ilTorinese

Le Gallerie d’Italia di Torino inaugurano la mostra su Nick Brandt

 

“The Day May Break. La luce alla fine del giorno” il 17 marzo prossimo

Intesa Sanpaolo presenta alle Gallerie d’Italia di Torino dal 18 marzo al 6 settembre prossimo la mostra dal titolo “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, progetto espositivo a cura di Marianna Rinaldo dedicato a uno dei fotografi contemporanei attivi sui temi della crisi climatica e della distruzione ambientale.

“The Day May Break” è stato avviato nel 2020, nel pieno della pandemia, e costituisce una serie globale articolata in quattro capitoli che inaugura una nuova fase della ricerca di Brandt.

Il progetto concentra l’attenzione dell’artista su persone, animali e paesaggi segnati dalla crisi ambientale in regioni del mondo che, pur avendo contribuito meno al cambiamento climatico, ne subiscono in modo particolarmente grave gli effetti.

Per la prima volta a Torino, alle Gallerie d’Italia, vengono riuniti tutti e quattro i capitoli di “The Day May Break” in un percorso immersivo composto da 63 fotografie di grande formato. Le immagini offrono uno sguardo insieme intenso e lirico su ciò che rimane e su ciò che, nonostante tutto, continua a esistere e a suggerire una possibilità di speranza. Il quarto capitolo della serie è stato commissionato da Intesa Sanpaolo, a testimonianza dell’impegno della banca nei confronti della sostenibilità, della responsabilità sociale e della promozione della cultura come strumento di consapevolezza.

Mara Martellotta

Torino, imprese più solide. Ma servono nuovi investimenti

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Negli ultimi dieci anni accelera la transizione dell’industria torinese: imprese più solide, ma ora servono investimenti nei settori a maggiore crescita

Un’analisi inedita sui bilanci delle imprese a partire dal 2014 evidenzia una profonda trasformazione del sistema manifatturiero torinese. Il quadro che emerge mostra un tessuto produttivo più solido e diversificato, anche se permangono alcune criticità: la produttività e il valore aggiunto crescono meno rispetto al fatturato. Tra gli aspetti positivi si segnalano invece la maggiore diversificazione dell’export, una redditività in aumento e progressi nell’efficienza energetica.


Il sistema economico torinese sta affrontando la fase di ripresa rafforzando la propria redditività e orientando gli investimenti verso comparti con maggiori prospettive di sviluppo. Tra questi spicca l’aerospazio, settore che dimostra come il territorio riesca a essere competitivo quando mette insieme competenze storiche, innovazione tecnologica e capacità industriale. Nei prossimi anni un ruolo rilevante sarà giocato anche dalla meccanica strumentale, dall’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi e dalla crescente domanda di robotica, oltre che da comparti come agroalimentare, chimica e gomma-plastica.

La città sta quindi attingendo alle proprie radici industriali per avviare un percorso di diversificazione produttiva già in atto, come mostrano i dati. Il nucleo dell’apparato produttivo si è rafforzato e l’export appare oggi più articolato. Anche la redditività è in crescita, soprattutto negli ultimi anni. Migliorano inoltre le performance sul fronte energetico: dal 2022 i consumi elettrici diminuiscono mediamente del 4% l’anno, segnale di un efficientamento strutturale che si accompagna a una quota di energia rinnovabile pari al 41,1%.

Queste sono alcune delle principali indicazioni contenute nel Rapporto industria e servizi organizzati 2026, realizzato da Unione Industriali Torino, Camera di commercio di Torino e Centro di Ricerca e documentazione Luigi Einaudi. Lo studio analizza i bilanci depositati delle imprese con fatturato superiore a 5 milioni di euro, che nel periodo 2014-2023 sono passate da 1.384 a 1.892 unità, registrando una crescita del 37%.

“Il rapporto ci conferma un fatto per noi noto: Torino non ha bisogno di dimostrare di saper produrre. Il punto oggi è trasformare questa capacità in un vantaggio competitivo strutturale sapendo che manifattura e servizi sono oggi un binomio ineludibile. Torino e il Paese hanno bisogno di un’industria forte, con al centro innovazione e tecnologia, per tornare a crescere e creare valore aggiunto. Abbiamo una struttura eterogenea ed efficiente e una buona redditività: puntando su una stretta integrazione di IA nella manifattura e nei processi produttivi e lasciando emergere nuove specializzazioni ad alto valore aggiunto, Torino può confermarsi protagonista dell’industria nazionale ed europea. Serve fiducia, nonostante la complessità di questa fase. E serve voglia di crescere: noi ce l’abbiamo” dichiara Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino.

