Cosa succede in città- Pagina 2

“DA QUI IN AVANTI. Sei storie, un viaggio che ricomincia”

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La mostra  arriva all’Ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino.

  • Le storie di Americo, paziente dell’Ospedale Molinette di Torino, insieme ad Aurelia, Eliana, Ida, Renato e Luigi, raccontano l’esperienza di una diagnosi di tumore ematologico e il percorso che ne segue.

  • La mostra è un viaggio visivo, complesso e carico di emozioni, attraverso le storie di pazienti che hanno ricominciato a vivere grazie alle CAR-T.

  • DA QUI IN AVANTI. Sei storie, un viaggio che ricomincia” è un progetto fotografico che accende i riflettori sui tumori ematologici e sulle prospettive di futuro che oggi le terapie CAR T possono offrire.

  • Realizzato dall’Istituto Italiano di Fotografia, è un progetto di Gilead Sciences con il Patrocinio di AIL- Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma e La Lampada di Aladino ETS.

 

Torino, 23 giugno 2026 – Parte proprio da Torino la mostra itinerante “DA QUI IN AVANTI. Sei storie, un viaggio che ricomincia”, con il racconto di Americo, paziente dell’Ospedale Molinette di Torino, che, dopo una diagnosi di linfoma mantellare, si è sottoposto alle CAR T. Oggi Americo ci ha raccontato la sua storia attraverso degli scatti.

Americo ha 65 anni e da sempre vive con una passione che lo accompagna ovunque: la moto. Ogni sabato è il suo giorno speciale, indossa il casco, accende il motore e lascia che l’aria in faccia e il rumore della strada gli ricordino cosa significa sentirsi libero.

Nel 2020, però, qualcosa cambia, gli esami parlano chiaro: linfoma mantellare. La notizia è uno schianto, come una frenata improvvisa in piena corsa.

La vita quotidiana fatta di piccoli riti improvvisamente cambia. La moto resta in garage, spenta.

Inizia un periodo duro, fatto di chemio e attese, di chilometri percorsi non su due ruote ma nei corridoi degli ospedali. Passano gli anni, senza svolte.

Poi, nel 2023, l’occasione che può cambiare tutto: il team di specialisti delle Molinette gli propone la terapia CAR T. Americo e la sua compagna scelgono di provarci e questa volta il viaggio prende una nuova direzione.

Oggi Americo è tornato in sella e ogni curva, ogni strada percorsa, ha il sapore di una conquista. Perché la libertà non è mai stata così preziosa.

Le strutture di Ematologia ospedaliera (Direttore dottor Roberto Freilone) e di Ematologia universitaria (Direttore professor Benedetto Bruno) nell’ambito di un programma trapianti congiunto (responsabile dottor Alessandro Busca) della Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza – Presidio Molinette – sono accreditate e autorizzate ad somministrare queste innovative procedure sin dal 2020 e finora sono state sottoposti al trattamento circa 85 pazienti.

Tutti i protagonisti della mostra, Americo, Aurelia, Eliana, Ida, Renato e Luigi grazie agli scatti dei giovani fotografi dell’Istituto Italiano di Fotografia diventano il ritratto di che cosa vuol dire ricevere questo tipo di diagnosi, di quello che avviene dopo e di come, a sei anni dall’arrivo delle CAR T in Italia, oggi è possibile avere speranza e pianificare il proprio futuro.

Sei storie, una stessa sfida: il tumore oncoematologico. E una stessa forza: la rinascita, piano piano la fragilità lascia spazio alla forza e alla voglia di tornare a vivere. Un cammino difficile ma anche una conquista verso la vita.

Ogni scatto racchiude molto più di una semplice immagine: è un pezzo di vita, una visione, una speranza, non solo testimonianza di cura, ma promessa di futuro. I volti, i luoghi, i dettagli raccontano più delle parole: il percorso espositivo attraversa l’Italia da nord a sud, accompagnando lo spettatore nei luoghi vissuti durante la malattia e in quelli in cui la quotidianità è rifiorita.

Ogni immagine è un frammento di realtà, un gesto di coraggio e condivisione, che restituisce al pubblico una visione inedita della fragilità e della forza di tutti i pazienti. Un omaggio alla resilienza, all’umanità, alla bellezza che nasce anche da ciò che non è perfetto.Da qui in avanti. Sei storie, un viaggio che ricomincia” è un progetto di Gilead-Kite, realizzato con il patrocinio di AIL | Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma e La Lampada di Aladino ETS.

Nella lotta contro il tumore, la terapia non è solo farmacologica: anche l’arte può diventare un potente strumento di cura. Questo progetto nasce con l’obiettivo di sensibilizzare più persone possibile sulle nuove opzioni terapeutiche, trasformando la malattia in un percorso di consapevolezza e di speranza. Non si tratta di semplici ritratti, ma di scatti simbolici, in cui il colore, la luce e i soggetti rappresentano stati d’animo, paure e speranze.

Gli scatti raccontano la forza di chi, grazie terapie CAR T, è tornato ad immaginare il domani, costruire progetti, riappropriarsi della vita o costruirne una nuova. Ma raccontano anche le storie di chi è stato accanto e ha accudito, di chi ha ascoltato e capito, di chi in silenzio ha dedicato cure e attenzioni.

La mostra, allestita presso il C.O.E.S. (Centro Oncologico e Ematologico Subalpino) dell’ospedale Molinette sarà aperta ai visitatori, fino al 10 luglio con ingresso gratuito, tutti i giorni in orario ambulatoriale dalle 8 alle 16.

