CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 13

Gli appuntamenti della Fondazione Torino Musei

DOMENICA 8 MARZO

 

In occasione della Giornata internazionale della Donna, domenica 8 marzo tutte le donne avranno diritto all’ingresso ridotto alle collezioni permanenti dei musei della Fondazione Torino Musei e alle mostre temporanee Notti. Cinque secoli di sogni, stelle e pleniluni, Linda Fregni Nagler. Anger Pleasure Fear, Elisabetta Di Maggio. Frangibile e Lothar Baumgarten. Culture Nature alla GAM, Chiharu Shiota: The Soul Trembles e Zanabazar. The Wisdom of the Steppes al MAO, MonumenTOTorino CapitaleIl Castello ritrovato e Vermeer. Donna in blu che legge una lettera a Palazzo Madama.

 

VISITE GUIDATE TEMATICHE

 

GAM
Domenica 8 marzo ore 11:00
Insolite Muse
In occasione della Giornata Internazionale della Donna, la GAM propone un itinerario che rilegge la figura femminile nel suo fondamentale passaggio da musa ispiratrice a creatrice consapevole. Il percorso attraversa i secoli svelando il cammino di emancipazione di chi, da oggetto dello sguardo altrui, ha saputo trasformarsi in soggetto attivo, capace di dare voce alla propria interiorità.  Dalle donne rappresentate nell’800 da Francesco Mosso e Giacomo Grosso dove evidente erano la fragilità e la vulnerabilità, passeremo a liberare le forze primigenie e generatrici con Sister #1 e Serpentessa di Chiara Camoni, per chiudere con Carol Rama che ha saputo dare voce alla sua anima attraverso l’arte. Tra fragilità esposte e rinascite creative, la visita celebra l’arte come via di espressione del sé, dove la vulnerabilità non è più un limite ma una potente energia di resistenza e libertà.

MAO
Domenica 8 marzo ore 11:30

Donne da Oriente
Dai corredi funerari della collezione cinese, al rinnovato allestimento della collezione giapponese, fino alle raffinate decorazioni dell’arte islamica, il pubblico sarà guidato nelle collezioni del MAO in un itinerario dedicato a immagini e significati del femminile che figurano nella produzione artistica delle differenti culture dell’Asia.

Domenica 8 marzo ore 15:30
Dee da Oriente
Spaziando dall’Asia Meridionale alla Regione Himalayana, l’itinerario si concentra sulle opere d’arte del museo che rappresentano forme femminili del divino. Un’occasione per conoscere alcune fra le svariate manifestazioni pacifiche e irate della Dea che caratterizzano Induismo e Buddhismo.

PALAZZO MADAMA

Domenica 8 marzo ore 11

A tu per tu con un capolavoro: Vermeer a Palazzo Madama

Un’occasione irripetibile per scoprire, attraverso una visita guidata, l’universo silenzioso e luminoso di Jan Vermeer, ammirando l’iconica “Donna che scrive una lettera”. Il percorso svelerà i segreti del maestro di Delft: dall’uso magistrale della luce zenitale alla precisione quasi fotografica dei dettagli che animano la scena domestica. Esploreremo i simboli nascosti nel dipinto e la tecnica rivoluzionaria dell’artista, capace di fermare il tempo in un istante di pura poesia. Un’immersione guidata nel realismo magico del Seicento olandese, per comprendere come un come un gesto quotidiano possa trasformarsi in un intramontabile capolavoro universale.

 

Domenica 8 marzo ore 15:30

Donne da scoprire

Una visita che pone a tu per tu con le collezioni di Palazzo Madama per raccontare la presenza e il ruolo di donne che furono protagoniste della vita politica e culturale. Il percorso si snoda tra pubblico e privato, svelando dietro l’ufficialità dei ritratti i dettagli dell’educazione, della moda e di un gusto artistico raffinatissimo. Incontreremo i volti di Caterina Michela d’Asburgo e Anna Maria Luisa d’Orléans, vissute tra il potere e il prestigio delle grandi corti europee. In occasione della Festa della Donna, sarà particolarmente affascinante narrare la storia di una figura meno nota ma straordinaria: Maria Giovanna Battista Clementi, detta “la Clementina”, la pittrice che con il suo talento divenne la ritrattista ufficiale della corte sabauda.
Un invito a restituire voce a biografie e talenti femminili che hanno lasciato un segno profondo nella storia e nella cultura, forse ancora oggi non pienamente conosciuti.

Per info e prenotazioni: t. 011.19560449 – ftm.prenotazioni@coopculture.it

 

 

LUNEDI 9 MARZO

 

Lunedì 9 marzo ore 17

DAGLI INVENTARI AL DIGITALE

PALAZZO MADAMA – conferenza sulla mostra Il castello ritrovato

con Barbara Turchetta e Paolo Buffo, Centro Linguistico di Ateneo, Università degli Studi di Bergamo.

È possibile raccontare il castello medievale di porta Fibellona – l’attuale Palazzo Madama – facendolo rivivere attraverso una ricostruzione visuale? La sfida è stata raccolta dall’Università degli studi di Bergamo, i cui ricercatori hanno ricreato, con le tecniche della modellazione video in 3D, quattro ambienti dell’edificio: la grande corte interna, la sala “Acaia”, la cucina e la camera del principe di Piemonte. Per farlo hanno incrociato i numerosi dati provenienti dalle strutture architettoniche sopravvissute e dalla documentazione sabauda dell’Archivio di Stato di Torino: la contabilità degli ufficiali e soprattutto una serie di inventari quattrocenteschi che enumerano gli oggetti contenuti in ciascuna stanza. Il risultato coniuga il fascino della restituzione di ambienti scomparsi o profondamente trasformati con la didattica storica attraverso il linguaggio video.

Paolo Buffo

È ricercatore di Paleografia all’Università degli studi di Bergamo. È responsabile di un progetto di digitalizzazione e valorizzazione delle fonti documentarie, archeologiche e paesaggistiche sulla storia del principato di Monaco. Ha curato mostre e iniziative di ricerca sui manoscritti medievali palinsesti e sulla ricostruzione delle loro scritture invisibili. I suoi studi riguardano vari aspetti della storia della scrittura, del libro e del documento tra medioevo e rinascimento: in particolare, ha pubblicato libri sulla documentazione di casa Savoia e della città di Aosta, sull’alfabetismo e sui registri dei mercanti medievali.

