CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Un innovatore, un genio, un “umile servitore” del Cinema

Alla Mole, sino al 5 ottobre, “My name is Orson Welles”

Un cadenzato biglietto da visita, il biglietto di presentazione della mostra. “My name is Orson Welles”, pienamente specificando “Sono un attore. Sono uno scrittore. Sono un produttore. Sono un mago. Mi esibisco sul palco e alla radio. Perché ci sono così tanti ‘me’ e così pochi ‘voi’?” Già, soprattutto quel “mago”, un uomo pronto alla trasformazione, non soltanto fisica – il viso di un ragazzino paffuto e dagli occhi scuri e profondi, poi, per la sua prima copertina, a ventitré anni, per “Time”, una grande barba e una gran massa di capelli ingrigita, gli occhi infossati e un gran naso posticcio – ma anche imprenditoriale, di vero metteur en scène, di quello che Godard avrebbe definito un “autentico auteur”, l’autore senza limiti e a tutto tondo, dell’uomo che nel mondo dello spettacolo è capace, con un respiro inarrestabile, di raccogliere attorno a sé un vero gruppo, di scrivere e dirigere e disegnar scene, di indicare le tracce delle musiche e d’istruire per un montaggio. Di sapersi reinventare, nella diversa complessità del proprio lavoro, tra un grande progetto e un film di poco conto o di infimo interesse. “Raccontare la storia di Welles – sottolinea Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque française e realizzatore di questa splendida mostra che dimentica le controversie all’epoca della mostra su James Cameron (sino al 5 ottobre nella Sala del Tempio del Museo del Cinema) e che allarga ampiamente lo sguardo su un cineasta “innovatore e rivoluzionario, fascinant”, su un artista “enorme” – significa raccontare la storia di un uomo del XX secolo, che merita una visione completa; non scrive un romanzo, non compone musica, non dipinge un quadro, per cui è obbligatoria una stanza e una solitudine, lui pensa in grande e in grande agisce.” Carlo Chatrian, direttore del Museo, in un articolo dei giorni scorsi nelle colonne della Stampa, parlando di “inno al trasformismo” ha scritto: “oggi che nessuna verità appare certa, i suoi film, i suoi racconti, le sue illusionistiche performance acquistano una dimensione profetica.”

Il primo articolo (1926) con cui ci si interessò di lui recitava: “poeta, artista, fumettista e attore all’età di dieci anni… Orson ha molte ambizioni. Per il momento, non sa ancora decidere cosa farà da grande”. Aveva undici anni e forse sapeva già benissimo quel che non voleva essere, un uomo e un artista di second’ordine, una vita da mediano gli sarebbe andata stretta. Anche attraverso – con le collezioni private – il cospicuo Fondo Orson Welles del Museo del Cinema, salendo la scala elicoidale di Confino, ti vengono incontro una vita e una carriera, spezzoni di capolavori, brani di interviste, fotografie, storyboard e sceneggiature, disegni (vivacissimi, colti sul retro di tante scatole dei suoi amati sigari) e una scultura (sì, perché era anche scultore: un omino barbuto e intabarrato, con due bastoni a mo’ di stampelle, immagine di un re Lear che non filmò mai), documenti di prima grandezza, invidiabili manifesti: partendo dal suo certificato di nascita, di quel 6 maggio 1915, nel Wisconsin, sulle sponde del lago Michigan. Dando ampio respiro inizialmente al giovanissimo interprete (e regista, incontrando in Roger “Skipper” Hill quel produttore e amico che dà vita ai sogni) di Shakespeare, un “Macbeth voodoo”, interpretato interamente da attori afroamericani, per il quale nell’aprile del ’36 si fa a botte pur di assistervi. Tutta New York parla di Welles. Come ci sono, tra le realizzazioni, Amleto e un “Giulio Cesare”, nel quale – con il timore addosso di un rigurgito negli States di quei fascismi che già avevano invaso Germania, Spagna e Italia – vivono atmosfere da camicie nere e affollati raduni, attualizzazione di grande scalpore per l’epoca. Timori e terrori che due anni dopo, la sera del 30 ottobre, il ventitreenne Orson porta in radio adattando “La guerra dei mondi” di Wells e spaventando gli americani con l’annuncio di una “realissima” invasione di astronavi marziane.

La mostra corre parallela al successo, anche con “ricostruzioni” scenografiche mai banali. Se Hollywood lo cerca, Welles risponde con “Quarto potere”, glorioso debutto, considerato da qualcuno il miglior film statunitense di sempre, ispirato (era il 1941) alla biografia del magnate dell’editoria William Hearst trasfigurato in Charles Foster Kane – e “Citizen Kane” fu il definitivo titolo originale, con una grandezza e una solitudine da ricostruire, con la sontuosità di Xanadu, con l’enigma di Rosebud, con le rivoluzioni visive che l’autore ebbe a inventare, nella piena libertà che aveva preteso dallo studio (clausola imposta dalla RKO e da rispettare era il non superare il budget di 800mila dollari), con il capo-operatore Gregg Toland che utilizza “degli obiettivi angolari con lenti molto grandi per riprendere l’immagine in profondità e posiziona la camera al di sotto del pavimento, immagini bizzarre e inquietanti” che sono entrate tra le leggende del Cinema. Ma il capolavoro (Sartre parlò di “attaque courageuse” in una sua critica qui esposta, mentre Aragon corre a rivederlo e sente di doverne riparlare, con altri occhi, con un altro cuore) si scontra con un debole successo commerciale, soprattutto con la stampa di Hearst (tra le chicche della mostra, con i bozzetti delle scenografie, una lettera dell’avvocato che mette in guardia Welles in merito a potenziali azioni legali del magnate) che lo boicotta per cui sono molte le sale che preferiscono non programmarlo: Welles deve fare i conti con la realtà, non può più permettersi di esclamare, entrando nei teatri di posa, “è il più bel trenino elettrico che un ragazzo possa sognare”, deve fare i conti con “un punto di svolta disastroso” (“It’s All True”), con i tagli che la RKO, in sua assenza, farà sull’”Orgoglio degli Amberson”, con l’FBI che comincia (lo farà sino al ’56, un dossier di 300 pagine) a tenerlo d’occhio in quanto simpatizzante comunista, con il matrimonio presto naufragato con Rita Hayworth (riusciranno a concludere “La donna di Shanghai”), con i progetti che gli sono bocciati o miseramente amputati (“L’infernale Quinlan”) o in altri, altrui, in cui si deve rifugiare, pur dando sempre prova della sua grandezza d’interprete (“Il terzo uomo”, diretto da Carol Reed, con le sue ombre sui muri di Vienna e le musiche di Anton Karas), con quei film e quelle pubblicità che gli danno quattrini e gli permettono di continuare. “Ha spremuto finché ha potuto gli studios”, ricorda con un sorriso Bonnaud, dopo anni guadagna con l’obbligo di reinvestire, s’affida alle produzioni indipendenti.

