CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

 “Letture da Gustare”: da Disney a Collodi, da Agatha Christie ai piatti di Kostas Charitos

Prosegue fino al 18 maggio il programma della quarta edizione di “Letture da Gustare”, divertissement culturale-gastronomico ideato da Federica De Luca e inserito nel programma ufficiale del Salone OFF 2026. Si tratta di un viaggio fra le pagine, che invita a cogliere l’essenza di piatti e sapori amati da scrittori e personaggi di fiabe e fumetti, sfumature di tele di grandi artisti. Sono sette i temi e dieci gli incontri in agenda, fino al 17 maggio, in locali di varia tipologia ed astrazione che, dal centro fino alle periferie torinesi e, per la prima volta, anche fuori città. Accoglieranno cene e aperitivi letterari seguendo il fil rouge di anniversari e grandi ospiti del Salone.

In programma un doppio appuntamento dedicato ad Agata Christie, giovedì 14 maggio. Una merenda in giallo in onore di Miss Marple ed Hercules Poirot, servita alle 16.30 alla caffetteria reale della corte di Palazzo Reale, mentre alla Casa del Parco di via Panetti, dalle 18 alle 19, si ricorderà la celebre scrittrice inglese fra letture e prestiti di libri, a cura della biblioteca “Cesare Pavese”, accompagnata da tè e biscotti. A seguire, in serata, la Locanda del Parco proporrà una cena “british” con ricette care ad Agata Christie e ai suoi personaggi. Venerdì 15, alle 17, la caffetteria reale invita a un aperitivo letterario in omaggio all’Unità d’Italia, a Collodi e alle ricette di Pellegrino Artusi. I Bagni Pubblici di via Agliè si trasformeranno in una taverna ateniese per celebrare la Grecia, Paese ospite del Salone del Libro 2026, attraverso i piatti cari al commissario Kostas Charitos, tratti dai volumi dello scrittore armeno-greco Petros Markarīs. Il progetto vede la collaborazione de Il Leone Verde Edizioni – Guido Tommasi Editore e LAREDITORE, ed è inserito nel programma ufficiale del Salone OFF e ambisce a indurre a letture più approfondite un pubblico di tutte le età, seguendo i profumi e le fragranze di un piatto o di una pietanza accompagnati da letture di brani e poesie a cui si ispirano.

Mara Martellotta

Nel “Bosco dei Pensieri” con Francesco Carofiglio

A Serralunga d’Alba (Cuneo), la “Fondazione Emanuele di Mirafiore” presenta il nuovo romanzo di Francesco Carofiglio

Giovedì 14 maggio, ore 18,30

Serralunga d’Alba (Cuneo)

Barese, classe 1964, Francesco Carofiglio è proprio “tante cose”, oltre ad essere fratello dell’ex magistrato e arci-noto scrittore Gianrico Carofiglio, “papà letterario” del “fragile” avvocato Guerrieri. Architetto, artista, attore e regista e … anche lui, il Francesco, eccellente e decisamente prolifico scrittore. Vizio di famiglia, direbbe qualcuno. Buon e benvenuto vizio,  di famiglia! Aggiungo io.

Per chi volesse incontrarlo di persona e ascoltare dalla sua voce i più “segreti passaggi” e le trame narrative ed emozionali del suo ultimo romanzo, la cosa è fattibile. Sarà infatti proprio lui l’ospite del primo appuntamento della XVI edizione (linea primavera – estate) delle “Passeggiate Letterarie” che la “Fondazione Emanuele di Mirafiore” (nell’ambito del cosiddetto “Laboratorio di Resistenza Permanente”) organizza, per volontà di Oscar Farinetti, dal 2010, all’interno del “Villaggio di Fontanafredda”, trasformando il “Bosco dei Pensieri” in luogo “sacro” dedicato alla lettura ed al confronto diretto con autrici ed autori della scena culturale contemporanea. Rassegna che, anche per l’anno in corso, conferma la propria formula “capace di unire natura, parola condivisa e incontro diretto con i protagonisti della letteratura e del pensiero”.

Orbene, l’appuntamento con Francesco Carofiglio, nella “Tenuta di Fontanafredda”, sarà per il prossimo giovedì 14 maggio.

Alle 18,30, lo scrittore leggerà e racconterà i passi più salienti legati alla nascita del suo nuovo romanzo “Tutto il mio folle amore”, edito nel 2025 per i tipi di “Garzanti”.

Quella raccontata, con coinvolgente passione, dall’autore barese, nelle pagine di questo nuovo libro è “una storia di coraggio, amicizia e amore, in cui i sogni dell’adolescenza si intrecciano con la realtà dolorosa di un’Italia ferita dalla guerra”. Sullo sfondo del 1943 e delle vicende che accompagnano la caduta del regime fascista e l’armistizio, i giovani protagonisti AlessandroLallo e Carolina attraversano il passaggio all’età adulta dentro una stagione segnata dalla violenza, dalla perdita e dalla nascita di una nuova speranza, che trova nella voce di “Radio Bari” uno dei suoi simboli più forti. Ambientato tra il luglio e il settembre del 1943, il romanzo “segue le vite di ragazzi sospesi sul margine della Storia, costretti a crescere in fretta mentre il Paese cambia volto. Tra passioni civili, desiderio di libertà e slancio sentimentale, il libro restituisce il clima di una generazione chiamata a scegliere da che parte stare, raccontando una Resistenza intesa come gesto collettivo e responsabilità condivisa”.

