CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 23

Al Teatro Colosseo arriva Prima Facie

Il teatro che interroga la giustizia e scuote le coscienze

Il 26 e 27 marzo il  di Torino accoglie uno degli appuntamenti più intensi e necessari della stagione: Prima Facie, il testo della drammaturga australiana Suzie Miller che negli ultimi anni si è imposto come uno dei fenomeni teatrali più rilevanti del panorama internazionale. A portarlo in scena, in una versione italiana firmata da Daniele Finzi Pasca, è Melissa Vettore, protagonista di una prova attoriale di grande forza, capace di attraversare con precisione e profondità ogni piega emotiva del racconto.

Tradotto in oltre venti lingue e rappresentato in quasi cinquanta Paesi, Prima Facie ha saputo conquistare i palcoscenici di tutto il mondo, dal debutto a Sydney al trionfo nel West End londinese, fino a Broadway. Ma il successo di quest’opera non si misura soltanto nei riconoscimenti ottenuti o nell’eco internazionale che l’ha accompagnata. La sua forza risiede soprattutto nella capacità di trasformare il teatro in uno spazio di confronto urgente sui temi della violenza di genere, del consenso e delle contraddizioni del sistema giudiziario quando si confronta con le vittime di reati sessuali. Al centro della vicenda c’è Tessa, giovane avvocata penalista brillante e determinata, cresciuta professionalmente dentro una fede assoluta nella legge, nei suoi codici, nella logica rigorosa del processo. Per lei il diritto è una struttura solida, un meccanismo che funziona purché ciascuno svolga il proprio ruolo con competenza e distacco. Ma quando la violenza irrompe nella sua vita privata, quella stessa architettura di certezze si incrina improvvisamente. Tessa si ritrova dall’altra parte del sistema che ha sempre difeso e ne sperimenta in prima persona la freddezza, il sospetto, la richiesta incessante di prove, la messa in discussione della parola di chi denuncia.

È qui che Prima Facie rivela tutta la sua potenza: non come semplice racconto di una vicenda individuale, ma come riflessione dolorosa e lucidissima sul confine tra verità e dimostrabilità, tra giustizia formale e giustizia sostanziale. Il testo di Suzie Miller, avvocata oltre che drammaturga, nasce infatti da una conoscenza profonda dei meccanismi processuali e delle loro zone d’ombra. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere lo spettacolo così incisivo: la denuncia non passa attraverso slogan o semplificazioni, ma attraverso la complessità di una storia che costringe lo spettatore a interrogarsi.

La regia di Daniele Finzi Pasca accompagna questo materiale drammaturgico con la misura e la sensibilità che contraddistinguono il suo linguaggio scenico.  In questo spazio scenico asciutto e vibrante, Melissa Vettore sostiene il peso e la complessità del monologo con intensità e controllo, seguendo Tessa nella sua progressiva trasformazione: dalla sicurezza quasi granitica dell’inizio alla frattura, dalla lucidità professionale alla vulnerabilità più nuda, fino a una nuova e dolorosa consapevolezza. La sua interpretazione, già salutata dalla critica come una prova straordinaria, si annuncia come uno dei punti di forza assoluti di questo allestimento.

L’arrivo di Prima Facie a Torino rappresenta dunque molto più di una tappa teatrale di rilievo. È l’occasione per confrontarsi, attraverso il linguaggio dell’arte, con una materia viva, scomoda, profondamente contemporanea. Uno spettacolo che non cerca consolazione, ma comprensione; che non offre risposte facili, ma pone domande necessarie. E che proprio per questo si impone come uno degli eventi culturali più significativi di questo finale di stagione al Colosseo.

Valeria Rombolà

Spazio Leonardo, esposto il disegno autografo “Tre vedute di testa virile con barba”

Al primo piano della Galleria Sabauda dei Musei Reali di Torino è allestito, dal 20 marzo al 28 giugno prossimo, lo “Spazio Leonardo”, che accoglie il nuovo capitolo di “A tu per tu con Leonardo”, l’iniziativa che presenta entro una vetrina climatizzata un disegno di Leonardo Da Vinci, scelto a rotazione tra quelli conservati nella Biblioteca Reale di Torino. Quest’anno l’atteso appuntamento è dedicato al foglio autografo con “Tre vedute di testa virile con barba”, risalenti al 1502 circa, di pietra rossa su carta, di dimensioni 110×283 metri. L’iniziativa vede, nel ruolo di curatori ospiti, Simone Facchinetti e Arturo Galansino, due importanti studiosi del Rinascimento, protagonisti anche di un breve video.

