Quaglieni: Referendum, le riflessioni di uno storico

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

I risultati del referendum sulla giustizia ha visto un’ampia partecipazione al voto di  cittadini che rappresenta un fatto molto positivo, se si considera l’assenteismo che stava caratterizzando la democrazia italiana da molti anni. Un quesito apparentemente tecnico si è rivelato fortemente politico, forse esageratamente politico perché i due fronti in lizza lo hanno politicizzato anche in modo strumentale. La gente è andata al voto e la sinistra ha dimostrato una capacità di mobilitare le masse che la destra non ha mai avuto. Si è parlato di manipolazione della Costituzione e questo argomento ha fatto breccia. Il fronte del SI’, come già più volte avevo sommessamente evidenziato ,si è rivelato inadeguato nei suoi sostenitori, accettando tra le proprie file personaggi come Di Pietro e Malara. Certe espressioni estreme del ministro Nordio si sono rivelate controproducenti perché sono state il corrispettivo delle sparate del procuratore Gratteri. Il Si’ poteva far leva su valori liberali che non sono stati spiegati: quei valori sono stati lasciati in mano alla Fondazione Einaudi romana che ha organizzato una maratona di “smargiassi”  in piazza in cui hanno avuto spazio oves et boves indistintamente. Einaudi si è rigirato nella tomba. Ci sono stati sostenitori del No che hanno criminalizzato la riforma, dando l’impressione di una rinata egemonia politica che sembrava ridimensionata. E’ tornato in vetta l’antifascismo come fossimo tornati al 1945. Oggi ci troviamo di fronte ad un elettorato quasi  spaccato a metà. La stagione delle riforme appare archiviata sine die e la sconfitta del Sì avrà quasi sicuramente ripercussioni anche sul Governo. La situazione internazionale creata da Trump e i gravi contraccolpi economici derivati hanno giocato un ruolo anche  sul voto degli Italiani. In questo ultimo anno di legislatura sarà difficile predisporre una riforma elettorale che pareva sbagliata prima del referendum e oggi appare quasi impossibile da proporre, se non si vuole esasperare le divisioni del Paese. Parlare di premi di maggioranza a chi raggiunge il 40 per cento potrebbe essere considerato “golpismo” o qualcosa di molto simile. Si apre un anno difficile, tutto in salita con un’opposizione  galvanizzata dall’esito referendario. Essa non deve tuttavia illudersi perché un’aggregazione in nome del No non significa affatto la concretizzazione di una maggioranza capace di governare. Meloni dovrebbe cogliere l’occasione di un rimpasto  per sostituire ministri inadeguati e sottosegretari screditati. E’ indispensabile un tagliando al governo, se Meloni vuole sperare in un successo elettorale nel 2027. Tutto il Piemonte – salvo la provincia di Torino – ha votato per il Sì. Un dato che va meditato e studiato.

Foto: TorinoClick

Le zavorre di Giorgia

Dai…Giorgia, dai Giorgia stavolta non è andata bene. Ed aggiungerei che tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.  L’hai buttata in politica e questo è il risultato. E poi ‘sto strano popolo ha ripreso a votare (guarda che 7 punti di differenza sono tanti).
Ammettiamolo che sei sfortunata.  Al ministero di Grazia e Giustizia hai un trio traballante. Nordio decisamente ondivago. Il capo di Gabinetto che parla di magistrati come plotone d’esecuzione, ma il più sconsolante è il biellese Del Mastro che ogni anno ne combina una.  Stavolta la più grave, aprendo un ristorante con soggetti  in qualche modo “vicini” alla camorra.
Persino Crosetto ti mette in difficoltà. Organizza le vacanze dove scoppia una guerra.  E poi c’è Trump. Che dire di lui? Diciamo non classificato, ed essergli amico è letale: direi decisamente cancerogeno. Mi sto allargando?  Non penso proprio. Molti fattori hanno contribuito alla vittoria del no.
E non è finito. Per dovere di cronaca, all’inizio il centro destra era certo di vincere.
I sondaggi confermava  questa certezza. Ma non consideravano una cosa: il numero dei votanti. Dunque?  Più gente vota più c’è democrazia.  Più che è democrazia più ci sono domande da parte del popolo.
Più ci sono domande da parte del popolo più c’è bisogno di una classe politica che sia qualificata nel dare le risposte al popolo.  E Tu cara Giorgia sei decisamente carente nel scegliere i tuoi sodali. Del Mastro in primis ma anche con Santaché o De  Giuli non hai scherzato.  Diciamo così: sono troppi leggeri e troppo contestabili.  Si vedrà, ovviamente e comunque.  Tra un anno si voterà per le politiche.  Ed un anno passa velocemente. Dai Giorgia ” salvati ” scaricando le zavorre che hai intorno a Te.
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Patrizio Tosetto
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(Foto Città di Torino)