“Per ogni 100 euro di valore aggiunto dell’industria torinese, 47 euro sono acquisti di servizi organizzati: manifattura e servizi avanzati non devono più essere considerati come settori separati, ma come un unico nucleo produttivo esteso, che sul nostro territorio ha registrato nell’ultimo decennio ottime performance, come un +56% di fatturato – evidenzia Massimiliano Cipolletta, Presidente della Camera di commercio di Torino – questo nostro approccio di analisi, fortemente innovativo e inedito a livello italiano, evidenzia dati interessanti sul tessuto economico torinese: una redditività in accelerazione recente, un export sostenuto non più solo dall’automotive ma anche da aerospazio e macchinari, il progressivo efficientamento energetico. Ora è strategico trasformare la redditività ottenuta in investimenti innovativi che permettano la crescita anche di settori più in difficoltà, come l’ICT, o a minore valore aggiunto, come i servizi alla persona”.

Dall’analisi dei dati emerge come nell’ultimo decennio il cosiddetto “nucleo produttivo esteso” non si sia rafforzato soltanto dal punto di vista numerico. Gli addetti sono aumentati del 24%, passando da 258.759 a 320.857. Il fatturato complessivo è cresciuto del 56%, da 76 a 118,4 miliardi di euro. Il valore aggiunto ha registrato un incremento del 50%, salendo da 20,2 a 30,3 miliardi. In crescita anche le immobilizzazioni, passate da 48 a 75 miliardi (+57%), e il margine operativo lordo, salito del 47%, da 9,3 a 13,6 miliardi.

Nonostante questi dati positivi, emerge uno squilibrio tra fatturato e valore aggiunto. Quest’ultimo, infatti, è cresciuto meno del giro d’affari: nel decennio il valore aggiunto per addetto è aumentato del 21,1% (da 77.882 a 94.352 euro), mentre il fatturato per addetto è cresciuto del 26% (da 293.823 a 369.114 euro). In un sistema fortemente innovativo ci si sarebbe aspettato il contrario. Se si considerano i dati depurati dall’inflazione, la crescita reale del valore aggiunto del nucleo produttivo si attesta intorno all’1,5% annuo, solo leggermente superiore alla media del Nord Italia (+1,3%). In altre parole, il sistema industriale torinese appare solido e dinamico, ma non ancora abbastanza potente da trainare l’intero sistema economico.

Un’altra questione centrale riguarda la produttività. Nel complesso, negli ultimi dieci anni si registra un aumento medio del 21%, ma con forti differenze tra i diversi settori. La manifattura raggiunge 102.969 euro per addetto, con una crescita del 53%, confermandosi il comparto più performante. Le costruzioni segnano addirittura un +121%, risultato però legato in gran parte agli incentivi edilizi degli ultimi anni. In controtendenza, invece, il comparto ICT e i servizi alle imprese, che registrano un calo del 13%.

Proprio quest’ultimo dato rappresenta uno degli elementi più critici. Il settore che avrebbe potuto trainare lo sviluppo del terziario avanzato perde produttività e peso occupazionale, scendendo dal 14% al 12% degli addetti del nucleo produttivo. Tra le cause principali vengono indicati la dimensione ridotta delle imprese locali, la forte attrazione esercitata dal polo milanese e una scala aziendale media ancora troppo limitata.

Parallelamente cresce il peso dei servizi alla persona, che passano dal 15% al 26% degli occupati del nucleo. Tuttavia, si tratta di attività caratterizzate da un valore aggiunto relativamente basso, con una produttività media di 50.662 euro per addetto. Questo dato conferma come una parte significativa della terziarizzazione in atto sia legata a settori a basso valore aggiunto, con effetti limitati sulla produttività complessiva del sistema.

La questione decisiva riguarda quindi la destinazione della redditività recuperata negli ultimi anni e la quota che verrà effettivamente trasformata in nuovi investimenti. Un segnale positivo è rappresentato dalla possibilità per molte imprese di finanziare parte degli investimenti attraverso risorse proprie. Questo potrebbe consentire di indirizzare rapidamente capitali verso i settori con maggiori prospettive di crescita.

Cadavere di un uomo trovato nei boschi

Macabro ritrovamento ieri mattina nei boschi di Mezzenile, dove sono stati recuperati i resti di un uomo all’interno di un’auto precipitata in una scarpata. La vittima sarebbe un pensionato residente a Ceres.

La vettura si trovava nel fondo di un dirupo, a oltre cento metri di profondità rispetto alla strada. Il veicolo, completamente danneggiato, era nascosto tra la vegetazione del bosco.

A segnalare la presenza dell’auto sono state alcune persone che nel tardo pomeriggio di mercoledì stavano passeggiando nella zona. Notata la carcassa del mezzo tra gli alberi, hanno immediatamente dato l’allarme alle autorità.

