CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

I dubbi di un Presidente, un magnifico Toni Servillo

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Da domani sugli schermi il nuovo film di Sorrentino

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Film d’intimità narrativa e di un amore conservato nel cuore che si rivelerà traditore, film alla costante ricerca della verità, film che si rincorre nella domanda “a chi appartengono i nostri giorni?”, film di riti e di trionfalismi nazionali e di piccoli sotterfugi – la vita preordinatamente quotidiana tra le stanze del Quirinale (torinesi le location, da palazzo Chiablese al Castello di Moncalieri al Lorusso e Cotugno, con grande spolvero della nostra Film Commission) e le Frecce Tricolori che attraversano lo schermo nei primi minuti, mentre alle immagini s’alternano i passaggi dell’articolo 87 della nostra Costituzione, “il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”, e la sigaretta fumata di nascosto, dal momento che anche un presidente della Repubblica deve sottostare alle premure e agli “ordini” di una figlia -, film che guarda ad un certo “hic manebimus optime” di radice democristiana e nello stesso tempo è spinto a tessere l’elogio del dubbio, ad allungare i tempi, a portare avanti le questioni, a eliminare e a segnalare per una modifica con un pennarello giallo quel che ancora non è chiaro, quel che ancora non è netto e definitivo. Film intimo, forse persino claustrofobico, ovattato e duro allo stesso tempo, “La grazia” di Paolo Sorrentino, film “diverso” del regista napoletano, che ha inaugurato l’ultima Mostra di Venezia e che ha giustamente riconosciuto a Toni Servillo, giunto alla sua settima collaborazione con il regista, con la vittoria della Coppa Volpi quale migliore interprete, il pieno riconoscimento di un’arte grandiosa, di un’interpretazione che procede nei suoi tanti momenti di sospensione e pacatamente s’infiamma, che vive di sottrazione, che racconta e soffre e si placa nella intervista improvvisata alla direttrice di un mensile di moda, di un uomo che ha abbandonato – se mai li ha indossati, sempre chiuso nei suoi completi blu, un po’ retro, un po’ annoianti – il pantalone bianco e la giacca rossa di Jep Gambardella e per anni ha coltivato la sua personale “grande bellezza” proprio in quei riti, nella stesura di un manuale di studi giuridici che qualcuno ha definito “Himalaya K3” per la sua assurda irraggiungibilità.

Il suo nome è Mariano De Santis, una probabile summa – tra vedovanza e figlia a latere e inflessioni napoletane e quant’altro – dei tanti presidenti più o meno recenti di questa nostra repubblica, da Scalfaro a Napolitano, da Ciampi a Leone allo stesso Mattarella, ancora diccì in quel nome e un monumento della scrittura e della letteratura italiana in quel cognome, seppur aggiustato, il suo distintivo, per tutti, durante l’intero settennato, è stato “cemento armato” (e in questa carambola di nomi, non va dimenticato che il nome della figlia (Anna Ferzetti, quanto mai calibrata nel costruire il proprio personaggio, deuteragonista essenziale), giurista pure lei, al suo più completo servizio, altro non è che Dorotea, che più diccì non potrebbe essere. De Santis è giunto al “semestre bianco”, sa che dovrà abbandonare a poco a poco l’ufficialità, con le guardie del corpo, le visite dei capi di stato, i tanti appuntamenti della giornata, per richiudersi nell’appartamento vicino a piazza di Spagna, magari prima assaporare quella passeggiata in piena libertà, non più con la protezione dell’automobile ma finalmente a piedi, che da sempre pregusta (perché non ripensare, dopo diciassette anni, a quella verso le prime luci dell’alba nella limpida e solitaria via del Corso dell’Andreotti del “Divo”, seppur non ancora fatta di libertà?), dovrà continuare a ospitare per la cena – “ma questa non è che un’ipotesi di cena”, avrà già esclamato l’affettuosa quanto cinica Coco Valori, critica d’arte e artefice di battute al vetriolo, del tipo Camilla Cederna o Natalia Aspesi, al tavolo del Quirinale, alla vista di quanto poco ci sia nel piatto, ma la dieta imposta da Dorotea è ferrea, uno dei tanti effervescenti e divertenti momenti e da grande attrice che Milvia Marigliano offre nel film – la vecchia amica dei banchi del liceo: tuttavia sul tavolo sono ferme alcune questioni che hanno bisogno di certezze, bisognerà decidere, prima del gong finale, se dare o no la grazia a due persone – “se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino” -, da un lato un uomo, un insegnante per tanti anni, che ha ucciso la moglie affetta da Alzheimer (lo spunto è nella cronaca ed è quello che ha dato a Sorrentino l’incipit per il film, nel 2016, la vicenda di Giancarlo Vergelli che strangolò nel sonno la moglie Nella) e dall’altro la storia di una donna, per anni maltrattata e segregata da un marito violento che avrebbe ucciso a coltellate. In un altro dossier, un’ipotesi di legge sull’eutanasia, che il parlamento sonnolento e distratto, pur avvertendosene da alcune parti la necessità, non ha ancora votato e che Mariano De Santis, appunto, vorrebbe firmare.