Hanno contribuito alla realizzazione della mostra:

Mattia Novo – Ospedale Molinette, Torino; Stefania Bramanti – Humanitas, Milano; Emanuele Angelucci e Chiara Ghiggi – IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, Genova; Massimo Martino – GOM BMM, Reggio Calabria; Simona Sica e Federica Sorà – IRCCS Fondazione Policlinico Universitario Gemelli, Roma.

Gilead Sciences

Gilead Sciences è una società biofarmaceutica californiana che da quasi 40 anni ricerca e sviluppa farmaci innovativi per contribuire alla salute del mondo. L’azienda è impegnata sul fronte del progresso in medicina per la prevenzione e il trattamento di patologie come HIV/AIDS, malattie epatiche, COVID 19, malattie ematologiche e oncologiche. Gilead ha sede a Milano dall’anno 2000 e collabora con i partner istituzionali, scientifici, accademici, industriali e le comunità locali per ricercare, sviluppare e rendere disponibili le terapie anche per pazienti italiani.

Torino cresce nel verde e nella salute: circa 2800 nuove piante per le alberate storiche

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Con la messa a dimora simbolica di un albero su corso Re Umberto, ieri è stato presentato ufficialmente il progetto “Torino cresce nel verde e nella salute”, il percorso condiviso dalla Città di Torino, attraverso la Divisione Verde, Parchi e Tutela Animali, e l’ASL Città di Torino insieme con la Fondazione Compagnia di San Paolo per il ripristino e la valorizzazione delle alberate storiche cittadine.

Presenti alla cerimonia il sindaco Stefano Lo Russo, il presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo Marco Gilli, il segretario generale della Fondazione Compagnia di San Paolo Alberto Anfossi, il direttore generale dell’ASL Città di Torino Carlo Picco e l’assessore al Verde Francesco Tresso.

L’obiettivo del progetto è valorizzare i viali alberati della città, elemento identitario e paesaggistico del tessuto urbano torinese e patrimonio verde di straordinaria importanza, con oltre 60 mila alberi distribuiti su circa 300 chilometri di filari. Un intervento articolato e multilivello, che integra competenze urbanistiche, ambientali e sanitarie e prevede un sofisticato sistema di monitoraggio tecnologico per analizzare in modo scientifico gli effetti del verde urbano sulla salute e sulla qualità dell’ambiente.

Nella scelta dei viali su cui intervenire è stata fatta una selezione in funzione della percentuale di fallanze, ovvero gli alberi mancanti sul totale, e di altri parametri connessi alla “strategicità” dell’ambito, che ha portato alla selezione di 55 alberate distribuite su tutto il territorio cittadino, incluse le principali arterie stradali. Il progetto prevede la messa a dimora di circa 2800 alberi in un arco di tre anni.

Sono circa un migliaio le piante messe a dimora quest’anno. Nelle scorse settimane sono già stati realizzati interventi su corso Francia, corso Lecce, corso Potenza, corso Tazzoli e piazza Sofia. Nella tranche autunnale, prevista tra fine ottobre e fine novembre, si metteranno a dimora ulteriori 600 piante, in via Sospello, corso Re Umberto, viale Dogali, corso San Maurizio, corso Tazzoli, via Biglieri, corso Corsica, corso Cosenza.

Per aumentare la biodiversità della foresta urbana torinese, in molte località – in particolare nei luoghi dove negli ultimi decenni ci sono stati problemi di adattamento ai cambiamenti climatici – verranno introdotte nuove specie arboree più adatte nuovo contesto e già impiegate con successo negli ultimi anni come, a titoli di esempio: nocciolo di Costantinopoli, pero da fiore, albero delle lanterne cinesi, liquidambar e albero pagoda. Nei viali storici o vincolati non ci saranno invece cambiamenti di specie. Il progetto prevede anche piccoli interventi sulle banchine, come la sostituzione del terreno e l’introduzione di appositi substrati, oltre a interventi di protezione dell’albero dagli urti, con lo scopo di migliorare le condizioni stazionali e di garantire che le piante possano crescere e svilupparsi al meglio.

Stefano Lo Russo, Sindaco della Città di Torino: “Con 20 metri quadrati di verde pubblico pro capite, Torino è una delle città italiane più verdi. Investire nel verde urbano significa valorizzare questo patrimonio, ma anche contribuire a mitigare le ondate di calore e restituire spazi di socialità. Questo progetto guarda al ripristino di una delle caratteristiche peculiari della nostra città, i suoi viali alberati storici. Oggi, con questa simbolica piantumazione, vogliamo raccontare l’impegno, reso possibile anche grazie ad una collaborazione tra pubblico e privato, verso una Torino sempre più verde e resiliente, valorizzando le alberate come infrastruttura ambientale e sociale che contribuisce alla salute e al benessere di tutte e tutti”.

La Fondazione promuove e sostiene la realizzazione di progettualità rilevanti per il territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia e protezione dell’ambiente, alla formazione e sensibilizzazione sui temi del cambiamento climatico e della gestione del verde urbano, nonché alla partecipazione attiva delle comunità e al rafforzamento della dimensione sociale e relazionale delle città. In tale quadro di riferimento si inserisce la proposta della Città, che prevede la messa a dimora di circa 2800 nuovi alberi, accompagnati da azioni di ricerca, sperimentazione e formazione rivolte a cittadini, tecnici e operatori del settore.

