CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

 

A cena con il dittatore – Commedia. Regia di Manoel Gomez Perira, con  Mario Casas, Oscar Lasarte e Nora Hernandez. Madrid, 1939. La Guerra Civile è finita da appena due settimane e il Generale Franco vuole organizzare una cena celebrativa presso il lussuoso Hotel Palace, simbolo della vittoria del nuovo regime. Manca però il personale; i cuochi migliori infatti sono repubblicani e stanno per essere fucilati. Genaro così ne ottiene il temporaneo rilascio per poter garantire un banchetto impeccabile. Quando il cuoco Antòn si rifiuta di cucinare per il Generale, viene ucciso senza pietà dal falangista Alonso. Al suo posto viene chiamata Juana, un’esperta cuoca che fa parte della CNT (Confederaciòn Nacional del Trabajo). Durata 106 minuti. (Nazionale sala 4)

 

 

 

Amarga Navidad – Commedia drammatica. Regia di Pedro Almodòvar, con Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sànchez Gijòn e Rossy De Palma. Due storie si alternano. La prima ha per protagonista Elsa, una ragazza di spot pubblicitari, nel 2004, durante il lungo ponte festivo del mese di dicembre. La seconda si svolge nel 2026 ed è incentrata su Raùl, uno sceneggiatore e regista che sta scrivendo un copione che presto scopriremo essere la storia di Elsa, del suo compagno Bonifacio e delle sue amiche Patricia e Natalia. Mescolata alla finzione, Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raùl, che ricorre all’autofinzione come soluzione a lunga stagione di aridità creativa. Guardando dentro se stesso, Raùl non può fare a meno di rivolgere lo sguardo anche alle persone che compongono il suo universo più intimo: il suo compagno e la sua assistente. In concorso a Cannes. Scrive Alessandra Levantesi Kezich nelle colonne della Stampa: “Il film si configura come una esplorazione dell’ambiguità del rapporto (vampirizzazione o sublimazione?) fra vita e arte e nella spietata autoanalisi di una crisi di ispirazione che è anche crisi esistenziale: l’universo formale è quello di sempre, ma solo quando la cantante Amaia intona la struggente ranchera di Vargas “Las simples cosas” avvertiamo il battito del cuore di Pedro”. Scrive Paolo Mereghetti in quelle del Corsera: “Almodòvar si mette in gioco apertamente con una sincerità che sfiora l’autolesionismo. Raùl è lui, la sua difficoltà di fare i conti con il dolore, la depressione, l’età. Ogni tanto ci regala piccoli sprazzi di personalissima verità ma su tutto commuove l’ostinazione e la determinazione con cui solo il cinema sembra capace di aiutare a fare i conti con la realtà, per lui e per noi”. Durata 111 minuti. (Centrale V.O., Classico V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1 anche V.O., Reposi sala 5, Uci Lingotto)

 

 

 

L’amore che rimane – Drammatico. Regia di Hlynur Palmason. Anna e Magnus si stanno separando: è un processo graduale, che la coppia porta avanti ttascorrendo ancora del tempo insieme ai tre figli, in escursioni o in cene a casa. Mentre l’unità familiare si sta sfaldando, Anna si concentra sul suo lavoro di artista, anche se i riconoscimenti tardano ad arrivare; il marito invece lavora su un peschereccio ed è quasi sempre in mare aperto. Quando i genitori non ci sono, i figli si dedicano a passatempi curiosi: in particolare i due gemelli, che tendono a creare giochi bizzarri e talora pericolosi per la loro incolumità. Durata 109 minuti. (Greenwich Village anche V.O.)

 

 

 

Backrooms – Fantascienza, horror. Regia di Kane Parsons, con Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor. Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi… Durata 90 minuti. (Massaua, Fratelli Marx, Ideal anche V.O., The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

Le città di pianura – Commedia. Regia di Francesco Sossai, con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi e Roberto Citran. Due spiantati cinquantenni sono ossessionati di bere l’ultimo bicchiere. Una sera incontrano un ragazzo, Giulio, timido studente di architettura (Scotti, protagonista di “È stata la mano di Dio” di Sorrentino) e il modo di vedere il mondo e l’amore all’improvviso si trasforma pian piano mentre i tre girano tra i locali del Veneto. Un film e una storia che faticano nella prima mezz’ora a ingranare ma che poi fanno pensare e rallegrano, e di questi film ce ne fosse: mai banali, un occhio fermo ad un territorio (e chiamiamola terra!), un’amicizia e un’educazione sentimentale e di vita intera, un richiamo ai “Vitelloni” felliniani e alle loro notti vuote, un film di piccoli affettuosi ritratti che rimangono nella memoria. Un film che ha sbaragliato molti per aggiudicarsi otto David di Donatello, non certo ultimi miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista. Da vedere e da rivedere. Durata 100 minuti. (Eliseo, Massimo sala Cabiria)

 

 

 

Il diavolo veste Prada 2 – Commedia. Regia di David Frankel, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci e con Kenneth Branagh. Dolce&Gabbana con Donatella Versace e Lady Gaga coinvolti nell’operazione. A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andrea, Emily e Nigel, i quattro attori tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno datato 2006 che ha segnato una generazione. Andrea torna nella prestigiosa rivista di moda dopo vent’anni, ritrovando una Miranda se possibile ancor più cinica e cattiva, che vede attorno a sé un mondo del tutto cambiato. La carta stampata ha forse fatto il suo tempo, è il web ad aver impugnato il bastone del comando, difficile continuare a essere tanto bravi da anticipare quel che piacerà alla gente. Emily ha catturato un fidanzato che non le fa che gli occhi dolci, lavora per Dior, ma non è certo di quelle donne che amano arrendersi. E se in tempo di crisi il trio si riformasse, non esclusa l’anima prorompente di Nigel? Durata 109 minuti. (Massaua, Eliseo, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 3, Reposi sala 2, Romano anche V.O., The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

 

Don’t let the sun – Drammatico. Regia di Jacqueline Zünd. In un mondo futuro il caldo non dà tregua e costringe l’umanità a vivere di notte e stare ritirata di giorno. In una grande città di mare, la giovane madre Cleo, preoccupata per la solitudine della figlia Nika, si affida a una agenzia per chiedere che la ragazzina abbia un padre. Viene così chiamato l’impiegato più bravo di tutti, Jonah, abituato a offrire produzione e conforto agli sconosciuti. Durata 100 minuti. (Centrale V.O.)