“Ragazzi sospesi sul margine della Storia”: ma quanto è cambiato da allora? Verrebbe, purtroppo, da dire ben poco, se oggi appare tristemente possibile trovarci in una situazione pressoché uguale. In tempi in cui rischiamo – o dove forse già ci siamo impantanati – un’uguale, ristagnante (recuperabile?) situazione. E il discorso abbraccia la tragicità di situazioni mai risolte, riciclate nel tempo, o falsamente risolte. A livello nazionale e oggi, ancor di più, a livello internazionale. “Romanzo storico”, in tal senso, quello di Carofiglio dinanzi al quale viene lecito giocare e mettere in tavola carte inquietanti, ma vere, di un’allarmante attualità. L’incontro servirà anche per meglio chiarire tali dubbi e domande e supposizioni.

Al centro dell’incontro-dibattito nel “Bosco dei Pensieri” di Fontanafredda, sarà infatti la lettura “profonda” di quel suo recente “Tutto il mio folle amore”, ultimo romanzo, in ordine di tempo, di una serie di opere letterarie già ben nutrita e iniziata nel 2005 con “With or Without you” (BUR-Rizzoli, titolo “rubato” al singolo degli “U2” datato1987), seguito tra il 2008 (“L’estate del cane nero”, Marsilio) ed il 2025 da una decina di altri romanzi, tra cui “Ritorno nella valle degli angeli” (“Premio Strega”, 2010), “L’Estate dell’incanto” (“Premio Selezione Bancarella”, 2020), oltre che da due (la  graphic novel “Cacciatori nelle tenebre”, e “La casa nel bosco”, Rizzoli 2007 e 2014), scritti a quattro mani con il “fratellone” (di tre anni più “anziano”) Gianrico. Due modi d’intendere trame narrative parallele, accomunate sempre dal forte impulso della passione, dalla volontà di entrare nella carne viva delle “storie” e da un istinto al racconto decisamente fruttuoso e ammaliante. Anche di questo si parlerà in quel magico “Bosco” naturale e culturale creato con saggia avvedutezza da Natale Oscar Maria Farinetti, ma chiamatelo, più semplicemente, Oscar.

Per info: “Fondazione Emanuele di Mirafiore”, via Alba 15, Serralunga d’Alba (Cuneo); tel. 0173/626424 – 377/0969923 o www.fondazionemirafiore,it

Gianni Milani

Nelle foto: Francesco Carofiglio; Cover “Tutto il mio folle amore”

Salone Internazionale del Libro… Ci siamo anche noi!

PIF, Nicoletta Verna e Alessandro Perissinotto: imperdibili incontri promossi dal “Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio Regionale del Piemonte”

Giovedì 14 e venerdì 15 maggio

Tra i tanti eventi in agenda per la tradizionale cinque giorni del “Salone Internazionale del Libro di Torino”, giunto quest’anno (14 – 18 maggio) alla sua XXXVIII edizione, al “Lingotto Fiere”, di particolare interesse culturale e, più ampiamente, umano si prospettano essere quelli in calendario i prossimi giovedì 14 e venerdì 15 maggio, in compagnia dell’imprevedibile, immaginifico PIF, della scrittrice forlivese (oggi residente a Firenze ed “editor” di Narrativa per “Giunti Editore”) Nicoletta Verna e del nostro “sabaudo” Alessandro Perissinotto. Il merito dell’organizzazione va tutto al “Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio Regionale del Piemonte”, in collaborazione con il “Polo del ‘900”“AIACE”“ANPI”“Film Commission Torino Piemonte”“Istoreto” e la rete degli “Istituti Storici della Resistenza in Piemonte” insieme ad “Ottobre Alessandrino” (importante manifestazione culturale dedicata, dal 2004, al “cinema” e all’“audiovisivo” che anima la città di Alessandria durante l’intero mese di ottobre), con la media partnership de “La Stampa” e di “Tuttolibri”.

Andiamo per ordine.

Giovedì 14 maggio (ore 14,30), in “Arena Piemonte” – “Padiglione 2”, toccherà a Nicoletta Verna e ad Alessandro Perissinotto disquisire su “Raccontare la storia, raccontare le storie”, in dialogo con Gianni Armand Pilon (vice direttore de “La Stampa”). Domanda di fondo, che darà il “là” agli interventi: “Attraverso il romanzo è possibile avvicinare alla ‘Storia’ le nuove generazioni?”. Ad introdurre il dibattito, sarà Domenico Ravetti, vice presidente del “Consiglio Regionale del Piemonte” nonché presidente del “Comitato Resistenza e Costituzione della Regione Piemonte”. Nell’occasione, verranno anche presentati i nuovi libri firmati da Nicoletta Verna e da Alessandro Perissinotto“L’inverno delle stelle” (Rizzoli, romanzo per ragazzi) e “I giorni di vetro” (Einaudi) della Verna e “La guerra dei Traversa” (Mondadori) per Perissinotto.

