CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

A MonfortinJazz Suzanne Vega e Vinicio Capossela

MonfortinJazz 2026 rivela i due concerti che completano il calendario dell’edizione del suo 50⁰ anniversario. L’associazione Monforte Arte ODV e Ponderosa Music & Arts chiudono il cerchio di un’estate straordinaria in programma all’Auditorium Horszowski di Monforte d’Alba, il gioiello acustico all’aperto che domina le Langhe piemontesi e che, dal 1976, è diventato uno dei luoghi più amati della musica dal vivo in Italia e in Europa.

Venerdi 24 luglio, alle 21.30, l’Auditorium accoglierà una delle voci più iconiche della musica internazionale: Suzanne Vega porta a Monforte d’Alba il “Flying with Angels Tour 2026”. Considerata una delle cantanti più importanti della sua generazione, ha incarnato fin dagli anni Ottanta la rinascita del folk, portando sul palco storie di vita urbana con una lucidità poetica che il New York Times ha descritto come quella di una straordinaria narratrice che osserva il mondo con un occhio clinicamente poetico. Il tour prende il nome dall’ultimo album, intitolato “Flying with Angels”, pubblicato nel maggio 2025 e accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico internazionale. Sul palco dell’Auditorium, Vega proporrà uno spettacolo che attraversa tutta la sua carriera, dai brani che l’hanno resa celebre, come “Tom’s Diner”, “Luka”, “Marlene on the wall”, fino ai pezzi del nuovo album. Ad accompagnarla il suo storico chitarrista Gerry Leonard, noto per la sua collaborazione con David Bowie, e la violoncellista Stephanie Winters, per un live intimo e avvolgente, capace di tessere un incantesimo di luce e ombra fondendo classici e nuovi materiali, con storie intime per una notte memorabile.

MonfortinJazz chiuderà il programma del suo 50⁰ anniversario domenica 2 agosto, alle ore 19, con Vinicio Capossela, e la festa dei suoi trent’anni del “Ballo di San Vito”. Pubblicato nel 1996, “Ballo di San Vito” fu una dichiarazione poetica, una commistione di jazz, blues e tango, musica popolare e ironia coltissima, prodotta da Capossela in collaborazione con il pianista Evan Lurie, con arrangiamenti che portano il segno di un’intera comunità sonora. A rendere questo anniversario ancora più significativo, è la presenza, già nel 1996, di alcuni grandi musicisti, molti dei quali legati alla storia di MonfortinJazz: tra loro il chitarrista Marc Ribot insieme a Davide Graziano alla batteria, Gianluca “Cato” Senatore alla chitarra, Carlo Dossi al mixer e Renato Striglia “diavolo custode”, tutti evocati in un live capace di unire presenze e assenze in un unico suono. La quinta presenza di Capossela a MonfortinJazz coincide con il 50⁰ anniversario della manifestazione, e con il 30⁰ compleanno del “Ballo di San Vito”. Non è soltanto una felice coincidenza, ma il modo più giusto per chiudere in bellezza la rassegna.

Info: info@monforteinjazz.it – 333 8349690 – www.monforteinjazz.it

Mara Martellotta

Antiqua, “Dove il tempo si fa musica e la memoria diventa emozione”

Prenderà il via il 21 marzo prossimo, alle 20.15, presso la chiesa di San Pietro, a Settimo Torinese, la 31esima rassegna di musica antica “Antiqua”, che coinvolge punti d’eccellenza del territorio piemontese e ligure. Il titolo dell’edizione 2026 sarà “Dove il tempo si fa musica e la memoria diventa emozione”.

La partenza da Settimo Torinese, con il concerto dell’Accademia Il Ricercare, dedicato a Giuseppe Torelli (1658-1709) dal titolo “La nascita del concerto solista” riconferma una collaborazione con il Comune che, negli anni, si è sempre più consolidata. Il notevole successo di pubblico e di critica ottenuto negli anni precedenti, insieme all’impegno dell’Amministrazione Comunale, unito ad un sostanziale sostegno da parte della Fondazione ECM e i contributi di Regione Piemonte, Fondazione CRT e del Ministero dei Beni Culturali, hanno permesso di continuare questa positiva esperienza con la produzione di concerti di musica classica di altissimo livello culturale, dove si esibiranno importanti artisti del panorama musicale europeo.
Antiqua 2026 rinnova il suo impegno nella valorizzazione del grande repertorio medievale, rinascimentale e barocco, con una rassegna che si distingue per rigore filologico, profondità interpretativa ed eccellenza artistica. Promossa dall’Accademia del Ricercare, la stagione si configura come un percorso musicale di alto profilo, capace di coniugare ricerca storica e viva emozione sonora.
Antiqua 2026 non è soltanto una stagione concertistica, ma anche un laboratorio di cultura, un luogo di incontro tra tradizione e contemporaneità, tra studio e interpretazione, tra memoria e presente. Ogni concerto rappresenterà un viaggio nel tempo capace di restituire al pubblico la straordinaria ricchezza espressiva di secoli di musica. Con Antiqua 2026, l’Accademia del Ricercare conferma la propria missione, quella di custodire, approfondire e trasmettere il patrimonio della musica antica, trasformando ogni appuntamento in un’esperienza d’ascolto unica e autentica.

