Riceviamo e pubblichiamo
Con lo stesso spirito, con cui abbiamo aperto il Museo Ettore Fico in Barriera di Milano nel 2014, abbiamo deciso di trasferirci nel quartiere Madonna di Campagna nel 2026 per poter dimostrare che le periferie posso offrire una visione alternativa alla consuetudine, attivare un pubblico nuovo per le attività culturali e offrire alla Città un’alternativa alle zone centrali.
Dalla nostra nuova sede si può usufruire del Parco Dora e degli spazi del Kappa Futur Festival (Ex Teksid-Ferriere Fiat), della chiesa di Antonio Botta, del Museo dell’Ambiente e del distaccamento di Informatica dell’Università, incontrare moltissimi ragazzi che studiano e altrettanti operai, impiegati e semplici persone che lavorano o vivono qui. Il nostro nuovo progetto è riformulato rispetto alle attività del Museo Ettore Fico che, per il momento, è stato “congelato” in attesa di un nuovo e proficuo dialogo con la Città e le Istituzioni. La programmazione delle mostre sarà semestrale e inizierà alla fine del mese di settembre con una mostra personale di Giovanni Termini, l’artista vincitore del Premio MEF assegnato durante Artissima 2025. Ogni mostra sarà l’“assolo” di un singolo artista che si confronterà con lo spazio e la produzione di una singola installazione site-specific. Questa serie di mostre avrà un unico titolo: “Caveau” e un sottotitolo deciso dall’artista invitato, per sottolineare la preziosità e l’unicità dell’operazione. Le mostre avranno durata di sei mesi ciascuna e le visite avverranno in un contesto intimo e meditativo. L’ingresso sarà gratuito e su appuntamento, il numero di visitatori sarà di 15/20 partecipanti per ogni incontro, tutti insieme e allo stesso orario, e potranno beneficiare di una visita esclusiva con operatori culturali che illustreranno le opere e la loro poetica. Le visite saranno su prenotazione nominale, ci piace sapere chi ci verrà a trovarci per poter attivare una reciproca conoscenza, avere un reciproco rapporto privilegiato, si potranno instaurare rapporti fra i visitatori stessi dando vita a interessanti scambi interpersonali che daranno frutti in contrapposizione all’anonimato in cui quotidianamente ci troviamo. Chiederemo a tutti di lasciare per un’ora i telefoni spenti ed entrare in sintonia con le opere e lo spazio nel “caveau” dell’arte. Giovanni Termini Assoro (Enna) 1972, vive e lavora a Pesaro. La sua ricerca si concentra su una ridefinizione della scultura, intesa non come organizzazione di volumi statici, ma come combinazione di forme in espansione. I media da lui utilizzati, consistono in oggetti quotidiani provenienti dai contesti più diversi e realizzati con materiali differenti: legno, acciaio, vetro, tubi da ponteggio che dialogano fra loro per affermare il primato della materia e della forma. Gli oggetti, accostati in modo contrastante, coinvolgono lo spettatore sia fisicamente sia mentalmente e le installazioni che realizza trasmettono uno spaesamento ironico o paradossale invitando il pubblico a fermarsi e a riflettere, mettendo in relazione la solidità delle strutture con l’insicurezza dell’esistenza. Il paradosso tra stabilità-forza e squilibrio-precarietà riflette la condizione umana, collegandosi alle tensioni interne delle strutture. Termini realizza preferibilmente opere site-specific, con l’intento di inventare un nuovo alfabeto dello spazio, dando vita e voce a prospettive inusuali e a grandi luoghi non convenzionali. Egli indaga precedentemente lo spazio in cui le sue opere verranno create, lo assorbe e lo vive prima di attuare l’installazione. Il processo concettuale e riflessivo è vitale come la fase dell’assorbimento concettuale, quando l’idea si trasforma in forma. La sua idea di spazio – lo spazio in cui l’artista lavora e in cui l’opera nasce e vive – non coincide con una dimensione astratta e predefinita, il suo non è uno spazio cartesiano, bensì uno spazio valutato dalla prospettiva stessa dell’artista come grado zero. Lo spazio diventa infatti un “cantiere” – parola chiave nella pratica di Termini, sinonimo di un ambiente in continuo progresso, avanzamento e trasformazione – che nasce come strumento di introspezione e diventa infine la forma espressiva distintiva dell’artista. Il cantiere non è soltanto il luogo in cui si lavora e la materia si trasforma, è anche il luogo in cui dominano ordine, rigore, logica del movimento e in cui tutto può accadere, come nella vita.