Referendum (Fi): “Sconfitte le forze riformiste”

REFERENDUM, ROSSO – FONTANA: “UNA BRUTTA PAGINA PER IL PAESE”

«Oggi non esce sconfitto il centrodestra, ma le forze politiche riformiste del Paese», dichiarano il senatore Roberto Rosso, vicesegretario di Forza Italia in Piemonte, e Marco Fontana, segretario cittadino del partito a Torino che proseguono:

«Escono sconfitte dopo una campagna avvelenata da una falsa narrazione, in cui ancora una volta, dai soliti, è stato evocato lo spettro del ritorno al fascismo e dell’attentato alla Costituzione. Tutti argomenti completamente fuori tema rispetto alla riforma dell’ordinamento giudiziario che si era chiamati a votare.

Spiace constatare che chi vuole rendere più efficiente il Paese, come peraltro ci chiede anche l’Europa, esca sempre sconfitto a causa di chi la butta in caciara per convenienza elettorale.

Oggi escono sconfitte anche le vittime di una giustizia che non sa giudicare chi sbaglia tra le proprie fila. Sarà difficile, in futuro, correggere la rotta per attuare davvero l’obiettivo del giusto processo, di una compiuta divisione delle carriere e di un giudice terzo e imparziale, anche rispetto alle proprie correnti di autogoverno.

È una brutta pagina per il Paese. Gli elettori comunque si sono espressi, anche in modo rappresentativo, e noi ne prendiamo atto con grande rispetto», concludono Rosso e Fontana.

Licenza revocata per sala slot: irregolare e non agibile

Il locale non era agibile, mancavano i responsabili di una sala VLT: multato anche il bar accanto, licenza revocata. È successo ad Asti durante i controlli periodici della Squadra Amministrativa della Questura.

Il titolare era già stato segnalato all’autorità competente nel 2025 e nel 2026 per non aver rispettato le prescrizioni stabilite. Ad intervenire sarà l’Agenzia Dogane e Monopoli per i provvedimenti di sua competenza. Questa operazione fa parte del piano della Polizia di Stato di Asti per garantire legalità e sicurezza in tutto il territorio provinciale.

VI.G

Ferrero (Prc): “La vittoria del popolo della Costituzione”

Paolo Ferrero segretario provinciale di rifondazione comunista ha dichiarato: “La vittoria del popolo della Costituzione si delinea schiacciante per numero dei votanti e percentuale dei no. È la dimostrazione che su una scelta netta di difesa delle garanzie costituzionali la maggioranza del popolo italiano ha le idee chiarissime e le destre sono minoranza nel paese. Bene, si tratta di un grande risultato da festeggiare: come un decennio fa bloccammo Renzi oggi fermiamo la Meloni. Tutti in piazza a festeggiare perche la Costituzione deve essere attuata e non manomessa!”

“La ragazza con la lavastoviglie di perla”, viaggio ironico con Giulia Pont

 ALLO SPAZIO KAIROS 

Dopo il sold out registrato nella serata del 5 marzo, lo Spazio Kairos di via Mottalciata 7 aggiunge una data alla sua stagione per ospitare Giulia Pont. L’attrice torinese propone “La ragazza con la lavastoviglie di perla“. L’appuntamento è fissato per sabato 28 marzo alle 21.

Lo spettacolo, scritto e interpretato dalla stessa Pont con la regia e la collaborazione drammaturgica di Carla Carucci, si configura come un viaggio ironico e profondamente onesto attraverso le contraddizioni dell’età adulta. Protagonista è quella generazione che si sente costantemente fuori tempo e fuori posto, sospesa tra il desiderio di adeguatezza e la realtà di una quotidianità decisamente meno glamour di quella sognata durante l’adolescenza. Con uno sguardo intriso di sarcasmo, l’autrice esplora il paradosso di chi si ritrova a frequentare corsi di danza circondata da teenager o a gestire un rapporto decisamente conflittuale con il concetto stesso di relax e le notti insonni.