Tra i primi appuntamenti dei mesi di marzo e aprile, ricordiamo quello del 21 marzo, presso la chiesa di San Pietro di Settimo Torinese, alle 21.15, in cui l’Accademia del Ricercare eseguirà, di Giuseppe Torelli, i concerti per tromba e orchestra; l’11 aprile, a Foglizzo, nell’aula consiliare del Castello, alle 21.15, l’Ensemble ArsBaroca eseguirà le Sonate a quattro per oboe, due flauti e B.C.; il 18 aprile, a San Mauro Torinese, nella chiesa di Santa Maria in Pulcherada, alle 21.15, si terrà il concerto  “Orfeo Futuro. Ti amo alla follia”, cantate e serenate d’amore del Seicento italiano; il 26 aprile, a Settimo Torinese, nella chiesa di Santa Croce, alle 21.15, l’Accademia del Ricercare eseguirà, di Antonio Vivaldi, il “Confitebor”(RV 596) a tre voci per soli coro e orchestra, e il “Dixit Dominus” (RV 807) a quattro voci per coro e orchestra.
Dal 24 al 30 luglio, la rassegna ospiterà al suo interno, come sempre, il corso internazionale di musica antica, che si terrà anche quest’anno a Casalborgone, in provincia di Torino, aperto ai giovani talenti di tutto il mondo.

Ingresso gratuito

Info: segreteria@accademiadelricercare.com – accademiadelricercare@gmail.com

Mara Martellotta

Se la “traccia alfabetica” si fa libera “narrazione d’arte”

L’arte “calligrafica” e “asemica” di Eugenia Di Meo in mostra all’Associazione Culturale “Fuocoinfinito” di via Carlo Alberto, a Torino

Fino al 29 marzo

Le lettere dell’alfabeto, di più alfabeti (e non solo occidentali), trasformate in “scrittura decorata” e in preziose, minute opere d’arte. E’ un esercizio di altissima certosina perizia tecnica, quello portato avanti con interesse e passione infinita dalla torinese Eugenia Di Meo, ma esercizio pur anche capace di trasformarsi (se lasciato liberamente volare in spazi di pura fantasia il sotteso, ma sempre scalpitante, gioco cromatico) in pagine di pura e visionaria poesia. “Calligrafia” e “arte asemica” (“lettere non lettere”):  ha cavalcato e seguito con ottimi risultati secoli e secoli di storia dell’arte il percorso artistico di Eugenia Di Meo, come ben testimonia quella trentina di sue opere esposte, fino a domenica 29 marzo, presso l’Associazione Culturale “Fuocoinfinito” di via Carlo Alberto, a Torino. Il titolo riassume alla perfezione, nei suoi caratteri segnici e negli obiettivi concettuali, il variegato ma lineare contenuto della rassegna: “Fili Trame e Tessuti che si intrecciano per formare nuove storie”. E quante storie! Intrecciate in un complessivo racconto espositivo che va dai “capilettera miniati” antichi – che sembrano evasi dalla misteriosa labirintica Biblioteca svizzera dell’Abbazia di “San Gallo” di echiana memoria – alle “sculture tridimensionali” di carta fino ai più moderni “calligrammi”, in un intuitivo rincorrersi di alte citazioni che passano dall’ “Orfismo” delle “opere su carta” e delle famose “Finestre” dell’ucraina Sonia Delaunay fino agli “Arazzi con lettere” (calibrati nella giusta contrapposizione di “ordine” e “disordine”) di Alighiero Boetti e, laddove la potenza cromatica riesce a spezzare le “catene” della più rigorosa “bella grafia”, alle visioni colorate, surreali e libere di varcare tutti i cieli, del grande Mirò.

Il tutto incentrato e semplificato nell’osservazione ammirata di alcune opere esposte, che mi piace volutamente ricordare: dal raffinato capolettera di una “L” ornata in “calligrafia gotica rotunda” alle “tre lettere” di altrettanti alfabeti dall’artista riprodotte in variazioni assolutamente singolari e in un groviglio colorato di evasiva informalità, fino alle “composizioni asemiche”, due in particolare (riportate in foto) giocate in prevalenza sulla felice imprevedibilità e riconquistata libertà di colore-forma, non più prigioniero ma sfuggito alle maglie geometricamente inclusive della grafia, già pubblicate in California su uno specifico “Annuario” femminile di artiste “asemic – Art”.

Torinese di nascita, Eugenia è “architetta” di formazione, con laurea al “Politecnico”, seguita alla frequentazione del torinese “Istituto Statale d’Arte”, sezione di Moda e Costume. “Il disegno, nelle sue molteplici forme, è sempre stato racconta – una presenza costante nel mio percorso formativo e, in questo ambito, ho portato avanti una lunga sperimentazione volta a scoprire la ‘mia traccia’, spaziando tra diversi settori per periodi più o meno lunghi: dall’arredamento alla moda, dalla ceramica alla calligrafia, settore, quest’ultimo, rivelatosi come la via più congeniale per orientare la mia indagine espressiva”. Il grande “amore” della vita. Con quegli “alti” e “bassi” propri di tutti i grandi amori. Forieri di passioni irrefrenabili, ma anche, a tratti, vissuti come una sorta di “impedimento” a nuove esperienze e libertà espressive, cui sempre, comunque, Eugenia ha lasciato (come già detto) le porte ben aperte nelle loro richieste di più matura “evasione”. Supportata sempre dalla forza di un “mestiere” consolidatosi e perfezionatosi negli anni.