Fondazione Ettore e Ines Fico
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A Palazzo Madama torna il “San Giuseppe” di Daniel Seiter
Uno svolazzo di angioletti, più o meno paffuti, un punto di chiarore in quel Bambinello a rischiarare la scena costruita nei toni bruni, il viso misericordioso della Vergine avvolta nella sua veste rosata e San Giuseppe, il ramo fiorito di fiori bianchi ai suoi piedi, a offrire quel gruppo di famiglia ai fedeli, a quell’angolo di città che timidamente Daniel Seiter, pittore di corte di Vittorio Amedeo II, ha posto, tra il 1698 e il 1699, in questa grande tela, alta e imponente, tre metri per due, che torna oggi al pubblico di Palazzo Madama, nella Camera delle Guardie: opera acquistata in asta a Vercelli nel maggio scorso, operazione eccellente di munificenza voluta da un gruppo che riunisce gli Amici della Fondazione Torino MuseI, più che volenterosa e agguerrita presidente Maria Leonetti Cattaneo, e l’avvocato Marziano Marzano, già assessore alla Cultura e vice sindaco di Torino. Non soltanto un’acquisizione ma la conferma, in tempi gretti e inariditi e quanto mai ingenerosi, che il mecenatismo non fu prerogativa di un rinascimento o di un’epoca barocca ma che può trovare spazio – un ampio spazio? – anche ai nostri giorni. Non era giusto che “Il Patrocinio di San Giuseppe e l’Immacolata Concezione con Gesù Bambino” finisse in qualche collezione privata o risparisse chissà dove, come già successe in epoca di trafugamenti francesi di epoca napoleonica che ne fecero perdere le tracce. “Senza trionfalismi” – ripete con eleganza sabauda Marzano – “e come esempio di bella storia istituzionale” e di senso civico, i signori si sono dati da fare, hanno affrontato tempi stretti e carte bollate e hanno riportato a casa di storia torinese.
Questo “San Giuseppe” venne commissionato dalla Città di Torino verso la fine del secolo XVII e concepito per la chiesa di Santa Cristina, devozione e onore al santo che era stato eletto compatrono della città, dopo la conclusione della guerra contro la Francia di Luigi XIV. Gli ultimi decenni hanno dato spazio a studi approfonditi che hanno consentito di ricostruirne la storia e di identificarlo con la grande pala documentata dalle fonti settecentesche. È felicemente posto oggi nella prima sala che introduceva agli appartamenti di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, al piano nobile del palazzo: di qui si raggiungevano infatti la Camera di Parata e gli appartamenti di rappresentanza. Unione che si fa ancora maggiore se si pensa al legame che legò la sovrana sostenitrice del culto del santo, che accrebbe giorno dopo giorno il proprio rapporto privilegiato con il monastero di Santa Cristina (volle tra l’altro essere sepolta in abito monacale) e con la beata Maria degli Angeli. Per molte ragioni la tela doveva tornare alla società del capoluogo, gesto di generosità – ripetiamolo -, di valida appartenenza e di altezza intellettuale. L’impegno e la fatica li ha descritti con vivacità Maria Cattaneo, durante la presentazione di ieri: “Non è stata cosa da poco l’intera operazione, forte per noi che ci sovvenzioniamo con una quota associativa annuale di cento euro, centocinquanta se a sottoscrivere sono marito e moglie, ma l’occasione voleva dire che san Giuseppe aveva proprio scelto noi”, entusiasmo corrisposto da Marzano che di recente s’è fatto già promotore del restauro di un polittico di Defendente Ferrari.