Barbara Turchetta

È professoressa ordinaria all’Università degli studi di Bergamo, presso la quale ricopre anche il ruolo di responsabile scientifica delle attività di analisi e digitalizzazione dei patrimoni testuali nell’ambito del Partenariato esteso PNRR CHANGES, Spoke 3 “Digital Libraries, Archives and Philology”. È docente di Linguistic Landscape, Linguistica migratoria e Tipologia delle lingue. I suoi studi, raccolti in numerosi articoli e monografie, toccano numerosi ambiti delle discipline linguistiche: la linguistica del contatto, l’antropologia linguistica, la linguistica applicata, la sociolinguistica del multiculturalismo e l’apprendimento di lingue seconde.

Conferenze a ingresso libero fino a esaurimento posti. Non è richiesta prenotazione.

 

 

MARTEDI 10 MARZO

 

Martedì 10 marzo ore 17

SCOLPIRE IL PRINCIPE. CARLO MAROCHETTI E LA SCULTURA NAZIONALE NELL’EUROPA DELL’OTTOCENTO

PALAZZO MADAMA – conferenza sulla mostra MonumenTO

La conferenza si svolge al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Sala Codici

Con Silvia Cavicchioli, Università degli Studi di Torino

L’interesse per la ricca e complessa biografia di Marochetti risiede non solo nella sua folgorante carriera, ma altresì nel ruolo culturale, oltre che politico e diplomatico, che egli ricoprì nella società del suo tempo. A una fama indiscussa, e al riconoscimento tributatogli dalle maggiori dinastie dell’Ottocento, si associarono in realtà numerose critiche, invidie e ostilità nei diversi paesi in cui Marochetti lavorò, le quali consentono una preziosa riflessione sul principio di nazionalità, direttamente legato alla damnatio memoriae di cui fu inesorabilmente vittima lo scultore.

Silvia Cavicchioli è Professoressa Ordinaria di Storia contemporanea all’Università di Torino e Direttrice scientifica del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. Tra le ultime pubblicazioni, I cimeli della patria. Memoria e politica nel lungo Ottocento (Carocci, 2022), Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi (Einaudi, 2017) e le co-curatele di Sfida al congresso di Vienna (Carocci, 2023) e Public Uses of Human Remains and Relics in History (Routledge, 2020).

Conferenza a ingresso libero fino a esaurimento posti. Non è richiesta prenotazione.

 

 

 

GIOVEDI 12 MARZO

 

Giovedì 12 marzo ore 18:00

CONFERENZA TRA ARTE E FILOSOFIA

MASSIMO CACCIARI. Lo spirituale nell’arte

SALA FESTE / PALAZZO MADAMA

Nel dicembre del 1911 Wassily Kandinsky pubblica, dall’editore Piper di Monaco di Baviera, uno degli scritti di poetica più singolari del secolo. Si intitola Über das Geistige in der Kunst (Lo spirituale nell’arte). “Non è una dichiarazione di poetica, non è un trattato di estetica, non è un manuale di tecnica pittorica. È un libro di profezie laiche, in cui misticismo e filosofia dell’arte, meditazioni metafisiche e segreti artigianali si sovrappongono e si confondono, nel presentimento di un’arte nuova. L’aurora della pittura, che Kandinsky crede di annunciare, si riverbera anche sulle sue pagine, che ci appaiono insieme incerte e perentorie, divise tra ombra e chiarore.” (Dalla postfazione di Elena Pontiggia).

Massimo Cacciari è un filosofo, accademico e politico. È stato per tre volte Sindaco di Venezia (1993-2000, 2005-2010). È ora professore emerito di Estetica presso la Facoltà Vita-Salute San Raffaele da lui fondata. Il suo pensiero, molto noto e discusso nell’ambito della filosofia contemporanea, si esprime in moltissime opere delle quali, tra le più recenti, ci si limita qui a ricordare Metafisica concreta (Adelphi, 2023).

Costo: 5€ con acquisto in biglietteria fino a esaurimento posti disponibili

6€ con preacquisto online

Info: https://www.gamtorino.it/it/evento/massimo-cacciari/

(comunicato stampa allegato)

 

 

   
Visite guidate in museo alle collezioni e alle mostre di Palazzo Madama, GAM e MAO
a cura di CoopCulture.
Per informazioni e prenotazioni: t. 011 19560449 (lunedì-domenica ore 10-17)

ftm.prenotazioni@coopculture.it

 

https://www.coopculture.it/it/poi/gam-galleria-darte-moderna/
https://www.coopculture.it/it/poi/mao-museo-darte-orientale/
https://www.coopculture.it/it/poi/palazzo-madama-museo-civico-darte-antica/

 

Margherita e le altre Signore della corte 

Domenica 8 marzo, ore 15.45

Un viaggio al femminile nella storia della corte sabauda

 

In occasione della Giornata internazionale della donna, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi è in programma una rievocazione particolare dal titolo Margherita e le altre Signore della corte, un percorso tematico dedicato alle figure femminili che hanno animato una corte complessa come quella sabauda.

Attraverso una narrazione coinvolgente, i visitatori saranno accompagnati in un viaggio a volo d’uccello nella storia della Palazzina: dal finire del XVIII secolo, attraversando l’Ottocento, fino agli inizi del Novecento con la Regina Margherita e la sua corte. Un’occasione per riscoprire storie, ruoli e personalità delle donne che hanno contribuito a definire il volto culturale e sociale della corte.

INFO

Palazzina di Caccia di Stupinigi

Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino (TO)

Domenica 8 marzo, ore 15.45

Margherita e le altre Signore della corte

Prezzo visita tematica: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 12 euro; ridotto 8 euro per ragazzi 6-17 anni e over 65.

Gratuito: minori di 6 anni e possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Royal Card, accompagnatori disabili

Giorni e orari di apertura: da martedì a venerdì 10-17,30 (ultimo ingresso ore 17); sabato, domenica e festivi 10-18,30 (ultimo ingresso ore 18)

Prenotazione obbligatoria per la visita guidata entro il venerdì precedente

Biglietteria: 011 6200634 stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

Non solo Hamnet, a teatro va in scena Juliet+Romeo

Venerdì 6 marzo, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, il sipario si alza su una storia che attraversa i secoli e continua a parlarci con la voce inquieta e luminosa della giovinezza. Va in scena “Juliet+Romeo”, l’adattamento firmato da Mario Restagno, con le musiche originali di Paolo Gambino, proposto da Accademia dello Spettacolo.

