CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Fino all’1 febbraio le iscrizioni al Valsusa Film Fest

Il Valsusa Film Fest raggiunge il traguardo della 30esima edizione confermandosi come un festival cinematografico di comunità capace di animare un’intera valle con concorsi, proiezioni ed eventi dedicati all’impegno civile, all’ambiente e alla memoria storica. Il concorso cinematografico è articolato in sei sezioni, di cui fanno parte Cortometraggi, Disertare, Fare memoria, Le Alpi, Videoclip musicali, Green screen. Il festival avrà luogo nei mesi di marzo e aprile, e le iscrizioni sono aperte fino all’anno febbraio prossimo. Una dedica speciale è riservata a Fabrizio De André, cantore e poeta degli ultimi, traendo ispirazione dal suo immaginario e dai temi universali che ha trattato e che hanno reso la sua oper aun riferimento culturale ed etico. Il Valsusa Film Fest compie trent’anni e ha pubblicato sul sito valsusafilmfest.it il concorso cinematografico della sua 30esima edizione, che rappresenta un traguardo importante per un festival nato nel 1997 e diventato un punto di riferimento per tutta la comunità valsusina, e per tanti autori che si sono serviti del cinema per narrare i cambiamenti sociali, l’ambiente, i diritti, il territorio e la memoria. I trent’anni di festival costituiscono un percorso culturale e civile che ha coinvolto diverse generazioni di studenti, spettatori, artisti e volontari, e che prosegue con lo stesso spirito originario, quello di promozione della cultura, di stimolo del pensiero critico, di costruzione di comunità consapevoli e racconto dei cambiamenti sociali e politici contemporanei. Anche quest’anno, cuore del Valsusa Film Fest è il concorso cinematografico aperto ad autori emergenti e professionisti. La novità di questa edizione è rappresentata dalla sezione Disertare, proposta in collaborazione con l’Associazione Vittime civili di guerra, della sezione Piemonte-Valle d’Aosta, dedicata ad opere che raccontino testimonianze di non violenza, antimilitarismo, disobbedienza civile, con particolare attenzione al tema contemporaneo delle spese militari attuali. Si tratta di una sezione che dialoga con la dedica a Faber e con l’identità civile del Festival.

La sezione Cortometraggi è a tema libero e accoglie i film di finzione con durata massima di 10 minuti. La sezione Fare memoria è realizzata in collaborazione con ANPI Valle di Susa e invita al racconto della Resistenza e dei suoi valori reinterpretati nella contemporaneità. La sezione Le Alpi porta a esplorare la montagna come luogo di comunità, ambiente e avventura, con filmati che possono avere u a durata fino a 30 minuti. Infine la sezione Videoclip musicali premia originalità musicale e visiva, e quella Green screen dà voce a opere che hanno come tematica la sostenibilità ambientale e le urgenze climatiche, che riguardano il presente e il futuro del pianeta.

Per partecipare è necessario registrarsi sulla piattaforma dedicata: concorsi.valsusafilmfest.it, dove si potrà caricare la propria opera fino alle ore 24 dell’1 febbraio prossimo.

Mara Martellotta

Villa Mussolini di Riccione risorge in nome dell’arte

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
La villa  dove Mussolini e la famiglia a partire dal 1932 passavano le vacanze marine rinascerà a nuova vita. Dopo varie vicende nel 1979 la giunta comunista di Riccione pensò bene di demolirla e di farne un parco, in vero stile sovietico, ma il progetto demolitorio non venne realizzato. Nel 1997 la villa venne acquistata dalla Cassa di Risparmio di Rimini. Il Comune con una  delibera che suscitò aspre discussioni cambiò il nome originario di Villa Margherita in Villa Mussolini, trasformandola in sede di mostre e nel 2005 venne riaperta dopo i restauri. A margine dell’incontro torinese con Giordano Bruno Guerri è stato annunciato che il collezionista d’arte ed ex parlamentare Massimo  Massano, editore  tra il resto di “Torino cronaca“, intende realizzare una mostra permanente di opere d’arte nella villa di Riccione  con particolare riferimento al Futurismo. Una buona notizia. Giovanni Agnelli volle a Venezia una grande mostra dedicata al Futurismo  che consentì di superare il blocco renale critico nei confronti del movimento artistico e letterario più  importante del ‘900 italiano. Massano da uomo di cultura aperto e ad sensibile intende fare qualcosa di molto importante che va ben oltre la tomba di Predappio anche perché il fascismo è stato anche cultura, come dimostrano Gentile, Bottai, Marinetti e tanti altri che poi diventarono antifascisti e comunisti dopo aver indossato la camicia nera ed aver vinto i Littoriali della cultura. Ricordiamo il primis il prof . Luigi Firpo che scrisse addirittura una poesia dedicata al duce e produsse articoli antisemiti. Poco a poco i tasselli storici si ricompongono e per merito di storici come de Felice e Guerri la verità rispunta a galla, consentendo ai giovani ciò che fu vietato alla nostra generazione  a causa dei tanti Savonarola antifascisti che hanno impedito di studiare e anche solo di parlare.

