CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 3

Triplo concerto di Beethoven diretto dal maestro iraniano Hossein Pishkar

 

Sul podio dell’Orchestra Sinfonica della RAI giovedì 26 febbraio

Dopo il successo del suo debutto lo scorso gennaio, ritorna sul podio dell’Orchestra Sinfonica della RAI a Torino il direttore iraniano Hossein Pishkar, che sostituisce il maestro Ottavio Dantone, indisposto. Dirigerà l’orchestra nel concerto in programma giovedì 26 gennaio alle ore 20.30 all’Auditorium RAI Arturo Toscanini di Torino, trasmesso in diretta su Radio 3 e alle 22.50 in TV su RAI 5. Replica del concerto, sempre a Torino, venerdì 27 febbraio alle ore 20.

In apertura di concerto verrà proposta la Sinfonia n. 94 in sol maggiore  Hob:I:94 di Joseph Haydn detta “La sorpresa”, parte delle dodici Sinfonie londinesi scritte dal compositore tra il 1791 e il 1795 durante i suoi viaggi in Inghilterra. Dopo trent’anni di servizio a corte, Haydn intraprese la carriera di artista libero, accettando l’invito a Londra. Accolto con entusiasmo da un pubblico che già ne venerava le opere, trovò a Londra un’orchestra di sessanta musicisti tre volte più grande di quella abituale e la trasformò nell’elemento ideale per presentare le ultime sue straordinarie fatiche sinfoniche. Il titolo con cui conosciamo la Sinfonia n. 94, “La Sorpresa”, è  successivo e risale all’Ottocento, fu una scelta arbitraria  da parte degli editori che, per scopi speculativi, amavano battezzare le opere con nomi bizzarri e accattivanti basati su un elemento caratteristico. In questo caso il riferimento è ai bruschi contrasti dinamici del secondo movimento, dove la melodia viene interrotta da un improvviso e fragoroso colpo di timpano, tanto che un altro titolo con il quale era  nota è proprio “Il colpo di timpano”.

Nella seconda parte della serata saranno protagoniste due prime parti dell’OSN RAI,  Alessandro Milani, violino di spalla, e Luca Magariello, primo violoncello che, affiancate  dal pianista Arsenii Moon, proporranno il Triplo concerto in do maggiore per pianoforte, violino e violoncello op. 56 di Ludwig van Beethoven,  concerto nato nel biennio 1803-1804, in un periodo di incredibile fervore creativo che vide la nascita di capolavori come l’Eroica e alcune delle più note sonate per pianoforte.

Un ruolo centrale nell’opera lo gioca il violoncello; molti critici ritengono che il concerto sia stato scritto su misura per questo strumento, considerando che alla ‘prima’ del 1808 il violoncellista Anton Kraft era l’unico vero professionista di alto livello. Pagina di occasione,  il Triplo concerto si distingue dalle vette intellettuali del Beethoven coevo, essendo una pagina più incline all’effetto e al virtuosismo brillante, pensata per affascinare i salotti dell’aristocrazia viennese.

Auditorium RAI Arrturo Toscanini
Biglietti per concerto da 9 a 30 euro in vendita online sul sito dell’OSN RAI e presso la Biglietteria dell’Auditorium RAI di Torino
Informazioni 0118104653
Biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

“MonumenTO, Torino Capitale”. Palazzo Madama “specchio” della scultura monumentale

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Suggestivo “Pantheon” di un secolo di grande Storia italiana

Dal 26 febbraio al 7 settembre

Facciamo un’eccezione. Per meglio capirci, partiamo dal sottotitolo dell’imponente “rassegna” ospitata per oltre sette mesi nella “Sala del Senato” di “Palazzo Madama” a Torino: da quel “La forma della memoria”, sottotitolo appunto, che ben sintetizza gli obiettivi della Mostra “MonumenTO, Torino Capitale”, aperta nel “Museo Civico d’Arte Antica” di piazza Castello, da giovedì 26 febbraio a lunedì 7 settembre prossimo.

Una mostra che vuole, in certo senso, rammentarci e farci con più convinzione partecipi, dell’enorme importanza e ricchezza di quella “pubblica statuaria” che fa del nostro Paese e della nostra Città, in ampia misura, il “più grande museo a cielo aperto del mondo”. Il tutto grazie a “monumenti” e a “statue commemorative” che hanno attraversato i secoli, dall’Umanesimo (e molto prima ancora) al Rinascimento, per “trovare una straordinaria intensità espressiva nei decenni successivi all’Unità d’Italia”. A sottolinearlo, a ragion veduta, sono gli stessi curatori – in collaborazione con la civica Amministrazione – della mostra, Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano (rispettivamente direttore e conservatore di “Palazzo Madama”), il cui lavoro è partito sollecitato, in modo particolare, dalla “capillare campagna fotografica” condotta dal torinese Giorgio Boschetti che, attraverso i suoi visionari scatti notturni (quasi spettri formali scolpiti nei loro tratti di maggiore ed emotiva intensità) riescono alla perfezione non solo a “documentare”, ma a “riattivare” spazi mnemonici da tempo “in disuso”, trasformando la città in un vero e proprio “Teatro della Memoria”. Immagini suggestive, firmate da un vero “poeta” dello scatto, cui fa riscontro l’imponente “mappa di Torino” realizzata a “china su carta” dall’architetto Alessandro Capra, dove (secondo un suo singolare modus operandi) la “veduta zenitale” del cuore antico della città, incentrata su piazza Castello e su Palazzo Madama, lascia gradatamente il posto a una “veduta a volo d’uccello”, che termina all’infinito meridiano sul Monviso. Nella fitta rete di vie e di piazze che compongono il tessuto urbano, si collocano i 79 monumenti pubblici di Torino, numerati in pianta e rappresentati ad uno ad uno in singole formelle lungo i bordi, così da consentire a chi guarda di cogliere l’insieme dei monumenti e la loro distribuzione sul territorio.

