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Trieste, ricca di storia sul crinale carsico e crocevia di frontiere contese, è la città più settentrionale del Mediterraneo e più meridionale della Mitteleuropea. Una città “luogo dei luoghi”, protagonista dei racconti “I fantasmi di Trieste”(Bottega Errante Edizioni, 2018). L’autore, Dušan Jelinčič, giornalista della RAI e alpinista, uno degli scrittori italiani di lingua slovena più autorevoli e apprezzati, traccia una personale mappa della memoria che si intreccia con vicende misteriose e “fantasmi”. Come ogni città con un passato importante, complesso e sofferto, Trieste si porta addosso i segni di ferite mai rimarginate e di irrisolti conflitti. I luoghi di questo percorso con ampi tratti autobiografici – Jelinčič a Trieste ci è nato e vive in una casa del primo Carso, ai bordi dell’altipiano affacciato sul golfo che si apre davanti al porto e alla piazza Unità d’Italia – s’intrecciano con le persone, i protagonisti di queste storie. Nei racconti prendono corpo immagini della città vecchia, del tram di Opicina – che sale fino all’omonima frazione sull’altipiano del Carso – e dei rioni di San Giacomo, San Giovanni e San Giusto. Si sente quasi l’odore salmastro del mare e il fischiare della bora, si possono immaginare le onde che s’infrangono sul molo Audace dove nel 1914 ( quando si chiamava ancora molo San Carlo) attraccò la corazzata “Viribus Unitis”,nave ammiraglia della marina Imperiale con a bordo le salme dell’Arciduca Francesco Ferdinando e della moglie Sofia, uccisi nell’attentato di Sarajevo. Sullo stesso molo, quattro anni più tardi, giunse il cacciatorpediniere “Audace” della marina italiana. Era il 3 novembre del 1918, finiva la prima guerra mondiale e la nave che diede il nuovo nome a quella lingua di terrà in mezzo al mare, vi sbarcò un battaglione di bersaglieri. Oltre al paesaggio fisico ci sono i luoghi dell’anima e le storie di personaggi veri, come nel caso di Diego de Henriquez che morì la sera del 2 maggio del 1974 nell’incendio del suo magazzino, dove dormiva solitamente coricato dentro una bara di legno, portando con se i suoi segreti. Un personaggio straordinariamente singolare, triestino erede di una famiglia di ascendenza nobiliare spagnola, raccoglitore di ogni genere di materiale bellico e ideatore del Civico Museo della Guerra per la Pace. La sua morte lasciò molti dubbi e forse, come fa supporre il racconto di Jelinčič. Diego de Henriquez ricopiò in due dei suoi diari, prima che venissero cancellate, le scritte lasciate dai prigionieri nelle celle della Risiera di San Sabba, lo stabilimento per la pilatura del riso che i nazisti trasformarono in lager. Morì a causa di questo, vittima di un incendio doloso? Cercando tra le voci e le scritte dei morti della Risiera venne a conoscenza di verità scomode sull’unico campo di sterminio in Italia? Cosa aveva scoperto?I nomi dei collaborazionisti triestini, qualcuno divenuto poi una figura rispettata della comunità locale? Aveva dato un volto a chi, denunciando i suoi concittadini di religione ebraica, aveva contribuito a toglierli di mezzo, arricchendosi? Volti che riappaiono, come fantasmi, assumendo le sembianze in un altro racconto di un anziano seduto sul tram di Opicina che assomiglia come una goccia d’acqua ad un volto che si intravede in una foto di cinquant’anni prima accanto a Odilo Globocnik,il nazista calato a Trieste per fare della Risiera un luogo di morte. Jelinčič, nei suoi racconti parla anche delle sfide calcistiche allo stadio Grezar, intitolato al mediano triestino che perì con tutto il resto della squadra del Grande Torino nella tragedia di Superga, del vecchio bagno asburgico “La lanterna”, più noto come “El Pedocin” ( il piccolo pidocchio) dove un muro lungo 74 metri e alto tre divide tra uomini e donne la spiaggia di ciottoli bianchi. E’ lì che l’autore, in gioventù, fece l’amara scoperta di essere considerato con disprezzo uno “sciavo”, in quanto sloveno di Trieste. Ci sono poi le storie dove il protagonista è James Joyce, che visse a lungo in città, completando la raccolta di racconti Gente di Dublino, diverse poesie oltre al dramma Esuli e ai primi tre capitoli de l’Ulisse, il libro che gli diede fama internazionale. In uno dei luoghi più belli della città, il Ponterosso che attraversa il Canal Grande, nel quartiere teresiano, un monumento in bronzo raffigura lo scrittore irlandese mentre cammina, assorto nei suoi pensieri, con un libro sottobraccio e il cappello in testa. La targa, riprendendo la “Lettera a Nora” del 1909, recita: “la mia anima è a Trieste”. Joyce, parafrasando Dušan Jelinčič, fa parte dei “fantasmi gentili”, come lo psichiatra Franco Basaglia che iniziò dal San Giovanni di Trieste la rivoluzione che portò all’abolizione degli ospedali psichiatrici con la legge 180. “La libertà è terapeutica”, venne scritto sui muri bianchi di quella “città dei matti” che rinchiudeva dietro le sbarre, con un “fine pena mai” chi era segnato dalla malattia. Grazie a Basaglia Trieste diventò la città del riscatto di tante persone, come nel caso di Olga, una “ex matta” che racconta la sua storia all’autore. I ricordi vagano e s’imbattono in Julius Kugy, l’alpinista che aveva cercato ovunque sulle alpi Giulie la Scabiosa Trenta, rarissimo fiore delle alpi slovene. Guardando l’immagine della piantina incollata su una pergamena ingiallita, la descrisse così: “..ecco la graziosa creatura di luce, sul calice d’argento finemente merlettato, vestita di bianco splendente, trapunta di tenere antere d’oro! Non era ormai una piantina, era una piccola principessa del paese dei sogni”.Kugy si era fatto costruire un organo che suonava personalmente nella chiesa di via Giustinelli. Una chiesa di proprietà della comunità armena, data in affitto ai cattolici di lingua tedesca e oggi semi abbandonata, esempio di degrado e incuria. In fondo è proprio Trieste, città di grande tradizione europea e crogiuolo di etnie, ricca di contraddizioni e oscuri sensi di colpa che si racconta in questo libro. E Dušan Jelinčič, con la sua scrittura coinvolgente, ne amplifica la voce.
Marco Travaglini
di Marco Travaglini
Artista incredibilmente versatile, indimenticabile protagonista del teatro leggero italiano, nella sua lunga carriera di attore, comico, cantautore e ballerino si cimentò in moltissimi ruoli. In molti, tra i non più giovanissimi, lo ricorderanno protagonista di moltissimi spettacoli dalla rivista alla commedia musicale, dall’intrattenimento televisivo e radiofonico all’operetta e al teatro.

