Diario minimo urbano. Vedere e ascoltare… per credere
Di Gianni Milani
Che piacevole sorpresa. Dopo mesi di rinuncia (confesso: per la mia paura di assembramenti, pur se ben attenzionati, al chiuso) alla Santa Messa domenicale – per me da sempre, o quasi, appuntamento irrinunciabile – domenica scorsa, 12 settembre, vigilia dell’apertura del nuovo anno scolastico, ho salito i gradini della storica Parrocchia “Beata Vergine delle Grazie” di corso Einaudi alla Crocetta di Torino. Intenzionato, una volta per tutte, a recuperare le buone (ahimé,non molte) abitudini. E ho preso – come suol dirsi – Messa. In una domenica che mi porto ancora nel cuore e che proprio per quella mia, forse “guidata” (da chi? da cosa?), decisione mi ha procurato momenti di grande, imprevista felicità. E serenità. Benessere che mi mancava da tempo. Fra i banchi e fuori sul sagrato, tantissimi bambini. Bimbe e bimbi, accompagnati da mamme e papà e nonni. Sulle spalle enormi, esagerati per quelle ancor tenere membra, zainetti. Meglio zainoni. Megagalattici, superstellari, coloratissimi, disegnatissimi. All’ultimo grido. Quelli lanciati dai video-social, immagino. Vuoti, ho sperato. E pensa quando saranno pieni? Mi sono detto. Eh sì, quella di domenica 12, era proprio la Messa dedicata alla benedizione di quelle montagne, dagli umani chiamate zainetti, caricati a spalla dai “portatori”, pur gioiosi e sorridenti pargoletti. Benedizione tutta meritata. Prima da loro e poi dagli zainetti. Comunque, bella iniziativa. Credo programmata anche in altre Parrocchie e sotto altre forme. Un gesto e un segno di speranza. Volti sorridenti. I bimbi della stessa classe o scuola o anche di scuole diverse che si ritrovavano, che tornavano a guardarsi negli occhi dal vivo, a stringersi le mani, a raccontarsi mille, più o meno improbabili, avventure. Ad alzare al cielo, al passaggio del giovane viceparroco don Francesco – ragazzo fra i ragazzi barba e capelli neri pettinati con simpatica e rapida disattenzione- i loro supercontenitori di materiale scolastico tesi ad accogliere dall’aspersorio le gocce volanti, qui e là, della benedizione. In quegli zaini e per tutto l’anno scolastico – ha ricordato ai bimbi il giovane don – fateci stare dentro tante domande, tante curiosità. Non abbiate paura di chiedere. Le risposte alle vostre domande vi aiuteranno a crescere. E poi non dimenticate di riporvi anche la fatica. Quell’impegno che dovrà accompagnarvi per la vita, pur se a volte compagno scomodo e un po’ noiso. E infine l’umiltà”. Sagge parole. I secchioni consci di esserlo e vogliosi di ostentarlo non sono mai piaciuti né ai compagni di classe, né agli stessi insegnanti. Per lo meno, a quelli più intelligenti. Insieme alla benedizione è stata anche ditribuita all’interno della Chiesa (a un centinaio di metri dall’austera casa in corso Galileo Ferraris 70, dove nel 1901 nacque il beato Pier Giorgio Frassati, il “giovane dalle 8 beatitudini” scomparso a soli 24 anni nel 1925, e a cui la Parrocchia della Beata Vergine ha intitolato una Cappella, cuore spirituale della Chiesa ed oggi spazio dedicato alla Pastorale giovanile) una breve ma intensa preghiera stampata su fogli di diverso colore. Un passo recita Signore…aiutami a imparare le cose belle della vita e a condividerle con chi mi è più vicino, oggi e domani. “Condividerle”. Che bel verbo e che bell’insegnamento cristiano e sociale – ho pensato fra me e me – in tempi che hanno perso, per varie ragioni, il gusto della condivisione. Già prima del periodo pandemico, pratica assai poco praticata! E allora ho sentito di dovermi associare anch’io alle
parole di don Francesco e all’alto esempio del beato Frassati che della “condivisione” con gli ultimi, i poveri, i reietti, gli invisibili fece lo scopo unico della sua breve vita. Fino alla morte. Ho quardato quegli zaini, quegli occhi innocenti, quei sorrisi larghi di felicità. E ho sperato e spero che proprio quei “borsoni” (ricordate invece le nostre smilze cartelle?) portati a spalla dai ragazzi possano tutti i giorni dell’anno scolastico appena avviato varcare le soglie di ogni aula, portandosi dietro quella grande voglia di “condivisione”, di conoscenza e di gioco e di sorriso e di amicizia e amore che è strada di crescita e di vera vita per i nostri figli e nipoti. Che possano superare, glielo auguro davvero, quei brutti giorni chiusi in casa prigionieri, giocoforza, della famigerata (ma necessaria) dad. Ciao Enrico, a domani : urla, anche lui quasi incredulo a quel miracoloso accenno di normalità conquistata a dura prova, il piccolo Marco. Ciao Marco – gli ulula dietro Enrico. E ricordati di portare lo zaino… con il pallone dentro, se ci sta, per la ricreazione! Anche il pallone. Povero zaino! E povero Marco! Ma quanta forza hanno le tenere membra dei nostri bimbi?