 

Il percorso espositivo, che prende avvio dal 1838 con il “Monumento equestre a Emanuele Filiberto”, il celebre “Caval ‘d brons” di piazza San Carlo, capolavoro di Carlo Marochetti e si estende fino agli anni Trenta del Novecento, riunisce in totale circa cento opere, fra modelli in gesso, bronzetti, disegni progettuali, periodici, fotografie e manifesti (provenienti in parte dalla “GAM”, ma anche da altre Istituzioni italiane, pubbliche e private) che illustrano il lavoro degli artisti coinvolti nell’impresa di “monumentalizzazione” della città: in primis, Carlo Marochetti, per l’appunto, e il bolognese (di nascita) Pelagio Palagi, prediletti dal re Carlo Alberto ed esponenti della “Scuola Romantica”, cui subentra dopo il 1850 il ticinese Vincenzo Vela, che con il suo magistero presso l’“Accademia Albertina” seppe imporre la propria “visione verista” al modo di concepire la scultura monumentale. Nutrita la schiera dei suoi seguaci, da Giovanni Albertoni a Odoardo Tabacchi (solo per citarne alcuni), via via fino all’avvento del “Liberty” e ai primi anni del Novecento, con i vari Pietro CanonicaArturo MartiniEugenio Baroni ed Edoardo Rubino, i cui bozzetti in gesso realizzati per il “Monumento al Carabiniere Reale” e appartenenti alle raccolte della “GAM” hanno potuto usufruire, grazie al contributo di “Intesa San Paolo” “CRC”, di un prezioso restauro realizzato dal “Centro di Restauro di Venaria Reale”.  Inoltre, grazie ai fondi messi in campo dalla “Fondazione Torino Musei” in occasione della mostra, sono stati finanziati i restauri dei “Dioscuri” (1846) di Abbondio Sangiorgio (su disegno di Palagi) dei “Musei Civici” di Bologna e di “tre bozzetti” in gesso dei monumenti a Lagrange, Gioberti e Mazzini di proprietà dei “Musei di Varallo Sesia”.

 L’esposizione evidenzia – dato decisamente confortante – come in nessun’altra città europea la “scultura monumentale” legata alla storia patria abbia avuto un “ruolo così centrale” come a Torino, prima capitale dello “Stato sabaudo” e poi, per un breve ma decisivo periodo, del “Regno d’Italia”. Anche per questo la mostra ha trovato la sua ideale sistemazione, e non a caso, a “Palazzo Madama”, già sede del primo “Senato d’Italia”, davanti al quale fu posizionato nel 1859 il primo monumento verista, l’“Alfiere dell’Esercito Sardo” di Vincenzo Vela, la prima “dichiarazione politica in marmo” del nostro Risorgimento. Valida ieri quanto oggi quanto domani. Poiché “è in questa esposizione alla durata e al conflitto – sottolinea Giovanni Carlo Federico Villa – che il monumento conserva, ancora oggi, la sua funzione civile”.

Gianni Milani

Per info: “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica”, piazza Castello, Torino; tel. 011/4433501 o www.palazzomadamatorino.it

Nelle foto: Carlo Marochetti “Monumento Emanuele Filiberto” (Ph Giorgio Boschetti); Odoardo Tabacchi “Giuseppe Garibaldi”, gesso, 1887;  Abbondio Sangiorgio “Castore, gesso, 1840/42 (Bologna, “Musei Civici d’Arte Antica”)

“Amadeus” e Salieri, l’inadeguatezza, l’invidia e il genio

Al Carignano sino a domenica, per la stagione dello Stabile torinese

È un lungo flashback – ci avviciniamo alle due ore e mezzo, sarà interrotto alla fine della prima parte dai problemi di vescica del protagonista, verrà ripreso con un dove eravamo rimasti dopo 15’ esatti – quello che rimanda a noi pubblico e giudici di oggi la vicenda di “Amadeus” di Peter Shaffer (andò in scena a Londra nel 1979, da noi tre anni dopo con Paolo Bonacelli protagonista), un successo teatrale che si prolungò in quell’Oscar alla miglior sceneggiatura non originale con gli altri sette che l’omonimo, irraggiungibile film di Miloš Forman si guadagnò cinque anni dopo. Un flashback di grandiosità e di sofferenza, di scommesse con Dio da parte di Antonio Salieri, vero protagonista e deus ex machina della commedia, stimatissimo compositore della corte di Giuseppe II d’Asburgo, di origini italiane e come tutti gli italiani inviso e odiato da quel ragazzaccio maleducato e sboccato, maleodorante ed erotomane ma dalla musica sublime che sarebbe giunto un giorno alla corte del sovrano d’Austria. Commedia d’invidia e di quei venticelli (Michele Di Giacomo e Alessandro Lussiana, vistosi rossetti e occhiali da sole) che diffondono dicerie e malignità e altrettante ne rincasano, come cani ammaestrati e scodinzolanti, imbellettati e aggraziati ma velenosi quanto più possono; un’invidia che rigonfia nel cuore e nel corpo del divino ma presto dimenticato Salieri che non vuol certo mollare lo stipendio profumato e la tavola regale, alla vista di un’ascesa e di una protezione che permette al genio di Salisburgo di comporre storie e musiche che Vienna e oltre i confini tutti applaudono, che da un lato consiglia paternamente e dall’altro insuffla diabolicamente alle orecchie di Giuseppe II (che per altro, bel lontano dal mettere in campo gusti e decisioni suoi, definisce ogni singola disquisizione con la solita frase, “Anche questa è fatta”), sempre al riparo di ogni esposizione. Sino a giungere – ma è una ciliegina amara sollecitata da Puškin e dalla sua “Piccola tragedia” “Mozart e Salieri” (del 1830, ispirazione anche per Forman) -, totale fake news, leggenda acida che la storiografia e la critica moderna hanno del tutto rifiutato, a desiderare o persino a procurare, con un veleno, la morte del pericoloso avversario. Sino ad accusarsi a gran voce dinanzi a tutti di quella morte nell’ultima notte della sua vita, sino alle note del Requiem che avrebbero ricoperto in una fossa comune il corpo di Wolfgang Amadeus.

