SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO


Alla fine dell’estate 1964, compiuti i quindici anni, iniziavo le mie ricerche genealogiche. Oltre mezzo secolo dopo, non un bilancio ma alcune considerazioni sulla “piacevole arte”
Quando, coi pantaloni corti, varcai per la prima volta la porta dell’archivio parrocchiale di Agliè, nessun permesso speciale mi era stato concesso, ma mi si garantiva in sala la presenza di qualcuno pronto a soccorrermi, in caso di necessità. Il Concilio Vaticano II non era ancora concluso e la parrocchia, pur se di un piccolo comune e di grandezza minore, si avvaleva ancora di sacerdoti anziani che, soli,garantivano l’apertura al pubblico dei locali, mentre la presenza distudiosi più grandi di me provava che ognuno avrebbe fatto le suericerche, senza obiezioni.
Recuperata da circa vent’anni la pace, l’Italia di allora aveva altri problemi che non interferire sullo studio della storia portato avanti negli archivi locali, e poiché, in mancanza di lauree specifiche, sopravvivevano degli appassionati “cultori di storia locale” che mettevano a portata di tutti gli esiti dei loro studi, dall’alto nessuno sembrava preoccuparsi di loro, poiché si considerava la loro materiauna “sottoclasse inferiore” degna di poca attenzione. Intanto gli storicid’assalto, cioè quelli “moderni”, pronti a dire le loro verità più che non quella storica, ma convinti che la lettura del passato andasse filtrata dalle loro ideologie, dividevano la piazza, fuori degli atenei,con i lettori che leggevano il passato secondo la loro interpretazione.Insieme entrambi avrebbero fatto sì che la storia della famiglia e lagenealogia fossero addirittura stimate della “non storia” (tanto,nell’ultimo ventennio, io sentii affermare da uno di loro che, insediato in una biblioteca di provincia, era considerato un Marco Aurelio)!
L’argomento era tuttavia definito dal lemma: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, e soltanto gli sprovveduti potevano credere giusto cancellare dagli interessi umani quegli argomenti, tanto naturali quanto importanti, che definiscono la situazione dell’individuo in relazione con i suoi parenti, con il pretesto di dare a tutti una maggiorelibertà (purtroppo però la situazione attuale oggi risente molto dei danni causati da loro)! Ma siamo ancora in tempo per lottare con forza a favore delle nostre tradizioni culturali per difendere quegli argomenti. Infatti, cacciato dalla porta, l’interesse per la storia famigliare ritorna, non solo dalle finestre ma, da ogni interstizioattraverso il quale possa trapelare, poiché è parte della nostra storia. Tutti abbiamo parenti, anche se oggi molti sono pronti a negarlo! E questo è così vero che, in ambito legale, è tuttora prevista la ricerca di parenti per definire le pendenze ereditarie.
Democraticamente, si è detto, la genealogia è un’ambizione pericolosa, una perversione coltivata da chi aspira a titoli nobiliari: si tratta di un vizio da estirpare, perché indegno di questo mondo e, quando qualcuno affronta il tema, magari per dire della gente comune, sfrontatamente si sostiene che sia una sfrontatezza pensare che tutti abbiano un passato degno della storia e si impedisce che siaraccontato … Così, se in altri Paesi, studi del genere da sempre sonodifesi e mantenuti vivi, il Bel Paese li ha confinati tra i retaggi oziosi ammessi solo per quegli appassionati che, senza regole e con poche consuetudini, li coltivano. Così si è continuato, senza sdoganarli, a mantenerli sotto l’etichetta che li definisce oggetti di uso unico ed esclusivo dei direttamente interessati perché in essi coinvolti.
Ma …. se i coinvolti non si interessano? Allora chi se ne occuperà?Dal momento che prodigiosamente gli interessi sono reali e comunque permangono, anche se ostacolati… per questo sarà giusto parlarne e non credere che sia improprio, per questo in tanti, da tanto tempo e in tutto il mondo, si occupano ancora di questi argomenti… ma non sarà tutto facile e piano… no!