 

 

 

Hen – Storia di una gallina – Avventura, dramma. Regia di Pàlfi György. L’autore della indimenticata “Taxidermia” (Cannes, 2006) racconta la storia di una gallina, a partire dall’uovo che viene deposto. E adotta il punto di vista del volatile con un effetto spiazzante, inquietante e postumano. Perché la gallina – che è ostinata, resiliente, determinata a crescere i propri cuccioli e a conservare la propria libertà – oltre ad altri animali (una volpe, un topo, un verme, un falco, un cane, dei dinosauri in un documentario televisivo), incrocia inevitabilmente anche gli uomini, la loro violenza, le loro tragedie e ingiustizie, grandi e piccole: a volte come ignara testimone, a volte come elemento involontariamente scatenante. Durata 96 minuti. (Centrale, Eliseo)

 

 

 

Kill Bill: the Whole Bloody Affair – Crime, azione. Regia di Quentin Tarantino, con Uma Thurman, Dacvid Carradine, Lucy Liu, Michael Madsen e Daryl Hannah. La Sposa (Thurman) è un ex killer prezzolata, la migliore in circolazione. Dopo un agguato ordinato dal suo ex mentore ed amante Bill e perpetrato dalla squadra di assassini di cui faceva parte lei stessa, la Sposa rimane in coma per quattro lunghi anni e perde la bambina che aveva in grembo. Quando si risveglia all’improvviso, decide di vendicarsi di tutte le persone che le hanno rovinato la vita, lasciando per ultimo l’odiato e amato Bill. Durata 280 minuti. (Cine Teatro Baretti, Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Fratelli Marx, Ideal, Lux, Massimo V.O., The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Michael – Musicale, drammatico. Regia di Antoine Fuqua, con Jaafar Jackson. Il film racconta la vita di Michael Jackson oltre la musica, tracciando il suo viaggio dalla scoperta del suo straordinario talento come protagonista dei Jackson Five, all’artista visionario la cui ambizione creativa ha alimentato un’incessante ricerca per diventare il più grande intrattenitore del mondo. Evidenziando sia la sua vita fuori dal palco che alcune delle performance più iconiche degli inizi della sua carriera da solista, il film offre al pubblico un posto in prima fila per Michael Jackson come mai prima d’ora. È qui che inizia la sua storia. Durata 127 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 1, Reposi sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

 

 

Nel tepore del ballo – Drammatico. Regia di Pupi Avati, con Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Sebastiano Somma e Raoul Bova. Gianni Riccio è ora un applauditissimo conduttore televisivo, ma la sua infanzia è stata segnata dalla perdita di entrambi i genitori, in due diverse circostanze. Si ritrova però a essere coinvolto in un crack finanziario, venendo prelevato e rinviato a processo: ma forse il nuovo incontro con un antico amore gli darà la forza di ricominciare. Durata 92 minuti. (Romano sala 1)

 

 

 

No Good Men – Commedia. Regia di e con Shahrbanoo Sadat. Naru è l’unica opewratrice televisiva afghana. I suoi colleghi e superiori sono tutti uomini, ma a lei non importa, sa di essere brava nel suo lavoro. Testarda, determinata, madre di un bambino piccolo con un marito fedigrafo da cui si è allontanata, subisce la discriminazione in una società che considera le donne come subalterne. Siamo a Kabul, poco prima del ritorno al potere dei talebani, Naru non si fa imporre nulla da nessuno ed è pronta a dire la sua in ogni momento, tanto che si scontrerà persino con il noto giornalista d’inchiesta di Kabul News per cui si troverà a fare da operatrice. Durata 103 minuti. (Romano)

 

 

 

Il silenzio degli altri Drammatico. Regia di Eva Libertad, con Miriam Garlo e Álvaro Cervantes. Angela, una donna sorda, aspetta un figlio dal suo partner Héctor, che ha al contrario un normale udito. L’arrivo della bambina sconvolge la loro relazione, costringendo Angela ad affrontare le sfide dal crescere sua figlia in un mondo che non è fatto per madri come lei. Durata 99 minuti. (Nazionale sala 2)

 

 

 

Star Wars – The Mandalorian and Grogu – Avventura. Regia di Jon Favreau, con Pedro Pascal e Sigourney Weaver. Il mandaloriano Din Djarin è al lavoro per la Nuova Repubblica e dà la caccia agli uomini dell’Impero rifugiatisi sull’orlo più esterno della Galassia. Al suo fianco c’è il piccolo Grogu, il bambino appartenente alla stessa specie dell’anziano Yoda e già capace di usare la forza ma non ancora di parlare. Al mandaloriano viene affidato un incarico insidioso: aiutare due gemelli Hutt a recuperare il figlio di Jabba, ostaggio di un pianeta dove i gladiatori si battono nelle arene. Se riuscirà nell’impresa, al mandaloriano saranno rivelati il nascondiglio e la vera identità di un pericoloso latitante dell’Impero, ma ci si può davvero fidare dei malavitosi Hutt? Durata 132 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 2, Reposi sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

 

 

Le tigri di Mompracem – Thriller. Regia di Alberto Rodriguez, con Antonio de la Torre e Barbara Lennie. Antonio ed Estrella sono fratello e sorella, vivono insieme a La Huelva, nel sud della Spagna, e fanno i sommozzatori. Figli di un padre che li ha educati alla vita in mare, amano entrambi ciò che fanno, ma hanno destini professionali diversi. Soprannominato “La tigre”, lui è il membro più esperto di una squadra di sub che manutiene le enormi petrolifere attaccate in porto; lei, invece, vittima da bambina di un incidente in acqua che le ha compromesso l’udito, non può immergersi oltre una certa profondità e progetta di andare a lavorare in una riserva marina sull’Atlantico. Il disperato bisogno di denaro di Antonio spingerà fratello e sorella a tentare la fortuna in maniera illecita, a costo della vita. Durata 109 minuti. (Greenwich Village)

 

 

 

Tuner – L’accordatore – Drammatico. Regia di Daniel Roher, con Leo Woodall, Dustin Hoffman e Jean Reno. Niki, ex bambino prodigio di pianoforte, ha un udito assoluto capace di cogliere ogni più piccola vibrazione. Una ipersensibilità che gli impedisce di divenire pianista, e lo costringe a inventarsi un futuro come accordatore di pianoforti: la sua vita muterà del tutto quando qualcuno vorrà impiegare questa sua dote in un gioco pericoloso. Durata 109 minuti. Massaua, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

 

Yellows Letters – Drammatico. Regia di Ilker Çatak. Durata 127 minuti. A tre anni dall’apprezzato “La sala professori”, Çatak narra dell’accademico Aziz e dell’attrice Derya che perdono il loro lavoro per la messa in scena di uno spettacolo palesemente avverso al regime. Saranno costretti a trasferirsi a Istanbul, nel tentativo di dare un nuovo aspetto al loro stile di vita e nel confronto con il compromesso che inevitabilmente verrà a proporsi tra il loro impegno politico e la sopravvivenza di ogni giorno. Orso d’oro alla Berlinale. Durata 128 minuti. (Nazionale sala 4)

 

Reggia di Venaria, di scena Late Spring Music Festival

Nella splendida cornice  sabauda la grande musica internazionale per la quarta edizione del Festival di “tarda primavera”

