CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Regione Piemonte protagonista al Salone del libro

La Regione Piemonte è stata protagonista al Salone internazionale del Libro 2026 con una presenza rinnovata, più strutturata e visibile, orientata alla valorizzazione del patrimonio culturale come elemento fondamentale per lo sviluppo, la coesione e la crescita dell’intero territorio.

Innanzitutto, l’Arena Piemonte (Padiglione 2 M01L02) ha cambiato volto. La Regione, tramite la Fondazione Circolo dei lettori, l’ha completamente ripensata. L’allestimento si è evoluto da zona espositiva a luogo contemporaneo di incontro, racconto e produzione culturale, in base ad una precisa scelta strategica: costruire un luogo riconoscibile, aperto, immersivo e autorevole, capace di rappresentare il ruolo che il Piemonte vuole assumere oggi nel panorama culturale nazionale. All’ingresso dell’Arena, un grande libro monumentale e iperrealistico ha accolto i visitatori trasformandosi in una vera e propria architettura sensoriale. Un varco simbolico e fisico che ha introdotto il pubblico in un percorso immersivo fatto di luci, suoni, immagini e contenuti multimediali. All’interno del volume e sui ledwall laterali si è sviluppato il racconto cinematografico e culturale del Piemonte: sequenze di film realizzate sul territorio dialoganti con immagini che attraversano le Alpi, i laghi del Novarese, le colline del Monferrato e le risaie del Vercellese nel corso delle stagioni. Le immagini intrecciavano con le parole di grandi autori che hanno raccontato il Piemonte nelle loro opere – da Natalia Ginzburg a Mark Twain, da Ernest Hemingway a Beppe Fenoglio, da Sibilla Aleramo a Giorgio Bocca, fino a Stendhal e Francesco Petrarca – restituendo il profilo di un territorio capace di generare cultura, immaginario e identità. L’intero spazio è stato concepito per superare una visione puramente istituzionale dell’allestimento fieristico, trasformando l’Arena Piemonte in un luogo vivo e partecipato, capace di mettere in relazione linguaggi culturali diversi, territori, istituzioni, autori e pubblico.

«Abbiamo voluto ripensare completamente l’Arena perché il Piemonte voleva essere ancora più riconoscibile – hanno sostenuto il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore alla Cultura Marina Chiarelli – La nuova Arena ha rappresentato una scelta precisa: affermare con forza il ruolo che il Piemonte vuole avere oggi all’interno del sistema culturale nazionale. Abbiamo scelto uno spazio contemporaneo, immersivo e identitario, capace di raccontare una Regione che investe nella cultura come leva strategica di sviluppo, crescita e partecipazione. Uno stand non solo istituzionale o celebrativo, ma un luogo vivo, aperto e dinamico, dove si producono relazioni, confronto e produzione culturale contemporanea. Il nuovo allestimento ha raccontato questa visione: un’Arena pensata per essere immediatamente riconoscibile, capace di parlare linguaggi contemporanei e di restituire al Piemonte una presenza forte e centrale all’interno del Salone del Libro».

Nell’intervento alla conferenza stampa finale, l’assessore Chiarelli ha sostenuto che «la vera forza di questo Salone è stata la capacità di fare sistema. La sinergia costruita tra istituzioni, operatori culturali, editori, territori, partner e tutte le persone che hanno lavorato dietro le quinte ha dimostrato che quando il lavoro viene fatto bene e insieme i risultati arrivano. È questa la differenza che il Piemonte ha voluto dimostrare. Grazie all’investimento della Regione e a una collaborazione sempre più forte tra tutti i soggetti coinvolti, questa edizione ha saputo mettere al centro la cultura, facendo prevalere contenuti, partecipazione e qualità. I numeri confermano una crescita importante del Salone, ma il dato più significativo è vedere migliaia di giovani partecipare agli incontri, confrontarsi e cercare strumenti per interpretare il presente. La cultura non è un settore marginale: è una infrastruttura strategica capace di generare crescita, lavoro, identità e coesione sociale. Il successo di questa edizione, senza polemiche, non rappresenta un punto di arrivo. Da domani – ha concluso – si torna al lavoro per costruire la 39ª edizione con l’ambizione di renderlo ancora più internazionale, partecipato e vicino alle nuove generazioni».