L’Europa è per lui un rifugio, ama la Spagna soprattutto, “poi l’Italia e soltanto in ultimo la Francia”, ancora dispiaciuto il direttore della Cinémathèque, ama unire le diverse culture attraverso l’oceano, gira con tempi lunghissimi “Otello” ma il film gli vale il Palmarès a Cannes nel 1952, è ancora celeberrimo se non appena mette piede in un raffinato ristorante l’orchestra s’interrompe per omaggiarlo con la musica del “Terzo uomo”. Nel capitolo italiano, lo circondano gli intellettuali italiani (non manca la foto famosa di Irving Penn del ‘48 nella sala del Caffè Greco a Roma, tra tredici celebrità, da Palazzeschi a Petrassi a Ennio Flaiano, da Carlo Levi a Brancati a Orfeo Tamburi), ha una breve liaison con Lea Padovani e negli anni successivi Pasolini lo chiamerà per “La ricotta” nelle vesti del regista straniero alle prese con Stracci, che nel doppiaggio troverà la voce di Giorgio Bassani. Guarderà ancora all’Europa con Karen Blixen (“Storia immortale”, 1968), a Rostand e al suo Cyrano, a Cervantes e al suo Don Chisciotte (“resta il film incompiuto che più ci manca”), a Kafka e al “Processo”del 1962 – al quale Roberto Perpignani, oggi ottantacinquenne, debuttante all’epoca nelle vesti di assistente al montaggio (sarebbe stato poi il collaboratore prezioso tra gli altri di Bertolucci e dei fratelli Taviani, di Marco Bellocchio e di Moretti, di Jancsò e di Francesca Archibugi), ha dedicato durante la presentazione della mostra un ampio ritratto, fatto di una “telecronaca” ampia e affascinante, tra gesti e posture e voci e ricchi frammenti che hanno ottenuto un vigoroso applauso.

Uno degli ultimi tableaux a salire, s’intitola “Un re senza regno”, è l’accenno a “The Other Side of the Wind” che solo nel 2018 verrà completato e distribuito, all’aiuto che alcuni suoi amici tentano di dargli, Peter Bogdanovich ad esempio, al non realizzato “The Big Brass Ring”, alle partecipazioni televisive, ai nuovi divi – Redford Eastwood Beatty – e alla New Hollywood che non credono in lui e gli hanno voltato le spalle. Tutti i progetti falliscono. Ma sopravvive e vive il genio, campeggia ancora una volta il mago, quello che continua a viaggiare per il mondo avendo come unico bagaglio cinepresa e moviola, qui ancora una volta si rende omaggio all’”atteggiamento morale di un artista di raffinata cultura che dedica anima e corpo alla più popolare delle arti dello spettacolo, superandone i limiti soffocanti.” Rimane il suo cinema – al cinema Massimo la retrospettiva dal 2 al 15 aprile – che ha avuto la fortuna di avere Welles come “umile servitore”.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Foto con dedica, collezioni personali di Welles e Kodar, coll. Archivi di Stato- Šibenik, Croazia; un momento della conferenza stampa (al tavolo, Carlo Chatrian, Roberto Perpignani, Frédéric Bonnaud e l’interprete); “Citizen Kane” (1941) e Orson Welles e Rita Hayworth in “The Lady of Shanghai”, coll. Museo Nazionale del Cinema; una vetrina dell’allestimento.

“Mostri”, Lucilla Giagnoni dà voce a eroine ed eroi shakespeariani

Al teatro Astra, dal 7 al 12 aprile prossimi, per la stagione 2025-2026

Al teatro Astra, dal 7 al 12 aprile prossimi, andrà in scena la pièce teatrale “A pelle nuda sul palco. Eroine ed eroi shakespeariani per voce femminile” di e con Lucilla Giagnoni, con musiche originali di Paolo Pizzimenti, per una produzione TPE-Teatro Piemonte Europa.

Un’attrice su una pedana in controluce: è Romeo che contempla Giulietta al balcone, ma anche Giulietta stessa, e poi Desdemona, Otello, Emilia, Lady Macbeth. Lucilla Giagnoni interpreta personaggi sia maschili sia femminili, senza distinzione. Nel teatro di Shakespeare le donne non potevano recitare e non avevano voce. Si trattava di una strana condizione per quel tempo, in cui sul trono sedeva una delle più significative regnanti della storia inglese, Elisabetta I Tudor. Il teatro, però, è il luogo in cui dare spazio a queste contraddizioni, in cui poter trovare loro un senso aprendosi a nuove possibilità. Dal teatro si riparte per saldare questo debito e riparare il torto. Lucilla Giagnoni si fa guida del pubblico in un percorso dentro Shakespeare, attraverso le sue opere e i suoi protagonisti in un’affabulazione che si intreccia intimamente all’interpretazione, accompagnandoci nel tempo, nel mondo e nella misteriosa figura dell’autore teatrale che spalancò le porte della modernità (non a caso nato nello stesso anno di Galileo Galilei e morto nello stesso anno di Miguel de Cervantes).

A scandire il percorso sono tre donne delle tragedie shakespeariane, tre figure archetipiche: Giulietta, giovane romantica; Desdemona, ragazza che vuole diventare donna; Lady Macbeth, donna spietata che desidera essere regina. In questa avventura shakespeariana per voce femminile, tragedia e biografia personale si mescolano; la voce dell’attrice si fa personaggio e viceversa. Si tratta di uno spettacolo che omaggia il potere del teatro nel farsi strumento interno, di messa in dubbio; ogni personaggio è un’immersione, un’esplorazione verso se stesso, una scoperta delle proprie parti, che richiede una spogliazione: “A pelle nuda sul palco” non per procurare sofferenza ma per condividere conoscenza. Se la grandezza dell’opera di Shakespeare si rivela quando c’è un corpo che la incarna, dando voce a tutte le luci e le ombre dell’umano, questo spettacolo è un’esperienza che può toccare profondamente il corpo e l’interiorità di ogni adolescente.

“Ho scritto la maggior parte degli spettacoli che ho interpretato – afferma l’attrice e regista Lucilla Giagnoni – mi sono immersa anche in grandi classici, dando vita alle loro parole. La mia prima vocazione è quella dell’attrice, abito il palco come gli adolescenti la loro cameretta e i pellegrini il loro santuario. Avvolta nel nero di quinte e fondali, abbagliata dalle luci, supero ogni volta la soglia dello spazio-tempo e dialogo con i grandi artisti e artiste del passato. Questo comporta un lavoro di spogliazione e di mettersi a pelle nuda, condizione necessaria affinché la vita fluisca da me oltre il proscenio. Trasmettere vita è uno dei doni più grandi del teatro, e questa energia me la dà la Poesia, e quindi anche Shakespeare con il suo teatro. I suoi personaggi, maschi e femmine senza distinzione, hanno segnato molte tappe della mia evoluzione, potrei raccontare la mia vita tramite la loro. Sono in me, dormono, sognano, urlano, parlano, discutono, piangono, arrossiscono. Giulietta, Desdemona e le streghe del Macbeth, Lady Macbeth, ma anche Romeo, Otello, Iago e Macbeth. Ecco i personaggi shakespeariani che ho interpretato, maschi e femmine senza distinzione. Curioso perché nel Teatro di Shakespeare le donne non potevano recitare e non avevano voce. Mi viene da pensare che è come se avessi saldato un debito. Interpretare i personaggi maschili è stato divertente e terribile come un transfert, un’esplosione. Ma calarsi nei panni di queste creature femminili è stata una vera e propria esplorazione di un mistero, di ciò che non conoscevo di me. I personaggi femminili rappresentano un’esplorazione che arriva fino al limite della loro morte, una fine violenta che tutte le volte sogni di poter cambiare e, visto che non è possibile, puoi donare loro almeno la tua voce”.