Ancora l’elogio del dubbio e delle incertezze, delle domande e del rigore messo al primo posto in una scala di valori, della pacatezza e della moralità più alta e cristallina, del mistero che incancrenisce una intera esistenza e dei confronti – non ultimo quello con il pontefice, di colore, che porta tranquillamente un codino rasta e che se ne parte via a bordo di uno scooter, che certo misura e lascia misurare le parole, non ultimi quelli costanti e a tratti contrastanti con Dorotea. È il mondo assai più vasto e filosoficamente inteso che guarda al pubblico, come “Il divo”, come “Loro”, il versante lontano di quella autobiografia che abbracciava “È stata la mano di Dio” scendendo nel privato degli affetti interrotti, è il mondo della simbologia – l’agonia del cavallo negli ampi spazi della scuderia -, è il film dove doverosamente confrontarsi con i vari significati e con il peso della parola “grazia”, è il film che forse, abbandonando il personaggio della figlia ma volendo ancora esprimere idee su idee, impressioni su impressioni, lascia la palma alla prima serrata parte e si prolunga nel finale, allargando le maglie della misura, sino alla battuta di chiusura a lanciare dallo schermo l’ultimo fuoco d’artificio. E Sorrentino abbandona quel dubbio in cui ci ha cresciuti e in cui ogni spettatore si è abbandonato.

Beatrice Libonati: “L’abbraccio infinito”

Poesie raccontate da passi di danza intrisi d’amore e nostalgia; pennellate dai colori sfumati; tratti di matita che incidono parole e delineano i contorni di una coppia che balla.

E’ questa la magia della raccolta di poesie e schizzi “L’abbraccio infinito” dell’immensa Beatrice Libonati; copyright del celebre artista e coreografo Jan Minarik al quale il volume è dedicato.

E’ un piacere immergersi in queste delicate 76 pagine di versi illustrati, dove l’abbraccio è quello tersicoreo che rimanda all’essenza stessa della Libonati.

Italiana, ma nata in Belgio nel 1954, figlia d’arte (il padre era lo scultore Francesco Antonio Libonati), quando aveva appena 4 anni, per caso, un carillon con tanto di ballerina che girava sulle punte al suono della musica, la incantò e fu la scintilla che fece divampare la sua passione per la danza.

Dagli inizi (all’Accademia Nazionale di Danza a Roma) e poi al Tanztheater Wuppertal, come storica interprete solista e collaboratrice artistica di Pina Baush, Beatrice Libonati ha ballato senza mai più fermarsi. Ha dispiegato le ali e il suo impareggiabile talento, ed oggi è una delle più importanti danzatrici e coreografe contemporanee.

Donna e artista di grande sensibilità, profondità d’animo e di pensiero, in queste poesie traspone il suo delicato sentire e racconta l’amore nella forma più intima, viscerale e quotidiana. Quella fatta di piccoli gesti, banali e semplici, come abbracciarsi. Ripetuti da anni, ormai consolidati dall’abitudine, che due persone condividono come loro esclusivo, personalissimo e privato linguaggio d’amore.

