CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Valerio Vigliaturo vince il 14⁰ Premio I Murazzi con la raccolta “IOdrama”

Sabato 28 marzo prossimo, alle ore 16, il Circolo dei Lettori di Torino ospiterà la premiazione della 14esima edizione del Premio Internazionale I Murazzi. Tra i protagonisti del panorama culturale italiano spicca Valerio Vigliaturo, vincitore del 1⁰ Premio per la Poesia con l’opera “IOdrama”.

Valerio Vigliaturo, direttore del prestigioso Premio InediTO Colline di Torino, consolida il suo percorso di autore dopo i successi dei romanzi precedenti. In “IOdrama” lo scrittore mette in scena il dramma dell’Io strutturato come una tragedia greca in tre atti, dalla simulazione della realtà, Mimesi, attraverso lo scontro con la pandemia, Nemesi, fino alla liberazione finale, Catarsi. La raccolta affronta temi universali e contemporanei, dalla disillusione amorosa al cambiamento climatico, fino alle sfide poste dall’intelligenza artificiale. La scrittura di Vigliaturo è una “spersonalizzazione dell’Io” per parlare dell’uomo comune, evocando emozioni profonde per sottrarre l’indicibile al nulla.

L’evento, presieduto da Sandro Gros-Pietro, vedrà premiati Jean Paul Manganaro alla carriera e Paolo Conti alla cultura. Per Vigliaturo gli impegni proseguiranno martedì 31 marzo, presso la Scuola Holden, per la designazione dei finalisti della XXV edizione del Premio InediTO.

Mara Martellotta

“Van Dyck l’europeo”, quando un genio ritorna nella “sua” città

Nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, fino al 19 luglio

Un giouinetto portato da così nobile generosità di costumi, e da così bello spirito nella pittura”, scriveva Pietro Bellori, storico dell’arte che ha attraversato l’intero Seicento e che nella prima edizione (1672) delle sue “Vite” ha tramandato i ritratti e le qualità morali e la bellezza di dodici artisti. Eccolo lì, adesso, quel “giouinetto” – e noi a confrontarci con lui, a guardare quei due occhi che osservano lo spettatore e se ne vogliono impossessare, che bucano lo schermo, che affascinano nella loro già piena maturità, a guardare quell’incarnato perfetto e la genialità del tratto, come il pennello abbia corso veloce e abbia creato gote e riccioli che scendono sulla fronte, ogni cosa risucchiata prepotentemente dal fondo scuro che è alle spalle – e quel “giouinetto”, al tempo di questa piccola tavola, di questo “autentico gioiello”, non era che quindicenne. Il suo nome Anton Van Dick, era nato ad Anversa il 22 marzo del 1599, una famiglia che già il nonno aveva fatto prosperare con il commercio della seta e il cui figlio Francesco, proseguendo nell’attività, poteva permettersi una casa spaziosa e riccamente arredata, capace di comprendere anche un bagno.

Eccolo lì, adesso, “quel” giouinetto, protagonista indiscusso e ammiratissimo della grande mostra, inaugurata pochi giorni fa (visitabile sino al prossimo 19 luglio: e davvero Parigi val bene una messa!) nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, con grande spolvero di sponsor, simbiosi perfetta di pubblico e privato – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Comune di Genova con il sostegno di Regione Liguria, Banca Passadore, Camera di Commercio e Fondazione San Paolo, il Secolo XIX e Rai Cultura e molti altri – e di prestatori – dal Louvre al Prado, dalla National Gallery londinese al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, da Brera alla Galleria Nazionale di Parma ai Musei Reali di Torino (“Isabella Clara Eugenia infanta di Spagna”), accresciuti da alcune collezioni private – che hanno messo a disposizione 60 opere, in dieci stazioni tematiche, che non possono essere definite altro che capolavori. Un lavoro che ha impiegato la fatica di un triennio, uno staff organizzato e guidato dalle curatrici Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen – “noi siamo qui a fare da palcoscenico”, sottolinea la prima durante la conferenza stampa di presentazione, “ma è stato davvero un lavoro continuo di squadra, in cui tutti si sono prodigati”: e sarà giusto da parte nostra sottolineare come a quel tavolo, su quel palcoscenico, ai vari microfoni, ci siano sette rappresentanti del gentil sesso -, un percorso che si svolge non soltanto in quelle sale ma che altresì s’amplia attraverso l’intera città, tra i Musei della Strada Nuova – Palazzo Rosso e Palazzo Bianco -, una diffusione che è lo specchio del “secolo dei Genovesi”, di quanti hanno fatto la città sul mare Superba, dell’importante alta classe sociale che si rivestiva dei mezzi e delle doti di banca europea, atta a supportare reali e nobiltà di Spagna, Francia e Inghilterra, di fiorire con gli scambi e i commerci. Grande quanto appassionata preparazione, studi consolidati e nuove scoperte e riscritture, un giusto orgoglio, l’amore per la Cultura che di diritto ha l’iniziale maiuscola. “Palazzo Ducale torna a esplorare con questa mostra un periodo storico che aveva proiettato la città verso un ruolo internazionale e l’aveva portata a essere una delle capitali artistiche d’Europa”, sottolinea Sara Armella, presidente Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura; altresì il ritorno ad un nome che ventinove anni fa già aveva impiegato le conoscenze e gli uffici di una più giovane Anna Orlando, neo-specializzata, un altro viaggio “di un artista, non solo amatissimo, ma anche dal talento eccezionale: quello di un genio”.