Daniel Seiter – nato a Vienna nel 1647 e morto a Torino nel 1705, dopo un apprendistato veneziano e un breve soggiorno romano venne nella capitale sabauda, lavorò tra l’altro a Palazzo Reale (la “Galleria del Daniel”, che da lui prende il nome, raffigura nella volta il trionfo di Vittorio Amedeo II) e nella Villa della Regina, sono andate perdute le sue opere per l’Ospizio di Carità in via Po, altre tele in alcune chiese torinesi e in Germania, a Brunswick e Dresda – torna ospite in un nuovo allestimento della sala, seicentesca a tutto tondo, specchio della stagione barocca italiana, accompagnandosi a Giovanni Serodine e al Cairo, a Orazio Gentileschi e al Dauphin e al Cerano, “sottolineando il ruolo di Torino quale crocevia artistico europeo. Ha sottolineato Giovanni C.F. Villa, direttore di Palazzo Madama: “Il museo non è soltanto il luogo della conservazione delle opere, ma lo spazio in cui la storia della città ritrova le proprie connessioni.Il ritorno della pala di Daniel Seiter ci permette di rileggere una stagione fondamentale della cultura sabauda e, al tempo stesso, di restituire nuova forza e nuovo significato a uno degli ambienti più rappresentativi del piano nobile del palazzo”.
Rosanna Purchia, assessora alla Cultura della Città, ha ribadito quanto l’acquisizione sia “un gesto di grande attenzione verso il patrimonio comune e conferma quanto la collaborazione tra istituzioni, cittadini e realtà private possa contribuire in modo concreto alla tutela e alla valorizzazione del proprio percorso museale, rafforzando il legame tra le collezioni civiche, la città e la sua storia”; mentre Massimo Broccio, Presidente della Fondazione Torino Musei, commenta in conclusione: “Tra gli obiettivi strategici della Fondazione vi è quello di favorire una partecipazione sempre più ampia alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio, promuovendo forme di sostegno capaci di trasformare l’interesse individuale in una responsabilità condivisa verso la collettività. Le acquisizioni, i restauri e i progetti di valorizzazione acquistano infatti il loro significato più profondo quando diventano occasioni di coinvolgimento della comunità e strumenti di trasmissione della memoria alle generazioni future”.
Elio Rabbione
Nelle immagini, la tela di Daniel Seiter posta a Palazzo Madama (part.); l’ex vice sindaco di Torino, Marziano Marzano, l’assessora Rosanna Purchia, la Presidente degli Amici della Fondazione di Palazzo Madama e Giovanni Villa, direttore del Palazzo, alle loro spalle l’opera. Ph. Perottino
Dal 15 luglio 2026 al 6 gennaio 2027
A cura di Clelia Arnaldi di Balme
Guardaroba e Piccolo Gabinetto Cinese
Piazza Castello, Torino
Apre al pubblico mercoledì 15 luglio l’esposizione Giardini. L’arte di vivere la natura nel Settecento, a cura di Clelia Arnaldi di Balme.
Antico o moderno, all’italiana o all’inglese: con i suoi colori, i suoi rumori e i suoi profumi, il giardino accompagna la vita dell’uomo e consente un rapporto quotidiano con la natura. Attraverso una selezione di disegni, tavole botaniche e incisioni, la mostra conduce il visitatore in una passeggiata ideale tra i giardini del Settecento, alla scoperta della loro storia e delle abitudini di chi li viveva giorno per giorno, per svago o per mestiere.
Il percorso si apre con una sezione dedicata al giardino “all’italiana”, nato nell’Italia centrale del Rinascimento e caratterizzato da aiuole disegnate con rigore geometrico, terrazzamenti, fontane e sculture. Il giardino di Boboli a Firenze viene declinato come modello in tutta l’Europa e gode di particolare fortuna come immagine del potere. Le incisioni di Antonio de Pienne per il volume delle Regie villae poetice descripte, stampato a Torino nel 1771, illustrano i parterre de broderie delle residenze reali sabaude, dove le siepi piantate a disegni geometrici creano veri e propri ricami vegetali, fissando i principi di grandiosità, rigore simmetrico e artificialità delle forme, che distinguono il giardino barocco.
