratellino Jacobi (naturalmente bravissimo), sino a quel momento Hamnet (la continuità anche nella foggia degli abiti). Poi ogni cosa si conclude e il resto, come sappiamo, è silenzio. La parola, il teatro che cura, che ripone le pene e in qualche modo le ammorbidisce e le cancella, il teatro che come quelle porte si fa tramite tra questo mondo, con i propri lati oscuri e l’altro, vero o immaginato, stregonisticamente creduto, costruito sulla riappacificazione.

È un film sulla ricerca di un’ispirazione, ma non soltanto, è fatto di fisicità catturata ed emozioni raffinate Hamnet – Nel nome del figlio, e quei tratti i due interpreti li esprimono tutti, in un carico di perfetto contatto. Eccellente Paul Mescal, che cuce addosso al suo Will quel che di storico sappiamo e quanto le ricerche e le leggende ci lasciano intuire; certo non può farcela di fronte alla prova superba – ha già vinto un Globe, ma se non sarà lei a stringere tra le mani lo zio Oscar, chi mai potrebbe essere quest’anno? – di Jessie Buckley, un’interpretazione “da incubo”, esatta e accorata, una sfumatura incessante, un battito di cuore accalorato e sincero, come erano quelli delle ali del falco quando le volava sul braccio, in piena libertà ambedue, là nel verde della foresta.

“Modulazioni – Resounding”, il Festival di Musica Antica

Ritorna a Cuneo per la sua V edizione, che unisce tradizione e innovazione

Da venerdì 20 febbraio, ore 20,30

Cuneo

Prodotto da “Maestro Società Cooperativa” e organizzato da “Noau Officina Culturale”, ritorna a Cuneo “Modulazioni”, l’atteso “Festival di Musica Antica”, sapientemente giocata e proposta fra suoni che arrivano dalla più nobile tradizione e guizzi innovativi che caratterizzano note e percorsi musicali di altrettanto piena godibilità. Alla sua V edizione, la “Rassegna” prende, quest’anno, il titolo significativo e coinvolgente di “Resounding – Risonante” e, per quanti vogliono da subito conoscerne tutti i dettagli, verrà presentata giovedì 19 gennaio febbraio, ore 18, presso il “Museo Diocesano” di Cuneo, in Contrada Mondovì, 15.

Già si può comunque anticipare che l’edizione 2026 si svilupperà su tre fine settimana nel corso dell’anno e che l’inizio ufficiale è fissato per venerdì 20 febbraio (ore 20,30), presso il “Complesso Monumentale di San Francesco” (via Santa Maria, 10), con “Oltre il visibile – Il respiro dello spazio”, un’autentica esperienza sensoriale dedicata alla polifonia vocale di compositori, fra i più importanti di epoca rinascimentale, quali gli inglesi Thomas TallisOrlando GibbonsWilliam Byrd e il gallese (membro di spicco della “Scuola Madrigalistica”)  Thomas Tomkins.

In quest’ambito, felice ancora una volta la scelta di “Modulazioni” nel promuovere, come da giusta abitudine, la “creatività giovanile”, affidando la direzione al giovane svizzero Cyrille Nanchen, al suo debutto in Italia, ed integrando nel programma il progetto di “Laurea in composizione e sound design” di Simone Giordano. Partecipa l’ensemble vocale “Modulazioni Lab” composto da Naoka Ohbayashi e Francesca Cassinari (soprani), Annalisa MazzoniGiulia Beatini e Paola Cialdella (alti), Roberto Rilievi e Alessandro Baudino (tenori), Rafael GalazJonas Yahure ed Enrico Correggia (bassi).

La serata d’esordio rientra nel programma di eventi collaterali della mostra “La Galleria Borghese. Da Raffaello a Bernini. Storia di una collezione”, ospitata sempre presso il “Complesso Monumentale di San Francesco” e promossa da “Fondazione CRC” e “Intesa Sanpaolo”.

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su “Eventbrite”.

Il fine settimana inaugurale prosegue sabato 21 febbraio, alle 18presso il “Circolo ‘L Caprissi” (piazza Boves, 3) a Cuneo con il delicato recital di Elisa La Marca, talentuosa ed ormai affermata liutista milanese, che presenta il suo primo lavoro discografico da solista, “The Queenes Maskes”, interamente consacrato alla “musica inglese” di corte.