Un genio che a soli 18 anni è già iscritto come maestro indipendente alla gilda di San Luca e può vantare una bottega propria, che a ventuno è chiamato alla corte di Carlo I a Londra, che a ventidue, ricevuto in dono un cavallo dal maestro Rubens – che ne aveva ampiamente influenzato gli esordi – decide di partire per Roma, dove sarebbe dovuto restare soltanto otto mesi, dove ha modo d’appassionarsi alle grandi collezioni, di guardare a Caravaggio e al suo pittore preferito, Tiziano: la decisione finale, passando di città in città, di corte in corte, Ancona Firenze Parma Reggio Emilia Mantova Padova Milano sino a raggiungere (dicembre 1622) Torino e la corte ducale, sarà una lunga permanenza nella città che gli consegnerà il pieno successo e che si concluderà soltanto nel 1626. Un primo soggiorno genovese, con una ventina di ritratti per la ricca e potente aristocrazia; poi sarà una lunga permanenza che si concluderà soltanto nel 1626, un fiorire della committenza, dove i suoi modelli e la sua clientela furono gli Spinola e i Durazzo, i Lomellini e i Brignole-Sale e i Doria e quanti molti altri volessero fieramente e socialmente apparire – ottimo pubblicitario di se stesso, “quando faceva li ritratti, li cominciava il mattino per tempo, e senza interrompere il lavoro teneva a desinare seco quei Signori, fossero pure personaggi, e Dame grandi vi andavano volentieri come a sollazzo, tirati dalla varietà dei trattamenti. Dopo il pranzo egli tornava all’opera, ovvero ne avrebbe coloriti due in un giorno, terminandoli poi con qualche ritocco” (è sempre Bellori a darci le notizie) -, non giungendo gli stessi da una nobiltà di terre e di nascita bensì di censo (“oltre la naturalezza conferiva alle teste una certa nobiltà e grazia nell’atto”, ancora lo stesso).

L’Italia e oltre i confini, ecco il perché di questo titolo “Van Dick l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova a Londra”, le tre città – 80.000 abitanti, una stagione di relativa stabilità politica e di rinnovata identità cattolica, una prospera borghesia mercantile, la prima; 70.00 anime, una influenza economica straordinaria, reti bancarie e abilità diplomatica, i “palazzi dei rolli” a dar testimonianza delle ricchezze, la seconda; 200.000 abitanti sotto gli Stuart, il mecenatismo e le collezioni e le tensioni politico-religiose, l’ultima – che maggiormente hanno segnato il percorso dell’artista. Non un percorso dalla rigorosa sequenza cronologica, quello della mostra, ma dodici sale dove le opere sono felicemente accostate per temi e ambiti della sua attività, dove mettere a confronto, magari con soggetti analoghi, la maniera del Van Dick giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese (avrebbe lasciato, dopo la morte di Rubens e la chiamata di Luigi XIII a Parigi, la corte di re Carlo e non ne avrebbe visto la decapitazione il 30 gennaio del ’49, dinanzi alla sua dimora di Whitehall e la fugace repubblica di Cromwell, l’artista sarebbe morto di lì a pochi anni, nel dicembre del ’41 nella sua Anversa): con tutto l’interesse di scoprire i tratti e il portamento e le vesti sontuose o vedovili e la sensibilità e il gusto sempre signorilmente diverso di una dama che avesse avuto palazzo e servitori a Genova, come a Bruxelles e Anversa, come a Londra. È Van Dick a mettere la propria arte al servizio del diverso momento e della diversa persona, la sua capacità a “sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste e committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti.”

Allora come oggi. In questo oggi di Palazzo Ducale il visitatore ammirerà il Van Dick delle opere sacre, dove coabitano il pathos e la teatralità, forse il capitolo meno studiato della sua attività pittorica, “Il matrimonio mistico di Santa Caterina” che giunge dal Prado o il “San Sebastiano” (da Edimburgo, accostato a Rubens), una stupefacente “Cattura di Cristo” (1620- 1621), dalla Phoebus Foundation di Anversa, eccezionale nella disposizione dei circa dodici personaggi, nella unica luce che illumina la notte del Getsemani, nella tragicità del bacio di Giuda e l’irruenza di Pietro nell’atto di ferire l’orecchio dell’uomo che gli sta accanto, le macchie del blu all’esterno della tela, la concitazione. Il tutto a chiudersi con un inedito “Ecce Homo”, di collezione privata europea, una grande fonte di luce a illuminare le carni straziate (ma Van Dick non aveva ancora considerato il film di Mel Gibson) del Cristo fatto doloroso uomo; e nella completamente affrescata cappella del Doge, momentaneamente ricavata dalla piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo), unica opera dell’artista a destinazione pubblica, il coup de théâtre della “Crocifissione”, oscura e intensa, un’eclisse di sole sullo sfondo a rispetto dei vangeli.

Tra “Vanitas” e “Allegorie” si passa al rapporto con Rubens, da cui l’allievo prende presto le distanze, laddove si dovesse paragonarlo a un linguaggio il primo lo si dovrebbe definire “più colorato e chiassoso” mentre per il secondo saremmo obbligati a usare il termine “più sussurrato”. Poi la sala ambientata a descrivere i fermenti guerreschi dell’Europa dell’epoca, le opere guardano a “Carlo V a cavallo” (1620) e al marchese Ambrogio Spinola, grande generale al servizio della corona spagnola, altri personaggi reali e forse d’invenzione, cappe nere e armature dalle striature lucenti, anche i bambini venivano in tal modo rappresentati già in giovanissima età. Dalla National Gallery arrivano i “bambini Giustiniani Longo” a cui gli studi hanno ridato le esatte identità, sontuosità d’abiti e fieri nella loro fanciullezza, una imponenza che si può accostare senza fatica a quella che fu propria degli eredi delle dinastie europee, portando con sé il ricordo di morti premature, rappresentate da quei più e meno piccoli uccelli, chiari e neri, che sono rappresentati tra le loro mani e a terra nella tela: fanno parte di quel tema familiare (non soltanto il sovrano inglese e la moglie Enrichetta, anche i coniugi De Witte di Anversa a mostrare gli stemmi araldici o Jan de Wael e la moglie Geertrud, chiusi nei loro sontuosi abiti scuri, i bianchi e pieghettati collari, guanti e manicotto di pelliccia, la famiglia come intramontabile valore, nucleo primo della vita sociale, ma anche frutto di eleganza raffinata e di vanità e volontà a tramandare le ingenti sostanze, coppie, genitori e figli, persone mature e vecchi) che tanta importanza ha avuto nella breve vita del pittore.