Per il presidente Cirio «ancora una volta il Salone è stato una straordinaria occasione di confronto, libero pensiero e cultura e anche di economia per la nostra città e il nostro Piemonte. Sono cresciuti i visitatori, gli espositori, sono aumentate le adesioni delle scuole e i partecipanti agli eventi: i numeri quindi ci confermano un ennesimo successo e noi, in qualità di soggetti organizzatori attraverso il Circolo dei Lettori, siamo molto soddisfatti, perché sono anche i numeri a certificare l’effettiva portata di un evento, che è a pieno titolo il più grande evento culturale dedicato al libro in Italia e tra i primi in Europa». A una domanda dei giornalisti sulle polemiche politiche il presidente ha risposto che «il Salone è il luogo in cui meglio si realizza ciò che è scritto nella nostra Costituzione, ovvero la garanzia di libertà di pensiero da parte di tutti. E dunque ben vengano le libere opinioni. L’unica cosa che mi ha fatto sorridere – e, ripeto, lo dico sorridendo – è che mai come quest’anno abbiamo assistito a una sfilata di tanti politici della sinistra italiana che sono venuti a far politica al Salone per dirci che non bisogna far politica al Salone. Ma questo è il bello della democrazia».

La Regione ha chiuso l’edizione 2026 con un bilancio estremamente positivo, confermando il proprio ruolo centrale all’interno di uno dei più importanti appuntamenti culturali europei. Gli spazi della Regione, con quasi 200 appuntamenti, si sono confermati i luoghi simbolo del Salone: immersivi e contemporanei, pensati per raccontare il Piemonte attraverso cultura, idee, libri, cinema, memoria, innovazione e nuove generazioni. Un successo la partecipazione di pubblico e un forte interesse su temi che hanno spaziato dalla lettura ai giovani, dall’editoria all’innovazione, dal cinema alla formazione, fino ai territori e alle nuove politiche culturali con filo conduttore la valorizzazione della lettura come strumento di emancipazione e crescita. Un territorio che legge è un territorio che innova e che sa tenere unite le diverse generazioni.

Cosa è successo in Arena Piemonte Spazio Arancio Spazio Argento Spazio Editori piemontesi Nel Padiglione Bookstock è ritornato Nati per Leggere Piemonte, progetto sostenuto dalla Regione e dedicato a bambine e bambini da 0 a 6 anni.

L’impegno della Regione si è tradotto anche in azioni concrete a sostegno dei lettori più giovani. Tornata l’iniziativa del “Buono da leggere“, pensata per avvicinare i ragazzi al mondo del libro e sostenere la filiera editoriale. Sono stati tremila i voucher da 10 euro messi a disposizione dei giovani visitatori, utilizzabili per l’acquisto di libri negli stand, a cui si affiancano i buoni destinati alle scuole: dieci voucher da 10 euro per ogni classe delle scuole dell’infanzia e primarie, fino a esaurimento dei fondi. Si è trattato di un incentivo economico che riflette una scelta politica precisa: investire su chi legge oggi per formare i cittadini consapevoli di domani. Dare agli studenti la possibilità di scegliere, sfogliare e portare a casa un libro significa garantire un fondamentale diritto di cittadinanza culturale.

“Torino-Togliatti 1966. Uno stabilimento grande e subito”

Al Centro Storico Fiat 

Ha aperto i battenti giovedì 21 maggio  al Centro Storico Fiat, promossa dal MAUTO, la mostra dal titolo “Torino-Togliatti 1966. Uno stabilimento grande e subito” , a cura di Claudio Giunta e Giovanna Silva con Maurizio Torchio, per rimanere aperta fino al 4 ottobre prossimo.

L’esposizione,  allestita al Centro Storico Fiat , dove venne firmato lo storico accordo che regolava la collaborazione tra Italia e Unione Sovietica  per la realizzazione dello stabilimento AutoVAZ, ripercorre le vicende che permisero alla Fiat di mettere “i sovietici al volante”. Non si trattò soltanto di un episodio di cronaca industriale, ma anche di una delle più  audaci operazioni di diplomazia parallela alla guerra fredda, che chiamò in causa i principali attori internazionali dell’epoca, da Chruščëv a Kosygin, da Kennedy al Segretario della Difesa McNamara.
Sono passati sessanta  anni dalla firma del contratto che regolava la collaborazione tra italiani e sovietici. Il 4 maggio del 1966, su un tavolo tuttora esposto nella sede del Centro Storico Fiat, Vittorio Valletta firmò il protocollo per la costruzione dello stabilimento. L’intesa fu perfezionata ad agosto, quando il presidente della Fiat, accompagnato da Gianni Agnelli, Piero Savoretti e Riccardo Chivino, firmò a Mosca l’Accordo generale per la realizzazione dell’AutoVAZ, alla presenza del Primo ministro Kosygin e del ministro dell’Industria automobilistica Tarasov e, poco dopo, iniziarono i lavori per la costruzione della fabbrica.