Domenica 22 febbraioalle 17, presso il “Rondò dei Talenti” (via Gallo, 1), spazio invece a “Suite biberon – Antico bestiario danzante”, primo appuntamento di “Modulazioni Kids”cartellone di quattro concerti/spettacolo dedicati a famiglie con bambini da 0 a 6 annia cura di “InCantabimbi”.

“Il Festival 2026 di ‘Modulazioni’ – affermano i direttori artistici ed ideatori della Rassegna, Alessandro Baudino e Paola Cialdella – invita il pubblico a un nuovo disegno. ‘Resounding’ è il tema che attraversa l’anno: tre fine settimana – a febbraio, giugno e settembre – ne scandiscono il battito, aprendo percorsi musicali dedicati in prevalenza al repertorio inglese, fra sentieri inesplorati e riscoperte. In questo dialogo fra passato e presente, l’innovazione e lo sguardo attento alla contemporaneità si fondono con una restituzione essenziale dell’esperienza concertistica, riaffermando l’identità del Festival: un luogo vivo, in cui la musica abita gli spazi, li attraversa e si offre all’ascolto nella sua forma più pura e luminosa”.

Il programma di “Modulazioni” proseguirà nel corso dell’anno con altri appuntamenti, in programma da giovedì 18 a sabato 20 giugno e il 131718 e 19 settembre. Prima si terranno tre nuovi appuntamenti con “Modulazioni Kids”: al primo incontro di domenica 22 febbraio, seguiranno altri spettacoli in agenda domenica 22 marzo (“Vértigo biberon”), domenica 12 aprile (“Resounding biberon”) e domenica 10 maggio (“Petit biberon”) sempre al “Rondò dei Talenti” di Cuneo, ore 17.

Per info sul programma nel dettaglio: www.modulazioni.net/modulazioni-kids

  1. m.

Nelle foto: Logo “Modulazioni –Resounding”; Cyrille Nanchen e Elisa La Marca

A San Valentino in coppia al museo

 

 

Sabato 14 febbraio un solo biglietto a chi si presenta in coppia

Offerta valida per le mostre temporanee e le collezioni permanenti di GAM, MAO

e Palazzo Madama

In occasione di San Valentino, sabato 14 febbraioGAMMAO e Palazzo Madama propongono una speciale promozione dedicata a ogni coppia, senza distinzione di genere, sesso, età e relazione.

 

Tutti i visitatori che si presenteranno in due (coniugi, fidanzati, genitori e figli, amici o parenti) potranno accedere alle collezioni permanenti e alle mostre temporanee Notti. Cinque secoli di sogni, stelle e pleniluniLinda Fregni Nagler. Anger Pleasure FearElisabetta Di Maggio. Frangibile Lothar Baumgarten. Culture Nature alla GAM e Chiharu Shiota: The Soul Trembles al MAO con la formula 2×1, pagando un solo biglietto a prezzo intero e valido per 2 persone.

L’offerta è valida solo sul biglietto intero. Non cumulabile con Abbonamento Musei e Torino Piemonte Card.

 

Completa l’iniziativa un ricco calendario di visite guidate tematiche a cura di Coopculture:

 

sabato 14 febbraio ore 15:30

LE MILLE E UNA DECLINAZIONI DELL’AMORE NELLE OPERE DEL MAO

Il percorso di visita condurrà il pubblico alla scoperta delle opere d’arte del museo accomunate dal tema amoroso e sessuale in ambito buddhista e induista. L’apprezzamento dell’estetica delle opere del Subcontinente indiano e della Regione Himalayana andrà di pari passo con l’approfondimento di tematiche connesse alla sfera amorosa nelle sue innumerevoli sfumature.
NB percorso consigliato per il solo pubblico adulto.

 

sabato 14 febbraio ore 15:30 
MANO NELLA MANO: AMORI CELEBRI A PALAZZO MADAMA

A Palazzo Madama, le collezioni raccontano grandi amori della storia attraverso dipinti e raffinati oggetti decorativi. Durante la visita, i partecipanti possono seguire le tracce di passioni celebri e legami importanti. I due grandi ritratti equestri in Sala Guidobono narrano un’unione storica: Carlo Emanuele II, imponente opera del Brambilla e, sulla parete opposta, Maria Giovanna Battista Savoia Nemours: un matrimonio durato dodici anni specchio della storia sabauda di XVII secolo. Coppie famose, simboli di fedeltà, graziosi putti che scoccano dardi: l’amore è ovunque. I variegati e intriganti i lambriggi in Camera Nuova svelano storie e passioni che, da sempre, sono state ispirazione d’arte: Diana e Endimione; Giove, Danae e la pioggia d’oro: fin dalla antichità il nobile sentimento è stato protagonista nell’arte e nella vita.