Il catalogo che accompagna la mostra l’ultimo bellissimo omaggio di Umberto Allemandi a quel mondo dell’Arte che lui ha tanto amato.

Elio Rabbione

Nelle immagini: “Autoritratto”, olio su tavola, 1615 circa, Anversa; “Ritratto di Lord John Belasyse”, olio su tela, 1636 circa; “I bambini Giustiniani Longo” dalla National Gallery di Londra; la “Crocifissione” oggi nella chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo).

La magia di Audrey Hepburn

Niente è impossibile…

di Debora Bocchiardo

 

Audrey Hepburn aveva un motto: niente e impossibile, la parola “impossibile”, in realtà, contiene in sé la frase “I’m possible” … Sono impossibile!”.

Forse grazie a questa preziosa formula magica, la Hepburn scalò tutta la montagna verso il successo, posizionandosi di diritto in quell’Olimpo di nuovi dei che fu ed è Hollywood.

Non a caso, Billy Wilder disse: “Con lei è arrivata la classe”.

Nata a Ixelles il 4 maggio 1929 con il nome completo di Audrey Kathleen Van Heemstra Hepburn Ruston, l’attrice era figlia di un banchiere, Joseph Anthony Hepburn-Ruston, di origini anglo irlandesi, e di una baronessa olandese, Ella Van Heemstra, imparentata con le famiglie reali francesi e inglesi.

La Hepburn frequentò le migliori scuole private in Inghilterra e Olanda dove, nel 1935, in seguito al divorzio dei genitori, tornò a vivere.

La sua infanzia su segnata dalla carestia e dalla brutalità della guerra. Audrey, da adulta, ricorderà di aver patito il freddo e la fame.

Immediatamente dopo la fine del conflitto, madre e figlia si trasferirono a Londra, dove la giovane iniziò a studiare danza, a lavorare come modella e, a partire dal 1951, anche come attrice.

Proprio in quell’anno, Audrey Hepburn apparve nel suo primo film, “Racconto di giovani mogli”, di Henry Cass, seppur in un ruolo secondario.

È l’inizio di un lungo percorso artistico.

Il secondo passo nel mondo del cinema la giovane lo compie nel 1953 con “Montecarlo Baby”, di Jean Boyer, “L’incredibile avventura di Mr. Hollan”, di Charles Chrichton, e “Risate in paradiso”, di Mario Zampi.

La perfetta conoscenza di diverse lingue, permette alla debuttante di spostarsi con disinvoltura in varie parti d’Europa senza eccessive difficoltà e di inserirsi con facilità nel tessuto culturale internazionale.

Proprio nel corso delle riprese per “Montecarlo Baby”, la Hepburn, capace di leggere i segni che il destino le manda e di far tesoro dei nuovi incontri che la vita le regala, consolida la preziosa amicizia con la scrittrice francese Colette (pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette). L’autrice, ormai ottantenne, rimane profondamente colpita dalla freschezza e dall’intelligenza di Audrey e decide di affidarle il ruolo di Gigi nello spettacolo omonimo tratto dal suo romanzo.

La carriera della Hepburn decolla così per gli Stati Uniti e, proprio a Broadway, dopo poche settimane di fortunatissime repliche, sui cartelloni inizia ad apparire la scritta “Audrey Hepburn in Gigi”. Ora la protagonista è lei!

Inizia così una carriera che si snoderà attraverso circa 26 film di fama internazionale.

Nel 1953 il regista Billy Wilder la nota proprio durante una delle repliche a teatro e la vuole per “Vacanze romane”, al fianco di Gregory Peck.

L’anno successivo la scrittura per l’indimenticabile “Sabrina”. Al suo fianco, stavolta, vi sono Humphrey Bogart, chiamato all’ultimo minuto per sostituire Cary Grant e in conflitto perenne col regista, e un giovane William Holden, che si innamora perdutamente di Audrey. Un amore mai ricambiato, destinato a durare per sempre, seppur trasformandosi in una profonda amicizia.

Nel 1954, proprio mentre è impegnata sul set, l’attrice sposa Mel Ferrer, un uomo forte e protettivo, ma dal carattere anche volubile, aggressivo e, a tratti, forse geloso del successo della moglie.

Dall’unione, durata quattordici anni, nasce un figlio, Sean.

Nel 1956 Audrey Hepburn, col marito, lavora in “Guerra e Pace”, una produzione italiana Ponti-De Laurentis realizzata a Cinecittà e diretta da King Vidor.

Il 1957 vede l’attrice al fianco di una altro partner d’eccezione con cui si mormora ci sia stata una relazione sentimentale: sul set di “Cenerentola a Parigi”, diretto da Stanley Donen, la donna conquista il pubblico recitando, infatti, con Fred Astaire.

La Hepburn veste abiti firmati da Givenchy e consolida così anche la sua amicizia con il noto stilista.

Nel 1957 ancora Billy Wilder la vuole per “Arianna”, ma è nel 1959 che Audrey affronta una grande prova d’attrice cambiando drasticamente genere per vestire i panni di una suora missionaria in “La storia di una monaca” di Fred Zinnemann.

È lo stesso anno in cui il marito le chiede di recitare, diretta da lui, in “Verdi dimore”. Un clamoroso insuccesso che certo contribuì a decretare la fine anche dell’unione tra i due.

Dopo il successo di “Gli inesorabili”, diretto da John Huston nel 1960, in cui interpreta una mezzosangue, nel 1961 la Hepburn accetta un altro ruolo da protagonista indimenticabile in “Colazione da Tiffany”, di Blake Edwards.