Dal 30 maggio al 2 giugno

Venaria Reale (Torino)

Per quattro giorni, da sabato 30 maggio a martedì 2 giugno, gli imponenti spazi della “Reggia di Venaria” – fra i capolavori del “Barocco” mondiale e oggi parte del “Patrimonio UNESCO” – sarà felicemente inondata da un’armonica invasione di voci, suoni e meravigliose melodie con l’ospitata della quarta edizione del “Late Spring Music Festival” (“Festival Musicale di tarda primavera”), l’innovativo “progetto musicale” concepito in chiave di “Italian Royal Experience” e ideato, come sempre, dal “Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”. Per l’edizione 2026, la “direzione artistica e creativa” è stata affidata a Danusha Waskiewicz, apprezzatissima “violista” tedesca (allieva della grande Tabea Zimmermann e oggi docente del “Biennio di Viola” presso la “Scuola di Musica” di Fiesole e presso la Scuola Internazionale di Musica “Avos Project” di Roma) che, a soli 25 anni, è entrata a fare parte dei “Berliner Philharmoniker” – per diventare “prima viola” due anni dopo – e che per molti anni ha suonato sotto la direzione di Claudio Abbado nell’“Orchestra del Festival di Lucerna”.

Anche quest’anno il “Festival” proporrà numerosi appuntamenti all’insegna della grande musica ambientata negli spazi interni e nei Giardini della “Versailles d’Italia”, a cui il pubblico sarà invitato a partecipare direttamente – con orecchie, occhi e cuore! – per vivere magiche esperienze ed emozioni dalle prime ore del mattino fino a tarda sera.  Protagonisti artisti di prestigio internazionale, impegnati non solo a suonare “in proprio”, ma anche a coinvolgere il pubblico, per quanto possibile, nel realizzare musica e vivere “un’esperienza partecipativa ed entusiasmante”. Coinvolgimento e condivisione che caratterizzeranno anche i vari, previsti, “momenti laboratoriali” proposti ai bambini e alle loro famiglie, al mattino e al pomeriggio, con “workshop” creativi e di movimento ritmico.

Il Programma

Il via, sabato 30 maggioalle 19,30, con il primo spettacolo musicale serale nella “Sala di Diana”. Protagonisti Danusha Waskiewicz e il pianista pesarese Paolo Marzocchi, con il coinvolgimento del pubblico.

Domenica 31 maggio e lunedì 1° giugno sono in programma “momenti musicali” mattutini alle ore 10, “prove aperte” e due “attività laboratoriali”: il “Laboratory custom-made instruments”, laboratorio di liuteria con materiali riciclati per bambini e genitori – con presentazione nel pomeriggio degli strumenti realizzati – e la “Class for Movements”, avvicinamento attivo alla musica con riferimento al famoso “Metodo di Orff” (noto come “Orff-Schulwerk”), per bambini dagli 8 anni, ideato dal compositore Carl Orff negli anni ’20 e che si prefigge di insegnare la musica “attraverso l’esperienza pratica e creativa, piuttosto che tramite lo studio teorico”.

L’esperienza serale ha inizio alle 19,30 con esibizioni in “Sala di Diana” e – novità di quest’anno – prosegue alle 22 con “Musica al Chiaro di Luna”: due esibizioni notturne alla luce del plenilunio nell’affascinante contesto del “Giardino delle Rose”.

In occasione dell’ultima giornata della manifestazione, il 2 giugno“Festa della Repubblica”, gli spazi della Reggia – sale barocche, cortili e giardini – risuoneranno contemporaneamente. Alcuni “ensemble” di musicisti amatori, selezionati attraverso il bando “La Repubblica della Musica”, avranno l’occasione di esibirsi pubblicamente nel contesto del “Late Spring Music Festival”. Che si chiuderà con lo spettacolo serale finale delle ore 18, con l’esibizione dell’“Orchestra della Venaria” creatasi appositamente per il “Festival”, composta da amatori e studenti internazionali, che suonano senza direttore insieme con musicisti professionisti e con la partecipazione, sempre, del pubblico.

Per ulteriori info: “Reggia di Venaria”, piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (Torino); tel. 011/4992300 o www.lavenaria.it

Gianni Milani

Nelle foto: Marcus Weiss, Ismf, 2025 (Ph. Luigi De Palma); Danusha Waskiewicz, Ismf, 2025; Filarmonica trt, Ismf, 2025

L’Arazzo di Bayeux torna a Londra, i legami con il Piemonte

Ci sono alcuni legami indiretti tra il famoso Arazzo di Bayeux dell’XI secolo e il Piemonte anche se non esiste un collegamento diretto e documentato. Qualche punto di contatto si può però trovare. Perché ne parliamo? Intanto perché è un’opera storica e grandiosa, 70 metri di ricamo di lana su lino che narrano la conquista dell’Inghilterra da parte del Duca normanno Guglielmo il Conquistatore nel 1066, la celebre battaglia di Hastings contro il re inglese Harold, una delle pagine più importanti della storia inglese. Cinquantotto scene, oltre 600 personaggi, una trentina di imbarcazioni e più di 200 cavalli, scene di guerra e cerimonie di corte, con abbigliamenti e costumi dell’epoca. È attualmente custodito in un luogo segreto della città normanna perché la sua vera sede, il Museo locale, è chiuso per lavori di ristrutturazione.
Ma la notizia è un’altra: dopo quasi 1000 anni il Bayeux Tapestry torna nel Regno Unito, al British Museum, per una mostra eccezionale, visitabile da settembre 2026 a luglio 2027. E si potrà vedere come finora non si è mai visto, disteso per intero, in posizione orizzontale, in una vetrina appositamente progettata. Ma c’è anche una domanda che inquieta storici dell’arte e servizi segreti…riuscirà ad attraversare il Canale della Manica e uscirne indenne? Già nel 2021 alcuni scienziati avevano segnalato lo stato di fragilità dell’opera, ritenuta troppo delicata per essere trasferita. Un danno non sarebbe riparabile. Per la preziosa tappezzeria medievale (forse rivestiva le pareti del refettorio di un monastero) è stata stipulata una folle assicurazione di 800 milioni di sterline, poco più di 900 milioni di euro. Quell’opera d’arte, forse realizzata a Canterbury, resta un oggetto di pregevolezza inestimabile che racconta l’XI secolo. Nel secolo successivo i Normanni ebbero rapporti molto stretti con i Savoia che poi avrebbero governato il Piemonte. La dinastia dei Savoia faceva parte della stessa rete aristocratica europea che comprendeva anche i Normanni che transitavano spesso per i valichi alpini e visitavano l’abbazia della Sacra di San Michele. L’arazzo onora la cavalleria feudale con cavalieri, cavalli, armi e stendardi, una cultura cavalleresca medievale che si diffuse presto anche nell’area piemontese.                                           Filippo Re
nelle fotografie l’Arazzo nel Museo di Bayeux e scene della battaglia di Hastings (1066)

Un rapimento impossibile per raccontare il nostro tempo: Diego Frisina al Fringe Festival



Si sta per chiudere l’edizione 2026 del Torino Fringe Festival, e non poteva esserci finale più emblematico di  Ho rapito Paolo Mieli (al Lombroso 16- Torino), lo spettacolo scritto e interpretato da Diego Frisina che alle ore 20 porterà sul palco una domanda tanto paradossale quanto attuale: cosa succede quando il bisogno di comprendere il mondo si trasforma in ossessione?