I materiali conservati negli archivi del Centro Storico Fiat comprendono fotografie, documenti originali,  telegrammi, relazioni tecniche, e raccontano il vasto lavoro di squadra che ha condotto alla costruzione dello stabilimento.
A partire da questa vasta relazione documentale si sviluppa la rilettura e rielaborazione visiva di Giovanna Silva che, in un viaggio di ritorno a Togliatti compiuto nel 2019 con Claudio Giunta, racconta che cosa resta della fabbrica e della città. Giovanna Silva ha fotografato gli edifici, insieme a Claudio Giunta ha intervistato ex operai ed ex dirigenti russi e italiani che lavoravano all’AutoVAZ. Giunta ha poi raccolto memorie familiari e ricostruito la Togliatti e la Torino di sessanta anni fa.

Mara Martellotta

Il cantico dell’umiltà di Giulio Busi

L’intervento di questa domenica alla Casa della Madia ha avuto come ospite Giulio Busi, studioso di cultura ebraica e autore di lavori dedicati a Gesù, al quarto Vangelo e a San Francesco. Il suo racconto non si è limitato a presentare una nuova biografia del santo, ma ha cercato, piuttosto, di restituirci un uomo vivo, concreto, meno chiuso nell’immagine levigata a cui spesso siamo abituati.

Il Francesco che emerge non è soltanto colui che si è già consegnato alla devozione, ma una persona reale, inquieta, radicale, attraversata da una domanda essenziale: che cosa significa vivere davvero il Vangelo?

Giulio Busi parte da un ricordo personale. Racconta che sua madre, ogni sera, gli chiedeva se fosse stato buono e umile. Una domanda semplice, ma capace di rimanere impressa negli anni. A volte, alcune parole ricevute nell’infanzia non si comprendono subito: restano lì, lavorano in silenzio e tornano più avanti, quando la vita chiede di essere riletta con maggiore profondità.

Nel suo libro, “Il cantico dell’umiltà”, San Francesco viene descritto come colui che non compie solo delle gesta esteriori, ma fa molto di più: la sua umiltà è un modo di stare nel mondo. Una scelta che coinvolge il corpo, il denaro, il rapporto con gli altri, con la Chiesa e con se stesso.

Il cuore dell’intervento è proprio questo: Francesco non cerca prima di tutto una teoria sul Vangelo. Non parte da una costruzione dottrinale, né da un sistema teologico. Cerca una strada da percorrere. Per lui il Vangelo non è soltanto un testo da studiare, interpretare o custodire, ma una parola viva, che deve prendere forma nell’esistenza.

Da questa adesione nasce la sua scelta della povertà e Giulio Busi distingue con chiarezza un passaggio importante: prima di Francesco esistevano già la generosità verso i poveri, l’elemosina, la distribuzione di una parte dei beni, ma Francesco introduce qualcosa di diverso, perché non vuole solamente offrire il suo aiuto da una posizione protetta; vuole vivere egli stesso da uomo povero, in mezzo ai tanti poveri.
È una differenza enorme perché significa stare per strada, non avere garanzie, esporsi alla fragilità, rinunciare a quelle difese che normalmente proteggono una persona quali la famiglia, il denaro, il ruolo che si ricopre.

Francesco non nasce povero, anzi viene da un mondo che conosce il commercio, la sicurezza economica e il valore sociale del denaro. Proprio per questo, la sua povertà non è una condizione subita, ma una vera e propria scelta.
Una scelta che si trasforma in testimonianza.

Francesco non cerca una frattura con la Chiesa, tuttavia la sua vita mostra che tra il Vangelo vissuto e il Vangelo amministrato può aprirsi un grosso divario. La radicalità del santo arriva a generare un vero movimento ma, nello stesso tempo, viene vista come troppo scomoda per essere accolta, senza generare trasformazioni.

La Chiesa riesce a riconoscere Francesco e a farne una forza spirituale e pastorale, ma affinché questo avvenga, quella spinta originaria viene ordinata, regolata e resa stabile. Come spesso accade nella storia della Chiesa, tra fedeltà e mediazione si apre uno spazio complesso, nel quale qualcosa viene custodito e qualcosa inevitabilmente cambia.

Per Francesco, tutto questo diventa una via da attraversare: l’umiliazione, la fragilità, l’essere respinto, il non essere riconosciuto non sono soltanto ostacoli da sopportare, ma si trasformano nel luogo in cui l’imitazione di Cristo si fa più concreta.