Con Caravaggio il via ai festeggiamenti per il ventennale del Forte di Bard

Al complesso fortificato della Vallée trionfa il “San Giovanni Battista-Borghese” opera tarda del grande Maestro lombardo

Fino al 6 aprile

Bard (Aosta)

Un lungo viaggio. Dalla capitolina “Galleria Borghese” ai circa cinquecento metri di altitudine del valdostano “Forte di Bard”. Grande protagonista e primattore della Festa (oltre Cinquecento le persone intervenute) tenutasi in occasione delle celebrazioni del Ventennale di attività del sabaudo “complesso fortificato”, nuovo “polo culturale” delle Alpi occidentali, è stato il celebre “San Giovanni Battista” o “Buon Pastore”, fra le ultime opere realizzate da Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610), massimo esponente della rinascimentale “Corrente naturalistica moderna”, contrapposta ai raffinati virtuosismi di “Manierismo” e “Classicismo”, nonché vigoroso sublime precursore della sensibilità barocca. Datato probabilmente intorno al 1610, ed eseguito dunque a pochi mesi dalla scomparsa, a soli 38 anni al termine di una vita “balorda” ed irrequieta, del pittore lombardo, il quadro (dato in prestito al “Forte” dalla “Galleria Borghese” di Roma) era con ogni probabilità una delle tre opere che Caravaggio portava con sé nell’ultimo drammatico viaggio da Napoli a Roma – con la speranza di ottenere la grazia dalla condanna a morte inflittagli da Papa Paolo V per l’omicidio di tal Ranuccio Tomassoni, suo rivale in amore, omicidio compiuto semplicemente, si racconta, per un “fallo” al gioco della pallacorda – e terminato invece con la sua prematura morte a Porto Ercole.

Opera intensa, quella in mostra al “Forte di Bard” fino a lunedì 6 aprile, che racconta in veste inedita ed essenziale, in un inquietante passionale rincorrersi di luci e ombre, la figura del Santo, privando il giovane martire dei soliti ripetitivi attributi iconografici (la ciotola d’acqua o favo di miele, l’agnello, il lungo bastone sormontato dalla croce e dalla scritta Ecce Agnus Dei, fino in più casi alla testa mozzata e posta su un vassoio) per proporcelo nella figura assorta di un giovane Pastore affiancato da un montone/ariete (molteplici, in ciò, le interpretazioni critiche) ritratto nell’atto di rosicchiare alcune foglie di vite e rivolto verso l’interno di un dipinto che ci offre una nuova visione del Santo “congelato – secondo lo storico dell’arte Eberhard Konig – nella vaga malinconia di colui che tace e medita in attesa del Verbo”.

“Capolavori al Forte” – Con il “San Giovanni Battista – Borghese” del Caravaggio prende il via il progetto triennale “Capolavori al Forte” (promosso con la collaborazione di “MondoMostre” e della “Galleria Borghese” di Roma) che vedrà alternarsi ogni anno, sino al 2028, un grande capolavoro dell’arte italiana all’interno della ex “Cappella militare”. Obiettivo: la volontà di valorizzare opere uniche, rispecchianti non solo il genio di grandi Maestri italiani ma anche “storie e iconografie eccezionali”.

Spiega, in proposito, la presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery:  “Per onorare nel migliore dei modi questa tappa importante della seconda vita del Forte di Bard, trasformato da fortezza di difesa a luogo di arte e cultura, abbiamo pensato, come primo ‘ospite’ ad un artista capace di esprimere in modo significativo e universale la qualità e l’importanza delle opere che dal Rinascimento all’epoca moderna il mondo ci invidia; la risposta unanime nella scelta è stata Caravaggio”.

“Lux in tenebris” – Appuntamento di grande interesse, sempre collegato alle celebrazioni del Ventennale e all’esposizione del Caravaggio, è anche l’omaggio musicale dedicato al grande artista e in programma domenica 18 gennaio (ore 15,30) nella “Sala Olivero” del “Forte”, con il concerto “Lux in tenebris” dell’Ensemble vocale chivassese de “Gli Invaghiti”. L’organico vocale e strumentale sarà ricco e variegato, suddiviso in tre momenti caratterizzanti la vita dell’artista, attraverso la propria formazione a Milano, Roma e Napoli. Ad arricchire il contesto culturale del concerto, saranno proposti anche alcuni “madrigali” che lo stesso Caravaggio ha dipinto sulle varie versioni del “suonatore di liuto”. Il tema dei contrasti chiaroscurali, così come in ambito pittorico proprio del Caravaggio, verrà esaltato attraverso la riproposizione di brani che alternano tematiche sacre a quelle profane, in andamenti ritmici diversi fra loro.