L’esposizione prosegue con il giardino nel teatro del Settecento: qui lo spazio verde incarna l’artificio umano che si impone sulla natura, ed è sede ideale di intrattenimenti sociali non ufficiali, mentre la selva è luogo misterioso che produce smarrimento e il boschetto è luogo solitario adatto a confidenze. I disegni scenografici di Filippo Juvarra (Messina 1678 – Madrid 1736) e dei fratelli Bernardino e Fabrizio Galliari (Andorno 1707 – 1794 e 1709 – 1790) per i teatri di corte di Torino ci accompagnano alla scoperta delle valenze simboliche e letterarie dei giardini settecenteschi.
Anche il progetto di Filippo Juvarra per il giardino della villa di Luigi Mansi a Segromigno, nella Lucchesia, abbozzato dall’architetto messinese nel 1706 e completato più tardi, nel 1725, descrive parterre à broderie e fontane alla francese. Il risultato del lavoro di Juvarra si può ammirare anche nella veduta prospettica incisa nel 1790 su disegno dell’abate e geografo lucchese Giovanni Francesco Giusti.
Nel progettare il giardino, l’architetto deve considerare molteplici aspetti, dai livellamenti del pendio alle opere di ingegneria idraulica per il corretto funzionamento delle fontane. Juvarra concepisce tre giardini in uno: due zone con giochi d’acqua e aiuole geometriche, tra le quali si inserisce il prato con viale che conduce al loggiato di ingresso della villa. Dietro al palazzo un fondale scenografico a esedra, composto di edicole e tempietti, gruppi di sculture e piccole fontane.
Infine, le incisioni di Ignazio Sclopis (Torino 1727 – 1793), tra cui la veduta del parco di Stupinigi con i suoi viali a raggiera, approfondiscono le attività ricreative che si svolgono in giardino, dalle passeggiate all’ascolto della musica nei padiglioni dedicati ai concerti, dalle regate ai giochi di palla.

Il percorso si chiude con i giardini “all’inglese” e “all’orientale”, frutto di diverse visioni della natura, che figurano nei progetti di Francesco Bettini (Maderno 1737 – 1816), architetto e studioso di botanica, rientrato a Roma dopo aver vissuto lunghi periodi a Parigi e a Londra. Il giardino all’inglese nasce sulla base di suggestioni letterarie intorno al tema del sublime e del bello, elaborate in Inghilterra dalla metà del Settecento. Il sentimento scavalca ogni razionalità e aiuta a cogliere la dimensione infinita del paesaggio, l’immenso e la forza della natura. Il giardino non è più geometrico, si apre alla libertà della natura, con un aspetto più romantico.
Negli stessi anni, la letteratura di viaggio e le relazioni dei missionari fanno conoscere i giardini cinesi, che fino all’inizio del secolo erano noti solo attraverso le decorazioni di porcellane, tessuti e lacche. I giardini costruiti dagli imperatori della dinastia Quing (1644 – 1911) nelle residenze di Pechino e delle regioni settentrionali della Cina plasmano l’andamento del terreno e ricreano gli elementi naturali in modo artificiale. Nei giardini d’Europa, come in Cina, compaiono rocce, acqua, alberi e arbusti, pagode e piccoli edifici all’orientale disposti con apparente casualità su colline realizzate dall’uomo.
Un’ultima vetrina è infine dedicata ai due volumi di acquerelli botanici opera del conte Lorenzo Freylino (1754 – 1820), dal titolo “Francisci Laurentii Freylini … Hortus herbarii repertorium botanicae figuris ab eodem collectis delineatisque, excerptum, ac demonstratum”. Freylino allestisce un giardino botanico con piante rare e esotiche presso il suo palazzo a Buttigliera d’Asti e approfondisce i suoi interessi scientifici scambiando piante e semi con gli scienziati botanici italiani e stranieri più autorevoli del tempo. I due volumi raccolgono 123 tavole datate tra il 1773 e il 1813.
Il progetto grafico è a cura di Simona Alborno con la collaborazione di Giuseppe Salerno.
Ingresso incluso nel biglietto delle collezioni permanenti.
In occasione dell’apertura della mostra verrà riallestita anche la Sala Tessuti. Qui sarà riproposta l’esposizione Bianco al femminile, a cura di Paola Ruffino, che illustra la stretta connessione, materiale e simbolica, che lega il bianco, il colore naturale della seta e del lino, alla donna.