Non è solo una riscrittura. È un gesto. È un cambio di prospettiva. È la scelta di mettere Juliet davanti, nel titolo e nello sguardo. Quello che venerdì 6 marzo andrà in scena alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino è una storia antica dal cuore contemporaneo.

Quattro secoli fa, William Shakespeare raccontava l’amore assoluto e tragico di due adolescenti travolti da un mondo adulto incapace di ascoltarli. Ma cosa resta oggi di quella lingua, di quegli usi, di quei codici sociali così lontani dalla sensibilità dei ragazzi e delle ragazze del nostro tempo?

Da questa domanda nasce “Juliet+Romeo”: un lavoro di riedizione che traduce emozioni senza tradirle. La lingua si fa più vicina, le dinamiche più riconoscibili, le tensioni più immediate. L’obiettivo è uno solo: permettere agli adolescenti di oggi di sentire sulla pelle lo stesso turbamento, lo stesso slancio vitale che il pubblico elisabettiano provava nel 1595.

E in un’epoca in cui tutto corre, si consuma, si espone e si dimentica in fretta, questa storia diventa un invito a fermarsi e a chiedersi: che cosa significa amare davvero?

«È la festa della giovinezza, dell’energia vitale che contraddistingue questa fase della vita, questa volta raccontata dal punto di vista di Juliet», afferma il regista.

L’inversione dei nomi nel titolo non è un vezzo grafico: è una dichiarazione d’intenti.
Il Coro, nel prologo, afferma che «da sempre gli uomini cercano la guerra, da sempre le donne subiscono la guerra». È un segnale forte. È un cambio di sguardo che interroga il presente e le sue fragilità. Juliet non è più solo l’innamorata. È coscienza, è desiderio, è scelta. È una voce che reclama spazio.

In scena 22 artisti, di cui 18 under 30. Una compagnia che respira all’unisono con i suoi protagonisti. Juliet è interpretata da Beatrice Frattini, Romeo da Andrea Cantore, insieme a Daniela Freguglia, Renato Ligas, Jacopo Siccardi, Riccardo Marangoni, Fabrizio Merlo, Matteo Ardengo, Ester Barbarossa, Giorgia Chianello e agli studenti della Scuola Formazione Attore: Sara Zanirato, Gloria Puglisi, Alice Cavazzini, Suammy Bellini, Marta Marandola, Amanda Amador Silva, Lorenzo Beltrami, Amir Madih, Giulia Schivalocchi, Erika Orsini, M. Ignacia Loyola Diaz, Lucia Meneghini. Le coreografie sono di Marco Arbau.

Il progetto coinvolge i giovani esordienti della Bottega dello Spettacolo 3.0, un percorso che nasce per rispondere a una ferita concreta del mondo teatrale: la difficoltà, per chi ha appena concluso un percorso formativo, di trovare un immediato inserimento professionale. Il mercato spesso premia chi è già noto, chi ha un curriculum consolidato. Gli altri rischiano l’inattività, la frustrazione, la perdita di fiducia.

Con il contributo della Fondazione Compagnia di San Paolo, questo progetto diventa un ponte tra formazione e professione. Un atto di fiducia verso il talento giovane.

Abbiamo raggiunto il cast per alcune domande. Beatrice Frattini lei interpreta Juliet.

Che cosa significa oggi, per una ragazza della tua età, difendere un amore contro tutto e tutti?

Interfacciarmi con Juliet e il suo amore da difendere a tutti i costi è stata una sfida. A tratti l’ho sentita incomprensibile, poi abbiamo fatto pace.

Sento che la vera difesa dell’amore che si concretizza nel dover spiegare perché cerco di vedere il buono nella vita, nelle persone e soprattutto nel credere che tutto andrà bene; penso che la nostra esistenza sia attraversata da un amore immenso.

Cerco di guardare le situazioni con un occhio meno il meno polemico possibile, trovando l’amore per me stessa e per ciò che mi circonda.

Mi sento fortunata a vivere nell’amore e voglio difendere questo mio modo di stare nella vita, anche se può essere strano per qualcuno, anche se a volte può non sembrare logico.

(Beatrice Frattini)

È ribellione o bisogno di essere ascoltata?

Per Juliet c’è un impellente bisogno di essere vista, non importa in quale modo, penso che sia un misto tra ribellione verso un sistema che non le appartiene, un odio che non sente affine alla sua essenza di giovane ragazza, dall’altra parte penso che sia un bisogno di essere vista da qualcuno, Romeo soddisfa pienamente questo suo bisogno.

Essere ascoltata non è contemplato per Juliet, lei sa che non avrà modo di poter dire la sua opinione; per questo agisce, comprende che solo nell’azione otterrà ciò che vuole.

Per me, Beatrice, non c’è nessuna ribellione o bisogno di essere ascoltata. Juliet però mi ha fatto comprendere quanto l’adolescenza colpisca nel profondo, le emozioni sono amplificate ed è un privilegio rientrare in quello stato grazie a Juliet.

(Beatrice Frattini)

Andrea Cantore è invece Romeo che spesso è raccontato come impulsivo e romantico. In questa versione, quali fragilità emergono di più?

In questa versione si fa spesso riferimento al destino e Romeo si affida ad esso perché guidi il suo percorso, ma presto si ritrova tradito dal destino stesso che lo trascina in una spirale di morte: prima il suo migliore amico Mercuzio viene ucciso da Tebaldo e Romeo, accecato dalla rabbia, lo vendica. Con le mani sporche di sangue e scoperta la morte di Giulietta, si rende conto di essere stato giocato dal fato e perde ogni legame con la vita e con il mondo che lo circonda.

(Andrea Cantore)

In una società dove le giornate scorrono scandite dai social e dove spesso ci si nasconde dietro a uno schermo, esistono ancora uomini come Romeo pronti a tutto per difendere il loro amore?

Secondo me sì. I social stanno plasmando la nostra società in modi che ancora non conosciamo. A mio parere, i social permettono una diffusione del significato dell’amore sano, specialmente nelle nuove generazioni che sono molto più consapevoli delle proprie emozioni e agiscono per abbattere i pregiudizi e le violenze.

