CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 21

Torino, il critico Federico Ottolini protagonista del finissage di “Metamorfosi dell’Anima”

Si chiude con un appuntamento dedicato all’arte e alla riflessione critica la mostra Metamorfosi dell’Anima, ospitata negli spazi di Ad Maiora Art Showroom di Torino. Martedì 30 giugno, alle ore 17:30, il finissage vedrà protagonista lo storico e critico d’arte Federico Ottolini, che offrirà al pubblico una lettura dal vivo delle opere esposte.
L’esposizione ha messo a confronto i linguaggi artistici di Lara Valentino e Cristiano Sandonà, dando vita a un percorso incentrato sul tema della trasformazione interiore. Un dialogo tra pittura e ricerca materica, promosso dal direttore della galleria Alessio Torzi, che ha riscosso interesse e partecipazione nel corso dell’intero evento.
L’intervento di Ottolini rappresenterà il momento conclusivo della mostra, con un’analisi che accompagnerà i visitatori alla scoperta dei significati più profondi delle opere, valorizzando il rapporto tra espressione artistica e dimensione umana.
L’appuntamento è a ingresso libero presso Ad Maiora Art Showroom, in via Santa Maria 4/C a Torino. Un’occasione per salutare la mostra e partecipare a un incontro che unisce artisti, critica e pubblico nel segno dell’arte contemporanea.

Enzo Grassano

Cinzano, i legami con Desana, Roddi e Buttigliera Alta

Domenica 28 giugno il Comune di Cinzano in collaborazione con il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv, ha organizzato una commemorazione del suo storico legame con Desana (VC), Roddi (CN) e Buttigliera Alta (TO) attraverso i Marchesi Della Chiesa.
La cerimonia, patrocinata dal Consiglio Regionale del Piemonte, dalla Provincia di Torino e dal Comune di Cinzano, ha preso il via nella Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate, completata nel XVIII secolo in stile barocco, dove alle ore 10 Don Silvano Canta ha celebrato la S. Messa.
Successivamente i partecipanti e i gruppi storici hanno sfilato in corteo fino alla Sala Consiliare del Municipio, dove si è tenuta una solenne cerimonia, aperta dai saluti di
Emilio Longo, Sindaco di Cinzano.
Lo scrivente nel suo intervento ha descritto i legami che Cinzano ha con Desana e Roddi.
Il primo Marchese di Cinzano fu Carlo Francesco Della Chiesa, nato a Saluzzo il 4 luglio 1624. Egli ricoprì prestigiosissime cariche presso i Savoia, tra le quali quelle di Primo presidente della Camera e poi del Senato. Nel 1666, avviò un’importante fase di restauro del Castello di Cinzano, risalente al XIII secolo, dotandolo di una nuova facciata e di un salone nobiliare. Si spense il 30 giugno 1699 e venne sepolto nel suo amato feudo cinzanese.
Il suo primogenito Francesco Filippo, a lui premorto nel 1693, nel 1675 aveva sposato Maria Camilla Tizzone di Desana, che gli aveva portato in dote il Castello di Roddi, acquistato dalla sua quadrisavola Giovanna Carafa, moglie di
Gianfrancesco II Pico, Signore di Mirandola e Conte di Concordia, il 5 dicembre 1525 per seimila scudi d’oro.
Gli ultimi esponenti maschili del ramo primogenito dei Della Chiesa furono i discendenti alla sesta generazione di Francesco Filippo e Maria Camilla:
il Marchese Enrico e suo fratello Saverio.
Il primo morì senza figli maschi sopravvissuti nel 1847 e le sue figlie Paoloina e Felicita cedettero il Castello di Cinzano a privati. Il secondo nel 1836 alienò il Castello di Roddi a Giuseppe Scarzello di Monforte, che lo acquistò per conto di Re Carlo Alberto.
Nel 1872 Ludovico Della Chiesa, membro del ramo secondario del casato, che aveva ereditato il titolo di Marchese di Cinzano, ma non il castello, acquistò il maniero e lo fece restaurare in stile neogotico. Nel 1951 alla morte del suo discendente il Marchese Vittorio, il Castello di Cinzano fu nuovamente venduto e nel 1968 venne frazionato in appartamenti.
Ha preso quindi la parola Manuela Massola
del “Filo della Memoria” de “Il Colibrì Aps” di Buttigliera Alta, la quale ha illustrato il legame tra Cinzano e il suo paese, attraverso le nozze nel 1698 tra il Marchese Carlo Giuseppe Antonio Della Chiesa (figlio del Marchese Francesco Filippo e Maria Camilla Tizzone) e Orsola Paola Delfina Carron di San Tommaso (figlia di Carlo Giuseppe Vittorio, Marchese di San Tommaso e Conte di Buttigliera Alta e di Paola Beatrice Roero di Guarene). Dalla loro unione nacque Ignazio Della Chiesa, Abate di Sangano e successivamente Cappellano Maggiore del Re di Sardegna Carlo Emanuele III, il quale ne propose l’investitura come 21° Vescovo di Casale.

