Cosa succede in città- Pagina 2

I Presìdi Slow Food a Terra Madre Salone del Gusto 2026

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A Torino sbarcano oltre 130 Presìdi Slow Food italiani, di cui 12 novità che verranno presentate ufficialmente nei giorni dell’evento. Ecco la mappa delle new entry più gustose, dalla Calabria al Trentino, dal Veneto alla Sicilia, passando per Basilicata, Toscana e Lazio. E nasce anche un nuovo Presidio Slow Food nazionale: quello della castanicoltura tradizionale. Per quattro giorni, dal 24 al 27 settembre, il centro di Torino accoglie il meglio della biodiversità targata Slow Food. Piazze, vie e cortili della città ospitano centinaia di espositori e produttori, tra cui quelli di oltre 130 Presìdi Slow Food, i progetti che hanno l’obiettivo di salvaguardare piccole produzioni tradizionali a rischio d’estinzione. Tra questi, 12 novità che nell’occasione saranno presentate ufficialmente. Sono legumi, ortaggi, frutta, lievitati, mieli e formaggi che non rappresentano soltanto alimenti buoni, puliti e giusti: sono storie di agricoltori e contadine, allevatori e pastore, artigiani e artigiane del cibo che con determinazione, coraggio e visione scommettono su varietà autoctone e razze locali che l’omologazione – della cultura alimentare, del gusto, del commercio – rischierebbe altrimenti di cancellare per sempre. E c’è un nuovo Presidio che unisce tutta la penisola: quello della castanicoltura tradizionale. Un progetto che, partendo dal cosiddetto “albero del pane”, mette al centro la rigenerazione delle Terre Alte nel loro complesso. I numeri dei Presìdi Slow Food: più di 130 quelli italiani presenti a Terra Madre Salone del Gusto 2026 12 novità per la prima volta a Torino più di 700 Presìdi Slow Food nel mondo, di cui oltre 400 in Italia

Nel cuore di Torino la rivoluzione è un piatto di pasta: la storia di Brün nel quartiere Centro

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Informazione promozionale

Esistono luoghi capaci di ridefinire l’identità di un intero quartiere, anche quando ci si trova nel cuore pulsante e dinamico di una metropoli.

 

Nel pieno centro di Torino, a due passi dalle storiche vie sabaude, Brün – Buona Pasta Fresca ha fatto esattamente questo: ha preso la tradizione millenaria del pastificio artigianale e l’ha trasformata in un punto di riferimento quotidiano per residenti, lavoratori e amanti del buon cibo.

La vera forza di Brün sta nella sua doppia anima: non siamo solo un laboratorio dove acquistare la pasta fresca da portare a casa, ma un vero e proprio spazio di ristorazione. Qui la pasta non viene solo creata, ma viene cucinata sul momento per offrirti un’esperienza gastronomica completa, dalla semola al piatto pronto in tavola.

Un manifesto di sostenibilità: farine biologiche e residuo chimico zero

Entrare da Brün significa riscoprire il significato più autentico della parola qualità. La filosofia della nostra cucina e del nostro laboratorio si fonda sulla trasparenza assoluta della filiera, partendo dall’ingrediente più elementare e sacro: la farina.

·     Farine biologiche certificate: Selezioniamo esclusivamente farine bio, varietà di grani antichi del nostro meridione e grani pregiati come il Senatore Cappelli, macinati a pietra per preservare intatte tutte le proprietà nutritive e il sapore originario del chicco.

·     Residuo chimico zero: Una scelta etica rigorosa per garantire una pasta non solo straordinariamente buona, ma pulita e priva di pesticidi o glifosati, tutelando la salute dei clienti e la salvaguardia dell’ambiente.

·     Alta digeribilità: L’utilizzo di queste materie prime non raffinate e lavorate con cura artigianale si traduce in una pasta fresca leggera, nutriente e facilmente digeribile, perfetta per rigenerarsi a metà giornata.

Solo ingredienti del territorio: il Piemonte nel piatto e in cucina

La carta d’identità di Brün parla piemontese. Ogni condimento, ogni ripieno delle nostre specialità e ogni piatto espresso che esce dalla nostra cucina nasce da un’attenta ricerca di filiere controllate a km 0 e prodotti rigorosamente italiani e del territorio.