“Il barbiere di Siviglia” nella Palazzina di Caccia di Stupinigi

Domenica 15 marzo, alle ore 19, si terrà il primo appuntamento della rassegna domenicale del TSN Teatro Superga Nichelino, nel Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Si tratta di un omaggio alla lirica italiana, con l’esecuzione del capolavoro di Gioachino Rossini “Il barbiere di Siviglia”. Rappresentato a Roma nel teatro di Torre Argentina nel 1816, si tratta di una delle più vivaci opere buffe della tradizione musicale italiana, su libretto di Cesare Sterbini, tratto dall’omonima commedia di Beaumarchais del 1775. “Il barbiere di Siviglia” mette in scena la forza dell’amore giovanile che supera ogni convenzione sociale, interessi economici e intrighi di Palazzo. Tratteggia un grande affresco che deride la società del bel mondo settecentesco e rivoluziona l’opera buffa, opera di un geniale ventitreenne pesarese che, grazie alla fama ottenuta dal “Barbiere”, divenne il compositore più richiesto dell’Ottocento.

La rassegna “Lirica a corte” è organizzata dal TSN Teatro Superga Nichelino in collaborazione con STM Scuola del Teatro Musicale e Fondazione Ordine Mauriziano.

Info e biglietti: intero 38,50 euro – 0116279789 – biglietteria@teatrosuperga.it – orari biglietteria: da martedì a venerdì dalle 15 alle 19

Mara Martellotta

Le stelle del banano

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BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

Giuseppe Mulas è nato ad Alghero nel 1995, una città di pietra chiara affacciata sul Mediterraneo con bastioni che signoreggiano sull’orizzonte insieme antico e quotidiano del mare.
Nei vicoli del centro storico l’aria sa di sale, tra case color miele, panni stesi e finestre spalancate che sbattono per il vento.
Più in basso il porto, con le barche ferme sull’acqua che all’imbrunire si fa profonda.
Nonostante le sue origini ha un accento particolare, per nulla sardo, ma che richiama quello spagnolo: lui stesso non se lo spiega.

Dalla Sardegna si trasferisce un po’ per caso a Torino e poi passa un anno a Varsavia in Erasmus.
Qui incontra il professore e pittore Paweł Bołtryk dell’Accademia di Belle Arti.
Dalla sua pittura assorbe alcuni topos quali le forme organiche e vegetali, spesso accresciute e isolate sulla tela in un intrico dalla levità irreale.

Sempre a Varsavia rimane colpito dalla presenza inaspettata di una palma artificiale alta 15 metri – installazione dell’artista polacca Joanna Rajkowska – in una rotatoria di via Gerusalemme, che produce uno straniante contrasto con l’ambiente circostante.
Un’immagine che sembra in dialogo con quelle del professor Bołtryk, una sorta di sincronicità, che Giuseppe si porta con sé nel suo ritorno a Torino.

Il suo lavoro nasce proprio così: per figure che ritornano, scivolate solo momentaneamente nell’inconscio, nei sogni.
Non è però una pittura impulsiva, Giuseppe lavora in modo metodico tra le nebulose di queste forme, spesso sapendo già prima di iniziare quali elementi entreranno nel quadrato luminoso della tela e come si combineranno tra loro.

Non uso a caso il binomio “quadrato-luminoso”: Mulas parte spesso da una base gialla, che rimane nascosta sotto gli strati successivi di colore– soprattutto blu e viola – poi graffia la superficie, incide la pittura e il giallo zampilla come luce.
Il segno metallico lavora dunque per riaprire la superficie e lasciare riaffiorare ciò che sta sotto.

È forse questa tecnica una chiave-metafora per capire Giuseppe.
Quella matrice carsica di giallo intenso è simile a ciò che ho avvertito chiacchierando con lui nel suo studio di via Tarino 7, a Vanchiglia, in un pomeriggio di fine inverno.
Parlo di qualcosa di pacato ma operoso, di una nervatura profonda di calore, come brace sotto la cenere, la stessa che nelle sue tele affiora non appena le si scalfisce.
Un’allegria trattenuta, un conquistato ottimismo del nulla che non necessita di continui input esterni per farlo ardere ma che è piuttosto un ricercato sostrato interiore.

Il linguaggio visivo dell’artista è legato al simbolico e all’oniricomentre osservo le sue opere mi viene in mente il realismo magico di García Márquez, in cui le cose hanno vita propria, al di fuori del nostro punto di vista.
La camera da letto, il bagno, i segni dell’infanzia, le pareti, il ricordo della casa: tutto, nel suo lavoro, sembra sorgere da un’esperienza privata che si schiude però attraverso un alfabeto cosmico di bambino.

Piante tropicali, banani, stelle, casette-matrioska e oggetti quotidiani diventano il fulcro dei quadri: sono in parte simulacri di esseri umani, in parte portatori di una loro traccia, in parte scampoli d’inconscio – di spostamenti di senso – e in parte solo se stessi.

Tra questi elementi ce n’è uno che ritorna di frequente: il banano.
Giuseppe mi racconta della malattia degenerativa del padre e di come sia nata allora questa figura: una pianta immobile, radicata e generatrice di frutti.
In alcuni dipinti l’albero, talvolta seduto in poltrona, genera attraverso le sue lacrime delle stelle.
Stelle che l’artista riproduce come si fa da piccini, con asterischi, e che si insinuano e traboccano nei vari anfratti della tela: tovaglie, bicchieri, corpi, muri.

