Con la regia di Antonio Zavatteri
Dal 13 al 18 gennaio prossimo, sarà in scena al teatro Gobetti la commedia pluripremiata “Le Dieu du Carnage” di Yasmina Reza, con la regia di Antonio Zavatteri. Si tratta di un commedia pluripremiata che ha sbancato i botteghini di tutto il mondo, a partire da Parigi, Londra e New York, diventata film di successo con la regia di Roman Polanski e continuamente riallestita. Il capolavoro di Yasmina Reza non finisce di divertire, di inquietante e irritare, sospesa com’è tra la satira violenta e un’empatica commiserazione per i suoi protagonisti. La commedia è stata scritta nel 2006 e ha mantenuto intatta la sua forza. Si tratta di un testo che ritrae l’interno borghese parigino, dove regna un’atmosfera compunta, cordiale e tollerante, che virerà in toni crudi e feroci. La dinamica è quella di una doppia coppia di genitori che hanno appena fatto conoscenza e si incontrano per risolvere da persone adulte u a questione che inizialmente pensano di minimizzare, una lite scoppiata ai giardinetti tra i rispettivi figli di 11 anni. A poco a poco, le maschere di benevolenza, tolleranza, buona creanza, apertura mentale e correttezza politica si sgretolano, e sotto quelle maschere appare il ghigno di un nume efferato e oscuro che dalla notte dei tempi ci governa, il dio del massacro.
Teatro Gobetti, via Rossini 8, Torino – 13-18 gennaio 2026 – info: martedì e giovedì ore 19.30/ mercoledì e venerdì ore 20.45/ sabato ore 16 e ore 19.30/ domenica ore 16 – biglietteria: teatro Carignano, piazza Carignano 6, Torino – 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it da martedì a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19, lunedì riposo.
Mara Martellotta
In giugno giungeremo all’ 80esimo anniversario della Repubblica, poca cosa rispetto alla stori , come ha detto il presidente Mattarella nel suo messaggio di Capodanno che nelle feste in piazza, promosse dai Comuni, nessuno ha pensato di far ascoltare insieme all’ Inno Nazionale. Qualche sindaco ha fatto invece un suo discorsetto- fervorino in piazza , totalmente da evitare almeno a Capodanno che dovrebbe essere riservato alla parola del Capo dello Stato. Anche gli 85 anni del periodo monarchico sono un lasso di tempo altrettanto breve, malgrado la grande stagione del Risorgimento che gli storici accusano però proprio per la sua brevità (poco più di un decennio) che non ha consentito un processo adeguato di unificazione. Vedere i due periodi contrapposti, che si elidono a vicenda, è un modo errato di vedere la storia. Solo un politico fazioso come Franco Antonicelli che era un letterato e non uno storico, poté scrivere che la storia d’Italia ebbe inizio il 25 aprile o addirittura il 2 giugno 1946, data del referendum istituzionale. Un altro politico fazioso, Ferruccio Parri, negò l’esistenza della democrazia prima della Repubblica e proprio all’Assemblea costituente fu Benedetto Croce a controbattere una tesi non veritiera e temeraria che ignorò la Monarchia parlamentare cavouriana e la riforma elettorale di Giolitti con l’introduzione del suffragio elettorale maschile. Lo stesso suffragio elettorale universale porta la firma del luogotenente generale del Regno Umberto di Savoia. C’è oggi qualche nostalgico dei Savoia che vorrebbe una contrapposizione storica, ma si tratta di scorribande pseudo- storiche su Internet perché storici come Francesco Perfetti mai avvalorerebbero, anche come allievi di De Felice, nuove vulgate. Certo la storia della Repubblica con la sua Costituzione e 80 anni di pace è diversa dagli 85 anni in cui ci sono stati due conflitti mondiali e una ventennale dittatura a cui è seguita la Rsi, la Resistenza, la guerra civile e la Guerra di Liberazione. Sono storie diverse che appartengono però ambedue alla storia d’Italia. Scinderle impedisce di capirla nel suo faticoso e a volte doloroso iter complessivo. Nessun paese al mondo ha solo storie positive , neppure la Svizzera che ha evitato come la pestilenza le guerre. Rivoluzioni e controrivoluzioni sono costanti della storia del mondo. Anche la storia della Repubblica ha conosciuto periodi fortemente negativi come il terrorismo e non solo. Tagliare in due la mela significa cercare la semplificazione manichea. Ha osservato Giancristiano Desiderio che la storia d’Italia è una, le forme di Stato sono state due. C’è da augurarsi che il 2026 sia l’occasione propizia per costruire le premesse di una storia se non condivisa, almeno non settaria. In tempi non facili trovare valori nazionali identitari diventa una necessità anche per stroncare le visioni violente della politica che portano ad assaltare scuole e giornali. Soprattutto ai giovani andrebbe imposto uno studio meditato della storia, come voleva Foscolo. Ma anche i loro cattivi maestri dovrebbero riflettere sulle mistificazioni che hanno insegnato alla generazione Z e purtroppo non solo a quella. La storia non va riscritta, va ristudiata con il distacco necessario, superando le ideologie tossiche che impediscono di analizzare il nostro passato col metodo storico di Chabod e di Bloch: capire prima di giudicare.