Il Francesco che emerge dall’intervento di Giulio Busi è quindi meno rassicurante di quello che spesso immaginiamo. Non è soltanto il santo mite, vicino alla natura e agli animali.
È un uomo molto più radicale e per questo anche più scomodo. Un uomo che prende il Vangelo così seriamente da lasciare che la Parola cambi tutto: il suo modo di vivere, di possedere, di parlare, di stare nella Chiesa e di guardare se stesso.

Forse è proprio per questo che san Francesco continua a parlarci: non perché sia facile imitarlo, ma perché ci impedisce di ridurre il cristianesimo a un pensiero edificante o a una devozione serena e priva di turbamenti.

San Francesco ci ricorda che il Vangelo, quando viene preso sul serio, non resta mai soltanto una semplice idea, ma diventa un vero e proprio esempio di vita.

IRENE CANE

Teatro Regio, il maestro Battistoni dirigerà il gran finale di stagione

La prima assoluta commissionata a Matteo Franceschini, con Rota e Stravinskij

L’ultimo appuntamento della stagione dei concerti 2025-2026  del Teatro Regio, è in programma venerdì 22 maggio alle ore 20, con “Slancio”. Si tratta di un percorso articolato e potente che attraversa oltre due secoli di musica, dall’ultimo Settecento alla contemporaneità, tra grandi ritorni e riscoperte, fino a una prima esecuzione mondiale. Il 22 maggio, il direttore musicale del Regio, Andrea Battistoni, salirà sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio per un programma che incarna la visione musicale del suo mandato, Val ea dire far emergere le voci delle compagini artistiche del Teatro e, al tempo stesso, valorizzare il patrimonio sinfonico italiano dal Novecento alla contemporaneità. Al centro del concerto, la prima assoluta di “Ballet”, la nuova composizione commissionata dal Teatro Regio a Matteo Francheschini, artista dalla personalità graffiante e autore di una musica onirica in continua trasformazione.

“Ballet nasce da un gesto semplice, quasi primordiale – dichiara Matteo Franceschini – un passo di danza, un movimento terrario che pulsa come un respiro. Da questa cellula iniziale, il materiale musicale si espande e si trasforma, la regolarità si incrina, le linee si spezzano e si sospendono alternando momenti rarefatti a slanci improvvisi. Come un corpo che danza e disegna lo spazio intorno a sé, il suono genera direzioni e paesaggi sempre diversi. Il brano è un omaggio al movimento, alla danza, quale forza di abitare spazio e tempo, in cui il gesto si fa suono”.

“Ballet” è incorniciato dalla Suite tratta da “La strada” di Nino Rota, evocativo omaggio a Fellini, e la Suite numero 2 da “L’oiseau de feu” di Igor Stravinskij, vertice del repertorio storico del Novecento che alterna colori incandescenti ed esplosioni ritmiche in un finale di energia travolgente.

Biglietteria: piazza Castello 215, Torino – 011 8815241/242 – biglietteria@teatroregio.torino.it

Info: www.teatroregio.torino.it

Biglietti: prezzo intero da 15 a 35 euro e ridotto da 12 a 30 euro.

Mara Martellotta

Interplay, 26esima edizione del festival di danza contemporanea

Dal 26 maggio a Torino  diretto da Natalia Casorati

Il festival Interplay è giunto alla sua 26esima edizione e torna a Torino come uno degli osservatori più lucidi sulla danza contemporanea in Italia. Sotto la direzione artistica di Natalia Casorati e curata dall’associazione culturale Mosaico Danza, la rassegna vedrà protagonisti dal 26 maggio al 27 giugno 2026, con due appuntamenti speciali il 3 luglio e il 16 settembre, tre teatri, cinque spazi multidisciplinari e numerosi contesti outdoor, dai quartieri centrali alle periferie, in un dialogo costante tra arte e città.

Il cartellone conta 28 spettacoli e 9 prime nazionali: 14 creazioni italiane, 12 proposte internazionali da 7 Paesi europei e 3 extraeuropei, per un confronto dinamico che intreccia visioni poetiche, astratte, coreografiche e eterogenee. Tra le voci internazionali figura la compagnia belga WOOSHING MACHINE, che apre il festival con “Ma l’amor mio non muore/Epilogue”: Carlotta Sagna, Alessandro Bernardeschi e Mauro Paccagnella pongono con graffiante autoironia una domanda bruciante sul destino dei nostri corpi. Lëila KA presenta “Maldonne”, creazione corale per cinque danzatrici, nominata per l’International Dance Prize 2025 al Sadler’s Wells di Londra: fragilità, ribellione e identità plurali del femminile in una partitura che va da Shostakovich a Lara Fabian.