Nel 1710 Orsola Paola Delfina morì e nel 1714 il Marchese di Cinzano e Roddi si risposò con la nobile Silvia Gabriella Morozzo Della Rocca che gli diede tre figli, tra questi Gaspare, che dalla seconda moglie Maria Maddalena Ruffino dei Conti di Diano D’Alba ebbe tre figlie, tra le quali Luigia che nel 1781 sposò il Marchese Paolo Luigi Guasco di Bisio di Alessandria e fu madre di Enrichetta. Quest’ultima vide la luce il 13 luglio 1785 e nel 1805 impalmò Alessandro Carron, Marchese di San Tommaso e Conte di Buttigliera Alta. Enrichetta rimase vedova nel 1816 e nel 1843 ebbe il dolore di perdere il suo amato figlio Felice, deputato, Sindaco di Sommariva Perno e autore delle Tavole Genealogiche di Casa Savoia. Fu madrina di battesimo della Contessa Clementina, l’ultimo esponente del casato Carron, che si spense il 27 aprile 1912.

Dopo l’intervento dello storico Carlo Bosco, il quale ha parlato all’assemblea dei Marchesi di Cinzano, il Vice Sindaco Michele Schiavo ha raccontato dei preziosi documenti storici ritrovati per caso in biblioteca, tra i quali una mappa del paese risalente al 1782 e molti libri relativi ad atti dei Savoia.
Il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv ha quindi conferito uno speciale attestato di benemerenza al Comune di Cinzano e agli storici Carlo Bosco e Carlo Biglietti.
I presenti si sono quindi trasferiti nel cortile del castello dove i rievocatori dell’
Associazione culturale “La Crisalide di ieri e di oggi” di Venaria Reale si sono esibiti in danze seicentesche.
E’ seguito un rinfresco.
La cerimonia è stata impreziosita dalla presenza dei seguenti gruppi storici:

  • Gruppo Storico di Sciolze Bastian Contrario e Bela Lidia, Corte Reale dei Savoia, i cui rievocatori hanno impersonato la Prima Madama Reale Cristina di Borbone-Francia; la sua quintogenita Adelaide e Donna Ghita Falcombelli, moglie del senatore Gaspare Perrachino Marchese di Cigliano;
  • I Marchesi Carron di San Tommaso” de “Il Colibrì Aps” di Buttigliera Alta, i cui rievocatori hanno impersonato Enrichetta Guasco di Bisio, suo figlio il Marchese Felice Carron e la Contessa Clementina, ultimo esponente del casato;
  • I Signori di Torino nell’Ottocento”, i cui rievocatori hanno impersonato la Regina Margherita, accompagnata dal Marchese Emanuele Pes di Villamarina, con la consorte Paola, dama d’onore della sovrana;

  • Della Fenice” di Pianezza, la cui Presidente Monica Todi ha impersonato Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna, Regina di Spagna dal 1870 al 1873, accompagnata da due dame di compagnia;

  • I Verulfi di Chivasso”, nobile famiglia piemontese originaria di Verolengo, che tra XVII e XVIII secolo visse a Chivasso e possedette piccoli feudi nel Canavese;

  • Associazione culturale “La Crisalide di ieri e di oggi” di Venaria Reale, i cui rievocatori erano abbigliati con magnifici costumi di fine Seicento;
  • I Tamburini della Castellata di Chiaverano.