 

sabato 14 febbraio ore 16:00

NOTTI D’AMORE: SAN VALENTINO ALLA GAM

In un pomeriggio dedicato all’amore, entreremo nella mostra “Notti” lasciandoci guidare dalle opere e dalle loro ombre. Tra immagini che si accendono nella penombra e poesie d’amore lette lungo il percorso, scopriremo come la notte sappia custodire emozioni, incontri e desideri.

Un breve viaggio nel museo, e dentro di noi, per celebrare l’amore in tutte le sue forme.

 

Costo di ogni visita guidata: 10€ a partecipante
Costi aggiuntivi: biglietto d’ingresso al museo; gratuito per i possessori di Abbonamento Musei.
Acquisto online su  https://tickets.fondazionetorinomusei.it/webshop/webticket/eventlist?production=117 fino a esaurimento posti disponibili.
Informazioni t. 011.19560449 oppure ftm.prenotazioni@coopculture.it

Gianduiotto d’Oro a Beatrice Venezi: sold out al teatro Juvarra per EnjoyBook

Dopo il successo della serata inaugurale con Giuseppe Lavazza, nella serata di giovedì 12 febbraio, in un teatro Juvarra sold out, si è svolto “Voci fuori dal coro”, il secondo dei sette appuntamenti che compongono la rassegna “EnjoyBook”, promossa da Marco Francia, Maurizio Conti e Cristiana Ferrini. 

Il talk è stato moderato dall’inviato Mediaset Marco Graziano e ha avuto come protagonista principale il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, classe 1990, artista talentuosa che ha saputo portare sul palco la freschezza dei suoi 35 anni in armonia con una dialettica da veterana, supportata da una carriera che le sta procurando grande consenso e notorietà anche all’estero, e che non le ha fatto mancare la possibilità di misurare il proprio carattere di fronte a momenti di accese polemiche, innescate dalla recente nomina a direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia, una decisione che ha suscitato contestazioni da parte di professori e direttori d’orchestra, oltre che dai lavoratori della Fenice.

La dimensione sociale in cui vive la donna oggi, la necessità di seguire con coraggio un sogno e il valore dei ricordi sono stati i temi dominanti di “Voci fuori dal coro”, che ha visto in scena, insieme a Beatrice Venezi, l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace, capace di un’ironia tagliente, acuta, che dedica da sempre gran parte del suo lavoro alla protezione e alla crescita del mondo femminile, e il poliedrico artista e produttore musicale Cesare Rascel, figlio dell’amatissimo attore Renato e dell’attrice Giuditta Saltarini, che ha portato all’Enjoybook il racconto dei suoi prossimi progetti, tra i quali una produzione per il prossimo Festival di Sanremo, e un momento di ricordo umano e artistico molto toccante legato ai suoi genitori.

“Tengo a essere definita ‘direttore’ e non ‘direttrice’ – ha esordito Beatrice Venezi – poiché tutto parte dal ruolo, quello di Maestro, il titolo accademico riconosciuto per il direttore d’orchestra, l’unico. Essendo di mentalità anglosassone, credo sia più importante concentrarsi esclusivamente sul ruolo che si ricopre, indipendentemente dal genere”.

“Il ruolo di direttore d’orchestra, storicamente, ha avuto un’impronta prettamente maschile. Ora le cose stanno cambiando, questo divario numerico sta cominciando a ‘chiudere la propria forbice’ aprendosi a una direzione d’orchestra anche femminile. Credo sia una questione prettamente culturale e geografica: tutto ciò che riguarda la parità di genere è molto più faticosa da conquistare nei Paesi latini che non in quelli anglosassoni o asiatici. Per quanto mi riguarda, cerco anche di non definirmi ‘giovane direttore’, nonostante i miei 35 anni, per non cadere in un facile stigma che non rappresenta l’esperienza più che decennale del mio lavoro. Io non arrivo da una famiglia di musicisti, mi sono costruita questo percorso con le mie forze, la mia resilienza e il coraggio nel gestire i momenti più delicati. L’amore per la musica è nato naturalmente, mi sono diplomata in pianoforte nel 2010 con Norberto Capelli, all’Istituto Superiore di Studi Musicali Rinaldo Franci di Siena, ho approfondito gli studi con Piero Bellugi a Firenze e in seguito con Gianluigi Gelmetti presso l’Accademia Chigiana di Siena, successivamente ho studiato Composizione con Gaetano Giani Luporini  e, nel 2015, ho conseguito il diploma in Direzione d’orchestra presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, sotto la guida di Vittorio Parisi. Da quel momento è cominciata una carriera ricca di soddisfazioni e riconoscimenti, che mi ha portata a esibirmi anche in Argentina, quando al Teatro Colòn di Buenos Aires, di cui sono diventata Direttore Principale Ospite, ho diretto la Turandot nell’ambito della rassegna Divina Italia, e poi in Canada, in Francia, nel Regno Unito, in Corea del Sud, a Macao, dove ho diretto la Shenzhen Symphony Orchestra nel Galaxi Opera Gala con Placido Domingo”.

