CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Antonio Maglione, televisione e iniziative sociali

RITRATTI TORINESI

Antonio Maglione è un conduttore televisivo su GRP Televisione Canale 15 e organizzatore di eventi sociali che sostiene finanziariamente e con i quali cerca di sensibilizzare il pubblico sui temi contemporanei della violenza e dell’indifferenza, oltre a trasmettere i veri valori della vita in una società sempre più superficiale e insensibile. Il suo impegno si dirama anche attraverso i social, che lo vedono seguito da oltre 60mila persone, e dal suo gruppo virtuale di Facebook che egli definisce come “la grande famiglia virtuale di Antonio Maglione”, che conta quasi 10mila follower e, attraverso la quale, cerca di trasmettere valori come quelli della famiglia, l’amicizia, l’amore, la solidarietà, l’onestà, la sincerità e il rispetto, empatizzando con i meno fortunati invece di rincorrere modelli superficiali che la società, e alcuni programmi televisivi, trasmettono.

“Il 6 gennaio scorso, in occasione dell’Epifania, ho organizzato un grande spettacolo pomeridiano con maghi e cantanti, per portare un sorriso ai bambini ricoverati nel Dipartimento di Patologia e Cura del bambino e di Pediatria Specialistica all’ospedale Regina Margherita di Torino, portando doni da me elargiti – ha spiegato Antonio Maglione – Da oltre 4 anni realizzo le puntate televisive su GRP TV coinvolgendo come ospiti magistrati, psicoterapeuti, professori universitari, avvocati cassazionisti, professionisti e politici, trattando soprattutto tematiche sociali”.

Le tematiche approfondite da Antonio Maglione durante le puntate del suo programma, in onda su GRP TV, sono molteplici, tra queste ricordiamo alcune delle più importanti, tra cui “Il tumore, male del secolo”, insieme al prof. Massimo Di Maio, professore di Oncologia Medica del Dipartimento dell’Università di Torino, direttore dell’Oncologia Medica 1 della Città della Salute e Presidente eletto AIOM-Associazione Italiana di Oncologia Medica; “Ospedali ieri e oggi” con la prof.ssa Franca Fagioli, direttore dell’Ospedale Regina Margherita; “I disastri della guerra” con il Generale Luigi Chiapperini; “Il malessere dei giovani” insieme al prof. Lino Grandi, direttore generale delle scuole Adleriane, con il quale ha trattato anche “L’eccessiva violenza tra i giovani: l’ansia e l’autostima”; “La bellezza della fede” con Mauro Rivella, parroco del santuario di Santa Rita da Cascia; “L’abuso di alcol tra i giovani” con l’alcologo Alessandro Gramoni; “L’amore che salva” con Padre Carmine Arice, Superiore Generale del Cottolengo; “I nuovi poveri a Torino” con Pierluigi Dovis, direttore Caritas di Piemonte e Valle d’Aosta; “Fare volontariato” con Luciano Dematteis, Presidente del Volontariato di Torino; “Sicurezza urbana in Piemonte”, con il Generale di Divisione Andrea Paterna, Comandante della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, il Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte Davide Nicco e con l’avvocato Maurizio Scialò, penalista e cassazionista del Foro di Torino. Un’altra puntata è stata dedicata al Sermig – Arsenale della Pace con la sua responsabile, Rosanna Tabasso.

“Organizzo inoltre eventi di spettacolo – ha proseguito Antonio Maglione – coinvolgendo tanti bambini e genitori e trattando sempre le tematiche che mi stanno maggiormente a cuore. Il 12 febbraio del 2025 ho ricevuto dal Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Davide Nicco, un riconoscimento su pergamena per il mio impegno costante nel sociale”.

Mara Martellotta

 

 

 

 

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Il sabato del Salone tra lunghe code e sale prese d’assalto