“Il corpus di disegni autografi di Leonardo – afferma Paola D’Agostino, Direttrice generale dei Musei Reali – è  esemplare non soltanto per la ricchezza delle collezioni della Biblioteca Reale, ma anche per il raffinato e lungimirante collezionismo secolare dei Savoia.

Il disegno presentato quest’anno, con un pannello d’autore firmato da due specialisti, è  di grande fascino per illustrare l’assiduo studio del volto umano da parte di Leonardo, come hanno ben evidenziato Simone Facchinetti e Arturo Galansino. La collaborazione con Gallerie d’Italia rientra in una più ampia rete di rapporti istituzionali che contraddistingue i Musei Reali di Torino da diversi anni e che stiamo ampliando sia a livello nazionale sia internazionale”.

“Rafforziamo il nostro dialogo con i Musei Reali di Torino – ha dichiarato Michele Coppola, Executive Director Arte Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia – mettendo a fattor comune contenuti, competenze e studi dedicati a un grande Genio dell’arte italiana. Il prossimo autunno racconteremo Leonardo, i suoi allievi e i suoi seguaci in un’importante rassegna che sarà ospitata alle Gallerie d’Italia di Milano, insieme a due curatori d’eccezione: Simone Facchinetti e Arturo Galansino”.

“La collaborazione con i Musei Reali di Torino – affermano Simone Facchinetti e Arturo Galansino – è il frutto della loro generosa adesione alla prossima mostra dedicata ai pittori leonardeschi lombardi, che si terrà dalla fine di novembre alle Gallerie d’Italia di Milano, di cui saremo i curatori. Questi due progetti contribuiranno in modo diverso allo sviluppo degli studi leonardeschi. La mostra milanese getterà nuova luce sugli allievi e seguaci del Maestro, mentre i Musei Reali continueranno ad approfondire lo straordinario corpus dei disegni autografi. L’occasione di rivedere uno studio così singolare di Leonardo Da Vinci e di poter tornare a riflettere sulla sua funzione, è stata una sfida stimolante. Quando ha utilizzato questo foglio, l’autore aveva un progetto in testa: non poteva disporre di una cinepresa, ma è come se il suo occhio volesse riprendere un ritratto in movimento, prima la vista frontale, poi quella di tre quarti e, infine, quella di profilo. Il disegno è stato tratteggiato rapidamente poiché ha le caratteristiche di un abbozzo, nonostante l’osservatore sia in grado di cogliere le peculiarità fisiognomiche del modello e di riconoscerlo come la medesima persona. Se, come sembra, l’autore ha iniziato dal ritratto frontale, in quelli successivi il modello ha indossato una berretta. Ora le proporzioni sono decisamente aumentate, quasi da uscire dallo spazio del foglio. Questo dettaglio indica che gli schizzi sono stati realizzati in tempi diversi, con una pausa tra i primi e gli altri due. Non esiste un’opera finita di Leonardo connessa a questo disegno, perciò è difficile tentare l’identificazione del personaggio, nonostante sia stato fatto il nome di Cesare Borgia, detto il Valentino, presso il quale Leonardo lavorò tra il 1502 e il 1503. Molti credono sia uno studio realizzato a capriccio, ovvero senza uno scopo preciso, ma solo per il gusto di tratteggiare un modello che aveva incuriosito l’autore. Forse l’aspetto piu interessante del foglio sta proprio nelle domande che ci pone: un disegno in funzione di una scultura? Un disegno che riflette la disputa sul paragone delle arti? Un disegno per un ritratto dipinto? Uno schizzo fatto ‘solo con lo sguardo di una sola volta’, come diceva Leonardo?