Teatro Astra – via Rosolino Pilo, 6, Torino

“A pelle nuda sul palco. Eroine ed eroi shakespeariani per voce femminile” – 7-12 aprile

Orari: martedì e venerdì ore 21 / mercoledì e sabato ore 19 / domenica ore 17

Mara Martellotta

Eterni nel tempo… quei magnifici “Ritratti del XX secolo”

“Da Felice Casorati a Carol Rama: le Collezioni della Fondazione Bottari Lattes e oltre”, in mostra alla “Fondazione” di Monforte d’Alba

Fino al 17 maggio

Monforte d’Alba (Cuneo)

“Niente al mondo può essere paragonato al volto umano. E’ una terra che non ci si stanca mai di esplorare”. Mi sono capitate a fagiolo sotto gli occhi e per la giusta occasione, queste sagge parole del danese Carl Theodor Dreyer, regista e critico cinematografico, fra i massimi esponenti della cinematografia mondiale del ‘900. Parole che dal mondo prettamente cinematografico a quello più ampio delle arti visive in genere (pittoriche, grafiche e scultoree) mi trovano assolutamente concorde e che, forse, sarebbero state ben accette dallo stesso Mario Lattes, editore, scrittore, pittore e fra i massimi intellettuali del secolo scorso, al cui enorme interesse per la “Ritrattistica” – quale artista e acuto collezionista – fa riferimento la mostra attualmente, e fino a domenica 17 marzo prossimo, aperta alla “Fondazione Bottari Lattes” (a lui dedicata dalla moglie Caterina Bottari Lattes nel 2009) a Monforte d’Alba (Cuneo). Curata da Francesco Poli, la rassegna “Ritratti del XX secolo. Le collezioni della Fondazione Bottari Lattes e oltre”, assembla – tra dipinti, incisioni e sculture – più di cinquanta opere (volti fieramente reali e altri di immaginaria interpretazione) realizzate in primis dallo stesso Mario Lattes (Torino, 1923 – 2001) e altre appartenenti alle sue “Collezioni”, in un dialogo serrato ed emotivamente coinvolgente con alcuni tra i più importanti Maestri del ‘900.

Per Lattes, la “ritrattistica” ha sempre ricoperto uno spazio importante, e abbondantemente “coccolato” nell’ambito della sua complessiva produzione artistica, proprio come strumento in cui meglio affondare quelle insanabili ferite dell’anima, derivate dal suo essere parte ben sensibile, sia pure nell’ottica di una laicità mai negata, di quell’ebraismo su cui la storia s’è in passato accanita con inaudita spietatezza. Drammi talmente grandi ed insopportabili da trasformarsi in alcuni dipinti di Lattes (non meno che nelle sue opere letterarie) in pagine di inspiegabili e amare “riflessioni”, ironiche e sarcastiche, dove mai però ci verrebbe il ghiribizzo di riderci su. Solo un sorriso amaro, come per il suo memorabile “Autoritratto con cappello, marionette e uccello” del 1990, in cui l’autore si rappresenta circondato da marionette, fantocci e uccellacci. Capocomico e burattinaio o parte egli stesso dello stravagante teatrino? Passione che genera da lontano, fin dal 1947, anno della sua prima mostra a “La Bussola” di Torino, Mario Lattes disegna e dipinge “Ritratti” con “incisiva attenzione all’identità individuale”, spaziando da situazioni più “intimistiche” (come nel caso dei famigliari) a quelle fortemente espressioniste, visionarie e surreali (con forti richiami a mondi pittorici che vanno da Odilon Redon al belga “pittore delle maschere” James Ensor o alle “funamboliche geometrie” di Klee), come succede con quel ceruleo (su fondo nero) graffiato e disturbato “Volto di Franz Kafka”, derivato da una foto ma “trasfigurato in una enigmatica atmosfera lunare”. Dalle prime prove di vagheggiata informalità (Anni ’50-’60), alla crudezza fuggitiva di personalissime prove surreal-espressioniste, è proprio vero, “Lattes – come di lui scriveva Marco Vallora – è sempre là, dove non te lo attendi, anche tecnicamente”. La comprensione dei suoi “Ritratti” e delle sue opere in genere va sempre oltre ciò che l’artista ti presenta in parete, per portarti in oscuri spazi dell’inconscio difficili da esplorare. Solo “suoi”. A noi lasciarci avvolgere da quell’aura di sublime arruffato mistero che è il “suo” e solo “suo” piccolo-grande universo. Accanto al quale, gravitano in mostra (figure amiche!) anche altri ritratti provenienti dalle Collezioni della stessa “Fondazione Bottari Lattes” insieme a quelle di altre Gallerie, con opere realizzate da pittori e scultori del suo stesso “contesto artistico”. La selezione comprende quindi dipinti di Felice Casorati, di esponenti del torinese “Gruppo dei Sei” come Jessie BoswellFrancesco Menzio (suo un piccolo “ritratto della moglie”) e Carlo Levi (bizzarro il suo onirico “Risveglio -un solo occhio aperto- con la madre”), accanto ad altri di Luigi SpazzapanItalo Cremona (bel bello in canottiera) e Mario Calandri, affiancati da tre notevoli pittrici come Nella MarchesiniDaphne Maugham e l’estrosa Carol Rama. Tra le incisioni, le nitide fisionomie dell’amico ceco Jiri Anderle (famoso per le sue “mezzature”) e un sintetico volto di Mario Surbone. Tre le sculture esposte: una preziosa testa femminile in cera di Giacomo Manzù, di forte ispirazione impressionista alla Medardo Rosso; una figura quasi astratta di Sandro Cherchi e un ritratto con forti richiami al cubismo di Mario Giansone.

Mostra di stupefacente ricchezza poetica, in cui le opere di Lattes fanno da sapiente “collante” a “Ritratti” accomunati in un unico gioco o “teatrino” di similitudini e diversità capaci, in ogni caso, di guidarti lungo sentieri dell’anima di assoluta piacevolezza e magiche suggestioni.