Dalla cremosità della Toma delle valli piemontesi o del Castelmagno ai porri locali, fino alle carni selezionate per i tradizionali agnolotti, ogni ingrediente racconta la biodiversità del Piemonte. Il nostro menu segue fedelmente il ritmo delle stagioni: non troverete mai un condimento fuori periodo, perché la vera eccellenza rispetta i tempi della terra.

Il rito del pranzo da Brün: come funziona la nostra ristorazione

Aperti tutti i giorni esclusivamente a pranzo, abbiamo pensato a una formula che unisce la freschezza del laboratorio artigianale alla comodità del ristorante. Pranzare da noi è un rito semplice e genuino:

1.   Scegli la tua pasta: Lasciati ispirare dai formati freschi del giorno esposti nella nostra vetrina.

2.   Scegli il condimento: Guarda la lavagna e abbina alla pasta i sughi espressi e stagionali preparati dai nostri chef, insieme alla tua bevanda preferita.

3.   Rilassati al tavolo: Accomodati, al resto ci pensiamo noi. Il tuo piatto ti verrà servito direttamente al tavolo, caldo e saltato al momento.

È la pausa pranzo ideale per i professionisti degli uffici del centro che cercano velocità senza rinunciare alla salute, ma anche per i torinesi DOC e i passanti che vogliono regalarsi un momento di autentico piacere.

Orgoglio sabaudo: l’identità torinese tra rigore e innovazione

Torino è una città che ama la concretezza, il lavoro ben fatto e la discrezione. Brün incarna perfettamente questa identità sabauda: poche parole, nessun fronzolo e tantissima sostanza nel piatto.

La tradizione piemontese viene celebrata quotidianamente attraverso i grandi classici – come le tagliatelle all’uovo e gli agnolotti di carne – ma viene anche proiettata nel futuro. Grazie alla flessibilità della sua proposta, il laboratorio sperimenta formati moderni e accostamenti inediti, dimostrando che l’artigianato locale non è un pezzo da museo, ma una materia viva, capace di evolversi e di conquistare le nuove generazioni.

Mettendo al centro la salute delle persone, la filiera corta e il piacere di sedersi a tavola, Brün – Buona Pasta Fresca ha dimostrato che fare ristorazione oggi significa prima di tutto creare valore e benessere per la propria città.

 

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Dove siamo

Ci trovi in Via Santa Teresa 16/D a Torino

Madonna di Campagna, 13enne molestata nel minimarket. Ma l’indagato torna libero e il caso accende la politica

Il 42enne era stato arrestato dopo la denuncia della ragazzina. Il giudice dispone l’obbligo di firma. Nordio avvia accertamenti ispettivi, mentre da maggioranza e opposizione arrivano richieste di chiarimento

Sta assumendo una dimensione nazionale il caso della tredicenne che sarebbe stata vittima di violenza sessuale in un minimarket di Torino, nel quartiere Madonna di Campagna. L’uomo accusato dell’episodio, un 42enne straniero che lavorava nel negozio, è stato rimesso in libertà dopo aver trascorso due notti in carcere. Nei suoi confronti è stato disposto l’obbligo di firma.

La vicenda risale allo scorso fine settimana. La ragazza sarebbe entrata nel locale per fare alcuni acquisti e qui sarebbe stata avvicinata dall’uomo. Una volta fuori ha raccontato quanto sarebbe accaduto alla madre, che ha dato immediatamente l’allarme. Le successive verifiche degli investigatori, comprese quelle sulle registrazioni della videosorveglianza, hanno portato all’arresto del 42enne.

Dopo l’udienza di convalida, tuttavia, il giudice non ha ritenuto necessario proseguire con la custodia cautelare in carcere, disponendo una misura meno restrittiva. Nella valutazione sarebbero entrati diversi elementi relativi alla posizione dell’indagato, compresa l’assenza di precedenti e il comportamento manifestato dopo l’accaduto.

È proprio la decisione di consentire all’uomo di lasciare il carcere ad avere trasformato rapidamente un grave episodio di cronaca in un caso politico e istituzionale. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha disposto accertamenti ispettivi al Tribunale di Torino per acquisire gli elementi necessari a ricostruire il percorso che ha portato alla decisione.