(Andrea Cantore)

E infine, abbiamo rivolto due domande anche agli allievi della Bottega dello Spettacolo 3.0.

Quanto è importante, per voi, poter debuttare in un progetto che vi mette al centro non solo come interpreti ma come generazione?

Non importante, direi fondamentale: dei ragazzi che parlano a dei ragazzi. Siamo già abituati a sentire discorsi di persone più grandi di noi che forse neanche capiscono di cosa abbiamo realmente bisogno, ma che ci trasmettono nozioni sul loro modo di vivere e di comportarsi che, ai nostri occhi, a volte risultano obsolete e poco interessanti. Quanto è bello invece quando sono dei ragazzi, con grandi opere come questa, a lanciare messaggi così importanti come amicizia, amore e rispetto. Messaggi che, se fossero trasmessi dagli “adulti”, verrebbero considerati “parole al vento”, mentre qui, in forma d’arte, riescono a essere recepiti molto meglio che su un qualsiasi banco di scuola. In questo modo diventano più vicini, più veri, e soprattutto più facili da comprendere.

(Matteo Ardengo)

Se doveste raccontare l’amore della vostra generazione con una sola immagine, quale scegliereste e perché?

“Gli amanti” di René Magritte incarnano perfettamente come noi giovani oggi viviamo l’amore. Viviamo in un mondo frenetico che ci porta a trascurare i piccoli gesti e le sfumature, finendo per non vedere davvero la persona che abbiamo davanti. Per paura di soffrire o di affezionarci, spesso scegliamo relazioni superficiali e passeggere, perdendo così il significato più profondo dell’amore.

(Gloria Puglisi)

“Juliet+Romeo” non è soltanto uno spettacolo. È un laboratorio di possibilità. È un atto di fiducia nei confronti dei giovani. È un invito a guardare l’amore non come un cliché romantico, ma come una forza capace di mettere in discussione guerre, famiglie, convenzioni. E oggi, più che mai, ne abbiamo un estremo bisogno.

Lori Barozzino

L’estate feroce di Sebastian, all’improvviso: con una grande Laura Marinoni

All’Astra, si replica sino a domani

C’è parecchio di autobiografico in Improvvisamente l’estate scorsa che Tennessee Williams mandò in scena nel gennaio del 1958 e che già l’anno successivo ebbe la sua trasposizione cinematografica, regista Joseph Mankiewicz e superbe interpreti Katherine Hepburn ed Elizabeth Taylor, successo tenuto a bada fortemente dal Codice Hays, con l’obbligo di cancellare quanto potesse alludere all’omosessualità di un protagonista che non avremmo mai neppure visto in volto. Un’omosessualità che toccava l’autore proprio in un periodo in cui maggiormente egli tentava di nasconderla a se stesso, come una vicenda che riportava a galla ombre di una vita familiare nella quale una madre, Edwina, aveva spinto al ricovero presso un ospedale psichiatrico la figlia Rose, alla sua operazione al cervello con una lobotomia e di cui Williams non volle mai esprimere un perdono, anzi alimentando in se stesso un profondo senso di colpa per non aver fatto abbastanza nei confronti della sorella.

In questo dramma dell’autore americano – che s’inserisce perfettamente nella stagione dell’Astra dove a campeggiare sono i Mostri: “il mostro è la natura, le sue grida, i rumori selvaggi, il mostro è un Dio feroce che osserva i veri mostri, gli esseri umani, che non sono più capaci di amare”, quasi targava lo spettacolo il regista Cordella – coabitano arte e poesia, sesso e un carico abnorme di menzogne, all’ombra di due grandi personaggi femminili. C’è Violet Venable che con ogni mezzo cerca di accrescere anche post mortem quella sintonia che sempre l’aveva legata al figlio Sebastian, scomparso l’estate precedente, di cancellare ogni traccia della sua omosessualità e di complesso edipico, di ricordarlo nella sua castità e di farlo ricordare come un grande poeta, anche se la sua produzione s’arrestava a un solo componimento l’anno, il loro “canto d’estate”, di chiuderlo in quel referto che parlava di cause naturali. Ogni cosa ancor serrata in una società americana degli anni Cinquanta e nel suo perbenismo. C’è Catherine, depositaria di una verità ben diversa, che torna nella casa dove è cresciuta dopo un forte trauma subito, la morte del cugino Sebastian, che lei aveva accompagnato durante un viaggio nel nord della Spagna: una ragazza che zia Violet è ferocemente spinta a far ricoverare in una clinica psichiatrica – dietro il compenso alla stessa di un milione di dollari – perché venga effettuato un trattamento di lobotomia, perché Catherine non possa più ricordare.

Toccherà al dottor Cukrowicz (logico, raisonneur in abiti chiari) far luce su quel passato raccontato con ambiguità e maniere talmente diverse (l’adattamento cinematografico s’allargava alle pressioni del direttore della clinica voglioso non poco d’intascare i soldi per la sponsorizzazione, la costruzione di un nuovo padiglione: come nelle radici del dramma anche la madre della ragazza e il fratello non sono affatto innocenti dal rifiutare quel che può cadere dal portafoglio di zia Violet), lasciarlo riaffiorare, cancellare i dubbi, spetterà a lui, attraverso l’uso del penthotal scoprire quanto la ragazza abbia saputo nascondere e ora inizia a rimuovere, attraverso indizi e nel lungo e ardimentoso e irto monologo finale che, nell’edizione coprodotta da LAC Lugano Arte e Cultura e dal Teatro Carcano, sul palcoscenico dell’Astra soltanto sino a domani, la giovane Leda Kreider regge con estrema sicurezza, applauditissima, con verità e strazio, con una sincerità tutta viscerale. Si tratterà di rivivere gli ultimi momenti di Sebastian, svelarne l’ambigua manipolazione di chi gli è stato accanto, sia madre che cugina (ma anche capace di gesti sinceri (?) di gentilezza, con l’acquisto di abiti eleganti e costosi), di chi ha usato affinché in quelle sue “vacanze” di fulminee liaison, accompagnato nei luoghi eleganti di mezza Europa o nelle case di New Orleans come in luoghi dove avrebbe potuto incrociare quelli che la madre continua a chiamare “mercanti”, gli potesse essere esca per i suoi incontri sessuali con altri ragazzi. La tragedia, espressa in tutta la sua ferocia e nel raccapriccio della rappresentazione del ricordo, è accaduta nell’ultimo viaggio, proprio l’estate scorsa, all’improvviso: sulla costa spagnola, a Cabeza de Lobo, vittima di un rito quasi pagano, in un nuovo sacrificio che ancora rispecchia il mito di Dioniso e delle Baccanti e di Penteo, nel suo più drammatico versante orgiastico (in precedenza avevamo avuto il racconto dei neri uccelli che divorano i piccoli delle tartarughe appena nati mentre tentano di raggiungere il mare), Sebastian era stato assalito, sotto gli occhi di Catherine, e letteralmente quasi divorato da quei “pezzenti” a cui lui avrebbe voluto sottrarsi. Ora Violet si rivolge al dottore e gli parla come fosse suo figlio.