Gianni Milani

Per info: “Fondazione Bottari Lattes”, via Marconi 16, Monforte d’Alba (Cuneo); tel. 0173/789282 o www.fondazionebottarilattes.it

Nelle foto: Allestimento Mario Lattes “Ritratto blu, Kafka”, anni ’60 e Carlo Levi “Risveglio con la madre”, 1973; Mario Lattes “Autoritratto”, 1990; Italo Cremona “Autoritratto”, 1950 ca.; Giacomo Manzù”Testa”, cera, 1935

Un celebre cardinale e il lago nascosto sotto la basilica

Grande diplomatico, figura di spicco della chiesa medioevale e una delle basiliche più straordinarie del gotico italiano. A Vercelli il cardinale Giacomo Guala Bicchieri (1150-1227) è un mito, quasi una leggenda. Gran mediatore nella stesura della Magna Charta nel 1215, documento fondamentale per lo sviluppo dei diritti civili in Europa, fu colui che fece costruire in tempi eccezionalmente rapidi per l’epoca la Basilica di Sant’Andrea, tra il 1219 e il 1227. Un autentico gioiello tra romanico e barocco. Inviato pontificio in Francia e poi in Inghilterra, si trovò coinvolto nelle contese tra la corona inglese e i baroni ribelli e diventò, alla morte del re Giovanni Senza Terra, tutore del giovane erede al trono Enrico III il quale, per ricompensarlo, gli affiderà la gestione dell’Abbazia di St.Andrew a Chesterton. A questo punto il sogno del cardinale diventò realtà. Le rendite dell’edificio religioso furono utilizzate per fondare la sua chiesa a Vercelli. Con le ricchezze accumulate nel periodo inglese finanzierà la costruzione della Basilica di Sant’Andrea. Appena rientrato dall’Inghilterra diede il via al cantiere per costruire la chiesa e l’ospedale annesso.
La città tra le risaie divenne presto un centro di cultura europea. Il cardinale Bicchieri chiamò a Vercelli i canonici regolari di Parigi che ne fecero un scuola europea di teologia e filosofia e la stessa basilica diventò un ponte culturale tra Italia e Francia nel Duecento. La basilica di Sant’Andrea è uno dei monumenti medievali più affascinanti del Piemonte anche perché è circondata da leggende, curiosità e piccoli misteri che rendono la sua storia ancora più avvincente. La leggenda più nota narra che sotto l’imponente basilica vercellese esista un lago nascosto raggiungibile tramite i cunicoli della chiesa che nel Medioevo venivano utilizzati per fuggire o per spostarsi in segreto. Altri parlano di una grotta nascosta mentre alcuni studi moderni insinuano che potrebbe trattarsi di una falda acquifera ma certo è che la versione del lago resta quella più intrigante. Tunnel sotto la chiesa, storie di passaggi segreti o collegamenti con altri edifici religiosi della città? Non esistono prove certe ma alcune indagini archeologiche hanno individuato strutture sotterranee. Forse la sua storia nasconde ancora dei segreti tutti da scoprire. Sant’Andrea non era solo un sacro edificio. Intanto sorgeva lungo la Via Francigena, cruciale rotta medievale, e nella sala capitolare vennero firmati importanti accordi di pace tra fazioni cittadine in lotta tra loro. Si parla inoltre di un “tesoro” scomparso di Guala Bicchieri che per erigere la chiesa impiegò una parte delle ricchezze ricevute dal regno inglese. In una città affollata di viaggiatori e pellegrini, com’era Vercelli nel Medioevo, fornita di luoghi di accoglienza come l’ospedale dei Giovanniti e il lebbrosario dei cavalieri di San Lazzaro non poteva mancare la presenza dei Templari che possedevano la chiesa di San Giovanni d’Albareto, situata nell’attuale piazza Camana, abbattuta alla fine dell’Ottocento. Nel Medioevo la posizione geografica di Vercelli era molto rilevante perché sorgeva nel punto di incontro di strade frequentate da viandanti, mercanti e crociati come la via Francigena del Gran San Bernardo e di quella del Moncenisio.
D’altronde anche Vercelli ha avuto i suoi “crociati” e tra questi spicca il nome di un altro Guala Bicchieri, zio del cardinale Guala Bicchieri. Lo zio Guala era un combattente che partecipò alla Terza Crociata (1189-1192) con Federico Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone e Corrado, marchese del Monferrato. Morì di peste in Terra Santa mentre la regione era scossa da furiosi scontri armati tra cristiani e musulmani. Intanto, gran lieta notizia, il cardinale Guala Bicchieri è tornato a casa sua con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. A febbraio i carabinieri hanno ritrovato la tela con il ritratto del fondatore della basilica di Sant’Andrea rubato in chiesa nel 2011. Come detto, anche grazie a un programma di intelligenza artificiale che monitora ininterrottamente la ricerca nei siti web e nei social di opere d’arte trafugate.
Filippo Re
nelle foto: la Basilica di Sant’Andrea a Vercelli e un ritratto del cardinale Guala Bicchieri

“Torino 4×4. Fotografie di una nuova era”

Dal 2 aprile al 2 giugno, la Corte di Palazzo Carignano ospita la mostra “Torino 4×4. Fotografie di una nuova era”, promossa da Fondazione Boscolo e Camera.

L’esposizione nasce come un progetto fotografico che intreccia arte, comunicazione e impegno sociale. Il titolo rende omaggio al lavoro quotidiano delle quattro realtà torinesi coinvolte, attive in contesti complessi e segnati da fragilità.

In mostra, gli scatti di Fabio Bucciarelli raccontano le esperienze sportive delle squadre degli Insuperabili, dove il calcio diventa strumento di inclusione e socializzazione. Le fotografie di Enrico Gili danno voce ai sogni e alle speranze delle persone accompagnate da Progetto Tenda, impegnato dal 1999 nel sostegno a chi vive situazioni di emergenza abitativa. Deka Mohamed Osman propone invece una serie di still life che reinterpretano, con creatività e colore, gli strumenti sviluppati da Hackability, associazione che promuove l’inclusione delle persone con disabilità attraverso soluzioni tecnologiche su misura. Infine, le immagini di Marco Rubiola lasciano spazio all’immaginazione dei giovani seguiti da Nove ¾, progetto della Fondazione Gruppo Abele dedicato a chi vive condizioni di ritiro sociale.

La mostra è il risultato della collaborazione tra Fondazione Boscolo, Camera Torino e la factory PiazzaSanMarco, con l’obiettivo di valorizzare arte e cultura come strumenti di espressione e, soprattutto, come motori di trasformazione e rigenerazione sociale, capaci di generare consapevolezza e cambiamento.

Questa prima edizione di “4×4”, curata da Marco Rubiola insieme a François Hébel, segna l’avvio di un progetto più ampio volto a mappare le realtà virtuose del territorio, che proseguirà anche il prossimo anno.

L’esposizione rientra nel programma di Exposed Torino Photo Festival 2026.

“Torino 4×4. Fotografie di una nuova era”
2 aprile – 2 giugno 2026
Corte di Palazzo Carignano

Mara Martellotta

Torino geograficamente magica

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Torino: bellezza, magia e mistero  / Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Rol
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo1: Torino geograficamente magica