Sulle tele compaiono spesso cieli stellati: cascami di ricordi che di nostalgico non trattengono molto.
Le notti in Sardegna, la spiaggia, le costellazioni osservate con gli amici vicino al mare sono piuttosto sostanze ancora attive, capaci di deformare il presente.

La notte è l’altro grande territorio della sua pittura: uno spazio del sogno che è l’altra faccia di quel giallo che attende di far capolino sotto la superficie.
Quella di Giuseppe è una notte senza tenebra, che fa da mite contraltare alle figure e alle luminosità dell’insieme.

Stilisticamente usa infatti colori saturi e tra loro opposti, spesso applicati direttamente dal tubetto senza mescolarli, con tonalità accese che alterano il rapporto tra chiarore e ombra, realtà e incantesimo.

L’essere umano non è quasi mai presente se non a frammenti.
È una presenza espansa e amalgamata anch’essa nel simbolico: se gli oggetti talvolta rimandano o sono testimoni della presenza umana, le presenze umane si fanno quasi oggetti.
La vita continua a manifestarsi senza cervelli che la elaborino, le cose mantengono il loro significato al di là delle nostre interpretazioni.

Al termine della mia chiacchierata con Giuseppe, e di questo articolo, c’è l’Amazzonia.
Ci passa tre mesi nel 2022, dove vive non distante dalla foresta colombiana a stretto contatto con una comunità indigena.
Mi racconta di alcuni giorni passati a cacciare nella giungla, dello scorrere lento del fiume, percorso in barca tra pareti di vegetazione così fitte da sembrare un’unica massa verde.
Degli appostamenti e soprattutto della foresta di notte.

Quando lo fa non mi parla di un muro nero in cui si agitano rumori ostili o respingenti.
Gli alberi si muovono appena, pollini di suono sospesi nell’aria come invisibili fuochi fatui che si consumano brevemente.
Gli pare che qualcosa di immenso stia dormendo sotto quella pelle di radici e rami: una sorta di struttura salda, un sistema immunitario fatto di corpi vegetali che possiede un rigore palpabile.
L’alta nota gialla che è il fondale d’ogni cosa.

Forse è per questo che nei suoi quadri le piante non sono mai nemiche, le foglie si aprono come mani, tra i rami compaiono cuscini, piccoli approdi morbidi.

La vegetazione diventa un luogo in cui fermarsi, dormire, prestare ascolto al rumore del sangue che fluisce nei ventricoli del mondo e dalla quale far sgorgare un tripudio di astri stilizzati, identici a come li percepivamo da bambini mentre eravamo distesi con gli amici a guardare il cielo.

Link Linkedin e Instagram: https://www.linkedin.com/in/riccardo-rapini-31097438/
https://www.instagram.com/rijkard_nikov/

Foto 1 e 2 : Giuseppe Mulas nel suo studio
Foto 3: “Sognare la notte” 180×210 cm Acrilico Olio Spray
Foto 4: Installazione “All the stars of your”

Tulipani Italiani 2026: torna il più grande U-PICK GARDEN d’Italia

Il campo di Grugliasco continua la collaborazione con l’Agriturismo Cascina Duc

La primavera 2026 segna il ritorno di Tulipani Italiani, il più grande U-PICK GARDEN d’Italia, pronto ad accogòliere migliaia di visitatori in due splendide location: Arese, alle porte di Milano, e Grugliasco, vicino Torino. L’apertura del campo di Arese è prevista indicativamente intorno al 14 Marzo 2026, mentre per il campo di Grugliasco ci auguriamo di aprire il 14 marzo, anche se la data potrebbe essere leggermente posticipata. Le date definitive saranno confermate in base all’andamento delle temperature e della stagione primaverile. 

I numeri della stagione 2026

Per questa nuova edizione:

  • 600.000 tulipani ad Arese

  • 350.000 tulipani a Grugliasco

Anche quest’anno il concept resta quello che il pubblico conosce e apprezza: U-PICK, “cogli tu”. I visitatori potranno passeggiare liberamente tra i filari e raccogliere personalmente i tulipani, vivendo un’esperienza autentica  a contatto diretto con la natura.

Ogni stagione è unica: nuove varietà di tulipani, il disegno dei campi, la disposizione dei filari e i mix cromatici cambiano completamente rispetto agli anni precedenti. Per il 2026 abbiamo introdotto numerose nuove selezioni, creando combinazioni di colori inedite e suggestive. Saranno inoltre presenti altre varietà floreali e bulbi, (Narcisi, Iris e Allium) per arricchire ulteriormente il percorso e offrire ai visitatori nuove sfumature e sorprese botaniche.