Il protagonista è un giovane uomo che guarda la realtà con spirito critico e inquietudine crescente. Le guerre che si avvicinano, il rumore assordante dell’informazione, le contrapposizioni ideologiche che sembrano rendere impossibile distinguere i fatti dalle opinioni finiscono per schiacciarlo. Fino a spingerlo a immaginare un gesto assurdo: rapire Paolo Mieli. Non per vendetta, non per follia, ma per ottenere finalmente delle risposte.

Da questa premessa surreale nasce uno spettacolo che utilizza l’arma dell’ironia per affondare nelle fragilità del presente. Frisina costruisce un monologo che oscilla continuamente tra comicità e smarrimento, tra satira e riflessione politica, restituendo il ritratto di una generazione che si sente informata come mai prima d’ora e, allo stesso tempo, sempre più disorientata.

Non è un caso che sia proprio questo lavoro a chiudere un’edizione del Fringe che ha fatto dell’urgenza contemporanea uno dei suoi fili conduttori. In questi giorni il festival ha attraversato temi sociali, identitari e politici, confermando la vocazione del teatro indipendente a farsi luogo di confronto e di interrogazione collettiva. *Ho rapito Paolo Mieli* raccoglie idealmente questa eredità e la rilancia, trasformando il palco in uno spazio dove le paure private si intrecciano alle grandi questioni pubbliche.

Romano, classe emergente della nuova drammaturgia italiana, Diego Frisina arriva a Torino dopo un percorso costellato di riconoscimenti. Con il precedente *Dio non parla svedese* aveva conquistato il premio per la miglior drammaturgia al Torino Fringe Festival 2024. Questo nuovo lavoro, debuttato nel 2025 a Fortezza Est, è già stato premiato come vincitore di Inventaria 2025 e del Premio Creta al festival Sottovenere.

Così, mentre domani sera calerà  il sipario sull’edizione 2026 del Torino Fringe Festival, una delle ultime parole è affidata a uno spettacolo che parla di informazione, paura e responsabilità. Un finale che non offre certezze, ma che lascia al pubblico qualcosa di più prezioso: il desiderio di continuare a porsi domande.

Valeria Rombolà

Stella della Mole al premio Oscar Michel Gondry

Celebrato tutta la settimana con un ricco palinsesto di iniziative a lui dedicate.

La giornata di giovedì 28 maggio è stata interamente dedicata a Michel Gondry, protagonista a Torino di una serie di appuntamenti organizzati dal Museo Nazionale del Cinema e dalla Scuola Holden nell’ambito dell’Usine de Films Amateurs, il laboratorio cinematografico ideato dal regista francese e ospitato per la prima volta in Italia dal 22 al 31 maggio.
Il cuore della giornata si è sviluppato tra l’incontro con gli studenti della Holden, la Masterclass al Cinema Massimo e il conferimento della Stella della Mole, il riconoscimento attribuito dal Museo Nazionale del Cinema per il contributo di Gondry all’arte cinematografica. Il premio è stato consegnato dal presidente del Museo Nazionale del Cinema Enzo Ghigo nel corso della serata al Cinema Massimo.
La motivazione del riconoscimento definisce Gondry “uno dei poeti più puri e ispirati del nostro tempo”, capace di creare opere che “respirano un’aura di incontestabile novità pur facendo riferimento ai trucchi di un antico artigiano”. Nel testo si sottolinea inoltre come il regista francese, “nel solco di Méliès”, abbia elevato la pratica amatoriale a una nuova dimensione artistica, trasformandola nel centro di un percorso creativo sviluppato tanto nel cinema hollywoodiano quanto in quello europeo. Per Gondry, prosegue la motivazione, il cinema è “immaginazione, sogno, incubo, memoria e trasformazione”, elementi che la macchina da presa restituisce attraverso uno sguardo visionario, malinconico e talvolta tragico, dove convivono stupore, poesia e libertà dell’imperfezione.
La giornata si inserisce in una settimana interamente dedicata al regista, celebrato anche attraverso una retrospettiva completa delle sue opere al Museo Nazionale del Cinema.

La Masterclass delle ore 18 si è aperta con la presentazione di uno dei cortometraggi realizzati in questi giorni all’interno dell’Usine de Films Amateurs. Da lì, Michel Gondry ha raccontato la nascita del progetto e la filosofia che lo accompagna fin dalle origini: trasformare il cinema in un’esperienza collettiva, spontanea e accessibile a tutti.
Il regista ha definito l’Usine un “laboratorio democratico”, nato dalla convinzione che la creatività appartenga potenzialmente a chiunque. Secondo Gondry, durante l’infanzia tutti sviluppano naturalmente una forma di immaginazione libera, ma crescendo si tende a perderla. Il laboratorio nasce proprio per recuperare quella dimensione di gioco e invenzione condivisa.
Gondry si è soffermato anche sul funzionamento pratico dell’Usine: ogni gruppo parte dalla scelta di un genere cinematografico – horror, poliziesco, fantascienza o commedia – e successivamente inventa un titolo. Un meccanismo semplice che, secondo il regista, permette anche a persone che non si conoscono di entrare immediatamente in relazione, comunicare con maggiore libertà e affrontare il processo creativo con uno spirito più spontaneo e divertito.
Nato nel 2007 e già realizzato in 22 città di 14 Paesi, il progetto ha coinvolto oltre 65.000 partecipanti e portato alla realizzazione di circa 5.000 cortometraggi. A Torino, fino al 31 maggio, più di 600 persone prenderanno parte all’esperienza trasformando la Scuola Holden in un grande set cinematografico diffuso.
Per l’occasione gli spazi della scuola sono stati reinventati attraverso quattordici scenografie temporanee – tra cui una carrozza ferroviaria, una discoteca, una stazione di polizia e una videoteca – pensate per dialogare con gli ambienti quotidiani della Holden e creare un continuo cortocircuito tra realtà e finzione cinematografica.