Città ammirata e oggetto di grande considerazione nel corso del tempo, Torino divenne nel XVII secolo una delle mete del Gran Tour, una moda in voga tra i ricchi esponenti dell’aristocrazia europea, che consisteva in viaggi dalla durata indefinita e a scopo didattico, attraverso i luoghi più celebri dell’Europa continentale. Parve allora opportuno ai Torinesi istituire un’organizzazione che si occupasse specificatamente di turismo, con tanto di distribuzione di opuscoli utili ai visitatori, contenenti indicazioni dettagliate per girare la città. Una delle prime guide turistiche è stata la “Guida de’ forestieri” nel 1753, redatta, per i trecento anni del miracolo del SS. Sacramento, dal libraio Gaspare Craveri. Sulla scia della fortuna del libello seguirono altre pubblicazioni, tra cui la “Nuova guida per la città di Torino” di Onorato Derossi edita nel 1781. Il fascino del capoluogo piemontese ha colpito l’attenzione di molte personalità, tra queste mi piace ricordare il filosofo Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che descrive il panorama visto dalla collina di Superga come: “ Lo spettacolo più bello che possa colpire l’occhio umano”, o ancora il grande architetto urbanista Le Courbusier (1887-1965), che la definisce “La città con la più bella posizione naturale del mondo”. E da buona torinese non posso che condividere il giudizio.  Eppure Torino non è solo bellezza e cultura. Molti turisti che intraprendono viaggi per venire a visitare la bella città che si adagia ai piedi del Monviso non si accontentano di acculturarsi visitando musei e opere architettoniche, essi piuttosto affrontano quello che viene definito “turismo esoterico”, ossia compiono gite e pellegrinaggi in luoghi considerati sacri o misteriosi del pianeta. Secondo le statistiche, negli ultimi anni la domanda per questo tipo di “vacanza” è aumentata del 25-30%. Sempre più persone paiono voler conoscere non solo l’arte e la cultura di paesi stranieri, ma desiderano scoprirne i rituali, le leggende, gli usi religiosi e tutte quelle sfaccettature mistiche e magiche che, in fondo, affascinano tutti quanti.


Tra le mete più richieste ecco proprio l’antica Augusta Taurinorum, città magica per eccellenza, dove “spiriti”, “diavoli” e “fantasmi” sembrano annidarsi lungo il tracciato delle belle vie che la compongono mentre poli di energia positiva controbilanciano flussi di negatività. Secondo gli esoteristi, sono molte le motivazioni che attestano e dimostrano questo peculiare aspetto di Torino, prima fra tutte la sua posizione geografica, che la vede vertice di due triangoli, uno positivo, connesso alla magia bianca, insieme a Praga e Lione, e l’altro negativo, collegato alla magia nera, con Londra e San Francisco. Non si deve pensare che queste capitali chiamate in causa siano state scelte a caso, al contrario, sono luoghi che hanno ciascuno una propria tradizione esoterica. Praga infatti, è la città del Vicolo d’Oro, in cui gli alchimisti di Rodolfo II cercavano di trasformare i metalli vili in oro, e dove Jehuda Low ben Bezalel creava i golem con l’argilla, animandoli e incidendo sulla loro fronte la parola ebraica emet, (“verità”), e, infine, è la stessa metropoli in cui è custodita la corona maledetta di san Venceslao, presso la cattedrale di San Vito. Per quel che riguarda Lione, patria del fondatore dello spiritismo moderno, meglio noto con l’appellativo Allan Kardec, il centro abitato ospita una vasta concentrazione di chiese, comunità religiose e società segrete.
Anche le società che compongono il secondo triangolo hanno una propria aurea mistica, sia Londra, celebre per i suoi spiriti, sia San Francisco, città in cui nel 1960 venne fondata, da Anton Szandor LaVey, la Chiesa di Satana. Questi triangoli sono ben noti anche a chi di esoterismo non si interessa, ma ce n’è ancora uno, meno conosciuto, che tuttavia va menzionato, quello ufologico. Esso vede unite tre città, Torino, Bergamo e La Spezia, come vertici di una zona all’interno della quale sono numerosissimi gli avvistamenti di oggetti volanti non identificabili. Unendo questi tre punti (Torino-Bergamo-La Spezia) compare un triangolo che a prima vista sembra isoscele. Di questo triangolo quasi isoscele i due angoli alla base differiscono più o meno di tre gradi e qualche primo. C’è chi pone questa differenza uguale a 3°14’, facendo comparire le cifre del “π”-“p greco”numero magico per eccellenza, che, tra l’altro, si trova alla base dello studio della costruzione della piramide di Cheope. Per quanto riguarda la questione “alieni” ricordiamo che a soli 20 Km da Torino svetta il Musinè, luogo misterioso, da anni al centro di studi paranormali, conosciuto soprattutto per essere zona di avvistamenti extra-terresti. Il caso più celebre avvenne nel 1978, quando due escursionisti sostennero di aver visto una luce accecante sulla sommità del monte. Uno dei due uomini raggiunse la luce e scomparve, per poi ricomparire in stato di shock; egli sostenne di aver visto una navicella spaziale a forma di pera, da cui erano usciti quattro alieni, uno dei quali lo avrebbe toccato, paralizzandolo per alcuni momenti. L’ultimo episodio paranormale risale al 1996, in cui pare sia stato avvistato un disco volante dalle estremità trasparenti, attraverso le quali si sporgevano sagome extra-terrestri.


Torniamo ora all’urbe augustea, la figura trilatera non è l’unica geometria che la riguarda, infatti essa è inscritta in un pentacolo, per fortuna posizionato “nel verso giusto”, ossia con una punta verso l’alto, simbologia che indica, in chiave esoterica, spiritualità, luce e aspirazione al bene. È stato l’architetto austriaco Peter Müller a sottolineare questa peculiarità urbanistica. Egli ha infatti notato come cinque edifici significativi per l’urbe, quali la Basilica di Superga, il Castello di Moncalieri, il Castello di Rivoli, la Palazzina di Stupinigi e la Venaria Reale, se collegati fra loro, formino una stella a cinque punte, che pare proprio contenere e proteggere i Torinesi. Secondo la teoria di Müller, l’accesso simbolico -anche inteso come “nascita” o “inizio”-alla stella, si trova tra Stupinigi e Moncalieri, poli opposti rispettivamente collegati al giorno e alla notte, al fuoco e all’acqua, al maschile e al femminile. Egli sostiene inoltre che il percorso prosegua verso Rivoli, punto indicante “il compimento della vita”, e prosegue poi per Venaria, punto estremo, indice di abbandono delle preoccupazioni e liberazione dello spirito, e termina a Superga, postazione “finale”.
Questa stessa tesi può essere anche letta in chiave alchemica, associando ai vertici del pentacolo gli elementi: Superga-terra, Moncalieri-metallo, Stupinigi-acqua e Veneria-fuoco.
Inoltre i luoghi citati hanno ognuno la propria aurea mistica, a partire dalla Basilica, che porta sfortuna alle coppie innamorate, per poi passare ai Castelli di Rivoli e Moncalieri in cui pare si aggirino gli spiriti della Bela Rosin e di Vittorio Emanuele II. Spesso ospite  alla Venaria, dietro le spoglie del così detto fantasma del ghersin, (grissino) era  Vittorio Amedeo II. La leggenda vuole che, tra le belle sale del palazzo, lo spirito del re si mostri ammantato in un nero mantello, con in una mano un grissino incandescente e nell’altra le redini di un cavallo bianco. Si narra che Vittorio, quando era ancora bambino, si ammalò gravemente, e il medico di corte, tale don Baldo Pecchio, ipotizzò un’intossicazione alimentare, causata dal pane mal cotto e cucinato senza alcuna norma igienica. Secondo la storia, pare che lo stesso medico avesse sofferto del male medesimo che attanagliava il giovane principe, e per questo motivo sapeva esattamente come curarlo. Il medico si rivolse al panettiere di corte, Antonio Brunero, esortandolo a cucinare delle “gherse” sottilissime e cilindriche, soprannominate poi “ghersin”. Questo “escamotage” salvò il principe e lo fece diventare goloso della nuova scoperta culinaria, al punto che anche nell’aldilà egli non se ne distacca. Assai numerose sono dunque le leggende che vedono protagonista la nostra Augusta Taurinorum; gli spiriti ed i fantasmi pullulano a Torino e dintorni, ogni singolo sanpietrino pare imbevuto di magia.  Ed è così che si va in giro per la città (almeno fino a prima della quarantena), con lo sguardo assorto tra le belle architetture e gli ombrosi alberi dei parchi, ognuno di noi con il pensiero rivolto alle nostre necessità quotidiane, eppure stando sempre tutti attenti a chi si potrebbe incontrare.