Non tutti sanno però che nacque “casualmente” a Torino il 27 aprile 1912, durante una tournée della compagnia di cui facevano parte i suoi genitori, il cantante di operetta Cesare Ranucci e la ballerina classica Paola Massa, artisti di opera comica che lavorarono anche con il grande Ettore Petrolini.

Il piccolo Renato passò così i primi giorni di vita in una cesta dietro le quinte dove i genitori, a turno, si prendevano cura di lui tra una scena e l’altra. Venne poi battezzato a Roma, nella basilica di San Pietro per volontà del padre “che volle confermare la sua romanità risalente a sette generazioni”.

Nascendo in una famiglia d’artisti fu normale che anche Renato sentisse il richiamo della scena e così, fin da piccolo, si ritrovò a calcare i palcoscenici di compagnie filodrammatiche e teatrali. A 10 anni entrò a far parte come soprano nel coro delle voci bianche della Cappella Sistina. Grazie alla sua travolgente simpatia e a un innato talento fece tutta la trafila dalla gavetta al successo.

Suonò la batteria, ballava il tip-tap, si esibì come cantante, debuttò nel 1934 vestendo gli abiti di Sigismondo ne “Al Cavallino bianco” l’operetta più nota e popolare dopo la “Vedova Allegra”. L’esperienza lo portò a inventare un suo personaggio che lo rese riconoscibile al grande pubblico. La bassa statura e il fisico esile gli suggerirono la celebre, esilarante e surreale interpretazione del Corazziere.

