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Domenica 26 gennaio, ore 16,30
Già il titolo la dice lunga. Quanto di più “strano” e “diverso” di “Sgambe Sghembe”? Questo il titolo dello spettacolo teatrale portato in scena, domenica prossima 26 gennaio (ore 16,30) dalla “Compagnia Enrico Lombardi / Quinta Parete di Modena” sul palco di “Spazio Kairòs” – Circolo Arci – ex fabbrica di colla riadattata a luogo di cultura e sano intrattenimento (nonché “casa” della locale Compagnia teatrale “Onda Larsen”) al confine fra Barriera di Milano, Regio Parco e Aurora, area urbana non proprio fra le più “vip” della città (e meno male!), ma ricca di fervore e grandi potenzialità umane, in via Mottalciata 7, a Torino. Lo spettacolo proposto fa del “gran bene” a tutti. L’invito degli organizzatori è quello di assistervi con tutta la famiglia. Mamme, papà, bimbi e nonni … d’ogni età! Cinquanta minuti, tanto dura la storia, per “elogiare il sottosopra”. Alla base, una domanda che si pongono gli attori… pardon, l’attrice (una sola!): “E se camminare all’indietro fosse la normalità? Se i pantaloni si indossassero nelle braccia? Se si potesse avere per amica una lampada?”. Belle domande. Sacrileghe bestemmie, se prese in senso più ampio, per tanti incalliti autocrati nostrani e non! E che rispondere, se non con risposte altrettanto bislacche quanto le domande? Quelle che ci arrivano dal palco da Alessandra Crotti(diplomata presso il “Lab Accademy” di Reggio Emilia), l’attrice- performer “sola” di cui sopra. E non solo attrice e unica interprete, ma anche sceneggiatrice e regista. Una figura “sola”, che “si incarta – sottolinea – si sorprende, si reinventa continuamente. Che cerca di dar voce al desiderio profondo di mettere in luce tutto quello che è contrario, differenza, diversità, stranezza, insolito”.

Nato su basi clownistiche nell’intento di proporre la tematica della “diversità” attraverso un contesto personalissimo di banale rintracciabile quotidianità, “Sgambe Sghembe” vive senza parole e senza un vero e proprio testo. Soltanto nel finale, compare una breve lettura liberamente rielaborata sui racconti di Gianni Rodari “Il giovane gambero” (che voleva imparare “a camminare in avanti, come le rane, e mi caschi la coda se non ci riesco”) e “La strada che non andava in nessun posto”. Magnifici racconti che parlano di coraggio, di determinazione e positiva cocciutaggine nel voler cambiare, per il meglio, le cose. Dal palco – dove l’obiettivo “è soprattutto dare rilievo alle immagini e al corpo” – una stupenda lezione agli spettatori, ai più piccoli soprattutto. Per i quali, è anche prevista una gustosa merenda e, al termine dello spettacolo, la possibilità di irrompere sulla scena, conoscere la protagonista e giocare sul palco.
La rassegna è realizzata da “Onda Larsen”con il contributo di “Eppela + risorse’’, di “Fondazione CRT”, “Compagnia di Sanpaolo” e “Regione Piemonte”.
Per info: “Spazio Kairòs”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org
Gianni Milani
Nelle foto: Immagini di scena
Burkinabé, l’ultimo libro del critico d’arte omegnese Giulio Martinoli, è un diario di viaggio alla scoperta del Burkina Faso (l’ex Alto Volta, un tempo colonia francese) nell’africa occidentale, uno dei paesi più poveri del mondo. Privo di sbocchi sul mare, il paese stretto tra Mali, Niger, Benin, Togo, Ghana e Costa d’Avorio venne visitato dall’autore poco più di vent’anni fa nel corso di una missione umanitaria per conto di una ONG. I Burkinabé, le donne e gli uomini del Burkina Faso incontrati e raccontati, vengono descritti mettendo in rilievo abitudini e realtà di una terra dove convivono povertà e sorrisi, semplicità e condivisione, mostrando la grande diversità mentale tra la nostra realtà di paesi europei e l’Africa, con il crescente cinismo e individualismo da un lato, il calore e l’accoglienza dall’altro.