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Alla terza giornata del Salone Internazionale del Libro di Torino il Lingotto ha mostrato ancora una volta il suo doppio volto: quello della grande arena pubblica attraversata dalla politica, dall’attualità e dai nomi capaci di richiamare folle oceaniche, e quello più intimo della letteratura che continua a scavare nelle fragilità private, nei legami familiari e nelle inquietudini del presente.
Il sabato del Salone è sempre il giorno più affollato, ma quest’anno la sensazione è stata ancora più evidente. Lunghissime code agli ingressi, corridoi saturi di persone, sale prese d’assalto molto prima dell’inizio degli incontri. E la folla non si è fermata ai padiglioni: anche all’esterno, tra i food truck e le aree allestite fuori dal Lingotto, migliaia di persone si sono trattenute per mangiare, discutere, aspettare gli eventi successivi. A tratti muoversi tra gli stand è sembrato quasi come stare a un concerto rock, trascinati lentamente dal flusso continuo dei visitatori. Ma proprio quell’energia un po’ caotica racconta il successo di un Salone che continua ad allargare il proprio pubblico, soprattutto tra i più giovani.
La giornata è stata dominata dai grandi ospiti. Da Roberto Saviano a Bernie Sanders, passando per Alberto Angela e Abraham Verghese, il Lingotto ha alternato letteratura, impegno civile e riflessione politica. Grande attenzione per Saviano, protagonista dell’incontro “Gomorra vent’anni dopo”, un ritorno sul libro che ha cambiato il modo di raccontare la criminalità organizzata in Italia e che, a distanza di due decenni, continua a interrogare il presente tra memoria, minacce e necessità di testimonianza pubblica.
Alberto Angela ha invece accompagnato il pubblico in un viaggio dentro il mondo romano, riportando al centro la figura di Giulio Cesare e il “De Bello Gallico”. Tra storia, archeologia e antropologia, il suo incontro ha trasformato la divulgazione in racconto, mostrando ancora una volta la capacità di rendere il passato sorprendentemente vicino e contemporaneo. Attesissimo soprattutto Sanders, protagonista di uno degli incontri più affollati dell’intera giornata insieme al giornalista Francesco Costa. Una folla di giovanissimi ha riempito gli spazi del Salone per ascoltare il senatore americano parlare di democrazia, disuguaglianze e futuro politico degli Stati Uniti. Un entusiasmo quasi inatteso per un protagonista della politica internazionale, accolto però come una vera rockstar culturale.
Accanto ai grandi eventi mediatici, però, il cuore del Salone è rimasto quello dei libri e delle storie. Lo spagnolo Manuel Vilas, autore del bestseller “In tutto c’è stata bellezza”, ha presentato “Se non ho nessuno accanto il mondo si fa tenebra”, romanzo che affronta con lucidità e malinconia la fine di un amore. Dopo undici anni insieme, Ada confessa al marito di non amarlo più. Da quel momento il protagonista ripercorre il proprio matrimonio tra depressione, rancore e nostalgia, mentre incombe persino una crociera in Islanda già prenotata e diventata improvvisamente il simbolo di una relazione ormai svuotata. Vilas continua così la sua personale esplorazione delle fragilità umane, con quella scrittura intima e dolorosa che lo ha reso uno degli autori europei più letti degli ultimi anni.
Di tutt’altro respiro, ma ugualmente personale, l’incontro con Abraham Verghese, medico e scrittore amatissimo per “Il patto dell’acqua”. Nella sua figura convivono tre paesi — India, Etiopia e Stati Uniti — e tre continenti, che ritornano continuamente anche nella sua letteratura. Al Salone ha raccontato una scrittura capace di contenere il mondo, intrecciando esperienze biografiche, migrazioni, medicina e memoria familiare.
Tra gli autori italiani più seguiti della giornata anche Daniele Mencarelli, che con “Quattro presunti familiari” si confronta con il noir senza rinunciare alla sua attenzione per le ferite interiori. Tutto parte dal ritrovamento di uno scheletro nei boschi di Norma, nel basso Lazio. Quattro persone vengono convocate per il test del Dna: chi troverà una corrispondenza potrà finalmente dare un nome a una sparizione rimasta senza risposta per anni. Ma il romanzo, più che sull’indagine, sembra interrogarsi sul vuoto lasciato dalle assenze e sul modo in cui il dolore attraversa le famiglie e la provincia italiana.
Memoria, identità e silenzi familiari hanno attraversato invece l’incontro con Lea Ypi. In “Dignità”, una fotografia in bianco e nero pubblicata quasi casualmente sui social riapre una ferita rimasta nascosta per decenni. Nell’immagine compaiono i nonni dell’autrice, giovani, eleganti e innamorati durante la guerra. Da quello scatto prende forma un’indagine familiare che diventa anche una riflessione sulle rimozioni della storia europea e sulle eredità invisibili lasciate dal Novecento.
Grande attenzione del pubblico anche per la siciliana Cristina Cassar Scalia, tornata con il vicequestore Vanina Guarrasi ne “Le terme dell’Indirizzo”. In una torrida Catania d’agosto, il ritrovamento del corpo semicarbonizzato di un clochard nelle antiche terme romane apre un’indagine intricata che affonda le radici in una sparizione avvenuta dieci anni prima. Un noir che mescola mistero, atmosfera e legame con il territorio siciliano, elementi che hanno reso la serie di Vanina Guarrasi amatissima dai lettori.
Tra le voci internazionali più osservate anche Yael van der Wouden, candidata al Premio Strega Europeo con “Estranea”. Ambientato nell’Olanda degli anni Sessanta, il romanzo racconta la vita silenziosa e ordinata di Isabel, incrinata dall’arrivo di Eva, fidanzata del fratello, figura magnetica e ambigua destinata a mettere in discussione ogni equilibrio. Un libro che lavora sulle tensioni sotterranee, sui desideri repressi e sulle inquietudini nascoste dietro la calma apparente della vita domestica.
Il Salone continua così a vivere di questo equilibrio particolare: da una parte i grandi nomi che attirano folle enormi e trasformano gli incontri in eventi collettivi, dall’altra i libri che, anche lontano dai riflettori principali, riescono ancora a raccontare paure, desideri e trasformazioni del presente. E mentre il pubblico continua a riversarsi nei padiglioni e negli spazi all’aperto, Torino si conferma ancora una volta il centro di una comunità enorme e appassionata, unita dalla stessa inesauribile fame di storie.
GIULIANA PRESTIPINO

Alcide Pierantozzi e il dolore senza finzione: “La malattia va dove vuole lei”

 

Al Salone del Libro, nello spazio di Giulio Einaudi Editore delle 12.45, Alcide Pierantozzi ha portato qualcosa che andava oltre la presentazione di un romanzo. Lo sbilico si è imposto come uno dei casi letterari più forti dell’anno perché non cerca protezione nella finzione: espone il disagio psichico, la psicosi, gli psicofarmaci, il rapporto con la madre, il corpo e il linguaggio senza alleggerimenti né maschere narrative.