Nel corso della Masterclass, in dialogo con il direttore del Museo Nazionale del Cinema Carlo Chatrian, Gondry ha ripercorso anche alcune tappe della propria carriera, alternando racconti personali, aneddoti di lavorazione e riflessioni sul suo modo di intendere il cinema.
Tra i lavori ricordati dal regista c’è stato il videoclip di Around the World dei Daft Punk, diventato uno dei video musicali più iconici degli anni Novanta. Gondry ha raccontato di avere incontrato il duo francese in un hotel di Londra e di avere immaginato quasi subito una costruzione coreografica capace di mescolare suggestioni molto diverse tra loro: dalla danza contemporanea di Pina Bausch ai movimenti di Michael Jackson, fino all’hip hop e alla danza classica. Da quell’intuizione nacque un sistema visivo in cui ogni elemento musicale veniva trasformato in movimento: scheletri, atleti, ballerini e figure che salgono e scendono scale in un continuo intreccio tra musica, ritmo e coreografia. Il videoclip, girato in una sola giornata, sarebbe poi diventato uno dei simboli della sua estetica artigianale e visionaria.
Parlando invece della nascita di Be Kind Rewind e dell’idea alla base dell’Usine de Films Amateurs, Gondry ha collegato tutto a un ricordo personale legato all’adolescenza. Da ragazzo, ha raccontato, girava piccoli film improvvisati insieme agli amici utilizzando videocassette e strumenti rudimentali, con grande libertà creativa e senza preoccuparsi troppo della tecnica. Una di quelle registrazioni, a cui era molto legato perché rappresentava uno dei suoi primi esperimenti cinematografici, venne però cancellata accidentalmente per registrare altro materiale. Un episodio semplice ma rimasto impresso nella sua memoria e che, anni dopo, avrebbe influenzato l’idea di un cinema spontaneo, fragile e profondamente umano.
Tra i momenti più personali dell’incontro, il regista ha raccontato anche la genesi de L’épine dans le coeur (Le spine nel cuore), il documentario dedicato alla figura della zia, insegnante in una scuola di campagna francese. Un’opera intima e autobiografica, costruita attorno ai ricordi familiari e alle fragilità emotive, che Gondry ha descritto come un tentativo di avvicinarsi alla memoria attraverso il cinema.
Nel dialogo con Carlo Chatrian è emerso anche Il libro delle soluzioni, uno dei suoi lavori più autobiografici, in cui il regista affronta apertamente disagio, inquietudine e momenti di malessere personale. Gondry ha spiegato di avere cercato di trasformare ansie e fragilità in materia narrativa, mantenendo però sempre uno sguardo ironico e immaginifico sulla realtà.

Spazio infine anche al lavoro con gli attori. Parlando di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Gondry ha raccontato di avere scelto Jim Carrey e Kate Winslet proprio per la loro diversità. “Avevano background completamente differenti”, ha spiegato. A Carrey descrisse il film come un dramma sentimentale, mentre a Winslet lo presentò come un’esperienza più folle e delirante. “È interessante vedere quali idee diverse possono nascere dagli attori”, ha osservato il regista, sottolineando quanto ami lasciare spazio all’imprevisto e alla libertà interpretativa.
Autore di film diventati cult come Eternal Sunshine of the Spotless Mind, The Science of Sleep e Mood Indigo, Michel Gondry ha costruito negli anni uno stile riconoscibile e personale, fondato sull’uso di effetti analogici, invenzioni visive e narrazioni sospese tra sogno e memoria. Nel corso della sua carriera ha diretto interpreti celebri da Jim Carrey a Charlotte Gainsbourg, mantenendo però sempre vivo lo stesso interesse anche per attori non professionisti, studenti e ragazzi comuni, attratto dall’energia imprevedibile della vita quotidiana.

GIULIANA PRESTIPINO

Flashback Habitat: storie di nativi e tate

Sabato 30 maggio, alle ore 16, verrà presentato negli spazi di Flashback Habitat, in corso Giovanni Lanza 75, a Torino, nel Padiglione C, il libro edito da Araba Fenice “Mater. Storie di nativi e tate dell’istituto provinciale dell’infanzia e della maternità di Torino”.

Quando nel 2022 vennero scoperti gli spazi di corso Giovanni Lanza 75, sorse spontanea una domanda: cos’è e che cosa è stato questo luogo? Colpì sapere che tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta era il brefotrofio della città. E come è caratteristico della poetica di Flashback, la sua storia fu accolta come un dono, abbracciando l’opportunità preziosa di riportarlo alla luce. Così, grazie al riavvicinamento delle persone nate e cresciute lì, al recupero dei materiali e di documenti ufficiali della città ha preso forma “Una vita migliore. Frammenti di storie dell’istituto per l’infanzia e la maternità della provincia di Torino”. Si tratta della mostra permanente negli spazi di Flashback Habitat a cura di Alessandro Bulgini, una dedica a chi tra queste mura ha trovato la sua prima casa. Oggi i nativi e le native dell’ex brefotrofio formano una nuova famiglia, frequentano abitualmente Flashback Habitat riconoscendo nelle palazzine del centro culturale le proprie radici. Proprio dalla loro esperienza, come un ponte tra passato e presente, è nato “Mater. Storie di nativi e tate dell’istituto provinciale per l’infanzia e la maternità di Torino”, volume a cura di Michele Coppi e Arianna Meneghello, nativo e nativa dell’ex brefotrofio della città, e Cesare Bellocchio Brambilla. Attraverso testimonianze, ricordi e racconti personali, il testo intreccia memorie individuali e collettive, a conferma del valore profondamente identitario di questo luogo. Il luogo dei nativi e delle native aggiunge un ulteriore e importante approfondimento alla storia di corso Giovanni Lanza, un atto affettuoso e corale che trasforma la memoria in un patrimonio condiviso.

Mara Martellotta

De Sono e Castello di Rivoli per il progetto “Kurtág 100”

Con il clarinettista Michele Marelli e il Quartetto Icaro che rileggono Mozart

Per celebrare il centenario di György Kurtág, la De Sono dedica al grande compositore ungherese il progetto “Kurtág 100”, due appuntamenti speciali in collaborazione con il Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea, sabato 30 maggio e sabato 13 giugno prossimi. Si tratta di un miniciclo per rendere omaggio a una delle figure più significative della musica contemporanea europea, un autore capace di influenzare profondamente il linguaggio del Novecento del nostro tempo, attraverso una scrittura essenziale, intensa e profondamente espressiva. I due concerto pongono in dialogo la musica di Kurtág con i repertori di autori appartenenti a epoche diverse, evidenziando i legami sotterranei tra tradizione e contemporaneità. Il primo appuntamento si intitola “Mozart destrutturato”, in programma sabato 30 maggio alle 16, presso il Castello di Rivoli, e vede protagonisti Michele Marelli e il Quartetto Icaro, in una rilettura inedita del Quintetto per clarinetto K 581 di Mozart. I movimenti del Quintetto vengono intervallati da alcune delle esperienze più radicali della musica contemporanea: dopo il silenzio rarefatto e quasi primordiale di “Dal niente” di Helmut Lachenman, la musica di Mozart non appare più come riaffermazione di un ordine perduto, ma come l’emergere di una memoria lontana, fragile e trasfigurata. Accanto a Lachenman, il programma include “In nomine all’Ongherese” di Kurtág, la versione concepita per Michele Marelli nel 2014 per corno di bassetto, e “Die Sieben Lieder der tage” di Karl Heinzstokausen, meditazione visionaria, sospesa tra gesto, parole e suono.