E in virtù anche di una preparazione “di bottega” di primo piano, seguendo “corsi” e “workshop” con i più famosi maestri calligrafi italiani e stranieri, arrivando a conoscere e a praticare circa una quindicina di stili calligrafici, occidentali e non, attraverso mezzi di scrittura fra i più vari: dai tradizionali pennini e inchiostri, fino a strumenti fra i più inusuali “da una conchiglia – ci ricorda Eugenia – a un pezzo di pasta o altro, montati su disparati supporti al fine di renderli utilizzabili per lasciare una ‘traccia’”. “La” traccia che fa dell’opera un’opera singolare e unica. E che l’ha pian piano avvicinata anche alla pratica dell’“Asemic Writing Art”, di quella “scrittura” (nata negli States negli anni ’50) che è “semplice simulazione di scrittura”, priva di significato semantico, cui la Di Meo si diletta ad “aggiungere grafismi inediti di notevole efficacia – scrive in presentazione Beatrice Pirocca – fino a dimostrare l’ormai matura gestualità ritmica di un segno fatto di ‘parole – non – solo – più – parole, che ci invita a ripercorrere con lei l’evoluzione delle poetiche d’avanguardia”. E di sue, e nostre, particolari emozioni, che dal tratto certosino del segno all’esplosione inarrestabile del colore, ci trasportano in spazi di pura poetica “visionarietà”. Spazi “amici”, decisamente indimenticabili!

Gianni Milani

“Fili Trame e Tessuti che si intrecciano per formare nuove storie”

Associazione Culturale “Fuocoinfinito”, via Carlo Alberto 11/p, Torino; Tel. 349/2187206; fino a domenica 29 marzo. Orari: lun. – ven. 15,30/18,30; sab. – dom. 10,30/12,30 e 15,30/18,30

Nelle foto: “Rielaborazione di un capolettera, ‘L’ ornata, in calligrafia ‘gotica rotunda’”; “Tre lettere di altri alfabeti rielaborate”; Coppia di “Composizioni ‘asemiche’ (lettere non lettere)”, foto pubblicate in California su un Annuario di “artiste asemic – Art”

I pittori che dipinsero gli Italiani all’indomani dell’Unità

Al castello di Novara, sino al 6 aprile

 

Adesso che s’era fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani. E ancora oggi sappiamo quanta fatica si porti appresso l’infinito di quel verbo. Prima c’erano state le “speranze e aspirazioni” di chi sognava un’Italia unita: c’erano stati alcuni prima, all’inizio di un lungo percorso, le giornate di Milano ma anche “la fatal”Novara che quelle aveva spazzato via, poi finalmente, il 17 marzo 1861, l’unione. Ma ancora molto rimaneva da fare – ma pure, “la storia poi è proseguita, certo tra mille difficoltà, tra eventi gloriosi e altri meno, ma una bellissima storia”. Anche l’arte e gli artisti vollero raccontare, come fedeli narratori, il cambiamento di questo popolo “nuovo” ripreso nei tanti aspetti piacevoli della sua quotidianità, ma anche il disincanto e la fatica del lavoro, la giustizia, l’istruzione, la condizione della donna, troppe volte avvilente: magari con lo sguardo dell’uomo rattristito e ferito, con una moglie e un figlio alle sue spalle, un misero bagaglio con sé, all’interno di un paesaggio roccioso, a osservare una terra che non vede il momento di raggiungere, protagonista dell’opera di Stefano Usai L’esule che dall’Alpe guarda l’Italia (1850). È il punto d’inizio della mostra L’Italia dei primi Italiani. Ritratto di una nazione appena nata, curata da Elisabetta Chiodini negli spazi del Castello di Novara, organizzata da Mets Percorsi d’Arte con il Comune di Novara e la Fondazione Castello di Novara, con l’apporto di importanti sponsor e visitabile sino al 6 aprile. ”Dovevamo offrire qualcosa che lasciasse il segno – dice Paolo Tacchini, presidente di Mets -, di cui si potesse conservare un ricordo indelebile e che fosse legato alla nostra terra e alle sue peculiarità. Qualcosa però che fosse coerente con la nostra specifica missione, divulgare l’arte di un periodo ben preciso.” Ovvero di quell’Ottocento che, ormai dal 2018, ha preso a invadere felicemente le sale del Castello, nei suoi aspetti più differenti e culturalmente validi, nei suoi percorsi più approfonditi, guardando al paesaggio e a Les Italiens à Paris, al Romanticismo per le strade di Milano e i canali veneziani, al Divisionismo e ai Macchiaioli, promettendo fin da ora il prossimo appuntamento Moda e costume nella società moderna, tre ritratti – Hayez Boldini Casorati – e oltre, a partire dal 31 ottobre prossimo.