Una scommessa con Dio che è puro atto di vanità, una sorta di patto faustiano, un gioco delle parti tra un uomo che è l’emblema di una mediocritas più o meno aurea e della sua inadeguatezza e il disordine e la genialità e la sfortuna di un ragazzo che all’epoca ha venticinque anni e che sarebbe morto dopo soli dieci anni. Salieri, ormai vecchio e vicino alla morte (siamo nel 1823), seduto su una sedia a rotelle e con le spalle rivolte al pubblico, guarda alle ombre della sua esistenza, per un lungo attimo, la voce profonda e roca: poi balza su a raccontare, l’abbandono di Legnago dove è nato, l’arrivo nella capitale austriaca e una carriera che non conosce soste, i sepolcri imbiancati che sono i dignitari di corte, l’incontro con Mozart: più volte aiutato dalle luci di Michele Ceglia e dalle videoproiezioni che animano il racconto. La consacrazione della propria vita a Dio a conferma di una impeccabile esistenza, priva di ogni tentazione, e il tradimento che sente cadere sulle proprie spalle nel constatare sempre più spesso quanto povera sia la sua musica se messa a confronto con quella impareggiabile del suo rivale. Un tradimento che trascinerà a una guerra in quel campo di battaglia che è diventato Mozart. È un susseguirsi incessante di fredde lodi e di ire veementi, di sorrisi e di tristezze che Ferdinando Bruni, interprete e libero quanto modernissimo traduttore nonché regista, con Francesco Frongia, sfodera nello spettacolo prodotto dal Teatro dell’Elfo e sino a domenica sul palcoscenico del Carignano per la stagione dello Stabile torinese, un’interpretazione che è un’eccellente partitura musicale, allineandosi alla bellezza degli essenziali brani del compositore – dal Ratto alle Nozze di Figaro al Don Giovanni –, eroe alla rovescia, uomo vincitore e vinto soprattutto, campione di tormenti e di molteplici sfumature, non soltanto pronto a immergersi nella immagine fatta magari di luoghi comuni di un gustoso vilain. Ma un malvagio che non è stato capace di raggiungere il proprio apice, come ci suggeriscono le note di regia, “la sua malvagità non è arrivata fino a questo punto, ma farà qualsiasi cosa perché tutti lo credano, in modo che il suo nome possa essere legato in eterno a quello del salisburghese e che questo delitto non commesso gli conceda l’immortalità.”

In un coro di attori non poco stilizzati, Valeria Andreanò è un’appassionata Costanze, mentre Daniele Fedeli – già apprezzato alcune stagioni fa in “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”- si ritaglia il proprio successo, sfacciato e irriverente, tra impertinenze e linguacce e volgarità, tra tic infantili e aneliti oltre ogni epoca, dando vita a un eccellente ritratto: anche se una qualche ulteriore sbracatura alla Tom Hulce non avrebbe guastato. Infilato a dovere in quel Settecento riveduto e corretto (i colori rossastri a differenza dei cortigiani in bianco, ricco magari di quelle spalle a sbuffo che fanno tanto Lucio Corsi o di un chiodo con argentee borchie in bella vista: spavaldi ed estrema sfacciataggine, come chi li porta) che sono i costumi dell’eccezionale Antonio Marras, punto pregevole e altamente creativo, sontuoso anche nei suoi risvolti punk, di uno spettacolo altrettanto raffinato e modernamente inteso, nel farci fermare un attimo a ripensare a quel discorso dell’inadeguatezza che nel mondo di oggi, in modo quantomai attuale, ci sta intorno.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Laila Pozzo alcuni momenti dello spettacolo.

La Regina Margherita di Savoia nel centenario della sua scomparsa

Mercoledì 4 marzo prossimo, come di consuetudine in questa data, nella memoria liturgica del Beato Conte di Savoia Umberto III e nel 178esimo anniversario della proclamazione dello Statuto Albertino, l’associazione Internazionale Regina Elena ODV e il Coordinamento Sabaudo inaugureranno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi la loro mostra , che quest’anno sarà dedicata a Margherita di Savoia Genova, prima regina d’Italia, nel centenario della sua scomparsa.

Il pubblico potrà ammirare magnifiche foto che ritraggono la sovrana, preziosi volumi editi tra fine Ottocento ed inizio Novecento, una serie di cartoline postali dedicate alla Regina Madre Margherita nei primi anni del XX secolo, alcune con soggetto la palazzina di Caccia di Stupinigi e un album fotografico della seconda metà dell’Ottocento composto da 194 albumine formato ‘carte da visita’ ove sono presenti tutti i componenti della famiglia Reale italiana, politici e protagonisti del periodo risorgimentale italiano, membri della Curia di Papa Pio IX e la Famiglia Reale del Regno Unito con la Regina Vittoria, i figli e le personalità del governo inglese che sostennero l’Unità d’Italia.

Come ogni anno verrà  conferito il premio per la ricerca storica Maura Aimar e saranno presenti rievocatori di molti gruppi storici piemontesi.
La mostra , visitabile nel pomeriggio del 4 marzo, si inserisce all’interno di un  ricco programma di iniziative denominate “Margherita. Un secolo di storia “ in programma alla Palazzina di Caccia di Stupinigi fino al prossimo luglio. Questo progetto, sviluppato grazie alla collaborazione con il MAUTO  Museo Nazionale dell’Automobile, collezionisti privati e altre realtà non solo culturali, ha come obiettivo quello di ricordare, attraverso articolati passaggi della sua vita, il centenario della scomparsa della sovrana. Il fil rouge di tutte queste iniziative è  la sua straordinaria voglia di modernità.

Dal 5 marzo al 28 giugno nella Citroniera di Ponente sarà allestita la mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, che permetterà al pubblico di ammirare undici vetture costruite tra fine Ottocento e inizio Novecento  e nove carrozze storiche provenienti dalla collezione privata “Nicolotti Furno”. I visitatori potranno scoprire la figura di questo personaggio chiave dell’Italia unita anche attraverso il percorso “Le Stanze di Margherita “ all’interno dell’Appartamento di Levante, dove lei introdusse nuovi comfort, tra il 1902 e il 1915, tra cui accessori finalizzati alla sua comodità.  Tra questi si ricordano il potenziamento dell’impianto di riscaldamento, i servizi di ritirata all’inglese con acqua corrente e lavandini con acqua fredda e calda, la corrente elettrica e l’ascensore  a pompa idraulica realizzato dalle Officine Meccaniche Stigler di Torino, dotato di una cabina lignea con porta scorrevole, vetri smerigliati nelle otto finestre e pulsantiera in bachelite.

Il pubblico potrà anche degustare il cioccolatino “Le Perle della Regina”, ideato dal Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco Story Torino e realizzato da Pfatish. Si tratta di una creazione unica, nata dal cuore di nocciola Piemonte IGP, avvolto da un delicato gusto di cioccolato bianco lucido e perlaceo che richiama le perle e le collane di perle preziose tanto amate dalla sovrana.

Il programma prevede anche il ciclo di quattro conferenze dal titolo “Margherita a Stupinigi e il suo tempo” previste il venerdì alle 16. Le prossime saranno il 27 marzo, il 17 aprile e il 22 maggio ed affronteranno la figura della prima Regina d’Italia attraverso temi contemporanei come la moda, le automobili, la cucina, il design; seguiranno le visite guidate dal titolo  “Margherita e Stupinigi”, in programma il secondo venerdì del mese alle 15.45.
Il gruppo storico ‘Le vie del tempo’ rievocherà “ I giorni di Margherita”, permettendo al pubblico di immergersi appieno nell’atmosfera della Palazzina di Caccia di Stupinigi nei primi anni del Novecento.