Nel libro la poesia danza e negli schizzi prende i colori dell’anima, i suoi vari momenti e umori, tra alti e bassi. Al centro c’è sempre l’amore che consiste nella costante presenza dell’uno per l’altro; uniti nell’affrontare le fatiche della vita, ma anche le meraviglie che essa può riservare.

Prime fra tutte, a farla da padrona in queste pagine, è la maestosa saggezza della natura. La coppia non smette di meravigliarsi di fronte alla generosità della primavera che si preannuncia con l’aprirsi dei primi boccioli. Tarassachi, bucaneve, lillà, crochi….fuochi di colore e rinnovata linfa vitale nei prati in fiore che rimandano sempre alla danza.

A scandire i pomeriggi della consuetudine collaudata insieme ci sono poi le reclame in televisione, diventate leitmotiv della coppia. Sottofondo sonoro che un po’ canticchiano ormai a memoria e un po’ invece ballano, spostando i mobili della cucina o del soggiorno a seconda del ritmo da tenere.

Pomeriggi di vitale importanza e ossigeno puro per l’amore, scanditi da una rigorosa scaletta. Durante la prima reclame ballano il valzer e lei ne canta sempre uno diverso; per la seconda è la volta della polka, alla terza il jive….e via così, di abbraccio in abbraccio e di bacio in bacio. In un turbinio di emozioni, passi, sentimenti…

Il testo è bilingue, in italiano con la traduzione tedesca a fronte; una scelta voluta e ben ponderata che conferisce ulteriore importanza a quest’opera. Infatti costituisce un ulteriore tassello del legame culturale e linguistico tra i due paesi ed amplia la platea dei lettori.

 

LAURA GORIA

 

Il libro lo potete trovare online al link

https://www.lehmanns.de

editore Nordpark Verlag

Gypsy Musical Academy  riconosciuta da Londra Centro Universitario Internazionale

 

L’open day il 16 gennaio

La Gypsy Musical Academy è stata riconosciuta da Londra come un centro universitario internazionale,  un prestigioso riconoscimento che giunge dopo oltre vent’anni di esperienza come Accademia di spettacolo in Italia. Questa realtà è nata come proseguimento dell storica Accademia torinese Laboratorio Teatrale di Arte Drammatica di Carla Pescamona del 1962 con formazione Actor Studio di New York.
Si tratta di un traguardo che fa dell’Accademia piemontese  un punto di riferimento essenziale per la formazione professionale nel settore delle performing arts, raggiungendo una rilevanza globale. I titoli ottenuti dagli studenti, diploma o laurea, a fine percorso spalancheranno loro le porte del mondo dello spettacolo oltreoceano.
La notizia giunge proprio alla vigilia dell’apertura ufficiale delle audizioni per l’anno accademico 2026-2027.
L’open day è in programma il 16 gennaio prossimo e sarà seguito in prima persona da un’ ospite speciale,  Aisha Jawando, presenza rilevante nei noti musical londinesi “Hamilton” e “Tina”. Gli aspiranti che parteciperanno all’open day avranno la possibilità di lavorare direttamente con la Jawando (gypsymusical.com)
“ Siamo molto entusiasti di questo riconoscimento – commenta Neva Belli, fondatrice e direttrice della Gypsy – che conferisce alla nostra Accademia un ruolo internazionale e che soprattutto rappresenta peri nostri allievi già iscritti e per quelli che verranno, l’occasione giusta per fare dello spettacolo una vera professione in grado di essere esportata anche fuori dai confini nazionali.  Si parte da Torino, ma il successo potrà arrivare anche da palchi quali Broadway e West End”.
Il percorso di studi è specificatamente rivolto ai giovani talenti di età compresa tra i 18 e i 26 anni che aspirano a intraprendere una carriera professionale internazionale nel musicale e nelle arti performative.
La qualità dell’insegnamento è garantita da un corpo docenti di prestigio composto da figure di spicco non solo del panorama Italiano, ma anche da eminenti professionisti di Broadway e del West End di Londra.
La proposta formativa a 360 gradi è strutturata in un programma intensivo di eccellenza che abbraccia più di 38 discipline nel Musical Theatre e, per chi lo desidera, specializzazioni nelle performing arts, nel campo del cinema, nel canto pop rock e nelle street dance.
Tra le materie istituzionali il percorso propone moduli fondamentali quali l’English Acting , tenuto da docenti madrelingua, pianificazione della propria carriera nel musical e nelle arti performative e di Musical Theater con protagonisti dei più grandi musical internazionali.
L’Accademia ha inoltre istituito un programma di interscambio diretto tra Torino e Londra, tramite una Accademia partner , consolidando l’orientamento globale della preparazione.