Ché incapperemo nelle affermazioni strabilianti di persone che, solo marginalmente, accettano che esista la genealogia, ma affermano che personaggi dallo stesso cognome, pur provenienti da comuni diversi della stessa provincia, non hanno nulla a spartire tra loro, e ci imbatteremo nelle affermazioni poco sensate di chi non ritiene possibile trovare in Piemonte cognomi di origine scandinava e, perciò,è convinto che non se ne debba parlare, se non ci sono documenti scritti …. Ma la genealogia è anche una ricerca degli ipotetici collegamenti tra lo scandinavo del Gotland e il Canavesano delle Valli, discendente diretto dal precedente, per via di un mercenario giunto in loco con una compagnia di ventura; o se personaggi dallo stesso cognome, sono presenti in regione, ma in valli tra loro non confinanti: infatti, come ignorare la gestione degli incarichi pubblici assegnati per concorso in passato, così come avveniva ancora dopo l’ultima guerra?
Davanti a tali dubbi esplicitati dagli scettici, non stupiremo, quando sentiremo, chi si atteggia a saputello, confondere la genealogia con l’araldica (pure questo si è dovuto sentire) …
La vivacità delle storie umane, a prescindere da ciò che gli individui conoscono, può mettere a tacere il magistrato in pensione, che si presenta come studioso, ma ignora totalmente le vicende deiNormanni e sostiene che sono falsi i documenti degli archivi britannici, fondati da Guglielmo il Conquistatore (e, per sminuirlo,continuerà a dirlo bastardo), o che inattendibili, addirittura, sono gli scritti sui processi dei santi, raccolti dai padri bollandisti!
Ma torniamo a chi le genealogie le accetta, purché vengano tenute segrete e mai pubblicate, perché gli diremo di non temere perché lo strumento è già più che valido in ambito zoologico, laddove si parla di pedigree di cani, cavalli, vacche e canarini... Infatti, la società ha solo da avvantaggiarsi a sapere quali patrimoni di geni e di interessi portino avanti le generazioni umane! Ché, non c’è indiscrezione, in quello che si teme possano divulgare, ma, tra i pochi addetti, non cisono affatto segreti da tacere, infatti, come afferma la Bibbia, non c’è segreto che non sia poi udito proclamare dai tetti delle case! E c’è ben dell’altro, se solo potessi riferire dell’uno o dell’altro tra gli esempi che ho letto nelle carte (ma son cose cose che non si pensa di trovare scritte in atti religiosi e notarili): poiché la storia conserva memoria di tutto, basta saper cercare che si trova! E allora è meglio che chi sa,trovi le parole migliori per riferirne, ovvero, alludendo al passato, per raccontare la verità dei fatti!
Questo mio studio avrà un epilogo. Attualmente in fase di completamento un volume intero di oltre 300 (ma forse saranno 400) tavole, che conclude tanti approfondimenti e comprende tutte le genealogie che ho analizzato nel corso dei miei anni.