Il cuore del monologo risiede nel ridimensionamento terapeutico delle proprie aspettative. Mentre i miti d’infanzia come Jennifer Lopez incarnano un ideale di felicità irraggiungibile tra yacht e successi planetari, Giulia Pont invita il pubblico a scoprire una nuova forma di realizzazione, forse più modesta ma certamente più autentica, che può manifestarsi anche davanti allo sportello di una lavastoviglie. Tra il racconto di “uomini carciofo” finalmente lasciati alle spalle e l’arrivo di insperati bravi ragazzi, la pièce si trasforma in una catartica confessione collettiva, dove le piccole rivelazioni della vita diventano momenti di irresistibile comicità.

La protagonista

Giulia Pont nasce a Torino nel 1986. Si laurea al Dams (2010) e si diploma all’Atelier Teatro Fisico di Torino (2011) diretto da Philip Radice. Si forma con maestri quali Eugenio Al legri, Jean Meningue, Philippe Hottier, Rita Pelusio, Laura Curino, André Casaca, Carlo Boso e altri. Non solo interpreta ma inizia a scrivere, perché scrivendo può giocare a trasformare gli incidenti della vita in storie divertenti e catartiche. Nel marzo del 2012 “Ti lascio perché ho finito l’ossitocina”, il primo spettacolo di cui è autrice oltre che interprete, si classifica primo al concorso di monologhi UNO di Firenze e nel 2013 partecipa, con grande successo di pubblico, al Torino Fringe Festival. Lo spettacolo ha fatto un centinaio di repliche in tutta Italia.
Lavora anche in diversi spettacoli della compagnia Action Theatre in English, diretta da Rupert Raison, ed entra nel cast de “Il medico per forza” di Molière, prodotto da Mulino ad Arte. Nel 2016 torna a studiare e consegue il diploma al corso di perfezionamento per attori Shakespeare School, diretto da Jurij Ferrini e con maestri quali lo stesso Ferrini, Cristina Pezzoli, Valerio Binasco, Marco Lorenzi, Alessandra Frabetti e altri. Nel marzo 2018 debutta nella rassegna Il cielo su Torino del Teatro Stabile di Torino con lo spettacolo “Effetti indesiderati anche gravi” scritto dalla stessa Ponte da C. Trione. In scena con lei Lorenzo De Iacovo. Sempre nel 2018 scrive “Non tutto il male viene per nuocere, ma questo sì” di cui affida la regia a Carucci. Ancora nello stesso anno fonda, insieme ad altri 23 colleghi, la compagnia Crack24.

 

Utilità
Informazioni: 3514607575 (anche whatsapp),  biglietteria@ondalarsen.orgwww.ondalarsen.org.

Ingresso riservato ai soci Arci: se ci si tessera in loco, il biglietto del primo spettacolo è a 6 euro.
Spazio Kairos apre un’ora prima degli spettacoli. I biglietti si possono comprare online su www.ticket.it.
Intero: 12 euro. Ridotto (universitari, over 65, TAT, CRAL, carta giovani, abitanti circoscrizione 6, AIACE): 10 euro. Under 18 e persone con disabilità: 8 euro. Ridotto Comitiva (acquisto minimo di 6 biglietti per la stessa serata: 48 euro. Abbonamento “Onda” con 4 spettacoli a scelta: 32 euro.