La sovrana dal 1901 fino al 1926, anno della sua morte avvenuta a Bordighera il 4 gennaio, amava trascorrere gli autunni a Stupinigi. Proprio la notte del 14 settembre del 1904 apprese la notizia della nascita al Castello Reale di Racconigi del nipote, il futuro re Umberto II; nonostante il forte temporale che imperversava partì in piena notte guidando personalmente la vettura per andare a vedere il nipote.
Con Margherita di Savoia- Genova la Palazzina di Caccia di Stupinigi visse gli ultimi ‘fasti Sabaudi’ e la sua  memoria è  rimasta viva nei cuori della popolazione.

Per info consultare il sito www.ordinemauriziano.it

Mara Martellotta

Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum

Breve storia di Torino


1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

1.Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum

Torino è una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre alla follia. Queste le parole del grande intellettuale Italo Calvino, forse un po di parte, certo, ma non per questo meno veritiere.
Così abituati a guardare lontano, intenti ad indagare il mondo oltre i confini visibili, perennemente alla ricerca di qualcosaltro in un laggiù” di labile definizione, spesso diamo per scontato ciò che ci circonda, e talvolta nemmeno ci impegniamo a conoscere i luoghi a noi più vicini.
Rifletto spesso su tale tematica con i miei studenti a scuola, approfittando delle potenzialità della materia che insegno; quando chiedo ai ragazzi di raccontarmi una loro esperienza riguardo a mostre darte, musei o luoghi culturalmente conosciuti, mi rendo conto di quanto poco conoscano il territorio in cui vivono, è più probabile infatti che essi si siano ritrovati per le strade di qualche capitale straniera e non di aver visitato Palazzo Madama, Palazzo Reale, un qualunque museo torinese di arte contemporanea o qualche luogo cittadino che proprio nulla ha da invidiare all esotico estero.
Non ne faccio loro una colpa, anche io tendo spesso a incappare nel medesimo errore, protesa verso il desiderio di prendere aerei e partire, corro per prima il rischio di tralasciare interessanti occasioni di visita di esposizioni darte di artisti che magari apprezzo particolarmente e che si svolgono proprio a Torino.

È secondo questottica che ho deciso di scrivere tale serie di articoli dedicati alla capitale sabauda, per riscoprire e tentare di approfondire la storia e le vicissitudini di quella che è la mia città natale, la stessa che mi pare così lontana anche se abito nei suoi vicinissimi confini, che talvolta mi ha stancato, che non sempre mi ha accolto o confortato, della quale spesso mi sono dimenticata, ma a cui rimango indissolubilmente affezionata.
Torino è così, una città antica che accetta le sfide della globalizzazione e della multiculturalità, attenta alla qualità ambientale, dove da sempre il saper fare si accompagna al saper pensare, è localitàforte delle proprie radici eppure pronta a fronteggiare le numerose riqualificazioni urbane che nei secoli si sono succedute, invasive e necessarie, le medesime che ora stabiliscono laspetto multiforme di quella che è stata la prima capitale dItalia.
Nel capoluogo popoli, culture, tradizioni e differenti consuetudini si sono stratificate nel tempo, a partire dagli usi e costumi degli antichi romani, fino ai cittadini odierni, autoctoni, migranti e tutte quelle etnie in equilibrio tra il mantenere le proprie usanze e limparare il dialetto locale.
La storia di Torino è qualcosa di tangibile, passeggiando per le vie della città infatti ci si imbatte continuamente in testimonianze del passato: le Porte Palatine, gli edifici di Italia 61, le palazzine barocche e le ville liberty, le chiese ed i monumenti, tutti tasselli di ununica grande vicenda che comincia più di duemila anni fa, ai tempi di un piccolo insediamento chiamato Taurasia, distrutto da Annibale nel 218 a.C.  

La nascita e lo sviluppo della città sono indissolubilmente legati alla posizione geografica che essa occupa: Torino sorge sulla sponda occidentale del Po, nella regione chiamata Pedemontium ossia la terra ai piedi delle montagne, uno strategico crocevia assai significativo  per i commerci, sia via terra che via acqua. Fin dai tempi antichi eserciti, mercanti e pellegrini erano costretti ad attraversare il fiume in quel preciso punto geografico, laddove sorgeva il piccolo villaggio Taurasia. Nei secoli sono molti coloro che ambiscono al controllo dello stabilimento, rilevante scalo tattico e commerciale, nonché snodo significativo posto sulla via che collega il Sud della Francia e il Nord dellItalia.
Tuttora Torino sorge lungo la principale articolazione stradale e ferroviaria dellarea alpina, su un percorso che da sempre è ritenuto di considerevole importanza, da qui infatti sono passati, secondo gli studiosi, dapprima Annibale, nella sua marcia verso Roma e successivamente, nel 773, lesercito di Carlo Magno, durante la calata in Italia.
Il tempo conferma la centralità della posizione strategica dellantica Augusta Taurinorum, abbracciata dai fiumi e protetta dal duplice ruolo delle montagne, da una parte le Alpi, dallaltra i Colli del Monferrato, che sia mettono in comunicazione la città con i comuni limitrofi, sia fungono da barriera protettiva naturale; gli stessi Savoia, i custodi dellItalia approfitteranno dellubicazione dellurbe per gestire i propri poteri.
La natura dunque favorisce la nascita di un insediamento destinato ad ingrandirsi nei secoli, ma se da subito le condizioni di vita paiono favorevoli per la cittadinanza, sarà necessario attendere diversi secoli prima che la Storia si accorga della bella Torino, relegata per tempo immemore alla condizione di cittadina di provincia, adombrata dalle limitrofe Asti e Vercelli, infatti solo verso la fine del Cinquecento, grazie ai Savoia che qui sposteranno la propria corte, al capoluogo viene riconosciuto peso politico e comincia a brillare di luce propria.
Ma andiamo per ordine, poiché assai remote sono le origini della nostra città; larea appare abitata fin  dallepoca tardo paleozoica, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di utensili in pietra.
Allepoca la regione doveva essere ricoperta di foreste e acquitrini, tuttavia già i coltivatori delletà neolitica erano intervenuti a favore di una repentina trasformazione del paesaggio, processo che continueràattraverso diverse azioni di bonifica dalletà medievale fino alletàmoderna.
I primi abitanti del Piemonte sono i Celto-Liguri, gruppi migranti celtici che mentre si spostano verso il Nord della Penisola si fondono con alcune tribù liguri già presenti sul territorio.
Si tratta di popolazioni dedite allagricoltura, con un livello di organizzazione politica e culturale non molto sviluppata, vivono sparsi per le radure tra le foreste, coltivano segale e granaglie e allevano pecore e maiali. Nello specifico sono gli Insubri e i Taurini ad occupare le sponde del fiume Po.
Come è noto, il destino di Torino risulta legato almeno a livello di nomenclatura-  ai Taurini, da cui deriva lappellativo Augusta Taurinorum, dallanimale totemico attribuito alla tribù, ossia il taurus, -che tuttoggi rimane simbolo indiscusso della moderna cittàpiemontese-.
Ben poco sappiamo di tale popolazione, se non che compare negli annali nel 218 a.C., quando tenta invano di fermare la discesa di Annibale, per poi entrare a far parte delle tribù inglobate nella sfera culturale e politica di Roma che,  a partire dalla metà del II secolo a.C., colonizza la zona subalpina nordoccidentale per aprirsi una piùfacile via verso la Gallia.
Lo spirito decisamente concreto e pratico dei romani fa sì che le cittàfondate nel territorio piemontese rispondessero a precise funzioni: si tratta di avamposti militari  e centri di governo che favoriscono il controllo e la comunicazione lungo il tragitto verso le Alpi.