Resta il fatto che la fortuna del foglio è anche connessa ad alcuni celebri esempi successivi in cui il tema è stato trattato analogamente. Pensiamo al triplo ritratto di orefice, di Lorenzo Lotto del Kunsthistorsches Museum di Vienna, o al triplo ritratto di Carlo I, di Antoon van Dyck, delle collezioni reali inglesi, spedito a Bernini a Roma, perché ne ricavasse un ritratto in marmo.

C’è un appunto del cosiddetto ‘Trattato della pittura’ di Leonardo, principalmente rivolto ai pittori, ma che può servire come viatico a stimolare il nostro spirito d’osservazione: ’Sii vago spesse volte nel tuo andare a spasso, di vedere e considerare i siti e gli atti degli uomini […] e quelli notare con brevi segni in questa forma su un tuo piccolo libretto”.

Mara Martellotta

“Istantanee dal Senegal”, la “letteratura del ritorno” nel libro di Elisabetta Picco

Giovedì 19 marzo scorso, presso il Campus Fideuram di via Magenta 19, a Torino, si è svolta la presentazione del libro “Istantanee dal Senegal” (Paola Caramella Editrice, 2025) alla presenza dell’autrice, Elisabetta Picco. L’incontro è stato moderato con passione e intensità dalla giornalista Mara Martellotta e dall’ex docente e preside, impegnata oggi in progetti educativi  sul territorio, Annamaria Capra. Le letture di alcuni passaggi dell’opera sono state curate dalla performer di Playback Theatre, Barbara Corbella.

In una sala gremita di pubblico, Elisabetta Picco ha mostrato la forza di una donna rinata dalla sofferenza, con nuove consapevolezze che l’hanno portata a parlare con estrema naturalezza dei momenti che hanno innescato, successivamente, la stesura del libro e dei suoi temi principali: il senso della mancanza, il dolore, la scoperta e la riscoperta di sé e il ritorno, poiché solo in quest’ultimo vi è la possibilità di racconto, narrazione e memoria.

“Io sono arrivata in Senegal che ero un ingorgo emotivo in fuga, che provava difficoltà a stare di fronte alla propria sofferenza e che rischiava di sciogliersi sulle sabbie africane – ha raccontato l’autrice Elisabetta Picco – in quel momento la mia dimensione ‘narrativa’ non era organizzata, non avevo mai pensato a un libro vero e proprio, vivevo semplicemente le mie emozioni, facendo fatica a contenerle, attraverso pensieri, qualche poesia e la fotografia. Mentre ero in Senegal ho cercato più che altro di mettermi in ascolto della vita che mi circondava, con le cose che accadevano, i frammenti dell’esistenza, la tanta polvere, quei dettagli, forse, insignificanti se presi singolarmente, ma che sarebbero andati in seguito a dar forma alla mia esperienza, alla trama del ricamo, alla ricucitura che ha chiuso la ferita”.

“Il dolore, fisico o spirituale che sia, appartiene a tutti noi, alla storia dell’umanità, della vita intera. Ricordiamoci di Giacomo Leopardi, del ‘male di vivere’ di Cesare Pavese, per esempio – ha continuato l’autrice – la nostra società però ci impone di essere sempre performanti, decisi, efficaci, non c’è un vero spazio per il dolore: una dinamica che induce ovviamente alla ritrosia e alla paura di parlare con naturalezza della sofferenza. Immergendomi nel dolore altrui, io sono riuscita a trovare gli strumenti per far fronte al mio, a dare ad esso una dimensione precisa. Il senso di questo viaggio, più che fuggire è stato un restare, più che un perdere è stato un ritrovare, perché mi ha permesso di riorganizzarmi interiormente, di ritrovare me stessa. In Senegal ho trovato un modo di affrontare la sofferenza del tutto diverso dal nostro, un’accettazione leggera, vissuta con il sorriso, che non vuol dire affatto rassegnazione o subire passivamente gli eventi della vita. Il popolo senegalese possiede una forza che gli permette di stare con consapevolezza nell’ineluttabile, di accogliere ciò che accade di spiacevole con elasticità e morbidezza”.