Spiegano i promotori: “Abbiamo inoltre investito in un importante numero di varietà precoci, con l’obbiettivo di garantire una fioritura abbondante già a partire indicativamente dal 25 Marzo. Questo permetterà di vivere i campi nel pieno della loro bellezza durante le festività pasquali, che quest’anno cadono in periodo favorevole della fioritura.

Con il vostro supporto e il vostro entusiasmo, possiamo continuare a far sbocciare un futuro più verde, pieno di emozioni e colori. Restate connessi sui nostri canali Instagram, Facebook, TikTok, Twitter per non perdere le novità e condividete con orgoglio i vostri momenti più belli!

Saremo aperti 7 giorni su 7 dalle 9.00 alle 19.30, Sabato e Domenica dalle ore 8.30 fino alle 19.30. La pioggia non ci spaventa. Saremo aperti anche nei giorni di brutto tempo, che dona ai fiori vita e freschezza. Approfittate di questa occasione unica per immergervi nei colori e nei profumi della primavera! La chiusura è prevista solo in caso di impraticabilità del campo o maltempo che possa compromettere la sicurezza dei visitatori.

Ogni giorno i filari nei campi cambieranno, trasformando il paesaggio in uno spettacolo unico e irripetibile! I bulbi selezionati con cura, dai precoci ai tardivi, permetteranno ai visitatori di vivere l’esperienza di raccogliere tulipani e immortalare momenti speciali per tutta la durata dell’evento. Come sempre, ci dedichiamo con passione a offrire tulipani di qualità superiore, dai colori vivaci e intensi. Nel nostro Show Garden, un vero paradiso per gli amanti dei fiori, potrete scoprire le varietà, lasciarvi incantare dalla loro bellezza e divertirvi a cercare e raccogliere i vostri preferiti tra i filari multicolore.

Il campo di Arese si trova in Via Luraghi 11, nel cuore del Parco delle Groane, immersi nei campi che si trovano di fronte a IL CENTRO, nella suggestiva area conosciuta come La Valera. Per la stagione 2026 il campo è situato accanto al muro della Villa Ricotti, in un contesto particolarmente affascinante, circondato da alberature e zone d’ombra naturali. Questa caratteristica, oltre a rendere la visita più piacevole, potrebbe consentire, condizioni climatiche permettendo, di prolungare la stagione fino ai primi di Maggio. Desideriamo esprimere la nostra profonda gratitudine alla direzione de IL CENTRO di Arese per il continuo supporto e la collaborazione costruttiva che ci hanno dimostrato negli ultimi anni; un sentito ringraziamento anche al Comune di Arese e al corpo di Polizia Locale di Arese, che con grande professionalità e disponibilità ci affiancano, garantendo sempre un prezioso sostegno alle nostre attività”.

Il campo di Grugliasco continua la collaborazione con l’Agriturismo Cascina Duc e con la famiglia di agricoltori che ospita il progetto. Si tratta di una sinergia che unisce tradizione agricola, innovazione e attenzione alla sostenibilità, valorizzando il territorio alle porte di Torino. Grugliasco, con il suo fascino storico e il suo impegno per la sostenibilità, ci ispira ogni giorno a fare del nostro meglio per valorizzare il territorio. L’entusiasmo e il calore dei visitatori sono il motore che ci spinge a crescere e a migliorare, rendendo ogni stagione unica e indimenticabile. Continuare insieme questo cammino ci riempie di gioia e gratitudine.

Novità scenografiche 2026

Come ogni anno, non mancheranno nuove installazioni fotografiche pensate per arricchire l’esperienza dei visitatori. 

Ad Arese sarà presente una nuova mucca decorativa bianco-nera, mentre a Grugliasco la mucca simbolo del campo è decorata con il tricolore italiano. Elementi che, insieme ai nuovi mix di colori e alle varietà inedite, renderanno ogni visita ancora più coinvolgente e memorabile.

Tulipani Italiani rinnova anche per il 2026 la propria missione: creare un legame speciale tra uomo natura, promuovendo uno stile di vita sostenibile offrendo un’esperienza di bellezza condivisa, dove i fiori possono essere fotografati, ammirati e raccolti, ma sempre nel rispetto della natura.

MARA MARTELLOTTA

Lions per il progetto LETIsmart nella metropolitana

 

19 marzo alle ore 20 presso l’Unione Industriali – Serata dedicata alla nascita di una residenza Barocca: Villa della Regina

Una città più accessibile, più sicura e più giusta per tutti. È questo l’obiettivo de Lions International che, con il Lions Club Torino Solferino, sono promotori di un importante service dedicato all’autonomia delle persone non vedenti e ipovedenti: portare il sistema LETIsmart nelle fermate della metropolitana di Torino.

LETIsmart è infatti un sistema basato su radiofari installati nei luoghi urbani e su un dispositivo integrato nel bastone bianco, che trasmette informazioni vocali e indicazioni direzionali, aumentando sicurezza, autonomia e qualità della vita.