“Mozart destrutturato” nasce dall’idea di osservare il celebre Quintetto da una prospettiva nuova, in un gioco continuo di rimandi temporali percettivi dove la linearità del discorso musicale pare incrinarsi e il tempo stesso perdere la propria direzione – spiega il clarinettista Michele Marelli – il clarinetto perde la sua funzione classica e virtuosistica per diventare respiro, traccia e presenza fisica nello spazio. Mozart stesso, riascoltato dopo questa esperienza, non sembra più appartenere all’equilibrio illuminista, ma una dimensione universale, dove il suono torna a essere parte del tutto”.

Il titolo non allude quindi a una distruzione del linguaggio mozartiano, ma a una sorta di avvicinamento alla sua materia sonora. I brani di Lachenman, Gurtág e Stokausen sono strumenti percettivi che ne modificano progressivamente l’ascolto, fino a trasformare il nostro rapporto con il silenzio e la memoria del suono.

Michele Marelli è considerato uno dei principali interpreti della musica a contemporanea a livello internazionale e ha lavorato a stretto contatto con alcuni dei più importanti compositori del nostro tempo, instaurando in particolare un rapporto privilegiato con Stokausen, Lachenman e Kurtág. Il progetto “Kurtág 100” proseguirà il 13 giugno, alle ore 16, con “Omaggi incrociati”, secondo appuntamento dedicato a pagine di Kurtág, Marco Stroppa e Robert Schumann, con l’interpretazione dell’Mdi Ensemble, guidato da Luca Ieracitano.

Ingresso al museo con biglietto ridotto a 6,50 euro

Per prenotazioni: https://www.castellodirivoli.org/biglietti/

Mara Martellotta

Reggia di Venaria, “Eredità visiva di tre generazioni”

La  Reggia di Venaria ospita dal 28 maggio al 30 agosto prossimi, lungo la Promenade della Galleria Alferiana, una nuova mostra fotografica dal titolo “Eredità visiva di tre generazioni”.
L’esposizione, curata da Pierangelo Cavanna e Paolo Robino, è organizzata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude grazie al coordinamento dell’architetto Stefano Trucco e al contributo di una serie di sponsor, personalità e enti, che hanno consentito il suo allestimento e la sua realizzazione ed è compresa nel percorso di visita della Reggia.
La mostra è dedicata ad una singolare genealogia familiare, quasi una saga, che ha per protagonisti tre membri della famiglia Robino che, nel corso di tre quarti di secolo, si sono dedicati e si dedicano all’universo delle immagini scattate dalla macchina fotografica, dalla fotografia analogica a quella digitale e ora all’immagine di sintesi e all’intelligenza artificiale.

Si tratta di un viaggio affascinante attraverso l’evoluzione dell’immagine tracciando il percorso artistico e tecnologico di tre generazioni di autori torinesi. Tre storie di immagini che testimoniano anche il progressivo passaggio dalla pratica amatoriale a quella professionale, nei distinti ambiti della documentazione del patrimonio artistico e architettonico e della fiction.
La mostra è  articolata in tre sezioni ordinate in senso cronologico, ciascuna dedicata a un membro della famiglia e si apre con le fotografie del padre Stefano, seguite da quelle del figlio Paolo, per chiudere con le elaborazioni e produzioni digitali del nipote Filippo.
Di Stefano Robino ( 1922-2017) sono presenti 85 stampe fotografiche, realizzate tra il 1948  e il 1970, che ricostruiscono l’attività di questo autore che, nelle sue stesse parole, ebbe sempre un approccio professionale senza mai diventare un professionista, nonostante la notorietà raggiunta a partire  dalla metà  degli anni Cinquanta, con partecipazione a mostre e concorsi internazionali e la pubblicazione su importanti riviste quali “Il Corriere Fotografico”, “Ferrania”, “Leica Photografie”, “Life” e “Modern Photography”.
Il lavoro condotto sull’archivio di Stefano Robino, ricco di decine di migliaia di negativi, provini e stampe originali, ha permesso di comprendere il suo processo di produzione e le tematiche da lui privilegiate, i Luoghi, le Fabbriche, le Figure, i Racconti, per chiudere con una sezione intitolata L’Archivio rivisitato, che si propone come una ulteriore apertura, quasi un suggerimento di ricerca, costituita di immagini che egli non aveva scelto, non aveva mai stampato, ma che ancora oggi ci appaiono suggestive e stimolanti.

Sono 54 le fotografie in mostra di Paolo Robino ( 1952), professionista dal 1978. La sua sequenza antologica parte dai primi anni Settanta, quando raccoglieva l’eredità artistica del padre, per giungere fino alle ultimissime produzioni, con un’ampia proposta di campagne di documentazione del patrimonio artistico e architettonico, indicata anche dal progressivo passaggio dalla fotografia analogica all’immagine digitale, cui si aggiungono alcuni ritratti  e figure ambientate, tracce di legami affettuosi professionali e personali.

Ambiente digitale e immagine di sintesi sono ormai il territorio di elezione della pratica professionale di Filippo Robino (1987), attivo come autore di effetti speciali ( FX Artist)  e da alcuni anni titolare di uno studio specializzato nella produzione di effetti speciali. In mostra l’artista fotografo propone  un interessante video di animazione in AI delle fotografie realizzate  dal nonno Stefano  e uno Showreel personale con estratti delle proprie produzioni VFX per film e serie TV, spot pubblicitari, videogiochi e videoclip musicali.