“Per un certo periodo, in Senegal, mi sono percepita come una sorta di ‘osservato speciale’ – ha concluso Elisabetta Picco – ma questo ha contribuito fortemente al recupero della mia identità dopo essermi immaginata per tanto tempo come acqua senza un contenitore, senza forma. Il momento in cui mi sono sentita realmente accettata è stato quello in cui la popolazione locale, per la prima volta, mi ha definito una ‘Toubab’, termine che nella lingua wolof significa ‘individuo bianco europeo’, quindi non più una vera estranea, ma una forma, un modo di essere identitario e rappresentativo”.

Gian Giacomo Della Porta

I suoni sorprendenti del Torino Jazz Festival

Stupire il pubblico con sonorità non comuni. The Sound of Surprise, questo è il titolo coniato dal giornalista americano Whitney Balliett nel 1959, che il direttore artistico del TJF Stefano Zenni ha voluto far suo per presentare la XIV edizione del Festival. La kermesse si svolgerà dal 25 aprile al 2 maggio con una ricca anteprima dal 22 al 24 aprile. 297 musicisti , 72 sedi, 101 eventi, 5 produzioni originali, 8 esclusive e ben 81 concerti diffusi in tutta la città.

Il Festival prevede l’esibizione di 3 giganti della chitarra (Marc Ribot, Bill Frisell e John Scofield). Ampio spazio per il jazz italiano con : Bruno Tommaso, Franco D’Andrea , Fabrizio Bosso, Emanuele Cisi con Dado Moroni, Giorgio Li Calzi, I Funk Off. Ad aprire il festival il 25 aprile sarà Moni Ovadia & Kassiber Ensemble, con i Der Ghetto Swingers, musicisti ebrei che suonavano nel campo nazista di Terezin. Il TJF celebra i centenari di Miles Davis e John Coltrane con talk concerti, proiezioni. Tanti concerti gratuiti e quelli a pagamento a prezzi popolari. Biglietti in vendita da venerdì 27 marzo nella nuova biglietteria di piazza Palazzo di Città e online.

Pier Luigi Fuggetta

Gli appuntamenti della Fondazione Torino Musei

SABATO 21 MARZO

 

Sabato 21 marzo ore 10:30

DANCE WELL

MAO – laboratorio di movimento

Nell’appuntamento al MAO i visitatori del museo potranno partecipare negli spazi del museo alla pratica di movimento DANCE WELL, un progetto di Lavanderia a Vapore in collaborazione con CSC – Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa e Associazione Giovani Malati di Parkinson: insegnanti, artisti, parkinson people e cittadini praticano insieme la danza contemporanea e la filosofia in luoghi dedicati alla bellezza come teatro, palazzi storici e musei proprio come in questo appuntamento al MAO.

Attivato nel 2013, sulla base di pratiche sviluppate in Olanda, l’iniziativa è arrivata a Bassano del Grappa nel 2015 a definire una propria identità; diversamente da pratiche già esistenti, infatti, per Dance Well il fine è l’arte attraverso l’espressione del proprio corpo, i partecipanti sono “dancer”, e proprio come danzatori – non come “persone con il Parkinson” – affrontano le classi di danza. Le classi sono gratuite e aperte a tutti, familiari, amici, danzatori, anziani, cittadini, studenti, in un vero momento inclusivo, poiché la “classe mista” permette la crescita collettiva, il sostegno reciproco e non emargina nessuno dei partecipanti.

Dal 2018 la Lavanderia a Vapore di Collegno accoglie questa avvincente progettualità, contribuendo alla crescita dell’esperienza artistica facendola seguire da una pratica di filosofia, condotta da Propositi di Filosofia. Un momento dedicato al dialogo, grazie al confronto sui contenuti generati dalla pratica di danza contemporanea.

Tariffe: ingresso ridotto (gratuito con Abbonamento Musei); attività gratuita.

Prenotazione obbligatoria t.011.4436928 oppure maodidattica@fondazionetorinomusei.it

 

Sabato 21 marzo ore 15

LE MONTAGNE NEL BONSAI

MAO – attività in terrazza

Il MAO Museo d’Arte Orientale celebra la prima giornata di primavera con un evento speciale dedicato all’arte del bonsai. Gli studenti della scuola FKB, guidati dal maestro Massimo Bandera, realizzeranno dal vivo un bonsai su losa inclinata. Un’occasione per scoprire da vicino tecnica, estetica e filosofia di una tradizione millenaria.