Alessia Cagnotto

L’arte del Sodoma, “alla conquista del Rinascimento” tra Spanzotti, Leonardo e Raffaello

Nelle sale della Fondazione Accorsi-Ometto, sino al 6 settembre

A circa vent’anni dalla morte del pittore, Giorgio Vasari nelle sue “Vite” scriveva: “Ma Agostino (Chigi)… gli diede a dipingere nel suo palazzo di Trastevere in una sua camera principale la storia d’Alessandro quando va a dormire con Rosana: nella quale opera, oltre all’altre figure, vi fece un buon numero d’Amori… E vicino al camino fece un Vulcano, il quale fabbrica saette, che allora fu tenuta assai buona e lodata opera.” Uno scrittore che tramanda notizie per il sapere dei posteri, in tutta tranquillità. Invece. Invece Giovanni Antonio Bazzi, chissà per quale ragione, a Vasari doveva stare proprio sullo stomaco – e la condanna condita di tanta ferocia dovette decretargli un lungo ostracismo: sul versante critico, “il capolavoro fioriva tratto tratto, in mezzo ai dipinti mediocri”, come su quello comportamentale, “era celebratore della vita, nelle gioiose gagliardie del cuore e del senso, pagano spirito giocondo… l’irruenza di carattere, la scapigliata trascuranza dello studio, l’indocile e indomata libertà… mutava voglie e modi, cercava motivo di festa e di chiasso anche nell’arte: godeva a godere.” Il quadretto di un tale uomo “chiassoso e vagabondo” che scendeva nei sussurri del gossip quando gli affibbiava e l’accresceva di quel titolo di Sodoma per cui il Bazzi ci è stato tramandato, in tempi non facili per i cultori del “vizietto” (anche Leonardo si vide trascinato in tribunale per un’accusa), anche se a dar retta all’autore delle “Vite” il pittore non faceva nulla per far tacere quell’etichetta che gli era stata appiccicata addosso (“non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava”): anche se poi quella sorte (al tempo) grama o tollerata, considerata altresì la bisessualità del mondo artistico, fu acquietata con il pensiero che fosse l’intercalare piemontese da qualcuno storpiato, “sù, ‘nduma”, o il risultato frainteso di un “so domà” detto da un pittore che aveva tra le proprie doti la passione per i cavalli.

Ben oltre quanto rimane gossip, Giovanni Antonio Bazzi è al centro della mostra – composta “con uno sforzo non indifferente”, avvertono i responsabili – che nel titolo si estende in un significativo “Alla conquista del Rinascimento”, che ha la curatela di Serena D’Italia, Luca Mana (direttore del Museo Accorsi) e Vittorio Natale e il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino e che sino al 6 settembre occuperà le sale della Fondazione Accorsi-Ometto, importante appuntamento a circa ottant’anni dall’ultima grande retrospettiva che interessò il museo Borgogna di Vercelli e la Pinacoteca Nazionale di Siena (al termine del percorso è l’affiche di quella mostra che fu il primo risultato della lunga produzione di Armando Testa). Esposizione volta, quella odierna, ad analizzare e a porre all’attenzione del pubblico che la visiterà la produzione iniziale del pittore, la precocità e il praticantato di un umile ragazzotto, figlio di un calzolaio di Biandrate, che lo “ha posto e vincolato” nella bottega del casalese Martino Spanzotti (il contratto originale è qui esposto, datato 28 novembre 1490) e da protrarsi per interi anni sette ma che non fu mai completato se il non ancora ventenne Bazzi prendeva nel ’96 già la strada per Siena: continuando a tessere lodi al suo benefattore Francesco de’ Tizzoni, fattosi testimone e mallevadore di quegli anni. Primi anni che non vanno disgiunti dall’altro fatto importante della mostra, “abbiamo voluto organizzare un’occasione che mette in luce la grande ricchezza del patrimonio artistico del nostro territorio, posto in dialogo con gli importanti centri del Rinascimento italiano”, sottolinea la curatrice D’Italia. Oltre cinquanta opere a coprire un lungo periodo, alcune inedite, suddivise in sette sezioni, provenienti – in un elenco di prestiti veramente importante – da collezioni private e da istituzioni pubbliche, da Brera alla Galleria Borghese al Vaticano, dalla Capitolina romana alla collezione Chigi Saracini alla Parrocchia Spirito Santo di Sommariva Perno, dalla Sabauda torinese all’Albertina alla Pinacoteca di Varallo, da Siena da Perugia da Vercelli, dal Musée Jacquemart-André della capitale francese.

All’inizio del prezioso allestimento curato dallo Studio LLTT Architetti Associati, con l’apporto dell’architetto Loredana Iacopino, di un rosa antico che pare a memoria discostarsi da quelli che abbiamo visto sinora, è l’(innocuo) autoritratto del Sodoma (pare che l’uomo accanto a Raffaello nella “Scuola d’Atene” per questioni anagrafiche non sia più il Nostro, come mi insegnò il liceo) ricavato dal Chiostro Grande dell’Abbazia di Monte Uliveto (questo aveva davanti Vasari e ancora per un attimo leggete un’altra sua spina nel fianco dell’odiato: “un volto di uomo innamorato dello sfarzo, conscio d’ogni piacere, dall’occhio brillante e scaltro, dal naso maschio espanso al fiuto, dalle labbra serrate su lo scherzo grasso e la risata mordace”, ritrattino che nemmeno a spingerlo a forza rientra nel giovin signore che ci ritroviamo davanti), avvicinato all’”Ecce Homo” del 1510 che mette in evidenza gli esiti raggiunti e l’arte della maturità di un artista tra i più interessanti dell’epoca aurea della pittura. Nel proseguire attraverso le sale, si toccano le città – del Piemonte, Milano, Mantova, Siena, Roma: dove lo troviamo nel 1508 a fianco di Raffaello nella Stanza della Segnatura con l’incarico di papa Giulio II – che saggiarono la produzione del Bazzi, dando a lui la possibilità di incrociare geni del suo tempo: Bazzi s’immette prepotentemente – assorbendolo appieno – in un panorama lombardo, ne sono testimonianza il “Compianto su Cristo morto” (1503), di collezione privata, che nel taglio visivo – pasoliniano, all’occorrenza, per “Accattone” – s’allinea al Mantegna di Brera e, a pieno diritto, la “Pietà” (dalla Arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto a Roma) che in quella diversità e completezza di tratti e di sentimenti e di dolore è un’altra immagine dell’affermazione del pittore che, già a Roma, guarda ancora ai modelli del nord. Aveva ormai alle spalle le prove dei primissimi anni di bottega, una “Sacra Famiglia” che “si nota essere ancora acerba” dice Serena d’Italia.