Quel che il regista Stefano Colella ha reso – disseminando i suoi attori per l’intera area a prendere possesso di presente e di passato – all’interno di uno spettacolo irto di difficoltà e di non facile resa (tutto potrebbe risolversi in uno slabbrato e convenzionale mélo), con autentica e appagante padronanza, è la tensione, la secchezza nel racconto e nell’azione, nella seduta psicanalitica che attraversiamo, in quello che si fa thriller scena dopo scena, in quanto lo spettatore segue e viene a conoscere, per sguardi, per frasi interrotte, per tenui confessioni, per parole e per urla, per scontri di donne: aiutato, nell’arrivare al pieno successo, dalle luci di Marzio Picchetti e dal suono di Gianluca Agostini, che si diffondono ostentatamente nella scena di Guido Buganza, che è un rigoglioso giardino, “come se fosse abitato da bestie, serpenti e uccelli, tutti di natura selvaggia”, avverte Williams nella didascalia generale, quello antico di Sebastian in cui allevare piante carnivore che andranno sfamate con migliaia d’insetti coltivati o fatti arrivare da luoghi lontani, una foresta a ricoprire – ma poi tutto andrà simbolicamente rimosso da un tecnico di scena – un’auto sgangherata che è altresì casa rifugio tomba altare sormontato da un baldacchino che scenderà nel finale a cancellare ogni cosa. Con tutta la eccellente partecipazione dei suoi compagni Elena Callegari, Ion Donà ed Edoardo Ribatto, efficacissimo dottore chiamato a indagare, Laura Marinoni – già applaudita Blanche alcuni anni fa nel Tram, ancora Williams, messo in scena da Antonio Latella, è una Violet feroce e sanguigna, madremostro, forte e ambigua verso se stessa e gli altri, grande in quel suo rifugiarsi nell’abitacolo illuminato dell’auto e nel calarsi nella solitaria pazzia.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Luca Del Pia

“La vergogna deve cambiare lato”, il Salone del Libro ospita Gisèle Pelicot

Alla “Cavallerizza Reale”  il suo libro “Un inno alla vita”

Mercoledì 18 marzo, ore 18,30 (aperte le prenotazioni)

“Questa storia non mi appartiene più del tutto. Ha risvegliato un dolore muto e profondo, emerso dalla notte dei tempi. Ha provocato una magnifica scossa tellurica. Come valutare ciò che è successo, ciò che il mio calvario ha scatenato? Quelle donne che mi scrivono di avere infine trovato la forza di parlare, di affrontare ciò che hanno subito, addirittura di divorziare, quelle migliaia di lettere, quell’uomo che, sul binario di una stazione mi dice grazie per le sue  due figlie che si affacciano alla vita, quelle adolescenti che mi hanno riconosciuta dall’altra parte del mondo, dove si sono avvicinate con le lacrime agli occhi sotto la statua monumentale del Cristo che domina Rio de Janeiro e quella coppia incrociata sulle dune non lontano da casa, che ha detto di volermi bene … Sorrido, ringrazio, rispondo che anch’io voglio bene a loro, cerco di disinnescare un eccesso di ammirazione nel loro sguardo. Non ho fatto altro che camminare sull’orlo di un baratro, il mio”.

Sono parole tratte dal 18° Capitolo di “Un inno alla Vita”, recentemente pubblicato in Italia da “Rizzoli”, scritto (con il titolo originale “Et la joie de vivre”) insieme alla giornalista Judith Perrignon e che Gisèle Pelicot ha presentato per la prima volta l’11 febbraio scorso a “La Grande Librairie”, programma letterario della televisione pubblica francese, attirando l’attenzione di oltre mezzo milione di spettatori e ribadendo quello che è ormai il suo “mantra” quotidiano: “la vergogna deve cambiare lato … non hanno più da essere le vittime a provare vergogna nel denunciare le aggressioni sessuali, ma chi le commette”.

Il suo “memoir” è oggi pubblicato a livello internazionale in ben 22 lingue e Gisèle, il 14 luglio del 2025, ha ricevuto l’onorificenza dell’“Ordine della Legion d’Onore”, influenzando probabilmente, con la sua storia, anche la modifica della definizione di “stupro” nel “Codice Penale” francese. Oggi Gisèle è una vera “icona femminista mondiale”, ha 73 anni ma vive una “nuova vita” (la “sua” vita) solo da due. Dal 2024, al termine del cosiddetto “caso Pelicot”, noto in Francia come “Processo di Mazan” (dal nome della cittadina francese dove vive la famiglia Pelicot) aperto nel 2020, a seguito di un’indagine che aveva rilevato come, tra il 2011 e il 2020, il marito di Gisèle, Dominique, avesse abitualmente sedato, con fortissime dosi di tranquillanti, la moglie per violentarla e farla violentare – filmandola – da circa cinquanta uomini di età compresa fra i 21 ed i 68 anni. Un orrore! Che investe Gisèle, al pari di un terrifico ciclone. Ma senza piegarla. Anzi, dotandola di una forza di cui forse anche lei mai si sarebbe ritenuta capace. Accetta di affrontare il processo a porte aperte, proprio per trasformare “la sua storia individuale in una presa di posizione collettiva”. La violenza da lei subita, vuole si faccia scudo e specchio di tutte le violenze subite dalle tantissime donne vittime come lei di una feroce criminalità che ben poco ha di umano. Comincia la “sua” personale battaglia. Le sue parole, i suoi gesti, le sue lotte si inseriscono appieno nel cuore del dibattito contemporaneo sui “diritti” delle donne. E qui s’inserisce pur anche l’idea del libro “Un inno alla vita”, in cui Gisèle ripercorre il suo dolore, il percorso giudiziario e il non facile ma decisivo “ritorno alla vita” dopo l’orrore e la violenza inaccettabile delle “torture” subite da parte di chi credeva essere un vero “compagno di vita”.