Gianni Milani

“Capolavori al Forte: protagonista il Caravaggio”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino a lunedì 6 aprile

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lunedì chiuso

Nelle foto: Caravaggio “San Giovanni Battista” e opera in allestimento (Ph. Mauro Coen B.); “Gli Invaghiti”

Il colloquio di lavoro: debutta a Torino “Le faremo sapere”

 

Prove generali al teatro Agnelli il 16 gennaio prossimo e la prima nazionale a Modena il 18 gennaio

Il colloquio di lavoro non è mai stato così divertente. Il 16 gennaio prossimo, al teatro Agnelli di Torino, si terranno le prove generali di “Le faremo sapere”, il primo progetto di formazione teatrale che trasforma il tema dei colloqui di selezione in una commedia coinvolgente, abbinata a un seminario formativo interattivo. L’evento torinese, riservato agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori della città, rappresenta un momento d’orgoglio per il capoluogo piemontese: la produzione è infatti totalmente torinese. Prima che il progetto inizi il suo tour nazionale, con tappe a Modena, Parma e Milano, si è voluto partire proprio da Torino. “Le faremo sapere” è un progetto di didattica integrata prodotto da You-Mans Italia, dove formazione e intrattenimento si fondono in un’esperienza divertente e inedita. La struttura prevede 90mminuti di commedia seguiti da 60 minuti di formazione interattiva con l’utilizzo dei telefoni in platea, più podcast formativi scaricabili con qrcode.

“Vogliamo rovesciare gli stereotipi più classici sul colloquio di lavoro – spiega Andrea Romanelli, ideatore del progetto e direttore delle Risorse Umane – il colloquio non è l’audiolibro del vostro curriculum, ma un momento di verità dove forza e fragilità emergono sempre, e imoarare ad affrontarlo può cambiare la vita di questi ragazzi”.

Attraverso una storia forte, personaggi interessanti e tante risate, la commedia racconta le difficoltà di una giovane donna e un giovane uomo alle prese con un difficile colloquio di lavoro, che per magia dovranno fare e rifare un giorno dopo l’altro. Alla fine i due giovani impareranno ad affrontare un colloquio di selezione e qualcosa di molto importante su loro stessi. Tra i protagonisti anche un robot barista, il cui unico sogno è quello di poter fare colloqui di lavoro. È lui il narratore della storia, che guiderà il pubblico tra sogni rivelatori, il,confronto don due amici reclutatori, la possibilità di un amore e molte risate.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra Andrea Romanelli, l’autore Zelig Bruno Furnari e lo sceneggiatore cinematografico Mario Mucciarelli, tra le cui opere recenti figurano una biografia su Woody Allen e la sua attività di podcaster per il programma “Non c’è niente da ridere”. In scena Nicola Coradazzi, Roberta Marotta e Luca Pallaro. Luci e scenografie di Davide Allena, costumi di Dario Bellotti, aiuto regia di Giorgio Andolfatto.

Eventi: giovedì 15 gennaio ore 14.30 al teatro Agnelli – evento riservato a Enti, dirigenza scolastica e stampa – venerdì 16 gennaio ore 9.30 – prove generali per le Scuole Superiori di Torino. Posti ancora disponibili.

Mara Martellotta

Il Polo del ‘900 compie 10 anni guardando al futuro

Il 2026 rappresenta un grande traguardo per il Polo del ‘900, che compie 10 anni e che festeggia il rinnovo per i prossimi 50 anni, con l’approvazione dello statuto fino al 2075. Lo sguardo al futuro è rivolto al 2028, in quanto sono state approvate le linee strategiche del prossimo triennio, avviando un nuovo ciclo dopo il primo decennio di vita. Al centro del prossimo triennio c’è una parola chiave, un argomento da indagare e sviscerare e di cui trattare: il potere. La nuova programmazione parte da questo tema è approfitta di due ricorrenze importanti per sviluppare il discorso sul potere, con la partecipazione di 26 Enti al Polo del ‘900. L’80esimo anniversario del triennio 1946-1948, quando nacquero la Repubblica Italiana, la Costituzione e una nuova idea di Europa, e cinquant’anni del triennio 1976 1978, caratterizzato da conflitti drammatici e da violenze contraddistinte dal processo a Torino alle Brigate Rosse, anni in cui la violenza è stata combattuta e si è rafforzata la democrazia. Un’altra linea di esplorazione sarà quella riguardante il rapporto tra media, informazione, potere e cittadinanza, con un focus sul modo in cui i processi di produzione e circolazione delle notizie incidono sull’opinione pubblica, sulla percezione della realtà e sulla qualità della vita democratica. Tra gli altri temi figurano quelli dell’Europa e dell’intelligenza artificiale. Da quest’anno all’interno del Polo sarà creata un’area apposita per la ricerca, la creazione e il consolidamento di una rete di partner europei con cui costruire progetti comuni, promuovendo una ricerca di memorie diverse e non condivise. L’IA riguarda il patrimonio archivistico del Polo, che lavorerà per potenziare i sistemi di elaborazione basati sull’intelligenza artificiale. I prossimi tre anni.

I prossimi tre anni saranno segnati dai percorsi di valorizzazione dei due palazzi juvarriani sede del Polo. Questo permetterà alla cittadinanza di viverli e frequentarli godendo di un programma culturale che si terrà all’interno del cortile a partire dalla prossima estate.