Non un percorso legato al passaggio del tempo ma la visione dilatata di questo, settant’anni circa, sino agli anni Trenta del Novecento, e settanta opere in esposizione, provenienti da collezioni private e da importanti gallerie di Milano (Maspes ed Enrico, Quadreria dell’Ottocento e Mainetti), Torino (Aversa) e Pinerolo (Il Portico), dalla Fondazione Cariplo, da Novara (Galleria Giannoni) e dalla GAM torinese, attraverso sette sezioni: dal territorio variegato di pianure, valli e monti alle regioni bagnate dal mare con le loro attività, dai tanti volti delle città al tempo libero della borghesia, dall’arte declinata al femminile all’amore nella sua venalità alla vita nelle metropoli, dove lusso e miseria convivono, dove la medicina progredisce e i più o meno grandi soprusi crescono. Opere di grande importanza e nomi che abitano l’immaginario artistico collettivo (Lega e Signorini, Carcano e Fattori e Cosola, De Nittis e Morbelli e Maggi), opere preziose che ci portano anche a scoprire bellezze di autori forse immeritatamente tenuti lontani dai grandi appuntamenti (Eugenio Spreafico e Arnaldo Ferraguti, Stefano Bruzzi e Guglielmo Ciardi, Pio Joris (che in Circo Agonale del 1900 ritrae una piazza Navona nel suo dispiegarsi di popolani, venditori di frutta, religiosi in attesa, bambini ai primi passi, cani che giocano, il tutto raccontato in una affascinante ricchezza di abbigliamenti, affabulazioni, pettegolezzi di donne), Alberto Rossi e Carlo Cressini e Italo Nunes Vais (Ancora un bacio, 1885, una addio o un arrivederci sul predellino di un treno che sta per partire), Giovanni Sottocornola e il mirabile Francesco Netti, allievo di Domenico Morelli, con il suo In Corte d’Assise, un olio su tela del 1882, di importanti dimensioni (96 x 182 cm), proveniente dalla Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto di Bari. 

Dove racconta di una seduta del processo – lo potremmo definire il “primo mediatico” della storia, assai simile a quelli che circolano oggi – che doveva condannare i responsabili dell’omicidio del capitano Giovanni Fadda, eroe delle guerre risorgimentali in cui, il poveretto, aveva perduto la propria virilità, ovvero la moglie Raffaella Saraceni, particolarmente bella, e il suo amante, un giovane cavallerizzo che aveva tolto di mezzo quell’imbarazzante coniuge con 23 pugnalate. Processo nel ’79, ergastolo per lui e per lei, riconosciuta come mandante, condanna ai lavori forzati e a trent’anni di reclusione prima, ridotti poi per essere fatta uscire dopo soli dieci anni (con buona pace degli “scandali” attuali). A chi vorrà ancora visitare la mostra – e ve la consigliamo davvero in quest’ultimo scorcio – interesserà quella sorta di rituale che Nitti ci ha tramandato, quelle signore che tra abiti eleganti e cappellini alla moda, tra ventagli e tazzine distribuite di caffè e gioielli che il pittore ha posto in primo piano, talune comodamente sedute alla balaustra del piano superiore e altre costrette scomodamente a sporgersi per non perdere nulla della scena che al piano inferiore mostra l’imputata stretta in mezzo a una coppia di cappelluti carabinieri; come pure il testo di Carducci, dell’ottobre, quando il poeta, graffiante e acido cronista, nel suo A proposito del processo Fadda stigmatizzava signore e signorine che, con “gli occhi dilatati,/ le pupille in giù fitte,/ tra le labbra rosse/ contratte in fiero ghigno”, sgretolavano “i pasticcini/ tra il palco e la galera” mentre si cullavano nel sogno degli “abbracciamenti de’ cavallerizzi/ tra i colpi di pugnali.”

Ma non sono soltanto corti d’assise. C’è il continuo omaggio al paesaggio visto con gli occhi sperimentatori dei Macchiaioli, come delle Scuole, dall’uno all’altro capo della penisola, di Rivara e di Resina, tra l’Arno (Signorini) e Sur la route de Castellammare di De Nittis, c’è l’Italia rurale e la fatica del lavoro con Le risaiuole di Morbelli (1897) e La raccolta delle zucche di Michetti, il luminoso Alla sbianca di Spreafico del 1890 e Le lavandaie nell’Ema di Angiolo Tommasi, c’è il variare delle stagioni che permette o no questo o quel lavoro (Sole d’inverno di Tominetti e Prime giornate di bel tempo di Bruzzi), in un ampio scorcio di costa e di mare lavorano i Rappezzatori di reti a Castiglioncello di Fattori, forse il capolavoro lo si ritrova per l’eccellente realismo nei tre ragazzini che per raggranellare qualche soldo si dedicano alla Scelta delle moeche, che Leonardo Bazzarro ha dipinto nel 1900. C’è l’animazione dei mercati, non soltanto attraverso le povere cose di Joris ma altresì grazie a Vincenzo Migliaro che con Porta Capuana (1907) ti fa sentire tutta la sonorissima pubblicità che certi venditori, al centro di una indescrivibile folla che preme a ridosso della porta napoletana, fanno dei loro prodotti ittici, tutto e tutti illuminati da un sole che sta invadendo lo spiazzo; come c’è quello milanese di Filippo Carcano, del 1882, Il verziere alla vigilia della commemorazione delle Cinque Giornate, già le bandiere tricolori esposte ai balconi mentre di sotto è tutto un raggrupparsi di banchi e ombrelloni.