Definito da molti “il libro italiano dell’anno”, Losbilico è un’opera che attraversa memoria, malattia e identità con una scrittura nervosa e poetica insieme, capace di trasformare le parole in sintomi, visioni e materia viva.

Durante l’incontro abbiamo rivolto allo scrittore tre domande sul senso del raccontare oggi la sofferenza mentale.

Nel libro lei rinuncia quasi completamente alla finzione e mette il lettore davanti a una verità emotiva molto nuda, persino scomoda. In un’epoca in cui spesso ci si protegge dietro l’ironia o la costruzione narrativa, quanto è stato difficile esporsi così radicalmente? E pensa che oggi la letteratura abbia ancora il coraggio di “dire tutto”, anche a costo di destabilizzare?

“Secondo me è possibile ed è anche il campo editoriale a dimostrarlo: il racconto del disagio, anche violento, interessa molto. Il discorso sulle terapie e sul disagio va raccontato per quello che è, altrimenti le persone non ci credono. Sono cose che vivono in tanti, o in prima persona o indirettamente attraverso i familiari. Si spera che la letteratura, creando una narrazione, possa fare stare meglio le persone che quel disagio lo vivono”.

Ti senti di aver creato un varco verso una narrazione diversa della malattia mentale?

“Io non riesco a sentirlo davvero, però penso che molte persone si siano aggrappate al mio libro per mettere in evidenza il fatto che oggi ci sia il bisogno di parlare di questi temi in modo chiaro. Non è il libro in sé il punto, ma il fatto che possa far emergere qualcosa di immenso. Però la malattia ti può spingere a perdere tantissimo tempo dietro ciò che non esiste. Anzi, la maggior parte delle volte è così. Tutto quello che la malattia mentale ti sta dicendo molto spesso è irreale e per questo bisogna pensare di più a come certe psicosi si instaurano, non tanto ai contenuti. Perché se io inizio a interpretare quello che vedo e sento diventa pericoloso. Io sono uno psicotico e questo può essere un rischio: scavare troppo”.

Nel libro emerge spesso l’idea che la malattia non sia qualcosa di esterno da combattere, ma una parte di sé con cui si è costretti a convivere. Lei ha raccontato che dopo Lo sbilico la sofferenza è persino aumentata. A quel punto che cosa rappresentano oggi le parole?

“Sono state un tentativo. Ma la malattia va verso quello che vuole lei e anche se ne scrivi o ne parli quei mostri ti riattaccano. Il fatto di condividerli non cambia davvero le cose”.

È forse qui che Lo sbilico colpisce più profondamente: nel rifiuto di trasformare il dolore in una favola di guarigione. Pierantozzi non offre consolazione né redenzione narrativa. Racconta invece la fragilità mentale come una zona instabile, uno “sbilico” permanente in cui realtà e irrealtà continuano a contaminarsi.

Nel silenzio attentissimo della sala Einaudi, l’impressione era quella di assistere non solo a una presentazione letteraria, ma a qualcosa di più raro: un tentativo collettivo di trovare parole nuove per dire ciò che, troppo spesso, resta impronunciabile.

Valeria Rombolá

Ermal Meta “Live 2026-Club” al Concordia

Lunedì 18 maggio, Ermal Meta tornerà a esibirsi nei principali club italiani con il suo tour “Live 2026-Club”, prodotto e organizzato da Friends & Partners. Sarà al teatro Concordia di Venaria, dove sarà possibile ascoltare il suo nuovo brano “Calma metafisica”.

Questa serie di concerti rappresenta un ritorno alla dimensione live più intensa e diretta, in cui il pubblico potrà confrontarsi da vicino con l’energia creativa dei nuovi brani e con il repertorio più amato dell’artista.

Tra le canzoni importanti in scaletta figurano “Stella stellina”, che racconta attraverso un testo poetico e mai retorico, in modo fortemente evocativo, la storia di una bambina palestinese che non ha volutamente un nome, diventando simbolo d’innocenza. Le sonorità mediorientali che caratterizzano la produzione curata da Ermal e Dardust ci trasportano in quella parte di mondo anche grazie all’utilizzo sapiente come L’oud, che contribuiscono a definire un impianto sonoro coerente con il racconto e capaci di rafforzarne l’impatto emotivo.

Mara Martellotta

Monumenti Aperti torna in Piemonte

Trentesima edizione 23 e 24 maggio prossimi, occasione di un racconto collettivo del patrimonio italiano.