Tra questi insediamenti spicca per importanza Augusta Taurinorum.
Le leggende prendono il sopravvento sulle sporadiche fonti accreditate riguardanti le origini di Torino, se diverse sono le versioni fantasiose legate alla fondazione del capoluogo, dallaltra sono poche e controverse le notizie degli studiosi dedicate a tale argomentazione.
Lo stesso appellativo apre a diverse ipotesi interpretative: secondo alcuni Iulia Augusta Taurinorum viene fondata da Giulio Cesare durante le sue campagne militari in Gallia, secondo altri invece il nome della cittadina si rifà allimperatore Ottaviano, meglio noto con lappellativo di Augusto.
Vi è poi la versione di una duplice fondazione, suggerita da diversi studi del terreno, dai quali si denota una lavorazione dei campi limitrofi alla città che suggerisce una edificazione svoltasi in momenti differenti.
Quel che invece è noto riguarda la trasformazione del villaggio tribale prima in colonia militare poi in civitas, ossia una città con una propria struttura amministrativa ben definita; allincirca nello stesso periodo viene fondata Augusta Pretoria, lodierna Aosta, con lo scopo di assicurare il dominio romano sulla vallata circostante e sui valichi del Grande e del Piccolo San Bernardo.
Dalle fonti tuttavia si evince che ledificazione effettiva di Augusta Taurinorum avviene nel corso del I secolo a.C.; i lavori di costruzione seguono lo schema prefissato dalla tradizione romana e la colonia si struttura secondo una griglia rettangolare circondata da una cinta muraria di circa 2,5 km.
Lo spazio interno è diviso da due strade principali, il Cardo e il Decumano le attuali via Garibaldi e via San Tommaso -, rimane invece incerta lubicazione del foro, anche se probabilmente doveva occupare lattuale zona in cui oggi si trova il municipio. Allinterno delle mura, le strade secondarie suddividono lo spazio urbano in insulae, isolati residenziali dotati di fognature sotterranee e pavimentazioni regolari e ordinate.
La nuova colonia viene inoltre dotata di un acquedotto per la fornitura idrica, bagni pubblici, templi e un teatro, le cui fondamenta sono ancora visibili accanto a Palazzo Reale.
Lo schema rettilineo rimane alla base della Torino moderna e resta inevitabile punto di partenza per tutti i successivi sviluppi urbanistici eseguiti fino ai giorni nostri.
Altra questione aperta riguarda gli abitanti: molto probabilmente si tratta di immigrati provenienti direttamente da Roma o veterani dellesercito, solo in una minoranza potevano discendere direttamente dalla tribù dei Taurini.
Limportanza della colonia rimane relegata al transito stradale e alla riscossione dei pedaggi; essa  tuttavia è indicata  nei documenti dellepoca come snodo primario allinterno della grande rete di comunicazione costruita dai Romani  per agevolare il transito di merci, truppe e messaggeri imperiali in tutta lItalia settentrionale.
La situazione muta bruscamente nel III secolo a.C., quando la guerra civile, la recessione economica e le incursioni barbariche minano lesistenza stessa di Roma. La crisi colpisce tutto lImpero, ma sono proprio le colonie sorte lungo le rive del Po che devono fronteggiare in prima linea gli invasori germanici.
Augusta Taurinorum rimane per molto tempo, come le altre province, in una situazione instabile, preda del vuoto di potere dovuto al crollo delle istituzioni governative e politiche romane fino allemergere di una nuova autorità: il vescovo, simbolo della Chiesa Cristiana. Per i secoli a venire è questa la figura essenziale a cui tutta la comunità si rivolge e sulle cui spalle pesa il gravoso compito di organizzare la nuova vita cittadina allalba dellavvento del Cristianesimo.
Non si sa molto riguardo alla diffusione della nuova religione in Piemonte, la tradizione si sofferma sullavvento del culto dei tre martiri (Ottavio, Avventore, Solutore), particolarmente apprezzato proprio a Torino, cerimoniale religioso surclassato poi dalladorazione di Giovanni Battista.
Scarse sono le notizie a proposito del primo vescovo di Torino, probabilmente un certo Massimo, pupillo di Eusebio  e forse anche di Ambrogio, arcivescovo di Milano. Massimo era un buon imprenditore edile, a lui infatti si deve ledificazione del primo edificio ecclesiastico locale, una chiesa probabilmente dedicata al Salvatore, ubicata dove ora sorge il Duomo. Attraverso larchitettura egli ritiene di esorcizzare i demoni pagani che albergano tra le rovine dellantica città romana, costruendo chiese e santuari laddove sorgevano gli antichi templi dedicati agli dei. Inoltre egli riveste la figura del principe-vescovo, così come i suoi contemporanei Ambrogio di Milano, Agostino dIppona e Gregorio di Tours. La sua figura austera, severa e forte si fa punto di riferimento per i suoi successori, i quali come lui si adoperano per difendere la città dai barbari, dare asilo ai profughi e riscattare i prigionieri.
Decisamente interessanti sono i sermoni redatti da Massimo, grazie ai quali ci è possibile immaginare come doveva essere la lontana societàtorinese agli albori della diffusione del Cristianesimo.
Allinterno dei testi spiccano le critiche feroci mosse dal vescovo nei confronti dei cittadini, costantemente invitati al pentimento, ad allontanarsi dai beni materiali, sovente accusati di pigrizia e venalità: della prima comunità torinese ne esce un quadro tuttaltro che edificante.
Eppure tali sono le origini di Torino.
Affondiamo le nostre arcaiche radici in una turbolenta cittadinanza ancora legata ai vecchi culti, che tuttavia con fatica e forza si è poi evoluta fino ai giorni nostri, passando per le guerre contro i barbari, la dominazione sabauda fino a Napoleone e oltre.
Complessa e stimolante è la vicenda di Torino e questo è solo linizio.