Carlo Alfonso Maria Burdet
(Dedico queste pagine a Isabella McKeefry, giovane neozelandesee ancora nostra cugina, che con noi divide, oltre l’attenzione per genealogia e storia di famiglia, gli antenati del nostro nonnomaterno, contadini operosi sui campi, tra torbiera e brughiera, diSan Giovanni Canavese, una terra antica di palafitte e piroghe)
È la Rotonda o Battistero di San Pietro accanto al quale si trovano la chiesa di San Pietro, la cappella Valperga e i resti dell’antico ospedale dei Cavalieri di San Giovanni, i futuri Cavalieri di Malta. Sono infatti numerosi i cavalieri astigiani che hanno militato nei secoli tra le file dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme fondato nella Città Santa al tempo della Prima Crociata e ancora oggi operativo sotto le insegne dell’Ordine di Malta. Secondo la tradizione popolare la Rotonda sarebbe sorta sulle rovine di un antico tempio dedicato alla dea Diana. Il Complesso, chiuso per lavori di restauro, è costituito da una serie di edifici. La chiesa Rotonda fu costruita tra il 1110 e il 1133 ed è tra gli esempi più significativi di edifici religiosi edificati ad imitazione della Rotonda del Santo Sepolcro di Gerusalemme. La cappella Valperga nasce invece più tardi, tra il 1446 e il 1467, per volontà del priore Giorgio Valperga mentre il chiostro, con colonne e volte a crociera, assunse un aspetto simile a quello odierno nel Quattrocento. Asti attende di vederlo restaurato e riaperto al pubblico prima possibile e, una volta completati i lavori di ristrutturazione, l’intero Complesso di San Pietro verrà inserito nel percorso europeo delle Rotonde del Santo Sepolcro, una delle tante “Gerusalemme in miniatura”. Per il momento però l’attesa è tutta per la corsa di domenica 6 settembre. Il programma prevede alle 10 la benedizione del cavallo e del fantino nelle parrocchie cittadine, alle 11 in piazza San Secondo l’esibizione degli sbandieratori, a partire dalle 14 la sfilata del grande corteo storico con 1200 figuranti in costume medievale e alle 18.00 la finale della corsa con i cavalli montati a pelo in piazza Alfieri e l’assegnazione del Palio. Filippo ReA cura di Piemonteitalia.eu
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A Palazzo Lascaris una mostra dal titolo “Nel regno dei fiori giganti” porta alla riscoperta dell’artista Romano Gazzera (1906-1995) a centoventi anni dalla nascita.
L’esposizione è promossa dalla Fondazione Gazzera, in collaborazione con il Consiglio regionale del Piemonte e curata da Giulia Caffaro. È in programma dal 30 luglio al 10 ottobre prossimo.
La mostra, che riunisce ventisette opere, ha lo scopo di valorizzare il percorso artistico di Romano Gazzera, caposcuola della pittura Neo Floreale piemontese e autore di una ricerca figurativa che trova nei Fiori Giganti il suo nucleo più riconoscibile.
Tra gli elementi distintivi dell’iniziativa vi è una particolare attenzione all’accessibilità, sviluppata tramite strumenti e linguaggi differenti, contenuti audio e video, installazioni olfattive ispirate ai fiori rappresentati nelle opere, pannelli visivo-tattili realizzati in collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e un allestimento privo di barriere architettoniche.
La mostra si estende inoltre al di là degli spazi di palazzo Lascaris, attraverso un percorso urbano diffuso che porterà i Fiori Giganti nel cuore di Torino. Installazioni monumentali ispirate alle opere di Romano Gazzera saranno collocate presso diverse istituzioni culturali della città come invito, per cittadini e visitatori, a dialogare, con l’artista anche nello spazio pubblico.
Mostra “Romano Gazzera. Nel regno dei fiori giganti” a cura di Giulia Cuffaro
Dal 30 luglio al 10 ottobre 2026
Palazzo Lascaris, galleria Spagnuolo, via Alfieri 15, Torino
Mara Martellotta


Si aprirà l’11 settembre prossimo a Palazzo Falletti di Barolo, e visitabile fino al 10 gennaio 2027, la mostra dal titolo “Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong”.
Prodotta e curata da Ares, in collaborazione con Blue Lotus Gallery di Hong Kong, l’esposizione, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, è dedicata al maestro cinese della street photography .
La mostra si compone di cento fotografie, per lo più in bianco e nero, che ripercorrono la carriera di Fan Ho (1931-2016), autore che, attraverso una ricerca estetica in bilico tra realismo e astrazione, ha rappresentato lo scenario e la vita urbana di Hong Kong.
Fan Ho è considerato uno dei più importanti street photographer dell’Asia. Nato a Shangai nel 1931, si trasferì con la famiglia a Hong Kong diciottenne. Appassionato fotografo, sebbene autodidatta, è stato soprannominato “il Cartier Bresson dell’Oriente “
Fan Ho ha saputo cogliere una visione suggestiva della brulicante metropoli cinese, trasformando le sue strade e i suoi vicoli affollati in quadri meditativi popolati da figure solitarie.
