| Domenica 30 agosto si terrà una visita speciale alla Palazzina di Caccia di Stupinigi dal titolo “Diana & Co”
Domenica 30 agosto alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, alle 15.45, si terrà una visita speciale per famiglie tra miti, dei e leggende, intitolata a “Diana & Co”. Diana, dea della luna e della caccia, occupa un posto di rilievo nell’immaginario delle corti europee e della palazzina di Stupinigi. Storie e miti di “Diana & Co” saranno raccontati domenica 30 agosto in una visita guidata a misura di bambino, in occasione di FAMU, Famiglie al Museo, che trasforma il percorso museale in un’esperienza coinvolgente, in cui opere d’arte, affreschi e sculture diventano strumenti per raccontare miti e leggende dell’antichità. Palazzina di Caccia di Stupinigi, Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi- Nichelino ( TO) Domenica 30 agosto 2026 ore 15.45 Prezzo attività 5 euro + biglietto d’ingresso Prenotazione obbligatoria per l’attività entro il venerdì precedente Info: 0116200601 stupinigi@ biglietteria. Mara Martellotta |


Dal 17 settembre al 10 ottobre prossimi la Fondazione Amendola dedica un’importante mostra a Francesco Casorati, concludendo il progetto espositivo nato tra Vigone e Torre Pellice, intitolato “Una passione razional- geometrica incantata”.
Dopo il successo delle prime due edizioni dedicate a Piero Ruggeri e Marco Gastini, il progetto di valorizzazione dei grandi artisti torinesi, nato a Vigone e Torre Pellice, approda quest’anno a Torino alla Fondazione Giorgio Amendola con la mostra dal titolo “Francesco Casorati. Una passione razional- geometrica incantata”, curata da Francesco Poli e Luca Miotto, ospitata fino al 13 settembre tra Vigone e Torre Pellice, in provincia di Torino.
L’esposizione verrà inaugurata giovedì 17 settembre prossimo alle ore 18 e rappresenta la terza e conclusiva tappa del percorso avviato all’ex Chiesa del Gesù di Vigone e alla Galleria Civica Scroppo di Torre Pellice.
Il progetto è nato nel 2024 da un’idea dei sindaci Fabio Cerato di Vigone e Maurizia Allisio di Torre Pellice e prosegue il suo obiettivo di riscoprire e valorizzare figure centrali dell’arte torinese del secondo Novecento.
Il titolo della mostra “Una passione razional- geometrica incantata” riprende una felice definizione coniata da Italo Calvino nel 1962 per definire la ricerca artistica di Francesco Casorati, comprendente un linguaggio autonomo, distante tanto dal realismo quanto dall’astrattismo, caratterizzato da un equilibrio compositivo rigoroso e da un immaginario poetico, favolistico e quasi araldico.
L’allestimento torinese dialoga con le due sedi precedenti, proponendo, nella prima delle due sale della Fondazione, alcune opere storiche già esposte a Torre Pellice, accanto ai lavori più recenti e, nella seconda sala, una significativa selezione di incisioni, mai presentate nelle altre tappe del progetto.
La mostra rinnova inoltre il rapporto tra Francesco Casorati e la Fondazione Amendola, iniziato con ‘Pittura dipinta’ nel 2008 e proseguito con le esposizioni ‘L’impronta del maestro’ del 2022 e ‘Speranza e fermenti. Arte a Torino dopo il 1945’ del 2025.
La Fondazione si conferma così luogo di ricerca e valorizzazione dell’arte piemontese contemporanea.
Mara Martellotta
Protagonisti sono le marionette a filo, i burattini a guanto, pupazzi, ombre e soprattutto, i bambini e le loro famiglie. Ma Burattinarte prosegue tutto l’anno con laboratori artistico teatrali all’insegna della partecipazione e dell’inclusione.
Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/burattinarte-summertime-xxxii-edizione
Raf Vallone. Sempre in movimento!
Di Debora Bocchiardo
Raf Vallone, nome d’arte di Raffaele Vallone, nasce a Tropea il 17 febbraio 1916 e la sua vita è stata un susseguirsi di metamorfosi!
Nei suoi 86 intensi anni di vita è stato partigiano, giornalista, attore di cinema, teatro o fotoromanzi… e persino calciatore!
Appassionato di sport, di calcio in particolare, milita tra le fila del settore giovanile del Torino ed esordisce in Serie A nella stagione 1934-1935, disputando una partita con nell’anno in cui la squadra vince la Coppa Italia.
In totale accumula 25 presenze in campo, sempre giocando nei granata, e abbandonerà l’attività calcistica nel 1941 per dedicarsi al giornalismo.
Anche in questa sua nuova veste si distingue subito. Fu redattore capo delle pagine culturali dell’Unità, anche se mai s’iscrisse al Pci per evidenziare al sua posizione critica nei confronti dello stalinismo. Divenne poi critico cinematografico per La Stampa.