Tutto questo sarà possibile ascoltare dalla voce della stessa Gisèle Pelicot, invitata alla “Cavalerizza Reale” di Torino (via Verdi, 9), proprio per presentare, in dialogo con Annalena Benini (direttrice del “Salone del Libro”), il suo “memoir”. L’incontro è in programma per mercoledì 18 marzo (ore 18,30) e fa parte del programma di “Aspettando il Salone”, il ciclo di appuntamenti che accompagna lettrici e lettori verso la prossima edizione del “Salone”, in programma a “Lingotto Fiere”, da giovedì 14 a lunedì 18 maggio prossimi, creando momenti di confronto con alcune delle figure più autorevoli e significative della scena culturale internazionale.

L’evento è gratuito con prenotazione obbligatoria, fino a esaurimento posti.

Le prenotazioni sono aperte da alcuni giorni sul sito del “Salone Internazionale del Libro” di Torino: www.salonelibro.it

Gianni Milani

Nelle foto: Gisèle Pelicot e Annalena Benini

“Un pezzo grosso”, riscoperta un’avventura firmata Orson Welles

In attesa della mostra di aprile al Museo del Cinema

S’intitola Un pezzo grosso il libro che, nella collana Oceani, nella traduzione di Alberto Pezzotta e con testi di Gianfranco Giagni e Sergio Toffetti, La nave di Teseo proporrà in libreria dal 31 marzo prossimo: autore Orson Welles. In copertina, su fondo giallo, una figura militare alla Baj, poi l’inedito di un Maestro del Cinema, un’opera ritrovata, un gioiello insperato per il mondo dei cinefili e degli appassionati, un ritratto tutto da scoprire di chi, a ventitré anni (era nato nel 1915), inventò alla radio La guerra dei mondi, “spettacolo” che buttò nel panico migliaia e migliaia di americani che in quel momento credettero di essere sotto attacco da parte dei marziani. Tra i tanti I am che lo incoroneranno in quella che sarà l’immagine introduttiva della prossima mostra a lui dedicata nelle sale del Museo del Cinema di Torino (dal 1° aprile, a cura di Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque Française) c’è anche un I am a magician: possiamo negare forse che quell’aspetto magico, perturbante, irrequieto, illusorio – “un talento che non finisce mai di stupire” – sia nato proprio da quella voce radiofonica?

Ringrazio il Museo del Cinema di Torino per aver scelto La nave di Teseo come luogo in cui fare atterrare questo romanzo inedito in Italia di Orson Welles. Per La nave di Teseo costituisce un arricchimento decisivo del suo catalogo già popolato di libri di straordinari registi”, dice Elisabetta Sgarbi, direttore generale della casa editrice. Le risponde Carlo Chatrian, direttore del Museo, spiegando in qualche modo il perché di una scelta: “Welles è per tanti versi un Teseo moderno, un esploratore che mette in comunione mondi distanti, un visionario che ha attraversato diversi territori (artistici) e che ha visto più lontano di molti altri. Per questo i suoi film, i suoi disegni, i suoi scritti ancora oggi ci interpellano: e noi siamo molto felici che la fantasia scritta da Orson Welles negli anni Cinquanta – e purtroppo reale e molto attuale – veda la luce nella traduzione italiana.”

Il romanzo è stato pubblicato sinora soltanto in Francia, nel 1953, ma in un’edizione rimaneggiata e diversa dalla presente e mai negli Stati Uniti o in altri paesi anglofoni: di recente ne è stata rinvenuta una copia originale presso il Fondo Welles del Museo Nazionale del Cinema di Torino, “che aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione del suo immaginario e della sua libertà creativa.” Il lettore si ritroverà negli anni Cinquanta, a bordo di una nave in rotta verso Malinha, in cui è una dittatura a dettare legge, sulla quale il giovane Joe Cutler incontra Susie, in viaggio per conoscere il paese del fidanzato: equivoci clamorosi faranno scambiare Cutler per un agente americano sotto copertura, gettando nel panico l’intera isola. Mentre si decide da parte dei governanti d’apparire come una democrazia, il caos coinvolgerà arresti, complotti, elezioni improvvisate, passione inattese e colpi di stato.

e. rb.

Nelle immagini, Orson Welles (foto di Carl Van Vechten del 1937) e Elisabetta Sgarbi (foto copyright: Julian Hargreaves)

Trame di donne che hanno attraversato rivoluzioni, salotti e palcoscenici

Ci sono storie che non sempre sono state raccontate. Trame di donne che hanno attraversato rivoluzioni, salotti e palcoscenici, lasciando tracce profonde nel tessuto della nazione. Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano le riporta al centro, perché la memoria è specialmente un atto di giustizia.
In occasione della Festa Internazionale della Donna, dal 6 all’8 marzo 2026, il Museo promuove due appuntamenti e una visita guidata, dal titolo Trame di donne. Storie, passioni e impegno dal Risorgimento a oggi. Tre giorni, tre modi diversi di raccontare le donne che hanno fatto la storia: attraverso la parola, la musica e i luoghi stessi della memoria.