“La bacchetta del direttore d’orchestra – conclude Beatrice Venezi – ha una simbologia anche magica, non a caso i maghi usano le bacchette. Nel nostro caso il prodigio si verifica quando l’energia del gesto viene trasmessa dalla bacchetta a tutta l’orchestra. La stessa musica, suonata dalla medesima orchestra ma interpretata da direttori differenti, verrà percepita sicuramente in maniera diversa. Vorrei che la mia storia e la passione con cui porto avanti il mio lavoro possano essere d’esempio ai giovani per continuare a credere nei loro sogni”.

“Penso che Beatrice Venezi sia un orgoglio italiano – ha sottolineato Annamaria Bernardini De Pace – un’eccellenza che, paradossalmente, solo in Italia può succedere di voler affossare. Lei rappresenta il presente e il futuro della grande tradizione musicale italiana. Nel mio lavoro da avvocato ho sempre cercato di infondere alle donne quel senso di protezione e coraggio che sono fondamentali per costruirsi un’immagine piena e una vita indipendente. Sono davvero troppe le donne che, ancora oggi, sopportano umiliazioni e violenze per paura di non poter acquisire un’indipendenza, e non si rendono conto di mettere in atto comportamenti che si alimentano in maniera transgenerazionale, appesantendo la catena un anello dopo l’altro. Sono storie che sento tutti i giorni, storie comuni di vita familiare a cui cerco in prima persona di dare una svolta, lavorando sulla consapevolezza”.

L’avvocato Annamaria Bernardini De Pace ha concluso il suo intervento ricordando i tanti anni d’amicizia con Ornella Vanoni, il profondo senso d’umanità che la caratterizzava e il reciproco sostegno in diverse fasi della vita.

“Provo un grande amore verso il mondo femminile – ha raccontato Cesare Rascel – mi sono sempre trovato in armonia con le donne e, per qualche ragione, sarà perché sono stato cresciuto prevalentemente da mia mamma, Giuditta Santarini, umanamente e professionalmente ne sono sempre stato circondato, e l’ho sempre percepita come una grande fortuna. Inoltre ho una figlia di 12 anni e posso affermare con certezza quanti grandi valori e, se mi permettete, quante ‘marce in più’ dimostrano le donne fin dalla giovane età. Il rapporto con mio padre è stato particolare: intanto c’erano tra noi 61 anni di differenza, aspetto che ci ha limitato nel vivere alcune delle esperienze comuni tra padre e figlio, ma ho costruito insieme a lui, nel tempo, un bel rapporto umano, sincero, che lo ha portato anche a fidarsi molto delle mie opinioni rispetto al suo lavoro di attore”

Cesare Rascel, che vive oggi tra l’America e l’Italia, parteciperà al Festival di Sanremo 2026 come produttore.

“A più di sessant’anni dalla vittoria di mio padre, in coppia con Tony Dallara, con la canzone ‘Romantica’ – conclude Cesare Rascel –  un Rascel torna a Sanremo: in questo caso a supporto del mio socio Beppe Stanco e di quei fantastici artisti che sono Blind, El Ma & Soniko, in gara con il brano ‘Nei miei DM’ nella categoria delle Nuove Proposte della 76esima edizione del Festival”.

A Beatrice Venezi è stato consegnato il Gianduiotto d’Oro, assegnato nell’ambito della rassegna EnjoyBook 2026.

***

Giovedì 19 febbraio, al teatro Juvarra, Tommaso Cerno sarà ospite dell’EnjoyBook per un incontro dal titolo “Controcorrente per scelta”, insieme a Vladimir Luxuria.

I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo.