Si è lasciato alle spalle gli artisti vercellesi e casalesi con cui è venuto negli anni precedenti a contatto, che qui pongono in bella carrellata santi e madonne piene di fascino – Alvise De Donati, Eleazaro Oldoni, Aimo e Balzarino Volpi, Bernardo Zenale (con quest’ultimo si combatté l’attribuzione per il “Martirio di San Sebastiano”, in mostra, fuori di ogni certezza, con un più vago “pittore attivo nel Ducato di Milano”, eccellente studio per un nudo maschile, mentre la persona di colore accovacciata a legare le caviglie del santo vanta ricordi ed espressioni più antiche, mentre ancora una volta andiamo a indagare l’azzurrino sfumato del paesaggio che strizza l’occhio a Leonardo e ai fiamminghi), l’eccellente Boltraffio, certamente Spanzotti (tra le sue opere presenti, una magnifica “Madonna con Gesù Bambino e due angeli”, circa 1490, della torinese Albertina) e Defendente ed Eusebio (“Angelo annunciante”, circa 1506, Museo Borgogna di Vercelli) Ferrari. Il centro della penisola dopo il nord, dove il nome per eccellenza – oltre all’urbinate sempre ammirato e cercato – è quello del Pinturicchio, in omaggio al quale Luca Mana ha creato con i suoi colleghi una mostra nella mostra. Introdotto dalle parole di Rabelais, prese a prestito da una lettera del 15 febbraio 1536 inviata a Monsignor de Maillezais (“papa Paolo Farnese aveva una sorella bella a meraviglia: tuttora si mostra nel palazzo Vaticano, nel corpo di fabbrica in cui risiedono i Sommisti, una figura della Madonna, che si dice sia stata fatta a immagine e somiglianza di costei”), del perugino Bernardino di Betto Betti, proveniente dal Vaticano, è visibile – ambientato in un duplice percorso storico e artistico – il frammento di un affresco, già in bella mostra appunto nell’appartamento privato di papa Alessandro VI, il Bambino benedicente che fu un giorno circondato dalle presenze del pontefice e della Vergine, due reperti a lato a testimoniarlo. Mentre, ancora alla ricerca dell’intensità degli scambi che interagiscono con il nord, tra la fine del Quattro e gli inizi del Cinquecento, s’ammira la “Madonna col Bambino in trono tra i santi Nicola di Bari e Martino” di Macrino d’Alba (“cartina tornasole” lo definisce Luca Mana), proveniente dalla Pinacoteca Capitolina di Roma, come una inedita predella con Cristo benedicente tra gli apostoli, prestito della residenza papale di Castelgandolfo.

Ancora tra le opere giovanili del pittore, eseguite nel primo decennio del XVI secolo, andando a guardare sul versante profano, abbiamo l’”Allegoria dell’Amor Celeste”, dalla collezione Chigi Saracini di Siena mentre dalla torinese galleria Sabauda proviene la “Morte di Lucrezia”, tema in molti esempi caro al Sodoma. Anni di successi e di grande produzione, importanti committenze – i fratelli Chigi, in primo luogo, i ricchi banchieri romani -, anni che lo videro nell’impegno dei grandi cicli d’affreschi che sono in Sant’Anna in Camprena (1503-1504), vicino Pienza, ricchi di quei motivi a grottesca che si andavano ammirando con la scoperta della Domus Aurea neroniana (“motivi fantastici” li ricorda Vittorio Natale) e delle storie di Santa Caterina che lo avvicinano per molti versi a certi lavori del Bramantino in castello Sforzesco e, ancora, del Pinturicchio; e nel chiostro di Monteoliveto (1505-1508), nel senese, succeduto a Luca Signorelli (che era stato chiamato ad Orvieto per la cappella di san Brizio) a illustrare le storie di San Benedetto, basate sul racconto di san Gregorio Magno, ventisei episodiche lunette a completare quello che è da tutti considerato un vero e significativo capolavoro dell’arte rinascimentale del nostro paese.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Sodoma, “Compianto sul Cristo morto”; Macrino d’Alba, “Madonna col Bambino in trono con i santi Nicola di Bari e Martino”; Sodoma, “Morte di Lucrezia”; Sodoma, “Allegoria dell’Amore Celeste”.

In scena al Teatro Regio i “Dialoghi delle Carmelitane”

L’opera di Francis Poulenc, che debutta per la prima volta a Torino per la regia di Robert Carsen

Venerdì 31 marzo, alle ore 20, e fino a domenica 12 aprile, va in scena per la prima volta a Torino “Dialogues des Carmélites” di Francis Poulenc, uno dei più grandi capolavori del XX secolo nell’intenso allestimento di Robert Carsen. Debuttano al Teatro Regio di Torino Yves Abel, sul podio dell’Orchestra e Coro del Teatro, e Ekaterina Bakanova nel ruolo della protagonista, di ritorno a Torino dopo il successo in “Manon” di Massenet, ora al debutto nel ruolo di Blanche. Accanto a lei, Jean-François Lapointe (Marchese de La Force), Valentin Thill (Cavaliere de La Force), Sylvie Brunet-Grupposo (Madame de Croissy), Sally Matthews (Madame Lidoine), Antoinette Dennefeld (Madre Marie) e Francesca Pia Vitale (Sorella Constance), oltre a un numeroso cast di solisti chiamati a ricoprire i sedici personaggi dell’opera.

L’opera è ambientata nella regione della Compiègne, nel 1794, quando la rivoluzione irrompe nella clausura e trasforma la vita di un convento in una domanda radicale: che cosa significa avere fede quando tutto crolla? “Dialoghi delle Carmelitane” sono ispirate alla vera storia delle sedici Carmelitane ghigliottinate durante il Terrore giacobino; l’opera di Francis Poulenc, su testo di Georges Bernanos, rappresenta un teatro dell’interiorità, dove la musica alterna tensione e contemplazione, luce e ombra, mettendo a nudo la paura che condiziona, la violenza del potere e la scelta del sacrificio.

La lettura di Robert Carsen, creata per il Dutch National Opera di Amsterdam nel 1997, con scene di Michael Levin, è diventato un riferimento internazionale per l’essenzialità del linguaggio scenico e la forza emotiva con cui restituisce il nucleo centrale, morale e spirituale dell’opera. Per il regista canadese, “Dialogues del Carmélites” è un’opera profondamente atipica, dove al centro non vi è il solito intreccio di passioni e morte, ma una questione esistenziale trattata in forma rarefatta e filosofica. Il dialogo è il vero motore drammaturgico, i personaggi parlano molto, ma non sempre riescono davvero a comunicare. In uno spazio astratto, quasi sacro, sono i corpi, le distanze e la luce a costruire i luoghi dell’azione; nessun realismo descrittivo, nessuna simbologia imposta, per lasciare allo spettatore la possibilità di riempire la scena con la propria esperienza interiore. Evitare oggetti e segni superflui significa sottrarsi a una “iper-teatralità” e accompagnare l’opera verso la sua dimensione più universale, come riflessione sul coraggio, sulla paura e sulla responsabilità individuale.