Marco Gilli, Presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo: “Questo è uno dei progetti di sviluppo che la Fondazione ha scelto di sostenere con una responsabilità diretta e una visione di lungo periodo. Restituire alla città un patrimonio arboreo vivo, in sinergia con l’ASL Città di Torino per misurarne i benefici sulla salute e sulla qualità della vita delle persone, è un atto concreto di impegno per il bene comune e per le generazioni che erediteranno questa città. È il senso profondo del nostro agire filantropico”.

Alberto Anfossi, Segretario Generale della Fondazione Compagnia di San Paolo: “Sosteniamo il progetto dei Viali Alberati tra le iniziative di maggiore impatto del nostro Documento Programmatico Pluriennale perché unisce l’attenzione per un patrimonio caro ai Torinesi, i nostri viali alberati, con il miglioramento della qualità dell’aria e dell’ambiente urbano, anche in ottica di adattamento ai cambiamenti climatici. Il valore aggiunto vuole essere un programma di manutenzione preventiva, tecnologicamente all’avanguardia, capace di rendere duraturo nel lungo termine l’intervento di piantumazione”.

La collaborazione con l’ASL Città di Torino consente inoltre di valorizzare il legame tra ambiente e salute pubblica, mettendo in evidenza i benefici degli alberi nella riduzione dell’inquinamento atmosferico, acustico e termico, nonché nel miglioramento del benessere psicofisico della popolazione. L’iniziativa, che avrà un impegno complessivo stimato in circa 2,5 milioni di euro per il periodo 2026–2030, si inserisce nel percorso condiviso con la Fondazione Compagnia di San Paolo per la realizzazione del progetto.

Carlo Picco, Direttore Generale dell’ASL Città di Torino: “I viali alberati storici, quali determinanti di salute, incidono in modo diretto sulla qualità dell’aria, consentendo la mitigazione dei picchi di calore e la fono assorbenza; sono elementi che favoriscono il benessere della popolazione anche in chiave preventiva. Con questo progetto avviamo una collaborazione che unisce dati ambientali e sanitari, per valutare in modo oggettivo gli effetti del verde sulla salute e orientare interventi di prevenzione più efficaci. Città di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo e ASL Città di Torino lavorano insieme per valorizzare il modo in cui l’ambiente si prende cura di noi. Il progetto evidenzia i benefici del verde urbano: meno smog, rumore e calore, per una città più sana che rigenera mente e corpo”.

Francesco Tresso, Assessore al Verde Città di Torino: “I viali alberati sono uno degli elementi che connotano il paesaggio urbano di Torino. Si tratta di un patrimonio storico e paesaggistico di straordinario valore, ma anche una risorsa fondamentale per affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici, contribuendo a mitigare le temperature e a migliorare la qualità dell’aria. Abbiamo fatto un lavoro molto importante con gli uffici del verde per monitorare tutte le fallanze delle alberate e definire le modalità di intervento prioritarie in tutte le circoscrizioni. Il contributo della Fondazione Compagnia di San Paolo, che ha scelto di investire in questo progetto, ci ha permesso di intervenire in maniera diffusa con un’azione che non riguarda soltanto il valore ornamentale delle alberate ma, soprattutto, la loro funzione ambientale e il loro apporto per la salute delle persone. Grazie ad ASL Torino accompagneremo gli interventi con un’attività di monitoraggio e con un momento pubblico di restituzione dei risultati, in cui racconteremo come la presenza di un patrimonio arboreo sano e diffuso incida positivamente sulla qualità della vita delle cittadine e dei cittadini”.

 

TorinoClick

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

Piscina Monumentale, scuole e uffici: 6,2 milioni per l’efficientamento

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La Piscina Monumentale è al centro dei nuovi interventi di riqualificazione energetica approvati  dalla Giunta comunale su proposta dell’Assessora alla Transizione Ecologica e Digitale Chiara Foglietta: con quasi 2 milioni di euro è il cantiere di maggior rilievo tra quelli previsti nelle due delibere che autorizzano opere per oltre 6,2 milioni di euro complessivi su dieci edifici del patrimonio comunale, nell’ambito del Piano EfficienTO.

Per lo storico impianto di corso Ferraris è in programma un rinnovamento dell’intero edificio: verranno sostituite le finestre, isolato il tetto, rinnovati gli impianti elettrici e idraulici, introdotta l’illuminazione a LED e installati sistemi di regolazione avanzata dei consumi energetici.

Gli altri nove edifici coinvolti comprendono quattro istituti scolastici: l’I.C. Manzoni-Rayneri di corso Marconi 28, la scuola media Mila di via Germonio 12, la scuola media Pola di via Foglizzo 15 e il complesso scolastico di corso Vercelli 147; tre sedi di uffici comunali in piazza Palazzo di Città 7, via Stradella 192 e via Ormea 45; la Cascina Roccafranca di via Gaidano 76 e la Biblioteca Civica Italo Calvino di Lungo Dora Agrigento 94. A seconda delle esigenze di ciascun edificio, i lavori intervengono sugli impianti, sull’illuminazione, sull’isolamento e sugli infissi: nelle scuole sono previsti il collegamento alla rete del teleriscaldamento, l’installazione di pannelli fotovoltaici, luci a LED e sistemi digitali per la gestione intelligente dei consumi; negli uffici comunali, a Cascina Roccafranca e alla Biblioteca Calvino verrà rinnovato l’impianto di climatizzazione con apparecchiature di nuova generazione a maggiore efficienza.
Nel loro complesso, questi interventi consentiranno un risparmio energetico annuo pari a oltre 580 tonnellate di CO2, equivalente alla piantumazione di circa 28 mila alberi.