Le reazioni politiche sono state numerose e, fatto non frequente, le perplessità hanno attraversato sia la maggioranza sia l’opposizione. Dal centrodestra sono arrivate le prese di posizione più dure, con la richiesta di misure maggiormente restrittive e iniziative pubbliche di protesta. Nella foto la manifestazione di Fratelli d’Italia.

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

Al via la nuova stagione di Hiroshima Mon Amour

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A Torino settembre non segna soltanto il ritorno degli appuntamenti culturali dopo la pausa estiva. È anche il momento in cui i luoghi della città tornano a interrogarsi sul proprio ruolo: semplici contenitori di spettacoli o spazi capaci di costruire una comunità, un immaginario, un modo di stare insieme? Hiroshima Mon Amour sembra scegliere, ancora una volta, la seconda strada. Passando dai suoni afro-funk dei Savana Funk alla stand up comedy, dall’elettro-pop delle Feste Antonacci alle colonne sonore ispirate al cinema di Wes Anderson significa attraversare mondi apparentemente lontani e scoprire che, sotto la superficie, parlano spesso la stessa lingua: quella della ricerca, dell’ironia, della contaminazione e della capacità di trasformare riferimenti diversi in qualcosa di nuovo.

Il 12 settembre, ad aprire questa saranno i Savana Funk, protagonisti di una carriera che arriva al traguardo dei dieci anni. Il loro nuovo album, Behind The Eyes, raccoglie dieci brani nei quali afro, funk, blues e rock convivono senza preoccuparsi troppo dei confini di genere. La loro dimensione live promette di amplificare ulteriormente questo carattere immersivo e ipnotico.

Il 15 settembre il palco cambia completamente registro con Comedy Garden: Underdogs, realizzato in collaborazione con Torino Comedy Lounge. Stand up e improvvisazione portano a Hiroshima alcune voci nuove della comicità italiana.  Nel corso degli anni la comicità contemporanea è diventata uno degli strumenti attraverso cui una generazione racconta il proprio rapporto con il lavoro, le relazioni, la politica, il corpo, l’assurdità quotidiana. Attraverso una narrazione comica ci si interfaccia, così, con i problemi quotidiani con spirito critico ed una risata, che diventa strumento di riflessione ed analisi.

Il 16 settembre arrivano invece Le Feste Antonacci, duo elettro-pop italiano nato a Parigi nel 2018 e composto da Leonardo Rizzi e Giacomo Lecchi D’Alessandro. Il progetto mette insieme elettronica, funk, armonie vocali e senso dell’umorismo, confermando quella vocazione alla leggerezza intelligente che attraversa buona parte della nuova scena indipendente.

A chiudere questa sequenza, il 17 settembre, sarà invece un progetto che porta sul palco un’altra forma di contaminazione: Wes Banderson, alla sua prima data italiana. Da Londra arriva una band che esegue dal vivo le musiche tratte dai film di Wes Anderson, accanto a composizioni originali ispirate ai propri album.

 

La scommessa più interessante della nuova stagione di Hiroshima Mon Amour è quella di non scegliere tra i linguaggi, ma lasciare che siano i linguaggi a scegliere di incontrarsi in una città come Torino, dove la cultura contemporanea vive anche della relazione tra underground e istituzioni, tra tradizione e sperimentazione. Savana Funk, Comedy Garden: Underdogs, Le Feste Antonacci e Wes Banderson saranno quindi quattro appuntamenti, ma anche quattro possibili porte d’ingresso allo stesso universo. Ed è questa la funzione di un luogo culturale aprire porte che non sapevamo ancora di voler attraversare.

