La giornata di riflessione che si è tenuta a Casa della Madia domenica 9 novembre ha avuto come ospite il teologo Dario Vitali, professore ordinario di Ecclesiologia alla Pontificia Università Gregoriana. Fr. Enzo Bianchi lo introduce all’incontro presentandolo come uno dei maggiori esperti di sinodalità e membro del gruppo di lavoro che accompagna il cammino sinodale voluto da Papa Francesco.
Il professor Vitali ci illustra, con una riflessione profonda, come la Chiesa cattolica stia vivendo un periodo decisivo di trasformazione: con la chiarezza che lo contraddistingue, spiega che la sfida di oggi non sia tanto costruire una nuova struttura ecclesiale, quanto rinnovare il modo in cui la comunità cristiana comprende sé stessa e il proprio modo di vivere la fede.
Secondo il teologo, infatti, la Chiesa ha assunto per lungo tempo un’immagine “monarchica”, con un assetto verticale e centralizzato, in cui il potere decisionale era concentrato nei vertici. Tuttavia, l’orizzonte verso cui tendeva Papa Francesco era quello di una Chiesa comunitaria, in cui il dialogo, l’ascolto e la partecipazione non rappresentavano delle eccezioni, ma delle vere e proprie regole di vita.
Vitali precisa che questo passaggio non caratterizza una rottura con la tradizione, bensì una sua evoluzione coerente: il Concilio Vaticano II, infatti, aveva già delineato una Chiesa intesa come Popolo di Dio e come un unico corpo, dove ogni battezzato ha una responsabilità ed una voce.
Uno dei punti centrali del discorso riguarda la relazione tra primato e collegialità. Dario Vitali affronta questo tema spiegando che il primato petrino, cioè il ruolo del Papa come segno di unità e guida spirituale, non deve essere visto come una forma di potere solitario. Anzi, al contrario, trova il suo senso più autentico proprio quando si inserisce in un contesto di partecipazione e discernimento condiviso. La collegialità e la sinodalità, in questa prospettiva, non tolgono autorevolezza al Papa o ai vescovi, ma completano il loro servizio, rendendolo più radicato nella realtà del popolo cristiano.
La vera sfida, sottolinea il teologo, consiste nel saper integrare autorità e ascolto, guida e corresponsabilità, in modo tale che la Chiesa non rappresenti un sistema chiuso, ma una comunità viva che cresce insieme.
Vitali invita ad evitare le scorciatoie: la sinodalità non è un semplice esperimento organizzativo, ma uno stile di Chiesa che richiede formazione, umiltà e disponibilità ad ascoltare davvero. È un cammino in cui ogni credente è chiamato a contribuire, non come spettatore ma come protagonista della vita comunitaria.
Nel suo sguardo conclusivo, il professore parla di una Chiesa in cammino, consapevole delle sue fatiche, ma anche delle sue enormi potenzialità. Il processo sinodale, spiega, non è una riforma amministrativa, ma un percorso spirituale che mira a ricucire il legame tra fede e vita.
Costruire una Chiesa di comunione significa, quindi, imparare a pensarsi come parte di un corpo più grande, in cui la diversità diventa una ricchezza e la corresponsabilità un segno di maturità. Come afferma Vitali, non si tratta di cambiare per seguire una moda, ma di cambiare per tornare al cuore del Vangelo, creando una comunità che cammina insieme, si ascolta e si ritrova unita nel perseguire la stessa missione.
Nel pomeriggio il prof. Vitali ha interagito con le domande e le riflessioni proposte dai partecipanti, dando vita a un fecondo e intenso scambio sulla natura della chiesa, sulla sua vita, le attese e le speranze legate alla conversione sinodale.
IRENE CANE




LETTERE s





A fronte del concreto dibattito che caratterizza il sindacato italiano in questa precisa fase storica e politica, possiamo dire tranquillamente che c’è una grande opportunità per dimostrare, oggi, che cosa dev’essere concretamente il sindacato. E questa opportunità oggi ha un nome e cognome. Si chiama Cisl. E questo non lo dico per antica, nonchè convinta, appartenenza politica, culturale e valoriale allo storico “sindacato bianco”. Ma per la semplice ragione che, “allo stato dei fatti” – per dirla con una felice espressione di Carlo Donat-Cattin – una parte consistente del sindacato italiano ha assunto posizioni che sono, oggettivamente, persino imbarazzanti da commentare. Se ci fermiamo, ad esempio, alla principale organizzazione sindacale italiana, cioè la Cgil, non possiamo non sottolineare che quella sigla ha cambiato radicalmente la sua reale collocazione nella vita pubblica del nostro paese. Certo, tutti noi conosciamo lo storico profilo politico, culturale e sociale della Cgil, cioè di un sindacato che per moltissimi anni è stato la storica e strutturale “cinghia di trasmissione” con il partito di riferimento. Prima il Pci e poi i partiti che sono succeduti al Pci stesso. E cioè, il Pds, poi i Ds e infine il Pd. Ma mai si era arrivati alla radicale trasformazione del sindacato in un soggetto politico da un lato e, dall’altro, ad un’azione tutta e solo concentrata sui temi politici. E non è un caso che, se nel passato era il partito che dettava l’agenda politica al sindacato, adesso è l’esatto contrario. E cioè, è il sindacato che detta l’agenda politica e programmatica al partito di riferimento e, di conseguenza, all’intera coalizione di sinistra e progressista. Se, cioè, sui temi della giustizia è l’ANM, di fatto, che condiziona la politica del cosiddetto ‘campo largo’, sui temi economico/sociali e sulla stessa politica estera è il sindacato che fissa i paletti rispetto alla concreta azione politica dell’alleanza di sinistra e progressista. Una trasformazione radicale che ha portato alla rottura verticale con la Cisl e persino con la Uil e addirittura con gli estremisti dei sindacati di base. Che sono e restano i veri concorrenti politici della nuova Cgil di Landini.