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

 

Gian Giacomo Della Porta

“Adotta uno scrittore, una scrittrice”… da Torino ad Addis Abeba

Per la prima volta, il “Progetto didattico” voluto dal “Salone del Libro” di Torino varca i confini nazionali e vola nella Capitale etiope

Dal 18 febbraio al 18 maggio

Ormai giunto alla sua XXIV edizione, il Progetto didattico e culturale “Adotta uno scrittore, una scrittrice” – voluto in prima battuta dal “Salone Internazionale del Libro di Torino” e rivolto alle scuole piemontesi e italiane (dalle elementari all’Università, comprese quelle aperte in carceri e in ospedali) – sconfina dalle “italiche frontiere” per portare la sua voce e i suoi principi niente meno che in Etiopia, ad Addis Abeba. Alla guida dell’“ardimentosa” spedizione sarà la stessa direttrice del “Salone” subalpino, la scrittrice Annalena Benini, benevolmente ospitata all’Istituto Omnicomprensivo “Galileo Galilei” della capitale etiope, da mercoledì 18 a sabato 21 febbraio prossimi.

Le cifre, da sole, danno l’idea dell’importanza e dell’ampia inclusività del “Progetto” che vede, accanto all’impegno del “Salone del Libro”, il sostegno della “Consulta delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte e della Liguria” e la collaborazione della “Fondazione con il Sud” e di “Iveco Group”: in totale 40 autrici ed autori incontreranno studentesse e studenti di 40 scuole, nonché carceri e ospedali di 9 regioni italiane, dal nord al sud della penisola.

A conti fatti, saranno dunque ben 972, quest’anno, le studentesse e gli studenti coinvolti, tra febbraio e maggio, nelle regioni di PiemonteLiguriaBasilicataCalabriaCampaniaPugliaSardegna e Sicilia. Ogni adozione prevede tre appuntamenti in classe per ciascuna autrice e ciascun autore adottati e il quarto conclusivolunedì 18 maggio, alla chiusura della XXXVIII edizione del “Salone Internazionale del Libro”  al “Lingotto Fiere” di Torino. Per la terza volta, partecipa nuovamente al “Progetto” anche una classe di minori stranieri non accompagnati e studenti recentemente arrivati in Italia  che ancora non parlano, o parlano poco, la lingua italiana, presso il CPIA 3 – Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti “Tullio De Mauro” di Torino.

“In più di vent’anni di attività, ‘Adotta uno scrittore, una scrittrice’ – dicono gli organizzatori – ha saputo creare non solo significativi momenti di approfondimento sulla lettura e formative occasioni di confronto sulla scrittura, ma soprattutto felici opportunità di ‘discussione e dialogo’ sui tanti temi e spunti che le pagine dei libri sanno da sempre offrire … Grazie al ‘clima di collaborazione’ che si crea nella dimensione intima e accogliente delle classi, ogni adozione si presenta unica e irripetibile, avvalorata dalla possibilità, per le autrici e gli autori adottati, di poter sfruttare il tempo a disposizione in completa libertà e creatività, dedicando uno spazio anche ai propri libri, che vengono dati in dono a ciascun studente. Gli appuntamenti accompagnano bambine, bambini, ragazze e ragazzi sulla strada della formazione di uno spirito critico e di una capacità di riflessione, per aiutarli ad appropriarsi di un loro personale sguardo sul mondo”.

Dopo il successo delle due precedenti “adozioni residenziali”, nel 2024 e nel 2025, quest’anno saranno tante e tanti le autrici e gli autori che risiederanno per più giorni consecutivi in una città, per incontrare quotidianamente studentesse e studenti, come Annalena Benini (Addis Abeba), Antonella Lattanzi (Lecce), Marco Magnone (Lipari), Marilena Umuhoza Delli (Genova), Daniele Bonomo “Gud” (San Damiano d’Asti), Andrea Antinori (Brusasco), Valentina Maselli (Strambino), Simone Rea (Torino), Fabrizio Rondolino (Domodossola) e Giovanni Colaneri (Rivoli).

Grazie al “Progetto”, nel corso degli anni sono state portate a termine 585 adozioni, per un totale di 16.250 studentesse e studenti, dalla scuola primaria alle università fino agli istituti carcerari, coinvolgendo 420 tra le autrici e gli autori più importanti della letteratura italiana degli ultimi quarant’anni.