Hiroshima Sound Garden
12 settembre, Savana Funk, ore 22.00, ingresso 15 €
15 settembre, Comedy Garden: Underdogs, ore 21.00, ingresso 15 €
16 settembre, Le Feste Antonacci, ore 22.00, ingresso 20 €
17 settembre, Wes Banderson, ore 22.00, ingresso 15 €

Foto credit: Hiroshima Mon Amour

Valeria Rombolà

Purché (anche) l’aeroporto di Torino non prenda la via dei navigli

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Caro direttore,

nel lontano 1989 scrissi un libro che a Torino ebbe un certo successo, poichè riguardava proprio la città e i suoi abitanti con i suoi “migliori vizi e le sue peggiori virtù”. La pubblicazione ebbe la fortuna di uscire, sempre aggiornata, con altre sei edizioni fino al 2008. Fu nella prima edizione che ipotizzai l’esistenza della Sindrome di Fetonte, una farlocca teoria creata dal sottoscritto secondo la quale Fetonte, cadendo nell’Eridano vicino alla Gran Madre, fece talmente imbufalire il padre Apollo, che, per astio verso la città, lanciò una maledizione: tutto quanto fosse stato prodotto, ideato e sviluppato in quell’agglomerato urbano sarebbe comunque stato destinato ad un’altra cittadina sperduta tra le paludi padane. Indovinate quale. Già la prima edizione del libro comprendeva, semplicemente a titolo accademico, un paio di paginette che elencavano alcune attività che nel corso dei decenni avevano preso la via dei navigli. L’ultima edizione, quella del 2008, si era però arricchita di ulteriori elementi e le pagine erano già raddoppiate. Il mainstream sabaudo aveva sempre spergiurato che si trattasse di “opportunità” e tutte le riserve e le misurate contestazioni di noi provincialoni sul cosiddetto “sacco di Torino” altro non fossero che sterili piagnistei e infantili lamentazioni. Sarà, in ogni caso erano lo specchio di una incontrovertibile realtà che non si poteva nascondere dietro un paio di aggettivi più o meno azzeccati. E arriviamo al giorno d’oggi e all’ ennesima “opportunità” della presa di possesso dell’aeroporto Pertini da parte dei cuginetti meneghini. E scusate la rima. Leggo in questi giorni su La Stampa alcune interviste che riporto testualmente. Domanda: “L’aeroporto di Torino vola verso la fusione con Malpensa e Linate e a oggi la Regione e Comune non hanno quote in Sagat. E’ un rischio?”

Risposta: “La privatizzazione delle infrastrutture arriva da lontano. Le aggregazioni tra privati sono una conseguenza.”

Domanda: “Caselle, se le istituzioni non rientrano nella governance, non rischia di diventare scalo minore?”

Risposta: “La governance conta, ma la competitività internazionale verso le compagnie aeree e la buona gestione di più. Con Malpensa e Linate vedo orientamenti strategici complementari”.

Avete capito qualcosa?

Non so se risposte del genere facciano parte di una tecnica (non)comunicativa che si studia nelle più subdole Business School d’Europa oppure un triplo salto mortale sintattico per non rispondere.

Un famoso influencer di 2026 anni fa al quale ancora oggi si rifanno, a volte anche indegnamente, tanti politici, uomini della finanza e magnati di ogni genere, sosteneva testualmente “il vostro dire sia sì se è sìno se è no, il di più viene dal maligno.”

Pare evidente che non sia stato ascoltato, così, nell’incertezza, anche noi possiamo sostenere tranquillamente che anche questa sia l’ennesima “opportunità” per Torino, purchè l’aeroporto “Sandro Pertini” non diventi lo scalo “Massimo Boldi”.

Riccardo Humbert 

Furto aggravato di cibi e profumi al centro commerciale Lingotto

Negli scorsi giorni, la Polizia di Stato ha denunciato per il reato di furto aggravato in concorso due cittadini italiani, arrestandone uno in quanto colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere.
L’intervento è scaturito a seguito di alcuni controlli effettuati dagli agenti delle Volanti del Commissariato di P.S. Barriera Nizza nei pressi del Centro Commerciale Lingotto: gli agenti hanno notato due individui che, alla vista della pattuglia, hanno tento di dileguarsi.
Uno dei due soggetti, in particolar modo, ha attirato l’attenzione poiché indossava una felpa a maniche lunghe nonostante le elevante temperature estive e manifestava un evidente stato di agitazione.
A seguito di perquisizione personale, il quarantatreenne è stato trovato in possesso di prodotti alimentari appena asportati da un supermercato. Contestualmente, i poliziotti hanno controllato il trentaduenne rivenendo all’interno dello zaino della refurtiva sottratta da diversi esercizi commerciali, tra cui profumi di valore e diversi utensili da cucina oltre a scatolame alimentare vario.
I successivi accertamenti condotti presso le attività commerciali interessate e la visione delle immagini di video sorveglianza hanno consentito di ricostruire la dinamica e restituire la merce, per un valore di centinaia di euro, ai legittimi proprietari.
Dagli approfondimenti effettuati è emerso inoltre che a carico del trentaduenne pendeva un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a seguito dell’aggravamento della misura dell’obbligo di presentazione a cui era sottoposto. Pertanto, oltre a essere, entrambi denunciati per furto aggravato in concorso, il trentaduenne è stato anche arrestato, in virtù della misura a suo carico, e condotto presso la casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino.