MM

Orsini magnifico, una vita di teatro, amori e amicizie

Per la stagione dello Stabile, al Carignano, sino al 31 maggio

In quest’epoca di opacità in cui l’asticella della Cultura continua a scendere inesorabilmente e sempre più in fretta, dove da molte parti e in altrettanto molte occasioni il pressapochismo la fa da padrone, dove la Storia (qui, quella teatrale, con i suoi visi e i suoi titoli e le sue tappe impresse nella memoria) è ormai stata cancellata pressoché del tutto, dove la lingua italiana, e la dizione, è in via di estinzione – quando le menti della Crusca gridano al netto pericolo -, soppiantata da messaggi e messaggini insulsi che abbreviano se non cancellano, beh, in quest’epoca, andate anzi correte a guardare e a sentire – a Torino, al Carignano, sino a domenica 31, per la stagione dello Stabile torinese – il viso e la voce del novantaduenne Umberto Orsini – li ha fatti il 2 d’aprile scorso – con i suoi ricordi, con il suo vestito di scena che non vuol indossare sino all’ultimo, con quelle volute di fumo che al riparo del proprio camerino vorrebbe assaporare e che per un po’ il pompiere di servizio gli nega. “Prima del temporale” non è un amarcord di fatti eclatanti o una serata d’onore del grande attore, non è un monumento a se stesso, non è la volontà del laudator temporis acti: “Prima del temporale”, con quell’Attore che prima d’indossare le battute e la vicenda del Signore strindberghiano, è una festa, è una cavalcata che abbraccia con le sue pause, con i suoi momenti divertiti e dolorosi che sono poi quelli di una vita, della vita di ognuno di noi, settant’anni di teatro e di vita teatrale, grandiosa, incancellabile, magnificamente affollata e stupendamente vissuta.

Prima del temporale” è un doveroso ripiegarsi di un vecchio progetto, dovuto all’amicizia e alla collaborazione tra Orsini e Massimo Popolizio – che oggi crea una regia rispettosa, di piccoli tocchi, ma sempre presente e attenta a concretizzarsi con proiezioni, con brevissimi filmati, con le luci e le ombre, magari con un trenino che passa in scena e che ti riporta alla mente quello con cui giocava nella infanzia il piccolo Gaiev del “Giardino” di Strehler -, un “Temporale” che doveva prendere forma ma azzerato con la tragedia del Covid, oggi riproposto sotto veste diversa. Le radici dello spettacolo stanno in “Sold out”, una sorte di confessione/autobiografia pubblicata sette anni fa da Laterza, la traccia lunga 80’ è il tempo cadenzato prima dell’andata in scena, tra le pareti bianche di un camerino di un vecchio teatro di provincia, con i suoi tubi blu del riscaldamento ancora in bella vista, dove è il termine della tournée di “Temporale”, l’ultima replica, quando la giovanissima sarta di scena (ha solo ventidue anni) va e viene con le chiacchiere di ogni sera e ascoltando molto (una convincente Diamara Ferrero), dove il pompiere (il colorito Flavio Francucci) avrà pure lui la sua unica battuta (del lampionaio) da dire visto l’infortunio improvviso di un attore. Mentre Orsini racconta. Un destreggiarsi tra la maschera e il volto, recita e vita, realtà e finzione, incontri e memorie, innamoramenti e perdite. Racconta del ragazzo che voleva diventare avvocato e che al contrario, era il 25 settembre del 1955, con i soldi per il viaggio prestati da mamma e fratello (che a sua insaputa l’aveva iscritto ad un esame all’Accademia), se ne andò dalla provincia a Roma, con il gran battesimo e l’ottimo auspicio di un incontro, proprio su quel treno, con Orson Welles. Del provino con “L’uomo dal fiore in bocca” – “da metà in poi, mi raccomando!”, tranfia l’esaminatore stufo del solito Pirandello e che ha già deciso che quel ragazzo attore non lo sarà mai, mentre lui attacca sicuro “caro signore, ecco, venga qua… qua sotto questo lampione, venga, le faccio vedere una cosa, sotto questo baffo, epitelioma si chiama” – e della borsa di studio, della ricerca di una pensione, “magari questa di via Salaria, così qualche giorno ti incontro Visconti che abita nei paraggi, no, 750 lire a notte sono troppe, meglio quest’altra a 150”, delle prime amicizie, Alberto Arbasino e Peppino Patroni Griffi e Pierino Tosi, e le giornate sulla spiaggia di Ostia, e quella lunga anni e anni, quotidiana, con Corrado (Pani) – “Corradino, Corradino, sei quello che mi manca di più” -, la telefonata del mattino che sempre lo svegliava, il linguaggio colorito, l’annoiata confessione delle continue tournée.

Racconta del suo primo ingresso nel teatro, racconta del “Diario di Anna Frank” e della Compagnia dei Giovani, di come Romolo (Valli) l’avesse posto sotto l’ala di protezione e di insegnamento di Rossella (Falk), “sai, quelle vocali chiuse e aperte…”, come ne fosse nata un’amicizia presto mutata in un amore: un amore che tornerà a essere amicizia, lunga una vita e pronta a farsi ora scambievole protezione, “ti sei ammalata un paio d’anni prima di morire, io l’ultima estate venivo a casa tua quasi ogni giorno e ti pregavo di aiutarmi, a ripassare un testo che avrei portato in scena, a sbagliare di punto in bianco le vocali aperte e chiuse, nella finzione ultima che tu mi potessi correggere, come quei vecchi tempi”. Rossella e Umberto sembrano discorrere ancora oggi, da quelle immagini, con lei che gli manda un “ciao” e lo saluta con la mano, in uno degli ultimi momenti dello spettacolo. Un commiato, definitivo. Momenti di dolore, anche momenti d’allegria, da rotocalco, da gossip: come quando la produzione francese lo chiama per il capitolo secondo di “Emmanuelle”, lui nicchia ma il cachet mette certamente voglia e convince. Nella roulotte del primo attore, al riparo del sole della Polinesia, arriva “la più bella donna che io avessi mai conosciuto”, Sylvia Kristel, in un amen eccola come mamma l’ha fatta, venuta lì a spiegare “et bien, Umbertò, quand je serai sur toi tu dois immédiatement mettre tes mains sur mes fesses, comment dites-vous italiens, le chiappe… voilà, pour cacher subìto la mia cellulite.”

Ci sono le ore di preparazione, magari con una matita tra i denti, il ripetere incessante le battute – ricordo che, accordandomi per un’intervista, un altro monstrum, Lina Volonghi, mi disse di essere nel suo camerino per le 18, lei già ci sarebbe stata per ripetere tutto il testo che la sera avrebbe recitato, se ben ricordo anche quello dei tanti compagni in scena: esistono ancora quegli attori? -, durante le notti seminsonni o le partite di tennis, c’è spazio per un’altra fidanzata, “no, signora, non sono il fidanzato delle Kessler, di una sola, signora, di una sola”, nel ricordo di una ragazza dalle lunghe gambe che con la sorella aveva incontrato un giorno nel bar della Rai di via Teulada, loro pronte in costume per registrare il dadaumpa, lui per essere Ivan nei “Fratelli Karamazov” di Bolchi, pronto a registrare la media dei 15 milioni di spettatori a puntata. C’è spazio per aggrapparsi con la voce che si alza disperata al ricordo di altri amici, il Ronconi delle tante prove, da “Besucher” all’”Uomo difficile” ad “Affabulazione” e il Visconti di “Vecchi tempi”, c’è spazio per richiamare dal nulla la figura del padre, quel borghese di Novara che aveva perso un occhio in guerra e che soprattutto “perché non mi hai mai preso in braccio, perché non mi sono mai seduto sulle tue ginocchia? perché non mi hai mai dato una carezza?”: ed è il momento forse più alto e doloroso della grande prova di un Grande Attore, dello scavare quanto più può dentro il suo intimo, mettendo a nudo l’assenza dei sentimenti e l’amore mancato. Il suo Signore è pronto per entrare in scena, scoppia un temporale vero, “è arrivato l’autunno, la nostra stagione, la stagione di noi vecchi”, direbbe il Signore di Strindberg. Mezza sala. Sala buia. Sipario. Alla fine tutto quanto il pubblico, in platea e in ogni ordine di palco, in un Carignano gremito, è in piede ad applaudire e il Grande Attore a salutare, con un sorriso frenato e composto, a portarsi la mano al cuore. Il cuore della festa.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Claudia Pajewski.