Il collettivo (LA)HORDE, direttori del Balletto Nazionale di Marsiglia, coreografi del Celebration Tour di Madonna, propone “People Used to Die” per i 15 danzatori di Equilibrio Dinamico, trasformando i codici del club underground in una riflessione potente su massa e memoria del corpo. Completano il panorama GN/NC, Gui Nader e Maria Campos, con “Natural order of things”, la compagnia spagnola ERTZA con il duo mozambicano UN’WE, sulle diseguaglianze del mondo globalizzato, e il coreografo libanese Bassam Abou Diab, con una creazione partecipativa nata in residenza al Living Lab di Mosaico Danza.

Il programma nazionale restituisce con forza la vitalità della danza contemporanea italiana: la compagnia Zebra, di Chiara Frigo e Silvia Gribaudi, propone “Pas de cheval”, ironico duetto di Andrea Costanzo Martini e Francesca Foscarini, che smonta con ironia le dinamiche di potere nello spettacolo dal vivo. La pluripremiata Lost Movement  porta nel quartiere di Barriera di Milano “dancehALL”, creazione techno-urban in cui quattro stili di ballo diventano un rito collettivo pulsante. Il focus nazionale si infittisce con la prima nazionale di “Studi per M.” di Stefania Tansini, Premio UBU 2022, ispirata a Marcel Proust e alla memoria sensoriale del corpo, e con il ritorno di Daniele Ninarello, che trasforma la trasmissione del movimento in gesto politico e poetico. A chiudere la sezione Francesco Marilungo, Premio UBU 2024 come miglior spettacolo di danza, con “Cani lunari”: ritualità, trance e immaginari del femminile arcaico sono sospesi tra terrestre e divino con il paesaggio sonoro di Vera di Lecce, tra elettronica ibrida e tradizione salentina. Il focus nazionale si concluderà il 3 luglio con Claudio Massari, che proporrà “STRANO”, un universo interiore caotico e poetico, dove il corpo diventa campo di tensione tra desiderio, costrizione e immaginazione.

Interplay è da sempre un festival che intercetta il talento nascente: Adriano Bolognino, reduce dall’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, propone un duetto sulla fragilità dei legami umani; Francesca Santamaria, selezionata da Aerowaves, propone la sua satira sulla performatività digitale; Parini Secondo, con il musicista Bienoise, trasforma il salto della corda in partitura sonora. Vittorio Pagani indaga i meccanismi di produzione della danza; Pablo Ezequiel Rizzo mette in dialogo iconografie antiche e contemporanee con il premiato “Sex.exe”; a chiudere sarà il collettivo Lattea con “Moraine Capitolo I”, anteprima attenta alla sostenibilità con costumi della Fondazione Pistoletto, perché anche il modo in cui si crea la danza è già un atto politico e poetico.

Interplay non è soltanto un festival che vuole mostrare, ma anche pensare: il 26 maggio il talk “Le forme della danza” apre una riflessione sull’eredità artistica di Anna Sagna, pioniera torinese della danza moderna, con il professor Alessandro Pontremoli dell’ateneo torinese e il collettivo Vie. Il 4 giugno “PANIC ROOM. Giovani corpi, urgenze del presente” trasforma il palco in laboratorio: artisti come Bolognino, Porcelli e (LA)HORDE dialogheranno con il direttore della Fondazione TRG Emiliano Bronzino e l’associazione Tiarè su identità, immaginazione e costruzione di sé nelle nuove generazioni.

Info: per il programma completo e le modalità d’accesso agli spettacoli visitare il sito www.mosaicodanza.it

Mara Martellotta

In scena al teatro Carignano “Prima del temporale”, di Umberto Orsini e Massimo Popolizio

Martedì 26 maggio prossimo, alle 19.30, debutterà al teatro Carignano “Prima del temporale”, pièce teatrale nata da un’idea di Massimo Popolizio, che ne è anche il regista, e di Umberto Orsini, che sarà in scena insieme a Flavio Francucci e Diamara Ferrero. Le scene sono di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, i costumi di Gianluca Sbicca, le luci di Carlo Pediani, il suono di Alessandro Saviozzi. Lo spettacolo è prodotto dalla compagnia Umberto Orsini e resterà in scena per la stagione in abbonamento dello Stabile di Torino fino al 31 maggio.