Cifre sicuramente notevoli. Aride in sé, se non si tiene conto di quanto sta dietro a dei semplici numeri. Tantissimo impegno, un oceano di disponibilità e la forza di una visione capace di connettere la trasparenza letteraria alla più terrena quotidianità in uno scambio di reciproche esperienze ed informazioni, atte a meglio affrontare le contingenti sfide della realtà. Presente e futura.

Per info e programma dettagliatowww.salonelibro.it

g.m.

Nelle foto: Annalena Benini (Ph. Chiara Pasqualini); Marco Magnone (Ph. Luca Fumero) e Valentina Maselli

L’emozionante storia di Claudette Colvin approda a Torino

 

Al Polo del Novecento di Torino arriva NOIRE, un’installazione in realtà aumentata dedicata a Claudette Colvin, in programma dal 12 al 24 febbraio in occasione del Black History Month.

 

Dopo l’inaugurazione al Centre Pompidou di Parigi e le tappe internazionali che l’hanno portata al Tribeca Film Festival di New York e al Digital Culture Center di Milano, l’opera approda in città con un progetto che unisce memoria storica, tecnologia e partecipazione attiva del pubblico.

L’esperienza dura 32 minuti e si sviluppa all’interno di uno spazio immersivo in cui elementi reali e virtuali convivono. I visitatori non sono semplici spettatori, ma diventano parte della narrazione, muovendosi fisicamente nell’ambiente e vivendo in prima persona il gesto rivoluzionario compiuto nel 1955 a Montgomery da Claudette Colvin, la quindicenne afroamericana che si rifiutò di cedere il posto sull’autobus a una persona bianca, anticipando di mesi l’atto simbolico che avrebbe reso celebre il movimento per i diritti civili. Attraverso suoni, immagini e interazioni digitali, il pubblico sperimenta il peso del pregiudizio, la tensione della scelta e il coraggio di una decisione che ha segnato la storia ma che per lungo tempo è rimasta ai margini della memoria collettiva.

Il direttore del Polo del Novecento, Alessandro Rubini, spiega come “il progetto si inserisce pienamente nella missione dell’istituzione, da sempre impegnata a raccontare il Novecento e le sue fratture sociali e culturali. Si tratta di una storia che parla di discriminazione di razza e di genere, temi centrali per comprendere il secolo scorso, ma affrontati con un linguaggio nuovo, quello della realtà immersiva. L’obiettivo è permettere alle persone di stare idealmente al fianco di Claudette Colvin, di vivere il pregiudizio come lo ha vissuto lei e di riconoscere il coraggio delle sue scelte, mettendo in luce la difficoltà degli eroi che non sempre vengono celebrati. Proporre contenuti di grande qualità attraverso strumenti innovativi diventa così un modo per coinvolgere pubblici diversi e stimolare una partecipazione più profonda e consapevole.”

Particolare attenzione è rivolta ai giovani e alle scuole. L’installazione è pensata come esperienza multiplayer per gruppi di dieci persone, una scelta che ha portato a strutturare un percorso didattico articolato. Prima dell’attività immersiva gli studenti vengono introdotti ai temi della discriminazione razziale e di genere del Novecento; al termine, invece, è previsto un momento di confronto e dibattito per rielaborare quanto vissuto. L’intento non è solo trasmettere informazioni, ma far percepire emotivamente queste storie, raccogliendo le reazioni dei ragazzi e stimolando il dialogo anche fuori dall’aula, nelle famiglie e nella vita quotidiana.

“NOIRE rappresenta anche un banco di prova per il futuro del Polo del Novecento”, conclude il Direttore Rubini. “L’istituzione intende sperimentare nuovi linguaggi insieme ai partner e al proprio pubblico, osservando quali strumenti riescano davvero a generare coinvolgimento ed emozione. Se l’esperimento funzionerà, questo progetto sarà soltanto il primo di una serie di iniziative che utilizzeranno le tecnologie immersive per raccontare la storia contemporanea. In questo modo la memoria esce dai confini tradizionali dell’esposizione museale e diventa un’esperienza concreta, partecipata e attuale, capace di parlare alle nuove generazioni con strumenti vicini al loro modo di vivere e percepire il mondo.”

L’appuntamento al Polo del Novecento è uno di quelli che se lo sai, corri a vederlo. Se lo scopri una volta terminato, te ne penti. Qui trovate il link per prenotarvi: https://www.eventbrite.it/e/noire-installazione-di-realta-aumentata-tickets-1980457034302?aff=oddtdtcreator

Lori Barozzino