“La Grande Invasione”… di libri e autori

Per il secondo anno, ritorna a Chieri (ma anche ad Ivrea e ad Aosta) il “Festival della lettura”. Ospite internazionale, l’autrice indonesiana Intan Paramaditha

Dal 29 al 31 maggio

Chieri (Torino)

Incontri con scrittrici e scrittori, lezioni, reading, momenti di approfondimento e rassegne stampa condivise: anche quest’anno (alla sua seconda edizione) non mancherà di cifre particolarmente significative abbinate a momenti culturali di altissima qualità, “La Grande Invasione”, il “Festival della lettura” – curato da Marco Cassini e Gianmario Pilo insieme ad Eleonora Pepe e a Mariangela Crupi per gli eventi dedicati ai più piccoli – che si terrà a Chieri da venerdì 29 a domenica 31 maggio. Festival che la “città collinare” condivide in parallelo da sabato 30 maggio a martedì 2 giugno con Ivrea (dove l’evento raggiunge addirittura la sua quattordicesima edizione) e sempre da venerdì 29 a domenica 31 maggio con Aosta, che ospita la terza edizione.

“Sarà un’invasione ‘gentile’ – sottolineano con soddisfazione Alessandro Sicchieri e Antonella Giordano, sindaco e assessora alla ‘Cultura’ della Città – fatta di pensieri, dialoghi e presenze che animano la nostra Comunità, portando la Cultura tra le persone e in spazi diversi, per renderla occasione concreta di partecipazione”. Del resto, non ci sarà che l’imbarazzo della scelta. In programma, ci sono infatti ben 30 incontri, tutti gratuiti, per un totale complessivo di più di 20 ospiti nell’arco di tre giorni. Sei il luoghi ospitanti: dall’“Auditorium Leo Chiosso” (via Conceria, 2) alla “Biblioteca Civica Nicolò e Paola Francone” (via Vittorio Emanuele II, 1), dal “Caffè Vergnano” (via Vittorio Emanuele II, 3) al “Cortile del Municipio” (via Palazzo di Città, 10), fino alla “Libreria Mondadori – Centro Storico” ( via Vittorio Emanuele II, 42b) e alla “Sala del Consiglio Comunale” (via Palazzo di Città, 10). A dare il via ai giochi, venerdì 29 maggio, sarà il drammaturgo, romanziere e poeta veneziano (“Premio Strega” 2009) Tiziano Scarpa che leggerà alcune poesie tratte dalla raccolta da lui stesso tradotta, “Tutto il giorno alle corse dei cavalli, tutta la notte alla macchina da scrivere” di Charles Bukowski: versi che, quarant’anni dopo la prima uscita negli Stati Uniti, “conservano intatte la strabordante vitalità, l’ironia corrosiva, la sferzante ruvidezza di una scrittura unica”. A seguire, Alessandro Perissinotto.

Sua la lezione dedicata a Georges Simenon “I mille volti di Maigret”. In chiusura della prima giornata, Mauro Pescio che racconta il giornalista, scrittore e attivista politico argentino Rodolfo Jorge Walsh Gill (diventato nel 1977 uno dei tanti desaparecidos per una lettera d’accusa al regime di Videla) e il suo capolavoro “Operazione Massacro”, libro definito da Gabriel García Márquz “un capolavoro del giornalismo universale”Sabato 30 e domenica 31 maggio sono confermati gli appuntamenti mattutini al “Caffè Vergnano” con la rassegna-stampa a cura della giornalista Simonetta Sciandivasci, che sarà anche in conversazione con l’autrice, attivista e studiosa femminista indonesiana Intan Paramaditha, a partire dal suo “La notte dei mille inferi”, nel quale rivela come la cosa più spaventosa nella vita non siano i “fantasmi che popolano le sue opere”, ma il “pregiudizio umano”. A seguire, Nicola Lagioia, nella sua lectio “La guerra come malattia della specie” spiegherà in che modo la letteratura possa aiutare a capire i conflitti del mondo. A trattare il “tema bellico” anche la lectio dell’economista Alessandro Giraudo, mentre sul tema “La Costituzione come anima della nostra comunità” dialogheranno idealmente Matteo Saudino e Benedetta Tobagi, che a Chieri racconterà come si arrivò al voto delle donne del 2 giugno 1946. In estrema sintesi, altre presentazioni in programma: quelle di Alice Basso, seguita da Beatrice Tozzi (che, con il romanzo “Memorabilia” ha vinto il “Premio InediTo – Colline di Torino”), da Marco BalzanoElena Varvello e Marco Rossari. Ancora da evidenziare, per questa seconda edizione del “Festival” il ritorno della sezione “Esordi” (sette i “talenti emergenti” segnalati) e l’arrivo a Chieri per la prima volta de “La piccola invasione”, la sezione dedicata ai lettori più giovani, con nove appuntamenti ed oltre quaranta classi coinvolte di ogni ordine e grado, dove si terranno reading e specifici “laboratori”.

I giochi si concluderanno nella serata di domenica 31 maggio con Valeria Parella che, in dialogo con Stefania Soma (Petunia Ollister), a partire dal suo ultimo romanzo “La ragazzina”, racconta la sua storia di Giovanna d’Arco per quello che è anche oggi: la storia di una ragazza che sfida il potere degli uomini, che rifiuta i ruoli imposti, che rivendica la propria voce e il proprio spazio nel mondo.

Da segnalare, infine, che sempre a Chieri, da mercoledì 3 a venerdì 5 giugno si svolgerà, a cura del locale “Liceo Augusto Monti”, il Festival “PARA RISUM. Affrontare la guerra a colpi di risate”. L’evento inaugurale con lo scrittore urbinate Alessio Torino (mercoledì 3alle 9, alla “Biblioteca Museion”) è realizzato in collaborazione con “La grande invasione”.

Per info dettagliate su programma e luoghi: www.lagrandeinvasione.it

g.m.

Nelle foto: Intan Paramaditha; Locandina “Festival”; Nicola Lagioia; Benedetta Tobagi