Al termine dell’incontro, si terrà la cerimonia di premiazione degli Istituti Scolastici vincitori della 45^ edizione del “Progetto Storia Contemporanea” promosso dal “Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio Regionale”, che quest’anno aveva come tema “la partecipazione di ragazze e ragazzi molto giovani alla ‘guerra di Liberazione’ in Italia”.libro

Venerdì 15 maggio (ore 15,30) sempre in “Arena Piemonte” – “Padiglione 2”, sarà la satira e l’ironia mai disgiunta dall’impegno civile del grande palermitano PIF (al secolo Pierfrancesco Diliberto e soprannome regalatogli, ai tempi delle “Iene” e mai mollato, dal collega Marco Berry) a tenere banco al “Salone” con Domenico Ravetti e con Luca Ribuoli, direttore dell’“Ottobre Alessandrino”. Classe ’72, regista, scrittore, attore e conduttore televisivo e radiofonico, PIF esplorerà le “montagne russe” dell’“amore moderno”, attraverso il “martirio” di un quarantenne “sfigato” preda di terrifici “algoritmi” per arrivare a trovare l’anima gemella, ripercorrendo le pagine del suo ultimo libro “La disperata ricerca d’amore di un povero idiota”, edito da Feltrinelli  nel 2022.

Dopo essere stato assistente alla regia di due importanti film, “Un tè con Mussolini” (di Franco Zeffirelli) e “I cento passi” (di Marco Tullio Giordana), nel 2013, PIF ha debuttato alla regia cinematografica con il film “La mafia uccide solo d’estate” (vincitore di due “David di Donatello” e di due “Nastri d’argento”), divenuto poi una serie televisiva. Nel 2016 esce nelle sale il suo secondo film “In guerra per amore”, nel 2021 “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”, infine, nel 2026 “… che Dio perdona tutti”, che è anche il titolo del suo primo libro uscito nel 2018.

Incontro, quello con PIF come i due precedenti, sicuramente di grande interesse. Possibilmente, da non perdere.

Per ulteriori info: “Salone Internazionale del Libro”, Lingotto Fiere, via Nizza 294, Torino; tel. 011/19700801 o www.salonelibro.it

Gianni Milani

Nelle foto: PIF (Ph. Adolfo Frediani); Nicoletta Verna; Alessandro Perissinotto

La storia greca per indagare il presente attraverso il passato

  Un incontro con la professoressa Enrica Culasso Gastaldi, curato da Art Ensemble
Venerdì 15 maggio, alle ore 18, la sala Art Ensemble di via Petitti 24, a Torino, ospiterà un incontro di profondo spessore culturale e civile: la professoressa Enrica Culasso Gastaldi, figura di riferimento negli studi classici e ordinaria di storia greca presso l’Università degli Studi di Torino, condurrà il pubblico in un’imdagine sul pensiero occidentale. Al centro dell’incontro vi sarà l’analisi del concetto di democrazia nell’antica Grecia, filtrata attraverso l’occhio lucido di Tucidide. Lo storico ateniese non si limitò a scrivere cronaca di guerra, ma realizzò i meccanismi del potere, del consenso e delle fragilità istituzionali. Attraverso un’esposizione ricca di immagini e suggestioni visive, la relatrice illustrerà come le dinamiche della polis del V secolo a.C. riflettano nodi irrisolti anche nella società odierna. In un’epoca di trasformazioni globali e crisi della rappresentanza, interrogare Tucidide significa confrontarsi con l’attualità: il rapporto tra libertà e responsabilità, il ruolo dell’informazione e il rischio della demagogia. L’incontro non si configura solo come una lezione accademica, ma come un’opportunità di riflessione collettiva. L’esposizione della professoressa indagherà il presente partendo dal passato, dimostrando che la democrazia rappresenta un dato vivo e complesso. Si tratta di un appuntamento dedicato a chiunque voglia comprendere meglio il nostro presente attraverso la lente preziosa della storia greca.
Il progetto Art Ensemble-Cultura e Socialità è promosso e finanziato da Regione Piemonte e dall’Assessorato alle Politiche Sociali.
Ingresso libero fino a esaurimento posti. Maggiori informazioni e prenotazioni al numero 366 3407927
Mara Martellotta

I misteri sindonici/2

SECONDA PARTE

I negazionisti insistono sulla produzione pittorica, partendo dai primi esami al carbonio 14 che datano il telo fra Medio Evo e Rinascimento. Per rispettare al meglio l’integrità del documento, i primi esami si fecero su parti periferiche del telo, rispetto alla figura centrale. Ciò creò l’errore fondamentale che facilitò la tesi del ‘manufatto medievale’.