Solo successivamente inizia a d interessarsi alla recitazione.
La sua prima apparizione risale al 1942, nel film Noi vivi, dove interpreta un marinaio.
Nel teatro debutta nel 1946, al Teatro Gobetti di Torino, con Woyzeck di Georg Büchner, per la regia di Vincenzo Ciaffi.
La svolta della sua carriera arriva nel 1949 con la pellicola che lo consacra nell’immaginario collettivo: Riso amaro, di Giuseppe De Santis.
A questo capolavoro ne seguono altri, tutti indimenticabili.
Nel 1950, con Lucia Bosè, lavora a Non c’è pace tra gli ulivi, sempre di De Santis.
Con Il cammino della speranza, di Pietro Germi, riesce ad imporsi come uno fra gli attori più importanti del neorealismo e decide di dedicarsi unicamente al cinema.
Curzio Malaparte lo definì “l’unico volto marxista del cinema italiano” e lo volle in Il Cristo proibito, ma gli anni 50 per l’attore sono un fucina di opere indimenticabili e proprio sul set incontrerà anche la futura moglie: Elena Varzi.
Sono gli anni in cui dà corpo a capolavori come Anna e La spiaggia, entrambi di Alberto Lattuada, Roma ore 11 di Giuseppe De Santis e, nel 1952, interpreta anche Garibaldi in Camicie rosse, di Goffredo Alessandrini,
In Francia, nel 1953, con Simone Signoret, diretto da Marcel Carné, lavora in Teresa Raquin, mentre nello stesso anno torna ad essere calciatore, ma sul grande schermo, con Gli eroi della domenica di Mario Camerini.
In teatro diventa l’indimenticabile protagonista del dramma di Arthur Miller Uno sguardo dal ponte, portato in scena a Parigi nel 1958 e in Italia nel 1967.
Nel frattempo, come molti talenti del suo tempo, anche Vallone si avvicina alla televisione con opere di indubbio valore culturale e intellettuale, oltre che educativo, come Il Mulino del Po, del 1963, e alternò l’attività teatrale (Il costruttore Solness, di Henrik Ibsen, 1975; Nostalgia, di Franz Jung, 1984; Luci di Bohème, di Ramón del Valle-Inclán, 1985; Il prezzo di Arthur Miller, 1987; La medesima strada, 1987; Tito Andronico, 1989; Stalin di Gaston Salvatore, 1989) a quella cinematografica (La ciociara, 1960; Una voglia da morire, 1965; L’altra faccia di mezzanotte, 1977; Il magnate greco, 1978; Retour à Marseille, 1980; Lion of the Desert, 1981; A Time to Die, 1982; Il padrino – Parte III, 1990).
Nel 2001 pubblicò la sua autobiografia L’alfabeto della memoria, edita da Gremese. Rimase sposato per cinquant’anni con l’attrice Elena Varzi, dalla quale ebbe la figlia Eleonora e i gemelli Saverio e Arabella.
Sta per arrivare la 36esima edizione di SantinPiazza, il festival di teatro di strada più longevo del Piemonte e tra i più storici d’Italia, che trasformerà il paese di Viarigi il 29 e 30 agosto prossimi, nel cuore del Monferrato astigiano, in un grande palcoscenico a cielo aperto dove il programma artistico prenderà una forma unitaria. Non si tratta, infatti, di un semplice calendario di eventi, ma di un progetto culturale nel quale compagnie italiane e internazionali, attraverso il circo contemporaneo, il teatro, la danza, la musica e la performance partecipativa, offriranno diverse interpretazioni sul tema “Equilibri Invisibili: l’Arte della Fragilità “, che rappresenta il fil rouge dell’intera edizione.
Dal 2016 la direzione artistica è affidata a Milo Scotton, artista, autore e regista di fama internazionale, già interprete del Cirque du Soleil, fondatore della compagnia ArteMakìa e della Chapitombolo Academy, progetto di circo rurale nato nella provincia astigiana di Monale. Nel corso degli anni il suo lavoro ha contribuito a definire l’identità culturale del festival, sviluppando un progetto nel quale ogni edizione prende forma attorno a un tema capace di porre in dialogo spettacoli, compagnie, linguaggi artistici e territorio.
Con il riconoscimento del Fondo nazionale per lo Spettacolo dal Vivo del Ministero della Cultura, questo percorso ha trovato ulteriore slancio attraverso un progetto triennale dal 2025 al 2027. Dopo il tema “Il volo- anime leggere”, proposto nel 2025, l’edizione 2026 sviluppa “Equilibri Invisibili: l’Arte della Fragilità”, affidando agli artisti il compito di esplorare, ciascuno con il proprio linguaggio, le sue molteplici sfaccettature.
Ad aprire il festival sarà la compagnia internazionale Accompany ME con “A Mesure – Handle with Care”, creazione di circo contemporaneo che esplora la fragilità delle relazioni umane attraverso il linguaggio del corpo, della roue cyr e un delicato gioco di equilibrio e di fiducia reciproca.