Elaborò sketch e canzoni diventate pietre miliari della rivista, al fianco di attori e autori come Garinei e Giovannini. Con la sua compagnia teatrale mise in scena nel 1952 uno spettacolo — “Attanasio cavallo vanesio” — che ottenne un clamoroso successo, confermandolo tra i più amati beniamini del pubblico italiano. Un successo bissato con “Alvaro piuttosto corsaro”, “Tobia la candida spia”, “Un paio d’ali”, girando per i teatri di una Italia desiderosa di svago e divertimento.

Si cimentò nel cinema con i suoi personaggi senza tralasciare ruoli più impegnati come ne “Il cappotto” (tratto da un racconto di Gogol’) con la regia di Alberto Lattuada e “Policarpo ufficiale di scrittura”, diretto dal torinese Mario Soldati. Rascel fu anche protagonista di una grande e commovente interpretazione nei panni del mendicante cieco Bartimeo nel “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli.


Rascel scrisse anche molte canzoni, alcune delle quali riscossero un successo che varcò i confini nazionali entrando a far parte del nostro repertorio popolare come “Arrivederci Roma”, “Romantica” ( con la quale trionfò al Festival di Sanremo nel 1960), “Te voglio bene tanto tanto”, “E’ arrivata la bufera”. I ragazzini della mia generazione lo ricordano in televisione con la veste talare del protagonista de “I racconti di padre Brown”, sceneggiato prodotto e messo in onda dalla Rai nel 1970. Risale a quello stesso anno la sua ultima interpretazione in una commedia musicale di Garinei e Giovannini (Alleluja brava gente) dove Rascel ebbe l’onere di sostituire all’ultimo istante il famosissimo Domenico Modugno con un giovane Gigi Proietti, pressoché sconosciuto al pubblico.

Una carriera lunga e ricca che lo vide al tempo stesso innovatore e rappresentante autentico della storia nobilmente popolare della commedia italiana. Una vicenda umana e artistica che, ancora oggi, molti ricordano con affetto e riconoscenza.
A Usseaux ricordando “Woodstock”, seconda edizione in omaggio ai 55 anni del “Festival di Bethel”, massima icona della “cultura hippie”
Dal 12 al 14 luglio
Usseaux (Torino)
15 – 17 agosto 1969. Alla “Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock”, meglio nota con il più semplice “Festival di Woodstock”, tenutosi, all’apice della diffusione della “cultura hippie”, a Bethel (piccola città rurale dello Stato di New York) furono tre giorni “mondiali”, “tre giorni di pace e musica rock” (“3 Days of Peace & Rock Music”) che coinvolsero dai 400 ai 500mila spettatori: ultima grande manifestazione del “movimento” che da allora si diffuse sempre più fuori dagli USA e che diede origine nel mondo a svariati “cloni” di Woodstock (cittadina nella contea dell’Ulster, famosa per le sue molteplici attività artistiche), assolutamente incapaci però di reggerne la portata e la fama. Unica, Woodstock! Che quest’anno compie i suoi bei 55 anni, ricordati ed omaggiati, con tre giorni di musica piena, nel nostro Piemonte, su un pianoro a 1.500 metri d’altitudine, circondato dalla foresta del “Parco naturale Orsiera – Rocciavrè” e dal “Parco Naturale del Gran Bosco”, dal “Summer Forest Festival” ad Usseaux, in Val Chisone, in mezzo ad un bosco che qui è proprio “foresta”, come avverte lo stesso nome. Seconda edizione, formula completamente gratuita, per un appuntamento a 40 chilometri di Torino, in un Comune inserito fra i “Borghi più belli d’Italia” ( e, per il “Touring”, “bandiera arancione” con la sua “Area Magic Forest”), pensato sia per gli appassionati di musica sia per i ragazzi vogliosi di scoprire le montagne vicino casa, il “Festival” è in programma da venerdì 12 a domenica 14 luglio.