Per sostenere questa iniziativa, il Lions Club Torino Solferino organizza giovedì 19 marzo alle ore 20 presso l’Unione Industriali Torino, in via Vela 15, una serata dal titolo “Nascita di una residenza Barocca: Villa della Regina”, con relatore il dottor Simone Fiammengo. La cena-evento sarà anche un momento di raccolta fondi a favore del service LETIsmart. La quota di partecipazione è di 36 euro a persona; I bonifici devono pervenire al c/c intestato a Lions Club Torino Solferino – IBAN: IT14N0883301003000200100048. I Lions International rinnovano così la propria vocazione al servizio del territorio, scegliendo di investire in un progetto innovativo che mette al centro la persona, il diritto alla mobilità e l’inclusione sociale.

LETIsmart rappresenta un intervento concreto per rendere gli spazi pubblici più inclusivi, attraverso una tecnologia capace di orientare, informare e accompagnare le persone con disabilità visiva nei loro spostamenti quotidiani. Il progetto può contare anche sull’appoggio dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, a conferma del suo valore sociale.

L’iniziativa unisce cultura, impegno civile e solidarietà: da una parte una serata di approfondimento dedicata a uno dei luoghi più affascinanti del patrimonio storico torinese, dall’altra un progetto che guarda al futuro e alla possibilità di costruire una città davvero attenta alle esigenze di tutti. Durante la cena-evento ci sarà anche una lotteria con primo premio una Fiat Panda, la cui estrazione è fissata per il 7 maggio.

LETIsmart è uno strumento capace di incidere nella vita reale, nei percorsi urbani, nei trasporti e negli spazi pubblici, restituendo orientamento e autonomia alle persone con disabilità visiva.

Per informazioni e prenotazioni Franco Calzari – cell. 348 2224274 – Floreana D’Alù – cell. 333 2570803

Attraverso il dolore, verso la libertà: Alessia Alciati contro la violenza sulle donne

Attrice e autrice, Alessia Alciati racconta come il cinema e il progetto About Eve trasformano il racconto in consapevolezza, responsabilità e azione concreta, offrendo speranza e strumenti di cambiamento per chi affronta il dolore.
Con il suo lavoro, Alessia unisce l’arte al senso di responsabilità, dimostrando come cinema e narrazione possano diventare leve potenti per il cambiamento culturale e per valorizzare la consapevolezza emotiva del pubblico.
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Alessia, quando nasce la tua sensibilità verso il tema della violenza sulle donne?
La mia sensibilità verso il tema della violenza sulle donne nasce da una predisposizione che mi accompagna da sempre: una forte attenzione verso le situazioni di ingiustizia e verso la sofferenza delle persone. Con il tempo questa sensibilità si è trasformata in una forma di responsabilità, alimentata anche da un’esperienza personale che mi ha portata a confrontarmi più da vicino con la fragilità che molte donne possono vivere.
Entrare in contatto con queste storie rafforza il senso di empatia e la consapevolezza che non basta fermarsi alle dichiarazioni o ai messaggi di solidarietà. Spesso ciò che resta invisibile è proprio il percorso del dolore che le vittime attraversano.
Da qui è nata l’esigenza di creare uno spazio in cui quel percorso potesse essere raccontato e condiviso, perché è lì che prendono forma la consapevolezza e la possibilità di cambiare lo sguardo. Il cinema mi è sembrato il linguaggio più adatto per farlo: non per spiegare o giudicare, ma per mostrare e permettere alle persone di avvicinarsi a queste storie con maggiore profondità.
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Tratto dal cortometraggio “Favola nera”
Nel film Favola Nera affronti un tema complesso attraverso una narrazione intensa. Qual è il messaggio che volevi trasmettere? Perché hai scelto il linguaggio della favola “oscura” per parlare di violenza?
La scelta della favola dark nasce dal desiderio di accompagnare lo spettatore verso una maggiore consapevolezza emotiva. La struttura del racconto riprende simbolicamente un percorso di sofferenza che richiama, in forma evocativa, anche antiche immagini della tradizione – come quella del sacco degli antichi romani – per rappresentare un momento di chiusura e di immersione nel dolore.Ma il punto non è la sofferenza in sé. Attraversare quel passaggio serve a far emergere una possibilità di liberazione: la scoperta di una visione di sé ricostruita, ancora incerta magari, ma aperta al potenziale. In questo processo il dolore non scompare, ma cambia natura. Diventa qualcosa che può essere attraversato e compreso, non più distruttivo né limitante delle proprie energie.
È proprio in questa forma di solidarietà con il dolore – nel riconoscerlo senza negarlo – che può nascere un senso di liberazione e una nuova consapevolezza di sé. Il linguaggio della favola, con la sua dimensione simbolica, mi è sembrato il modo più adatto per raccontare questo passaggio.
 Secondo te il cinema può contribuire davvero a cambiare la percezione sociale della violenza di genere?
Credo che l’arte abbia un potere evocativo molto forte, perché riesce a parlare alle persone su un piano emotivo e immediato, spesso prima ancora che razionale. A differenza di molti dibattiti pubblici, che rimangono confinati in contesti specifici o specialistici, l’arte ha la capacità di raggiungere il pubblico in modi diversi, anche in momenti non programmati della quotidianità: un film visto per curiosità, una storia che si incontra quasi per caso.
In quell’incontro nasce prima di tutto una percezione individuale. Lo spettatore si confronta con immagini, simboli e situazioni che possono risuonare con la propria esperienza. Ma quando queste percezioni si moltiplicano e vengono condivise, possono trasformarsi in qualcosa di più ampio: una percezione sociale, una consapevolezza collettiva che nel tempo diventa patrimonio culturale.