Spesso il nostro gusto per l’esotico si nutre di una mal celata e narcisistica superiorità che questo libro di Giulio Martinoli smonta pezzo per pezzo attraverso l’attenta e mai superficiale descrizione delle persone incontrate nel corso del suo viaggio, capaci di vivere ogni momento della quotidianità nella ricchezza di un presente divenuto ormai estraneo alla nostra visione del mondo. Nel libro corredato da foto e disegni, Giulio Martinoli esplora le identità culturali, le abitudini delle varie etnie partendo dai Mossi, la più diffusa tra le quasi sessanta che vivono nel Burkina Faso. Un’esplorazione del paesaggio geografico e umano che coinvolge il lettore pagina dopo pagina attraverso la vita, la musica, le vicissitudini di persone che vivono in un ambiente umano e sociale in cui il senso del limite (di ciò che è possibile e di ciò che non lo è) si percepisce ad ogni momento sulla pelle. La lettura di Burkinabé ci fa intuire come a quelle latitudini il viaggio diventa davvero incontro con altre realtà, confermando quanto sosteneva Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
Marco Travaglini
Supera gli 8 mila spettatori nella Granda
Onde di Terra, film con una distribuzione indipendente, supera gli ottomila spettatori nella Granda e conquista il pubblico al Cinema Massimo di Torino. La pellicola sui matrimoni combinati nella Langa degli anni Settanta, scritta e diretta da Andrea Icardi, ha ottenuto numerosi premi a livello italiano e internazionale e continua a registrare sold out ogni sera.
La prima proiezione torinese al noto cinema Massimo ha rappresentato un evento memorabile. La sala gremita ha accolto con entusiasmo il regista, il cast e il visionario imprenditore Renato Sevega, che ha investito nel progetto. Proprio durante un confronto post produzione tra il cast e il pubblico Sevega, CEO di Siscom, azienda leader nella produzione di software per la pubblica amministrazione, ha sottolineato quanto fosse importante raccontare, attraverso questa pellicola, le tradizioni di una società e di una terra che gli hanno dato tanto.
“Siamo partiti da un soggetto che riguardava la pallapugno. Andrea Icardi me lo ha portato e io per tre settimane non sono riuscito ad andare avanti nella lettura, non mi convinceva – ha raccontato l’imprenditore di Cervere- Allora Andrea ha cambiato la prospettiva, puntando la storia su un fenomeno singolare degli anni Settanta. Il 36% della popolazione era andato via dalle colline e i pochi uomini rimasti non trovavano donne con cui formare delle famiglie. Fu il periodo dei bacialé, i sensali di matrimoni, che mettevano in contatto gli uomini di Langa con donne del Meridione. Fu un periodo di incontri di culture diverse, di solitudini e di nuove visioni per quella terra. Finii di leggere la sceneggiatura in neanche due sere e dissi “Cominciamo!”.
La protagonista Erica Landolfi, visibilmente emozionata, ha dichiarato “ Questo film mi ha permesso di riscoprire, approfondire e ri-amare due autori fondamentali della terra di Langa, Beppe Fenoglio e Cesare Pavese. È stato un viaggio personale e artistico che mi ha arricchito profondamente”. L’attore Paolo Tibaldi ha anche elogiato l’attenzione al dettaglio nel processo creativo: “ Abbiamo svolto un lavoro filologico intenso per ricreare i dialoghi, utilizzando modi di dire e parole dell’epoca. È stata una sfida che ci ha permesso di restituire autenticità al racconto.
Il fotografo Lorenzo Gambarotta, che ha curato la fotografia ricercando in modo maniacale le ottiche degli anni Settanta, sottolinea: “Abbiamo cercato di ricreare quelle atmosfere, quelle luci, il ritmo della storia. 41giorni di riprese sono state condensate prima in 2 ore e mezza e poi nella versione definitiva di 1ora e 40 minuti.
Determinante per la narrazione e la dimensione poetica del film è stato il supporto della colonna sonora, composta dal maestro Enrico Sabena che, attraverso la scrittura e l’impiego degli strumenti, ha accompagnato l’evoluzione del film dalla dimensione intima iniziale, con l’utilizzo del solo pianoforte, al respiro corale e sociale della trama, con il coinvolgimento dell’Orchestra Sinfonica della Romania per l’esecuzione di alcune partiture. Una maestria riconosciuta anche dalla prestigiosa classifica della rivista Colonnesonore, che ha inserito quella di Onde di Terra tra le 100 migliori colonne sonore del 2024.