I progetti rientrano nel Piano EfficienTO, il programma pluriennale avviato dalla Città di Torino che punta a migliorare le prestazioni energetiche di circa 850 immobili comunali entro il 2030, attraverso un investimento complessivo di 110 milioni di euro a carico del partner privato Iren Smart Solutions , contribuendo agli obiettivi di decarbonizzazione e neutralità climatica.

Carcere di Torino: sequestrati smartphone, microtelefoni e droga Maxi operazione della Polizia Penitenziaria

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Quattro smartphone, diversi microtelefoni e sostanza stupefacente di tipo Subutex sono stati sequestrati nel carcere di Torino al termine di una mirata operazione condotta dalla Polizia Penitenziaria. A renderlo noto è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), che esprime apprezzamento per il lavoro svolto dal personale del Corpo impegnato nell’attività di polizia giudiziaria e di sicurezza interna.

L’intervento è stato effettuato nella giornata odierna all’interno della Casa Circondariale di Torino, dove gli agenti hanno eseguito una dettagliata perquisizione nella Prima Sezione B dell’istituto. L’operazione ha portato al rinvenimento di quattro smartphone, diversi microtelefoni e numerosi involucri contenenti sostanza stupefacente del tipo Subutex.

Nel corso dei controlli sono stati scoperti anche ingegnosi sistemi utilizzati per occultare il materiale. Gli smartphone erano nascosti all’interno di un citofono inutilizzato da anni collocato in una cella, mentre i microtelefoni erano stati celati in deodoranti stick. Altri dispositivi sono stati recuperati nella ventola di aspirazione dell’area docce. Il materiale sequestrato è stato posto sotto sequestro e messo a disposizione dell’Autorità competente per gli ulteriori accertamenti.

“Ancora una volta la Polizia Penitenziaria dimostra, con i fatti, di essere il principale presidio di legalità all’interno degli istituti penitenziari”, afferma Vicente Santilli, Segretario Nazionale del SAPPE per il Piemonte. “Questa brillante operazione è il risultato della professionalità, dell’intuito investigativo, della costante attività di vigilanza e del profondo senso del dovere del personale, che ogni giorno opera in condizioni estremamente difficili. Il ritrovamento di telefoni cellulari e sostanze stupefacenti testimonia come il livello di attenzione debba rimanere sempre altissimo per contrastare i continui tentativi della criminalità di mantenere collegamenti con l’esterno e alimentare traffici illeciti anche dall’interno delle carceri.”

Sulla vicenda interviene anche il Segretario Generale del SAPPE, Donato Capece, che sottolinea come “questa operazione confermi il ruolo insostituibile della Polizia Penitenziaria nella tutela della sicurezza dello Stato. Gli appartenenti al Corpo svolgono quotidianamente un’intensa attività di vigilanza, controllo e prevenzione che spesso rimane lontana dai riflettori, ma che rappresenta il cardine del mantenimento dell’ordine e della legalità negli istituti penitenziari. Ogni telefono sequestrato significa impedire contatti con la criminalità organizzata, evitare la commissione di nuovi reati e interrompere traffici illeciti che mettono a rischio la sicurezza collettiva.”

Capece evidenzia inoltre come “questo importante risultato sia stato ottenuto nonostante la gravissima e cronica carenza di organico che affligge il Corpo di Polizia Penitenziaria. Proprio per questo il valore dell’operazione assume un significato ancora maggiore: gli agenti continuano a garantire sicurezza, legalità e controllo con straordinaria professionalità, pur operando in condizioni di forte sofferenza organizzativa.”

Il SAPPE torna quindi a sollecitare un rafforzamento degli investimenti destinati alla Polizia Penitenziaria, sia attraverso l’incremento degli organici sia mediante il potenziamento delle dotazioni tecnologiche necessarie a contrastare l’introduzione nelle carceri di telefoni cellulari, sostanze stupefacenti e altri oggetti vietati.

“Agli agenti protagonisti di questa brillante operazione”, concludono Santilli e Capece, “va il più sentito ringraziamento del SAPPE. Auspichiamo che la Direzione dell’istituto voglia riconoscere formalmente l’eccellente lavoro svolto, quale testimonianza concreta dell’impegno, della dedizione e dell’elevata professionalità con cui la Polizia Penitenziaria continua, ogni giorno, a garantire la sicurezza delle carceri e dell’intera collettività.”

Collisioni nel segno di Ben Harper

Collisioni , il Festival Agri Rock giunge alla diciottesima edizione. La kermessse prevede tre concerti più uno a settembre in piazza Medford ad Alba. Il via il 27 giugno con il cantautore e chitarrista americano Ben Harper, capace di spaziare dal rock al folk al blues e al funk. In trent’anni di carriera ha all’attivo ben 18 album, vincitore di 3 Grammy. Musicista a cui guardano le vecchie generazioni. Il 4 e 5 luglio saranno 2 serate dedicate ai “giovani”. Il primo dalle atmosfere indie, vedrà protagonisti Alfa, Frah Quintale, Marco Castello e Andrea Cerrato. Il 5 suoni urban con Sayf, Nerissima Serpe e il rapper spagnolo marocchino Morad. Il direttore artistico Taricco ci tiene a sottolineare che “una della missioni del festival e quella di far conoscere il territorio ai turisti stranieri e del futuro. Usare la musica per attirare i ragazzi che non conoscono Alba”. L’8 settembre con la collaborazione del comune di Alba, il Centro studi Beppe Fenoglio e l’agenzia Otr, ritorneranno i Csi. “Vivo è ancora il ricordo del concerto del 1996 in San Domenico dice il vicesindaco di Alba Caterina Pasini”.