Alessia Cagnotto 

Respirare con gli occhi, incontro con l’artista fotografa Paola Mongelli

Presentazione della monografia “Respirare con gli occhi” (Gli Ori, 2026), che racconta trent’anni di ricerca fotografica dell’artista torinese Paola Mongelli.

Il volume, a cura di Angela Madesani, raccoglie molte delle sue opere più rappresentative, accompagnate da un testo curatoriale, apparati critici selezionati, citazioni e versi dell’artista.  Con Paola Mongelli dialogano Angela Madesani Dario Capello. Letture di Renata Salmini.

Nata a Torino nel 1972, Paola Mongelli è artista visiva e fotografa. Negli anni Novanta si laurea in Scenografia all’Accademia Albertina di Belle Arti e si dedica alla fotografia fine-art, sperimentando in modo personale le tradizionali tecniche di camera oscura. Dal 1998 espone le sue opere in Italia e all’estero (Phos, A Pick Gallery, Unimediamodern, VisionQuest, Areapangeart, Stone Oven House, NegPos, Tonin Gallery, Fondazione Italiana per la Fotografia, Weber&Weber). Oggi la sua pratica abbraccia anche la poesia, il disegno e la performance, privilegiando i temi legati all’autoritratto, all’ombra e al movimento. Dal 2009 è formatrice e docente in materia di fotografia e di educazione alla visione (Istituto Europeo di Design, IAAD Torino, Collegio Universitario Einaudi, Accademia Ligustica e Albertina, SDC Torino). Collabora con istituzioni e progetti educativi nell’ambito della disabilità e del disagio (Diaconia Valdese, Servizi Sociali, Fondazione Time2) promuovendo la fotografia come strumento terapeutico. www.paolamongelli.com

 

Dario Capello,  poeta, narratore, critico letterario.

Nato nel 1949 a Torino, dove vive. In poesia ha pubblicato Il corpo apparente, Ed. Niebo a cura di Milo De Angelis, 2000 (Premio Dario Bellezza 2001 per l’opera prima), Nel gesto di scostarsi, Dialogolibri 2001, Caput vertiginis, Weber & Weber 2002,  Le assenti, Chateau de Rosemonde 2005, successivamente inclusa in Vanità del tema, viennepierre 2007, Dove tutto affiora (Undici variazioni sull’Apocalisse), alla chiara fonte 2009, La valigia di Leucò, Casaccia 2013. Ha, inoltre, pubblicato i saggi Torino, da Nietzsche a Gozzano, Unicopli 2003 e Amante vertiginosa. Torino in 12 movimenti, Casaccia, 2010. E’ inserito, tra le altre, nell’antologia Poesia a Torino. Cent’anni e quaranta volti, a cura di A. Rienzi, puntoacapo, 2024.

Angela Madesanistorica dell’arte e curatrice indipendente.

Autrice, fra le altre cose, del volume Le icone fluttuanti Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia e di Storia della fotografia per i tipi di Bruno Mondadori. Ha curato numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private italiane e straniere, collabora con alcune testate di settore. È autrice di numerosi volumi su prestigiosi autori fra i quali: Gabriele Basilico, Giuseppe Cavalli, Franco Vaccari, Vincenzo Castella, Francesco Jodice, Anne e Patrick Poirier, Luigi Ghirri. Docente di Arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Carrara.

 

ORARI Sabato: 11:00-12:30

Inseguendo il Liberty

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte

L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Articolo 5. Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti

Negli articoli precedenti mi sono soffermata su due particolari edifici torinesi assai noti, Villa Fenoglio e Villa Scott, ma, poiché la nostra città è ricca di palazzi e ville in stile Liberty, nei due articoli che seguono vorrei proporre una sorta di “guida turistica” rivolta sia a chi, per caso, si trovi a passare nei dintorni di case e ville Liberty, e sia a chi, per pura curiosità, amerebbe approfondire l’argomento.

Pietro Fenoglio, celebre ingegnere-architetto, figura essenziale per il Liberty torinese, nel 1902 progetta per i fratelli Besozzi il Villino Gardino di corso Francia 12, angolo via Beaumont, dove lo stile floreale si affaccia nelle morbide linee del ferro battuto dei balconi. Nel 1909, sempre per la medesima famiglia, si dedica alla palazzina di via Magenta, e all’ampio isolato situato tra le vie Campana, Saluzzo e Morgari. La Palazzina Ostorero, di via Beaumont 7, del 1900, due piani più sottotetto, è contrassegnata da una raffinata decorazione floreale a graffito, da un tetto a capanna e torrette a tre livelli. La Palazzina Besozzi, di corso Francia 10, ha finestre doppie suddivise da colonne e capitelli, e discrete decorazioni sotto la gronda del tetto in legno. Tra il 1899 e il 1900, l’illuminato costruttore si dedica a Casa Gotteland, di via San Secondo 11. La facciata ha una scansione regolare e simmetrica, le decorazioni si concentrano sul ricco cornicione che corre tra il quarto e quinto piano, sui balconi, sulle finestre, sul portone d’ingresso. Sotto il davanzale, le finestre presentano un motivo decorativo ispirato alle forme di una conchiglia, festoni di fiori ornano i timpani sovrastanti le finestre; un motivo pure a conchiglia si trova nelle ringhiere in ferro battuto dei balconi; il portone d’ingresso in legno e vetri colorati e i fregi dipinti sull’androne ne segnano l’indirizzo apertamente floreale. Nel 1901 l’avvocato Michele Raby commissiona a Fenoglio la propria abitazione privata, da allora conosciuta come Villino Raby, corso Francia 8, vicino a via Beaumont. Una costruzione contrassegnata da un’estrema articolazione degli spazi esterni, a volte arretrati, a volte avanzati, con un originale portico terrazzato utilizzato come ingresso. Di grande rilievo l’originale bovindo angolare decorato da piccole teste di fanciulle. In fondo all’ampio cortile vi è una palazzina di servizio con annesse scuderie, caratterizzata da un tetto conico alla francese. Rimaneggiato nel corso degli anni, il villino nel 2009 è stato acquistato dall’Ordine dei Medici della Provincia di Torino, che si è occupato della sua lunga ristrutturazione. Del 1901 è Casa Boffa Costa, di via Sacchi 28 bis, che doveva necessariamente adeguarsi, per altezza, facciata e dimensioni, agli attigui e omogenei palazzi del tratto del corso porticato. Suggestioni Liberty si evidenziano comunque nelle finestre e nei balconi modellati in pietra artificiale; quattro finte colonne a tutta altezza hanno il compito di snellire il gioco prospettico, armoniosamente ritratto dal tondo dei balconi e il culmine delle finestre. Della vicina Casa Debernardi, via Sacchi 40/42, caratterizzata da due bovindi laterali che si alzano al colmo dei portici, forse Fenoglio ha posto solo la propria firma su di un’opera realizzata da altri. Interessante e aggraziata la facciata che dà sul cortile, con decorazioni Liberty in litocemento. Del 1902 (stesso anno di Palazzo Fenoglio-La Fleur e di Villa Scott) è Casa Pecco, via Cibrario 12, destinata all’affitto di abitazioni e di negozi, che evidenzia un apporto Liberty più modesto e garbato e meno vistoso. Si tratta di un edificio piuttosto imponente, che occupa un isolato trapezoidale nei pressi di via Le Chiuse, contraddistinto al piano terra da un portone in legno, la cui sagoma è ripresa dalle aperture del piano rialzato. Le finestre sono sovrastate da decorazioni geometriche, una cornice con motivi floreali caratterizza il paramento murario del terzo piano. La modellazione del ferro battuto contrasta piacevolmente con i lineari elementi litocementizi dei balconi del primo piano.


Di raffinatissimo stile Liberty è la Palazzina Rossi Galateri di via Passalacqua 14, (una perpendicolare di via Cernaia, alle spalle di piazza XVIII dicembre), segnata da motivi naturali quasi Rococò: tralci di vite, finta corteccia, fiori di grandi dimensioni, bovindi sormontati da terrazzini, e un elegantissimo portone d’ingresso in legno, al di sopra del quale si evidenziano le linee eleganti in ferro battuto del balcone. La costruzione è stata commissionata a Fenoglio dalla contessa Emilia Rossi, figlia del deputato Teofilo Rossi e moglie di Annibale Galatei, conte di Genola e di Suniglia. Squisita la resa armoniosa dei ferri battuti lavoratissimi, i particolari lignei come i telai delle finestre, la luminosa cromia delle vetrate, la morbida decorazione floreale, la bellissima vetrata ovale al piano rialzato e i particolari decorativi della facciata: tutto è studiato nei minimi particolari, ed è reso all’insegna del bello assoluto. Del 1903 è Casa Guelpa, via Colli 4, all’incrocio con corso Vittorio Emanuele 115, in un raffinato Liberty disegnato sui balconi con i motivi a conchiglia (il lato sul corso si richiama, invece, al Neobarocco). Casa Rey, di corso Galileo Ferraris 16/18, risale al 1904. Il palazzo, tra i cinque e i sei piani, ai lati ha due bovindi su tre ordini con vetri colorati e decorazioni floreali; la facciata si distingue per l’alternanza tra intonaco e laterizio in cui qua e là compaiono piccoli mostri su alcune finestre e capitelli su qualche balcone. Le finestre, che più si innalzano e più si alleggeriscono per gioco prospettico e capacità costruttiva, presentano eleganti modanature Liberty. Molto raffinati i quattro portantini in legno scolpito.

Casa Bellia, di corso Matteotti, angolo via Papacino, è caratterizzata da un ampio rosone, con colonnine poste a raggiera nella parte più alta di una simil-torre e cornici a dente di lupo che si alternano a particolari sia orientali che zoomorfi e fitomorfi. Nella parte angolare, un bovindo dalle linee tonde e dalle finestre ad arco, è sormontato da un tetto fatto a cupola piramidale. Particolari i balconi del primo e del terzo piano con finestre a triplice luce. Sempre in via Papacino e ancora con committenza Bellia, nello stesso anno – 1904 – viene edificato un edificio di quattro piani fuori terra, con seminterrati in vista e mansarde laterali a finestre binate. Un bovindo poligonale, chiuso nella parte superiore da un balcone con balaustra in cemento, allaccia due piani. Ornamenti floreali impreziosiscono il portone. Casa Rama, su progetto di Fenoglio, del 1909, in via Cibrario 63, è per noi torinesi del tutto particolare: in questa palazzina Liberty morì Guido Gozzano, il poeta crepuscolare che così ricorda la sua e nostra città: “Come una stampa antica bavarese/ vedo al tramonto il cielo subalpino/da Palazzo Madama al Valentino/ardono l’Alpi tra le nubi accese/È questa l’ora antica torinese,/è questa l’ora vera di Torino”. Cari curiosi e appassionati di Liberty, sarete ormai stanchi e affaticati, allora vi propongo una meritata pausa prima di riprende il tour nel prossimo articolo.

Alessia Cagnotto

DNA – Dominanti Nature Artistiche celebra due anni con una serata “Open Flow”

Torino – Due anni di progetti, spettacoli e formazione artistica. L’associazione culturale DNA – Dominanti Nature Artistiche festeggia il suo secondo anniversario con un evento speciale in programma venerdì 6 marzo dalle ore 19 al Loft di via Chanoux 12.
La serata, dal titolo “2 anni al Loft, Stage and Soul”, sarà un party aperitivo pensato come spazio aperto alla creatività. Protagonista dell’evento la Jam Session “Open Flow”: un palco libero, senza scalette prestabilite, dove musicisti, attori, poeti e performer potranno alternarsi in un clima di condivisione e contaminazione artistica.
In due anni DNA si è affermata come realtà attiva nel panorama culturale torinese, promuovendo la DNArt Gallery dedicata agli artisti emergenti, corsi di recitazione, improvvisazione teatrale, fumetto e musica, oltre alla produzione di tre spettacoli originali che hanno coinvolto allievi e professionisti.
«Vogliamo celebrare non solo ciò che abbiamo costruito, ma soprattutto la comunità che rende DNA un luogo vivo e partecipato», sottolinea la fondatrice Carlotta Micol De Palma.
Una festa che guarda al futuro, nel segno della libertà espressiva e della crescita condivisa.

Enzo Grassano

La memoria e il colore attraversano gli oggetti di un tempo

Sino al 10 marzo, Angela Guiffrey negli spazi degli Imbianchini

La parola che l’artista maggiormente pronuncia mentre t’accompagna attraverso le opere che compongono la sua mostra Senza tempo – all’interno di quel locale che i torinesi conoscono come Gli Imbianchini (via Lanfranchi 28, sino al 10 marzo) – è “sensazioni”. Gli stati d’animo che sente nascere in se stessa, le emozioni e la poesia della memoria, il ricordo che costantemente intravede un passato e innocenti dimensioni trascorse, di persone e di ambienti, allo stesso tempo la capacità di superare quel passato e dare corpo a una religiosità più ampia; la visione di un piccolo mondo più o meno antico, abitato, e di una famigliarità e della sua ricerca continua, dell’uso quotidiano di materiali – tessuti e stoffe di ieri, variopinte tovaglie e tovaglioli ricavati in ricami con il potere d’ingentilire, frammenti a un primo sguardo senza alcuna importanza ma che con la bellezza delle loro trame trasmettono pur sempre ovattati messaggi all’interessata: una precisa cifra stilistica, “pagine di un personalissimo e interiorizzato racconto”, come annota Angelo Mistrangelo nella presentazione – su cui ancora oggi, mediante una sobria ricostruzione, poter ritrovare un segno, una presenza, pressoché sempre femminile, “ricordi, gesti e volti racchiusi in evocativi e geometrici quadrati”, la certezza di un uso, di una frequentazione, di una vita un tempo conosciuta.

Uno sguardo immediato, che si può faticare a fare d’un colpo proprio, capace del resto di immettere autentica poesia, ma che si arricchisce di nuove valenze, schermato come appare da fili più o meno colorati, da accenni lineari o zigzaganti (“Quadrati 2”, 2022), da quasi impercettibili quadrati dorati che sono elementi di perfezione, da barre arcuate di metallo – “Prezioso” (2025) o “Ricamo” (2019) -, da minimi nastri biancastri e ripiegati nelle loro sfrangiature che separano chi guarda dal vasto terreno di colori e di inserti che stanno sul fondo (“Danza 6”, 2016).

Non esercizi di un’artista che insegue e approfondisce un proprio percorso, difficile, chiuso e ad un passo forse dall’inarrivabile, ma il ricordo, la quotidianità, la scoperta della materia, in un piacevole cammino trasmettibili, condivisibili, dove Angela Guiffrey – diplomata in Decorazione presso l’Accademia Albertina di Torino, anni trascorsi nell’insegnamento, personali tra Saluzzo e Govone e Asti, vincitrice di concorsi pubblici, Opere per il Nuovo Palazzo di Giustizia di Asti come non ultimo quello nazionale di pittura “Città di Fondi”, in provincia di Latina – ci accompagna alle intersezioni dei colori, uniche, importanti, studiate, calibrate, che quel ricordo riflettono. Cromie che affascinano, che sanno costruire impercettibili memorie, che s’alternano tra invenzioni e semplice quanto antico rispetto, creando da par loro ulteriori suggestioni. Nella loro ricercata essenzialità, nella continua ricerca del tono su tono, il bianco inserito in un bruno poco più profondo dialoga con il verde marino che lo sovrasta in “Verso la profondità” (2019), interrotto soltanto da un “monile” ramato un marrone che si diffonde in ogni sua ampiezza, rifiutando delimitazioni, un riquadro di un giallo profondo s’inserisce in bella alternanza tra due spazi verdi e ombrati, i rossi e i neri ben delimitati, come gli azzurri e i blu scuri. Inserti e frammentazioni che producono luccichii, ancora inaspettate suggestioni a chi guarda. Che si staccano da una pregnante realtà per salire a un “qualcosa” che ha di spirituale. Che evocano e introducono ad un rafforzato linguaggio artistico.

Elio Rabbione

Nelle immagini: “La danza 7”, tecnica mista, riporto di tessuto e inserto di foglia oro su stoffa, 2016; “Inaspettato soccorso”, tecnica mista e riporti di stoffa, 2019; “Quadrati 2”, tecnica mista, filo e foglia oro su tela di lino.

In scena per beneficenza la Gypsy Musical Academy con “On Broadway Disney”

 

Al teatro Juvarra il 1⁰ marzo in due repliche

La Gipsy Musical Academy, in collaborazione con l’associazione Matia Mantovan APS, torna dal vivo domenica 1⁰ marzo, in doppia replica alle 15.30 e alle 18.30, al teatro torinese Juvarra nello show “On Broadway  Disney”, a favore del reparto di pediatria dell’Ospedale Martini per l’acquisto di un nuovo ecografo.
Si tratta di una avventura emozionante che attraversa i più  grandi capolavori dei musical Disney, in un  tripudio di danza, musica e colori. Un vero e proprio viaggio nel tempo e nelle emozioni, che farà sognare grandi e piccini, con titoli quali “ La bella e la bestia”, “Frozen”, “Pinocchio”,  “Hercules”, “The Lion King”, “La principessa e il ranocchio” e molti altri.

Non c’è nulla di più fantastico dei capolavori della Disney per fare sognare i bambini ma non solo, e nulla di meglio di uno spettacolo per unire su un unico palcoscenico immaginazione e solidarietà. Sul palco saliranno i personaggi più amati di sempre, con costumi sfavillanti e splendide  coreografie, accompagnati dalle indimenticabili colonne sonore che hanno fatto la storia dell’animazione.

Il cast è  composto dai giovani talentuosi performer della Gipsy, che canteranno e balleranno dal vivo in un’atmosfera incantata. Nomi d’eccezione per uno spettacolo curato sin nei minimi dettagli. La regia è  di Neva Belli, la coreografia  di Cristina Fraternale Garavalli, la direzione musicale di Marta Lauria, i costumi di Michela Zuncheddu, capo balletto Camilla Matteoli.
Alla fine della serata i protagonisti scenderanno nella platea per scattare fotografie con i bambini permettendo loro di scegliere il personaggio preferito.

“Le storie della Disney sono intramontabili – racconta Neva Belli – con le loro musiche, i loro personaggi hanno saputo costruire il copione perfetto per un  musical in grado di trasportare grandi e piccini. Abbiamo scelto questi titoli per aiutare quei bambini  che purtroppo sono costretti in una corsia di ospedale nella speranza che possano tornare presto in teatro”.

Teatro Juvarra

Via Juvarra 13

Biglietti intero 20 euro

Ridotto 9 euro

Info

Gypsy Musical Academy

Via Pagliani 25 Torino

Tel 0110968343

Info@gypsymusical.com

Mara Martellotta