Tra gli appuntamenti più attesi spicca il ritorno dei The Black Blues Brothers, acclamati già nell’edizione 2021, e che tornano con il secondo capitolo della saga sui Blues Brothers, uno spettacolo ricco di acrobazie spericolate e fragilità vertiginose al ritmo scatenato della musica cult dei Blue Brothers.
Di particolare rilievo anche “Frailty” della compagnia ‘Noto Ignoto’ con la partecipazione della soprano guatemalteca Alejandra Flores. Un progetto dal respiro internazionale nel quale la lirica e le performance acrobatiche vengono a fondersi in un linguaggio scenico di grande eleganza e raffinatezza, dando vita ad una delle proposte più originali dell’edizione.
La Compagnia ArteMakìa, riconosciuta dal Ministero della Cultura e diretta da Milo Scotton, presenterà “La solitudine dei dispari”, intensa creazione tra stunt acrobatico, danza contemporanea e arti circensi, dedicata al conflitto interiore dell’artista e alla ricerca della sua ispirazione.
La riflessione sul limite e sulla trasformazione prosegue con lo spettacolo di teatro-danza verticale “Limen”, portato in scena dalla compagnia ‘Eterea Arte Aerea’. Sulla parete della Torre dei Segnali, storico monumento che domina Viarigi, il corpo dei performer si muoverà in verticale trasformando l’architettura in spazio scenico. Una coreografia sospesa tra terra e cielo che esplora il sottile confine tra equilibrio e caduta, darà forma a un’intensa esperienza poetica e visiva.
Tra i momenti più significativi del festival figura anche “Sogno” di Stalker Teatro, storica compagnia torinese che, da oltre cinquanta anni, sviluppa una ricerca sul teatro partecipativo, coinvolgendo direttamente gli spettatori nella costruzione di una installazione- performance capace di unire creazione artistica, gioco collettivo, rito comunitario e festa.
Ampio spazio sarà poi dato alla formazione con “Deep in my Soul” restituzione scenica del percorso dell’Artistic Group della Chapitombolo Academy, diretta da Milo Scotton, rivolto ad adolescenti tra i 13 e i 18 anni di età. Attraverso circo contemporaneo, teatro, danza, musica e pratiche del movimento, lo spettacolo racconta un percorso di esplorazione, di interiorità, crescita personale, consapevolezza e scoperta della propria identità.
Altra proposta artistica riguarda “Lusin” della compagnia Hanami, nata dall’incontro tra Andrea Cerrato e Micol Veglia. Attraverso roue, cyr, mano a mano, discipline aeree, danza e teatro fisico, lo spettacolo accompagna il pubblico in un viaggio poetico dedicato alla ricerca del sé e al desiderio universale di inseguire i propri sogni.
Il cartellone è completato da “Far Away” della compagnia ‘Amanti di Paglia’, poetico racconto teatrale sull’amore e sulla distanza, “FrailTryo” dei Jumpin Jacks, uno spettacolo di clownerie acrobatica che trasforma il gioco in virtuosismo e divertimento; “ Boy Band” di ZeGnis, teatro di strada ricco di comicità e coinvolgimento del pubblico e il progetto musicale Lindal, capace di intrecciare la tradizione occitana alla sperimentazione elettronica attraverso interventi itineranti, e il concerto conclusivo del festival.
Per due giorni il festival inviterà il pubblico a vivere Viarigi nella sua interezza, trasformando piazze, vicoli e quelli che sono i luoghi simbolo del paese in scenari di incontro tra arte, comunità e territorio, valorizzandone il patrimonio storico e paesaggistico, arricchito dalla presenza di punti street food e dallo stand gastronomico curato dalla Pro Loco Viarigi.
“SaltinPiazza è molto più di un festival di teatro di strada – afferma il sindaco di Viarigi Francesca Ferraris – Si tratta di un progetto culturale che negli anni ha saputo crescere, coinvolgere la comunità e valorizzare il proprio territorio attraverso la forza dello spettacolo dal vivo. La qualità delle proposte artistiche, l’attenzione alla formazione delle nuove generazioni e la capacità di mettere in relazione artisti, cittadini e visitatori rendono questa manifestazione un appuntamento di grande valore per il nostro Paese e per l’intero Monferrato. Si tratta di un progetto reso possibile dal lavoro condiviso tra amministrazione comunale, direzione artistica, volontari, associazioni, partner e cittadini, capaci di rendere questa festa aperta a tutti”.
Mara Martellotta
Torino al tempo del Risorgimento
Breve storia di Torino
1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi
8 Torino al tempo del Risorgimento
Se parliamo di Risorgimento, parliamo anche di Torino.