La preparazione Intensiva e l’approccio internazionale sono la chiave del successo di molti ex allievi Gypsy che oggi operano stabilmente  sui palcoscenici e nelle produzioni di tutto il mondo. Obiettivo primario della formazione triennale è quello di fornire ai giovani artisti una preparazione completa  e competitiva in grado di renderli idonei a inserirsi con successo nel mercato del lavoro artistico, sia in Italia, sia all’estero.

Gypsy Musical Academy

Via Pagliani 25

Torino

Info 0110968343

Mara Martellotta

Al teatro Baretti la pièce teatrale “Il corpo consapevole” di Annie Baker

La commedia “Il corpo consapevole” di Annie Baker, per la traduzione di Monica Capuani, torna per la seconda stagione al teatro Baretti, prodotta dal Teatro Nazionale di Genova per la traduzione di Silvio Peroni. Il testo è stato scritto dall’autrice americana, Premio Pulitzer 2014 per “The Flick”, andrà in scena da mercoledì 14 gennaio a venerdì 16 gennaio (sold out), e da mercoledì 21 gennaio a venerdì 23 gennaio prossimi (sold out).

Dopo il grande successo di pubblico e critica della scorsa stagione, il Baretti riprogramma lo spettacolo di Annie Baker, una delle voci più interessanti della drammaturgia contemporanea. Nella civiltà odierna il linguaggio si è complicato a tal punto da diventare un rebus, con il politically correct come ennesimo intralcio. Come farsi capire, allora? Come far ascoltare la propria voce? Questo è il dilemma dei personaggi creati da Baker. I temi che vengono proposti ne “Il corpo consapevole” sono il patriarcato, il gender gap, l’identità, la salute mentale e la ridefinizione della famiglia. Protagonista della pièce è Phyllis, docente di Psicologia in un college di Shirley, cittadina immaginaria del Vermont, che organizza una settimana accademia intitolata “Il corpo consapevole”, che vede partecipare artisti provenienti da tutto il mondo. La compagna di vita è Joyce, che insegna al liceo locale e ha un figlio che presenta sintomi riconducibili all’Asperger. Arriva ospite per la settimana de “Il corpo consapevole” il fotografo Franck Bonitatibus, che crea scompiglio nel precario equilibrio domestico, chiedendo alle donne che ritrae di spogliarsi. Protagonisti in scena gli attori Olivia Manescalchi, Samuele Migone, Valentina Virando e Sax Nicosia, da due anni anche direttore artistico del Baretti.

Spettacoli alle ore 21 tranne il venerdì, alle ore 20

Biglietteria online: eniticket.it – prevendita in cassa nei giorni di apertura della sala o prima dell’inizio dello spettacolo

Mara Martellotta

Zvanì (Pascoli), un bel film: così la RAI fa servizio pubblico

Studiare, studiare, empirmi l’anima di poesia diceva Pavese.
Ieri sera chi ha visto ZVANI’ ,come si dice Giovanni in romagnolo, il film dedicato a un grande poeta maltrattato a volte a Scuola. Mi auguro che lo abbiano visto gli insegnanti di lettere delle Medie e Medie superiori e abbiano capito meglio la grande sensibilità del ragazzo, cui uccidono il padre mentre ritornava a casa sul calesse portando la bambola in dono alle figlie. Il film ci ha riempito di poesia e ci ha dato delle pennellate di storia della Letteratura, dal giudizio fortissimo di Pascoli su Virgilio al rapporto tra Carducci e il divin romagnolo l’incontro con D’Annunzio , che ritiene Pascoli secondo solo a Petrarca. L’immagine dei bambini che leggono San Lorenzo sulla bara del poeta,  una vetta della delicatezza e del sentimento. A chi non si è fatto corrompere dal cinismo dell’epoca moderna suggerisco un tour nei luoghi del Pascoli e in particolare la visita a Villa Torlonia a S. Mauro Pascoli e il museo. Chiusi in macchina ,con chi volete Voi , guardate il viale della Cavallina storna e leggete ad alta voce la piu bella poesia dedicata da un figlio al proprio papà , fatto uccidere da un affarista senza scrupoli e anima. Cara RAI una grande serata di servizio pubblico. Chi lo ha perso lo può rivedere  su Rai play
Mino Giachino