L’attività è inclusa nel biglietto di ingresso al museo. Partecipazione fino a esaurimento posti disponibili.

 

Sabato 21 marzo e domenica 22 marzo ore 19:30-22

SAKURASONIC – UN MATSURI CONTEMPORANEO     

MAO – evento a cura di Chiara Lee e freddie Murphy nell’ambito della collaborazione fra il MAO e il Consorzio delle Residenze Reali Sabaude 

@ Reggia di Venaria

Sakurasonic è una reinterpretazione contemporanea e non filologica del matsuri, una tradizionale festa popolare giapponese, che troverà spazio nei Giardini della Reggia di Venaria, dove la fioritura dei ciliegi diventa occasione di incontro e ascolto, capace di dialogare con il paesaggio e con il tempo presente.

L’evento non si configura come una “festa giapponese” in senso folkloristico, ma come un rito contemporaneo diffuso nei Giardini, composto da interventi sonori, momenti di ascolto e ritualità. Il progetto, curato da Chiara Lee e freddie Murphy (già curatori di Evolving Soundscapes, il public programme performativo e musicale del MAO), coinvolge tre artiste giapponesi – Hatis Noit, Kiki Hitomi e Tsubasa Hori – che trasformeranno il giardino in uno spazio performativo e immersivo attraverso voce, suono, strumenti tradizionali e musica elettronica.

POSTI ESAURITI

PROMOZIONE SPECIALE IN OCCASIONE DELLA FIORITURA DEI CILIEGI A VENARIA

Presentando il biglietto del MAO, i visitatori potranno accedere alla Reggia a tariffa ridotta – e viceversa – fino al 1 maggio.

Maggiori dettagli sul sito.

 

 

 

LUNEDI 23 MARZO

Lunedì 23 marzo ore 17

LA RIVOLUZIONE DEL SILENZIO. LUCE, DISTANZA E NASCITA DELLO SGUARDO MODERNO

PALAZZO MADAMA – conferenza di Giovanni Carlo Federico Villa

Johannes Vermeer è universalmente riconosciuto come il pittore del silenzio e della luce. Ma la sua opera è molto più di una raffinata rappresentazione dell’intimità domestica: è una delle espressioni più radicali della modernità europea.

Nella Repubblica olandese del Seicento – tra cartografia, strumenti ottici, rotte globali e nuove forme di conoscenza – la realtà non è più evidenza immediata, ma fenomeno mediato. Vermeer traduce questa trasformazione in pittura: le sue figure femminili che leggono, scrivono o pensano non raccontano storie, ma incarnano un atto mentale. La luce non teatralizza, misura. Il colore non descrive, concentra. Lo spazio non invita all’ingresso, ma impone una distanza consapevole.

Una conferenza per leggere Vermeer quale protagonista di una vera “rivoluzione del silenzio”: una pittura che non seduce attraverso l’effetto, ma educa lo sguardo alla profondità, trasformando l’atto del vedere in esercizio di conoscenza.

Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili.

MARTEDI 24 MARZO

 

Martedì 24 marzo ore 18

FRANÇOIS JULLIEN. Revoir

GAM – conferenza del ciclo RISONANZE – Conferenze tra Arte e Filosofia

Che cosa significa diventare “amico” di un museo, al punto da essere al centro delle azioni che compiamo per promuoverlo? Non è forse vero che, diventando amici di un museo e frequentandolo, non vediamo un’opera una sola volta, ma la rivediamo? Ora, rivedere non è semplicemente ripetere il vedere.

E, innanzitutto, quando e perché si abbandona un quadro che abbiamo iniziato a guardare?

Rivedere significa interrogare di nuovo il vedere. Certo, si scopre un quadro con l’emozione della “scoperta”. Ma lo si “dis-copre” anche perché occorre togliere ciò con cui il mio sguardo ha iniziato a ricoprirlo: uno sguardo formato, normato, abituato, segnato da tutto ciò che ho già visto. Non è forse necessario de-coincidere dalla visione in cui il mio sguardo si impantana per poter vedere emergere il quadro? Non è forse necessario allontanarsi – chiudere gli occhi – per far sorgere il visibile e accedere davvero al vedere? Che cosa resta, infatti, di non ancora visto – o di “in-visto” — in questo dipinto, che mi chiama a rivederlo? Se torno al museo, è – tutt’altro che per routine – per cominciare finalmente a vedere: vedere finalmente come vivere finalmente. Fino a vedere emergere il quadro così com’è, liberato da tutto ciò che proiettavo su di lui, o, direi, nel suo “così”.