Le stesse vie ora intrise di negozi e passanti, brulicanti di turisti e concittadini, odorose di caramelle e caldarroste, un tempo erano percorse da quegli stessi illustri uomini che fanno capolino sui libri di storia: Cavour, Mazzini, d’Azeglio, Garibaldi, chi ha“fatto l’Italia”l’ha quantomeno pensata proprio seduto tra i caffè torinesi, magari sorseggiando “bicerin” o assaporando un “bunet”.
Camillo Benso pranzava abitualmente al ristornante del Cambio, che si affaccia su Piazza Carignano ed era assiduo frequentatore dell’ormai storico Caffè Fiorio, situato sotto i portici di via Po, mentre la Contessa di Castiglione, nota come“la più bella donna mai vista alle corti dell’epoca” abitava niente meno che in via Lagrange 29, “noblesse oblige” come si suol dire.
Diversi luoghi cittadini sono intitolati a personaggi famosi di tale periodo, come ad esempio il Borgo Nuovo, dove si trova l’aiuola Balbo, dedicata a sei differenti figure, “in primis” al Primo Ministro del Parlamento Subalpino del 1848, oppure, per riportare un esempio meno conosciuto, in Piazzetta Maria Teresa ci si può imbattere nel monumento rivolto al patriota Guglielmo Pepe, il quale, disobbedendo al re Borbone Ferdinando II, ordinò alle sue truppe di attraversare il Po e raggiungere Venezia per sostenere la Repubblica veneziana nel 1848.
L’elenco è decisamente lungo, Torino pullula di nomi e luoghi che andrebbero citati a gran voce, ma temo che, se proseguissi in tal senso, perderei la primaria motivazione di questa serie di articoli riguardanti – appunto- le vicende dell’antica Augusta Taurinorum.
Mi trovo allora costretta a cambiare argomento, portando il discorso sui fatti e sugli avvenimenti che interessano le vicissitudini dell’urbe pedemontana dal 1831 al 1861, senz’altro gli anni più importanti per quel che riguarda la storia della nostra città, che passa dall’essere una piccola capitale sabauda alla periferia della Penisola, al divenire l’indiscusso centro di comando per l’unificazione nazionale.
Come sempre, andiamo per ordine e affrontiamo una tematica alla volta.

Tra le figure essenziali di tale periodo vi è sicuramente Carlo Alberto, il quale da subito garantisce un preciso programma di riforme burocratiche legali ed economiche con lo scopo di traghettare la capitale verso una modernizzazione non solo necessaria ma soprattutto auspicata.
Il re inoltre nomina un Consiglio di Stato, per rendere più funzionale e centralizzato il regno, riforma il sistema legale sabaudo e trova mezzi avanguardistici per contrastare le epidemie di colera. A partire da tali riforme, negli anni ‘30 viene promulgato un “corpus” di nuovi codici civili, penali e commerciali, si tratta del celebre Statuto Albertino, che si dimostra ben presto il più avanzato sistema legale d’Europa.
Dal punto di vista culturale Carlo Alberto si impegna in numerose iniziative decisamente ambiziose, tramite le quali desidera esaltare le vittorie e la gloria della casata sabauda, sia per stimolare l’orgoglio popolare, sia per ingraziarsi la fedeltà alla monarchia. Vengono cosìrealizzati monumenti, palazzi e dipinti, ed in aggiunta si portano avanti campagne di commissioni architettoniche e artistiche per abbellire le residenze reali di Torino, come Racconigi e Pollenzo. Sicostruiscono poi monumenti pubblici nelle piazze della capitale, ognuno dedicato alla commemorazione di un preciso momento storico ovviamente legato o alla dinastia sabauda o alla storia della città. Alla conclusione del regno di Carlo Alberto, Torino rivendica un patrimonio artistico nettamente superiore rispetto a quello di qualsiasi altra città italiana.
Di pari modo, per dare alla capitale lo “status” di centro artistico, il re fonda la Galleria Reale, luogo in cui è conservata la collezione di opere d’arte della famiglia Savoia: aperta al pubblico, in alcuni giorni della settimana era possibile visitarla gratuitamente. Nascono in conseguenza a tali iniziative diverse istituzioni culturali, quali la Deputazione Subalpina di Storia Patria, il Consiglio per la tutela delle Antichità e delle Belle Arti e la Società Promotrice di Belle Arti; viene inoltre ampliata la biblioteca di Palazzo Reale e si edifica la nuova sede per l’Accademia di Belle Arti, in ultimo sono finanziate le opere di diversi scienziati tra cui quelle di Giovanni Plana, Amedeo Peyron e Amedeo Avogadro. Per favorire il consenso popolare, il re stabilisce l’introduzione di nuove feste pubbliche e la reintegrazione di altre, in ogni caso si tratta di parate, giochi pirotecnici, competizioni sportive e balli in maschera.
Alla fine degli anni ’40 tuttavia la situazione è tutt’altro che idilliaca, Torino si trova ad affrontare una grave crisi economica, fatto che contribuisce a creare una netta suddivisione della società: da una parte la classe istruita, chiusa nel proprio mondo di vibranti iniziative culturali, dall’altra il popolino, segregato in zone infime della città e destinato al proprio misero destino, – si pensi che un individuo appartenente a tale classe sociale aveva un’aspettativa di vita che non superava i trent’anni-.