Protagonista dello spettacolo un vecchio attore che, nella mezz’ora che lo separa dall’ingresso in scena come protagonista del “Temporale” di Strindberg, si ritrova a rivivere alcuni momenti della propria vita, con un rovesciamento della percezione del tempo tipica dei sogni. La colonna sonora del teatro che si anima al di fuori del suo camerino diventa il pretesto, a tratti commosso p spensierato, per ricordare e dialogare con i fantasmi del passato. Popolizio utilizza una scenografia di forte impatto evocativo e si sofferma sulla figura dell’attore con la delicatezza di chi tenta di svelare segreti destinati a rimanere misteriosi. Umberto Orsini si affida alla sua regia per intrecciare frammenti della propria vita con la storia del nostro Paese dal Dopoguerra in avanti.

“L’idea – afferma Massimo Popolizio – nasce dal libro autobiografico di Umberto Orsini ‘Sold out’ di Editori Laterza 2019, ambientato in una città qualunque prima dell’ultima replica del testo di Strindberg, in una situazione bernardiana. Si tratta della storia di un ragazzo italiano che, negli anni Cinquanta, parte dalla provincia con pochi soldi e approda nella grande città di Roma con il sogno di iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica e, nonostante l’accento novarese, viene accettato”.

“Il titolo ‘Prima del temporale’ – dichiara Umberto Orsini – testimonia un progetto che da tempo avevo in mente, quello di allestire ‘Il temporale’ di Strindberg con la regia di Massimo Popolizio e nuovi interpreti, progetto azzerato dallo scoppio della pandemia di Covid. Massimo mi ha spinto a raccontare la mia vita dialogando con due figure tipiche del mondo teatrale: la sarta di compagnia e un addetto del teatro.

Biglietteria: Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – orario: da martedì a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19 – lunedi riposo

Info: biglietteria@teatrostabiletorino.it – www.teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Fondazione Pietà dei Turchini, “Giulia Principessa di Napoli”

L’Accademia del Ricercare conferma la sua solida sinergia con Casalborgone, in provincia di Torino, in cui a fine luglio avrà luogo il corso internazionale di musica antica. Il 21 maggio, alle 21.15, per Antiqua 2026, proporrà presso la chiesa di Maria Maddalena, in piazza Statuto, il concerto della Fondazione Pietà dei Turchini, con “Giulia Principessa di Napoli” in prima rappresentazione assoluta.

Paolo Giovanni Maione, che ha dato una consulenza musicologica al concerto, ha ricostruito un itinerario storico e musicale intorno alla figura di Ciulla della Pignasecca, ovvero Giulia De Caro, che verso la metà del Seicento fu celebre cantante, impresario d’opera e anche prostitute d’alto bordo, capace di conquistare Viceré e trasformarsi nella vera principessa di Napoli. Questa attività multiforme non durò più di 7 anni. Dal 1669 al 1676, quando cantò la sua ultima opera, il “Giulio Cesare di Boretti” su libretto di Aureli. Furono capolavori teatrali del maestro di quel secolo, Francesco Provenzale, come “Lo schiavo di sua moglie”, a determinare il successo di Giulia De Caro e il teatro di San Bartolomeo. Oltre alle opere, alla bella Giulia furono dedicate numerose cantate, come quelle composte dal Principe di Cursi, Giovanni Cicinelli, un altro dei suoi amanti illustri, rimaste manoscritte nella biblioteca del Conservatorio di Napoli e qui presentate per soprano e basso continuo.

Ingresso gratuito – info e prenotazioni scrivendo a segreteria@accademiadelricercare.com

I concerti di Antiqua 2026 sono accompagnati da un piccolo allestimento d’arte realizzato dall’Associazione La Voce dei Venti.