La Città approva convenzione Museo Stadio Filadelfia

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La Fondazione Filadelfia comunica che in data odierna il Comune di Torino ha approvato la convenzione per la realizzazione del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata su via Giordano Bruno, nell’area dello Stadio Filadelfia Tutto ciò è stato possibile grazie al prezioso coordinamento del segretario della Fondazione, Roberto Bertasio, all’attività professionale dell’architetto Marco Bo e al supporto dell’assessore allo Sport del Comune di Torino, Domenico Carretta.

“La convenzione – dice il Presidente della Fondazione, Luca Asvisio – è il primo passo per poter arrivare alla realizzazione del Museo, che rappresenta una fondamentale testimonianza culturale e storica di un un club che è una delle pietre miliari dello sport italiano e cittadino. Per la realizzazione del Museo saranno ora necessari i contributi che ci auguriamo potranno giungere da Istituzioni locali e Fondazioni cittadine. Sarebbe un segno tangibile della consapevolezza dell’importanza di tale iniziativa”.

Per il prossimo autunno  sono in programma una serie di incontri per mettere a conoscenza della collettività il progetto e le necessità economico-finanziare conseguenti. “Ci auguriamo che questo primo passo possa portare al completamento della Cittadella granata”, conclude Asvisio.

Muore improvvisamente Gino Mattiolo, vicepresidente Ascom Torino

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Avrebbe compiuto 80 anni il prossimo novembre Gioacchino “Gino” Mattiolo, scomparso ieri improvvisamente, lasciando un vuoto profondo in Ascom Confcom Torino e provincia, di cui era Vicepresidente.

Il dottor Mattiolo“, come lo chiamavano tutti, è stato una presenza autorevole e stimata nella storia di Ascom Torino, al fianco della presidente Maria Luisa Coppa in tutte le battaglie dell’associazione.

Presidente dell’associazione degli agenti di commercio Fnaarc Ascom Torino e Coordinatore per il Piemonte e Valle d’Aosta, è soprattutto per la sua profonda umanità che oggi l’Associazione lo ricorda con commozione: gentile, cortese, sempre disponibile all’ascolto, capace di un’empatia autentica che lo ha reso benvoluto da tutti coloro che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui.

«Con Gino scompare un amico vero – ricorda la presidente di Ascom Confcom Torino e provincia, Maria Luisa Coppa – oltre che un professionista competente e stimato. Un uomo dal pensiero fine, sempre pronto al confronto e al sostegno anche nei momenti più difficili, con una grande capacità di analisi e di visione. Gli volevamo tutti molto bene e la notizia della sua scomparsa lascia in ognuno di noi di Ascom un vuoto e una tristezza immensi».

Gino Mattiolo aveva costruito una lunga carriera professionale nel settore dell’abbigliamento sportivo, come agente di commercio prima e poi con incarichi di sviluppo collezioni per importanti marchi del settore.

Il suo impegno associativo lo ha visto protagonista di un percorso istituzionale di grande rilievo: nel 1972 fu tra i fondatori dell’ANRAS, l’Associazione Nazionale Agenti e Rappresentanti di Articoli Sportivi, aderente alla Fnaarc. Nel 1995 fondò la Sport & Marketing Association, di cui fu presidente, portandola ad aderire alla Fnaarc. Divenne poi Presidente di Fnaarc Torino e provincia dal 2006 e Coordinatore del Consiglio Regionale Fnaarc Piemonte e Valle d’Aosta dal 2007.

