Fine di un secolo: la cessione di GEDI ridisegna l’editoria italiana e segna l’addio della dinastia al capoluogo subalpino
La vendita del gruppo GEDI rappresenta un passaggio storico per il sistema dell’informazione in Italia e, allo stesso tempo, un momento simbolico molto forte per Torino. Non si tratta semplicemente di un cambio di proprietà, ma della conclusione di una lunga fase durata quasi cent’anni, durante la quale la famiglia Agnelli – oggi incarnata dagli Elkann – ha avuto un ruolo centrale non solo nell’industria automobilistica, ma anche nel mondo dei media.
L’operazione ha comportato lo smantellamento di uno dei principali gruppi editoriali del Paese. Le attività più importanti, tra cui la Repubblica, le emittenti radiofoniche e le piattaforme digitali, sono passate al gruppo greco Antenna, mentre La Stampa è stata acquisita da SAE, realtà già presente nel settore dell’editoria territoriale. Questo riassetto riflette dinamiche ormai evidenti da tempo: da un lato l’apertura del mercato a investitori internazionali, dall’altro la progressiva disgregazione dei grandi poli editoriali a favore di strutture più distribuite e meno centralizzate. In parallelo, il digitale continua a guadagnare peso, ridimensionando il ruolo economico della carta stampata.
La cessione ha anche alimentato timori nel mondo giornalistico e istituzionale, soprattutto per quanto riguarda l’autonomia delle redazioni e la tenuta dei livelli occupazionali. Il cambiamento, infatti, non riguarda solo gli assetti societari, ma tocca direttamente il futuro del lavoro nel settore.
A Torino l’impatto è particolarmente significativo. La vendita de La Stampa interrompe un legame storico con la famiglia Agnelli iniziato nel 1926, un rapporto che ha contribuito in modo determinante a definire l’identità culturale e civile della città. Per decenni il quotidiano è stato un punto di riferimento per la classe dirigente industriale torinese, oltre che uno spazio di connessione tra economia, politica e società. Ha avuto anche un ruolo importante nel raccontare Torino al resto del Paese e all’estero.
Con il passaggio di proprietà, la città perde un importante centro decisionale. Le scelte editoriali e strategiche non saranno più radicate nello stesso contesto territoriale, con il rischio di un progressivo allentamento del legame tra il giornale e la realtà locale.
L’uscita degli Agnelli dall’editoria si inserisce in un processo più ampio di distacco da attività storicamente connesse a Torino. Negli ultimi anni si è assistito a una progressiva riduzione della presenza diretta della famiglia in settori chiave legati al territorio, accompagnata da un orientamento sempre più marcato verso una dimensione internazionale. L’editoria rappresentava uno degli ultimi simboli di questo radicamento, e la sua cessione assume quindi un significato che va oltre il semplice dato economico: segna la fine di un modello in cui impresa e territorio erano strettamente intrecciati.
Questo passaggio richiama quanto già avvenuto nel comparto automobilistico. La trasformazione di FIAT in Stellantis, con una struttura societaria globale e sedi fuori dall’Italia, ha ridotto il peso specifico di Torino nel sistema produttivo. La città ha progressivamente perso centralità industriale, così come si è ridimensionato l’impatto occupazionale diretto del settore. Il passaggio da azienda nazionale a gruppo multinazionale ha ridefinito le priorità strategiche, privilegiando una logica globale rispetto a quella territoriale.
In questo contesto, la vendita di GEDI appare coerente con una linea di sviluppo orientata verso attività internazionali e più redditizie, accompagnata da un progressivo disimpegno rispetto agli asset legati al territorio torinese.
Le conseguenze per la città possono essere rilevanti. Sul piano occupazionale si aprono interrogativi sul futuro delle redazioni, delle strutture produttive e delle attività collegate, con possibili effetti su stabilità del lavoro, riorganizzazioni e riduzioni. Ma l’impatto non si limita al perimetro diretto dell’editoria. Il settore contribuisce infatti a sostenere un più ampio ecosistema fatto di pubblicità, iniziative culturali, eventi e servizi. Un eventuale ridimensionamento rischia quindi di avere effetti a catena sull’economia locale.
C’è poi un aspetto meno immediato ma altrettanto importante, legato al ruolo simbolico della città. Torino potrebbe perdere ulteriormente peso come centro decisionale, con una riduzione dei luoghi in cui si formano strategie e visioni. Questo comporta anche una minore capacità di incidere nel dibattito nazionale e un indebolimento della propria identità storica di città industriale e culturale.
La cessione di GEDI segna dunque un cambio di fase. Da un lato si riduce il ruolo delle grandi famiglie industriali italiane nell’editoria come strumento di influenza e presenza pubblica; dall’altro si consolida un sistema mediatico più frammentato e aperto a capitali globali. In questo scenario, anche il peso di Torino appare destinato a ridimensionarsi.
Non è soltanto una operazione economica. È il segnale di una trasformazione più profonda, in cui i tradizionali centri industriali perdono progressivamente centralità mentre le decisioni si spostano su scala internazionale. Torino si trova ancora una volta dentro questo cambiamento, ma in una posizione più fragile, chiamata a ridefinire il proprio ruolo in un contesto completamente diverso rispetto al passato.

Cent’anni fa moriva in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come davvero merita, evitando le strumentalizzazioni politiche del passato e del presente. Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.