In questo processo il cinema ha una forza particolare. Unisce racconto, immagine ed emozione e possiede una straordinaria capacità di diffusione. Proprio per questo può contribuire a rendere visibili temi complessi come la violenza di genere, favorendo un passaggio importante: da una sensibilità individuale a una coscienza sociale più ampia e condivisa.

Foto Angelo Cricchi
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Oltre al lavoro artistico, sei impegnata nel progetto About Eve. Come nasce questa iniziativa e quali sono i suoi obiettivi principali?
Il progetto About Eve nasce dal desiderio di dare una forma concreta a un impegno che non voleva restare soltanto sul piano del racconto artistico. In un certo senso rappresenta il primo tassello per trasformare un’idea e una sensibilità in qualcosa di organizzato e operativo, capace di trasferire valore attraverso iniziative proprie.
Per me è anche motivo di orgoglio poter svolgere un ruolo attivo in questo percorso, in modo coerente con una sensibilità e con un’indole che mi hanno sempre portata a non restare indifferente di fronte alla sofferenza delle persone. Per fare questo cerchiamo di mantenere uno sguardo ampio sul fenomeno, che non riguarda solo l’episodio di violenza in sé ma anche le condizioni che spesso lo rendono possibile o lo aggravano.
Pur nascendo anche dalla volontà di affrontare il tema della violenza di genere, About Eve non è un progetto limitato esclusivamente a questo ambito. L’associazione si propone infatti come uno spazio aperto di riflessione e di azione su diverse forme di fragilità e di esclusione sociale, dando voce a minoranze, sostenendo percorsi di empowerment e situazioni di disagio che spesso faticano a trovare ascolto. In questo senso About Eve unisce due dimensioni: da una parte la denuncia sociale e la volontà di contribuire a un cambiamento culturale, dall’altra la dimensione artistica e creativa, che diventa uno strumento per raccontare e rendere visibili queste realtà.
L’obiettivo è offrire un punto di riferimento, un luogo di ascolto e di supporto per chi attraversa momenti di difficoltà, ma anche costruire relazioni con istituzioni, associazioni e professionisti che lavorano su questi temi. L’idea è creare una rete capace di accompagnare le persone verso percorsi di consapevolezza e di crescita, trasformando l’esperienza individuale in una possibilità di riscatto e di nuova energia
Proprio questa visione più poliedrica ci porta a dialogare con istituzioni, realtà associative e professionisti che lavorano sul tema. L’idea è costruire connessioni e percorsi condivisi, in modo che l’associazione possa diventare un punto di riferimento per attivare risposte concrete e sostenere un cambiamento reale.
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Gli artisti hanno una responsabilità nel prendere posizione su temi sociali come questo? Hai mai avuto timore che affrontare temi così forti potesse essere rischioso professionalmente?
Credo che gli artisti abbiano prima di tutto una grande possibilità: quella di parlare alle persone attraverso il linguaggio evocativo dell’arte. Non è una responsabilità intesa come obbligo morale o come presa di posizione forzata, ma piuttosto come una consapevolezza del ruolo che l’arte può avere nel contribuire a cambiare lo sguardo della società.
Quando un artista sceglie di affrontare un tema, lo fa attraverso la propria sensibilità e la propria libertà creativa. Ed è proprio questa libertà che rappresenta la sua forza più grande. L’autonomia dell’artista permette di esplorare la realtà da prospettive diverse, di porre domande, di aprire spazi di riflessione che spesso anticipano o accompagnano i cambiamenti culturali.
Per questo mi piace pensare che il senso del proprio ruolo sociale possa diventare una fonte di ispirazione per l’identità artistica, senza trasformarsi in un vincolo. L’arte resta uno spazio libero, ma proprio questa libertà può renderla uno strumento potente nel favorire nuove consapevolezze.
Più che un rischio professionale, affrontare temi complessi può diventare un’occasione per dare profondità al proprio lavoro e per contribuire, anche solo in parte, a un dialogo culturale più ampio.
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Spesso la violenza è l’ultimo anello di una catena fatta di stereotipi e silenzi. Da dove bisogna iniziare per cambiare davvero le cose?
Cambiare davvero le cose richiede innanzitutto una presa di coscienza collettiva: la violenza non nasce dal nulla, ma da certi stereotipi, silenzi e dinamiche sociali che tutti, in qualche misura, contribuiamo a mantenere. In questo senso, ogni gesto, ogni parola e ogni riflessione hanno un peso.
L’arte ha un ruolo importante perché può raggiungere le persone in modi diversi, aprendo finestre di consapevolezza che vanno oltre il dibattito pubblico tradizionale. Ma il vero cambiamento parte anche dall’individuo: dalla capacità di esercitare empatia, di considerare l’altro come persona, di riconoscere le ingiustizie intorno a sé e di tradurre quella consapevolezza in azioni concrete.
Per me questo impegno sociale non è solo un dovere morale, ma una fonte di grande gratificazione. La possibilità di contribuire attivamente al cambiamento arricchisce la mia vita, migliorando la qualità delle relazioni e della mia esperienza lavorativa, e alimentando una soddisfazione profonda nel vedere concretamente l’impatto positivo delle mie azioni.
Ognuno ha il potere – piccolo o grande che sia – di contribuire a rompere schemi e silenzi. È questo intreccio tra responsabilità individuale e collettiva, tra sensibilità e impegno concreto, che può davvero trasformare la società e fare in modo che la cultura del rispetto diventi patrimonio condiviso.
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Se una donna che sta vivendo una situazione di violenza potesse ascoltare le tue parole, cosa vorresti dirle?
Se potessi rivolgermi a una donna che sta vivendo una situazione di violenza, le direi con forza che il dolore che sta vivendo non è normale e non va mai accettato come una condizione inevitabile della vita. Normalizzare il dolore significa permettere che diventi una dimensione che limita, che frena e che, alla lunga, può portare alla distruzione della propria energia, della propria libertà e della propria capacità di scelta.
Esiste però un’alternativa: la speranza. Anche nei momenti più oscuri è possibile ritrovare la propria forza e interrogarsi su quale possa essere il proprio ruolo verso sé stessi. Come nella Favola Nera, dove la protagonista si risveglia con il desiderio di capire chi è e quale strada può scegliere, anche chi attraversa il dolore può trovare la possibilità di ricostruire sé stessa, passo dopo passo, e riscoprire la propria libertà.
Il messaggio è chiaro: il dolore va riconosciuto, ma non accettato come destino. C’è sempre spazio per cambiare, per chiedere aiuto, e per ritrovare una vita che non sia definita dalla violenza subita, ma dalla forza di reagire e dalla capacità di risorgere.
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Riccardo Di Maria
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Andrea Ferraris, dal fumetto autobiografico al cinema internazionale