 

Grimaldi (AVS): Destra di Meloni non è nuova autobiografia della nazione

REFERENDUM
“Mentre aumentava l’affluenza, aumentava la nostra consapevolezza di aver fatto qualcosa di grande. Senza soldi, contro vento, contro Telemeloni. Nemmeno tutte le forze di opposizione erano in campo per il NO. Eppure… Questo risultato straordinario mostra che le italiane e gli italiani hanno cara la loro Costituzione, hanno cara la loro democrazia. Il NO ha vinto contro la legge del più forte, contro i pieni poteri e contro l’allergia di questo governo a ogni principio di equilibrio, bilanciamento, controllo, contropotere. Ha vinto la Carta di Calamandrei, Pertini, De Gasperi, Iotti, Di Vittorio contro la nuova Costituzione monstre di Nordio, Meloni, Delmastro e Santanché. I cittadini hanno capito, nonostante una propaganda sfrenata e fatta con ogni mezzo, un quesito e una riforma complessi. Hanno capito che smantellare l’organo di autogoverno della magistratura significava esporlo alle pressioni, alle minacce e al controllo dell’esecutivo, rendendo più indifesi tutte e tutti noi. Oggi sappiamo che la destra di Meloni non è la nuova autobiografia della nazione. C’è ancora speranza. È il momento di organizzarla e farla vivere per giorni migliori” – lo dichiara il Vicecapogruppo di AVS alla Camera, Marco Grimaldi.

Referendum Costituzionale, a Torino stravince il NO con quasi il 65%

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Referendum Città di Torino – Seggi 918 su 919. Dati ufficiosi non definitivi alle ore 18:34:17

voto n° voti %
SI 141.305 35,23
NO 259.794 64,77
votanti n° voti %
Votanti 403.188 63,88
Tot. Voti Validi 401.099 99,48


Dati ufficiosi non definitivi
 alle ore 17:01:11 di oggi 23 marzo
Seggi 865 su 919

voto n° voti %
SI 132.283 35,23
NO 243.232 64,77

Referendum Torino città: Dati ufficiosi non definitivi alle ore 16:38:09

Seggi 768 su 919

voto n° voti %
SI 116.391 35,31
NO 213.235 64,69

Referendum costituzionale, 63,88% l’affluenza finale a Torino

L’Ufficio Elettorale ha comunicato le affluenze finali degli elettori di Torino alla chiusura dei seggi, che è stata pari al 63,88% (votanti 403.449 su 631.560).

Nell’ultima consultazione referendaria abrogativa (8 e 9 giugno 2025) l’affluenza finale era stata del 41,4%. Nel precedente referendum costituzionale (20 e 21 settembre 2020) l’affluenza finale era stata del 48,5%.

Immediatamente dopo la chiusura dei seggi sono iniziate le operazioni di scrutinio. I risultati dello spoglio in tempo reale sono consultabili all’indirizzo: https://elezioni.comune.torino.it/2026/referendumcostituzionale/

Sono 17450 le nuove tessere elettorali rilasciate nei due giorni di apertura dall’ufficio elettorale di corso Valdocco e dalle sedi anagrafiche aperte in via straordinaria nella giornata di domenica. Circa 1.500 i dipendenti comunali che sono stati coinvolti nell’organizzazione della consultazione elettorale. (TorinoClick)

Affluenza a Torino Città di domenica: 49,94%.

L’Ufficio Elettorale ha comunicato le affluenze degli elettori nei seggi di Torino alle ore 23, che è stata pari al 49,94% (votanti 315.386 su 631.560).

Nell’ultima consultazione referendaria abrogativa (8 e 9 giugno 2025) l’affluenza alle 23 era stata del 32,2%. Nel precedente referendum costituzionale (20 e 21 settembre 2020) l’affluenza alle 23 era stata del 36,97%.

I seggi sono aperti lunedì 23 dalle 7 alle 15. La rilevazione finale delle affluenze verrà comunicata dopo le ore 15.

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Affluenza a Torino Città domenica ore 19:  40,15%.

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L’Ufficio Elettorale ha comunicato le affluenze degli elettori nei seggi di Torino alle ore 12 per il quesito referendario:

«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?» (Scheda di colore verde)

Votanti: 67.883 su 631.560 pari al 10,75% ore 12

Nella precedente tornata elettorale di referendum, che si è svolta l’8 e il 9 giugno 2025, l’affluenza, alle 12, era stata del 9,61%.

La prossima rilevazione delle affluenze è in programma alle ore 19.

TorinoClick

Cade dalla tribuna e finisce al CTO

Cade da una tribuna di un campo da calcio e finisce ricoverato al CTO. È successo nel pomeriggio di ieri in un campo in Cit Turin, in corso Ferrucci, dove un uomo, cadendo accidentalmente, ha riportato diverse fratture. L’incidente è avvenuto in occasione della partita tra le squadre Pozzomaina e Comala per il campionato di Prima Categoria.