Mara Martellotta

Il riservato Simioli e la storia della vigilanza del Pci a Torino

Si intitola Riservato e narra una storia molto particolare, quella della vigilanza del Pci torinese. Il libro, edito da Impremix, l’ha scritto Diego Simioli, classe 1955, formatosi politicamente frequentando la 16ª sezione comunista di Torino in corso Giambone, intitolata a Giuseppe Bravin, un giovane partigiano gappista e medaglia d’argento al valor militare. E’ un racconto in gran parte autobiografico perché Simioli è stato per decenni uno degli uomini più autorevoli e rispettati del “mitico” servizio d’ordine del Pci. Nel libro, che raccoglie anche le testimonianze di Luciano Violante, Rocco Larizza, Pietro Marcenaro e Walter Veltroni, Simioli affronta senza reticenze e con coraggio la ricostruzione “dall’interno” di un’esperienza del tutto particolare e importante nella storia politica del più grande partito della sinistra, rendendo comprensibile il senso di una militanza talmente totalizzante da mettere in secondo piano tutto il resto, compresa la vita familiare. Lo fa con passione senza venir meno al proverbiale riserbo ed equilibrio, doti fondamentali e imprescindibili per chi fece parte di un organismo del tutto particolare e senz’altro importante, molto più importante di quanto non sia mai stato riconosciuto anche da molti uomini e donne della sinistra. Una esperienza di vita e di militanza che è anche la storia di una grande comunità, quella dei comunisti italiani prima e poi dei partiti che da quell’esperienza hanno preso vita. Le memorie di Diego si snodano lungo l’arco di decenni vissuti in quella comunità dove si è formato come persona, incontrando persone e vivendo situazioni ed episodi importanti.  Diego Simioli e i suoi compagni li si incontrava alle manifestazioni o alle varie iniziative politiche, guidavano e salivano sulle macchine dei dirigenti con compiti di scorta in anni complicati, quando il terrorismo e l’eversione colpivano senza pietà come ricorda Luciano Violante nella sua introduzione. Uomini, compagni generosi che hanno dedicato gratuitamente tantissimo tempo sottratto ai loro affetti, a mogli e figli, alla loro vita di tutti i giorni, spesso pagandone le conseguenze nella loro sfera di vita privata. Compagni che per tanti come me sono diventati nel tempo un riferimento prezioso.

Per chi non li ha conosciuti immagino sia difficile capire fino in fondo il senso del loro impegno. Viaggiavano dentro quelle auto con i dirigenti di quel partito dei quali avevano ascoltato dialoghi, telefonate, conoscevano fatti, persone, episodi e aneddoti che avrebbero potuto riempire volumi di memorie e retroscena. Ma erano discreti, affidabili, riservati. E non era cosa da poco. Ho conosciuto Diego e suo fratello Rodolfo, Beppe Scattolin e tanti altri. Persone concrete, disponibili, appassionate e intelligenti. Quella loro riservatezza non era solo frutto di una professionalità maturata nel tempo ma il risultato di una profonda coscienza politica, di un senso della militanza e dell’appartenenza che restituiva intatta l’umanità e la passione che si portavano dentro. I loro (e non solo loro) “maestri”, Palmiro Gonzato e Pietro Cordone, sono state figure importantissime, quasi mitiche nel Partito comunista torinese del dopoguerra. Uomini tutti d’un pezzo che hanno praticato e insegnato la disciplina e il senso di appartenenza a quella comunità di donne e uomini che desiderava cambiare in meglio la società. Dai tanti aneddoti che Diego Simioli racconta, pur con la necessaria e imprescindibile riservatezza, dagli incontri con dirigenti come Giancarlo Pajetta e tanti altri, si intuisce nettamente la sostanza di quella miscela unica di passione e sentimenti che li spingeva a sacrificare tante cose, serate, notti, ferie, famiglie, per quella che ritenevano la loro missione dentro una grande storia comune. “ I compagni della vigilanza mi hanno silenziosamente insegnato il primato del partito – scrive Violante – perché il partito siamo tutti noi, la generosità, la fratellanza, il significato dell’appartenenza a una comunità che aveva regole e gerarchie, ma che aveva soprattutto rispetto reciproco e fiducia”. Quel servizio d’ordine, composto da militanti responsabili e preferibilmente robusti, era principalmente destinato a prevenire, ad evitare le provocazioni e le possibili degenerazioni delle manifestazioni, innescate per lo più da provocazioni dei gruppi più estremisti, di frange di manifestanti, dei fascisti e talvolta anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico. A volte incompresi nel loro stesso partito, mai abbastanza valorizzati e ringraziati per quel prezioso e oscuro lavoro, Diego Simioli e gli altri della vigilanza sono restati molto legati tra loro e con questo libro, raccontandone almeno in parte la vicenda, è augurabile che possano venire risarciti almeno sotto il profilo della memoria per l’affidabilità, la disponibilità individuale e collettiva, la capacità organizzativa e la passione di un gruppo di militanti che ha sempre lavorato per la sicurezza e la tranquillità di tutti, spesso anche di chi non ne condivideva le idee politiche ma si riteneva un democratico.