La storia delle adozioni è sempre complicata, per le traversie che comporta, ma raccontare un adozione dal punto di vista autobiografico è impresa ardua. Ci è riuscito il fumettista Andrea Ferraris talmente bene, che un film tratto da una sua graphic novel è stato presentato in anteprima mondiale nell’ultimo Santa Barbara International Film festival tenutosi nella località californiana il 4 febbraio di quest’anno. Il film girato dall’esordiente regista palermitano Nicola Rinciari è una trasposizione del fumetto edito in Italia dalla casa editrice Einaudi di Torino che ha per titolo ‘’Una zanzara nell’orecchio’’. E’ raccontata la vicenda di Andrew ( l’americano Jake Lacy ) e Daniela ( l’iraniana Nazanin Boniadi ) una coppia che si reca a Goa in India, per adottare Sarvari( l’indiana Ruhi Pal ), una bambina di quattro anni che intendono portare in Italia ( negli Stati Uniti nel film ). Nel momento in cui la bambina rifiuta di lasciare l’orfanotrofio che in fondo è la sua casa, il loro progetto famigliare entra in crisi. Il tentativo di realizzare un nuovo legame e di tornare insieme in Italia ( gli Usa nel film ) si trasforma in un Odissea che mette a dura prova l’ideale famigliare, il ruolo di genitori e l’equilibrio della coppia. Nicola Rinciari ha lavorato tra le altre sue attività come artista di previsualizzazione presso l’americana Dream Works Feature Animation. Nelle sue parole si sente chiamato a comunicare la bellezza della vita anche nei suoi difetti e nelle sue asperità. Il tutto si riflette nel suo lavoro che spazia dal genere fantasy, alla commedia, al dramma. Ogni forma di espressione è per lui una forma di poesia. Mira a mostrare al pubblico un frammento della nostra realtà, da una diversa prospettiva. Parte da un problema, un argomento, un sentimento e lo trasforma in storia che coinvolga lo spettatore sia a livello intellettuale che emotivo. Questa la filosofia del regista siciliano. Pochi fumettisti per contro hanno avuto la capacità di intersecare documento autobiografico, lavoro personale e stile comunicativo come Andrea Ferraris. E adesso arrivano anche i riconoscimenti internazionali.

Aldo Colonna