Dopo ruoli intensi e drammatici o divertenti e romantici, l’attrice stupisce ancora il suo pubblico interpretando, al fianco di Shirley MacLaine, “Quelle due”, nel 1962, diretta da William Wyler. La pellicola tocca temi legati all’omosessualità femminile e l’opinione pubblica ne discute a lungo.

Nel 1963 l’attrice torna a ruoli più leggeri con “Sciarada”, di Stanley Donen, al fianco di uno strepitoso Cary Grant.

Richard Quine e George Cukor, le propongono invece, nel 1964, di vestire i panni della protagonista in “Insieme a Parigi” e “My fair Lady”, pellicole che strizzano l’occhio al teatro e mettono in risalto più che mai le sue doti ironiche.

Sono ancora due commedie a farla amare dal grande pubblico nel 1966 e nel 1967: “Come rubare un milione di dollari e vivere felici”, di W. Wyler, e “Due per la Strada” di S. Donen.

Interessante la prova d’attrice in “Gli occhi della Notte”, di Terence Young, in cui interpreta il ruolo di una ragazza priva di vista.

Le riprese terminano nel 1968 e l’attrice si scopre stremata dal lavoro e dalla lunga crisi sentimentale con Mel Ferrer, conclusasi con la separazione.

L’amico William Holden, forse sperando in qualcosa di più, le offre la propria amicizia, ma la donna decide di regalarsi una rilassante vacanza solitaria.

Ancora una volta è il destino a cambiare la rotta della sua vita, facendole incontrare, proprio durante la vacanza, lo psichiatra italiano Andrea Dotti, sposato nel 1969, da cui, nel 1970, avrà il figlio Luca. Il matrimonio finirà con il divorzio nel 1982.

Interessanti proposte, nel frattempo, le giungono ancora dal cinema con “Robin e Marian” (1976), di Richard Lester, al fianco dell’intramontabile Sean Connery, “Linea di Sangue” (1979) di Terence Young, e “…E tutti risero” (1981) di Peter Bogdanovic, in cui appare anche il figlio maggiore Sean Ferrer.

Il 1989 è considerato l’anno dell’ultima apparizione cinematografica con il suolo dell’angelo all’interno di “Always – Per Sempre” di Steven Spielberg.

Nell’arco della sua luminosa carriera improntata di ottimismo ed energia, Audrey vinse, tra gli altri premi, ben cinque Oscar: “Vacanze romane”, “Sabrina”, “La storia di una monaca”, “Colazione da Tiffany” e “Gli occhi della notte”.

È la sua voglia di aiutare gli altri, forse memore delle sofferenze della propria infanzia, a spingerla a portare aiuto a chi è in difficoltà. Ambasciatrice Unicef, ruolo per cui nel 1992 riceve la Presidential Medal of Freedom dalla  Casa Bianca, la Hepburn è troppo impegnata per preoccuparsi dei primi sintomi di un male silente e spietato, un cancro al colon che si manifesta clamorosamente pochi mesi prima della morte, avvenuta il 20 gennaio 1993, a Tolochenaz, in Svizzera, dove riposa.

Al suo fianco, dal 1981, vi era l’attore olandese Robert Wolders. L’amico Hubert de Givenchy, per trasportarla dagli Usa alla Svizzera negli ultimi giorni della sua vita, mise a disposizione il suo jet personale riempito per l’occasione di fiori.

Nel 1999 l’America Film Institute ha proclamato la Hepburn la terza più grande attrice della storia del cinema.

In arrivo a Torino l’anteprima del festival Afrovision l’11 aprile

Torna a Torino, dal 12 al 15 novembre 2026, “Afrovision”, con una nuova edizione che consolida il festival come piattaforma culturale dedicata alle culture afrodiscendenti contemporanee, alla musica, alle arti e alle pratiche culturali emergenti. Il progetto coinvolge artisti,  comunità e operatori culturali in uno spazio d’incontro tra linguaggi artistici, sperimentazione musicale e dialogo interculturale. Ideato e prodotto dall’organizzazione culturale torinese Creativi Cultural Connections, “Afrovision” nasce con l’intento di valorizzare le diversità culturali come risorsa e promuovere nuove forme di collaborazione tra Europa, Africa e Stati Nord e Sud Americani. Il festival si sviluppa come un progetto diffuso che coinvolge spazi culturali della città e attiva processi di partecipazione, produzione artistica e scambio tra scene culturali differenti.

Una delle principali novità dell’edizione 2026 è rappresentata dall’introduzione di una serie di appuntamenti di avvicinamento al festival, resa possibile grazie al sostegno di Fondazione CRT nell’ambito del bando “NoteSipari”, che inaugura un percorso culturale che accompagnerà il pubblico verso il festival autunnale con eventi distribuiti tra primavera, estate e autunno. Gli appuntamenti dell’anteprima sono annunciati progressivamente nei prossimi mesi. Il primo appuntamento si terrà a Torino negli spazi di Ramo D’Oro e rappresenta l’avvio ufficiale dell’anteprima di “Afrovision”, il primo di una serie di eventi che accompagneranno il pubblico all’edizione novembrina. La serata inaugura inoltre una collaborazione con SEEYOUSOUND  Festival Internazionale dedicato al cinema a tematica musicale, che co-curerà la programmazione dei documentari all’interno del progetto.