Nel 2026 torna per la sua trentesima edizione Monumenti Aperti, un’iniziativa che dalla Valle d’Aosta alla Sicilia apre grandi e piccoli tesori nascosti della penisola, sviluppando un racconto corale collettivo e condiviso, in cui monumenti e patrimoni diventano gratuitamente accessibili al pubblico grazie a guide d’eccezione. Ottocento sono i siti visitabili e i monumenti  distribuiti in diciotto regioni, per raccontare un Paese vivo, stratificato e ricco di storia.
In occasione di Monumenti Aperti 2026 sarà  possibile visitare la suggestiva Cavallerizza Caprilli, esempio straordinario di architettura Art Nouveau, situato in viale della Rimembranza, a pochi minuti dal centro storico e dalla stazione ferroviaria di Pinerolo. Costruita tra il 1909 e il 1910, rappresenta oggi il più grande maneggio coperto d’Europa e uno dei luoghi simbolo della tradizione equestre italiana, dedicata al capitano Federico Caprilli. Il monumento sarà aperto al pubblico sabato 23 e domenica 24 maggio con visite guidate dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18.
A trent’anni dalla sua nascita, l’anima di Monumenti Aperti rimane intatta.
Il progetto nasce a Cagliari per volontà di tre amici mossi dal desiderio di raccontare il proprio territorio, di renderlo accessibile e condiviso. Da quel gesto semplice e radicale insieme ha preso forma un percorso che, in tre decenni, ha coinvolto centinaia di Comuni e riaperto migliaia di monumenti, trasformando un’idea locale in una pratica nazionale. Oggi Monumenti Aperti rappresenta una pratica culturale che connette persone e territori, in cui il racconto si fa esperienza e la conoscenza nasce dalla partecipazione.
Da qui lo slogan della trentesima edizione “Generazione Monumenti Aperti. Un patrimonio di cultura, legami e memoria, una questione d’amore per la nostra terra” e l’immagine dell’opera di Maria Jole Serrell che l’accompagna “in tasca solo pezzi di casa” e una mission capace di rendere il patrimonio motore di inclusione attraverso iniziative per tutte le età, Cultura senza Barriere, Monumenti in Musica & Spettacolo e attività per famiglie e bambini.
Cultura senza Barriere promuove un accesso concreto e inclusivo, con percorsi dedicati, servizi gratuiti e il coinvolgimento di persone con disabilità come guide volontarie, affiancato da una mappatura dei livelli di accessibilità dei monumenti.  Monumenti in Musica& Spettacolo coinvolge, invece, scuole e realtà locali in performance artistiche e musicali, arricchendo le visite e trasformando il patrimonio in un’esperienza condivisa ed emozionale.

Mara Martellotta

Foto Imago Mundi ODV

Noemi Gabrielli, la custode invisibile di Torino

Durante il Nazismo salvo’ migliaia di libri proteggendo la memoria collettiva.

Ci sono storie che restano ai margini, eppure hanno contribuito in modo decisivo a costruire l’identità di una città. Torino è anche questo: un intreccio di vite femminili coraggiose e spesso poco raccontate, come quella di Noemi Gabrielli; donne che, in ambiti diversi, hanno saputo proteggere, innovare, resistere. Recuperare oggi le loro storie non è solo un atto di memoria, ma un modo per dare profondità al presente e riconoscere il valore di un’eredità culturale che continua a parlarci. Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre l’Europa bruciava sotto i bombardamenti e le città venivano distrutte, c’era anche chi combatteva una battaglia meno visibile ma altrettanto importante: salvare la cultura. A Torino, questo compito ebbe il volto e la determinazione di Noemi Gabrielli, funzionaria nelle biblioteche e storica dell’arte. Nata nel 1901 a Pinerolo, museologa, lavorava già da anni alla tutela del patrimonio quando la guerra cambiò tutto, le bombe non colpivano solo case e fabbriche, ma anche biblioteche e archivi. A questo si aggiungeva il rischio di razzie e distruzioni legate al nazismo che in tutta Europa aveva già preso di mira libri e opere d’arte. In quel contesto, la Gabrielli capì subito una cosa: bisognava agire in fretta, e lo fece. Organizzò lo spostamento di migliaia di volumi, tra cui manoscritti antichi e testi rari, lontano dalla città, in luoghi ritenuti più sicuri. Era un lavoro complesso e rischioso, i trasferimenti avvenivano sotto la minaccia dei bombardamenti e in un clima di incertezza continua. Eppure la Gabrielli andò avanti, assumendosi responsabilità dirette e prendendo decisioni rapide. Non si trattava solo di salvare oggetti, ma di proteggere una parte essenziale della memoria collettiva. Grazie a queste operazioni, migliaia di libri furono messi al sicuro. Alla fine della guerra, quando Torino iniziò lentamente a rialzarsi, quel patrimonio poté tornare nelle biblioteche. Un risultato concreto, che oggi appare quasi scontato, ma che allora dipese dalla determinazione di poche persone. Dopo il conflitto, Noemi Gabrielli continuò il suo lavoro nel campo della tutela artistica, contribuendo alla ricostruzione culturale del territorio piemontese. Morì nel 1979, senza mai cercare visibilità per ciò che aveva fatto. Oggi il suo nome è ricordato anche nel Giardino Noemi Gabrielli. Ma la sua storia resta ancora poco conosciuta. Eppure racconta qualcosa di molto attuale: nei momenti più difficili, difendere la cultura significa difendere l’identità di una comunità e a volte, per farlo, basta il coraggio di agire quando tutto intorno crolla. “Se dovessi rinascere mi dedicherei ancora con questo entusiasmo a questo lavoro” disse Noemi Gabrielli.