Oltre ai citati pollini, il grasso umano rinvenuto soprattutto sui bordi del lino cosa ci suggerisce? E’ noto che continue furono nel tempo le esposizioni pubbliche, tante mani aprirono e chiusero il telo, oltre alle riparazioni fatte dalle suore Clarisse a seguito del famoso incendio a Chambéry del 1532. Fondamentale è inoltre considerare quanto la totale assenza di igiene di quei lontani periodi (ma più recenti, rispetto al 33 d.C.) abbia inevitabilmente ‘ringiovanito’ il telo e creato confusione alla scienza di fine XX secolo.

Quindi si può ipotizzare un dipinto? Questa è tesi ancora molto accreditata. Altri esami hanno però escluso la presenza di pigmenti (sono state trovate solo tracce del tutto insufficienti a produrre un’immagine visibile), inoltre l’immagine non presenta direzionalità, come avviene invece in qualsiasi disegno o pittura. Noto è che i pennelli dispongano il colore da un punto verso un altro; parimenti non risulta evidente un qualsiasi “stile artistico” prodotto in epoca medievale, o al più tardi rinascimentale.

Per quanto ciò possa urtare la nostra mentalità razionale … quel corpo si sarebbe ‘semplicemente’ sottratto alla fasciatura (stretta) del telo di contenimento, senza alcun movimento fisico della salma. E’ come se sia letteralmente passato attraverso i tessuti del lino.

Come fa la Sindone a provare questo? Questa è una delle poche certezze. Lo dice l’osservazione al microscopio dei coaguli di sangue. Sia per la precedente fustigazione che per la crocifissione, enormi fiotti ematici penetrarono nelle fibre del lino in vari punti, formando grossi coaguli che poi seccati, divennero grumi di un materiale duro che, pur se fragile, incollò la carne al tessuto, come sigilli di ceralacca. Nessuno di questi coaguli risulta spezzato e la loro forma è integra proprio come se la carne incollata al lino fosse rimasta esattamente al suo posto, fino al momento dell’irradiazione”.

A conferma di quanto sopra descritto, lo studio dei coaguli al microscopio rivela che quel corpo si è sottratto al lenzuolo senza alcuno strisciamento o altri movimenti. In laboratorio, grazie alla Strinatura (bruciatura superficiale), per mezzo di un bassorilievo riscaldato, alcuni studiosi sono riusciti a produrre immagini visivamente molto simili. Le loro caratteristiche fisiche e microscopiche sono però risultate differenti da quelle della Sindone. Le novità che proponiamo vengono però da un interessante documentario programmato in tv sul canale Focus. Nel 2010, laboratori di Fisica dell’Enea di Frascati hanno prodotto esami con sorprendenti conclusioni che si appoggiano alle tesi scritte sui Sacri Testi.

Un laser della Facoltà ha sì riprodotto in laboratorio un’immagine accostabile alla Sindone, ma su un telo con superficie di pochi centimetri. Con le attuali tecnologie, per riprodurre l’immagine corrispondente a un uomo di altezza approssimativa 180 centimetri sui due lati, ci vorrebbero 10.000 esposizioni simultanee con altrettante apparecchiature di ultima generazione.

Le nostre attuali tecnologie non sono in grado di raggiungere simili risultati. L’esposizione al calore è un altro dato sorprendente. Il corpo fu sottoposto a un calore intenso ma non troppo (una temperatura troppo energica avrebbe bruciato il telo). La velocità di irradiazione sui tessuti è inoltre stata velocissima, con un tempo ben più rapido del misterioso lampo globulare o l’Effetto Corona più volte chiamati in causa. Anche senza essere dei tecnici, è logico considerare che se si irraggia un qualsiasi materiale, la parte direttamente esposta alla fonte resta chiaramente più ‘offesa’ dal calore rispetto a quelle più nascoste. I lini sindonici – che per facilitarne la comprensione li possiamo paragonare a cordini – con questa particolare irradiazione cambiano struttura nella loro totalità. Non esiste traccia di gradualità termica sul materiale. Il tessuto non direttamente esposto resta candido, senza alcuna deformazione. Questo fatto è impossibile da verificarsi nello stato di natura.

Poi c’è la storia a parlare, in quanto gli scritti evangelici corrispondono totalmente al destino riservato all’Uomo della Sindone. Il lino racconta fedelmente cosa successe al condannato, peculiare per destino alla ‘ritualità’ riservata dai Romani ai condannati a morte. I trattamenti subiti dall’Uomo della Sindone indicano che probabilmente solo una creatura sovrumana avrebbe potuto resistere per tanto tempo alla condanna di Ponzio Pilato (personaggio storicamente individuato). Pur se inflitta a un uomo giovane e robusto, già la pesantissima fustigazione con il flagrum avrebbe potuto essere letale.

Questo flagello era una particolare frusta con lacci ai quali erano attaccati artigli metallici o altro, che provocavano tremende lacerazioni, quando non fratture. Dopo la fustigazione, debolezza fisica, perdite di sangue, trasporto fino al Colgota di un legno di circa 70 chili, dolore dei chiodi a mani e piedi, avrebbero provocato il decesso a chiunque, eppure la sua vita continuò fino al pietoso colpo di lancia inflitto dal centurione Longino.