Le tensioni sociali finiscono per indebolire l’ordine costituito, finché, nel 1847, si definisce una tacita alleanza tra il ceto medio e quello popolare: il 1 ottobre dello stesso anno si accendono effettivamente le prime vere proteste, mentre sui muri si leggono frasi come “la guerra di classe non è lontana” oppure “morte ai nobili”.
Le sempre più numerose insurrezioni portano Carlo Alberto ad approvare diverse riforme politiche. I poteri della polizia e dei censori vengono limitati e dall’altra crescono quelli del Consiglio di Stato. In questo clima di subbuglio spiccano importanti figure, dalla parte dei conservatori ricordiamo Vittorio Amedeo Sallier de La Tour e il Conte Carlo Beraudo di Pralormo, dalla parte dei moderati invece troviamo Camillo Benso di Cavour, Cesare Alfieri e Roberto d’Azeglio, i quali proponevano una costituzione ultrademocratica e un rinnovamento pacifico della classe dirigente statale.
Mentre nella capitale prevale la posizione dei moderati, il 1848 èsegnato da sommosse e rivolte, la prima in Sicilia, seguita dalla Rivoluzione di febbraio in Francia, che rovescia la monarchia d’Orleans.

È in questo generale contesto di fermento nazionalista che l’8 febbraio 1848 Carlo Alberto emana lo Statuto: una nuova costituzione che prevede un innovativo governo monarchico e rappresentativo in cui il potere legislativo è ripartito fra il re e due camere: una Camera dei deputati costituita su base elettiva e un Senato formato da membri nominati a vita dallo stesso monarca. Lo Statuto viene promulgato nella sua interezza nel marzo dello stesso anno, la sua importanza varca i confini del Piemonte e diventa modello per la monarchia costituzionale adottata dal nuovo Regno d’Italia unitario dopo il 1861. Lo Statuto testimonia il grande successo dell’élite moderata formata da personaggi di spicco della borghesia torinese, tra i quali emerge il carismatico Roberto d’Azeglio.
Sempre nel 1848 Torino affronta una guerra di liberazione nazionale e di espansione contro l’impero austriaco. La vicenda tuttavia non trova lieta conclusione, infatti nel marzo 1849 l’esercito piemontese viene sconfitto nella battaglia di Novara, Carlo Alberto abdica a favore del figlio Vittorio Emanuele II, il quale negozia gli accordi di pace con gli Austriaci.
I moti rivoluzionari del ‘48, che avevano sobillato le folle torinesi con speranze patriottiche, si risolvono in un’amara delusione e in una seconda restaurazione attuata dagli Austriaci con il sostegno di Pio IX e dello zar Nicola I.
L’unica eccezione al trionfo austriaco è proprio Torino. Il casato dei Savoia è l’unica dinastia in Italia che non dipende dall’influenza austriaca, inoltre la città si presenta come capitale dell’unico stato che mantiene una costituzione in cui c’è un parlamento che gestisce insieme con la monarchia la responsabilità del governo. Vittorio Emanuele accetta le procedure costituzionali per arginare i democratici e per guadagnarsi il supporto dei liberali moderati nelle politiche antiaustriache. La sopravvivenza dello Statuto fa si che Torino si differenzi dalle altre città. Infine, con l’ingresso sulla scena politica di Camillo Benso, abilissimo leader, riformatore dinamico, statista di altissimo livello, si inizia a delineare una nuova tipologia di governo che assicura la partecipazione politica di ampie fasce del ceto medio urbano.
Dopo il ’48, Torino è nuovamente scenario di iniziative riformiste che tra l’altro influenzeranno grandemente il futuro dello Stato italiano dopo il 1861.
Fin dalla sua emanazione lo Statuto ha introdotto un forte cambiamento nella classe politica piemontese, all’interno della quale l’aristocrazia assume via via un ruolo sempre più modesto, pur continuando a gestire la vita politica della città. La maggioranza dei nobili si identifica nella coalizione di monarchici conservatori guidati dal conte Ottavio Thaon de Revel, il quale beneficia di potenti legami sia con la Chiesa cattolica che con la corte sabauda, inoltre trova sostegno nel corpo diplomatico, nella gerarchia militare e nelle campagne. A questa fazione si contrappone lo schieramento dei riformatori moderati, tra i quali troviamo Camillo Benso di Cavour e Massimo d’Azeglio (fratello di Roberto).