Questa collaborazione nasce da una visione condivisa, fondata sul mutualismo associativo e sulle buone pratiche di rete tra realtà culturali indipendenti, elementi fondamentali per rafforzare l’ecosistema culturale cittadino. L’incontro si aprirà con la proiezione del documentario “Sankara” del regista e giornalista francese Yohan Malka, realizzato tra la Francia e il Burkina Faso negli anni Ottanta, ricordato per la sua rivoluzione politica, sociale e culturale, oltre per la visione radicale di giustizia e indipendenza africana. Il documentario restituisce l’eredità di “Sankara” attraverso testimonianze, archivi, riflessioni sul suo impatto politico e simbolico, ancora oggi presente nelle nuove generazioni. La serata proseguirà poi con il concerti dei The Black City, quartetto funk-soul piemontese guidato dal chitarrista Martin Craig. La band sviluppa un sound radicato nella tradizione della “black music”, fondendo soul, funk e jazz-funk attraverso groove serrati e interplay ritmico. A chiudere la serata sarà un djset tra Bunna, storica voce degli Africa Unite, e dj Vale, del collettivo Funky Goodness. Il set unirà reggae, dub, funk e black music in una selezione musicale che attraversa classici e rarità, creando un dialogo tra cultura sound system e club culture contemporanea. Il percorso in anteprima proseguirà il 16 maggio negli spazi di Jigeenyi con una giornata dedicata alla musica e alla cultura urbana. Il programma include rap con Avex, laboratorio creativo dedicato a bambini e ragazzi per esplorare il mondo del rap attraverso la scrittura, il ritmo e l’improvvisazione, seguito dal progetto “Ricette d’Africa”, che valorizza le cucine africane attraverso aperitivi e cene tematiche, accompagnate dal racconto delle storie e delle tradizione delle culture afrodiscendenti, La serata si concluderà con il live set di Avex, rapper e performer italo-etiope attivo nella scena hip-hop europea, il cui stile fonde hip-hop, soul e jazz. Il 17 maggio il programma continuerà negli spazi di Naïf con Wax Pattern Lab, laboratorio creativo di pittura su ceramica ispirato ai partner dei tessuti Wax africani, seguito dal live acustico della cantautrice romana Symo, artista che unisce la tradizione melodica italiana alle sonorità R&B. Il percorso internazionale del festival prosegue con il rafforzamento delle relazioni con importanti piattaforme culturali africane. Nel mese di aprile, la direzione artistica di “Afrovision” sarà ospite del MASA, Marché des Arts du Spectacle Africain ad Abidjan, in Costa d’Avorio, uno dei più importanti mercati africani delle arti performative. In questa occasione, “Afrovision” sarà protagonista di un talk di presentazione durante il quale verrà illustrato il progetto “Genesis”, una piattaforma di rete internazionale sviluppata insieme ai partner del Portogallo, Francia, Guinea Bissau e Nigeria, dedicata alla creazione e alla circolazione della performance multidisciplinare Dis-Engage. L’incontro sarà un momento di confronto dedicato allo sviluppo di nuove collaborazioni e alla costruzione di reti culturali fra Africa, Europa e America Latina.

Info: creativiconnections.com – creativiculturalconnections@gmail.com

Mara Martellotta

Nel Centenario dello Smemorato di Collegno 150 incontri a Fol Fest 

Dal 4 all’8 giugno prossimo si terrà la quinta edizione del Collegno Fol Fest, il cui tema sarà “PerdutaMente”, dimenticare per ricordare, perdersi per ritrovarsi.
L’ospite della quinta edizione sarà il filosofo Umberto Galimberti.
Esattamente cento anni fa, il 10 marzo 1926, un uomo senza memoria varcava il cancello del Manicomio di Collegno. Non sapeva dire da dove venisse, né  conosceva il proprio nome, né  quale vita avesse lasciato alle spalle. Da quel momento prese forma una delle vicende più enigmatiche della storia italiana, il caso dello Smemorato di Collegno, un enigma giudiziario e umano che, in pochi mesi, superò i confini della cittadina, del Piemonte e dell’Italia intera, fino a diventare un caso noto a livello internazionale. Tra il 1927 e il 1930 il Paese seguì con il fiato sospeso la storia di quell’uomo conteso tra due identità e due famiglie, trasformando Collegno nel centro di un dibattito nazionale su identità,  verità e giustizia.
A un secolo di distanza, quella vicenda continua a interrogare e affascinare, non solo come enigma giudiziario, ma come potente metafora della memoria che si perde e si ritrova, delle identità contese, delle vite ricostruite dagli altri.
Le tante domande che quella storia continua a porci risuonano nel nostro tempo, di giorni segnati da guerre che tornano alle porte dell’Europa, da crisi globali, da un senso diffuso di precarietà  e di incertezza sul futuro.
È  proprio questo il fil rouge della quinta edizione del Collegno Fol Fest 2026, in programma dal 4 all’8 giugno prossimi, negli spazi storici dell’ex manicomio  e della città. Tema di quest’anno è “PerdutaMente”. Dimenticare per ricordare, perdersi per ritrovarsi, un tema che attraversa oltre cinquanta eventi tra spettacoli serali, mostre, workshop, conferenze, presentazioni letterarie ed eventi speciali. Come ricordava Italo Calvino “La memoria conta davvero quando unisce ciò che siamo stati a ciò che vogliamo essere”. È  in questo spazio, tra passato e possibilità di futuro, che la Festa sceglie di collocarsi.