 

ANDREA CARNINO

Linea Cadorna, la Maginot italiana

Il sistema di fortificazioni che si  estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale

Linea Cadorna” è il nome con cui è conosciuto  il sistema di fortificazioni che si  estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale. Un’opera fortemente voluta dal generale Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito (originario di Pallanza, sul lago Maggiore), con lo scopo di contrastare una eventuale invasione austro-tedesca proveniente dalla Svizzera.

Lo scoppio della guerra – il 23 luglio del 1914 –  e gli avvenimenti successivi tra cui l’invasione del Belgio neutrale e i cambi di alleanze tra le varie potenze europee, accentuarono i dubbi sulla volontà del governo elvetico di far rispettare la neutralità del proprio territorio. Così, una volta che l’Italia entrò in guerra  contro l’Austria  – il 24 maggio 1915 – , il generale Cadorna, per non incorrere in amare sorprese, ordinò di avviare i lavori difensivi, rendendo esecutivo il progetto di difesa già predisposto. Da quasi mezzo secolo erano stati redatti studi, progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche, pianificazioni strategiche, ricerche tecnologiche. E non si era stati con le mani in mano: a partire dal 1911 erano state erette le fortificazioni sul Montorfano, a difesa degli accessi dalla Val d’Ossola e dal Lago Maggiore,  e gli appostamenti per artiglieria sui monti Piambello, Scerré, Martica, Campo dei Fiori, Gino e Sighignola, tra le prealpi varesine e la comasca Val d’Intelvi. Anche la Svizzera, dal canto suo,  intensificò i lavori di fortificazione al confine con l’Italia, realizzando opere di sbarramento a Gordola, Magadino, Monte Ceneri e sui monti di Medaglia, nel canton Ticino. In realtà,tornando alla Linea Cadorna,quest’opera, nella terminologia militare dell’epoca, era definita come ” Frontiera Nord” o, per esteso, “sistema difensivo italiano alla Frontiera Nordverso la Svizzera”. E, ad onor del vero, più che una fortificazione collocata a ridosso della frontiera si tratta di una linea difensiva costruita in località più arretrate rispetto al confine, con lo scopo di presidiare  i punti nevralgici. Un’impresa mastodontica.

 

Basta scorrere, in sintesi,  la consistenza dei lavori eseguiti e delle spese sostenute per la loro realizzazione: “Sistemazione difensiva – Si svolge dalla Val d’Ossola alla Cresta orobica, attraverso le alture a sud del Lago di Lugano e con elementi in Val d’Aosta. Comprende 72 km di trinceramenti, 88 appostamenti per batterie, di cui 11 in caverna, mq 25000 di baraccamenti, 296 km di camionabile e 398 di carrarecce o mulattiere. La spesa complessiva sostenuta, tenuto conto dei 15-20000 operai ( con punte fino a trentamila, nel 1916, Ndr) che in media vi furono adibiti, può calcolarsi in circa 104 milioni”. Le ristrettezze finanziarie indussero ad un utilizzo oculato delle materie prime,recuperate sul territorio. Si aprirono cave di sabbia, venne drenata la ghiaia negli alvei di fiumi e torrenti; si produsse calce rimettendo in funzione vecchie fornaci e furono adottati ingegnosi sistemi di canalizzazione delle acque. Gli scalpellini ricavarono il  pietrame, boscaioli e falegnami il legname da opera, e così via. I requisiti per poter essere arruolati come manodopera, in quegli anni di fame e miseria, consistevano nel possedere la cittadinanza italiana, il passaporto per l’interno e i necessari certificati sanitari. L’età non doveva essere inferiore ai 17 anni e non superiore ai sessanta e, in più, occorreva che i lavoratori fossero muniti di indumenti ed oggetti personali. A dire il vero, in ragione della ridotta disponibilità di manodopera maschile, per i frequenti richiami alle armi, vennero assunti anche ragazzi con meno di 15 anni, addetti a mansioni di manovalanza, di guardiani dei macchinari in dotazione nei cantieri o di addetti alle pulizie delle baracche.  La manodopera femminile, definita con apposito contratto, veniva reclutata nei paesi vicini per consentire alle donne, mentre erano impegnate in un lavoro salariato, di poter badare alla propria famiglia e di occuparsi dei lavori agricoli. Il contratto era diverso a seconda dell’ente reclutante: l’amministrazione militare o le imprese private.