Ci rendiamo conto quanto macabri siano questi particolari, ma restano fondamentali per avvicinarci a dati che la scienza sta faticosamente cercando di far combaciare. Quanto sopra descritto è stato meticolosamente riscontrato da attenti esami, fra i quali quelli di Baima Bollone, professore di medicina legale recentemente scomparso nella nostra città, che ha diretto a lungo il Centro Internazionale di Sindologia.

Pluriennale ricerca e incarichi internazionali gli hanno reso la reputazione di uno dei massimi esperti mondiali del settore. Ben noto è il suo testo, che unisce le sue competenze medico-legali con la ricerca storica, dal titolo “Sindone. Storia e scienza”. Per concludere, questi recenti esperimenti dimostrano che ‘certa’ Scienza non è più interessata a confutare a ogni costo la fede (sospetti invalidanti sono a carico di centri scientifici composti da scienziati protestanti e atei). Da anni si cerca infatti di avvicinare i testi evangelici – pur sotto rigida riprova scientifica – all’enorme mistero che da duemila anni coinvolge l’Uomo della Sindone.

Chi sarebbe costui, cosa rappresenta questa statuaria ombra umana impressa su un telo funebre?

Fu un disgraziato essere umano dall’infausto destino (per altro comunissimo ai tempi), morto per croce in una marginale provincia del vasto impero romano, oppure è la sacra testimonianza di un Dio, il Dio che da sempre ci chiede di credere in lui?

Le tracce ci sono e fanno riflettere, ma senza ancora la prova definitiva. Forse però è proprio al Mistero che dobbiamo credere, senza desiderare di essere come San Tommaso che “ha creduto perché ha visto”. Ci viene semplicemente chiesto di Credere, Credere anche senza mettere il nostro dito nella piaga.

Semplice o difficile? Dipende …

Ferruccio Capra Quarelli

“I due papi” di Anthony McCarten con Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo

Debutto al teatro Gobetti martedì 12 maggio

Martedì 12 maggio , alle 19.30, debutterà al teatro Gobetti la pièce teatrale dal titolo “ I due papi” di Anthony McCarten, da cui è  tratto l’omonimo film del 2019 con Jonathan Pryce e Anthony Hopkins.

L’allestimento italiano,  nella traduzione di Edoardo Erba,  è  diretto da Giancarlo Nicoletti. Saranno in scena Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo, con la partecipazione di Anna Teresa Rossini  e con Ira Nohemi Fronten e Alessandro Giova. Le scene sono di Alessandro Chiti, i costumi di Vincenzo Napolitano e Alessandro Menè. Lo spettacolo resterà in scena per la stagione in abbonamento dello Stabile di Torino fino domenica 17 maggio.
Il drammaturgo e sceneggiatore neozelandese Anthony McCarten, noto al grande pubblico per i copioni di alcuni celebri film campioni di incassi quali “Bohemian Rhapsody” , “L’ora più  buia” e “La teoria del tutto”, firma un testo teatrale che racconta uno dei momenti più sorprendenti della storia recente, le dimissioni di Benedetto XVI e l’ascesa di Papa Francesco. Cosa ha spinto il Papa conservatore a rompere con la tradizione e a lasciare il posto a un riformatore, amante del calcio? In questo incontro- scontro, fatto di tensione, ironia e inattesa complicità, è presente una riflessione sul senso del potere, della fede e dell’umana fragilità.  Lo spettatore assiste ad un dialogo serrato che, tra battute brillanti e momenti di profonda commozione, scava nelle paure e nelle speranze di due uomini chiamati a guidare milioni di coscienze.

“Quando ho visto per la prima volta la pellicola di Netflix – spiega il regista Giancarlo Nicoletti – sono rimasto stupito dall’efficacia e dalla cifra teatrale della scrittura  di Anthony  Mc Carten. Scoprire, di lì a poco, che il film era tratto da un testo teatrale dello stesso autore, sovrapponibile quasi del tutto alla sceneggiatura cinematografica, è  stata una piacevole riconferma della prima impressione.
La successiva lettura del testo della commedia mi ha nuovamente stupito perché la forza dell’incontro/ scontro tra i due protagonisti , sullo sfondo di una vicenda storica che rimarrà un unicum dei tempi contemporanei, all’interno della dimensione teatrale acquista, a mio avviso, un’urgenza e una forza, una capacità di penetrazione ancora più  grande che al cinema. Il cuore di questo incontro e del dialogo tra Ratzinger e Bergoglio, che sia veramente avvenuto o meno non importa, riguarda tutti noi, in quanto uomini, trascendendo dalla dimensione religiosa o spirituale, e oltre il pruriginoso  interesse che sempre suscitano le questioni vaticane.