Il tempo libero occupa la quarta sezione, dove primeggia di Angelo Morbelli In battello sul lago Maggiore, del 1915, ancora un momento di calma prima che scoppi la bufera della guerra, uno scorcio fotograficamente interpretato a racchiudere in primissimo piano una signora che al riparo dal sole sta attraversando la distesa d’acqua, rappresentante di una nuova borghesia di rapida trasformazione alla ricerca dell’affermarsi di nuovi svaghi, come il viaggio e la vacanza che a poco a poco andavano a sostituire la villeggiatura trascorsa nelle proprietà di mare o di campagna. È la nascita della Belle Epoque, delle stazioni termali con gli hotel di lusso che si possono più facilmente raggiungere grazie ai moderni mezzi di trasporto. È l’epoca in cui la donna – alcune donne, quelle che appartengono alle classi più abbienti – cercano di ritagliare per se stesse un posto discreto ma ben definito all’interno della società e dei fermenti che l’accompagnano: s’affidano al loro gusto e con Carpanetto diventano Critici gentili forse a dare il loro assenso nello studio del pittore a un’opera che esse stesse hanno commissionato o con Lega, che ci tramanda il viso della modella e allieva Isolina Cecchini, tentano La pittura o scoprono il turismo con grande interesse per la scoperta dei tanti itinerari (Alberto Rossi, Il Baedeker, Venezia, non si sa se più ossequioso o critico). Mentre altre ci restituiscono infelicità e sfruttamento, debolezze e classi meno abbienti, prostituzione (una ricerca per Morbelli, tra il 1884 e l’87, un linguaggio fatto di severità e crudezza verso una denuncia che guarda a una dilagante realtà, forse disteso “in un racconto altrettanto drammatico, ma nel quale la raffinatezza tecnica divisionista e quindi la luce, caricano l’immagine di una valenza psicologicamente ed emotivamente più sottile e inquieta”) e lavoro minorile (di Longoni La piscinina, 1890, all’uscita da una sartoria per presentare alla signora l’abito ordinato), piaghe che erano un contraltare non indifferente a quell’aria di festa e di speranza che inevitabilmente circolava all’indomani dell’Unità. 

Ancora la figura femminile chiude la bellezza della mostra. Donne che, con Demetrio Cosola, accolgono la vaccinazione dei figli e la loro istruzione o si mescolano nei ricoveri per una scodella di minestra, magari ripensando a quegli anni antichi che non torneranno più (Pusterla e ancora Morbelli). Emozionante il sonno che ha catturato la giovanissima Venditrice di frutta che Spreafico dipinse nel 1888: anche in quella momentanea “sconfitta” sta il ritratto di buona parte di un popolo. 

Elio Rabbione

Nelle immagini, Francesco Netti, “In Corte d’Assise”, 1882, olio su tela, Bari, Pinacoteca; Pio Joris, “Circo Agonale (Piazza Navona)”, olio su tela, collezione privata; Angelo Morbelli – “In battello sul lago Maggiore”, 1915, olio su tela, collezione Fondazione Cariplo; Silvestro Lega – “La pittura (Isolina Cecchini)”, 1869, olio su tavola, collezione privata.

“Tre sorelle. Nevica, che senso ha?”, riscrittura tratta da Ĉechov

Martedì 17 marzo, alle 19.30, debutta in prima nazionale, al teatro Carignano, la pièce teatrale “Tre sorelle. Nevica, che senso ha?”, riscrittura tratta da Anton Ĉechov, curata e diretta da Liv Ferracchiati, artista associato al TST. Il ruolo di dramaturg è di Piera Mungiguerra, la consulenza letteraria di Margherita Crepax, e rimarrà in scena fino a domenica 29 marzo prossimo, e sarà in tournée in diverse città italiane.

Liv Ferracchiati propone una riscrittura di “Tre sorelle” che dialoga con la tradizione, senza rinunciare a uno sguardo personale. Ĉechov scrisse l’opera nel 1900, in una Russia attraversata da tensioni sociali e da un diffuso senso di stagnazione. È in questo contesto che nasce il destino di Olga, Maŝha e Irina, bloccate in una provincia che soffoca i loro desideri di riscatto e il sogno mai realizzato di tornare a Mosca. Ferracchiati mette in risalto l’attualità del testo, rivelando come l’immobilità e la frustrazione delle protagoniste trovino eco in una sensibilità contemporanea segnata da precarietà e incertezza.

Lo spettacolo, attraverso una regia che scandaglia le contraddizioni interiori, illumina il bisogno umano di cambiare, di immaginare un altrove pur sapendo che la vita, spesso, rimane incompiuta.