 

Quello militare garantiva l’alloggiamento gratuito, il vitto ( il rancio)  uguale a quello delle truppe, l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione contro gli infortuni, un salario stabilito in relazione alla durata del lavoro da compiere, alle condizioni di pericolo e commisurato alla professionalità e al rendimento individuale. Il salario minimo era fissato, in centesimi, da 10 a 20 l’ora per donne e ragazzi; da 30 a 40 l’ora per sterratori, manovali e braccianti; da 40 a 50 per muratori, carpentieri, falegnami, fabbri e minatori; da 60 ad una lira per i capisquadra. L’orario di lavoro era impegnativo e  prevedeva dalle 6 alle 12 ore giornaliere, diurne o notturne, per tutti i giorni della settimana. Delle paventate truppe d’invasione che, come orde fameliche, valicando le Alpi, sarebbero dilagate nella pianura padana, non si vide neppure l’ombra. Così, senza il nemico e senza la necessità di sparare un colpo, con la fine della guerra,  le fortificazioni vennero dismesse. Quelle strutture, negli anni del primo dopoguerra, furono in parte riutilizzate per le esercitazioni militari e , negli anni trenta, inserite in blocco e d’ufficio nell’ambizioso  progetto del “Vallo Alpino”, la linea difensiva che avrebbe dovuto – come una sorta di “grande muraglia” –  rendere inviolabili gli oltre 1800 chilometri di confine dello Stato italiano. Un’impresa titanica, da far tremare le vene ai polsi che, forse proprio perché troppo ardita, in realtà, non giunse mai a compimento. Anche nella seconda guerra mondiale, la Linea Cadorna non conobbe operazioni  belliche, se si escludono i due tratti del Monte San Martino (nel varesotto, tra la Valcuvia e il lago Maggiore) e lungo la Val d’Ossola dove, per brevi periodi , durante la Resistenza, furono utilizzati dalle formazioni partigiane. Infine, come tutte le fortificazioni italiane non smantellate dal Trattato di pace siglato a Parigi nel febbraio 1947, a partire dai primi d’aprile del 1949, anche la “linea di difesa alla frontiera nord” entrò a far parte del Patto Atlantico istituito per fronteggiare il blocco sovietico ai tempi della “guerra fredda”. Volendo stabilire una data in cui ritenere conclusa la storia della Linea Cadorna, almeno dal punto di vista militare, quest’ultima può essere fissata con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989.

 

Da allora in poi, le trincee, le fortificazioni e le mulattiere sono state interessate da interventi di restauro conservativo realizzati dagli enti pubblici che hanno permesso di recuperarne gran parte  alla fruizione turistica, lungo gli itinerari segnalati. La “Cadorna” si offre oggi ai visitatori come una  vera e propria “Maginot italiana”,  un gigante inviolato, in grado di presentarsi senza aloni drammatici, come un sito archeologico dove è possibile vedere e studiare reperti che hanno subito l’ingiuria degli uomini e del tempo ma non quella dirompente della guerra. Tralasciando la parte lombarda che si estende fino alla Valtellina e restando in territorio piemontese, sono visitabili diversi percorsi, dal forte di Bara  – sopra Migiandone, nel punto più stretto del fondovalle ossolano –  alle trincee del Montorfano, dalle postazioni in caverna del Monte Morissolo al fitto reticolo di trincee e postazioni di tiro dello Spalavera  ( la sua vetta è uno splendido belvedere sul Lago Maggiore e le grandi Alpi), dalle trincee circolari con i camminamenti e la grande postazione per obici e mortai del Monte Bavarione fino alle linee difensive del Vadà e del monte Carza, per terminare con quelle  della “regina del Verbano”, un monte la cui vetta oltre i duemila metri, viene ostentatamente declinata al femminile dagli alpigiani: “la Zeda”.