In Ascom entrò a far parte della Giunta esecutiva, di cui divenne Vicepresidente dal 2007. Fu inoltre Presidente della Commissione Commercio INPS della Provincia di Torino dal 2008, membro del Consiglio della Camera di commercio di Torino dal 2009 e del CdA di Fondo Est (2010-2015). Nel 2011 fu eletto Presidente di FOR.TER Piemonte e nominato nel CdA di Ascom Fidi Piemonte, incarico mantenuto fino al 2021. Dal 2016 Vicepresidente e, dal 2017, Presidente del Comitato Esecutivo di Ascomfidi Nord Ovest, e dal 2020 Presidente di Ascom Servizi.

Al Canile Rifugio di Torino 200 animali aspettano una famiglia

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Agosto è il mese dei ritmi lenti, delle giornate senza orari fissi, delle cose rimandate che finalmente si trova il tempo di fare. Ed è proprio questo, il tempo, la risorsa più preziosa per chi sta pensando di adottare un cane o un gatto. Al Canile Rifugio di Torino, in Strada Cuorgnè, sono in 200 ad aspettare una famiglia: 130 cani e 70 gatti. E le vacanze possono essere il momento giusto per cominciare a conoscerli, capire le loro esigenze e affrontare senza fretta le prime settimane di convivenza.

“L’abbandono – spiegano al Canile – non è una questione di stagionalità. Il numero di animali lasciati in struttura non aumenta durante l’estate”. Il punto è un altro: quando si adotta, avere qualche giorno in più da dedicare all’inserimento può fare la differenza. Le prime settimane sono quelle in cui animale e famiglia imparano a conoscersi, costruiscono nuove abitudini e capiscono se quella convivenza può funzionare.

Per capire chi arriva davvero in canile bisogna infatti guardare alle storie che ci sono dietro. Tra i motivi più frequenti c’è la morte del proprietario. Accade soprattutto quando il cane o il gatto vive con una persona sola e, dopo la sua scomparsa, non resta nessuno disposto a occuparsene. È un ingresso in struttura che non nasce da una scelta irresponsabile e che raramente fa notizia, ma che pesa in modo significativo sulla popolazione del canile.

L’altra causa ricorrente riguarda le mode. Negli ultimi anni è cresciuta la presenza di molossi, incroci di molossoidi e pastori belgi Malinois: razze non più “difficili” di altre, ma che richiedono esperienza, tempo e capacità di gestione che non sempre vengono valutati prima dell’acquisto. Il cane che conquista per il suo aspetto, insomma, non è necessariamente quello più adatto alla propria vita. Ed è anche per evitare che questa distanza si trasformi in una nuova rinuncia che al Canile Rifugio il percorso di adozione non è mai immediato.

Gli animali vengono seguiti da educatori e comportamentalisti e affrontano percorsi di socializzazione che comprendono esperienze fondamentali per la vita fuori dalla struttura: salire in auto, prendere un ascensore o una scala mobile, frequentare luoghi pubblici e affollati. Anche chi vuole adottare entra nel percorso, attraverso questionari, colloqui e incontri ripetuti, pensati per verificare la compatibilità tra le esigenze dell’animale e quelle della futura famiglia.

Non è un passaggio burocratico fine a se stesso. È il modo per ridurre il rischio più delicato: che un’adozione non funzioni e l’animale torni in canile. Per un cane o un gatto, infatti, un rientro significa perdere di nuovo punti di riferimento e abitudini appena costruite. Le reazioni cambiano da soggetto a soggetto: c’è chi si chiude, chi manifesta rabbia o forte disagio, chi mostra segnali di forte abbattimento. E ogni rientro può rendere più complesso costruire, in seguito, un nuovo percorso verso una famiglia.

È qui che agosto può fare davvero la differenza: non un mese per decidere più in fretta, ma in cui può essere più semplice trovare il tempo per decidere con calma, dedicando all’adozione l’attenzione necessaria perché duri.

E se ci fosse la voglia di farsi un’idea, basta seguire il Canile Rifugio Città di Torino su Instagram (@canilerifugiocittaditorino) o su Facebook, dove ogni giorno spuntano i musi di cani e gatti in cerca di famiglia, insieme a piccoli consigli utili di educatori ed esperti su come prendersi cura al meglio del proprio amico a quattro zampe, dall’alimentazione ai primi giorni di convivenza.