“L’idea, quest’anno – sottolinea Maurizio Dainelli, ideatore ed organizzatore del ‘Festival’ – è fare anche educazione musicale: ogni concerto, infatti, sarà occasione per fare domande, ripercorrere, anche a parole, generi e periodi musicali, con un omaggio speciale a Woodstock a 55 anni dall’evento, che in fondo si tenne proprio su un pianoro come il nostro. Certo con più persone”. “Altro nostro intento – prosegue Dainelli – è quello di unire diverse generazioni attraverso la musica, così come attraverso il cibo e la sostenibilità ambientale che caratterizzano il nostro ‘Festival’”.
Grande contenitore della tre giorni, ovviamente i concerti con band di grande richiamo. I motori si iniziano a scaldare venerdì 12 luglio, con musica dalle 16 alle 24. Alle 16 rivivono i grandi del “Rock and Blues” con “Roagna Rizzi Buelow”. Alle 20 “Si canta Bob Dylan” con i “From Jungle To The Moon”.
Sabato 13 luglio si riprende dalle 16 con “Canzoni tratte dal piccolo e grande schermo”, con le musiche dei “Seasons”. Dalle 20 “Italian Graffiti”, spaccato di canzoni italiane dagli Anni ‘60 con “La Roagna & Friends”.
Domenica 14 luglio l’iniziativa “Woodstock 1969 – Ricordi di un evento irripetibile”, con “Roagna & Friends”. Tanta, tanta musica. Giornate di pace e amicizia. In mezzo a una natura da sogno, capace d’incantare in ogni ora del giorno.
E accanto alla musica e allo stare insieme lontani dai rumori violenti di un mondo che si cerca di far dimenticare a quelle dimensioni, immancabile ed essenziale anche il “cibo” più adatto all’occasione: il “forest food”. In un magico pianoro fatto solo (che bellezza!) di verde ed alberi sarebbe stato infatti difficile parlare di “street food”. Di qui dunque l’invenzione del “forest food”: piatto forte la carne, soprattutto alla brace, accompagnata da vino e birra. La proposta è allettante!
Per info: “Summer Forest Festival – Area Magic Forest”, strada Comunale dell’Inverso 1, Usseaux – Borgata Fraisse; tel. 348/3437621
Per chi decidesse di dormire in zona, tra il fresco delle montagne, l’“Area Magic Forest” mette a disposizione i suoi spazi: si può scegliere se arrivare in tenda o in camper. Info: info@magicforest.it
g.m.
Nelle foto:
– “Roagna & Friends”
– “From Jungle To The Moon”



A Torino, giovedì 11 luglio alle 18 presso lo storico Caffè Elena in piazza Vittorio. Un’occasione d’oro per conoscere la Torino descritta da Massimo Centini in un libro spettacolare edito da Pedrini. L’iniziativa è in collaborazione con il Centro Pannunzio.
Questo fine settimana, il Kappa FuturFestival ha trasformato Torino in un palcoscenico vibrante, attirando migliaia di appassionati di musica da tutta Europa. Con la sua undicesima edizione, il festival ha consolidato la sua reputazione, guadagnandosi un posto d’onore tra i migliori eventi musicali del mondo, superando persino giganti come il Coachella nella classifica di DJ Mag.
La città si è animata con cinque palchi e trentasei ore di musica ininterrotta, mentre un imponente led wall di 560 metri quadrati illuminava il Parco Dora. L’atmosfera elettrizzante era palpabile già all’ingresso, dove una coda scorrevole e amichevole anticipava l’esperienza unica che attendeva i visitatori.
Il festival ha accolto “ballerini” provenienti da oltre 130 paesi, dimostrando che Torino è una destinazione turistica a tutto tondo, capace di scaldare i cuori e di far dimenticare la presunta freddezza britannica, come testimoniato da una giovane londinese al suo primo viaggio nella città sabauda.
L’evento ha avuto un impatto significativo anche sull’economia locale, con alberghi e strutture ricettive esauriti per l’occasione. La Gtt ha risposto all’aumento della domanda potenziando il servizio di trasporto pubblico, garantendo collegamenti frequenti fino a tarda notte.
Ma il Kappa FuturFestival non è solo musica e danza; è anche un simbolo di arte e sostenibilità. La collaborazione con il consorzio Coripet e la start-up RE-CIG ha permesso di implementare soluzioni innovative per il riciclo dei rifiuti, come la raccolta differenziata di bottiglie in PET e mozziconi di sigaretta.
Inoltre, il festival ha promosso l’upcycling attraverso la trasformazione di materiali di scarto, come bandiere e neoprene, in oggetti di design realizzati dal laboratorio artigianale Cingomma.
Il sabato ha visto il tutto esaurito dei biglietti, e mentre Gandalf incantava la folla dalla consolle, era impossibile non notare la creatività e la libertà espressa dai partecipanti nei loro outfit colorati e confortevoli, in uno spazio dove il giudizio è sospeso e la diversità è celebrata.
Cristina Taverniti
Oltre 50 metri di “pannelli” illustrati da “Truly Design” diventano pagine cromatiche su cui narrare la storia del “PA.T.CH.” chierese
Mercoledì 10 luglio, ore 17
Chieri (Torino)
La complessiva cifra stilistica è indubbiamente astratta, scomposta in partiture geometriche di nitido rigore e ben chiara comprensione, su cui vanno a dar voce cromie attente e di morbido impatto. In tutto sono 26 pannelli di circa 2×1,8 metri ognuno fatti fluire per un totale di 52 metri in un “unicum” di immagini che, secondo il senso di lettura per cui si sono realizzati, intendono raccontare la storia del luogo dove hanno trovato nuova e congeniale destinazione. Per ammirarli, l’appuntamento è a Chieri, mercoledì 10 luglio, ore 17, presso il “PA.T.CH – Parco Tessile Chierese” (acronimo, in italiano, di “pezza”), parco urbano di 10mila mq., con spazi attrezzati per il gioco e lo sport, che collega il Parco dell’“area Caselli” con il “Parco Tepice del Pellegrino”. E l’opera di cui sopra si parlava è l’installazione artistica realizzata da “Truly Design”, una “crew” di artisti torinesi operanti dal 2003 nel campo del graffitismo, della “street art” e del “murales”, con una produzione (partita da cantieri ferroviari e fabbriche abbandonate) che oggi ha assunto dimensioni vastissime, spazianti dai “murales” su larga scala alle opere di arte “anamorfica”, fino ai campi di basket dipinti, decostruendo forme e spazi e contaminandoli con i colori, attratti da vari linguaggi visivi, in primis dal piacere di operare su campiture di rigorosa astrazione geometrica. Come attestano molte loro opere “abitanti” muri in città, Musei, abitazioni private e sedi aziendali in Italia e in Europa, ma anche a New York, Miami, Hong Kong e Macau, in Cina.