Pier Luigi Fuggetta

Regina Margherita: nuove strategie contro i sarcomi ossei pediatrici

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Nel midollo osseo non vivono solo le cellule staminali che danno origine al sangue. Accanto a loro esiste una popolazione meno conosciuta, ma preziosa per la ricerca: le cellule stromali mesenchimali, o CSM. Sono cellule di supporto, capaci di contribuire all’equilibrio del microambiente in cui le altre cellule crescono, comunicano e si specializzano. Possono essere considerate parte dell’impalcatura viva del midollo osseo: non producono direttamente le cellule del sangue, ma aiutano a creare le condizioni perché questo complesso ecosistema funzioni correttamente. Inoltre, sono cellule multipotenti, in grado di differenziarsi in diversi tipi cellulari, in particolare cellule dell’osso, della cartilagine e del tessuto adiposo.

Le CSM rilasciano piccolissime particelle biologiche, chiamate vescicole extracellulari, che funzionano come messaggeri tra cellule: trasportano molecole, veicolano segnali e possono interagire con tessuti anche distanti. Da questa caratteristica nasce un’idea innovativa: utilizzare le vescicole come navette biologiche per trasportare farmaci verso il tessuto tumorale. Caricate con chemioterapici, queste vescicole potrebbero aiutare a portare il trattamento più vicino al tumore e, in prospettiva, a ridurre il danno ai tessuti sani.

È su questa strategia che si focalizza il progetto sviluppato dall’Ospedale Infantile Regina Margherita dell’Azienda Ospedaliera OIRM – Sant’Anna, afferente alla struttura di Oncoematologia Pediatrica diretta da Franca Fagioli. Il progetto nasce dall’esperienza decennale del Laboratorio nello studio e nell’utilizzo delle CSM e ha l’obiettivo di valutare, in fase preclinica, l’efficacia e la sicurezza di microvescicole derivate da CSM e caricate con il farmaco doxorubicina per il trattamento dei sarcomi ossei pediatrici.

I sarcomi ossei pediatrici, tra cui l’osteosarcoma e il sarcoma di Ewing, sono tumori rari e aggressivi che colpiscono soprattutto bambini, adolescenti e giovani adulti. Le terapie oggi disponibili, basate su chirurgia, chemioterapia e radioterapia, hanno migliorato le possibilità di cura in molti pazienti. Tuttavia, nelle forme metastatiche, recidivanti o resistenti ai trattamenti, la prognosi resta ancora difficile. La sfida è quindi duplice: trovare strategie più efficaci contro il tumore e, allo stesso tempo, limitare gli effetti collaterali di farmaci molto potenti.

La doxorubicina è uno dei chemioterapici utilizzati nel trattamento dei sarcomi ossei pediatrici. È un farmaco efficace, ma il suo impiego può essere limitato da effetti collaterali importanti, legati al fatto che non colpisce esclusivamente le cellule tumorali. Può infatti danneggiare anche tessuti sani, con una tossicità sistemica che include, tra gli aspetti più rilevanti, il possibile danno cardiaco. Nei bambini e negli adolescenti questo tema è particolarmente delicato, perché ridurre gli effetti a lungo termine delle cure è parte integrante della qualità della guarigione.

Per questo motivo, la ricerca sta sviluppando sistemi di drug delivery, cioè strategie capaci di veicolare i farmaci in modo più mirato verso il tumore, cercando di preservarne l’efficacia e limitarne la tossicità. In questo progetto, le vescicole extracellulari vengono isolate dal secretoma delle CSM, cioè dall’insieme delle sostanze che queste cellule rilasciano nell’ambiente durante la coltura in laboratorio. Dopo essere state prodotte e caratterizzate, possono essere caricate con doxorubicina e studiate come possibili trasportatori del farmaco.

In altre parole, non si tratta di usare direttamente cellule vive come terapia, ma di sfruttare ciò che queste cellule producono: piccole vescicole che potrebbero comportarsi come corrieri biologici. Questo aspetto è importante anche dal punto di vista della sicurezza: lavorare con vescicole derivate dalle cellule, anziché con cellule vive, può rendere il prodotto più controllabile, standardizzabile e potenzialmente più adatto allo sviluppo regolatorio.

Il progetto si fonda su competenze già consolidate. Il Laboratorio Centro Trapianti Cellule Staminali e Terapia Cellulare ha una lunga esperienza nell’isolamento, espansione e caratterizzazione delle CSM. Inoltre, la presenza di una Cell Factory accreditata AIFA permette di lavorare secondo criteri compatibili con le Good Manufacturing Practice, le norme che regolano la produzione di medicinali destinati all’uso clinico. Nella ricerca biomedica, infatti, non basta che un’idea funzioni in laboratorio: deve poter essere riprodotta, controllata, tracciata e validata secondo standard rigorosi.

I risultati preliminari indicano una direzione promettente. In studi precedenti, il gruppo ha valutato il secretoma derivato da CSM caricate con un altro farmaco chemioterapico, il paclitaxel su linee cellulari di osteosarcoma, osservando un effetto citotossico significativo. Successivamente, la metodica è stata applicata alla doxorubicina: le vescicole caricate con il farmaco hanno mostrato attività su linee cellulari di osteosarcoma, con una riduzione importante della vitalità cellulare dopo 24 ore di trattamento. Il progetto prevede ora il passaggio successivo: la validazione in modelli preclinici in vivo, passaggio necessario per capire come il farmaco si comporta nell’uomo, se rimane nel tumore, se raggiunge organi sani, quale tossicità provoca e se l’effetto terapeutico è superiore rispetto alla doxorubicina libera. Per questo il progetto prevede studi in modelli murini di sarcoma osseo, con valutazione della biodistribuzione, della farmacocinetica, dell’efficacia terapeutica e della tossicità sistemica.