MARIA LA BARBERA

“COSE. Stanze come mondi”

Nell’ottocentesca “Villa Giulia” di Verbania, la “città giardino” sul Lago Maggiore dedica un’importante retrospettiva ad Alessandro Mendini

Dal 16 maggio al 27 settembre

Verbania

Una grandiosa (in tutti sensi) “Poltrona di Paglia”, che mi fa subito venire alla mente le “Big Benches” (“Panchine Giganti” panoramiche, oggi sparse in tutta Italia, la maggior parte in Piemonte), ideate dal designer automobilistico americano Chris Bangle quando insieme alla moglie, nel 2009, si trasferì nelle Langhe di Clavesana e proprio lì creò la sua prima “Panchina Gigante”. La “Panchina n. 1”. Correva l’anno 2010. Non una novità, se si pensa all’enorme “Poltrona di Paglia”, di cui sopra, progettata da Alessandro Mendini, era il 1974 (ben 35 anni prima!), tra i più geniali interpreti del “design” e dell’“architettura” del nostro Novecento, cui la Città di Verbania dedica nell’ottocentesca “Villa Giulia”, sul versante piemontese del Lago Maggiore, una prestigiosa retrospettiva, curata da Loredana Parmesani (con allestimento di Alex Mocika), e visibile da sabato 16 maggio a domenica 27 settembreBen 130 le opere in mostra, tra le più significative della sterminata produzione di Mendini (Milano, 1931 – 2019) e capaci di ripercorrere tutta la sua lunga carriera, dando voce e corpo ad un vasto arco cronologico che scorre dai primi passi nel “Radical Design” milanese degli anni Settanta fino alle più pronunciate “teorie post-moderne”, che ritroviamo anche nella sua collaborazione con l’Azienda “Alessi”, la cosiddetta “Fabbrica dei sogni”, che proprio nel Verbano-Cusio-Ossola (precisamente ad Omegna, dove fu fondata nel 1921 da Giovanni Alessi) ha la sua sede operativa.

Organizzata dal “Comune di Verbania”, in collaborazione con l’“Archivio Alessandro Mendini (Elisa e Fulvia Mendini)”, il Patrocinio di “Regione Piemonte” e “Provincia del Verbano-Cusio- Ossola” (insieme ad altri numerosi Enti ed Istituzioni), la rassegna segue fedelmente un particolare “percorso espositivo” che si snoda lungo un allestimento modulato sulla struttura interna di “Villa Giulia”. In cui s’affiancano, per l’appunto (per dirla con il titolo della stessa mostra), “Cose” che guardano – in un gioco ludico fatto di alta maestria ma anche di sottile ironia e non poca visionarietà – alle “Stanze come mondi”.  Ogni stanza, infatti, é dedicata a un capolavoro di Mendini, scelto in collaborazione con le figlie Fulvia ed Elisa.

In mostra, ci si muove dunque dalla famosa “Poltrona di Paglia” del 1974, progettata per dichiarare quanto il “design” possa essere non solo creazione di “oggetti utili”, ma anche “strumento di provocazione, sensibilizzazione e attivismo sociale”, alla “Poltrona di Proust” del 1978, dedicata allo scrittore francese e a metà tra “Rococò” e “Puntinismo”; dal “Divano K2”  per “A LOT OF Brazil” (importante industria di “design” brasiliana) del 2013 – omaggio ai riferimenti artistici a lui più vicini, quali De ChiricoSavinioCarràKandinskijFuturismo e le avanguardie storiche del tempo – al “Mendinigrafo” del 1985, una sorta di “normografo” o “strumento da disegno” in legno che racchiude i segni e i decori caratterizzanti la sua produzione, fino al “100% Make up” di “Alessi” del 1992, una “Collezione di 100 vasi in porcellana” con il coperchio disegnato da Mendini, ma decorati da altrettanti artisti, architetti e “designer” internazionali. E tant’altro, ancora, di imprevedibile e geniale creatività. Ciascuna opera, inoltre, ci appare accompagnata da disegni, oggetti, dipinti e testi che ne spiegano la genesi e ne sottolineano la collocazione storica e l’importanza estetica.