“I due Papi” parla anzitutto di due uomini e allo stesso tempo parla di tutti gli uomini. Parla del potere, di come a volte sia difficile se non impossibile per un solo uomo il fardello delle responsabilità, ci pone l’interrogativo di quanto veramente sia giusto o meno perseverare e se non valga la pena, a volte, scendere dalla propria croce.
Parla del rapporto tra l’uomo e Dio, dell’etica, della aporie e degli interrogativi  di ogni giorno della contemporaneità che corre, lasciandoci il dubbio se sia giusto sposare i tempi o ammettere l’esistenza  di un che di immutabile ed eterno.
Parla dell’essere umano, di quanto possiamo essere grandi e piccoli al tempo stesso, di come il dubbio e la difficoltà di vivere siano eguali a ogni latitudine e in qualsiasi posizione sociale. Credo che, in questa universalità,  risieda il successo e l’apprezzamento trasversale, indipendentemente dal proprio credo, della pellicola di Netflix e la possibilità di portare l’operazione al suo luogo di nascita, il teatro.
Si tratta di uno spettacolo che vuole poggiarsi su un testo eccezionale e di grande forza, che sa scandagliare l’animo umano restando sapientemente nel campo della commedia attraverso un’operazione al servizio di due grandi interpreti italiani, provenienti da percorsi diversi, ma adatti a una sfida del genere. È un tentativo di regia contemporanea di gusto internazionale,  con un occhio sempre rivolto al pubblico, grazie alla traduzione del testo di Edoardo Erba e all’impianto scenico realizzato da Alessandro Chiti.
“I due Papi” rappresentano uno spettacolo vivo , capace di parlare a tutti e di trasportare lo spettatore in una dimensione varia, in quanto a viaggio, dialettica e sensazioni, fra i massimi sistemi del cielo e la concretezza quotidiana della terra”.

Teatro Gobetti 12-17 maggio

Di Anthony Mc Carten

Traduzione di Edoardo Erba

Con Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo

Regia di Giancarlo Nicoletti

Info Gobetti, via Rossini 8

Orario degli spettacoli martedì,  giovedì e sabato ore 19.30, mercoledì e venerdì ore 20.45, domrn8ca ore 16.

Biglietteria teatro Carignano, piazza Carignano 6

Tel 0115169555

Email biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Martiri cristiani d’Algeria, una mostra a Valdocco

Fino al 24 maggio
Rapiti, sgozzati e decapitati. Già negli anni Novanta nel Maghreb venivano trucidati i primi cristiani dai terroristi islamisti, ancora prima che nel vicino Oriente si scatenassero i macellai di Al Qaeda e dell’Isis. I beati Pierre Claverie e i compagni martiri, noti come “Martiri d’Algeria” sono un gruppo di diciannove persone uccise in Algeria tra il 1994 e il 1996 fra religiosi, religiose, sacerdoti e un vescovo. beatificati a Orano nel 2018. E’ uno degli eventi più drammatici che hanno colpito la chiesa cattolica algerina nel corso del “decennio nero” (1992-2002) del terrorismo islamista in Algeria. La maggior parte erano sacerdoti, sette erano monaci trappisti e uno era vescovo.
Quindici francesi, due spagnoli, un belga e un tunisino. L’ultimo dei martiri cristiani fu il vescovo di Orano Pierre Claverie, religioso domenicano ammazzato il 1 agosto 1996 da un’autobomba davanti alla Curia della diocesi. La storia dei sette monaci di Tibhirine in Algeria, barbaramente uccisi trent’anni fa, è la più brutale. Rapiti da una ventina di miliziani del Gruppo Islamico Armato, i terroristi del Gia, la notte del 26 marzo 1996 nel loro monastero di Notre-Dame de l’Atlas, a una sessantina di chilometri da Algeri, i sette monaci furono decapitati due mesi dopo e vennero trovate solo le teste. I resti furono sepolti nel convento di Tibhirine, vicino alla città di Medea, 90 km a sud di Algeri.
Una vicenda barbara che ricorda per la brutalità messa in atto i cosiddetti “Martiri del mare”, come furono chiamati i 21 cristiani copti d’Egitto sgozzati in Libia nel 2015 per la loro fede dai tagliagole dell’Isis. La storia dei martiri di Tibhirine è stata narrata in tutto il mondo, con grande successo di critica e di pubblico, nel film “Uomini di Dio” del 2010. Malgrado il generale clima di terrore che in quegli anni imperversava nel Paese nordafricano i monaci avevano deciso di restare in Algeria, di stare insieme alla gente, soprattutto con i poveri e con i deboli, di aiutarli e proteggerli dall’ondata di violenza in corso che non risparmiava nessuno. D’altronde i religiosi di Tibhirine erano uniti dall’amore per il popolo algerino e dal rispetto per la religione islamica. Per ricordare e non dimenticare il loro sacrificio il Centro studi Federico Peirone per le relazioni tra cristiani e musulmani ha promosso la mostra fotografica “Chiamati due volte”.
I martiri d’Algeria” allestita fino al 24 maggio nell’atrio della casa madre salesiana di Valdocco (via Maria Ausiliatrice 32 a Torino) in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana, la Fondazione Oasis e il Centro Frassati. In 22 pannelli e due video viene ripercorsa la vicenda dei diciannove religiosi e religiose della chiesa cattolica uccisi durante il “decennio nero” dai terroristi islamici fondamentalisti. Appunti e diari ricostruiscono la loro presenza accanto alla popolazione algerina. “Chiamati due volte” perché la fedeltà alla loro vocazione si è incarnata in una fedeltà al popolo algerino, vittima anch’esso della violenza e dell’odio. I martiri di Algeria, testimoni di fraternità, verranno ricordati giovedì 14 maggio alle ore 20,45 nella sala don Bosco di Maria Ausiliatrice dal Cardinale di Algeri Jean Paul Vesco. La mostra, che è stata esposta anche a Parigi, New York, Roma e Milano, è aperta fino al 24 maggio tutti i giorni con orario 10-20.             Filippo Re
nelle foto:
I monaci di Tibhirine uccisi dai terroristi algerini nel 1996
Pannelli fotografici nella mostra a Valdocco