La loro “installazione” artistica presentata a Chieri, mercoledì 10 luglio, è un’opera realizzata sul divisorio tra il nuovo Parco e l’area stralciata dal progetto in fase di progettazione riservata per “accertamenti archeologici”. Il disegno è stato realizzato lavorando su moduli scomponibili, in modo che, una volta completato il Parco, i pannelli possano essere riposizionati all’interno dello stesso. Loro obiettivo: “raccontare la storia del luogo attraverso 5 tematiche”, legate – sul filo conduttore del “blu” – alla storia del luogo, “fino ad una grande ‘toppa’, come simbolo della riqualificazione urbana”: “Blu del Gualdo”, “Arte tessile chierese”, “Memoria storica”, “Abbandono e successiva demolizione del complesso scolastico di via Tana”, “Parco tessile chierese”.
Il progetto dell’opera è del “Comune di Chieri” e si è realizzato in collaborazione con la “Fondazione Chierese per il Tessile e Museo del Tessile” (presieduta da Melanie Zefferino) e con la progettista di “PA.T.CH.”, l’architetta paesaggista Cristina Cassavia.
Il progetto del “PA.T.CH-PArcoTessileCHierese”, inaugurato il 20 settembre del 2023, opera degli architetti Marco Maccagno e Cristina Cassavia, riqualifica a parco pubblico un’area degradata e va ad eliminare un vuoto urbano. Il nome rievoca anche la “memoria storica” del luogo richiamando l’importanza della città di Chieri per l’arte del tessile, nota a livello europeo fin dal Medioevo soprattutto grazie alla produzione del “fustagno” e alla coltivazione dell’“Isactis tinctoria L”., meglio conosciuta come “Gualdo”, le cui foglie imprimevano alle stoffe la particolare colorazione azzurra tipica del jeans.
L’investimento complessivo – fanno sapere i responsabili – è stato di 850mila euro di cui 320mila sono stati finanziati dalla “Fondazione Compagnia di San Paolo”, maggior sostenitore del progetto.
g.m.
Nelle foto: “Truly Design”, alcune immagini dell’Installazione “PA.T.CH.”
A Rocca Grimalda, per il primo incontro “a tutto campo” della IX edizione del Festival
Giovedì 11 luglio, ore 21
Rocca Grimalda (Alessandria)
Farinetti / Cazzullo. Il loro incontro – dialogo, riflessioni, profezie, analisi fra passato presente e futuro – è stato definito il “viatico perfetto” per l’inaugurazione, al “Belvedere Marconi” di via Parasio a Rocca Grimalda, nell’Alto Monferrato alessandrino, della IX edizione di “ATTRAVERSO FESTIVAL” (progetto dell’Associazione Culturale “Hiroshima Mon Amour” e “Produzioni Fuorivia”) dedicata quest’anno al concetto quanto mai ampio di #comunità e capace di coinvolgere in un programma, con oltre 40 appuntamenti, che si sviluppa dall’11 luglio al 10 settembre, 26 Comuni delle tre Province di Alessandria, Asti e Cuneo attraversando i territori inseriti nella “World Heritage List” di Langhe, Monferrato, Roero e Appennino Piemontese. “Fin dalla sua prima edizione ‘ATTRAVERSO’ – sottolineano gli organizzatori – ha portato la sua proposta culturale ed artistica in paesi sperduti fra bricchi e colline e città più popolose di un territorio che ha nomi diversi ma che si unisce nel nome dell’arte, dello spettacolo e della bellezza, riuscendo a sviluppare negli anni senso di appartenenza e comunità”. Ecco perché proprio sul concetto di “Comunità” si è inteso costruire, quest’anno, la nuova edizione del “Festival”. Concetto sicuramente “esaltato” nell’incontro “Visioni a tutto campo” programmato per giovedì 11 luglio (ore 21) fra Aldo Cazzullo ed Oscar Farinetti, albesi entrambi e “amici da sempre”.