Sottolinea la curatrice, Loredana Parmesani“In ogni spazio, l’oggetto iconico dà il via a un racconto progettuale ed emozionale che si sviluppa in un percorso fatto di oggetti, disegni, fotografie, scritti che sostengono la peculiarità teorica e formale dell’argomento affrontato. Perché le stanze? Perché le stanze come mondi? Perché le stanze sono state uno dei fili conduttori della sua ricerca. La stanza, a lui così cara, è luogo della riflessione, del riposo, della quiete, del lavoro ma anche il luogo della turbolenza, dell’inquietudine che può divenire anche prigione da cui fuggire grazie all’immaginazione”.

Particolarmente intenso e fecondo anche l’estroso lavoro di “architetto” di Mendini che, insieme al fratello Francesco e con il loro “Atelier”, ha dato vita a innumerevoli progetti in Italia e nel mondo, dalle “Fabbriche Alessi” a Omegna alla “Piscina Olimpionica” di Trieste e alle stazioni della “Metropolitana” a Napoli, fino, in estrema sintesi, al “Museo di Groningen” in Olanda, a un quartiere di Lugano in Svizzera, a un “Palazzo Commerciale” a Lörrach in Germania e, in Corea del Sud, alla “Torre Osservatorio” di Suncheon.

Gianni Milani

“COSE. Stanze come mondi”

Villa Giulia, corso Zanitello 10, Verbania; tel. 0323/503249 o www.viviverbania.it

Dal 16 maggio al 27 settembre

Orari: dal lun. al ven. 10,30/13 e 16/19; sab. e dom. 11/19

Nelle foto: Alessandro Mendini seduto sulla “Poltrona di paglia”, 1974 (Ph. Enrico D. Bona); “Poltrona di Proust”, 1978 (Ph. Carlo Lavoratori); “K2 Amazzonia”, 2013 (“Archivio Alessandro Mendini”); “100% Make Up, Alessi”, 1992 (“Archivio Alessandro Mendini”)

I colossi senza volto

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Ai fini della nostra rubrica è del tutto inutile ricostruire le vicissitudini cronologiche di etichette storiche e di autentici giganti del mercato discografico statunitense, tale è la loro importanza, ben consolidata in decenni e decenni di produzioni musicali. E’ il caso per esempio di “ABC Records”, di cui delineiamo esclusivamente i passaggi di proprietà. Fondata a New York nel 1955, faceva risalire la propria denominazione alle acquisizioni di Edward J. Noble degli anni Quaranta, sotto il nome “American Broadcasting Company”. Al 1955 in realtà risaliva la fusione di American Broadcasting con Paramount Theatres, con nome definitivo “ABC-Paramount”. La forma “ABC-Paramount Records” si assestò nel 1961, con il consolidamento della sottoetichetta “Apt Records” che svanirà nel 1972. La denominazione ufficiale “ABC Records” si definì nel 1966 e il gruppo protrasse la sua attività fino al 1979, anno in cui sopraggiunsero i primi “colossi senza volto” e fu acquisito da “MCA Records”, che a sua volta venne assorbito dal gigante “Universal Music Group” nel 1996.

Data la vastità del catalogo “ABC Records”, si elencano qui di seguito i soli 45 giri di garage e psychedelic rock del periodo 1966-1969:

– THE SPATS “She Done Moved / Scoobee Doo” (10790) [1966];

– THE TROLLS “Every Day And Every Night / Are You The One?” (10823) [1966];

– THE FREE SPIRITS “Tattoo Man / Girl Of The Mountain” (10872) [1966];

– THE SPRINGFIELD RIFLE “The Bears / There Is Life On Mars” (10878) [1966];

– SOUNDS UNLIMITED “Nobody But You / Why Doesn’t She Believe Me” (45-10803) [1966];

– THE SCOUNDRELS “Up There / Devil’s Daughter” (45-10834) [1966];

– THE MERRY DRAGONS “Universal Vagrant / Smokey” (45-10838) [1966];

– THE ROEMANS “Pleasing You Pleases Me / All The Good Things” (45-10871) [1966];

– THE TROLLS “Something Here Inside / Laughing All The Way” (45-10884) [1966];

– THE MAGPIES “Maisy / The Ballad Of Samuel Oscar Beasley” (10893) [1967];

– THE M.H. ROYALS “Tomorrow’s Dread / She’s Gone Forever” (10907) [1967];

– THE FREE SPIRITS “ I Feel A Song / Storm” (10915) [1967];

– FOREVER CHILDREN “Only The Rain / Merry Go-Round” (10974) [1967];

– THE BASEMENT WALL “Never Existed / Taste Of A Kiss” (45-2109) [1967];

– THE SCOUNDRELS “Easy / The Scoundrel” (45-10892) [1967];

– THE TROLLS “They Don’t Know / There Was A Time” (45-10916) [1967];

– THE TROLLS “Baby, What You Ain’t Got (I Ain’t In Need) / Who Was That Boy?” (45-10952) [1967];

– THE M.H. ROYALS “Old Town / Now She’s Crying” (45-10957) [1967];

– THE MYSTIC CRASH “The Love-in Kind / To Kathleen” (45-11012) [1967];

– THE CANDYMEN “Deep In The Night / Stone Blues Man” (45-11023) [1967];

– THE MYSTIC CRASH “The Sun Is Just A Hole In The Sky / Land Of Love” (45-11069) [1967];