“Ogni foto offre una piccola finestra attraverso la quale si vede e si prova ciò che il fotografo ha visto e provato”, affermava Fan Ho, dichiarando la sua predilizione per la fotografia dove la resa artistica risulta sempre coniugata al rispetto della sensibilità dei soggetti rappresentati e di chi li immortala.
Facchini, venditori ambulanti e bambini che giocano tra le strade sono le figure più ricorrenti nella sua opera, intesa a catturare lo spirito più autentico della città, descrivendo la fatica e la resilienza dei suoi abitanti, piuttosto che documentando gli anni tumultuosi della città in transizione.
I lavori di Fan Ho si distinguono per l’applicazione dei principi di composizione pittorica alla fotografia, in particolare l’attitudine alla sintesi geometrica. L’artista, immerso nel contesto urbano, non si limitava a cogliere l’istante di una scena, ma cercava di costruirgli attorno una cornice strutturale, che fosse in grado di trasformare gli elementi architettonici circostanti in trame astratte.
Dal punto di vista tecnico Fan Ho accentua l’atmosfera fumosa delle strade, sfruttando sapientemente gli effetti di controluce e i chiaroscuri, facendo emergere sagome misteriose bianche o silhouette scure dalla penombra.
L’artista operava così sul doppio binario della “composizione di prima mano” da realizzare al momento dello scatto, e della “composizione di seconda mano” in camera oscura.
Il fotoritocco e, in particolare, il ritaglio del negativo, sono pratiche che Fan Ho riteneva essenziali per ricomporre l’immagine, esaltando linee e volumi a scapito degli elementi superflui o per manipolare i toni e conferire alle scene un’aria di mistero.
La fotografia, come il cinema, a cui dedicherà la sua lunga carriera, nasce non solo durante le riprese, ma anche in camera oscura.
Alcuni scatti come “ Pattern” e “A Play of Light and Shadow” mostrano la contrapposizione tra direttrici verticali e orizzontali, evocando un ritmo quasi musicale, dove la realtà fisica della città diventa il pretesto per una pura costruzione formale.
Nell’opera “Different Directions” la gestione della luminosità trasfigura la strada in un palcoscenico urbano, mentre in “ Controversy” la tonalità scura riduce le persone a sagome, accentuando il rigore geometrico dei binari e della composizione.
In mostra, tra le altre opere, due fotografie tra le più note di Fan Ho, “Approaching Shadow” e “Street Scene”, che risultano la sintesi della ricerca formale ed estetica dell’artista, capaci di collocare l’ universalità dell’esperienza umana in una Hong Kong senza tempo.
Orari
Martedì- domenica dalle10 alle 19, ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Chiuso il lunedì
Mara Martellotta
biglietteria@palazzobarolo.it
Il primo scontro a fuoco con i nazisti fu casuale e per poco non finì in tragedia. Carmelo e Dante, armati l’uno di un mitra e l’altro di un moschetto, avevano accompagnato Rina a far scorta di viveri in paese. Si erano fermati al riparo di un fienile, in Tranquilla, dove finivano le case di Oltrefiume. Grazie alla generosità del panettiere Brusanelli e a quella di altri patrioti di Baveno che preferivano mantenere l’anonimato, non faticarono a riempire due zaini, una sporta di viveri e una brenta di latte appena munto dalle vacche del Guerreri.