Ebrei senza saperlo, una tormentata ricerca delle radici

Attraverso una visita dermatologica che gli fu diagnosticata alcuni anni fa, una patologia a detta del medico, tipica delle popolazioni ebraiche aschenazite est europee, la storica e scrittrice torinese Lucetta Scaraffia, viene a conoscenza di questa ascendenza, ascrivibile alla nonna paterna, che come un fiume carsico attraverso le generazioni, riemerge alla sua coscienza contemporanea.
( Lucetta Scaraffia, “Ebrei senza saperlo. Memorie nascoste”, Raffaello Cortina Editore 2026,pagg.165, €16.00).

Ne nasce un testo autobiografico complesso, che narra della sua tormentata ricerca delle radici.I Wildt arrivati in Italia a metà dell’ottocento sono una dinastia di convertiti ebrei al cristianesimo ,di cui l’autrice solo risalendo indietro di tre generazioni, può immaginare avessero piena consapevolezza della loro identità ebraica. Convertiti per amore o per forza? Quanti di noi, ripercorrendo il passato famigliare, potrebbero scoprire tracce nascoste della propria origine ebraica senza esserne consapevoli? La ricerca di Lucetta Scaraffia si allarga al complesso tema della trasmissione dell’identità ebraica, che fu spesso cancellata per paura,bisogno, opportunità, persecuzioni, attraverso i reticoli della Storia. Storia fatta sovente di miseria, ghettizzazioni,leggi razziali,pogrom.Una storia condivisa in realtà da molte famiglie italiane assimilate.L’autrice è una storica cattolica, nota nel panorama culturale nostrano,sovente opinionista televisiva su questioni teologiche e storico religiose, di studi di genere e un passato di femminismo radicale.
Leggendo il libro, questa ricerca ha comportato per lei anni, passati in archivi anagrafici al Comune di Milano, dove i Wildt arrivarono dalla Polonia probabilmente, come primo approdo, per risalire a Torino ,dove un suo antenato paterno, manutentore di ferrovie mise le tende.Per arrivare al grande scultore di epoca fascista Adolfo Wildt.Ma il testo è complesso e spazia dalla definizione di identità ebraica come religione, etnia, cultura alle forme della sua estinzione attraverso le conversioni, le assimilazioni e i processi di secolarizzazione,i battesimi,le scomparse documentali dagli archivi delle comunità e delle Sinagoghe. Si arriva partendo dalla storia antica a trattare il tema della Shoah e della fondazione dello Stato di Israele fino al tragico fatto dell’attentato di Hamas al confine della striscia di Gaza del 7 ottobre del 2023 e del drammatico riaffacciarsi dell’ antisemitismo politico e culturale, che si voleva per sempre estinto nel secolo scorso.Il lettore anche privo di buone conoscenze storiche e culturali, riesce grazie alla fluida e coinvolgente narrazione dell’autrice a comprendere bene le tematiche e i complessi problemi trattati. Un libro importante che mancava nel nostro panorama culturale italiano, che ci interroga sul difficile tema dell’identità in generale e di quella ebraica in particolare, dove oggi un ebreo italiano che esce in strada portando in capo la kippá, corre il rischio dell’ aggressione fisica. Tempi bui dove l’antisionismo è diventato il correlato del riemergere dell’antisemitismo e dove tornare ‘marrani’ è diventato il nuovo imperativo categorico, dell’ essere ebrei ‘soggettivi e oggettivi’ ,’ignari deboli o consapevoli forti’ (non anticipo in quale categoria si pone l’autrice e lo lascio scoprire al lettore se sarà impaziente di leggere questo magnifico libro )in attesa come sempre, di sapere se si è stati promossi e con che voto all’esame della parte giusta della Storia. Per elezione o vetustà. Freedom Flotilla permettendo. Auguri per il Salone del Libro.