Se i risultati confermeranno efficacia e sicurezza, le vescicole extracellulari caricate con doxorubicina potrebbero rappresentare una nuova formulazione biologica per il trattamento dell’osteosarcoma e di altri sarcomi ossei ad alto rischio.

Il valore del progetto sta proprio in questo ponte tra laboratorio e cura. Da una parte ci sono la ricerca sulle cellule stromali mesenchimali, le loro vescicole e le tecnologie di drug delivery; dall’altra ci sono i bisogni concreti di bambini e adolescenti con tumori rari e difficili da trattare. In mezzo, c’è il lavoro quotidiano di ricercatori, clinici, biologi, tecnici e strutture sanitarie capaci di trasformare una domanda scientifica in un percorso verificabile.

Le ricchezze e le trasformazioni di uno spazio vuoto

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L’appuntamento dal 7 al 9 luglio presso l’ex Mercato Ittico

Ho una casa, la casa di famiglia. È vuota da anni ormai. Non ci va più nessuno e i miei figli non sentono alcun legame con quel luogo. Ma quella casa continua a rappresentare qualcosa di enorme. È come se contenesse una versione di me che non esiste più, ma che non riesco a lasciare andare. Ogni stanza è un ricordo, ogni oggetto una traccia, ogni silenzio una voce. È il luogo delle origini, ma che non appartiene più al presente.” I pensieri di una donna che guarda dietro le spalle a un passato: “Mi chiedo allora: un ricordo può vivere senza un luogo? O siamo noi a dargli forma, a portarlo con noi anche quando i muri che lo hanno custodito non ci sono più?” Domande poste nelle colonne di un recentissimo “Tuttolibri” a cui lo scrittore Diego De Silva tentava di dare le proprie risposte, accennando non soltanto alle “ragioni terra-terra” che possono abbracciare il disuso e i costi ma anche quei “valori affettivi” che rimangono “inestimabili per definizione”: “Io ho impiegato degli anni per superare quel dolore, archiviandolo tra i miei errori, sotto ognuno dei quali ho firmato la mia stupidità… non posso darti consigni, soprattutto perché, come vedi, sono fin troppo coinvolto nell’argomento. Posso però indicarti un gioiellino di libro sul tema, che potrebbe suscitare qualche tua riflessione, “Di chi sono le case vuote”, di Ettore Sottsass, una raccolta di scritti e saggi sul senso degli spazi vuoti e degli edifici abbandonati, considerati come luoghi pieni di presenze, di passato, di oggetti.”

Mi tornavano in mente queste parole lette pochi giorni prima, durante la presentazione del Festival di Architettura Torino che, proprio con una tre giorni – dal 7 al 9 luglio prossimi – presso l’ottocentesco ex mercato ittico di Porta Palazzo (“il più vasto mercato cittadino che tutta l’Europa ci invidia, così vario, popolato, multietnico”, ricordava Michela Favaro, vice sindaco di Torino al tavolo dei relatori nella sala Carpanini del Comune), storico edificio oggi al centro di un processo di trasformazione e cambio di destinazione, indagherà “il futuro dell’abitare e dello spazio urbano”. Un’occasione inedita promossa dalla Fondazione per l’Architettura e dall’Ordine degli Architetti di Torino – con il patrocinio di Città di Torino e Regione Piemonte con il contributo di Camera di Commercio, e il sostegno di Banca Reale, Dierre, Fresia Alluminio, Iren, Idrocentro, Sikkens e Traiano Luce 73, che vorrà coinvolgere differenti professionisti ma pure “intercettare e accompagnare tutti i cittadini interessati al tema dell’abitare.” Un’occasione di incontri, talk, installazioni e proiezioni dedicata “a una delle questioni più urgenti del nostro tempo” che ha per titolo proprio “Chi abiterà le case vuote?”.

Intraprendendo un vasto panorama che porta inevitabilmente la città a essere candidata quale Capitale della Cultura 2033, quindi aprendosi sempre più a un respiro europeo, una decina di aree tematiche occuperanno la location, a conferma della convinzione del grande architetto secondo cui “il vuoto delle case diventa uno spazio di possibilità e non di assenza, il segno visibile delle grandi trasformazioni socioeconomiche del nostro tempo”. Si affacciano motivazioni nuove, l’invecchiamento della popolazione, la crescita dei nuclei familiari ristretti, la mobilità professionale e la crisi climatica, “è un festival molto particolare questo, che vuol prendere a considerare un tema importante come è quello del futuro dell’abitare, ed è importante che se stia parlando: esaminare case e terre per affrontare le sfide economiche e ambientali poste storicamente nel futuro”, sottolinea Alessandra Siviero presidente della Fondazione per l’Architettura Torino. Migliaia di edifici rimangono inutilizzati mentre cresce la domanda di alloggi accessibili – di “diritto alla casa, soprattutto a una casa abbordabile”, parla Favaro, nella volontà di avere una città che possa attirare nuove imprese, mentre Andrea Tronzano, Assessore al Bilancio della Regione afferma che “il Festival di Architettura rappresenta un’occasione preziosa di riflessione e confronto, utile ad analizzare, anche attraverso i dati, le trasformazioni e il futuro dei nostri territori” -, servizi di prossimità e nuove forme di vita comunitaria, mentre da più parti si afferma la necessità che “il tema dell’abitare contemporaneo non può essere letto solo come una questione esclusivamente sociale o emergenziale: il tema delle case vuote rappresenta una straordinaria opportunità progettuale per attivare processi di rigenerazione sostenibile, capaci di generare valore culturale, sociale, economico e urbano”.