Marco Travaglini

 

All’Auditorium Rai il maestro Treviño e il violoncellista Ferrández

Verranno eseguiti la Sinfonia da “Il nuovo mondo” di Dvořák e il Concerto per violoncello di Schumann con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

Giovedì 21 maggio, alle 20.30, all’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino, trasmesso in diretta RAI su Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura, replicato venerdi 22 maggio alle ore 20, si terrà il concerto, con la partecipazione del violoncellista Pablo Ferrández, che torna a suonare con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Nato a Madrid nel 1991, Ferrández è oggi uno dei violoncellisti più richiesti, avendo suonato con orchestre come la Los Angeles Philarmonic, la San Francisco Symphony e l’Orchestre National de France, e ospite regolare di festival internazionali come quelli di Verdier, Salisburgo, Dresda, oltre a quello dedicato a Dvořák, a Praga. Per il suo ritorno con l’Orchestra Rai, con la quale aveva debuttato giovanissimo nel 2017, Ferrandez propone il concerto in la minore per violoncello e orchestra op.129 di Schumann, composto a Düsseldorf nell’arco di una sola settimana. Il brano rappresenta uno dei massimi capolavori della letteratura violoncellistica e non lascia trasparire le difficili condizioni mentali del compositore che, in poco tempo, sarebbero precipitate.

Sul podio, è impegnato Robert Treviño, già direttore ospite dell’Orchestra Rai e direttore musicale dell’Orchestra Nazionale Basca, consulente artistico dell’Orchestra Sinfonica di Malmö, di origine messicane e cresciuto in Texas, imponendosi all’attenzione internazionale al teatro Bol’šoj di Mosca. Nella seconda parte del concerto, Treviño proporrà la Sinfonia n.9 in mi minore op.95 dia Antonin Dvořák. Scritta durante il soggiorno americano del compositore boemo, da lui inviata agli amici in patria come un messaggio “dal nuovo mondo”, da cui il soprannome, la sinfonia fu eseguita per la prima volta nel 1893 alla Carnegie Hall di New York, sotto la direzione di Anton Seidl. Evoca, in un susseguirsi di ritmi e temi incantevoli, sia la freschezza proveniente dai canti neri e dalle melodie degli indiani d’America sia dai sentimenti di nostalgia per la propria terra lontana.

I biglietti per il concerto, da 9 a 30 euro, sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info: 011 8104653 – biglietteria.osn@rai.it

Auditorium Rai – piazza Rossaro, Torino

Mara Martellotta

Foto PiùLuce

“La vita di San Genesio” al Teatro Baretti

Giovedì 21 maggio alle 21 e venerdì 22 maggio alle 20 il Teatro Baretti ospiterà, nell’ambito della stagione Aurea Familia, “La vita di San Genesio”, nuovo progetto della compagnia CTRL+ALT+CANC con Mattia Lauro, Raimonda Meraviglia e Francesco Roccasecca. Testo e regia sono firmati da Alessandro Paschitto.

Il ritorno della compagnia sul palco del Baretti è tra gli appuntamenti più attesi della stagione. Nato nel 2020, il collettivo si è distinto per una ricerca teatrale capace di indagare il reale attraverso un linguaggio condiviso, aperto e fortemente contemporaneo. Una cifra artistica che trova piena maturazione proprio in “La vita di San Genesio”, spettacolo che affronta il rapporto tra rappresentazione e verità scenica.

La figura al centro del racconto è quella di San Genesio, patrono degli attori, dei giullari e dei guitti. Mimo e interprete nella Roma dell’epoca di Diocleziano, intorno al 300 d.C., Genesio stava portando in scena una parodia quando qualcosa cambiò improvvisamente: la finzione si trasformò in esperienza autentica, l’interpretazione lasciò spazio a una visione che lo condusse alla conversione. Quel presunto gioco teatrale si trasformò così in un evento miracoloso, destinato a costargli la vita. Torturato e ucciso poco dopo, Genesio divenne martire e simbolo di un teatro capace di oltrepassare la semplice rappresentazione.

Da questa vicenda prende forma uno spettacolo che riflette sul confine sottile tra rito e scena, interrogandosi su ciò che accade quando il teatro tenta davvero di generare ciò che racconta. La messinscena si sviluppa come un dispositivo teatrale che, progressivamente, si svuota e si trasforma in una celebrazione alienata, quasi una parodia dei gesti e delle abitudini quotidiane.

In un presente attraversato da smarrimento e precarietà, dove anche le soluzioni più semplici sembrano irraggiungibili, emerge il desiderio ostinato di un miracolo. Tra algoritmi, sistemi che promettono controllo e nuove inquietudini collettive, resta una richiesta sommessa, un appello lanciato nell’incertezza nella speranza che qualcosa possa ancora rispondere.

“Vita di San Genesio” attraversa questi interrogativi mescolando registri e linguaggi differenti: il dialogo diretto con il pubblico, il rito, l’immaginario pop e la performance convivono in una narrazione che mette in discussione le forme tradizionali del teatro per cercare, più che risposte definitive, un gesto vivo e necessario.

Per informazioni: 011 6551187.

Mara Martellotta