Il regista Andrea Icardi ha espresso gratitudine per tutti coloro che hanno reso possibile questa opera affermando:” Un grazie di cuore al cast, ai collaboratori e agli abitanti dei paesi in cui abbiamo girato. Senza il loro supporto sarebbe stato impossibile. Voglio menzionare un episodio che sintetizza bene questo spirito. Un abitante di Langa, inizialmente ritroso a farci girare nel suo campo, ha letteralmente ribaltato il suo trattore per aiutarci a girare in sicurezza una scena drammatica, e con costi esegui. È stata una dimostrazione straordinaria di generosità e dedizione”.
Mara Martellotta
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Un dialogo con le periferie di Mario Sironi presso la Tait Gallery, dal 24 gennaio al 27 aprile 2025
Dopo il successo della mostra alla Promotrice delle Belle Arti a giugno, torna a Torino l’artista Ciro Palumbo con la mostra “Nulla è perduto nonostante l’oblio”, un dialogo e un confronto con alcune opere di Mario Sironi e le sue periferie. La mostra è visitabile dal 24 gennaio fino al 27 aprile 2025 presso la Tait Gallery di via San Quintino 1 bis, a Torino, un nuovo spazio espositivo aperto nel maggio 2024 da Lorenzo Palumbo e Simone Lo Iudice.
Il tempo scorre veloce e inesorabile, fugge via come i ricordi senza un testimone. Se non si ha la determinazione e la consapevolezza di fermarlo, l’oblio è inesorabile. L’arte ha quel sacro ruolo di cristallizzare il tempo e renderlo eterno, facendo si che nulla sia perduto. In questa nuova mostra, Ciro Palumbo propone una serie di circa 20 opere dedicate alle città e alle periferie a confronto con due opere di Mario Sironi dal titolo “Figure”, della seconda metà degli anni ’40, e “Composizione”, del 1948. La scelta di queste due opere di Sironi non è casuale poiché Palumbo, ispiratosi alle periferie, grande tema del Novecento, usa, come Sironi, la prospettiva come un artificio che crea l’illusione dello spazio attraverso la combinazione di rapporti di proporzioni, forme geometriche e riferimenti minimali al costruito e alla presenza umana, creando un’impressione di sospensione che interpella il fruitore portandolo a interrogarsi su questioni di natura esistenziale e metafisica. Le città di Palumbo sono città silenti, rigide, spigolose, dove la luce è timida e artificiale. L’artista avverte il bisogno di rifugiarsi nelle inquietudini ombrose, e le sue vedute sono luoghi da dove è possibile spiccare il volo per uno spazio dove fermarsi sospesi.
“Sironi fa parte di quegli artisti del Novecento che studio, approfondisco e con i quali dialogo naturalmente – spiega l’artista Ciro Palumbo – mi hanno da subito colpito la potenza del suo segno, il suo essere figurativo e la sua capacità di giocare con la materia, arrivando a creare opere enormi e visionarie. L’ispirazione al tema delle periferie, tipico del Novecento e estremamente attuale oggi per il periodo storico che stiamo vivendo, fatto di guerre, desolazioni e solitudini, è stata alla base del mio lavoro inerente a questa mostra e del dialogo con lo straordinario artista Mario Sironi. La contemporaneità e gli eventi attuali mi hanno portato anche a rappresentare lo spirito della solitudine attraverso il simbolo della maschera e attraverso gli spazi urbani vuoti, delimitati da edifici, al cui centro compare un albero che simboleggia la vita”.
I paesaggi urbani di Sironi, pur essendo definiti metafisici, hanno già insite le caratteristiche del suo ritorno all’ordine classicista. Le linee rette, case, poligoni perfetti in spazi perfettamente equilibrati, richiamano un classicismo enigmatico, ricco di presentimenti e ripropongono la monumentalità della desolazione delle periferie e il doloroso senso di isolamento.