– SALVATION “Think Twice / Love Comes In Funny Packages” (11025) [1968];

– THE CANDYMEN “Ways / Sentimental Lady” (11048) [1968];

– THE FRATERNITY OF MAN “Don’t Bogart Me / Wispy Paisley Skies” (11106) [1968];

– FORD THEATRE “From A Back Door Window (The Search) / Theme For The Masses” (1118) [1968];

– THE CANDYMEN “It’s Gonna Get Good In A Minute / Go And Tell The People” (11141) [1968];

– THE FUN BAND “Welcome To The Circle / It’s Good” (11159) [1968];

– GLAD “Johnny Silver’s Ride / Love Needs The World” (11163) [1968];

– EDEN’S CHILDREN “Goodbye Girl / Just Let Go” (45-11053) [1968];

– ILL WIND “Walkin’ And Singin’ / In My Dark World” (45-11107) [1968];

– GRAFFITI “He’s Got The Knack / Love In Spite” (45-11123) [1968];

– BIT ‘A SWEET “2086 / A Second Time” (45-11125) [1968];

– WOOL “Combination Of The Two / The Boy With The Green Eyes” (11167) [1969];

– THE CANDYMEN “Lonely Eyes / I’ll Never Forget” (11175) [1969];

– PUZZLE “Hey Medusa / Make The Chidren Happy” (11181) [1969];

– THE NEAL FORD FACTORY “You Made Me A Man / I’ve Got To Find Me A Woman “ (11184) [1969];

– WOOL “Love, Love, Love, Love, Love / If They Left Us Alone Now” (11190) [1969];

– FORD THEATRE “Wake Up In The Morning / Time Changes” (11192) [1969];

– TR-5 “What Goes Up (Must Come Down) / Over And Over” (11196) [1969];

– THE EVER-GREEN BLUES “Don’t Mess Up My Mind / Funky Woman” (11198) [1969];

– GLAD “Let’s Play Make Believe / No Ma, It Can’t Be” (11199) [1969];

– THE GREAT TRAIN ROBBERY “(Heartless) Hurdy Gertie / Wasted” (11206) [1969];

– STRANGE BREW “Union Man / I Can Hardly Wait To Live” (11217) [1969];

– THE GREGORIANS “Dialated Eyes / Like A Man” (11225) [1969];

– BLUES MAGOOS “Heartbreak Hotel / I Can Feel It (Feelin’ Time)” (45-11226) [1969];

– FORD THEATRE “I’ve Got The Fever / Jefferson Airplane” (11227) [1969];

– BLUES MAGOOS “Never Goin’ Back To Georgia / Feelin’ Time (I Can Feel It)” (11250) [1969].

Gian Marchisio

Regie Armonie lungo la via Francigena

La rassegna musicale il 23 e 24 maggio raddoppia la sua proposta settimanale con due appuntamenti a Sant’Ambrogio e Sant’Antonio di Ranverso

Il 23 e 24 maggio prossimi la rassegna musicale “Regie Armonie lungo la via Francigena” raddoppia la sua proposta settimanale con due concerti, il 23 maggio alle 21 a Sant’Ambrogio e il 24 maggio alle ore 17 a Buttigliera Alta.
Il 23 maggio alle ore 21, con il patrocinio e sostegno del Comune di Sant’Ambrogio di Torino e la partecipazione della parrocchia di San Giovanni Vincenzo, la stagione proseguirà a Sant’Ambrogio nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Vincenzo in piazza San Giovanni Vincenzo 2 con un concerto con protagonisti l’organista Stefania Mettadelli e Isabella Stabio ai sassofoni.
Il programma è  molto ricco  e comprende il Concerto in Do Minore di Domenico Cimarosa ( 1749-1801), la Fantasia  n. 2 in La minore TWV per sax solo di Georg Philipp Telemann (1681-1767), la Sonata in Fa Maggiore  di Gaetano Donizetti ( 1797-1848), il Concerto per oboe in Mi bemolle maggiore di Vincenzo Bellini ( 1801-1835), la Sortie in Mi bemolle  di Louis James Alfred Lefébury Wély e il Salut d’amour  di Edward Elgar, Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e Tradizionale Irlandese ‘Believe me’ e la Fantaisie Op. 89 di Jean Baptiste Singelée.
La chiesa parrocchiale di San Giovanni Vincenzo, costruita tra il 1759 e il 1763 dall’architetto Bernardo Vittone, presenta sul lato destro un imponente campanile romanico dell’anno Mille, già edificato quando l’imperatore Federico Barbarossa concesse in investitura all’abate della Sacra il territorio di Sant’Ambrogio.

Il 24 maggio alle 17 le Regie Armonie approderanno in Strada Antica di Francia, nella precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, a Buttigliera Alta, con Les Violes du Roi, con Angelo Lombardo alla viola da gamba, Virginia Ghiringhelli e Eleonora Ghiringhelli alla viola da gamba, e Davide Stefanelli al clavicembalo. L’iniziativa si avvale della partecipazione dell’Ordine Mauriziano, del patrocinio e del sostegno del Comune di Buttigliera  Alta, della partecipazione del Club Rotary Rivoli e Valsusa.