“ ‘Tre sorelle’ rappresenta un testo filosofico sull’esistenza – spiega nelle note di regia Liv Ferracchiati – infatti somiglia a una sequenza di fotografie che racconta come l’essere umano impieghi e attraversi il tempo prima di morire. La questione centrale non è il tempo che passa, ma il momento in cui il tempo non garantisce più un senso, una promessa, una direzione. Ĉechov non racconta un crollo improvviso: racconta un’erosione lenta, un logoramento per accumulo, una disgregazione silenziosa che avviene mentre la vita procede uguale a se stessa, cosicché alla fine, in profondità, tutto tende a equivalersi, come direbbe l’anziano dottore Ĉebutykin: “Tutto è uguale”. In Ĉechov anche il senso del passato sbiadisce e si perde ogni riferimento: non a caso, nel terzo atto, Ĉebutykin rompe l’orologio appartenuto alla madre delle sorelle, la donna che ha amato e che ora quasi non ricorda più. Si tratta di un atto violento apparentemente casuale che neppure lui riesce a giustificare e che mostra una verità, apre un varco nella narrazione del tempo e della memoria. Questo orologio di porcellana in pezzi rappresenta uno dei nuclei più potenti dell’opera, da cui abbiamo scelto di irradiare l’azione. Ĉechov parla del tempo per parlare della vita, e l’orologio, in questa prospettiva, rappresenta un oggetto di sfondo appartenente a un’epoca in cui si credeva che il tempo conducesse da qualche parte. Per questo ‘Tre sorelle’ ci appare così contemporaneo. Anche il nostro tempo ha perso le sue garanzie senza trovare nuove fondamenta. Ĉechov sembra dirci che persino la memoria, ultimo appiglio doloroso, non può che cedere. I personaggi continuano a dimenticare e a non comunicare, e forse è per questo che in scena si scattano fotografie, nel tentativo di fermare la vita e di salvare almeno l’attimo presente. La consapevolezza non sprofonda mai però nel nichilismo, anzi, ne rafforza il valore dell’agire nell’orizzonte terrestre, nulla è più prezioso del vivere stesso. Va bene anche scoprire che nulla ha senso, ed è Tuzenbach a dirlo: “Nevica, che senso ha?”

Due saranno gli incontri della compagnia con il pubblico: mercoledì 18 marzo Liv Ferracchiati e gli attori della compagnia dialogheranno con Antonio Pizzo del DAMS nella Sala Grande del Circolo dei Lettori, in via Bogino 9. Gli artisti del Teatro Stabile di Torino incontrano i cittadini nelle case di quartiere e nei presidi delle circoscrizioni meno vicine dal centro città. Il progetto è sviluppato con La Cultura dietro l’Angolo.

Venerdì 20 marzo, alle ore 17, la compagnia narrerà lo spettacolo in Più Spazio Quattro, in via Gaspare Saccarelli 18.

Info: teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – orari spettacoli: martedì, giovedì e sabato ore 19.30/ mercoledì e venerdì ore 20.45/ domenica ore 16/ lunedì riposo – biglietteria presso il teatro Carignano con orario da martedi a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19 e lunedi riposo, apertura un’ora prima dall’inizio dello spettacolo per i biglietti della recita del giorno – telefono 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

“Ascolti”, la Fondazione Accademia di Musica presenta  Anna Kravtchenko

Martedì 17 marzo approda a Pinerolo per la stagione concertistica 2025-2026 di “Ascolti”, della Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo, la pianista italo-ucraina Anna Kravtchenko. Già premio Busoni, riconoscimento ottenuto a soli 16 anni, è stata definita dal New York Times “pianista carismatica dal suono luminoso e dalle poetiche interpretazioni che possono portare l’ascoltatore alle lacrime”. Anna Kravtchenko, con il suo stile inconfondibile e una forza espressiva straordinaria, fa di ogni suo concerto un’esperienza trascinante e illuminante. Attiva a livello internazionale, si è esibita in prestigiose sale da concerto e in importanti festival in tutta Europa, negli USA, in Sudafrica e in Giappone. Il suo recital “Punti di vista (con vista)” è in programma all’Accademia di Musica di Pinerolo in via Giolitti 7, ed è incentrato su due opere monumentali, che l’artista definisce “sacre per lei”: la Sonata in Si minore di Liszt e la Sonata n.2 di Chopin. Come sostiene Anna Kravtchenko: “si tratta di sfaccettature di mondi interiori, profondi, dolorosi, a volte feroci, a volte dolcissimi. Studiarli, suonarli e viverli è come attraversare tutte le stanze dell’anima, perché questa musica non si può solo suonare ‘bene’, bisogna ‘abitarla’, trasformarsi in essa, lasciare che ti rompa e ti ricrei. Sono qui per condividere la musica, non per mostrare qualcosa, ma per offrire. Quando un artista si espone, qualcosa succede davvero”.

Alle 20.30 avrà inizio il concerto, preceduto alle 20 dall’incontro “Inseguire le note” del maestro Claudio Voghera, direttore artistico della stagione concertistica. Si tratterà di un momento di guida all’ascolto che, tra suggestioni, richiami storici e musicali accompagnerà il pubblico verso il concerto.