La poetica di Palumbo inizia con la scuola metafisica di Giorgio De Chirico e Alberto Savinio, per reinventarne i fondamenti secondo un’interpretazione personale e originale, ed è in questo contesto che si inserisce “Nulla è perduto nonostante l’oblio”, le opere di Ciro Palumbo in connessione con un grande maestro del Novecento, Mario Sironi, che al capoluogo piemontese ha dedicato parte del suo percorso creativo. Entrambi rappresentano la sospensione, la tensione emotiva del ritrovare un senso alle azioni e alla vita umana. Catturano tra i segni e i ritratti dell’inafferrabilità del tempo la solitudine individuale di un mondo affollato da dubbi e incertezze. Sironi e Palumbo si cibano degli equilibri inquieti del loro presente che condividono umanamente ma non artisticamente. Il silenzio è ciò che ricerca Palumbo, il terribile e innaturale vuoto dell’afonia umana, dato dalle urla del passato, che è ciò che lo affascina in Sironi. Questo punto d’incontro racconta come un percorso artistico prosegua nel tempo e si modifichi, prenda vie e linee differenti, si contamini con nuovi immaginari e ambienti, ma con la stessa necessità artistica: rappresentare un mondo che, seppur affollato, porta l’essere umano a sentirsi solo e a ricreare spazi altri per poter ritrovare una realtà maggiormente a sua misura. Palumbo è mosso da una riflessione che tenta di coniugare metafore pittoriche, la transitorietà del tempo e la profondità dello spazio, dando vita a rappresentazioni immaginifiche che tentano di articolare insieme memorie e materiale iconografico tratto dalla nostra storia culturale e dal nostro immaginario collettivo. La sua ricerca è caratterizzata da un continuo approfondimento del gesto pittorico e dal dialogo costante con poesia, letteratura, filosofia, mito e storia dell’arte, e prende le forme di un tentativo di rendere ragione dell’umano e della sua forza creativa, indagando le possibilità di dare forma a un’alternativa spirituale alla precarietà e al senso d’angoscia dell’uomo.
Mara Martellotta
E’ di nuovo in libreria, per i tipi di “Capricorno Edizioni”, il “romanzo postumo” di Giovanni Arpino “La trapola amorosa”
“Se non avrai nemici, significherà che hai sbagliato tutto”. Così scriveva, sornione e l’eterna sigaretta in bocca o gironzolante fra le dita, Giovanni Arpino che, di certo qualche “nemico” (forse più d’uno) avrà dovuto avere nell’ambito della radical-chic “intellighenzia letteraria” novecentesca, se si vuole in qualche modo spiegare l’inspiegabile oblio a lui – autore di ben sedici romanzi, quasi duecento racconti e vincitore di vari Premi (dallo “Strega” al “Campiello”) – riservato dalla critica e dalla “grande” editoria di fine ‘900 e primi Duemila. Oblio riservato del resto ad altri grandi scrittori e “outsider di genio, autori di romanzi imperdibili, ma da tempo non più disponibili sugli scaffali delle librerie” se non su quelli dell’usato o “ripescati dalle mensole di casa da lettori particolarmente voraci”. Parte da queste constatazioni e dalla volontà di ripescare opere letterarie vergognosamente lasciate, per anni, a galleggiare nello stagno della dimenticanza, l’impegno della Collana “Capolavori ritrovati della letteratura” ideata e proposta da tempo dalla torinese “Capricorno Edizioni”. Obiettivo, per l’appunto, riscoprire i “classici” della letteratura fra Otto e Novecento, “riportati nel posto che loro compete, il ‘Gotha’ della grande letteratura senza tempo”. Così, dopo Cesare Pavese (“Ciau Masino”), Guido Gozzano (“L’altare del passato”), Edmondo De Amicis (“Amore e ginnasica”) e Carolina Invernizio (“Nina la poliziotta dilettante”), è proprio Giovanni Arpino (di cui il prossimo 27 gennaio ricorrerà il 97° dalla nascita) ad essere riproposto dall’Editrice indipendente subalpina, con sede in corso Francia a Torino, attraverso le pagine de “La trappola amorosa”, con postfazione di Bruno Quaranta. Romanzo postumo (1988), certamente fra i più riusciti ma anche fra i meno conosciuti dello scrittore giornalista e poeta istriano-piemontese, Arpino (nato a Pola, all’epoca ancora italiana, nel 1927 e scomparso a Torino nel 1987) lo concluse “in gara febbrile con la morte” (Lorenzo Mondo) pochi giorni prima di lasciare questo mondo, “perché – parole dello stesso Arpino – non si può morire con un romanzo tra le costole”.