Comprensorio Rossolago, storia di una tatuatrice curiosa

TORINO
Mercoledì 14 gennaio, ore 18.30
Binaria
via Sestriere, 34

Sentimentalmente disastrosa, socialmente imbarazzante, fisicamente imbattibile, è stata
addestrata a lottare come un ninja, ma non è una poliziotta né una detective. È solo una
tatuatrice molto curiosa con un talento innato per risolvere misteri.

Chiara Moscardelli ha pubblicato Volevo essere una gatta morta, La vita non è un film,
Quando meno te lo aspetti, Volevo solo andare a letto presto, Volevo essere una vedova,
Extravergine, Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli, Teresa Papavero e lo
scheletro nell’intercapedine e Teresa Papavero e i fantasmi del passato. Per la serie che ha
come protagonista Olga Bellomo ha scritto con Einaudi Stile Libero La ragazza che cancellava
i ricordi.

 

CHIARA MOSCARDELLI a Torino in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro
Comprensorio Rossolago

Stile Libero Big / pp. 272 / € 18,50
https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/comprensoriorossolago-chiara-moscardelli-9788806256241/
Interviene con l’autrice Loredana Cella

Nuovi fondi regionali per gli Ecomusei del Piemonte

IN ARRIVO 432 MILA EURO

L’Assessore alla Cultura, Marina Chiarelli: “Gli Ecomusei sono una rete preziosa per la nostra regione, sostenere il loro lavoro significa investire nelle comunità locali”

 

La Regione Piemonte conferma il proprio impegno a favore della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale diffuso attraverso il sostegno al sistema degli Ecomusei. Con determinazione dirigenziale del Settore Valorizzazione del Patrimonio culturale, Musei e Siti UNESCO sono stati assegnati contributi per complessivi 432.000 euro a favore dei soggetti gestori degli Ecomusei piemontesi per le attività svolte nel corso del 2025 il cui contributo è erogato a seguito della rendicontazione delle attività svolte.

Le risorse, stanziate sono destinate a sostenere la gestione ordinaria, i programmi di attività e le azioni di sviluppo e valorizzazione del Sistema regionale degli Ecomusei, che oggi conta 25 realtà riconosciute su tutto il territorio piemontese. Nel dettaglio, i finanziamenti prevedono: 297.000 euro a favore dei soggetti gestori pubblici (enti locali); 135.000 euro destinati ai soggetti gestori privati (associazioni e fondazioni).

Hanno presentato domanda 24 soggetti gestori, di cui 19 pubblici e 5 privati, le cui istanze sono state valutate da una Commissione appositamente costituita, sulla base dei programmi di attività presentati e in coerenza con gli indirizzi del Programma Triennale della Cultura 2025–2027.

«Gli Ecomusei rappresentano una rete preziosa per la salvaguardia dell’identità dei territori e per la trasmissione della memoria collettiva – sottolinea l’Assessore alla Cultura Marina Chiarelli –. Sostenere il loro lavoro significa investire nelle comunità locali, nella partecipazione attiva dei cittadini e in un modello di sviluppo culturale sostenibile e diffuso».

I contributi regionali sono finalizzati esclusivamente alla realizzazione delle attività istituzionali dichiarate dai beneficiari e dovranno essere rendicontati secondo le modalità e la modulistica approvate con il provvedimento. Con questo intervento, la Regione Piemonte rafforza il proprio impegno a favore di una cultura radicata nei territori, capace di connettere patrimonio materiale e immateriale, paesaggio, tradizioni e innovazione sociale.