“PerdutaMente” non parla soltanto di perdite, ma anche di smarrimenti necessari, quelli che possono diventare luoghi di ricerca dell’identità,  soprattutto per le generazioni più giovani, che vivono in un mondo che spesso parla, ma poco ascolta. Franco Basaglia ci ricordava che  la libertà è terapeutica  e ogni spazio culturale che permette alle persone di interrogarsi su chi sono e su chi potrebbero diventare rappresenta uno spazio di libertà.
È questa la vocazione profonda  della Fol Fest. A volte bisogna perdersi per capire dove siamo e a volte bisogna dimenticare qualcosa per riuscire davvero a ricordare chi siamo.
L’edizione 2026 della Collegno Fol Fest non poteva non rivolgere il suo sguardo verso la storia più iconica di Collegno, proprio in occasione del suo centenario. Con il Comune si sono aperte riflessioni rispetto alla necessità di lavorare con un pensiero e un sostegno vicendevole, per tutelare un’altra forma fondamentale di memoria, quella di comunità. Lo Smemorato fa parte dell’identità di un territorio che ha saputo, nel corso degli anni della sua storia, rivendicare con orgoglio la sua capacità di accogliere il cambiamento, di abbattere muri e costruire modi capaci di garantire la partecipazione di tutti e di tutte.
Dopo l’annuncio della data di Carlo Lucarelli, domenica 7 giugno prossimo, già sold out con una serata dedicata allo Smemorato, una storia che lo scrittore aveva raccontato nella celebre trasmissione “Blu notte – Misteri Italiani” e della data di Matteo Saudino, lunedì 8 giugno, la festa annuncia una nuova prestigiosa presenza negli spettacoli serali al Chiostro della Certosa. Giovedì 4 giugno sarà  la volta di Umberto Galimberti con la sua riflessione “Il bene e il male. Educare le nuove generazioni”, un incontro che interroga i fondamenti dell’etica e della formazione nell’epoca contemporanea. Gli appuntamenti serali, al Centro della Festa, rappresentano il momento  in cui il Chiostro della Certosa diventa la grande piazza della comunità di Collegno e non solo, uno spazio aperto capace di accogliere il pubblico in un dialogo corale su salute mentale, memoria  e identità.

La Collegno Fol Fest si sviluppa come un appuntamento diffuso che coinvolge l’intera città e una pluralità di linguaggi.
Le mostre d’arte trasformano gli spazi storici dell’ex manicomio, Sala Polivante, ex Hammam, Aula Hospitalis con installazioni artistiche e ricerca d’archivio.
La libreria Fol Fest è realizzata in collaborazione con la Scuola Holden di Torino, e animerà ogni pomeriggio de l’Orto che cura, con presentazioni di libri che dialogano con il tema del Festival, da Marco Bonacossa a Violetta Bellocchio, ad Alessandro Perissinotto, fino  alla premiazione della prima edizione del Premio Letterario Collegno Fol Fest.
I workshop esperienziali, condotti da professionisti, artisti e associazioni, offrono alla cittadinanza percorsi di narrazione autobiografica, ascolto empatico, arti terapie espressive  e pratiche di consapevolezza, costruendo uno spazio laboratoriale aperto a tutti e a tutte.

Conferenze e tavole rotonde presso la Facoltà di Scienze della Formazione Primaria dell’Università degli Studi di Torino affronteranno il tema della festa da prospettive storiche, cliniche, giuridiche, filosofiche e sociali, con interventi sull’etnopsichiatria, gli esordi psicotici, l’adolescenza nelle generazione onlife, la sofferenza mentale e il reato, il budget di salute come  diritto fondamentale .
Tra gli eventi speciali si segnala domenica 7 giugno l’Orto che Cura e Piazza della Pace che si animeranno con la Fol Parade, corteo festivo con la Banda Musicale Orchestra Fiati della Città di Collegno  e la web radio “Voci in fol”, curata dal Consorzio Città solidale , che documentano in diretta tutte le realtà presenti, creando un archivio sonoro permanente del Festival.
La festa avrà la sua apertura speciale mercoledì 3 giugno  con un’anteprima gratuita al Cinecircolo L’incontro Suburbana, con la proiezione del film del 1984 di Pasquale Festa Campanile “ Uno scandalo per bene” sulla vicenda dello Smemorato di Collegno.

Info www.collegnofolfest.it

Mara Martellotta

Riprese aperte al pubblico di “Comedy Central Presents”

Torna al teatro Juvarra di Torino il celebre format di cabaret “Comedy Central”, dove il 31 marzo, l’1 e il 2 aprile, dalle 20.45, si terranno le registrazioni della nona attesissima edizione di “Comedy Central Presents, che torna con sei nuovi speciali in onda prossimamente su Comedy Central (Canale 129 di Sky -121 di SkyGlass  e in streaming su NOW). Sono appuntamenti imperdibili che vedranno esibirsi sul palco i grandi talenti della comicità Italiana in tre serate dalle risate assicurate. Martedì 31 marzo si esibiranno Gianluca “Scintilla” Fubelli & Federica Camba e Federico Basso. Gianluca “Scintilla” Fubelli & Federica Camba proporranno “Più o meno uguali”, un viaggio comico dentro le dinamiche di coppia, dove i piccoli contrasti quotidiani diventano l’arena di uno scontro senza fine. Federico Basso proporrà in “Visto dal Basso” un racconto di piccoli problemi che non necessitano di grandi soluzioni, ma soltanto di un diverso approccio e punto di vista. Mercoledì 1⁰aprile sarà la volta di Yoko Yamada e Alice Mangione. Yoko Yamada affronterà in “Mary Poppins e i doni della morte” le contraddizioni della propria identità, divisa tra culture diverse e aspettative improbabili. Alice Mangione in “Nuda e Cruda – lato B” condurrà il pubblico in un viaggio alla ricerca di se stessi, dove l’obiettivo non è ritrovare il baricentro, ma liberarlo come fosse un fagiano, a imparare a vivere senza riuscire a gestirlo mai. Giovedì 2 aprile sarà la volta di Filippo Caccamo e Angelo Pisani. Il primo porterà in scena con “Le Filippiche” un affresco comico del tutto innovativo, che ammicca alle dinamiche del mondo dell’insegnamento, dove nasce la sua prima ispirazione, ma poi si allarga oltre il contesto scolastico per abbracciare la vita di tutti i giorni. Angelo Pisani in “Habemus Papà” percorrerà un viaggio attraverso tutte le fasi della paternità, dall’infanzia all’adolescenza, un racconto ironico dal primo incontro tra un papà e l’asilo, le mamme, la scuola, le amicizie, le attività e il tempo libero, i primi amori, il cane e tanto altro.

Ogni sera andranno in scena due spettacoli, ai quali si potrà fruire con un solo biglietto.