Sul posto sono intervenuti prontamente i soccorsi del 118 Azienda Zero, che lo hanno stabilizzato e portato subito in ospedale in codice giallo per le diverse lesioni riportate. Fortunatamente le condizioni non sono gravi.

VI.G

S’è rotto l’antico orologio nella casa delle sorelle Prozorov

Al Carignano, sino al 29 marzo

La scena di Giuseppe Stellato, innanzitutto. Appoggiati al grigiore della vasta tela che occupa gran parte del palcoscenico – un’unica via di fuga sulla destra ma in gran parte invisibile -, un tavolo e una decina di sedie posti su un piano inclinato, del colore della neve e del verde delle piante, a trasmettere l’ansia e l’instabilità e la fatica dei movimenti, punto di traguardo un pianoforte (che verrà verso la fine parzialmente smembrato) a cui Solënyj (Francesco Aricò, che acquista rimarchevole peso scena dopo scena) strimpella e recita versi, anche Pasternak aiuta a inquadrare, quasi solo per se stesso, forse unico spazio – nella desolazione che vive tutt’intorno – dove ricreare un barlume di felicità. Un isola, o già una zattera, in balia di un mare dove non è altro che calma tempesta. In opposto, una macchina fotografica, antica, è ancora Solënyj ad azionarla, a catturare quasi come un susseguirsi di inquadrature cinematografiche immediate i momenti di una memoria che ti sguscia dalle mani, nella volontà di “salvare almeno l’attimo presente” (mi chiedo se siamo tanto lontani, avvicinandoci alla contemporaneità, al “carpe diem” del professor Keating di Williams e Weir?). Sguscia a te stesso, agli altri tutti. “Passeranno gli anni ed anche noi ce ne andremo per sempre, ci dimenticheranno, dimenticheranno i nostri volti, le nostre voci e quante eravamo”, dirà Olga nelle battute finali. Una coda di amara dissolvenza.

Le prime impressioni, queste, di quello che si stabilisce come uno tra i migliori spettacoli dell’anno, bello e profondo, un lungo tempo di costruzioni e pensamenti, analizzato sin nei suoi spazi più intimi, dovuto alla riscrittura e alla regia di Liv Ferracchiati, artista associato dello Stabile torinese, che ha avuto a lato la collaborazione della drammaturga Piera Mungiguerra e di Margherita Crepax nelle vesti di nuova traduttrice. Un testo, le “Tre sorelle” cechoviane, scritte e messe in scena allo scoccare del secolo scorso, che per Ferracchiati è “un testo filosofico sull’esistenza”, dove trova posto la tragedia del nulla, dove la vita si ripete ogni giorno identica a se stessa, dove “tutto è uguale” ripeterà il nichilista Čebutykin, tra la lettura della Pravda e uno sberleffo, tra il non ricordare più nulla della sua medicina e una tenue quanto sorniona corte a Irina (Livia Rossi), dove si vive di incertezze e di sogni che si riveleranno inappagati, dove la realtà spaventa e quando la si vuole o la si vede concretizzata, diventa grottesca (“pur di poter lavorare” la giovanissima Irina sarebbe disposta a essere “un umile cavallo”) o pesante e insoddisfacente, come per Olga (Irene Villa), una volta raggiunto il suo ruolo nella scuola. Continuano a sperare le tre sorelle Prozorov (“per noi tre sorelle, la vita non è ancora stata stupenda, ci ha soffocate, come un’erba grama”, confesserà ancora Irina), lo confessano a se stesse e lo urlano ai quattro venti, ma il loro “a Mosca! a Mosca” rimane sospeso nell’aria – come tutto qui è sospeso, la vita, gli amori che distruggono e gli amori senza amore, la carriera universitaria di Andrej, la guarnigione che arriva e riparte: sembra che l’unica realtà possibile sia quella della cognata Nataša (la sempre convincente Giordana Faggiano, ai cui debordamenti e urli il regista lascia parecchio spazio), ben lontana dai sogni, capace di piombare nella casa con gli abiti coloratissimi della ragazzina dei nostri tempi (i costumi che delineano quei corpi sono di Gianluca Sbicca), imbarazzata e vuota, per accumulare cambi di mises che la fanno entrare di prepotenza nell’immagine della padrona di casa che ne ha ben stretto in mano le chiavi, della donna che, tutti nell’attesa della festa per il carnevale, la nega dal momento che il suo piccolo Bobik ha qualche grado di febbre.