Mara Martellotta

Istituto Italiano di Cultura di Parigi: focus sul teatro Stabile di Torino

Ha riscosso un notevole successo il primo appuntamento del focus che l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi ha deciso di dedicare al Teatro Stabile di Torino  e in particolare al suo direttore artistico junior, Diego Pleuteri.
Martedì 13 gennaio scorso è  andata in scena la pièce scritta da Pleuteri, diretta da Leonardo Lidi, regista residente del TST, e interpretata da Alessandro Bandini e Adolfo De Vreese. Si è trattato di una commedia sull’amore nel XXI secolo che, forte del successo riscosso in Italia negli ultimi due anni, si è affacciata per la prima volta sulla scena europea, raggiungendo la capitale francese.
Questo speciale capitolo di programmazione, dedicato ai talenti emergenti della produzione teatrale italiana,  porterà a giugno nei saloni aulici dell’Hotel de Galliffet, storica sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, altri due testi di Pleuteri, “Tutto in me è amore” il 9 giugno prossimo , scritto in occasione del centenario della morte di Piero Gobetti, prossimo al debutto torinese del 27 gennaio, e “Madri” (17 giugno), già vincitore del Premio Internazionale per la drammaturgia Eurodram.
Sempre a giugno sono previsti due appuntamenti dedicati a Matthias Martelli e Dario Fo, di cui nel 2026 si celebra il centenario della nascita, con lo storico allestimento di “Mistero Buffo” ( 10 giugno) e la nuova produzione del TST Lu Santo Jullàre Françesco (11 giugno), realizzato per gli ottocento anni del patrono d’Italia.

Mara   Martellotta

Dal ghetto di Terezín al palcoscenico

L’ opera simbolo di speranza viene presentata nel Giorno della Memoria al Piccolo Regio Puccini con le giovani voci del Teatro Regio

“Brundibár”

Il Teatro Regio che, da anni, partecipa alle iniziative legate al Giorno della Memoria, propone sabato 24 e domenica 25 gennaio alle ore 16, un’opera per bambini dal titolo “Brundibár” di Hans Krása, su libretto di Adolf Hoffmeister, nella versione in lingua italiana di Clara e Daria Domenici.

Lo spettacolo sarà introdotto da una presentazione e da una proiezione del documentario “Terezín, la città che Hitler regalò agli ebrei”, a cura di Michele Bongiorno, con la regia di Jan Roncà. Lo spettacolo avrà una durata di un’ora e quindici minuti ed è rivolto ad un pubblico di bambini a partire dai dieci anni. Giovanissimi anche gli interpreti delle parti cantate, tutte scritte per voci bianche.

Brundibár va in scena al Piccolo Regio Puccini nell’ambito della stagione al Regio “In famiglia” sia sabato 24 sia domenica 25 gennaio alle ore 16 e in tre appuntamenti riservati alle scuole martedì 27, mercoledì 28 e venerdì 30 gennaio alle ore 10.30, quest’ultima data aggiunta a grande richiesta, dopo il tutto esaurito dei primi due.

A firmare la regia dello spettacolo è Matteo Anselmi, i costumi sono di Laura Viglione e leluci di Lorenzo Maletto. Il maestro Claudio Fenoglio accompagnerà al pianoforte, dirigendo i Solisti del Coro di Voci Bianche del Regio e il Coro di Voci Bianche del Teatro.

La produzione del Teatro Regio, realizzata interamente con i giovani Solisti del Coro di Voci bianche e il Coro di Voci bianche diretto da Claudio Fenoglio, rappresenta un progetto unico che celebra la musica come linguaggio universale e strumento di memoria. In scena i ragazzi non soltanto interpretano Brundibár, ma trasmettono anche una narrazione di speranza che coinvolge diverse generazioni.

La regia di Matteo Anselmi intreccia l’immaginario dell’infanzia con le sfide della realtà, trasformando lo spettacolo in un’esperienza intensa e formativa per il pubblico come per gli interpreti e mettendo in luce il talento e il lavoro dei giovani artisti del Regio. Si tratta di un’opera per bambini eseguita da bambini.

La memoria della Shoah ancora oggi evoca immagini terribili di prigionieri ridotti allo stremo, bambini con i numeri incisi sulla pelle, file interminabili di baracche, l’orribile scritta “Il lavoro rende liberi”, che sovrasta il campo di sterminio di Auschwitz. L’immensa macchina di annientamento nazista coinvolse anche altre realtà meno note, come il ghetto modello di Terezín ( Theresienstadt), dove l’apparente normalità celava un disegno atroce.

Questa fortezza, vicino a Praga, fu costruita nel 1780 dall’imperatore Giuseppe II come tributo alla madre Maria Teresa. Nel 1941 il governo nazista trasformò la città in un campo per ebrei ritenuti non idonei al lavoro forzato e destinati ai campi di sterminio. La città fortificata fu trasformata in un ghetto modello ma, nonostante un’apparente facciata di vita sociale e culturale, con spettacoli, concerti e rappresentazioni artistiche, al suo interno si consumavano  condizioni disumane di sovraffollamento, fame e malattia che causarono un numero impressionante di decessi. Dei 141mila prigionieri passati per Terezín, circa 33.500 morirono nel ghetto, la restante parte fu deportata verso i campi di sterminio. Tra i prigionieri  si contadino anche 15 mila bambini, di cui pochissimi sopravvissero.