Ben presto è proprio Camillo Benso a emergere come figura politica dominante, prima, sotto il governo di d’Azeglio, come ministro dell’Agricoltura, del Commercio e della Marina, in seguito, dopo il ’52, come primo ministro. Egli è certo un intraprendente imprenditore agricolo, ma soprattutto è un rispettato esperto di politica economica nonché fautore delle ferrovie. Camillo viene descritto dal cugino come “un aristocratico per nascita, gusti e natura”, lui stesso considerava la nobiltà “superiore per natura alla classe borghese”. Già dagli anni ’30 Cavour porta avanti la sua celebre convinzione del “juste milieu”, secondo cui un governo deve evitare gli estremi dell’assolutismo e dell’anarchia e seguire un programma che porti ad un progresso graduale e ordinato. Egli è nemico giurato dei movimenti repubblicani e democratici, ma si trova ad essere fortemente contrastato dalla Chiesa, specie dal monsignor Luigi Franzoni, arcivescovo di Torino tra il 1831 e il 1862.
Camillo Benso, negli anni ’50, si pone al centro della lotta per secolarizzare lo Stato piemontese, attraverso la divisione istituzionale dei poteri tra Monarchia e Parlamento; egli risulta altresì figura fondamentale in ambito economico, poiché introduce una politica di libero commercio volta a favorire l’ingresso del Piemonte sui mercati europei, e a stimolare le esportazioni dei prodotti grezzi piemontesi e a determinare un abbassamento del costo delle importazioni di macchinari e prodotti finiti. Cavour si dedica anche alla problematica del deficit del bilancio statale, che nel 1850 era risultato negativo a causa delle spese di guerra e delle riparazioni all’Austria. Altre iniziative importanti riguardano il coinvolgimento del governo per una serie di miglioramenti infrastrutturali volti alla riorganizzazione del sistema di credito, alla creazione di nuovi istituti finanziari, all’ampliamento delle casse di risparmio, e alla fondazione della Borsa di Genova e di quella di Torino.
Nonostante i miglioramenti economici degli anni ’50, l’integrazione del Piemonte in un più ampio quadro nazionale si gioca su di un piano tutto politico-culturale; Torino è “un laboratorio di idee”, nonché meta per moltissimi rifugiati politici in fuga dalle forze reazionarie presenti nella Penisola, tra questi vi sono scrittori, accademici, personaggi politici, che non solo trovano riparo ma riescono ad integrarsi nella società, ricoprendo impieghi redditizi, attraverso collaborazioni con i giornali, insegnando all’università o trovando occupazioni nel settore dell’editoria. Se da una parte questi esuli contribuiscono a realizzare un’atmosfera cosmopolita, dall’altra non tutti apprezzano tale situazione, come i membri più tradizionalisti dell’aristocrazia, che si sentono minacciati nelle loro posizioni.
Torino è ora mossa da una nuova vitalità culturale, che si realizza nella diffusione di un’incredibile varietà di spettacoli teatrali e musicali, rivolti ad un pubblico sempre più ampio e variegato, costituito da militari, studenti e membri del ceto medio. Inoltre la cittàè anche centro di informazione, come dimostrano i ben tredici quotidiani che pubblicano sia editoriali che notizie di cronaca, oltre alle cinquanta riviste dedicate alla politica, alle scienze, alla letteratura o alle belle arti. In quegli anni il giornale più letto è “La Gazzetta del Popolo”, grazie al prezzo contenuto e al linguaggio semplice, che si rivolge prima di tutto alla fascia popolare della cittadinanza, ossia piccoli negozianti, artigiani ed operai.
In questi anni Cavour ha nuovamente la possibilità di dimostrare il suo genio, che primeggia nell’abilità di sfruttare le occasioni e nel talento per l’improvvisazione di fronte a eventi inaspettati.
Momento essenziale è poi la guerra di Crimea (1855), alla quale Cavour aderisce tardi e con riluttanza, senza nemmeno convertirsi del tutto all’ideale nazionalista, ma mosso principalmente dal timore di un’alleanza franco-autriaca. Tuttavia tale scontro porta a Torino un discreto prestigio e nel contempo scombussola il vecchio assetto politico: la situazione è prontamente sfruttata da Camillo Benso, che approfitta della divisione tra i Grandi Stati per espandere i propri interessi nella Penisola. Il Primo Ministro decide dunque di adottare una politica estera programmata per l’allargamento dei confini del regno verso nord e per l’ampliamento del suo controllo sul resto della Penisola. Questa decisione segna in realtà una tappa fondamentale per l’unificazione: è la prima volta che uno stato potente acconsente ad abbracciare la causa del nazionalismo italiano.