La trama, in estrema sintesi. La vicenda si svolge nel 1986 in una “città di portici che è l’innominata Torino” (Lorenzo Mondo) e racconta la storia di Giacomo Berzia, solitario attore sessantenne, ormai privo di ambizioni, che da una radio, ogni settimana, invia “Lettere impossibili” a un politico, a una diva, a un regista e perfino a Dio (“So di non doverLe scrivere più. Ho finalmente capito la lezione: la Sua risposta è il silenzio”). Un bel giorno, la routine di Berzia è sconvolta dall’apparire di una serie di messaggi che gli palesano l’“interesse amoroso” di una misteriosa corteggiatrice: lettere, biglietti, scritte vergate con il gesso sul tavolo della radio, doni natalizi, velate minacce… Una “caccia all’uomo” incalzante e al contempo ironica, una “trama blandamente appesa a un filo giallo raccontata con il piglio robusto e istintuale dell’ultimo Arpino” (Lorenzo Mondo).
Storia modernissima, in certo senso precorritrice dei tempi, un “romanzo giocoso – scrive Roberto Marro, curatore della Collana ‘Capolavori ritrovati’ – felice, malinconico eppure pieno dʼuna tiepida, confortevole speranza, di una giocosità beffarda e tranquilla, scritto con una maestria linguistica che non abita più sulle pagine dei libri del nostro tempo: un libro, se è lecito il gioco surreale degli accostamenti, che sta tra Pirandello e Paolo Conte, Gozzano e Hammett. Oppure no: semplicemente un libro di Giovanni Arpino, scrittore grande anche al passo dʼaddio. Intramontabile. Forse è davvero ora di tornare a leggerlo”. E riscoprirne, attraverso pagine di perenne contemporaneità, quello slancio umano, un po’ sacrilego e di costante piacevole bizzarra ironia, e quell’inarrestabile valanga di satirica passionalità che fece dire a Indro Montanelli (con cui Arpino collaborò dal 1980 scrivendo su “Il Giornale” di cronaca, costume e cultura): “Un’ora con lui era un bagno d’osservazioni, ricordi, aneddoti, confessioni, sembrava che ti avesse spiattellato su un tavolo tutto sé stesso”.
Per info: “Capricorno Edizioni”, corso Francia 325, Torino; tel. 011/3853656 o www.edizionidelcapricorno.com
Gianni Milani
Nelle foto: Cover “La trappola amorosa”, Capricorno Edizioni e Giovanni Arpino, Premio Campiello, 1980 (Fotocronache “Olympia” Milano)
“The Opera – Arie per un’eclissi”, registi Davide Livermore e Paolo Gep Cucco
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Ama l’opera lirica, ama il teatro, adesso il cinema lo pensa – con ricchezza di idee, di mezzi e di compagni di strada – e lo fa. Caso certamente unico – il raro è davvero del tutto inesistente -, a lui la Scala ha in epoca recente affidato l’inaugurazione della propria stagione per quattro anni consecutivi, con passione e per passione cura le sorti da sempre del Baretti torinese, per due anni ha assunto la direzione del Palau de les Arts Reina Sofia a Valencia per andarsene di brutto quando l’amministrazione comunale gli ha negato un sostegno, si è ribaltato su Genova del cui Teatro Nazionale è direttore dal 2020.