Il programma degli appuntamenti:
6 marzo 2026 – Margherita 100 anni dopo
Chi era davvero Margherita di Savoia, al di là della corona? Il Professor Pierangelo Gentile (Università di Torino) la racconta nella sua sorprendente complessità, analizzandone il gusto per la moda, la passione per la montagna e l’impegno sociale che ha definito la sua figura ben oltre il titolo regale. Un ritratto unico, in dialogo con il progetto di Palazzo Madama “Donne del Piemonte. Potere, cura, diritti, futuro” in corso a Palazzo Lascaris. L’incontro si terrà alle ore 17.30 in Sala Plebisciti, ad ingresso gratuito e senza prenotazione fino a esaurimento posti.
7 marzo 2026 – Il Musicista e la Contessa
Parigi, anni Ottanta dell’Ottocento. Il giovane compositore Ernest Chausson incrocia la storia della leggendaria Contessa di Castiglione: icona e anticipatrice geniale dell’arte di costruire la propria immagine. Francesca Pilato ha scritto appositamente per il Museo un racconto che prende vita tra lettere e musica, sulla voce narrante di Ornella Pozzi, le note di Francesca Nobile al flauto e Alfredo Castellani al pianoforte. Lo spettacolo andrà in scena in due occasioni nel corso della giornata, alle ore 11.00 e alle 16.00 in Sala Codici e sarà incluso nel biglietto di ingresso al Museo. Per garantirsi un posto, è consigliabile prenotare in anticipo.
7 e 8 marzo 2026 – Donne del Risorgimento
Presenze spesso silenziose, mai secondarie, sono le protagoniste femminili del Risorgimento italiano. Le guide del Museo conducono i visitatori attraverso le sale del Museo alla scoperta del ruolo che ebbero le donne nei processi politici, sociali e culturali del Risorgimento. Le visite si svolgeranno nei due giorni alle ore 11.30, 15.30 e 16.30: il 7 marzo sono gratuite per le donne su prenotazione, incluse nel biglietto d’ingresso, mentre l’8 marzo, giornata di apertura straordinaria fino alle ore 19.00, sia l’ingresso al Museo che le visite saranno gratuiti per tutte.
Le prenotazioni per gli spettacoli e le visite guidate saranno disponibili tramite il sito del Museo e il centralino.
Per ulteriori informazioni:
https://www.museorisorgimentotorino.it/
Numero centralino: +39 011 5621147

Le donne di Ranverso

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Sabato 7 marzo, ore 15.30

 

Una visita alla scoperta delle figure femminili ritratte nei dipinti della chiesa abbaziale

 

Da Barbara a Marta, da Margherita a Maddalena: in occasione della Giornata internazionale della donna, sabato 7 marzo è in programma alla Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, una visita alla scoperta delle figure femminili ritratte nei dipinti della chiesa abbaziale. Partendo dai cicli di affreschi, uno dei più alti esempi di gotico internazionale del Piemonte, si scopriranno le storie di queste sante, in bilico tra avventura e fiaba. 

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Sabato 7 marzo 2026, ore 15.30

Le donne di Ranverso

Costo visita: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

È indispensabile la prenotazione entro il giorno precedente.

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

Uomini si diventa. Nella mente di un femminicida

Teatro Concordia

Venerdì 6 marzo, ore 21

 

Reading contro la violenza sulle donne con Alessio Boni e Omar Pedrini

 

Alessio Boni e Omar Pedrini con Uomini si diventa, Nella mente del femminicida affrontano un viaggio immaginario nella mente del carnefice in uno spettacolo scritto da otto autori, volutamente uomini, che si denunciano come rappresentanti di una categoria.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Venerdì 6 marzo 2026, ore 21

UOMINI SI DIVENTA. Nella mente del femminicida

Con Alessio Boni e Omar Pedrini

Chitarra, musiche e voce Omar Pedrini

Testi di Massimo Carlotto, Andrea Colamedici, Pino Corrias, Edoardo Erba, Maurizio De Giovanni, Marcello Fois, Daniele Mencarelli, Francesco Pacifico

Regia Alessio Boni

Ideato e prodotto da Teatro Carcano

Biglietti: intero 22 euro, ridotto 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

Il femminicida non è un malato, è un figlio sano del patriarcato. È uno di noi, cresciuto come noi, che pensa come noi. Che in maniera più o meno consapevole considera la donna un essere inferiore. Da “proteggere” e ingabbiare, da sminuire, soggiogare, quando non da picchiare, violentare, ammazzare. In Italia ne muore una ogni tre giorni, la stragrande maggioranza per mano di chi dovrebbe amarle. Non si contano i casi di stupro, di botte tra le mura di casa, di aggressioni o catcalling per strada, di plagio psicologico, di violenza economica, di mansplaining, di intimazioni tipo “Stai zitta!”: un sommerso di male che rende metà della popolazione vittima, l’altra metà carnefice. 

Questo progetto è un viaggio. Un viaggio immaginario nella mente del carnefice, che uccide in tanti modi, non solo con un’arma. Un viaggio ideato dal Teatro Carcano, scritto da otto autori, volutamente uomini, e interpretato da me e Omar Pedrini: insieme denunciamo noi stessi come rappresentanti di una categoria, in un momento di autocoscienza collettiva di cui, oggi più che mai, sentiamo il bisogno. Lo inauguriamo il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, ma vorremmo ripeterlo ogni giorno, questo tentativo di affrancamento da un retaggio culturale patriarcale che ci ha formati, con cui abbiamo convissuto fino a ora e che adesso vogliamo provare a smantellare. Perché anche se ogni volta che leggiamo un titolo di cronaca istintivamente pensiamo “Io non sono così, io non lo farei mai”, nel nostro profondo sappiamo che, nel corso di una vita, qualche tipo di sopraffazione nei confronti delle donne, magari inconsapevolmente, l’abbiamo compiuta anche noi.

Alessio Boni

Debora Caprioglio, la tragedia di Artemisia e i femminicidi della nostra epoca

L’INTERVISTA

Appuntamento al teatro Erba per la Festa della Donna

Federico Valdi e Roberto D’Alessandro, che ne ha curato anche la regia, hanno scritto – con occhio attento ai verbali del processo e ai tanti scrittori grazie ai quali si sta ridando una giusta affermazione a una figura di donna-artista per troppo tempo offuscata dal nome paterno, da Anna Banti con il suo notissimo studio-romanzo ai più recenti Alexandra Lapierre e Melania Mazzucco, Costantino D’Orazio e Salvatore Tedesco – “Non fui gentile, fui Gentileschi”, un monologo affidato alla passione e alla bravura di Debora Caprioglio (in veste di produttrice con la società Quadrifoglio Produzioni, come lo è già stata per il precedente “Callas d’incanto”, proprio di questi mesi è la stesura del nuovo “L’elefante e la colomba”, stessi autori, sulla relazione tra Frida Kahlo e Diego Rivera) che porta Artemisia in palcoscenico da circa tre anni: un testo drammatico, “secco” lo ha definito qualcuno, che sviscera la più importante pittrice del Seicento. Figlia di un padre, Orazio, che fu un maestro messo di fronte al talento della figlia, da un’iniziale preparazione dei colori come a quella delle tele, dalla purificazione degli oli al confezionamento dei pennelli di setole e pelo animale, iperprotettivo come paternamente interessato al suo successo (scriverà alla Granduchessa di Toscana: “Mi ritrovo una figliuola femina con tre maschi, e questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nella professione della pittura, in tre anni si è talmente appraticata, che posso ardir de dire che hoggi non ci sia pare a lei”) e artefice di un matrimonio riparatore all’indomani delle torture e del processo contro Agostino Tassi (“serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto”), padre con cui coltivò rapporti filiali per affievolirli dopo quell’episodio che avrebbe segnato per sempre la sua esistenza e l’avrebbe spinta a trovare una propria piena indipendenza, in seguito tra Genova e Londra e Napoli.