Marco Travaglini

Al Sermig il Premio Odisseo incontrerà pittori e scultori 

Il 1⁰ luglio il Premio Odisseo incontrerà  pittori e scultori al Sermig alle ore 20.
Si è giunti all’edizione 2026 del Premio Odisseo, la prestigiosa manifestazione organizzata dal Club Dirigenti Vendite & Marketing dell’Unione Industriali di Torino ( CDVM ) dal lontano 2005 per premiare  l’eccellenza di impresa intesa come espressione della creatività, dell’innovazione e della sostenibilità economica, ambientale e sociale.
La premiazione delle imprese eccellenti avverrà nel mese di novembre 2026 al termine di un percorso  che vedrà coinvolte imprese, realtà culturali e istituzionali di Piemonte, Liguria e valle d’Aosta.
Il mondo dell’arte ha da sempre sostenuto il Premio Odisseo e anche in questa edizione pittori e scultori partecipano all’organizzazione dell’evento, donando le proprie opere alle imprese eccellenti e creative, vincitrici del Premio.
Il 1⁰ luglio al Sermig, in occasione della cena sociale estiva del CDVM, il Premio Odisseo incontrerà pittori e scultori. Saranno presenti gli artisti Lorenzo Avico, Mariella Bogliacino, Francesco Di Lernia, Paola Gandini, Fernando Montà, Alberto Reviglio e Luisa Valentini, per la condivisione di un percorso comune tra impresa, arte e solidarietà.

Mara Martellotta

A Tortona rivive l’imperatore dimenticato

A volte i grandi personaggi della Storia finiscono sulle etichette dei vini, dal Barbarossa a Carlo Magno, tanto per citarne alcuni, ricordo un Federico I di Svevia stampato su una bottiglia di Freisa di una nota casa vinicola chierese mentre altri personaggi, meno conosciuti ma non per questo meno lodevoli, vengono riscoperti e rivivono attraverso i vitigni della città in cui sono stati sepolti. È il caso per esempio di Giulio Valerio Maioriano (Iulius Valerius Maiorianus) o Maggioriano, imperatore romano vissuto nel V secolo. Ma chi l’ha mai sentito nominare, ben pochi credo, forse nessuno. A questo punto scatta in noi la curiosità, prendiamo un libro sull’Impero romano o facciamo una ricerca veloce su internet.
Lo troviamo eccome il Maioriano e gli storici ne parlano bene perché è stato un buon imperatore anche se ha regnato per pochissimi anni al tramonto dell’Impero. Pertanto, ben vengano le etichette storiche sulle bottiglie di vino, come accade a Tortona, dove Maioriano, di ritorno da una spedizione militare, fu assassinato. Ma neppure a Tortona sanno chi fosse, eppure è stato ucciso proprio nell’antica Dertona romana nel 461 ed è sepolto, secondo la tradizione, in quello che un tempo era un mausoleo collocato nella canonica della chiesa di San Matteo. I tortonesi hanno pensato di farlo rivivere e oggi lo ricordano con una serie di bottiglie di vino e con un sito web. Siamo di fronte a un sovrano tutt’altro che secondario e gli storici lo definiscono addirittura l’ultimo grande imperatore che risollevò le sorti dell’Impero poco prima della sua caduta. Difese con successo la penisola dagli attacchi dei barbari, strappò le Gallie e la Spagna ai Visigoti, inflisse pesanti perdite ai Vandali di Genserico nel nord Africa e attuò importanti riforme per rendere più eque le tasse a Roma. Concesse infatti una temporanea esenzione dalle imposte a tutti i sudditi e avviò una revisione del sistema tributario per eliminare gravi abusi. Con altre leggi tentò di ripristinare la pubblica moralità. Parecchi secoli dopo ricevette il plauso di Edward Gibbon, il celebre studioso inglese dell’Impero romano (1737-1794) che nella sua “Storia del declino e della caduta dell’Impero romano” scrive che “la figura di Maggioriano presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l’onore della specie umana”. Imperatore romano d’Occidente per pochi anni, dal 457 al 461, non riuscì a completare la sua opera. Venne tradito e ucciso dal suo generale di origini barbare Ricimero. Aveva appena 41 anni.
 Filippo Re
nelle foto ritratto dell’imperatore Maiorianus
chiesa di San Matteo a Tortona

La passione civile di Pier Antonio Ragozza

 