Cinema, che passione! allora e Davide Livermore, con la immaginifica collaborazione di Paolo Gep Cucco (ideatore e regista di manifestazioni, ha curato progetti video per Tiziano Ferro, è stato responsabile dei tour di Cremonini e Mengoni, per il mai troppo lodato “A riveder le stelle”, spettacolo televisivo che ha sostituito complice la pandemia la prima della Scala anno 2020, ha raggiunto il 14% di share che contato sulle dita sta ad arrivare a 2 milioni e 600.00 spettatori soltanto in Italia), afferra le “Metamorfosi” di Ovidio, innaffia il mito di Orfeo ed Euridice (le voci e i volti sono quelli di Valentino Buzza e Mariam Battistelli, tenore e soprano d’eccezione) con un Monteverdi e un Gluck d’annata, allarga il suo sguardo di raffinato melomane tutt’intorno e con validi quanto sonorissimi esempi musicali dà vita a “The Opera – Arie per un’eclissi”, ovvero viaggio agli inferi – presto hotel Hades a cinque stelle raccomandato dal tristo proprietario Pluto, il basso Erwin Schrott – e ritorno per la bella ninfa che nella allegria di un gioco venne morsa da una serpe e mandata laggiù salvo che poi il suo inguaribile innamorato non tentasse con ogni forza di riportarla in terra. Così il mito caro agli antichi, considerato qui con lo sguardo e la quotidianità di vita e di morte rivisti con gli occhi di oggi, quello sguardo verso un mondo infetto dove uno sparo improvviso, dove la pallottola di una P38 colpisce il cuore di Euridice, in un supermercato, il carrello e la spesa rovesciati a terra. In una piazza di sapore e di ampiezze dechirichiane, dove trovano richiami a Nervi e Mollino, già attende Caronte con le sembianze di un Vincent Cassel disincantato che guida vecchi autobus e taxi sulle acque dell’Acheronte, che sbarca lo sposo infelice tra le grinfie di Proserpina (una flautata Fanny Ardant posata nel buio di quel luogo dal cielo immenso della Tour Eiffel) e di una concierge (Caterina Murino, bravissima), più guardia carceraria che dedita all’accoglienza. Come pure l’almodovariana Rossy De Palma, tra un cruciverba e una stirata in tintoria a sostenere confronti tra Vivaldi e Händel, e la visione da parte di Orfeo dei suoi genitori, una madre (Angela Finocchiaro) su un letto d’ospedale e un padre in canottiera che in una cucina anni Sessanta confessa quel rapporto padre e figlio che non c’è mai stato. Tra i corridoi del Regio torinese e i ruderi di una Parigi semisommersa, in mezzo a teatri da futuribile scavo archeologico, nello spazio della hall dove viaggiano valige e camerieri ballerini a cui Daniel Ezralow ha dato la sua benedizione, s’avventura la vicenda e il suo immancabile e funesto ritorno: mentre tutt’intorno s’inseguono arie, sotto la direzione di Plàcido Domingo e Fabio Biondi, con tantissimo Puccini e un po’ di Verdi (brindisi lieto e la donna ch’è mobile), Ravel e Bizet e Bellini con i numi citati sopra e ancora e ancora molti sino a lambire i Frankie Goes to Hollywood, dove alle altezze di quelle note serpeggiano molteplici quanto modernissimi sound design elettronici.
La consacrazione della “storia di tutte le storie”, la storia dei due infelici amanti e del fato crudele, un giardino fiorito che scenograficamente e fotograficamente accompagna il viaggio al di là della morte con l’espressione completa di ogni perfezione. Non più un’opera per palati legati con nastri forti alla tradizione, ma l’esperimento condotto in punta di cervello, una girandola di invenzioni e di suggestioni, una prova raccomandabile di opera-musical (un vero peccato che la visione sugli schermi abbia avuto tempi estremamente ridotti), una strada avvincente “dove la parola, l’opera, il pop, la moda e le arti visive si fondono”: una visione contemporanea a cui hanno contribuito gli apporti di Dolce&Gabbana e l’alta tecnologia del virtual set allestito presso i Prodea Led Studios di Torino. “Questo film porta il carattere dell’opera a un nuovo livello, straordinariamente moderno e al tempo stesso assolutamente antico”: capace di incrociare come due vasi comunicanti, senza tentennamenti, gli appassionati della settima arte e quanti si stringono al cuore un’arte più antica, calate entrambe in una narrazione senza slabbrature, in un tempo-non tempo sospeso e coinvolgente, all’interno di una classicità e di un oggi che viaggia per le strade di Torino, dove si può parlare comodamente di “ibrido” senza che quel termine, in troppi momenti delle nostre giornate, cominci a far rizzare i capelli sulle nostre teste.