Il ghetto accolse, oltre ai deportati provenienti da ogni angolo d’Europa, anche intellettuali e artisti di fama internazionale, scrittori, poeti, musicisti, attori e, contrariamente alle aspettative, l’attività culturale non si spense ma fu incoraggiata dai nazisti come mezzo di propaganda. Terezín divenne, tra spettacoli teatrali, opere e concerti, teatro di una resistenza creativa, in cui l’arte si contrapponeva alla disperazione.

Quando nel 1944 la Croce Rossa Internazionale effettuò un’ispezione programmata dalle autorità naziste, lo scopo era quello di mostrare un’immagine fittizia di normalità, negozi finti, scuole improvvisate e falsi spazi pubblici che furono allestiti per ingannare i visitatori. Terezín divenne persino oggetto di un documentario di propaganda dal titolo “ Il Führer dona una città agli ebrei”, che mostrava un’apparente vita serena. Ma Terezìn era solo una tappa verso l’abisso di Auschwitz. Lo scrittore e musicista Viktor Ullman descrisse questa lotta come il tentativo di “trovare ordine nel caos attraverso l’arte”.

Fra le creazioni artistiche più celebri nate a Terezìn spicca l’opera per bambini Brundibár,  composta dal musicista Hans Krása su libretto del poeta Adolf Hoffmeister.

Hans Krása, nativo di Praga, era un compositore di talento formatosi tra Parigi e Berlino, poi deportato a Terezín e quindi a Auschwitz,  dove perse la vita nel 1944. L’opera fu scritta nel 1938 per un concorso musicale, ma l’occupazione nazistane impedì l’esecuzione pubblica. La prima rappresentazione avvenne nel 1941 presso un orfanotrofio ebraico di Praga e successivamente fu eseguita più di cinquanta volte a Terezìn, divenendo simbolo di speranza e resistenza per i piccoli prigionieri, fatto rilevante Hoffmeister, l’unico sopravvissuto del cast iniziale. Invitato a Londra per ricevere un premio proprio per Brundibár, sfuggì all’arresto e alla deportazione. Il valore simbolico di Brundibár supera il contesto narrativo: l’opera, pur nella sua semplicità, rappresenta il trionfo della solidarietà e dell’innocenza contro l’oppressione e il male. Brundibár, figura subdola e ingannatrice, è spesso indicata come l’incarnazione del dittatore nazista, mentre i bambini riaffermano la loro dignità umana e la forza della speranza.

“In famiglia 2025-2026” presenta spettacoli, opere e concerto pensati per il pubblico più giovane e per i nuclei familiari con condizioni di biglietteria dedicate. Accanto a titoli inerenti a questa linea, sono proposte versioni pocket di capolavori di repertorio, per avvicinare al mondo del teatro musicale. Il prossimo appuntamento sarà con “Il Piccolo Principe”, opera per bambini di Pierangelo Valtinoni su libretto di Paolo Madron, in scena il 13,14, 15 e 22 marzo e il 18 e 19 di aprile prossimi.

Biglietti: ridotto under 16 – 10 euro / intero 20 euro. Con il carnet a libera scelta, sono proposti quattro spettacoli al costo totale di 80 euro. Il carnet include l’ingresso per un adulto e un bambino, consentendo di scegliere liberamente tra le varie proposte in cartellone. In vendita online e presso i punti Vivaticket

Info: www.teatroregio.torino.it – Teatro Regio – piazza Castello 215, Torino – telefono: 0118815241 – 8815242 – biglietteria@teatroregio.torino.it

Mara Martellotta

“Mondovisioni”. Per indagare il presente attraverso il cinema

A Cuneo torna, per il secondo anno, la rassegna documentaristica promossa da “NOAU – Officina Culturale”

Da martedì 20 gennaio

Cuneo

La serata inaugurale, martedì 20 gennaio (ore 20,30), propone al pubblico in anteprima italiana “The Life That Remains” della tunisina Dorra Zarrouk (Egitto/Arabia Saudita, 2024), racconto intimo e potente sulla fuga di una famiglia palestinese da Gaza, dopo l’inizio del conflitto seguito all’atto terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 (giorno del cinquantesimo anniversario dello scoppio della guerra arabo-israeliana del 1973), durante l’evento musicale di “Nova festival”.