Aldo Colonna

“Napoli nobilissima”, due atti unici di Raffaele Viviani

In scena al teatro Carignano da martedì 12 maggio  per la regia e interpretazione di Geppy Gleijeses

Martedì 12 maggio, alle ore 19.30, debutterà al teatro Carignano la pièce teatrale “Napoli nobilissima”, spettacolo composto di due atti unici di Raffaele Viviani, dal titolo “Don Giacinto” e “La musica dei ciechi”. La pièce vanta come regista Geppy Gleijeses, che sarà in scena con il figlio Lorenzo, Massimiliano Rossi, Chiara Baffi e undici attori-musicisti da poco diplomati al teatro Nazionale di Napoli. Lo spettacolo è  prodotto da Dear Friends e dal Teatro di Napoli, Teatro Nazionale e resterà in scena fino a domenica 24 maggio.

Geppy Gleijeses dirige due atti unici di Raffaele Viviani, il “Don Giacinto”, composto nel 1923, e “La musica dei ciechi” del 1928, offrendo uno spaccato della Napoli popolare e autentica. Nel primo il vecchio Giacinto, uomo di onore e dignità, si trova a dover fronteggiare le miserie umane e l’ipocrisia; nel secondo un’orchestrina di ciechi, guidata da un guercio e assistita da un pietoso venditore di ostriche, racconta una Napoli dolente e verace. Le musiche sono originali di Viviani  e si intrecciano a canti, danze e prosa, avvolgendo lo spettatore in un viaggio emozionante nel cuore del teatro partenopeo, restituendo la forza lirica dei bassifondi e immergendo il pubblico in una realtà cruda e poetica.

“Raffaele Viviani – spiega il regista e interprete Geppy Gleijeses –  rappresenta il più grande autore teatrale napoletano che ha esplorato, tranne che nell’ultimo periodo della sua attività,  la strada e i suoi eroi, miserabili, povera gente, i rifiuti della società  ( così come Eduardo, mio Maestro, penetrò i gangli più profondi dell’animo umano). Ma di Viviani ancora non si è scoperta e esaminata del tutto la grandezza universale. Vicino a Bertold Brecht, per tematiche e analisi umana, ma culturalmente assai lontano non avendolo mai conosciuto  o comunque preso come riferimento,  Viviani, incredibilmente, pur non sapendo scrivere la musica, la fischiettava a un maestro, e pur non conoscendo le sonorità di Weil e di Eisler, risulta estremamente vicino a quella temperie musicale.

Ho già diretto “Don Giacinto” nel 2000 per il Festival di Benevento. Si tratta della storia agrodolce  di un vecchietto dignitoso e nobilissimo, bersagliato dalla umanità  dolente e variopinta che lo circonda. “La musica dei ciechi” è  insieme  a “Sik Sik, l’artefice magico”, il più  bell’atto unico mai scritto da un autore napoletano, paragonato,  se non addirittura superiore a “I ciechi “ di Maeterlinck. Narra la vicenda di un’orchestrina ambulante di ciechi guidati da un guercio”.

Info teatro Carignano, piazza Carignano 6 Torino

Orari degli spettacoli martedì,  giovedì e sabato ore 19.30, mercoledì e venerdì  ore 20.45, domenica ore 16. Lunedì riposo.

Biglietteria teatro Carignano, piazza Carignano 6, Torino

Tel 0115169555

Email biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Foto Tommaso Le Pera

Dialoghi al Museo Pietro Micca con Gianni Oliva

Lo scrittore presenterà, in occasione del Salone Off, ilsuo ultimo libro “La Prima Guerra Civile”

Il Museo Civico Pietro Micca di Torino inaugurerà, in occasione del Salone Off, un nuovo ciclo di incontri culturali dal titolo Dialoghi al Museo pensato come spazio di confronto, approfondimento e riflessione sulla storia e sull’attualità attraverso la voce di autori, studiosi e protagonisti del panorama culturale torinese e italiano. Il primo appuntamento si terrà il prossimo 12 maggio e avrà come ospite lo storico e scrittore Gianni Oliva, tra i più autorevoli divulgatori della storia contemporanea italiana. L’incontro sarà dedicato alla presentazione del suo ultimo libro, La Prima Guerra Civile, edito da Le Scie Mondadori, un’opera che affronta con rigore storico e grande capacità narrativa una delle pagine più complesse e controverse della storia nazionale; questa scelta rappresenta la volontà del Museo Pietro Micca di avviare questo percorso culturale con una voce autorevole e riconosciuta, capace di coinvolgere il pubblico in una riflessione profonda sul passato e sulle sue conseguenze nel presente. Il ciclo di incontri nasce con l’obiettivo di trasformare il museo in un luogo sempre più vivo e partecipato, aperto non soltanto alla memoria storica del protagonista, ma anche al dialogo culturale e civile. In questo spirito, la presenza di Gianni Oliva assume un valore simbolico importante, inaugurando una rassegna che intende diventare un appuntamento stabile per la città di Torino.

L’incontro si svolgerà presso il Museo Pietro Micca il 12 maggio prossimo alle 17.30

Per partecipare è richiesta la prenotazione all’ indirizzo email museopietromicca@comune.torino.it