Come il guardaroba di Nataša, ogni cosa nella messinscena di Ferracchiati diventa contemporanea e strettamente legata ai giorni nostri, anzi, con un giusto passo oltre, universale – da abbracciare in tutto, e dio sa con quanta convinzione chi stende queste note lo dica per l’occasione, uscito troppe volte in disaccordo (anche quest’anno non gli sono state risparmiate, con tutta la loro presunzione) con rivisitazioni, tratto da (magari ingannevolmente lasciato al “di”), pensieri fuorviati di un qualche regista o sedicente tale, sfrontatamente all’arrembaggio, capiti quel che ha da capitare -, staccandosi da una letteratura e da un linguaggio d’antan (ci sta benissimo anche un vaffa) e dalla storicità della Russia (anche le uniformi non sono più uniformi, ma anonimi cappotti pastrani impermeabili di un anonimo verde, ben lontani da quelle uniformi dai bottoni dorati che i componenti della guarnigione hanno indossato in passate edizioni) con tanto di samovar di inizio Novecento per entrare a usare ancor meglio il bisturi di una sala operatoria. Tutto è infittito e prosciugato allo stesso tempo, le tante psicologie si rivestono di nevrosi, di discorsi colmi d’affanni, d’interruzioni, di frasi che spaventano e cessano, il tutto – nella grande bravura di tutti e dieci gli attori – diventa una partitura, esattissima, un coro a più voci controllato in ogni particolare, con l’urlo e il sussurro e la fatica dell’emissione della voce, ogni frase a un certo punto – uno dei momenti più belli e coinvolgenti della serata – si mescola in un appuntamento di liturgia profana, in una sequela di litanie che abbracciano la disperazione dell’umanità. Perché ha un bel ripetere Tuzenbach (una bella prova per Riccardo Martone: è suo il “nevica: che senso ha?”, con cui la nuova scrittura slunga il titolo originale, domanda

senza ritorno) che continua a coltivare “una furiosa voglia di vivere” per morire poi in duello (certo qui il regista non ci ha preparato abbastanza allo sviluppo dell’azione, tutto è troppo improvviso), fatica Veršinin a staccarsi dall’abbraccio con Maša (Rosario Lisma e Valentina Bartolo, forse i più convincenti della serata), lui continuerà con la ripartenza dei soldati a seguire moglie e figli, lei tenta ancora per un attimo ad afferrare quella occasione che la vita le offre. Ogni tentativo non ha più una sua ragion d’essere, Čebutykin (Giovanni Battaglia, attento quanto freddo commentatore) ha lasciato cadere a terra il vecchio orologio, pezzo raro e certo tra i ricordi più affettuosi della casa, è l’annientarsi definitivo di ogni miraggio, racconta quel momento in cui le promesse crollano e gli orizzonti di significato si dissolvono, senza che ne siano formati di nuovi”, scrive Ferracchiati nelle note di regia.

Vive la contemporaneità anche nell’incendio del villaggio vicino, oggi che vediamo fuochi dappertutto e quelle stesse fiamme sembrano accerchiare sempre più d’appresso anche noi e anche noi vediamo giorno dopo giorno lo sgretolarsi delle “narrazioni rassicuranti”: siamo coinvolti per cui nulla di più facile e più “autentico” che il regista sposti l’ultima parte di quel che resta di quella narrazione, dolente e pronta alla resa, in platea, a due passi da noi, ben visibile, una tragedia senza tempo che ci pare di toccare. Sì, arriveranno ancora le vecchie spinte (“la nostra vita non è ancora compiuta… vivremo… lavoreremo”, quasi si fosse tornati a riascoltare l’affaccendata Sonia, piena di speranza e di voglia di fare accanto a zio Vania) ma il “tarara-ra-oh” che chiude è un sorriso sghembo che non esclude nessuno. Repliche al Carignano sino al 29 marzo: per chi vorrà nuovamente entusiasmarsi con Cechov.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Luigi De Palma, alcuni momenti dello spettacolo.