Biglietti: intero 16 euro – Ridotto 14 euro –

Sale concerto dell’Accademia di Musica – viale Giovanni Giolitti 7, Pinerolo

Info: da lunedì al venerdì dalle 9 alle 14 – 0121 321040 – www.accademiadimusica.it

Mara Martellotta

Angelina Mango: “Nina canta nei teatri”, tappa di un’importante tournée

Approda lunedì 16 marzo, alle 20.30, al teatro Colosseo di Torino, Angelina Mango, con il concerto “Nina canta nei teatri”, un live pensato come un incontro ravvicinato, quasi uno studio aperto, dove le canzoni prendono forma davanti al pubblico, e diventano racconto e presenza. Dopo la pubblicazione a sorpresa del nuovo album “Caramé”, definito dall’artista una “lettera intima” composta da 15 tracce più uno, Angelina propone un concerto suonato, essenziale, costruito attorno alla voce, ai musicisti e al processo creativo che ha dato vita ai brani più importanti della sua carriera. Angelina ha creato il personaggio di Nina per creare un contrappunto alle canzoni, e per esprimere la soddisfazione di aver superato la fine di un incubo, quello del malessere alle corde vocali che, appena due anni fa, ne aveva minacciato il proseguimento della carriera.
Il suo show propone anche canzoni popolari come “La noia”, “Ci pensiamo domani”, “Voglia di vivere”, “Melodrama” e “Velo sugli occhi”. Dentro l’universo di Nina, che rappresenta il suo alter ego emotivo e narrativo, Angelina Mango ritrova anche un percorso che attraversa gli ultimi anni dell’artista, fatti di successi, cambiamenti e fragilità, oltre a una nuova maturità artistica.

Teatro Colosseo – via Madama Cristina 71, Torino

Mara Martellotta

È “Una battaglia dopo l’altra” il film dell’anno, sei meritatissime statuette

La notte degli Oscar

È Una battaglia dopo l’altra il miglior film dell’anno, successo incontrastato di pubblico e critica, tredici nomination e sei statuette nelle mani di Paul Thomas Anderson per miglior regia e miglior sceneggiatura non originale (adattamento del romanzo Vineland di Thomas Pinchon, autore appartato di cui non esistono immagini se non quelle che lo ritraggono negli anni della scuola e del servizio militare), di un eccezionale e strameritevole Sean Penn migliore attore non protagonista nelle vesti del colonnello tronfio e di quanto di più idiota e violento possa esistere Steven J. Lockjaw – che l’altra sera ha preferito essere in Ucraina che sul red carpet -, del montatore Andy Jurgensen, statuetta anche per l’ultimo zio Oscar fresco di nomina inneggiante al miglior casting, a festeggiare la commossa Cassandra Kulukundis. Un titolo che è una citazione dell’attivista Angela Davis, “non ci sarà mai una battaglia finale, è sempre una battaglia dopo l’altra”, un budget di 130 milioni di dollari di cui una bella fetta di 25 al protagonista Di Caprio, in perenne vestaglia da camera a riquadri rossi, paranoico e arruffato sotto le strade assolate della California, lungo quei nastri stradali che sono tutti un sali e scendi, speriamo trampolino di lancio definitivo per un regista sempre assai più che interessante, che pur osannato – ci ha dato tra i suoi complessivi dieci film titoli come Boogie Nights e Magnolia, Il petroliere e The Master e Il filo nascosto – continua a rimanere nel culto dei pochi eletti, una storia che il regista ha trasportato dagli anni reaganiani al giorni nostri, per la quale quando il film uscì a inizio stagione parlai di “fascino”, di “spericolato capolavoro di ritmo, vorticoso, una discesa all’inferno e tra i mali della nostra quotidiana società, le lotte e le sconfitte, e di montaggio incrociato, di maestria e di invenzioni di ogni singolo attore, di un racconto fluidissimo nonostante un narrato di 162 minuti, ma capace al tempo stesso di perdersi per mille rigagnoli e sottostorie e di reggerli con estrema padronanza, per cui si plaude a una sceneggiatura che, in compagnia del miglior attore protagonista (DiCaprio) e del miglior attore non protagonista (Sean Penn, è lui il più “immenso” della compagine attoriale: perfido e gigionescamente insulso, perfetto di postura e di alterigia e di tic, muscoli venati in bella mostra e magliette militari attillate, parente stretto dei tanti generali pettoruti visti al cinema – per tutti, Ford Coppola e Kubrick -, con quelle labbra che tentennano di continuo, quello squarcio che si porta su un lato della faccia offesa nelle inquadrature finali, il suo esercizio sessuale per essere pronto al comando panteresco di Perfidia, ogni attimo è da manuale, ogni battuta e ogni eroismo da strapazzo ti impongono di guardarlo e di ammirarlo), ci dobbiamo aspettare nelle nomination delle prossime statuette pronte per il Dolby Theatre. Senza tacere della presenza, su ogni red carpet, dello stesso Anderson in veste di regista.” Assalti alle banche e attentati a tralicci e alle case di politici potenti, la piccola Charlene da proteggere, alcol e droga, suprematisti e nazistoidi, scene a pieno effetto, un successo mondiale.