Non soltanto domande quindi nei vari appuntamenti di un programma che, al di là di voci generali che allineano laboratori educativi per bambini e ragazzi, momenti musicali, una grande installazione creata dall’artista Raffaele Salvoldi e una rassegna cinematografica, resta ancora in gran parte top secret, ma anche risposte concrete che coinvolgeranno Università e istituzioni, attraverso gli interventi di esperti, professionisti, urbanisti e progettisti internazionali, attraverso le testimonianze di quanti stanno affrontando medesimi scenari. Ribadisce Roberta Ingaramo, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Torino: “Temi come l’accesso alla casa, la rigenerazione del patrimonio esistente, la sostenibilità delle operazioni di trasformazione e l’inclusione sociale non possono essere affrontati senza una progettualità capace di mettere in relazione esigenze diverse e di costruire risposte concrete ai bisogni della comunità. Come Ordine degli Architetti crediamo che la cultura del progetto debba tornare ad avere un ruolo centrale nelle scelte che riguardano la città”. Conclude gli interventi Alessandra Siviero: “Le nostre sono le stesse domande che attraversano oggi l’intera Europa. Inoltre sono convinta che la scelta dell’ex Mercato Ittico di Porta Palazzo non sia casuale, un luogo simbolo della trasformazione urbana di Torino che diventa il contesto ideale per riflettere sul riuso e sulle nuove forme dell’abitare”. Sempre con un occhio a un mondo in continuo divenire: “Guardare al futuro significa anche dare voce alle nuove generazioni: per questo il festival ospita Future Homes Europe, la call internazionale rivolta a giovani architette e architetti under 35 chiamati a immaginare nuove risposte alle sfide dell’abitare contemporaneo”.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Daniele Ratti, al tavolo, da sx, Alessandra Siviero, Roberta Ingaramo e Raffaella Lecchi, direttrice della Fondazione per l’Architettura; l’assessore Andrea Tronzano; due angoli dell’ex Mercato Ittico, luogo d’incontro per il Festival.

Fiume Po, al via le operazioni di pulizia e rimozione delle alghe

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Da giovedì 11 giugno sono iniziate le operazioni di pulizia del fiume Po finalizzate a migliorare le condizioni del corso d’acqua e a liberarlo dalla vegetazione acquatica che, in questo periodo, è proliferata anche a causa del caldo torrido precoce di fine maggio.

In questa prima fase gli interventi interesseranno il tratto compreso tra il Ponte Isabella e il Circolo Eridano, con particolare attenzione alle aree in cui si registra una maggiore presenza di vegetazione acquatica.

Le attività vengono realizzate meccanicamente con un pontone attrezzato e un rimorchiatore fluviale; sul pontone opera un escavatore dotato di una specifica attrezzatura per la raccolta della vegetazione presente in acqua. Il materiale rimosso viene temporaneamente stoccato a bordo e successivamente trasferito a bordo fiume nella zona dei Murazzi, dove sarà conferito e smaltito a cura di AMIAT.

Nella giornata di venerdì 12 giugno sarà inoltre impegnata una squadra della Protezione Civile per un intervento straordinario di pulizia dell’area dei Murazzi, con la rimozione di rifiuti e accumuli di materiale stagnante presenti lungo le sponde.

Una volta completati gli interventi in questo tratto, le operazioni proseguiranno progressivamente nelle altre aree del fiume, secondo le indicazioni tecniche concordate e condivise dagli enti coinvolti, insieme alla Città di Torino (Protezione Civile e Ponti e Vie d’Acqua), nel Tavolo tecnico dedicato al monitoraggio e alla gestione del fiume: Ente di gestione delle Aree protette del Po piemontese, Città Metropolitana di Torino, ARPA Piemonte, ENEA, AMIAT – Gruppo Iren.

Gli interventi sono mirati alla rimozione delle formazioni vegetali più estese e della vegetazione superficiale, alcune specie autoctona e altre esotiche e invasive, evitando operazioni indiscriminate che potrebbero alterare gli equilibri dell’ecosistema fluviale. Particolare attenzione viene inoltre riservata alla tutela della fauna presente nel fiume e lungo le sponde, adottando modalità operative che limitino al massimo gli impatti sull’ambiente.

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Manager, accademici e leader d’impresa a confronto a Torino sull’impatto della geopolitica sulle aziende

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Imprese e governance nell’era della geopolitica: torna Connect Lab di ESCP Business School

 

Torino, 9 giugno 2026 – L’8 giugno 2026, ESCP Business School ha ospitato presso il proprio campus di Torino la nuova edizione di Connect Lab, l’appuntamento annuale che mette in dialogo accademia, impresa e istituzioni sui temi più urgenti del management contemporaneo. Al centro della discussione di quest’anno: Imprese e Governance nell’Era della Geopolitica.

In un contesto globale sempre più instabile, segnato da tensioni commerciali, ridefinizione delle catene di fornitura, corsa alla sovranità tecnologica e crescente impatto dell’intelligenza artificiale sulle decisioni strategiche, l’evento ha esplorato come stiano cambiando i modelli di governance aziendale e il ruolo dei consigli di amministrazione.