Si intitola “Una passione civile. Scritti scelti sulla storia e la cultura del Verbano Cusio Ossola” l’antologia che raccoglie quarant’anni di ricerche e pubblicazioni di Pier Antonio Ragozza, studioso di storia e dirigente scolastico ossolano, prematuramente scomparso nel maggio 2024. La Casa della Resistenza di Verbania (di cui Ragozza era componente del Comitato Scientifico) in sinergia con l’editore Grossi di Domodossola e il patrocinio della Fondazione Paola Angela Ruminelli ha pubblicato il libro che propone un’antologia di scritti e orazioni scelti in una bibliografia vastissima. Pier Antonio Ragozza (1960-2024), originario di Premosello Chiovenda, dopo la laurea in Giurisprudenza con tesi in Diritto costituzionale su Anticipazioni della Costituzione italiana nella legislazione della Repubblica dell’Ossola, è stato docente di discipline giuridiche ed economiche, preside dell’Istituto Galletti di Domodossola, dirigente scolastico dell’Istituto Cobianchi di Verbania e infine del Liceo “Spezia” di Domodossola. Ragozza è stato anche un apprezzato studioso e un infaticabile ricercatore sulla storia e la cultura delle terre tra i laghi prealpini e le grandi Alpi del nordovest. Le sue ricerche, caratterizzate da un grande rigore scientifico, lo collocano tra gli esponenti più importanti nel campo degli studi umanistici sulla provincia più montana d’Italia, il Verbano Cusio Ossola. A testimonianza di quest’impegno sono le numerosissime collaborazioni con giornali e riviste del territorio, associazioni, gruppi di ricerca, istituti culturali. Il volume offre uno sguardo largo sui numerosi interessi di studioso di Pier Antonio Ragozza: le vicende della lotta di Liberazione e del corpo degli alpini, la storia militare e delle fortificazioni,  la particolarità di una terra di frontiera e l’antropologia alpina, la passione per l’insegnamento e l’oratoria civile. Piuttosto vasta è la tipologia degli scritti di Ragozza che vanno dagli articoli su giornali e riviste a saggi e presentazioni di libri, a relazioni per convegni e incontri pubblici. Una passione civile, curato da Paolo Crosa Lenz e Andrea Pozzetta, ha visto la collaborazione di Gianmaria Ottolini, Stefano Mura, Franco Chiodi, Marco Travaglini, Chiara Uberti.

Marco Travaglini

“La Via dei Saraceni”… un po’ di storia

Perché si chiama “ La Via dei Saraceni” la famosa gara ciclistica che si svolge ogni anno d’estate in Alta Valle di Susa con arrivo a Sauze d’Oulx? Una delle gare MTB più famose del Piemonte. Per saperlo basta alzare lo sguardo verso i versanti più alti delle montagne poste di fronte a Sauze e dintorni e guardare con attenzione. Si scorgeranno, anche da lontano, strane grotte, caverne e gallerie. Lì c’è la risposta. Il Monte Seguret, noto appunto per le grotte, la Galleria dei Saraceni e il Monte Genevris, sono tutte creste attraversate in parte dal percorso della gara ciclistica ed erano il rifugio dei saraceni dopo le terribili incursioni compiute nella bassa valle. La gara di mountain bike prende il nome da una tradizione storica e leggendaria risalente a oltre 1000 anni fa legata all’alta Valle di Susa e da qui nacque l’idea di chiamare il tracciato “Via dei Saraceni”. Almeno così secondo la tradizione locale ma storici e antropologi discutono ancora oggi quanto siano documentati i passaggi dei saraceni proprio sui sentieri di Sauze d’Oulx. È comunque accertato che tra il IX e il X secolo bande saracene provenienti dalla base fortificata di Fraxinetum in Provenza compirono incursioni nelle Alpi occidentali e controllarono per alcuni decenni diversi valichi alpini ma non esistono prove che il percorso dell’attuale gara ciclistica coincida con un loro itinerario storico. In sostanza, con “La Via dei Saraceni” si vuole ricordare gli antichi sentieri militari della parte più alta della Valle di Susa e il fascino delle leggende sui Saraceni che hanno percorso queste montagne. Fascino… fino a un certo punto. Non dimentichiamo che i saraceni erano razziatori, bande di predoni musulmani che scendevano dai monti per incendiare villaggi, chiese e monasteri, uccidere uomini, donne e bambini, fare bottino e scappare. L’antica Abbazia di Novalesa ne sa qualcosa: saccheggiata e distrutta nel 906 proprio dai saraceni.                     Filippo Re
nella foto: inviati saraceni ritratti nelle Chroniques de Saint-Denis (XII-XV secolo)

Spettacoli dal vivo gratuiti, arriva “Cubo Live 2026”

 

Promossa da Cubo Archivio al Museo d’impresa del Gruppo Unipol

Con la sua sesta edizione, torna “Cubo Live. Luoghi, Idee, Voci, Eventi”, la,rassegna itinerante di spettacoli dal vivo gratuiti promossa da Cubo Archivio e Museo d’Impresa del Gruppo Unipol. Ad accogliere la seconda tappa della rassegna, dal 30 giugno al 2 luglio prossimi, è la Città di Torino nella cornice del Teatro Agnelli, che farà da culla alle atmosfere vibranti delle tre serate, scandite da jazz internazionale e musica d’autore.