Il noto giornalista e scrittore da un milione di copie (ultimo libro “Quando eravamo i padroni del mondo”, 2023, “Mondadori Store”) famoso per le sue analisi approfondite e per i suoi libri che spaziano dalla storia alla società contemporanea e, l’altrettanto noto, fondatore di “Eataly”, anche lui scrittore (ultimo libro “10 mosse per affrontare il futuro”, 2023, “Solferino Libri”) nonché “imprenditore visionario” che ha rivoluzionato – insieme al mitico Carlin Petrini – il modo in cui concepire e vivere l’esperienza del cibo, ma soprattutto per il suo approccio innovativo al business e “per la sua attenzione alla sostenibilità e alla valorizzazione del territorio”, si “affronteranno” in un “faccia a faccia” e un “testa a testa” di grande interesse sotto il segno – si presume – di poche “fratture” o “inciampi” in una visione del mondo, vicino e lontano, sostanzialmente univoca. Di grandi aperture al “sociale” e al “politico” che non mancheranno di segnalare, di imporre riflessioni e aprire strade nuove e forse inaspettate a chi vorrà comprenderne a fondo stimoli e significato.
“In un’analisi a tutto tondo sui nostri giorni – affermano gli organizzatori – Cazzullo e Farinetti condivideranno con il pubblico di ‘ATTRAVERSO’ pensieri e prospettive. Dalla necessità di un approccio al futuro innovativo e sostenibile all’importanza di un’economia circolare e di modelli di business che rispettino l’ambiente, così come della gestione consapevole dei cambiamenti sociali e tecnologici. Le imprese e i territori devono legarsi fra loro per valorizzare le risorse locali, solo favorendo conoscenza e cultura si può creare senso di appartenenza e identità senza rischiare la chiusura del campanilismo”. Al centro dell’incontro, insomma, le cosiddette “sfide globali”, dal “cambiamento climatico” alle “disuguaglianze economiche”, in un mondo alla ricerca di leadership responsabile e cooperazione internazionale.
Ingresso 10 Euro, biglietti in prevendita www.mailticket.it
Per info www.attraversofestival.it
g.m.
Nelle foto:
– Oscar Farinetti (ph. Paolo Gai)
– Aldo Cazzullo (ph. Giulia Natalia Comito)
Grande successo per la città di Grugliasco, il Piemonte e l’Italia che con l’Orchestra Magister Harmoniae dell’associazione Musica Insieme APS, unica orchestra italiana, ha vinto il primo premio con il massimo punteggio, “with Outstanding Success”, nel tempio della musica mondiale, il Musikverein di Vienna, suonando nella Sala Dorata, da dove vien trasmesso ogni anno il concerto di Capodanno. Diretta dal M° Elena Gallafrio, ha incantato la giuria e il pubblico con un repertorio composto dalle più belle colonne sonore di film
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