Cinquanta manufatti tessili custoditi dalle collezioni di Palazzo Madama: dal ricamo in lino medievale, ai merletti ad ago o a fuselli, al ricamo in bianco su bianco fino agli abiti da sposa: una storia secolare – tutta declinata al femminile – intrecciata nelle mussole di cotone, nelle garze di seta, nei rasi leggeri.
Il nuovo allestimento sarà visibile dal 15 luglio con il biglietto delle collezioni permanenti.
INFO UTILI
ORARI: lunedì e da mercoledì a domenica: 10 – 18. Martedì chiuso.
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.
INFORMAZIONI
palazzomadama@fondazionetorinomusei.it – t. 011 4433501 https://www.palazzomadamatorino.it/it/
D’estate la musica è in quota
Torna anche quest’anno Musica in Quota, il festival che unisce escursionismo e musica dal vivo negli scenari più suggestivi dell’Alto Piemonte. La ventesima edizione si svolgerà dal 7 giugno al 20 settembre 2026 tra le montagne del Verbano-Cusio-Ossola
Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/musica-quota-0
A Chieri è “Festa del Piemonte”
Sarà una divertente “commedia” in stretta lingua piemontese e recitata al chiaro di luna ad accompagnare la quarta edizione dell’attesa “Festa”
Domenica 19 luglio, ore 21,15
Chieri (Torino)
L’appuntamento è presso l’ampio “Cortile del Municipio”, in via Palazzo di Città al civico 10. Sarà lì la Festa. Sarà lì che, domenica 19 luglio, alle 21,15, per il quarto anno consecutivo, la Città di Chieri celebrerà, con un nuovo spettacolo comico in lingua piemontese e “en plein air” (si spera in una serata “amica” sotto le stelle e con un po’ di attesa brezza!) la sua amatissima “Festa del Piemonte”.
“Malavì d… Piemunteis!!!”, il titolo della divertente commedia, ambientata in uno studio medico. Attraverso brevi scenette saranno citati personaggi, modi di dire e tipiche ricette tradizionali, celebrando l’orgoglio di essere piemontesi con ironia e quotidianità. La messa in scena sarà affidata alla regia di Franca Aiassa e Bruno Masera, con la partecipazione di Franca Aiassa, Bruno Masera, Mario Pavesio e Beppe Bordone, e con interventi musicali di ‘I Quatr Rubatà’, Marco Lusso, Francesco Tosetto e Marco Ravizzotti, diretti dal Maestro Enrico Frezzato.
L’evento, a ingresso gratuito, è organizzato con il patrocinio del “Consiglio Regionale del Piemonte” e della “Città Metropolitana” di Torino (in caso di maltempo, ma si spera – ripeto – in una “serata amica”) lo spettacolo si terrà all’“Auditorium Leo Chiosso”).
La “Festa del Piemonte” è stata istituita con la legge regionale 15/2022 e si celebra, per l’appunto, il 19 luglio, anniversario della battaglia al “Colle dell’Assietta” (1747) tra i Francesi di Luigi XV e l’Esercito sabaudo di Carlo Emanuele III.
Ma, attenzione! E qui sta il bello, a favore della “Città collinare”: “Il 25 marzo del 2021 il ‘Consiglio comunale’ di Chieri approvava all’unanimità un Ordine del Giorno proposto dal consigliere Luigi Furgiuele, con cui si chiedeva alla Regione Piemonte di istituire una ‘Giornata della Lingua e della Letteratura Piemontese’ – ricordano il sindaco Alessandro Sicchiero e l’assessora alla Cultura Antonella Giordano – in quanto il patrimonio culturale, linguistico e letterario del nostro Piemonte deve essere tutelato, valorizzato e trasmesso alle nuove generazioni. In un certo senso siamo stati, dunque, anticipatori della decisione della ‘Regione Piemonte’, che un anno dopo con apposita legge ha reintrodotto la ‘Festa del Piemonte’ allo scopo di favorire la conoscenza della storia del Piemonte, la conservazione, la salvaguardia e la valorizzazione dell’originale patrimonio culturale regionale e di diffondere la conoscenza dello ‘Statuto’ e dei simboli della Regione”.