Tra il ’56 e il ’59 Cavour porta avanti una coraggiosa, seppur ambigua, politica estera, alla base della quale vi è l’obiettivo primario di cacciare gli Austriaci dal territorio. Nel 1858 si presenta l’opportunità attesa: Napoleone III stringe un accordo con Cavour in cui è garantito l’appoggio militare francese al Piemonte se questo avesse trovato un pretesto diplomatico per provocare una guerra contro l’Austria. Le ostilità si aprono nel 1859, con le battaglie di Magenta e Solferino. Nello stesso anno tuttavia Napoleone III firma degli accordi di pace con l’Austria e Cavour subisce una forte battuta d’arresto. L’anno successivo, riconfermato Primo Ministro, Camillo Benso torna all’attacco e organizza plebisciti in Toscana e in Emilia per legittimare l’annessione di gran parte dell’Italia centrale al casato dei Savoia. Vengono ceduti alla Francia i territori della Savoia e di Nizza, tuttavia la cittadinanza torinese può essere più che orgogliosa dei successi conseguiti dal loro concittadino. Cavour non può godere dei propri successi, poiché nello stesso anno, in seguito alle rivolte scoppiate in Sicilia, Giuseppe Garibaldi si mette alla guida della celeberrima Spedizione dei Mille. Camillo allora invade gli Stati Pontifici, giustificando tale azione come unico modo per evitare la rivoluzione, viene infine chiamato il re Vittorio Emanuele II a guidare le truppe piemontesi, escamotage pensato dall’astuto Primo Ministro, consapevole del rispetto di Garibaldi per Vittorio Emanuele. Garibaldi cede al re i territori appena conquistati, mentre Cavour consolida le nuove acquisizioni e blocca ogni iniziativa per instaurare assemblee costituenti, e indice plebisciti per far approvare l’annessione dei nuovi territori al Piemonte.
Il processo di unificazione politica culmina nei primi mesi del 1861 con l’elezione del primo Parlamento Nazionale, il riconoscimento di Vittorio Emanuele II come primo re d’Italia e la nomina di Torino a capitale del Regno.
ALESSIA CAGNOTTO
A te vorrei tornare
Asti, la città dalla storia millenaria
A cura di piemonteitalia.eu
Adagiata sulla riva del Tanaro e sulle colline del Monferrato, Asti è una cittadina piemontese che, oltre ai suoi eccellenti vini e prodotti enogastronimici, offre ai visitatori tante sorprese, che andrebbero gustate con calma.
La città vanta una storia millenaria, fondata inizialmente dai romani, nel IV secolo divenne ducato longobardo, almeno fino al 1159, quando si trasformò in un Comune libero, diventando, da questo momento in poi, la città più potente del Piemonte…
Continua a leggere:
https://www.piemonteitalia.eu/it/esperienze/asti-la-citta-dalla-storia-millenaria
Palazzo Madama ospiterà una nuova mostra dal 15 ottobre prossimo al 22 febbraio 2027 che nel titolo “Il corpo della città.
Moda e Arti tra Liberty e Modernità 1884-1961 ” condensa il racconto di un secolo di storia torinese attraverso il corpo rappresentato, vestito, disciplinato, liberato, ma anche trasformato dalle profonde evoluzioni che ha subito nella società moderna. L’esposizione è a cura di Giovanni Carlo Federico Villa, Maria Paola Ruffino e Gregorio Thaon di Revel Mazzonis, con la consulenza scientifica di Clelia Arnaldi di Balme.
Torino, d’altronde, è una città che ha saputo reinventarsi più volte nel corso della sua storia e , dopo la perdita del ruolo di capitale del Regno d’Italia nel 1865, ha saputo costruire nuove identità attraverso l’industria, la cultura, la moda, l’arte e l’innovazione.
Questa esposizione si pone in ideale continuità con la mostra “MonumenTo, la forma della memoria” e propone un punto di vista originale attraverso il quale osservare l’evolversi di una città come Torino attraverso il corpo, inteso non soltanto come soggetto artistico, ma come spazio in cui si riflettono i cambiamenti sociali, economici e culturali, luogo ideale di intersezione tra moda, arte e trasformazioni urbane. Se MonumenTo interrogava il rapporto tra la città e i suoi monumenti, “Il corpo della città” sposta lo sguardo sulle persone, sul tema della relazione che lega le forme della città a quelle dei suoi abitanti, ai loro gesti, al loro abbigliamento, in ognuno dei momenti storici in cui Torino ha costruito e reinventato la propria identità.
Attraverso dipinti, sculture, abiti, fotografie, manifesti e documenti, il percorso espositivo accompagna il visitatore in un tracciato scandito dalle grandi Esposizioni, a partire dall’Esposizione Generale Italiana del 1884 fino alla grande mostra di Italia ’61, proponendo una riflessione sulla città come organismo vivente, in continua trasformazione, e sul corpo come luogo in cui i cambiamenti della modernità diventano visibili.
“Il corpo della città. Moda e arti tra Liberty e modernità 1884-1961” utilizza le forme della moda, un vero e proprio linguaggio, un sistema complesso di segni, per raccontare, sullo scorcio dell’Ottocento, come Torino abbia saputo individuare i suoi punti di forza, per seguire nuove linee di sviluppo, attirare forza lavoro, divenire un centro economico trainante per la nazione.
Oltre quaranta abiti di sartorie torinesi danno corpo a questa narrazione, illustrando l’eccellenza di un settore produttivo prevalentemente femminile, quello dell’abbigliamento e della modisteria, che all’inizio del Novecento copriva circa un quinto della forza lavoro cittadina.