Caricato in spalla il prezioso carico dovevano raggiungere l’alpe Scèrea, dove li attendevano i compagni della brigata. Per fare in fretta pensarono di passare dall’altra parte del Selvaspessa, raggiungere la zona della ciapìna, dietro al cimitero, e da lì prendere il sentiero che s’inerpicava sui fianchi della montagna. Tutto andò bene fino a quando, giunti al margine del bosco, udirono delle voci che parlavano in tedesco venire verso di loro. Era una pattuglia di due crucchi che, evidentemente, avevano il compito di sorvegliare l’area retrostante il camposanto. In un attimo i tre partigiani si nascosero nella boscaglia ma, nella concitazione, Carmelo perse il suo berretto. I due soldati tedeschi appena videro il copricapo al margine del sentiero si misero a urlare, puntando le loro armi verso il bosco. Iniziarono a sparare…una, due, tre scariche di mitra che, per fortuna, andarono a vuoto, limitandosi a scheggiare i tronchi. Fu in quel momento che Carmelo, più per paura che per coraggio, aprì a sua volta il fuoco contro i soldati. Gli tremavano talmente le mani che la scarica di piombo, per metà, finì in mezzo alle gambe di Dante mentre la seconda metà spaventò i militi della Wermacht che, in quanto a coraggio, non stavano certo meglio di lui visto che se la diedero a gambe levate.
“Carmelo, brut demoni, ti sé diventà matt?”, gli gridò Dante, bianco come un cencio. Il povero ex-cameriere del Bellevue era ancor più bianco di lui e in piena crisi di nervi continuava a ripetere, balbettando “Madonnina mia, che spavento! M’è scappato il dito. Oh, che disastro!”. Tremava come una foglia, Carmelo. Rina, da donna pratica qual’era, lo calmò con uno schiaffo. Madonna, che sberla! Carmelo restò a bocca aperta, col fiato mozzo e la guancia rossa per lo sganassone. Ma, miracolo, smise di tremare. “Desolata, Carmelo. Ma non c’era altro modo per farti passare la strizza. E adesso, ragazzi, via di corsa. Ci tocca salire in fretta verso l’alpe se non vogliamo farci pizzicare dai tugnitt. Quei due mangiapatate se non hanno già dato l’allarme lo faranno tra poco e l’aria si farà pesante”. I due partigiani non se lo fecero ripetere e, sacchi in spalla, si affrettarono a seguire Rina che, con passo garibaldino e la brenta del latte, era già sparita tra le querce del bosco. Per quella volta potevano dirsi fortunati nel portare in baita il carico dei viveri e tutta intera la pelle. Quando arrivarono in Scèrea, con il fiato grosso, scoppiarono tutti e tre a ridere a crepapelle. Una risata nervosa che aiutò a scaricare i nervi. Rina e Dante avevano ripreso colore, dopo lo spavento. Il povero Carmelo, invece, era bianco come un cencio e s’accorse solo allora che l’emozione gli aveva giocato un altro brutto scherzo: se l’era, letteralmente, fatta nei pantaloni. Nessuno lo prese in giro perché la paura di perdere la vita era reale ed era di tutti. Un sentimento che non ammetteva nessuna retorica, accompagnando le azioni che ogni giorno sceglievano di compiere quei ragazzi e quelle ragazze che non intendevano più rinunciare a libertà e giustizia.
Marco Travaglini
A Bardonecchia fa ritorno dal 21 al 23 agosto prossimi il Festival Bardonoir, giunto quest’anno alla sua quarta edizione e diretto dal giornalista Giorgio Ballario, organizzato dall’amministrazione comunale nell’ambito del cartellone “Scena 1312” e realizzato con l’Associazione Estemporanea.
Al Palazzo delle Feste si potranno nuovamente incontrare ed ascoltare, nelle tre giornate della manifestazione, autori della narrativa gialla, noir e poliziesca italiana.
“Per un festival letterario – osserva il suo direttore Giorgio Ballario – compiere quattro anni non è così scontato. Vuol dire che l’evento si è radicato, ha superato i problemi organizzativi che, inevitabilmente, accompagnano una manifestazione nata da poco e soprattutto ha incontrato il favore del pubblico e della città ospitante. In questi quattro anni abbiamo invitato a Bardonecchia autrici e autori di primo livello, oltre a molti scrittori locali che ci aiutano a mantenere un forte vincolo con il territorio”.