Il 2023 è stato il primo anno di realizzazione ufficiale della “Festa del Piemonte” a Chieri, e in quell’occasione è stato presentato, accompagnato da letture di poesie, il “più antico documento” in lingua piemontese custodito nell’“Archivio storico” della Città. Nel 2024, la seconda edizione ha visto protagonisti le coppie del Circolo Torinese della “Federazione Nazionale Società di Danza”, per una rievocazione delle danze tipiche dell’800 e uno “spettacolo teatrale” con gli artisti Franca Aiassa, Giuseppe Bordone e Mario Pavesio, accompagnato da musiche in dialetto del gruppo “Ij Sinch Broch”. Nell’edizione 2025 è andato in scena uno “spettacolo teatrale” in lingua piemontese, scritto e diretto, come per l’anno precedente, dagli artisti Franca Aiassa e Giuseppe Bordone con Mario Pavesio. E anche in quel caso, le musiche sono state curate dal gruppo ‘Ij Sinch Broch’”.
Aggiunge l’assessora alla Cultura Antonella Giordano: “Gli appuntamenti degli anni passati hanno registrato un’ottima partecipazione da parte della cittadinanza, affascinata dalla ricostruzione puntuale della ‘piemontesità’. La ‘Festa del Piemonte’, infatti, desidera coinvolgere un pubblico eterogeneo, rendendo la ‘lingua piemontese’ accessibile e vivace e unendo momenti musicali a scene teatrali. La serata del 19 luglio è stata inserita nel calendario ufficiale degli eventi patrocinati dal ‘Consiglio regionale del Piemonte’, e si collega ad altre iniziative culturali della ‘Città di Chieri’ volte a valorizzare lingua, radici e tradizioni piemontesi, come la ‘Vijà’ a settembre”.
G.m.
Nelle foto: Presentazione “Festa del Piemonte” in “Consiglio Regionale”, al centro l’assessora Antonella Giordano con Bruno Masera e Franca Aiassa; Franca Aiassa e Bruno Masera; ‘I Quatr Rubatà
Con il concerto “Luce” si conclude il ciclo di ‘Rosso Beethoven’, ciclo concertistico della stagione estiva del Teatro Regio che si tiene presso i Musei Reali di Torino, precisamente presso la Corte d’Onore di Palazzo Reale. Il concerto “Luce” si terrà martedì 21 luglio prossimo alle ore 21, con replica mercoledì 22 luglio.
Sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio debutta Liubov Nosova, giovane direttrice russa già apprezzata in istituzioni europee importanti.
Il programma del concerto vede accostate l’Ouverture Leonore e la Settima Sinfonia, due capolavori beethoveniani che conducono l’ascoltatore dal dramma della prigionia alla liberazione, fino alla forza sconvolgente e travolgente del movimento.
Attraverso la Leonore e l’energia travolgente della Settima Sinfonia, il suono di Beethoven diventa luce pura, delineando un cammino radioso capace di trasformare il dramma della liberazione nel trionfo della gioia e della vita.
La Leonore n. 3 in do maggiore op. 72 è sicuramente la più rappresentativa delle quattro ouverture scritte per l’opera Fidelio e venne composta nel 1806. La Settima Sinfonia fu eseguita per la prima volta a Vienna nel 1813 e divenne da subito uno dei più clamorosi successi di Beethoven, tanto che Richard Wagner la definì l’”apoteosi della danza”. Sono quattro i movimenti che la caratterizzano, tra i quali l’Allegretto che Abbado ha descritto come “uno dei brani di Beethoven più perfetti nella forma”.
Liubova Nosova appartiene alla nuova generazione di direttrici d’orchestra che ei stanno affermando sulla scena internazionale.
Si è formata presso il Conservatorio Statale di San Pietroburgo e si è perfezionata in prestigiose accademie europee, dirigendo negli ultimi anni importanti orchestre sinfoniche e produzioni operistiche. Il concerto “Luce” del 21 e 22 luglio prossimi segna il debutto con l’Orchestra del Teatro Regio e conclude il percorso “Rosso Beethoven”, affidando a una giovane bacchetta una delle pagine più luminose e coinvolgenti di tutto il repertorio beethoveniano.