Certo. Non potevano mancare le opere del grande – eternamente “unknown”, come molti altri suoi colleghi celati dietro improbabili e misteriosi pseudonimi – Banksy da Bristol nella ricca carrellata di opere esposte fino al 26 settembre nella mostra “Sreet Art in Blu3” (seconda edizione) voluta da Claudia e Andrea Spoto, in collaborazione con il collettivo di collezionisti “Xora”, negli spazi del Teatro “Colosseo”, il più grande teatro privato, per numero di posti, del Piemonte. Se di grande “Arte di Strada” o “Arte Urbana” si vuol parlare con una visione a carattere internazionale, Banksy non poteva di certo essere dimenticato. Dicono le curatrici, la svizzera di Lugano Serena Maisto (anche lei presente con sue opere in mostra e curatrice dell’immagine guida) e Lacryma Lisnic: “Dopo l’esperienza del 2019 torniamo al Colosseo con una seconda mostra, che però viviamo ‘alla terza’. Il 3 infatti ricorda sia la B di Blu che la lettera con la quale si firma Bansky, ancora una volta protagonista della nostra mostra, in dialogo con i lavori di 3D, ovvero Robert Del Naja. Sono la stessa persona? Sono artisti che collaborano in un progetto collettivo? Non diamo risposte, ma sarà il pubblico a farsi emozionare dalle loro opere”. Quasi 150 sono i lavori di 36 artisti esposti negli spazi del teatro, nei corridoi, sul palcoscenico, nel foyer in un vero e proprio allestimento fra luci e musica, in un percorso di assonanze e rimandi fra esterno e interno, luci e ombre, passato e presente. Originali, print, serigrafie, copertine di LP che hanno fatto la storia della musica e dell’arte, insegne stradali e persino una falsa banconota a firma di Banksy: “opere diverse e diversi materiali per raccontare un mondo fatto di rimandi, influenze, percorsi di senso”. Il titolo della rassegna rimanda all’italiano Blu, fra i nomi più importanti della street art mondiale. Anche di lui non si conosce la vera identità, né il nome né la data di nascita; si ipotizza sia nato agli inizi degli anni ’80 a Senigallia, comincia a farsi conoscere nel ’99 con alcuni graffiti realizzati un po’ ovunque (muri, saracinesche, cartelli stradali e quant’altro) nel centro storico di Bologna e nel 2011 viene segnalato dal “Guardian” come uno dei dieci migliori street artist in circolazione. Al “Colosseo”, presenta 32 opere. Da segnalare “Rennes”, prova d’artista in preparazione del murales realizzato in occasione del “Festival Mettre en Scene” nel 2010 nell’omonima cittadina francese sulla facciata di un teatro e il potentissimo “Il Grigio di Blu”, frammento di una delle opere coperte a Bologna nel marzo del 2016 in polemica con la tanto discussa mostra degli “stacchi”, in corso nel capoluogo emiliano. Atto di rivolta. Che crea, non distrugge. “Se si potesse grattare la patina di vernice da quest’opera, si vedrebbe un frammento di uno dei murales cancellati a Bologna”. Il muro, appunto. Dice Banksy: “Un muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con
cui puoi colpire qualcuno”. E quanto se n’è servito, di quest’arma, l’artista di Bristol! Lui che ha fatto del suo segno uno dei maggiori esempi di “arte politica” del contemporaneo. Quaranta le sue opere esposte al “Colosseo”. Dalla celeberrima “Girl with Balloon”, diventata dopo l’“incidente” (di cui s’è detto) all’asta di Sotheby’s, “Love is in the Bin”, alla “Di-Faced Tenner”, la prima opera di Banksy ad entrare nella collezione privata del “British Museum”: una falsa banconota da 10 sterline raffigurante Lady Diana, con sopra l’iscrizione provocatoria “Banksy of England” e il motto “I promise to pay the bearer on demand the ultimate price”. Fra i tanti nomi importanti presenti in mostra, da segnalare anche lo spagnolo (Gonzalo) Borondo con i suoi volti e corpi deformi e incompleti “che si attorcigliano e straripano con crudeltà”, insieme a 3D, ovvero il britannico Robert Del Naja, produttore, musicista, cantante e rapper, fondatore dei “Massive Attack”. Sempre più insistenti le voci che possa proprio essere lui a tutti gli effetti il vero Banksy. Gira e rigira, sempre a Lui, si ritorna.
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