Debora, in un’intervista hai detto che questo è uno spettacolo “secco”. Lo vuoi inquadrare meglio?

Tutta la parte finale dello spettacolo è il resoconto esatto degli atti del processo, abbiamo messo a sedere Artemisia su uno sgabello, ben ferma, le mani in grembo, priva di qualsiasi movimento, a descrivere tutto il suo strazio di donna oltraggiata. L’azione non coinvolge soltanto me come interprete ma bensì il pubblico tutto: in quel momento so di catturare la sua attenzione e di averlo portato dentro la storia, per cui anche chi non ha una smodata passione verso questi fatti o certe conoscenze nei confronti di un clima sociale che coinvolgeva non poco le leggi dei tribunali, rimane necessariamente coinvolto. Quando mi sono documentata per mettere in scena il testo, a dare voce ad un carattere tanto deciso e determinato e tormentato, confrontandomi con vari critici d’arte, mi sono resa conto che quell’episodio ha continuato a essere il punto di riferimento di una intera esistenza, al di là della eccezionalità della sua pittura, alla difficoltà nel voler esercitare una professione da cui nel suo secolo la donna era del tutto bandita, al privilegio, prima donna a goderne, di essere ammessa nel luglio 1616 alla prestigiosa Accademia delle arti del disegno di Firenze. Ne abbiamo cavato fuori – continua l’attrice che porterà il monologo domenica 8 marzo alle ore 16 all’Erba – tutta la drammaticità e la tragedia di questa donna, schiacciata da un mondo in cui sono compresi – d’un modo ben visivo e affermativo – esclusivamente gli uomini, che tracciano e dispongono, che dopo un processo per stupro, accompagnato da torture che avevano il fine di precluderne la futura professione e umilianti visite genealogiche e dalla presenza di falsi testimoni, vide la condanna dell’imputato risolversi in un nulla di fatto.”

Inevitabile che la vicenda di Artemisia porti a parlare non soltanto della sua epoca ma anche della donna di oggi, della violenza, dei femminicidi.

È una eterna lotta contro i soprusi. Anzi, ci stiamo avvicinando a fare un discorso di sopravvivenza, di quotidiane rivendicazioni. Ci siamo accorte che il vaso è colmo e che da qualche parte deve riversarsi, che è necessario reagire. Magari con gesti che per un attimo possono apparire esteriori, come le distese di scarpe rosse sulle piazze, o con certe etichette o slogan che non mi sono mai piaciuti. Io farei piuttosto un discorso di “donne” più che di femmine. Stiamo vivendo da alcuni anni, e in questi giorni si sta acuendo, una situazione molto preoccupante: e quella della donna non è da meno, io non posso pensare che arrivati al 2026 dobbiamo ancora leggere di continue uccisioni di donne, di compagne, di madri. Cosa necessaria è il rafforzamento delle pene, che troppe volte non sono pareggiabili agli atti di certi uomini.”

Nel monologo fai dire ad Artemisia “siamo fortunati a vivere di ciò che abbiamo”: ti riconosci in quelle parole?

È una frase che può andare benissimo per la Callas, altro personaggio che mi è piaciuto affrontare attraverso le confessioni della sua cameriera, o per Artemisia come per me, certamente. I miei inizi di attrice sono stati sicuramente chiacchierati, ho attraversato con Tinto Brass il cinema erotico e con lui, dopo “Paprika”, nel ’91, ho proprio debuttato all’Erba con “Lulu” di Wedekind, con Kinski e Lamberto Bava quello horror, con Castellano e Pipolo la commedia. Poi ad un certo punto ho voluto rivolgere la mia attività in ben altra direzione e mi sono affidata a Francesca Archibugi per “Con gli occhi chiusi” o a Ugo Chiti per “Albergo Roma”; o anche alle piccole partecipazioni, come quella fatta con Peter Greenaway per quel “Ripopolare la reggia” che ancora oggi potete vedere all’interno delle sale della reggia di Venaria, o alle grandi fatiche buttandomi in una “Isola dei famosi” che mi ha visto arrivare seconda: sino a trovare nel teatro una vera ragion d’essere e un successo bello e appagante. Un teatro fatto di quella disciplina che mi hanno insegnato i miei maestri, Mario Scaccia o Branciaroli o Mariano Rigillo, un teatro che è incontro quotidiano, che ti lascia esprimere il racconto o la passione di quel che facciamo, che ti porta a considerare maggiormente la tua maturazione di donna e di attrice, che magari a volte può non appagarti come vorresti per quel che riguarda il lato economico, ma dove le soddisfazioni sono più grandi, più immediatamente tangibili.”

Arrivata a questo punto, anche in fatto di libertà imprenditoriale, di personalità accresciuta, meglio il monologo o la vita all’interno di una compagnia, di coabitazione, di tournée?

Con il primo mezzo ti ritrovi sola in scena, capisci che la responsabilità è maggiore, che tutta una sala è venuta a vedere soltanto te, la macchina che devi guidare è in mano soltanto a te. Ti misuri veramente con la tua condizione di donna e di attrice e devi dare tutta te stessa. Come allo stesso modo considero vero quanto io ami lavorare in squadra, confrontarmi con gli altri ogni sera, ami la compagnia e lo spostarsi di piazza in piazza, di sala in sala, saggiare con i miei colleghi pubblici nuovi. Perché io sono un animale sociale.”

Elio Rabbione