I lavori sono stati aperti da Alberta Di Giuli, Professoressa di Finanza e Dean di ESCP Business School Torino, e si sono articolati in due sessioni: un’intervista a Francesco Costa, giornalista e Direttore de Il Post, condotta dalla Prof.ssa Silvia Dalla Fontana, e una tavola rotonda moderata da David Vannier con quattro protagonisti del mondo dell’impresa. Le conclusioni sono state affidate al Prof. Daniele Battaglia.

“Viviamo in un momento in cui la geopolitica non è più uno sfondo: è diventata il contesto operativo di qualsiasi impresa che operi sui mercati sia internazionali sia nazionali. I consigli di amministrazione sono chiamati a fare un salto qualitativo, da organi di supervisione a protagonisti attivi della strategia. In ESCP formiamo leader capaci di navigare questa complessità con rigore analitico, apertura culturale e senso di responsabilità: è questa la nostra missione europea.” afferma la Professoressa Di Giuli.

Geopolitica e leadership: il confronto con Francesco Costa

Francesco Costa, giornalista e Direttore de Il Post, ha aperto i lavori con una riflessione sui profondi cambiamenti che stanno interessando lo scenario internazionale e sul loro impatto sul mondo delle imprese. Nel dialogo con la Prof.ssa Silvia Dalla Fontana sono stati affrontati alcuni dei principali trend che stanno ridefinendo il contesto globale, evidenziando come l’incertezza rappresenti oggi un elemento strutturale con cui manager e organizzazioni sono chiamati a confrontarsi.

La tavola rotonda: prospettive a confronto

La seconda parte dell’evento è stata dedicata a una tavola rotonda moderata da David Vannier, Founding Partner di Georgetown Advisory, ex International Monetary Fund (IMF) ed ex World Bank Group (WBG), che ha visto la partecipazione di Luca Galli, Risk Leader di EY Italy FSO, Marina Geymonat, Head of AI Lab presso Leonardo Corporate, Pietro Maranzana, Group CFO di TeamSystem, e Rocco Minà, Managing Director di Wabtec Italia.

Attraverso esperienze maturate in settori diversi, i relatori hanno condiviso riflessioni sulle implicazioni che i cambiamenti geopolitici, economici e tecnologici hanno per le organizzazioni e per i processi decisionali. Il confronto ha evidenziato il ruolo sempre più centrale della governance nell’interpretare scenari in evoluzione e nel supportare strategie capaci di coniugare competitività, innovazione e resilienza.

Nel corso dell’incontro è emersa l’importanza di dotare imprese e manager degli strumenti necessari per leggere il cambiamento, anticipare le trasformazioni e prendere decisioni efficaci in un contesto sempre più interconnesso e dinamico.

Dalla riflessione all’azione: il ruolo dell’Executive Education

Le trasformazioni emerse nel corso del Connect Lab confermano la crescente necessità, per manager e organizzazioni, di sviluppare nuove competenze per interpretare contesti caratterizzati da elevata complessità e cambiamento continuo. Per approfondire questi temi, ESCP Executive Education promuove gli Impact Talks, un ciclo di incontri gratuiti pensato per offrire nuove prospettive sulle sfide del management contemporaneo, favorire il confronto e supportare professionisti e imprese nella comprensione delle dinamiche che stanno ridefinendo il contesto economico e competitivo.

L’iniziativa si inserisce nell’impegno di ESCP nel progettare percorsi di formazione executive e customizzati capaci di accompagnare le organizzazioni nei processi di trasformazione strategica, tecnologica e culturale. Un impegno coerente con la visione strategica di ESCP, che nei prossimi anni rafforzerà ulteriormente la propria attenzione ai temi della governance e della geopolitica attraverso la futura ESCP School of Governance.

Connect Lab

Connect Lab è il format di public engagement di ESCP Business School che ogni anno riunisce accademici, manager, imprenditori e rappresentanti istituzionali a Torino per confrontarsi sui temi più urgenti del management e dell’economia globale. L’edizione 2026 ha approfondito il ruolo in evoluzione della governance aziendale di fronte alle trasformazioni geopolitiche in corso.

About ESCP Business School

Fondata nel 1819, ESCP Business School è la più antica scuola di business al mondo. Nel corso dei suoi 200 anni di storia, ESCP si è sempre impegnata a formare leader responsabili, audaci e creativi che lanciano tendenze, propongono nuove soluzioni e danno vita ai codici di domani. I sei campus ESCP a Berlino, Londra, Madrid, Parigi, Torino e Varsavia sono i luoghi in cui gli studenti possono sperimentare l’approccio europeo al management basato sulla multiculturalità. Ogni anno, ESCP accoglie oltre 11.000 studenti e più di 6.000 manager di 140 nazionalità diverse. Il suo punto di forza sono i numerosi programmi di formazione aziendale, sia generali che specialistici (Bachelor, Master, MBA, Executive MBA, PhD ed Executive Education), che includono tutti un’esperienza multi-campus. Con l’innovazione come pietra angolare, stiamo accelerando la ricerca accademica e la formazione manageriale per tracciare nuovi percorsi verso un futuro migliore per tutti. Dal 2004 ESCP Business School è presente a Torino, grazie al supporto della Chambre de Commerce et d’Industrie de Paris, la Camera di commercio di Torino, l’Università degli Studi di Torino, il Politecnico di Torino e numerose aziende partner.

 

Sito Internet: www.escp.eu 

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