La nuda cronaca e la potenza emotiva della narrazione cinematografica. Dal prossimo martedì 20 gennaio e ogni terzo martedì del mese fino a giugno, ritorna per il secondo anno presso il “Cinema Monviso” (via XX Settembre, 14) a Cuneo, “Mondovisioni”rassegna di sei tra i più appassionanti e urgenti documentari su “attualità”, “diritti umani” e “informazione”selezionati dal settimanale “Internazionale” e da “CineAgenzia” dai maggiori festival e proposti in esclusiva per l’Italia, in lingua originale con sottotitoli e accompagnati da talk con ospiti di respiro internazionale. La rassegna è promossa dalla cuneese “Noau – Officina culturale” di Piazzale della Libertà, con il patrocinio del “Comune di Cuneo” e il contributo di “Fondazione CRC”. L’ingresso alla singola proiezione costa 5 euro (possibilità di pagare in contanti o con “Satispay”, no bancomat). È possibile acquistare un abbonamento non nominativo per 6 film a 20 euro anziché 30. Coloro che sono in possesso di “buono digitale” possono convertirlo in abbonamento fisico la sera stessa. Apertura porte alle 20,15, inizio evento alle 20,30.

Al centro di tutte le proiezioni vengono affrontate, mettendo in relazione linguaggi artistici ed analisi critica, questioni centrali del nostro (spesso tormentato) tempo: conflitti armati, diritti umani, migrazioni, libertà di espressione, informazione e quant’altro.

Spiegano in proposito gli organizzatori: “Indagare il presente attraverso l’arte, creare spazi di visione critica e di confronto pubblico: è questa la traiettoria culturale di ‘NOAU’ che a Cuneo riporta, con questi chiari obiettivi, ‘Mondovisioni’. Il cinema non come semplice visione, ma come dispositivo per leggere il mondo contemporaneo”. Ogni serata è quindi pensata, in quest’ottica, come un momento di approfondimento condiviso, in cui il film apre uno squarcio riflessivo che prosegue, al termine della proiezione, nel dialogo con autori, studiosi, giornalisti, storici e testimoni diretti.

Sei opere cinematografiche, si diceva, spalmate nell’arco di sei mesi fino al prossimo giugno. Ogni terzo martedì del mese.

Al termine del primo docufilm “The Life That Remains” di Dorra Zarrouk, il talk curato da “NOAU” intreccerà cinema e poesia come “forme di resistenza”: interverranno infatti in videocollegamento il giornalista de “Il Manifesto” Mario Soldaini, curatore del volume “Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza” (“Fazi Editore”) e Haidar Al-Ghazali, poeta ventunenne di Gaza. A curare il dialogo fra i due, il film maker cuneese Andrea Ceraso.

Nel corso dei mesi successivi, “Mondovisioni” proseguirà lungo le vie tortuose del “presente” spostando lo sguardo sulle migrazioni al confine tra Polonia e Bielorussia (“The Guest”), sul sistema accademico globale (“The Shadow Scholars”), sulla libertà di espressione (“The Dialogue Police”), sulla “resilienza” raccontata attraverso lo sguardo di una giovanissima protagonista messicana (“Ninxs”) e su Cuba (“Night Is Not Eternal”).

Per maggiori info sulle proiezioni e per acquistare l’abbonamento scrivere a info@noau.eu o contattare il numero telefonico 324/5955585. Aggiornamenti sulle pagine “Facebook” ed “Instagram” di “NOAU – Officina Culturale”.

Gianni Milani

Nelle foto: Manifesto del primo film “The Life That Remains” e un momento di dialogo sul palco del “Cinema Monviso” – immagine di repertorio

 “Il lutto si addice ad Elettra”, per la regia di David Livermore al Carignano

Al teatro Carignano, mercoledì 21 gennaio prossimo, alle 19.30, debutterà la pièce teatrale “Il lutto si addice ad Elettra” su testo di Eugene O’Neill, per la traduzione e l’adattamento di Margherita Rubino e con la regia di Davide Livermore. Saranno in scena Paolo Pierobon, Elisabetta Pozzi, Linda Gennari, Marco Foschi, Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo e Davide Niccolini. I costumi sono di Gianluca Falaschi, le luci di Aldo Mantovani, le musiche di Daniele D’Angelo. Assistente alla regia Mercedes Martini. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Nazionale di Genova, rimarrà in stagione al Teatro Stabile di Torino fino al 25 gennaio prossimo.

Dopo aver messo in scena due anni fa l’Orestea, Livermore ha scelto il dramma di O’Neill, che costituisce un’interessante rilettura della trilogia di Eschilo, naturalmente aggiornata al Novecento e trasferita nell’America alla fine della guerra di secessione, con la psicanalisi freudiana che si sostituisce al giudizio degli dei, mentre il processo pubblico di Eschilo lascia il posto a un altro che si consuma nell’interiorità dei personaggi. Lo spettacolo si rifà a uno dei drammi simbolo della letteratura novecentesca, scritto nel 1931, che rappresenta un affascinante e inquietante viaggio tra mito archetipico e moderna psicanalisi, tra dramma borghese e tragedia classica. L’opera torna in scena a distanza di quasi trent’anni dal celebre allestimento di Luca Ronconi, datato 1997, che vedeva nel cast Elisabetta Pozzi nel ruolo di Lavinia, affidato in questo nuovo allestimento a Linda Gennari. In questa lettura di O’Neill l’attenzione del regista si è rivolta agli attori, calati in una scenografia fissa, uno spazio chiuso e profondo, con una regia semplice, asciutta, senza spettacolarità, quasi cinematografica.

