Ci sono città che si osservano. E poi ci sono città che si respirano, si attraversano e, lentamente, finiscono per abitare dentro di noi.
È proprio da questo dialogo intimo con Torino che nasce Gran Torino, la nuova mostra personale di Jonathan Guaitamacchi, artista internazionale che, dopo aver vissuto e lavorato tra Londra, Milano e Cape Town, ha scelto il capoluogo piemontese come uno dei luoghi più significativi della propria maturazione umana e creativa.
La mostra raccoglie una trentina di opere inedite, realizzate appositamente per gli spazi della Galleria Biasutti & Biasutti e rappresenta molto più di una semplice indagine sul paesaggio urbano. È un viaggio dentro l’anima della città, un racconto visivo che ne esplora la memoria, il carattere e le infinite stratificazioni.
Ma Gran Torino è anche il racconto di una scelta. Quella di un artista che, dopo anni trascorsi a Milano, città che gli ha offerto importanti opportunità professionali e culturali, ha sentito il bisogno di allontanarsi da una dimensione sempre più frenetica, dove spesso il valore dell’arte rischia di misurarsi attraverso numeri, velocità e visibilità immediata.
La sua attenzione si è così rivolta a Torino. Una città diversa, più silenziosa e riflessiva, capace di custodire il proprio patrimonio culturale senza ostentarlo. Una città che continua a dialogare con la memoria, con l’industria, con il pensiero e con una straordinaria tradizione intellettuale. Un luogo nel quale l’arte può ancora essere vissuta come esperienza, ricerca e scoperta.
Lasciare il quartiere Isola di Milano per trasferire il proprio studio e la propria quotidianità a Torino non ha significato soltanto cambiare indirizzo. È stato un passaggio interiore, una trasformazione dello sguardo.
Qui Guaitamacchi ha trovato un tempo diverso, una diversa qualità dell’ascolto, una città capace di restituire profondità al gesto creativo.
Da questo incontro è nato un legame autentico. Torino non è diventata soltanto il soggetto delle sue opere, ma una presenza viva, una compagna di viaggio che ha alimentato nuove visioni e nuove prospettive artistiche. Nelle sue tele la città emerge così come un organismo complesso e pulsante, sospeso tra memoria e futuro, tra rigore e poesia, tra la forza della sua storia e la capacità di reinventarsi continuamente.
Attraverso grandi vedute dedicate allo skyline torinese e ai suoi simboli più riconoscibili , dalla Mole Antonelliana al Palazzo del Lavoro , Guaitamacchi costruisce una narrazione sospesa tra realtà e suggestione. Le sue immagini non si limitano a rappresentare luoghi: li trasformano in emozioni, in pensieri, in frammenti di una storia collettiva che appartiene a chiunque abbia vissuto, amato o semplicemente attraversato questa città.
Le architetture diventano presenze silenziose. Le strade si trasformano in percorsi della memoria. I quartieri emergono come organismi vivi, attraversati da una moltitudine invisibile di esistenze che si intrecciano, si sfiorano e si dissolvono nel tempo.
Nelle opere di Guaitamacchi il bianco e nero non è soltanto una scelta estetica: è un linguaggio. Elimina il superfluo per restituire l’essenza. Ogni prospettiva inclinata, ogni orizzonte sospeso, ogni dettaglio urbano conduce lo sguardo oltre la semplice riconoscibilità dei luoghi, verso una dimensione più universale, dove la città diventa metafora della condizione umana.
Le sue vedute dall’alto, quasi vertiginose, raccontano una Torino che va oltre la sua immagine più conosciuta. Una Torino fatta di energia silenziosa, di lavoro, di memoria e di futuro. Una città attraversata da infinite storie individuali che si fondono in un unico respiro collettivo.
Gran Torino diventa così il racconto di una rinascita reciproca: quella di una città che continua a sorprendere chi la sa osservare davvero e quella di un artista che, scegliendo di fermarsi ad ascoltarla, ha trovato nuove ragioni per guardare il mondo.
Perché nelle opere di Jonathan Guaitamacchi Torino non è soltanto una città da rappresentare. È una città da sentire. Un luogo dell’anima che continua a parlare a chi è disposto a fermarsi, ad ascoltare e a lasciarsi attraversare dalla sua bellezza discreta e profonda.
Monica Di Maria di Alleri Chiusano
L’assetto strutturale di Torino è ormai gerarchico, esso rispecchia l’ordine sociale secondo cui il potere si acquisisce per nascita, come testimonia la corte nobiliare che si accerchia sempre più intorno alla figura del monarca. È opportuno tuttavia sottolineare come in realtà i sovrani non fossero dei veri “desposti”, essi a loro volta dovevano comunque sottostare alle leggi dello Stato, perseguendo l’alto e specifico obiettivo di amministrare la giustizia, perseguendo il difficile scopo di mantenere l’ordine sociale, anche tenendo in considerazione i principi divini.
Nello specifico, la Reggia di Venaria, tuttora considerata un capolavoro d’architettura, si presenta come un’imponente struttura circondata da ampi giardini, ricchi di aiuole, fiori, piante, vanta numerosi esempi d’arte barocca, quali la Sala di Diana, la Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, le Scuderie Juvarriane, la Fontana del Cervo e le numerose decorazioni presenti in tutta la struttura. L’edifico è parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1997.

L’Art Nouveau apre la strada all’architettura moderna e al design. Determinante per la diffusione di quest’arte è sicuramente l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tuttavia anche altri canali ne segnano l’importanza: ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, come L’art pour tous, e l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. La massima diffusione del nuovo stile è comunque da rapportarsi all’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, in cui vengono presentati progetti di designer provenienti dai maggiori paesi europei, tra cui gli oggetti e le stampe dei famosi magazzini londinesi del noto mercante britannico Arthur Lasemby Liberty. La nuova linea artistica, in rottura con la tradizione, è presente nelle grandi capitali europee, come Praga, con la grande figura di Moucha, Parigi in cui Guimard progetta le stazioni per la metropolitana, Berlino, dove nel 1898 i giovani artisti si dissociano dagli stili ufficiali delle accademie d’arte, intorno alla figura di Munch, Vienna, dove gli artisti della secessione danno un nuovo aspetto alla città. Una delle caratteristiche più importanti dello stile, che presenta affinità con i pittori preraffaelliti e simbolisti, è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”, e semplici figure sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori. Si stagliano in primo piano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a preferenza vegetale o floreale. Tra i materiali, vengono adoperati soprattutto il vetro e il ferro battuto. In gioielleria si creano alti livelli di virtuosismo nella smaltatura e nell’introduzione di nuovi materiali, come opali e pietre dure, nascono monili in oro finemente lavorato e smaltato; i diamanti vengono accostati ad altri materiali, come il vetro, l’avorio e il corno. Solo in Italia, a differenza degli altri territori prima chiamati in causa, il Liberty non si contrappone al passato o alla tradizione accademica dell’insegnamento e dell’esercizio delle arti, con la conseguenza che qui, sulla nostra penisola, non si consolidò mai una scuola di riferimento identificabile con il movimento Liberty, al contrario ci furono singole personalità artistiche che si dedicarono ad approfondire i caratteri dello stile floreale ed epicentri per la diffusione del gusto dell’arte nuova, tra questi poli di profusione ci fu proprio Torino. Nei prossimi articoli considereremo nel dettaglio alcuni palazzi e quartieri della città sabauda particolarmente suggestivi e rilevanti dal punto di vista decorativo e architettonico, che testimoniano la meravigliosa trasformazione della nostra città, ancora oggi conosciuta come capitale del Liberty italiano.