Ex-alunno dell’École normale supérieure, agrégé dell’università (1974) e poi professore all’Università Paris Diderot, François Jullien è una delle figure più importanti della filosofia francese contemporanea. L’opera di François Jullien si sviluppa all’incrocio tra la sinologia e la filosofia generale. Basata sullo studio del pensiero della Cina antica, del neoconfucianesimo e delle concezioni letterarie ed estetiche della Cina classica, mette in discussione la storia e le categorie della ragione europea instaurando un confronto tra le culture. Attraverso il percorso verso la Cina, il lavoro di François Jullien ha aperto piste feconde ed esigenti per pensare l’interculturalità. È autore di una quarantina di opere tradotte in ventotto paesi: nel suo libro del 1991, L’Éloge de la fadeur, avvia una riflessione estetica contro le abituali considerazioni sul Bello; il suo Traité de l’efficacité è un riferimento in numerosi ambiti pratici, in particolare nel management; seguono Les Transformations silencieuses (2010), De l’intime. Loin du bruyant Amour (2014) e Il n’y a pas d’identité culturelle, mais nous défendons les ressources d’une culture (2016); Con Dé-coïncidence. D’où viennent l’art et l’existence? (2017), Jullien introduce il concetto di “dé-coïncidence”, che nel 2020 ha portato alla creazione dell’Association Décoïncidences, all’interno della quale oggi si sviluppa il suo lavoro.

Costo: 5€ con acquisto in biglietteria

6€ con acquisto online

Costo per ogni conferenza: 5€ acquistabile in biglietteria

Oppure acquisto online a questo link: (diritto di prevendita: 1€)

(comunicato stampa allegato)

 

 

 

   
Visite guidate in museo alle collezioni e alle mostre di Palazzo Madama, GAM e MAO
a cura di CoopCulture.
Per informazioni e prenotazioni: t. 011 19560449 (lunedì-domenica ore 10-17)

ftm.prenotazioni@coopculture.it

 

https://www.coopculture.it/it/poi/gam-galleria-darte-moderna/
https://www.coopculture.it/it/poi/mao-museo-darte-orientale/
https://www.coopculture.it/it/poi/palazzo-madama-museo-civico-darte-antica/

Alla Palazzina di Stupinigi, torna a rivivere il Giardino Storico

Rievocata anche la famosa “Vasca di Fritz”!

Lavori finanziati dal “PNRR” per un importo di circa 2milioni di euro, su Progetto sviluppato dalla “Fondazione Ordine Mauriziano”

Stupinigi – Nichelino (Torino)

L’ultimo intervento significativo risaliva all’inizio del Novecento quando Alessandro Scalarandis, già “Capo giardiniere” a Monza, ridisegnò il “Giardino fiorito di Levante” introducendo piante esotiche di alto fusto.

Nel tempo, la progressiva perdita della funzione di “Residenza Reale” della “Palazzina” di Stupinigi (piazza Principe Amedeo, 7) e una manutenzione alquanto discontinua hanno portato a una parziale perdita della “leggibilità” del disegno originario datato 1740, su progetto a firma del francese Michel Bernard (allora direttore dei “Reali Giardini”) e impostato secondo il modello del “giardino formale” di tradizione francese: un grande spazio immaginato e realizzato attorno al “tondo” retrostante la “Palazzina”, con viali radiali, “parterre” ornamentali e architetture vegetali che relazionavano l’edificio con il territorio adibito alle “rotte di caccia”. Sotto il dominio napoleonico il “Giardino” subì un totale impoverimento determinato dall’eliminazione di ogni struttura generante la perfetta “simmetria del verde”, cui posero in parte rimedio i fratelli torinesi – architetti del paesaggio – Marcellino e Giuseppe Roda con l’inserimento di elementi in “stile romantico” (boschetti inglesi, un lago artificiale e nuove specie esotiche) senza però alterare la struttura geometrica originaria di impostazione juvarriana.