Info: www.teatrojuvarra.it

Mara Martellotta

“Fragile” chiude la rassegna teatrale invernale Burattinarte 

L’ultimo appuntamento della rassegna Burattinarte dell’inverno 2026 conclude il programma in bellezza con uno spettacolo in grado di incantare grandi e piccini. Domenica 29 marzo, alle 16.30, nella chiesa della Confraternita di Guarene, andrà in scena “Fragile”, creazione  originale di Valentina Vecchio, burattinaia e narratrice originaria di Bisceglie. In caso di bel tempo, lo spettacolo potrà essere rappresentato all’aperto nel suggestivo cortile del Municipio, adiacente alla chiesa dell’Annunziata, come già avvenuto nelle passate edizioni della rassegna a Guarene. Un’opera senza parole, delicata ed essenziale che riesce a parlare al cuore del pubblico con la sola forza delle immagini e dei gesti.
“Un gioiellino notevole per la sua semplicità e bellezza senza fronzoli – definiscono i direttori artistici della rassegna, Claudio Giri e Consuelo Conterno – si tratta di un linguaggio senza parole che arriva dritto all’anima: i bambini si lasciano trasportare nel suo mondo senza bisogno di spiegazioni, mentre gli adulti colgono i significati più profondi”.
“Fragile” è uno spettacolo atipico nel panorama del teatro di figura: non si serve della parola ma comunica attraverso l’espressività silenziosa del burattino, e la poesia del gesto. In scena una storia che si dischiude lentamente, come una metafora visiva del sentire umano. Un linguaggio universale fatto di empatia e meraviglia.
La narrazione è accompagnata da una regia minimale e attenta che valorizza la forza espressiva degli oggetti, dei pupazzi e delle piccole azioni teatrali.
“Siamo felici di concludere la rassegna invernale con un altro, eccellente sguardo al femminile sul teatro di figura – affermano Claudio Giri e Consuelo Conterno – Attrice, burattinaia e narratrice, Valentina Vecchio è una bravissima artista che gira l’Italia con il suo teatrino portatile, una valigia piena di oggetti bizzarri, maschere, pupazzi, immagini e racconti. Una vera icona del teatro di strada e di figura, perfettamente coerente con il desiderio di Burattinarte di dare voce alle tradizioni di teatro itinerante provenienti e rivolte a tutto il mondo”.

Contatti: Associazione Burattinarte – 338 7154844 – www.burattinarte.it

Mara Martellotta

In scena al teatro Astra la prima nazionale di “ShortCut”

Al teatro Astra, per Palcoscenico Danza, va in scena in prima nazionale, il 24 marzo prossimo, “ShortCut”, per la coreografia di Emanuela Tagliavia e le musiche di Giampaolo Testoni.

“ShortCut” rappresenta una scorciatoia nel tempo, un attraversamento di lampi e affinità segrete. Non una cronologia ma una costellazione di opere che si richiamano, si riflettono e si riconoscono. Frammenti di una biografia scenica emergono e si ricompongono nel segno di un linguaggio che, nel tempo, ha trovato la propria voce. Il corpo diventa archivio sensibile, luogo di memoria e trasformazione; la danza si fa spazio in cui si intrecciano musica, arti figurative, poesia quali strati di un’unica materia viva.

“ShortCut” ripercorre la ricerca coreografica a partire da “Combustioni”, nata per la riapertura del Teatro Continuo di Burri, a “Funanbolia” che inaugura la stagione di danza del teatro Gerolamo, da “Hopper Variations” e “Baltus Variations”, dialoghi silenziosi con la pittura, a “Deux à Tiroir”, ispirata a una scultura di Dalì; da “Prior to and after” che insegue il mito dell’ermafrodita fino a “Variation for five”, presentato a Al Bustan festival di Beirut. Si tratta di opere nate in tempi e contesti diversi uniti da una stessa urgenza: abitare il corpo come luogo di visione. Ogni estratto guarda al successivo come in uno specchio, seguendo un fil rouge intuitivo più emotivo che narrativo. A tenere unito questo percorso è anche il dialogo con le musiche originali di Giampaolo Testoni, presenza costante e necessaria che accompagna e modella il gesto. “ShortCut” non ricostruisce una storia, ma ne evoca le tracce, rappresenta un gesto di ritorno e di slancio, una mappa incompleta e intenzionale, un mostro scenico ibrido, non lineare, nato dalla collisione di tempi, dove il passato non è memoria ma materia in movimento.

Mara Martellotta

Rock Jazz e dintorni a Torino: Achille Lauro e il duo Mario Venuti & Tony Canto

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Lunedì. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Tom Meighan preceduto dai Boschi Bruciano.

Al Cafè Neruda è di scena Gigi Cifarelli.

Martedì. All’Inalpi Arena arriva Achille Lauro. All’Hiroshima si esibisce Nitro. Al ONE prende il via la rassegna What’s Jazz con il trio del pianista Emanuele Sartoris. All’Hiroshima è di scena il rapper NITRO.

Mercoledì. Al Blah Blah suonano i The History Of Gunpowder. Al Cafè Neruda si esibiscono i Doctor In Jazz. Al Vinile è di scena il Topside Quartet.

Giovedì. Alla Suoneria di Settimo si esibisce Mario Venuti e Tony Canto. Allo Spazio 211 suonano i Santamarea.

Venerdì. Allo Ziggy sono di scena i Spiritual Front. All’Hiroshima per 2 sere consecutive suonano i Patagarri. Al Peocio di Trofarello si esibiscono i Michael Schenker Expirence. Al Circolo Sud suona il duo Primule Rosse. Al Vinile sono di scena i Basso Tenore. Alla Divina Commedia si esibiscono Le Voci Sospese. Allo Spazio 211 sono di scena i Bardomagno. Al Blah Blah suonano i Plakkaggio.