“L’operazione di O’Neill – afferma David Livermore – è stata geniale. Fondare il teatro contemporaneo americano partendo dalla più grande trilogia della storia, di Eschilo, che parla alla contemporaneità in modo potente. Parla di eredità, di drammi e traumi familiari, anche a chi crede di non averne. Per me questo testo è l’affermazione della tragedia nella nostra epoca. La Tragedia non è qualcosa di immobile, si muove, si adatta in maniera plastica alla contemporaneità in cui viene riscritta. 2500 anni dopo, O’Neill non può non constatare il cambiamento della società, il senso collettivo non è più rappresentato dalla polis ma dall’individuo, ciascuno deve illuminare la propria strada ed essere tribunale di sé stesso. Nella tragedia di O’Neill, la componente freudiana si sostituisce alla presenza degli dei, e allora quel senso di giustizia assoluto e divino, cui tendeva il tribunale descritto da Eschilo, viene sostituito da un cammino di responsabilità personale che deve sorgere all’interno dello spettatore. Questa è la catarsi de ‘Il lutto si adduce ad Elettra’: l’indignazione, il rigore morale, la coerenza e il senso di azione che devono scaturire concretamente nella vita di ogni uomo. Pensiamo al coro, tanto potente nella tragedia classica: O’Neill prova a mantenerlo, ma non è più un coro che commenta, non più la collettività che giudica moralmente gli eventi. Quel che resta è poco più di un chiacchiericcio. L’Ottocento della fine della guerra di secessione, in cui è ambientato il dramma di O’Neill, perde i contorni per diventare una storia esasperata e amplificata. Abbiamo tolto la caratterizzazione storica a favore di quella psicologica dei personaggi, mettendo il fuoco sulla storia, le parole e le interpretazioni degli attori per uno dei migliori cast che ho avuto nella mia vita, fatto non solo di nomi, ma di interpreti che calzano perfettamente ai personaggi”.

Nell’edizione di Ronconi di trent’anni fa, Elisabetta Pozzi aveva vestito i panni di Lavinia, accanto a Mariangela Melato, straordinaria Christine.

Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino

Orari: mercoledì, giovedì, venerdì e sabato ore 19.30 / domenica ore 16.

Biglietteria: Piazza Carignano 6, Torino – 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Quanto è attuale, quanto è banale questo “Otello”

Repliche al Carignano sino a domenica 18 gennaio

In una recente intervista (a Silvia Francia, nelle colonne de La stampa), Giorgio Pasotti ha sottolineato come nel mettere in scena, per lo Stabile d’Abruzzo di cui è direttore, “Otello”, abbia “voluto rendere questa storia più vicina alle nuove generazioni, più comprensibile per loro”. Ovvero riproporre quel “dramma di passioni, gelosie e tradimenti” – ci verrebbe da dire, con “tutti i particolari in cronaca”, come Scola – che da quattro secoli calca i palcoscenici di mezzo mondo. Ovvero la decisione – squinternata, azzardata, sempre più personalistica – di sfrondare, di attualizzare – termine che ormai s’accomoda in tutte le stagioni teatrali -, di defraudare, là dove tutto fa rima con banalizzare: chiamando all’appello Dacia Maraini a comporre una nuova drammaturgia, con buona pace del vecchio Willy a “rimodellare” il testo. Qualsiasi testo, che di questi tempi ci siamo abituati a vedere ormai rivoltato come un calzino, contraffatto, ripensato a piacimento di qualcuno che dall’oggi al domani decide di prendere in mano le redini di uno spettacolo, rabberciato, confezionato secondo l’idea principe del momento: ma svilito per carità no, un capolavoro fatto a pezzi, smollito, confuso con un brutto esempio di tivù casalinga, su un palcoscenico come quello del Carignano, per la Stagione dello Stabile torinese (repliche sino a domenica 18), pare eccessivamente troppo.

Sfrondo che ti sfrondo, cambio che ti cambio, integro che ti integro, questo “Otello” pecca sin dall’inizio, pur ritrovandosi sempre inevitabilmente le patate bollenti dei femminicidi e della negritudine, da una locandina che recita “di” Shakespeare mentre dovrebbe avere il coraggio di denunciare quer pasticciaccio brutto con un più esplicito “da”, da un programmino di sala che, al di là delle dichiarazioni del metteur en scène, recita di una durata di due ore (percepite decisamente decisamente scarse) e di un intervallo che non s’è visto – mah! E allora ecco che si punta il dito e l’attenzione e si spiega a viva voce come il “Moro”, sul cui viso non c’è traccia di alcun nerofumo, sia veneziano a pieno diritto anche se mammà viene dal cuore del continente nero, come l’offeso papà della dolce Desdemona, ma altresì “snaturata e ribelle”, sia padre e padrone e soprattutto “razzista”, di chiaro stampo leghista del nordest, ecco che ti piomba sulla scena un doge tutto svolazzante, cinguettante tra qualche english word e del genere queer sin nelle midolla, freddimercureggiante con tanto di baffetti da riordinare con apposita spazzola e di unghie da abbellire con tanto di limetta. Mai dire mai (al peggio): per cui, per farci ben presente la universalità della vicenda, ecco che Otello e l’infido Iago, che come ognun sa sta tessendo una tela che più perfida non si potrebbe, culminante nella faccenda di un rosso fazzoletto, scendono a singolar tenzone, con tanto di abbigliamento nipponico fatto di braghettoni, diciamo un pigiama palazzo da gran sera, e giacchetta, il viso protetto da una maschera a griglia e tra le mani tanto di katana (nella speranza di non sbagliare, non sono del mestiere, a differenza del signor Pasotti che – leggo in rete – è un campione di arti marziali, avendo praticato e praticando karate, kobudo e wushu: perché non approfittarne sulla seicentesca isola di Cipro?), costumi – firmati da Sabrina Beretta – che ci perseguiteranno in ogni personaggio (ritrovandoti nell’incubo di non saper bene dove sei capitato stasera, se dentro “Rashomon” o “Kagemusha”), onde per cui la sempre dolce snaturata eccetera eccetera Desdy (meglio famigliarizzarcela con la prima parte del nome!) arriverà ad un certo punto come se cascasse dal mondo di Suzie Wong, con tanto di colletto alla coreana e in testa un tondeggiante cappello bianco con tanto di punta.