“Emozione Reale” è stata accolta con grande entusiasmo da tutto il pubblico fin dal concerto inaugurale. Invita il pubblico a vivere la serata ai Musei Reali a partire dalle ore 19.30.
Il percorso “all inclusive” comprende la visita all’appartamento della regina Elena, la possibilità di una passeggiata nel giardino Ducale, l’aperitivo alla Caffetteria Reale e il Concerto nella Corte d’Onore di Palazzo Reale alle ore 21.
Ai possessori del biglietto per il concerto è consentito l’ingresso a partire dalle ore 20. La Caffetteria Reale resterà aperta per consumazioni prima degli spettacoli.
Prenotazioni tavoli info@caffetteriareale.it
In caso di annullamento per maltempo, il teatro ha previsto una data di recupero per il concerto Luce il 23 luglio.
Mara Martellotta
Il Fante Sardo che provocò gli austriaci
Inizialmente l’Alfierie era posto in asse con via Garibaldi e con il filo dei palazzi del lato sinistro di via Roma, per far sì che non coprisse la visuale verso Palazzo Reale. I lavori di riqualificazione di piazza Castello, nel 2000, hanno richiesto un arretramento verso Palazzo Madama
Tra passeggiate romantiche sotto luci natalizie e regali dell’ultimo momento, eccoci nuovamente giunti, nella settimana che precede il Natale, al nostro consueto appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere. Oggi vorrei parlarvi di un monumento che, probabilmente vista la bellezza della piazza che lo ospita, passa spesso e volentieri inosservato all’occhio del passante: sto parlando del monumento all’Alfiere dell’Esercito Sardo presente in Piazza Castello. Questa volta l’opera di cui vi andrò a parlare è un po’ diversa dal solito, in quanto il soggetto rappresentato non è come per gli altri monumenti che abbiamo visto un personaggio storico famoso, ma bensì un semplice alfiere dell’esercito sardo; ecco perché in questo caso sarà più interessante capire la vita del suo autore. (Essepiesse)
La statua in marmo bianco posta quasi al centro di piazza Castello, di fronte a Palazzo Madama, rappresenta come detto in precedenza, un semplice alfiere dell’Esercito Sardo. Egli è raffigurato in posizione eretta mentre sguaina la spada con la mano destra e con la sinistra sorregge la bandiera italiana. Il soldato è posto su un doppio basamento in granito che reca sul fronte un bassorilievo e ai lati due stemmi; ai suoi piedi vi sono un cannone ed un ramo con foglie di quercia. Questo Alfiere è il simbolo di un Italia repubblicana e di uno scultore liberale che ha cercato di trasmettere con la sua arte la sete di cambiamento di una nazione ancora agli albori.
Di spirito liberale e repubblicano, Vincenzo Vela è stato uno dei padri del risorgimento artistico italiano. Nato e cresciuto a Ligornetto, un piccolo villaggio del canton Ticino, trascorse gli anni più floridi della sua carriera a Torino. Impiegato fin da piccolo nelle cave del Mendrisiotto come scalpellino, e poi da adolescente nel cantiere del Duomo di Milano, lo scultore svizzero fu molto apprezzato per il suo talento artistico e per la sua forte passione politica: partecipò, nel 1848, con molti suoi compatrioti sensibili alla causa dell’Indipendenza, alle Cinque Giornate di Milano ed in seguito alle battaglie di Peschiera e Sommacampagna.
Dopo l’esito negativo dello scontro con gli austriaci tornò a Milano, dove riprese la sua attività artistica. Giunse a Torino nel 1852, dove oltre ad esercitare l’attività di scultore e docente dell’Accademia, divenne intermediario tra il governo piemontese e i sostenitori ticinesi. In questo clima, Vela aderì con entusiasmo all’iniziativa dei cittadini milanesi di omaggiare, tramite la realizzazione di un’opera, l’Esercito Sardo, simbolo di speranza per tutti loro, esuli ed oppressi, di liberarsi dal dominio austriaco.