La mostra, suddivisa in quattro sezioni, si apre con la Torino borghese di fine secolo che, perduto il ruolo di capitale del Regno, afferma quello di capitale industriale e manifatturiera anche grazie alle Esposizioni. Nei padiglioni effimeri costruiti al Valentino per l’Esposizione Generale Italiana del 1884 si celebrano i progressi delle scienze e della loro applicazione alle industrie, all’agricoltura e al commercio, con pieno risalto alle industrie cittadine. I dipinti di Enrico Junck ed Enrico Reycend rispecchiano l’immagine di una città attiva, fiduciosa nello sviluppo e nel progresso, dalla vita regolata ancora da codici sociali precisi, ma ormai sull’orlo di importanti trasformazioni.
Nel 1902 Torino accoglie le grandi esperienze europee dell’Art Nouveau, della secessione viennese e delle scuole tedesche alla Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna. Le danzatrici modellate da Edoardo Rubino per la rotonda dell’Esposizione trasmettono un’energia palpabile, che sospinge alla ricerca di nuovi spazi, libertà di vita e possibilità di sviluppo.
Nel 1911 l’Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro dedica un Padiglione autonomo alla moda, ormai riconosciuta tra i settori economici trainanti.
La seconda sezione è dedicata agli anni tra il 1920 e il 1930, alla ripresa dopo la brutale cesura della grande guerra. Si aprono gli anni della modernizzazione industriale, quando il corpo si fa più dinamico e la moda dialoga con le nuove idee di emancipazione e libertà, soprattutto femminile.
Nell’arte entra in scena la dimensione urbana, legata al lavoro e alla modernità. Nella moda le linee si semplificano e scivolano sul corpo, libere da sottostrutture, per seguire sempre il movimento.
Nella Torino ridisegnata dal razionalismo trovano spazio le ricerche di Felice Casorati e dei Sei di Torino che, in aperta opposizione all’arte ufficiale del regime, rivendicano autonomia espressiva, riaprendo il dialogo con le avanguardie europee.
Negli anni Trenta Torino è la capitale della moda in Italia e l’Ente Nazionale Moda ne sostiene lo sviluppo spingendo per la creazione di una moda nazionale , che si vorrebbe affrancata dal modello della couture parigina.
Il corpo delle donne si ricopre di forme avvolgenti caratterizzate da un’esplosione di fantasia e di colore. Le donne sono dedite alla vita all’aria aperta, allo sport, riassorbiti poi dal controllo, da codici e modelli estetici sempre più rigorosi.
La forma diventa essenziale e istituzionale. Si amplia e si rimodella via Roma, asse di collegamento tra piazza Castello e Porta Nuova e che diventerà la via della moda. Sono anni in cui viene sperimentata la fotografia futurista di Italo Bertoglio e Ottorino Gramaglia, che aderisce al futurismo insieme a Fillia e Diulgheroff. La scarsità delle risorse e la necessità di adattamento in tempo di guerra trasformano anche il modo di pensare, di vestire, di vivere e impongono un rigore che fa emergere nuove forme di creatività e resilienza, tanto che la produzione si converte alle necessità belliche e lo stile sostituisce la fantasia e l’abbondanza.
Nella quarta sezione protagonista è la ripresa del secondo dopoguerra, quando la città diventa centro dello sviluppo industriale e della nascente società dei consumi.
Torino si apre all’arte internazionale. Nel 1951 si inaugura la prima edizione della serie di mostre Francia Italia che si protrae fino al 1961. L’arrivo nel 1956 di Michel Tapié de Celeyran, l’apertura dell’International Center of Aesthetic Research e l’arrivo di artisti giapponesi e americani come Arai, Imai, Norman Bluhm, il fiorire delle aperture di gallerie d’arte moderna e contemporanea e, infine, l’apertura della GAM, Galleria Civica d’arte Moderna e Contemporanea, hanno fatto di Torino un polo indiscusso dell’arte in Italia. Qui hanno operato artisti torinesi come Saroni, Ruggeri, Rama, Carena, Galvano. Il motore della moda italiana si sposta prima a Firenze, poi a Roma, quindi a Milano.
Le sartorie d’alta moda torinesi mantengono altissima l’eleganza dell’élite cittadina, mentre la città sposa il progetto della moda prontamente per il grande pubblico, inaugirando nel ’55 il SAMIA, il primo Salone Mercato Internazionale dell’Abbigliamento. Sono gli anni di Italia ’61, la grande esposizione che avrà più di cinque milioni di visitatori e che vede impegnati per il centenario dell’Unità d’Italia i maggiori architetti , Levi Montalcini, Sottsass, Gabetti e Isola, Nervi, Rigotti.
Orari mostra lunedì e da mercoledì a domenica 10-18
Martedì chiuso
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
Info 0114433501
Mara Martellotta