A seguire, l’intervento (di cui sopra) di Alessandro Scalarandis, inficiato però  dall’inizio della Seconda guerra mondiale, quando la promozione della coltivazione di qualsiasi terreno da parte del governo fascista per far fronte ai razionamenti alimentari, fece sì che il “Giardino storico” venisse trasformato in un semplice “orto di guerra”, coltivato a pomodori, patate, fagioli e altri ortaggi che venivano in gran parte inviati all’“Ospedale Mauriziano” di Torino.

Da allora, poco o nulla di nuovo sotto il sole, fino all’attuale “benedetto” Progetto di Recupero, sviluppato dalla “Fondazione Ordine Mauriziano”, in collaborazione con la “Struttura Tecnica” dei “Giardini della Reggia” e il sostegno finanziario del “PNRR” per un importo di circa 2milioni di euro, nell’ambito del Programma dedicato alla “Valorizzazione dei Parchi e dei Giardini Storici”.

Il “Progetto di Restauro”

Nato da un lavoro redatto nel 2022 grazie a un finanziamento della “Regione Piemonte” (che è servito a mettere in relazione lo stato attuale del “Giardino” con la “documentazione storica”), il primo lotto di interventi ha riguardato le aree più prossime alla “Palazzina” e in particolare il “recupero”, secondo i disegni del Settecento, delle “stanze di verzura”, gli “Apartaments verts”, le “gallerie vegetali laterali” costituite da 4 filari di alte siepi di carpino nero, perfettamente simmetriche e speculari, e luogo dove passeggiare e sostare su panchine all’ombra creata da piante di acero campestre e tiglio. Sono stati anche ricreati, secondo i disegni ottocenteschi, i due grandi “parterre erbosi”, che con la loro simmetrica regolarità si connettono e intersecano con il “Giardino” e il territorio circostante.

Il “Giardino di Levante”, primo spazio di accesso al “Giardino” dal percorso di visita, ha conservato la pregressa configurazione spaziale con l’inserimento di zone con specie vegetali arbustive perenni alternate a manti erbosi e alberi ad alto fusto, anche di specie esotiche, testimonianza degli interventi eseguiti in epoca ottocentesca in “stile paesaggistico inglese”. In quest’area è stata inoltre riproposta la suggestiva memoria della celebre “vasca di Fritz”, attraverso un intervento paesaggistico che restituisce un episodio della storia della Residenza legato alla presenza dell’“elefante” indiano donato nel 1827 dal Viceré d’Egitto a re Carlo Felice e ucciso nel 1852, poiché diventato troppo aggressivo dopo la morte del suo custode. I suoi resti sono oggi esposti al “Museo Regionale di Scienze Naturali” di Torino.

Il progetto ha previsto anche l’installazione di un “impianto di irrigazione”, l’estensione dei “sistemi di videosorveglianza” e “wi-fi”, nonché la realizzazione di un “punto di erogazione” di acqua potabile e di “servizi igienici” dedicati ai visitatori. Una particolare attenzione  è stata riservata anche all’accessibilità per le persone con “disabilità motorie”, attraverso la messa a disposizione di “scooter elettrici” progettati per percorrere i viali “inghiaiati” del giardino.

Per stare al passo coi tempi, l’esperienza di visita sarà inoltre supportata da una “applicazione digitale” scaricabile gratuitamente, “SmartPark Experience”, che permetterà di ricevere informazioni sul giardino e indicazioni utili.

Per motivi di “tutela ambientale”, restano al di fuori di questo primo lotto dei lavori, alcune aree facenti parte di una “Zona Speciale di Conservazione” della “Rete Natura 2000”, presente nel “Parco”. In queste zone, però, sono già in corso studi finalizzati a conciliare la conservazione degli “habitat naturali” con la possibilità di una futura fruizione pubblica.

Per info e prenotazioni: tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

g.m.