Mentre ci stiamo (quasi) abituando all’idea che si può fare in palcoscenico quel che si vuole – “come vi pare”, shakespearianamente parlando -, ecco che per le chiacchierate del più e del meno vengono sistemati in scena un tondo tavolino e due sedie di ferro da giardino: per farci imparati che “la gelosia è un mostro”, che Otello ahi lui coltiva conoscenza e immaginazione ma che è sempre alla ricerca della verità, che nella nuova visione sta dando di matto, ma matto serio, con notevoli mal di testa che in un processo d’oggi alleggerirebbero di parecchio la pena e con saltini tarantolati da bambino capriccioso, che Iago parla per enigmi e il suo condottiero lo sgrida, che il Moro vuole tirare il collo alla moglie non per il tradimento ma per la menzogna che gli ha detto. Amen. Invece no. Emilia, la povera moglie del traditore per la quale un coltello è pronto nell’ombra, ha ancora il tempo di mettere in bella vista una chaise longue – di quelle che io sono abituato a mettere sulla spiaggia ad agosto – su un impressionistico prato di margherite che manco Manet e compagni ed ecatombe generale nel finale, come ognuno da sempre sa (non foss’altro per aver visto di fretta e da qualche parte un certo Laurence Olivier o certi nostrani Gassman e Randone, Salerno e Foschi), preoccupazione sacrosanta del solito Moro, “Hai detto le preghiere della sera?” chiede lui, “Che il cielo abbia pietà di me” spera tremante lei, io ti strangolo e io mi scanno (con le armi nipponiche di cui sopra), Otello che trova ancora il tempo di raccontarci una favola nuova di zecca di una tribù della sua Africa (ma non era nato all’ombra di palazzo Ducale?) per poi darci dentro con un bel seppuku e il soldato Cassio sempre vilipeso a rubar la scena a Ludovico (ma non fa niente, tanto l’avevamo depennato dalla locandina) per il fuoco d’artificio finale. Mentre il suddetto doge a mo’ di ballerina anni Cinquanta si fa la sua bella ribalta in monopattino e con l’occasione mette il punto alla tragedia, sua e nostra. Quanto ad approfondire vicenda e motivazioni e personaggi, sarà per un’altra volta.

Artefici di quella, la tragedia dico, il Pasotti in primis, la pallida pallida Desdy della signorina Claudia Tosoni, il Giacomo Giorgio, viso ormai riconoscibilissimo e in ascesa artistica (?) da “Mare fuori” all’insulso “Carosello” al prossimo “Morbo K”, diligente soldatino preoccupato nelle facce e nella rabbia e nei movimenti di far bene il suo lavoro, con gli altri cinque colleghi rimasti della più folta distribuzione. Per lo meno ci siamo divertiti con il doge di Salvatore Rancatore, per lo meno ci hanno visivamente colpito le scene di Giovanni Cunsolo, un susseguirsi di fondali questa volta a pavimento, arrotolati da fantasmi neri a ogni cambio di scena, un ponte veneziano, un borgo e un giardino coloratissimi, una casa rossa di quelle che potresti trovare in terra di Spagna, quel giardino di margherite, il tutto riflesso in un grande specchio che sta alle spalle degli attori: inclinato, di modo che anche noi pubblico possiamo fisicamente far parte della storia, (increduli) spettatori, ma anche complici, ma anche colpevoli. Addirittura? Ebbè, sì. Usando ancora con rispetto la lingua del Nostro, il resto è silenzio.

Ah, dimenticavo: nella intervista di cui all’inizio, Giorgio Pasotti confessava ancora: “Amo profondamente Shakespeare e continuo a studiarlo ogni giorno. Non passano settimane senza che io rilegga i grandi classici, in particolare Shakespeare e Kafka.”

Elio Rabbione

Nelle immagini di Chiara Calabrò, alcuni momenti dello spettacolo.