Il silenzio che parla: Jeff Wall illumina le Gallerie d’Italia  

Le Gallerie d’Italia di Torino (Piazza S. Carlo, 156) dedicano fino al 1° febbraio 2026 una grande mostra a Jeff Wall, maestro della fotografia messa in scena e narratore raffinato del quotidiano. Le sale accompagnano il visitatore in un percorso che attraversa quarant’anni di ricerca, tra immagini monumentali e momenti di sospesa intimità, dove ogni dettaglio sembra parlare.

Un osservatore del nostro tempo

L’esposizione racconta Jeff Wall come uno dei più acuti osservatori e cronisti visivi dell’epoca contemporanea, capace di trasformare gesti minimi e situazioni ordinarie in immagini dense di significato. Le sue fotografie nascono spesso da lunghi processi di preparazione e collaborazione, ma mantengono una calma apparente che invita lo spettatore a immergersi come in una lettura silenziosa.

Wall lavora su scene che sembrano frammenti di vita quotidiana, ma costruite con la precisione di un set cinematografico: figure immobili, atmosfere sospese, tensioni sottili che affiorano nella luce. In mostra si alternano momenti insieme enigmatici e contemplativi, nei quali la fotografia diventa uno spazio di riflessione sulle difficoltà della vita, sulle sue micro-drammaticità e sulle sue zone di mistero.

La fotografia come racconto

I testi di sala spiegano come molte opere derivino dalla letteratura: lavori come After “Spring Snow” by Yukio Mishima, chapter 34 e Informant sono definiti dall’artista “incidenti di lettura“, immagini che nascono dallo scontro fra parola scritta e visione. La fotografia diventa così una traduzione visiva di emozioni di atmosfere letterarie, nate appunto dalle appassionate letture del fotografo ma messe visivamente a disposizione dello spettatore.

Ph: Andrea Guermani

Altre immagini affrontano invece temi sociali e psicologici, raccontando spazi e relazioni attraverso la costruzione rigorosa dell’inquadratura. Opere come Changing RoomIvan Sayers e Sunseeker esplorano l’abbigliamento femminile e la rappresentazione di sé, interrogando il confine fra identità privata e messa in scena pubblica. Pair of interiorsStaircase e Two rooms aprono ambienti domestici e luoghi di passaggio, trasformando lo spettatore in un testimone discreto di situazioni che sembrano sul punto di cambiare da un momento all’altro.

Luce, grande formato e “quasi documentario”

Fin dalla fine degli anni Settanta Jeff Wall presenta molte sue opere come grandi diapositive retroilluminate: i celebri lightbox, che rendono l’immagine luminosa dall’interno, vicina all’impatto del cinema e della pubblicità. La fotografia appare così come una superficie seducente e insieme straniante, dove la luce è protagonista assoluta e condizione stessa di esistenza dell’immagine.

Ph: Andrea Guermani

Accanto alle scene più visionarie – come quelle ispirate a racconti fantastici, da The Thinker a The Giant e After “Invisible Man” by Ralph Ellison, the Prologue – la mostra affianca lavori che Wall definisce “quasi un documentario”. Qui l’artista collabora con attori o modelli che mettono in scena gesti apparentemente quotidiani, ma talvolta coinvolge anche persone che semplicemente svolgono il proprio lavoro, come accade in Morning Cleaning, dove l’addetta alle pulizie appare al lavoro nel padiglione di Mies van der Rohe a Barcellona.

La mostra a Torino

Alle Gallerie d’Italia di Torino, l’allestimento valorizza le grandi dimensioni delle opere e la loro natura “luminescente”, inserendo i lightbox in un percorso che alterna pareti dense di immagini a spazi più raccolti, dove il visitatore può sostare davanti a una singola scena.  Il risultato è una mostra che invita a guardare con lentezza: i volti, i corpi, gli oggetti e le strade fotografate da Jeff Wall rivelano un fascino profondo per l’aspetto delle cose, per la loro presenza silenziosa nel mondo. In questo equilibrio  la fotografia si conferma per Wall un mezzo capace di tenere insieme pittura, cinema, letteratura, moda e architettura, trasformando ogni immagine in un racconto aperto che continua nella mente di chi osserva.