Figura chiave è Blanche de La Force, personaggio letterario, fragile e timoroso, creato da Gertrud von Le Fort, il cui cammino interiore, dalla paura alla scelta consapevole del sacrificio, rende visibile il cuore del dramma. È proprio questa capacità di parlare a tutti, al di là di ogni appartenenza religiosa, che, secondo Carsen, rende l’opera così potente sul piano umano, spirituale e intellettuale. Anche nella celeberrima scena finale, il regista evita ogni realismo crudo, per cercare nella musica di Poulenc una dimensione ulteriore. Ne nasce un’immagine stilizzata e di intensa bellezza che Carsen ha definito “una danza verso la luce”, non solo tragedia, ma attraversamento, trasformazione, compimento.

Ospite abituale delle più prestigiose orchestre e istituzioni liriche internazionali, Yves Abel è direttore principale della San Diego Opera dalla stagione 2020-2021. Il suo incarico è stato rinnovato fino al 2023. Il governo francese gli ha conferito il titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres.

Opera lirica, prosa e grandi mostre internazionali, il nome di Robert Carsen è associato in tutto il mondo a produzioni di straordinario rilievo. Considerato uno tra i maggiori registi d’opera viventi, ha saputo rinnovare profondamente il linguaggio della regia lirica raggiungendo vertici di assoluta perfezione stilistica e formale. Il Teatro Regio e il regista canadese vantano un rapporto estremamente significativo, avviato nel 1996 con “Cendrillon” e proseguito nel 2002 con “Mefistofele”, nel 2007 con “Rusalka”, nel 2008 con “Salomè” e nel 2016-2017 con “La piccola volpe astuta” e “Katia Kabanova”.

La storia di “Dialogues des Carmélites” affonda le radici in un episodio storico realmente accaduto: l’esecuzione del 17 luglio 1944, a Parigi, nell’ultima e più repressiva fase del regime del Terrore, di sedici suore Carmelitane che rifiutarono di rinunciare ai loro voti religiosi, passate alla storia come le “Martiri di Compiègne”. Il tragico evento ispirò, nel 1931, il romanzo di Gertrud von Le Fort dal titolo “Die Letzte am Schafott” (L’ultima al patibolo), da cui nel 1947, Raymond Bruckberger trasse una sceneggiatura cinematografica affidando a Georges Bernanos la scrittura dei dialoghi. Pubblicati nel 1949, i “Dialogues” ottennero un tale successo teatrale che, nel 1953, l’editore Ricordi propose a Francis Poulenc di trasformarli in un’opera. Affascinato dalla profondità psicologica dei personaggi, in particolare femminili, il compositore completò la partitura nel 1956. La prima rappresentazione avvenne al Teatro La Scala il 1⁰ gennaio 1957, in traduzione italiana. Pochi mesi dopo, il 21 giugno, l’opera andò in scena in lingua originale francese all’Opéra di Parigi. Poulenc dedicò la partitura alla storia della madre e dei compositori che considerava i suoi maestri ideali: “Alla memoria di mia madre che mi ha dischiuso la musica, di Claude Debussy, che mi ha donato il gusto di scriverla, di Claudio Monteverdi, Giuseppe Verdi e Modest Musorgskij, che mi sono serviti da modello”.

Teatro Regio – piazza Castello 215, Torino

Martedì 31 marzo – domenica 12 aprile 2026

Mara Martellotta

Una grande mostra su Casa Savoia al Castello di Susa

Venerdì 3 aprile alle ore 17 al Castello della Contessa Adelaide – Museo Civico della città di Susa, verrà inaugurata la mostra “I Savoia. Mille anni di storia e potere”, che inaugurerà la stagione di apertura al pubblico del maniero per il 2026.


Venerdì 3 aprile, alle ore 17, presso il Castello della Contessa Adelaide, sede del Museo Civico della Città di Susa, si aprirà la mostra dal titolo “I Savoia. Mille anni di storia e potere”, che inaugurerà la stagione di apertura al pubblico del maniero per il 2026. L’esposizione, visitabile fino al 24 maggio prossimo, permetterà al pubblico di ammirare la straordinaria collezione di Savoie.live, Associazione fondata ad Annecy nel settembre 2024, che si dedica alla conservazione, alla promozione e alla trasmissione della storia, del patrimonio e delle tradizioni della Savoia, culla di una delle dinastie più illustri d’Europa, artefice dell’Unità d’Italia.

La scelta del luogo non è stata casuale: nel 1046, Adelaide di Torino sposò nel Castello di Susa Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della dinastia sabauda, portandogli in dote il Marchesato di Susa, la Contea di Torino, l’area compresa tra il Po e la Stura di Demonte, le Contee di Albenga e Ventimiglia, Asti, Albenga e molti territori delle Langhe.

I Savoia compirono così il primo passo di un lungo cammino che, il 17 marzo del 1861, portò alla proclamazione del Regno d’Italia. La mostra, curata da Stefano Paschero, diretto del Museo Civico di Susa, e Claude Duffur, fondatore di Savoie.live, è allestita nella sala mostre temporanea del castello. Si articola in sei nuclei tematici che esplorano il potere sabaudo nelle sue forme più concrete e riconoscibili: la cartografia come strumento politico, la legittimità dinastica, il diritto e l’amministrazione dello Stato, la forza militare del Risorgimento, la devozione religiosa come l’identità sociale e la cultura come eredità viva.

Questa collezione, presentata per la prima volta in Italia, racconta come i Savoia abbiano costruito e mantenuto il proprio potere nel tempo, ed è composta da oltre 40 documenti e oggetti originali. Il pubblico potrà ammirare da vicino oggetti di valore inestimabile che abbracciano otto secoli di storia europea, come carte geografiche olandesi del Seicento e Settecento, sigilli medievali in bronzo, codici giuridici, sciabole, libri d’oro miniati, croci alpine in oro e argento, partiture musicali. La visita non si esaurisce nella sala mostre temporanee, in quanto il percorso prosegue nelle sale del Museo Civico della città di Susa, dove la collezione racconta la stessa storia dal punto di vista del territorio: dalla figura di Adelaide alle testimonianze delle fortificazioni alpine, dalla statua del Principe Eugenio di Savoia Carignano alla bandiera risorgimentale, il Museo stesso diventa parte integrante dell’esposizione. La mostra è realizzata in accordo di partenariato tra il Museo Civico di Susa, la Pro Loco di Susa APS, Savoia.live, Revejo e Artemide, con il patrocinio della città di Susa, e rientra nell’ambito del torneo storico dei Borghi di Susa.

Visitabile il lunedì, sabato e domenica dalle 14 alle 18, con apertura straordinaria lunedì 6 aprile nei medesimi orari. L’ingresso alla mostra è incluso nel biglietto d’accesso al Castello.

Info: castello@comune.susa.to.it – prenotazioni e visite: castellosusa@gmail.com

Mara Martellotta

Informazioni: castello@comune.susa.to.it
Prenotazioni visite:
castellosusa@gmail.com
Didattica e scuole:
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