Nelle tre edizioni passate Bardonoir ha ospitato nomi di primissimo piano del noir italiano come Marco Vichi, Fabiano Massimi, Alice Basso, Pasquale Ruju, Valerio Varesi, Rosa Teruzzi, Gabriele Genisi, François Morlupi, Orso Tosco, Giulio Leoni, oltre al canditato al Premio Strega Gian Marco Griffi e alla francese Michèle Pedinielli.
“Quest’anno – aggiunge Giorgio Ballario – schiereremo scrittori di valore quali Paolo Roversi, Franco Forte, Maria Masella, Barbara Frandino e molti altri”.
Sabato 22 agosto, alle ore 21, è in programma l’ormai tradizionale passeggiata notturna nelle strade del borgo vecchio, accompagnata dalle letture teatrali da brivido a cura dell’Accademia dei Folli.
L’appuntamento di apertura del festival sarà venerdì 21 agosto alle 18 con il via dato da Noir Tango, una inedita miscela letteraria e musicale con Gian Luca Campagna e Stefano Arato.
Sabato 22 agosto costituirà la giornata clou con quattro incontri, “Aperitivo in noir” con Beppe Minello e Marco Tarricone , “ Genova per noi(r)” con Maria Masella, Sabrina De Bastiani e Daniele Cambiaso; “C’era una volta Agatha” con Franco Forte e “Caccia al mostro di Milano” con Paolo Roversi.
Seguirà alle 21 la passeggiata notturna nelle strade di borgo vecchio con le letture teatrali da brivido della compagnia Accademia dei Folli.
La manifestazione si concluderà domenica 23 agosto con la presentazione di due romanzi , “I romanzi a muso duro” di Scarlett Phoenix e Maurizio Blini e il libro “Nessuno è innocente” di Barbara Frandino.
Mara Martellotta
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Il Festival “Libri al Confine” inaugurerà la sua prima edizione domenica 23 agosto prossimo nel borgo di Ferrera Moncenisio che, dalle ore 10 alle ore 18, diventerà uno spazio aperto di dialogo e scoperta tra lettori, autori e case editrici.
L’evento, promosso dal Comune di Moncenisio e dall’Ecomuseo “Le Terre al Confine”, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario Valsusa, è incentrato sulle narrazioni dei territori d’alta quota, e il suo momento più importante avverrà alle ore 12, quando si terrà la cerimonia di intitolazione della Biblioteca Comunale e del Centro di Documentazione Alpina a Mario Rigoni Stern, durante la quale il figlio dello scrittore, Gianni Rigoni Stern, dialogherà con il Sindaco di Ferrera Moncenisio, Mauro Carena, nell’incontro “Mario Rigoni Stern: montagne di ieri, montagne per sempre”.
“Il Festival ‘Libri al Confine’ nasce dalla volontà di fare della cultura uno strumento di incontro e valorizzazione del territorio – ha sottolineato il Sindaco Mauro Carena – intitolare la Biblioteca e il Centro di documentazione Alpina a Mario Rigoni Stern significa legare questi luoghi al nome di
uno scrittore che ha saputo raccontare profondamente la montagna, la natura e la memoria.
Siamo particolarmente onorati di condividere questo momento con il figlio Gianni. In un piccolo borgo come Moncenisio, la biblioteca è un presidio culturale, uno spazio di comunità e una porta aperta verso il futuro”.
Il pomeriggio proseguirà alle 14.30 con “Camminando tra le storie”, una passeggiata narrativa con lo sceneggiatore Roberto Gagnor tra i sentieri del territorio. Oltre al Salotto degli Autori e agli stand degli editori, il pubblico potrà riscoprire i saperi tradizionali guidati dai Parchi Alpi Cozie grazie a dimostrazioni di caseificazione e alle sculture in legno di Franco Belmondo. Un’occasione imperdibile per vivere la montagna e memoria attraverso l’incontro tra natura, arte e comunità.
Mara Martellotta