Valeria Rombolà

Paolo Giordano e Tasmania: cercare un rifugio nel cuore inquieto del presente

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TORINO TRA LE RIGHE

Per Torino tra le righe incominciamo questo nuovo anno parlando di un autore torinese di nascita e di formazione, Paolo Giordano, che porta con sé un percorso singolare che continua a riflettersi nella sua scrittura: diplomato al liceo scientifico Gino Segrè, laureato con lode in Fisica all’Università di Torino e dottore di ricerca in fisica teorica, ha sempre affiancato allo sguardo letterario una solida base scientifica. Una doppia anima che attraversa tutta la sua produzione e che nel suo libro Tasmania emerge con particolare forza, diventando struttura narrativa e visione del mondo. Infatti, c’è un momento, nella vita di ognuno, in cui il mondo esterno e quello interiore sembrano collassare nello stesso punto. È da quella frattura che nasce Tasmania, il romanzo con cui Paolo Giordano torna a interrogare il nostro tempo, scegliendo come bussola non la trama, ma l’inquietudine.
Il protagonista e voce narrante si firma P.G.: scrittore, laureato in Fisica, giornalista per un quotidiano nazionale, esperto di cambiamenti climatici. Una figura che richiama apertamente l’autore e che colloca il romanzo nel territorio sfumato dell’auto-fiction. Alla soglia dei quarant’anni, dopo l’esperienza collettiva della pandemia, P.G. ripercorre l’ultimo decennio della propria vita: la crisi del rapporto con Lorenza, le amicizie decisive – dal climatologo Novelli all’irrisolto Giulio – e una serie di eventi privati che si intrecciano costantemente con le grandi paure del presente.
Il mondo che circonda il protagonista è carico di tensioni: gli attentati terroristici in Europa, la strage del Bataclan, il dibattito sulla disparità di genere, la precarietà, la crisi climatica, fino al fantasma mai del tutto esorcizzato dell’energia nucleare. Tutto contribuisce a creare una sensazione di sopraffazione che paralizza P.G., rendendolo incapace di reagire se non immaginando una via di fuga.
Ed è qui che entra in scena la Tasmania. Un luogo che, paradossalmente, nel romanzo “c’entra pochissimo”. L’isola australiana viene evocata una sola volta, come possibile rifugio in caso di catastrofe globale, ma diventa subito una potente metafora: il simbolo di un desiderio universale di salvezza, di un riparo dall’incertezza climatica e sociale che incombe sull’umanità. Non una destinazione reale, ma uno spazio mentale in cui difendersi dal caos.
La struttura del romanzo riflette questa inquietudine. Tasmania sfugge a ogni incasellamento di genere: il racconto autobiografico si alterna a reportage giornalistici, digressioni scientifiche e riflessioni sociopolitiche, seguendo le diverse anime del narratore. La crisi personale del protagonista si sovrappone a quella collettiva, fino a suggerire che non esista più una distinzione netta tra dentro e fuori, tra intimo e globale.
Giordano tenta qui una convivenza ambiziosa tra dramma esistenziale e divulgazione scientifica. Rispetto ai romanzi precedenti, più lirici e simbolici, la prosa si fa asciutta, precisa, attenta ai linguaggi del presente. Non stupisce che termini come gaslighting vengano spiegati e inseriti nel flusso narrativo come segnali di un’epoca che ha bisogno di nominare le proprie ferite per poterle riconoscere.
Il cuore del romanzo resta però umano. P.G. è un personaggio fragile, vulnerabile, che mette in discussione tutto: il matrimonio, la paternità mancata, la vocazione di scrittore, fino al progetto ossessivo – e continuamente rimandato – di scrivere sulle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Un lavoro che sembra minacciare la sua stabilità, ma che rappresenta anche il tentativo disperato di dare forma e senso alla paura.
Attorno a lui si muove una costellazione di personaggi che incarnano altrettanti modi di stare nel mondo: Lorenza che sa attendere, Novelli che studia la forma delle nuvole, Curzia che indaga il terrorismo, Karol che trova Dio dove non lo cercava, Giulio che fatica a parlare con suo figlio. Ognuno diventa uno specchio, una possibilità di confronto, una diversa risposta alla crisi.
Tasmania è, in definitiva, un romanzo sul futuro. Un futuro temuto e desiderato, che forse non avremo mai, ma che stiamo costruendo giorno dopo giorno. È un libro sull’ansia pre-traumatica del nostro tempo, su quella sensazione di stanca inevitabilità che attraversa le nostre vite e ci fa sentire costantemente sull’orlo di qualcosa.
Non mancano le ombre: l’alternanza tra parti narrative e saggistiche, pur stimolante, non sempre risulta perfettamente armonica e può rendere la lettura impegnativa. Ma forse è proprio questa frizione a restituire fedelmente l’irrequietezza del protagonista – e della nostra epoca.
Dopo l’esordio folgorante de La solitudine dei numeri primi, che nel 2008 gli valse il Premio Strega e una notorietà immediata, Paolo Giordano ha continuato a interrogare il presente attraverso romanzi e saggi in cui scienza e letteratura dialogano costantemente. Con Tasmania, pubblicato da Einaudi nel 2022 e accolto con grande attenzione anche a livello internazionale, sembra approdare a una sintesi matura del proprio percorso.
Perché Tasmania è, in fondo, questo: un romanzo sensibilissimo e contemporaneo che racconta la paura di perdere il controllo e il desiderio di salvarsi. E ci ricorda che ognuno di noi, consapevolmente o meno, sta cercando la propria Tasmania.
MARZIA ESTINI