Il 15 gennaio 1857 il Consiglio Comunale ricevette la lettera dei “Moltissimi cittadini milanesi interpreti dei voti, e dei desideri del loro paese”intenzionati a “dare una prova solenne d’ammirazione e d’affetto al glorioso esercito sardo, che difende e reintegra l’antico onore delle armi italiane”.Dal momento dell’offerta all’inaugurazione del monumento passarono quasi due anni, durante i quali si discusse sull’opportunità o meno di collocarlo in posizione centrale davanti al Palazzo Madama, o se scegliere una posizione diversa, come piazza Maria Teresa o piazza Carignano.
Vela e il rappresentante dei cittadini milanesi scrissero più volte al Consiglio Comunale, ricordando quanto la localizzazione del monumento valessecome forte dimostrazione politica, e appoggiati in questa linea da Massimo D’Azeglio, riuscirono a convincere tutti che piazza Castello fosse la posizione più appropriata per la statua. Il monumento venne inaugurato il 10 aprile 1859 (pochi giorni prima della II Guerra d’ Indipendenza), ma l’iscrizione ( “I MILANESI ALL’ESERCITO SARDO 15 GENNAIO 1857” ) venne scoperta solo due mesi dopo, l’8 giugno, per paura di compromettere troppo i cittadini milanesi, che il quel periodo erano ancora sotto il dominio austriaco.
Scampato alle minacce di distruzione fatte dal generale dell’esercito austriaco quando il 26 aprile 1859 l’Austria, stufa delle aperte provocazioni (tra cui appunto la posa dell’Alfiere Sardo di fronte al Parlamento sabaudo) dichiarò guerra al Regno di Sardegna, l’Alfiere resta tutt’ora davanti a Palazzo Madama come il simbolo di un gesto di sfida e provocazione alla politica di quel tempo.
Parlando appunto della collocazione del monumento, bisogna ricordare che inizialmente l’Alfierie era posto in asse con via Garibaldi e con il filo dei palazzi del lato sinistro di via Roma, per far sì che non coprisse la visuale verso Palazzo Reale. I lavori di riqualificazione di piazza Castello, nel 2000, hanno richiesto un arretramento dell’Alfiere verso Palazzo Madama, scelta da molti giudicata un po’ infelice in quanto il monumento in marmo bianco si mimetizza molto facilmente con la facciata chiara del palazzo, soprattutto guardandolo dalla prospettiva di via Garibaldi.
Per anni piazza Castello si è presentata ai visitatori come un grande rondò destinato al traffico automobilistico, mentre la piazzetta antistante Palazzo Reale era utilizzata come parcheggio. Il progetto di riqualificazione è iniziato con l’eliminazione del parcheggio di piazzetta Reale ed è proseguita con successivi interventi di pedonalizzazione della parte monumentale con annesse le modifiche sulla viabilità. La riqualificazione ha inoltre permesso di cogliere visivamente, nella sua interezza, la spazialità originaria della piazza e la riappropriazione, da parte dei cittadini, di un luogo simbolicamente significativo della città di Torino.
Ed anche per oggi il nostro piccolo viaggio all’insegna della storia della città termina qui. L’appuntamento è sempre per la prossima settimana con Torino e le sue meraviglie.
(Foto: il Torinese)
Simona Pili Stella
Sabato 18 luglio il prestigioso concorso di pittura estemporanea “Omaggio a Morbelli” ritornerà alla Colma di Rosignano nella dimora estiva “Villa Maria” del grande artista divisionista, il più osservante della tecnica del Neoimpressionismo Scientifico a cui dedicò l’intera esistenza. L’evento, organizzato da Marco Morbelli, nuovo presidente dell’Associazione “Amis d’la Curma”, darà opportunità di visitare lo studio del pittore, il giardino e l’orto curati dalla famiglia Morbelli resi maggiormente accessibili grazie all’impegno del Comune di Rosignano e dell’Istitito Agrario Luparia. Le opere esposte saranno valutate dalla presidente di giuria Giuliana Romano Bussola, Pio Carlo Barola, Piergiorgio Panelli, Laura Rossi, Elena Varvelli. 