Sabato. Alla Suoneria di Settimo si esibiscono le Cantetas. Al Magazzino sul Po suona la Sandrin Jazz Ensemble Orchestra. Allo Spazio 211 è di scena il cantautore Dotan. Allo Ziggy si esibisce Lili Refrain. Al Folk Club suona il duo Joachim Cooder e Adriano Viterbini.

Domenica.  Alla Divina Commedia sono di scena i Girinsoliti.

Pier Luigi Fuggetta

TorinoDanza Extra presenta Juliet & Romeo

Martedì 31 marzo prossimo, alle ore 19.30, al teatro Gobetti, torna Torinodanza Extra, percorso dedicato alla danza e al teatro performativo che, dopo il successo ottenuto nelle due passate stagioni, continua a definire e sottolineare il carattere multidisciplinare e contemporaneo della programmazione del Teatro Stabile di Torino.

Torinodanza Extra si articolerà, nella stagione 2025-2026, in tre appuntamenti. Il primo sarà  Juliet & Romeo, ideato e diretto da Ben Duke, talento visionario della scena britannica e sviluppato dallo stesso Duke insieme a Solène Weinachter, a partire dall’opera di William Shakespeare. In scena la performer e coreografa Emily Terndrup e il danzatore John Kendall.

Regista associata Raquel Meseguer, la progettazione delle luci è di Jackie Shemesh, la scenografia e i costumi sono di James Perkins.

Lo spettacolo è  stato rappresentato più  di 140 volte in sette Paesi diversi ed  è prodotto da Lost Dog e commissionato da Battersea Arts Centre e da The Place, con il supporto di Arts Council England.

Juliet & Romeo debutta a Torino in prima nazionale e rimarrà in scena al Teatro Gobetti per la stagione in abbonamento dello Stabile fino a giovedì 2 aprile e sarà  proposto in lingua inglese con sottotitoli in italiano.

E se Romeo e Giulietta fossero sopravvissuti per vivere davvero la loro storia d’amore? Immaginiamoli in crisi di mezza età, costantemente derisi dal loro sé adolescenti e tormentati dalle passioni di essere la coppia simbolo dell’amore romantico.

Decidono di affrontare le loro difficoltà mettendo in scena uno spettacolo su se stessi, nonostante il parere negativo del loro analista. Ben Duke affronta la nostra ossessione culturale per la giovinezza e i problemi legati alla longevità. Si tratta di un viaggio sottile tra risata e malinconia, dove il mito dell’amore perfetto si scontra con la disarmante realtà quotidiana. Uno spettacolo per tutti, in cui la danza incontra l’archetipo dell’amore contrastato.

“Ho visto Romeo e Giulietta per la prima volta quando ero adolescente – spiega il regista Ben Duke – era una produzione della Royal Shakespeare Company. Sapevo, fin dall’inizio dello spettacolo, che nel giro di circa due ore sarebbero morti, quindi ero riluttante ad affezionarmi a loro […], ma quegli attori della RCS erano talmente bravi e Shakespeare sa quello che fa, così mi sono lasciato coinvolgere, mi sono affezionato, ho ceduto controvoglia all’energia emotiva. Come esseri umani siamo con rare eccezioni predisposti a farlo. Non vogliamo che le persone a cui teniamo muoiano, quindi non volevo che Giulietta e Romeo morissero. In produzioni successive mi è capitato di provare l’opposto, perché i due protagonisti erano molto irritanti, ma in quella prima esperienza volevo la vita. C’erano così tante occasioni che li avrebbero fatti sopravvivere: se solo Romeo avesse ricevuto il messaggio di Giulietta, se solo Giulietta avesse bevuto qualche milligrammo di pozione in meno si fosse svegliata trenta secondi prima, se solo Paride fosse stato più abile con la spada e avesse ritardato l’ingresso di Romeo di un minuto o due. Come pubblico dovevamo assistere a quanto vicino fossero andati a restare in vita, e lo trovavo quasi insopportabile, e così questo spettacolo nasce da una mia antica avversione per la morte, e dalla progressiva consapevolezza che nel mio lavoro ero perfettamente in grado di riscrivere quell’episodio che mi aveva frustrato per qualche tempo. Volevo che Giulietta e Romeo vivessero e questo è stato il punto di partenza.

All’inizio tutto è stato esaltante e tutto possibile. Dove sarebbero andati e come avrebbero vissuto? Eravamo travolti dalle possibilità. Secondo gli esperti, il filtro d’amore che percepiamo come amore romantico dura soltanto tre anni, in cui si passa gradualmente dall’ideale al reale, e Giulietta e Romeo avevano una caduta particolarmente difficile da affrontare. Mi interessava questa seconda parte della loro relazione, quella successiva all’amore romantico, meno drammatica e più ripetitiva. Se la loro passione iniziale era alimentata dalle famiglie in guerra, che tipo di relazione nasceva nella quotidianità e nell’ordinarietà? Il processo creativo ha in qualche modo rispecchiato questa discesa nell’ordinario. Abbiamo iniziato con leggerezza e ottimismo, che ci hanno permesso di giocare con la storia di Shakespeare e di trovare il lato ridicolo di questa presunta tragedia. Abbiamo trascorso quanto più tempo possibile a guardare le numerose versioni dei balletti di MacMillan e Nureyev, e i film di Zeffirelli e di Lurhman, lasciando che tutte queste versioni si confondessero nella nostra mente. Ed ecco Juliet & Romeo raccontato nel technicolor di parole e movimento, un esperimento alchemico che sfida la morte e afferma la vita, trasformando gerbilli in tartarughe e rimodellando questa iconica storia di amore e morte in qualcosa di molto più ordinario”.

Teatro Gobetti – via Rossini 8, Torino – orari: martedì, giovedì ore 19.30; mercoledì ore 20.45

Biglietti: da euro 12 a euro 28 – biglietteria presso il teatro Carignano (piazza Carignano 6, Torino) – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta