Giorgio Vitari e il suo settimo romanzo tra esorcismi e alta finanza
Con il suo nuovo romanzo, Il procuratore e gli esorcismi di via Cappel Verde, pubblicato da Neos Edizioni, Giorgio Vitari torna a Torino e alle indagini del procuratore Rotari; lo fa, però, attraversando una soglia nuova, dove il diritto si confronta con l’ombra. «Perseverare è diabolico», osserva con ironia lo scrittore, giocando sul fatto che questo sia il suo settimo romanzo. Un modo per entrare subito nel cuore del libro, dove il tema del diavolo e degli esorcismi non è mai semplice folklore, ma diventa chiave narrativa e simbolica. L’ispirazione, racconta Vitari, nasce dalla figura reale di un’esorcista, Enrichetta Naum, e da quell’appartamento di via Cappel Verde, a Torino, dove abitava prima di trasferirsi in via Garibaldi.
Cento metri quadri che diventano spazio letterario, luogo chiuso e denso, quasi un personaggio, con mobili raffinati tendaggi pesanti, candelabri e dove un tecnico che deve piazzare delle microspie, per conto della Procura, percepisce ancora delle presenze. «Abbiamo provato ad andare a vedere quell’appartamento diverse volte», racconta l’autore, «non è stato facile entrarci, ma alla fine ci siamo riusciti»; come se anche la realtà opponesse una resistenza, un filtro tra il visibile e ciò che resta nascosto. Il romanzo si apre con un incidente sospetto durante un rito satanico in una casa torinese dalla fama sinistra. Il procuratore Rotari torna in città per indagare sulla morte di un dirigente di banca, precipitato tra le montagne della Val di Susa in circostanze apparentemente accidentali. Ma le perplessità dell’avvocata Isotta Fraschini insinuano il dubbio che dietro quella fine si celi altro.
Il passato della vittima è più opaco del previsto e l’inchiesta conduce verso un gruppo esoterico torinese le cui riunioni notturne gettano un’ombra inquietante sull’intera vicenda. Rotari si muove tra silenzi interessati, menzogne costruite con abilità e un potere che agisce lontano dalla legge, in una Torino bene fatta di alte sfere economiche e figure influenti. In questo crescendo di tensione, la dimensione sovrannaturale sembra sfidare la razionalità dell’indagine, ma è proprio la procedura, con la sua logica e i suoi strumenti, a mantenere saldo il contatto con la realtà.
Giorgio Vitari spiega dell’evoluzione nella sua scrittura affermando che il primo romanzo, ambientato nel 1983, era fortemente ancorato a fatti storici realmente accaduti: la trama ruotava attorno alla ricostruzione documentata degli eventi. «Dal terzo libro in poi, invece, mi sono spostato sulla credibilità della trama», chiosa. L’obiettivo, dunque, non era più unicamente raccontare una storia, ma costruire un intreccio verosimile, capace di reggersi sulla coerenza interna dei personaggi e delle loro scelte. Per questo settimo libro, tuttavia, il metodo cambia ancora. «Non avevo tutta la trama», confessa. «Scrivo quando mi viene l’ispirazione. Sto nella mia stanza, nel silenzio. Gli altri libri avevano una struttura già formata, questa volta mi sono lasciato trasportare».
Quella dello scrittore, ora, è una scrittura più istintiva, che segue l’ombra anziché illuminarla subito. Il risultato è un ottimo romanzo dal ritmo serrato, ma enigmatico fino all’ultima pagina in cui la verità resta una presenza sfuggente. «La verità è un’ombra che a qualcuno serve rimanga tale», sembra suggerire la vicenda di Rotari. E forse è proprio qui il nucleo giuridico del libro: non nel rito, non nell’esorcismo, ma nello scontro tra ciò che appare e ciò che può essere dimostrato. In un tempo in cui il confine tra credenza e manipolazione è sempre più sottile, Vitari affida alla legge il compito di attraversare il buio. Anche quando il diabolico sembra insinuarsi tra le pieghe della realtà.
Maria La Barbera