Giordano Bruno Guerri giovedì a Torino presenta il libro sul Futurismo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Giovedì 15 gennaio alle ore 17,30 al Grattacielo della Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7 Giordano Bruno Guerri, storico e presidente del Vittoriale degli Italiani, presenterà il suo nuovo libro dedicato al Futurismo: “Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani” edito da Rizzoli. Si tratta di un libro di storia , ma anche di arte e di letteratura che illustra il Movimento più importante del ‘900 italiano e uno dei più significativi a livello internazionale. Il Futurismo fu penalizzato dal fatto che venne  considerato un anticipatore del fascismo e come tale venne respinto e sottovalutato come espressione di una destra bellicista , violenta , maschilista , contraria alla cultura, volta solo a far baccano e polemiche inutilmente  eclatanti. Guerri dimostra invece  con la sagacia propria dello storico di razza  che il Futurismo e’ qualcosa di molto più articolato e complesso. Già la mostra del 1986 sui Futurismi  a Palazzo Grassi di Venezia, voluta da Giovanni Agnelli anche per  rivalutare i suoi quadri futuristi comprati per pochi soldi, dimostrò la ricchezza poliedrica di una cultura rimasta nel cono d’ombra imposto dalla vulgata settaria  per decine di anni. Il volume di Guerri fa il punto sulla situazione, andando oltre, con un libro che è stato definito da collezione perché le immagini che lo illustrano sono davvero preziose. Guerri ha un cognome che evoca la guerra e un nome che ricorda  il martirio di un frate arso vivo per il suo libero pensiero. Guerri in realtà è il simbolo di una cultura mite, non ideologica che supera i furori novecenteschi attraverso una meditata riflessione storica. E’  un Renzo De Felice  che aiuta a comprendere la storia prima di giudicarla, ma è anche un De Felice che sa scrivere in modo chiaro e attraente ,usando uno stile che è leggibile da un pubblico ampio. Molti storici scrivono per i colleghi universitari, Guerri scrive per i lettori che quindi lo amano molto. Ci sono oggi in Italia  due autori, professori o giornalisti, che si ritengono gli unici divulgatori  autorizzati , mentre in realtà spacciano della paccottiglia tuttologica che parte dalla preistoria e finisce nella contemporaneità, passando per il Santo di Assisi. Guerri si occupa coerentemente  di storia contemporanea da quando essa era materia che scottava e portava alla scomunica e all’emarginazione. Se in Italia si è giunti a poter  discutere e scrivere  di storia senza l’imprimatur dell’ ANPI, èmerito di pochi storici come Guerri, dei veri chierici che non hanno tradito, come diceva Benda.