In una serata invasa dal glamour come sempre ma certo non fagocitata dal periodo nero dentro il quale stiamo vivendo, dove il solo a dire no a tutte le guerre è stato un Javier Bardem con scritta in tal senso agganciata allo smoking, a farne le spese è stato il superfavoritissimo Sinners di Ryan Coogler, sino alla vigilia forte delle sue sedici nomination (ridotte a quattro statuette), da noi passato quasi inosservato, un mescolarsi ad inizio degli anni Trenta di vampireschi appartenenti al Ku Klux Klan e horror e razzismo, storia di due gemelli interpretati da Michael B. Jordan – per noi quasi nessuno ma un signore che, nel marzo del 2023, a soli 36 anni, s’è aggiudicato una stella sul Hollywood Walk of Fame a Los Angeles – che è eletto miglior attore protagonista, con buona pace del Marty Supreme Thimotée Chalamet, esempio macroscopico di irriverente fanciullaggine e stupidità d’alto grado che lo hanno fatto sprofondare ai gradini più bassi dell’apprezzamento generale – interpretativo e comportamentale, quanto è immediatamente volubile il pubblico – a seguito delle stupidaggini di alcuni giorni fa sul “che gliene frega alla gente di balletto e opera lirica”, con buon insorgere di Bolle Kaufmann e compagni, per cui il suo giocatore di tennis s’è visto sgonfiato e messo dietro la lavagna, nonostante i giochi fossero già stati fatti.

Centratissimi scenografia, trucco e acconciatura, costumi per il Frankenstein di Guillermo del Toro. Chi oltre il cinema guarda con amore e passione al teatro apprezzerà la statuetta nelle mani di Jessie Buckley – ma tutto il mondo se l’aspettava sin dall’uscita -, stratosferica madre e moglie di Shakespeare, innegabile centro del Hamnet di Chloé Zhao, film che avrebbe meritato di più, anche in ossequio a una regista che cinque anni fa aveva portato al successo il suo Nomadland e l’interpretazione di Frances McDormand: aver fatto combaciare Hamnet e Amlet, aver chiuso la disperazione di una coppia celebre con una rappresentazione, sul palcoscenico del Globe, della tragedia del Bardo, è stato un momento geniale del cinema di questi ultimi anni, invenzione o storia che fosse. Come non possiamo non accogliere con immutata convinzione l’esito della scelta di chi ha visto in Sentimental Value, opera del norvegese Joachim Trier, il miglior film internazionale, anche qui un successo, un tragitto nell’anima certamente più sottile da cui non vanno disgiunte le prove dei tre interpreti principali. L’Italia come da un po’ di anni a questa parte non può fare che consolarsi del (quasi) nulla e chissà quando torneremo a essere presi in piena considerazione, con titoli che ad esempio comincino a essere promossi ai festival fuori confini: per ora, in fondo a ogni elenco, ci piace ritrovare un angolo della nostra cultura cinematografica e di penisola, la bolognese Valentina Merli è tra i produttori dei due cortometraggi premiati ex aequo, Two people exchanging saliva. E questo, per ora, ci deve bastare.

Elio Rabbione

“Lavori in Corto”: “I cento passi” al cinema Massimo 

La prossimità è una pratica di democrazia profonda, fondamentale soprattutto in un momento di grande incertezza globale, dove il richiamo a questa dimensione rappresenta una riappropriazione della possibilità di agire. Solo così si può costruire e trasformare per il bene comune.

“Lavori in Corto” rappresenta il concorso nazionale, giunto alla sua 11esima edizione, promosso da AMNC Associazione Museo Nazionale del Cinema, che ha scelto questo tema in condivisione con la Biennale della Prossimità, che si svolgerà a Torino nel mese di ottobre. Il lancio del bando avviene con la proiezione della versione restaurata del film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, in programma martedì 17 marzo, alle ore 20.30, presso il cinema Massimo di Torino, con ingresso libero e possibilità di prenotare sul profilo Eventbrite di AMNC. Alla serata interverranno lo sceneggiatore del film Claudio Fava, il direttore dei lavori di Corto Vittorio Canavese, il presidente del Consorzio Abele Lavoro Massimo D’Amico, la vicepresidente AMNC Valentina Noya e i rappresentanti di Libera del presidio universitario di Torino.

Il concorso è aperto ai film realizzati dal 1⁰ gennaio 2025 in poi e di durata non superiore ai 30 minuti. Ci saranno quattro premi: il primo premio, dedicato ad Armando Ceste, autore di Liberaterra, di 1500 euro; premio Marina Panarese per film-makers straniere o stranieri di seconda generazione, di 1000 euro; il premio Cinema Giovani Vittorio Arrigoni, per persone under 35, sostenuto da Nova Coop, di 1000 euro; il premio Lacumbia Film, che prevede un riconoscimento attraverso una fornitura di strumenti audiovisivi.
Per partecipare c’è tempo fino al 30 giugno 2026.

’Lavori in Corto’ e Biennale della Prossimità fanno proprie le parole dell’antropologo Arjun Appadurai: “La democrazia profonda è la democrazia più prossima del quartiere, della comunità, che si esprime nelle pratiche quotidiane della condivisione”.
Il cinema, soprattutto quello che viene dal basso, che nasce dall’urgenza del racconto e non da logiche produttive di mercato, può rappresentare uno stimolo alla discussione. Già nelle precedenti edizioni di “Lavori in Corto” era emersa la capacità del cinema di cogliere e raccontare temi sociali rilevanti, con punti di vista originali, sia nei cortometraggi in gara, sia nelle proiezioni fuori concorso. Sviluppare l’occasione di connessioni tra operatori culturali, artistici e sociali è anche un modo per realizzare un’idea di pratica della democrazia rinnovata, vicina e profonda.

Mara Martellotta