Nelle foto: La “Palazzina” oggi e “Foto storiche”

Miradolo, apre la mostra “C’è oggi una fiaba”

 

Sabato 21 marzo, al castello di Miradolo, apre la mostra dal titolo “C’è oggi una fiaba”, costruita come un racconto corale in cui la fiaba classica prende forma attraverso le opere di alcuni protagonisti dell’arte moderna e contemporanea. Curata da Roberto Galimberti con il coordinamento generale di Paola Eynard e la consulenza iconografica di Enrica Melossi, “C’è oggi una fiaba” è una mostra che mette a confronto le immagini con le dimensioni immaginarie del racconto. Non si tratta di una sequenza di opere, ma di stanze come capitoli, oggetti come indizi, immagini come soglie. A 18 anni dalla nascita della Fondazione Cosso, il percorso espositivo al castello di Miradolo sceglie la fiaba per riflettere sul ruolo contemporaneo del castello, sulla sua vocazione al femminile: la parola “fiaba” nasce al femminile e molte delle prime narrazioni europee sono scritte da donne, e sulla sua capacità di essere visione e crescita. La fiaba ha origini antiche e orali: prima di essere testo, è voce, gesto, trasmissione. La mostra intreccia questa dimensione primaria con la tradizione letteraria europea grazie a rare prime edizioni o storiche pubblicazioni, da “Straparola” a “Basile”, da “Grimm” a “Andersen”, da “Perrault” ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” e libri pop-up, volumi di teatro domestico e piccoli capolavori di ingegneria della carta. Accanto ai classici, versioni inattese, errori di traduzioni e varianti che raccontano come la stessa storia possa assumere centinaia di forme: Cenerentola ne enumera almeno 700, e come ogni libro porti con sé un senso diverso. Il percorso artistico comprende opere provenienti da istituzioni torinesi quali la GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, il Museo della Frutta, i Musei Reali, il Museo di Antichità e il Teatro Regio, importanti collezioni private, fondazioni e gallerie internazionali. Queste opere non illustrano storie, ma ne assumono i meccanismi profondi: lo specchio, il bosco, l’oggetto magico, la scarpetta, la metamorfosi, il lieto fine, trasformando il castello di Miradolo in uno spazio intimo e insieme collettivo. Tra gli artisti in mostra, si segnalano Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Lucio Fontana, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, Giuseppe Penone, fino a Yves Klein, Carol Rama, Aldo Mondino, Emilio Isgrò, Luigi Mainolfi, Emanuele Luzzati, Joseph Kosuth, Kiki Smith, Grazia Toderi, Pinot Gallizio, Luigi Veronesi, Joseph Beuys, Sofia Cacherano di Bricherasio e Giuseppe Pietro Bagetti.

Il percorso è arricchito da un’installazione sonora inedita curata da Avant-Dernièr Pensée, che si ispira a “Ma mére l’oie”(Mamma oca), una suite di Maurice Ravel originalmente composta per pianoforte a quattro mani nel 1910, che si articola in cinque brani ispirati ai racconti di Charles Perrault, di Madame D’Aulnoy e Madame Leprince de Beaumont, libri di fiabe per l’infanzia. Parallelamente alla mostra, si sviluppa il progetto “Da un metro in giù”, un percorso didattico per visitatori di tutte le età che invita a osservare l’arte e la realtà attraverso il gioco. Grande attenzione è riservata all’accessibilità: testi in più lingue, strumenti inclusivi, percorsi dedicati e la presenza dello Spazio Calmo rendono la mostra fruibile a tutti.

Info: castello di Miradolo – via Cardonata 2, San Secondo di Pinerolo – 21 marzo -21 giugno 2026 – sabato 21 marzo apertura ore 15. Sabato, domenica e lunedì ore 10-18.30/ultimo ingresso 17.30 – aperture straordinarie lunedì 6 aprile, Pasquetta, venerdì 1⁰ maggio, martedì 2 giugno – telefono: 0121502761- prenotazioni@fondazionecosso.it

Mara Martellotta

Gli appartamenti reali del castello della Mandria

Gli Appartamenti Reali abitati da Vittorio Emanuele II di Savoia e Rosa Vercellana, “la Bela Rosin”, contessa di Mirafiori e Fontanafredda, sono stati recentemente restaurati grazie ad un importante finanziamento pubblico ed al contributo di Compagnia di San Paolo.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu:

https://www.piemonteitalia.eu/it/cultura/musei/appartamenti-reali-del-castello-de-la-mandria-0