Si tratterà di una giornata in cui, con la  Sagra del Canestrello e del Cioccolato di Buttigliera Alta, rivivrà tutta l’area della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso , dall’Ospedaletto ai giardini circostanti l’abbazia. Fin dal mattino saranno presenti banchi con esposizioni di eccellenze legate al tema gastronomico e a prodotti tipici artigianali della valle di Susa. Dalle 9.30 alle 17 si terranno visate guidate alla chiesa abbaziale, con particolare attenzione agli affreschi di Giacomo Jacquerio, il maggior rappresentante della pittura tardo gotica in Piemonte.

Mara Martellotta

“La fortuna di essere irrilevanti” di Armando Matteo

 

L’intervento di domenica alla Casa della Madia ha avuto come ospite Armando Matteo, teologo, sacerdote e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede. Al centro della conferenza c’è stata una constatazione netta, forse già avvertita da molti cristiani: la Chiesa, almeno nel mondo occidentale, ha progressivamente perso centralità nella vita delle persone.

Non si tratta solo di notare chiese meno piene, giovani meno presenti o sacramenti vissuti sempre più come dei passaggi sociali. Il problema è più profondo: quando le persone, oggi, si domandano come vivere bene, come essere felici, come orientarsi dentro le scelte quotidiane della vita, quasi mai pensano alla preghiera o alla parola di Gesù.

La vera ferita è constatare che Gesù non viene più percepito come una risposta d’aiuto concreta e il problema è non riuscire più a mostrare che il cristianesimo ha ancora qualcosa da dire all’uomo moderno.

Eppure, secondo Armando Matteo, è proprio dentro questa perdita di valori che può aprirsi una possibilità: se la Chiesa non è più al centro, può smettere di difendere un’immagine di forza e iniziare a guardarsi con più verità, chiedendosi come tornare ad essere fedele al Vangelo.

Il mondo è cambiato e l’Occidente non vive più dentro la stessa esperienza di povertà, fatica e penuria che ha segnato per secoli la storia umana. La vita si è allungata, la medicina ha ridotto molte sofferenze, la tecnologia ci ha donato del tempo, il cibo sulle nostre tavole è diventato abbondante e le possibilità di scelta sono aumentate.

Sono tutte conquiste importanti che non vanno disprezzate, ma hanno portato delle domande nuove. L’essere umano ha imparato per secoli a vivere nella mancanza, mentre oggi, invece, deve imparare a vivere, in modo equilibrato, nell’abbondanza.

E su questo punto che, forse, siamo tutti un po’ impreparati.

La Chiesa ha costruito gran parte della sua mentalità pastorale in un mondo segnato dalla sofferenza, dalla fame, dalla morte vicina. In quel contesto ha saputo offrire consolazione, conforto e speranza, mostrando un Dio vicino all’uomo ferito, capace di abitare anche lui la sofferenza.

Ma oggi questa parola, da sola, non basta più. Non perché il dolore sia scomparso, Il dolore esiste ancora e spesso assume forme nuove e silenziose.

Non basta più perché l’uomo contemporaneo non cerca solo di esser consolato. Cerca un senso per poter vivere bene la libertà, il benessere, il tempo a disposizione e le possibilità di scelta che ha ogni giorno.

Se la Chiesa continua a parlare come se il mondo fosse soltanto una valle di lacrime, rischia di non incontrare più la vita reale delle persone.

Armando Matteo sottolinea come il mercato odierno abbia colto bene il bisogno delle persone, parlando ai loro desideri, spesso molto meglio di quanto riesca a fare la Chiesa.

La risposta cristiana, però, si colloca nell’aiutare l’uomo a vivere serenamente e in equilibrio, senza essere dominato dal desiderio e senza ridurlo a consumo.

Richiamando il cuore del Vangelo, la vita diventa piena non quando viene trattenuta, ma quando viene donata. La gioia non nasce soltanto dal ricevere, dal possedere, dall’avere di più, ma dal trasformare la propria vita in bene per qualcun altro.

L’uomo, dice Armando Matteo, ha una struttura samaritana. È capace di fermarsi, di perdere tempo, energie e denaro per il bene altrui e in questa capacità di saper donare si può vivere una gioia diversa, più profonda di quella promessa dal consumismo.

Questa è forse la differenza cristiana da riscoprire oggi: non una vita triste e fatta di mera consolazione, ma un’esistenza bella, proprio perché capace di esprimere fraternità, cura e responsabilità.

Un periodo di marginalità può diventare davvero un momento di fortuna, perché può donare alla Chiesa la libertà di deludere coloro che vorrebbero soltanto conservare ciò che si è sempre fatto: il cambiamento si colloca proprio nel poter tornare al centro del Vangelo, senza dover difendere il centro della scena.

Mostrando, con umiltà e coraggio, che Gesù ha ancora qualcosa da dire all’uomo contemporaneo, non solo quando soffre, ma anche quando ha tutto e non sa più come vivere.

IRENE CANE