Ad esibirsi, il trio composto da Alberto Bianco, Roberto Angelini e Andrea Pesce. In un appuntamento del tour Camaleonte che mescola concerto, spettacolo teatrale e laboratorio sonoro; la cantautrice torinese Ginevra Lubrano, tra le più interessanti voci della scena italiana, e Nicole Zuraitis, pianista e arrangiatrice Jazz, vincitrice di due Grammy.

Cubo Live conferma così la propria vocazione a condividere cultura attraverso la musica, offrendo al pubblico esperienze uniche e coinvolgenti in luoghi suggestivi, dove la distanza tra artista e spettatore si annulla, e il racconto personale si intreccia naturalmente con la performance dal vivo, privilegiando qualità e sperimentazione. Jazz internazionale, cantautorato, musica elettronica, classica contemporanea e nuove forme di contaminazione sonora si incontrano in luoghi fortemente identitari di quattro città: la Unipol Tower di Milano, il Teatro Agnelli a Torino, la Marina di Loano e Piazza Italia, a Loano, e i Giardini Pensili a Bologna.

Martedì 30 giugno, alle 21.30, Alberto Bianco propone un concerto intimo e sospeso, ma vivo e in continuo movimento, dal titolo “Camaleonte”. Un viaggio dentro il suono caldo delle cassette, tra memoria analogica e presente digitale. Sul palco il trio di Alberto Bianco, composto da egli stesso, Roberto Angelini e Andrea Pesce, che daranno vita a un piccolo mondo in cui le canzoni si trasformano, si spogliano e si ricompongono ogni sera in modo diverso. Il cuore è la musica registrata su nastro, che diventa protagonista anche del vivo: il Tascam 414 a cassette verrà usato come uno strumento facendolo respirare insieme alle chitarre, al Wurlitzer e alle voci. I momenti suonati si alterneranno a brevi parti narrative e a piccoli esperimenti sonori realizzati in diretta. Bianco è vice e chitarra, Angelini e Pesce alla tastiera. Prenotazione obbligatoria su cubounipol.it.

Ginevra Lubrano, in arte Ginevra, cantautrice torinese, è tra le voci più interessanti della musica italiana. Si esibirà il 1⁰ luglio alle 21.30. Nel concerto presenterà brani originali tratti dagli album che l’hanno resa famosa, quali “Metropoli”, “Diamanti” e “Femina”. Si tratta di un viaggio emozionale tra le tappe piu significative del suo percorso artistico, in cui le parole e la voce dell’artista accompagneranno il pubblico alla scoperta di pietre preziose, con messaggi di positività, libertà e condivisione. Insieme a Ginevra, vi sarà Domenico Finizio alla chitarra.

Infine, giovedì 2 luglio, alle 21.30, si esibirà la cantautrice, pianista e arrangiatrice Jazz Nicole Zuraitis, vincitrice di due Grammy. È un’artista pionieristica che sta ridefinendo il jazz vocale, guadagnandosi un posto tra le artiste più prolifiche. Si muove con disinvoltura e naturalezza fra i diversi stili, rimando fedele a una voce del tutto personale. Ha messo in luce le sue doti di cantautrice, che lei stessa ha definito di “Modern Song Book”. Il suo ultimo album riflette un principio guida secondo cui la buona musica rimane tale a prescindere dal genere. Con Nicole Zuraitis alla voce e al pianoforte, si esibiranno Idan Morim alla chitarra, Dan Pugach alla batteria e Samuel Wever al basso. Prenotazione obbligatoria per tutti i concerti su cubounipol.it. la sede dei concerti è il Teatro Agnelli, via Paolo Sarpi 111/A.

MARA MARTELLOTTA

Info: www.cubounipol.it – 02 64029090