DAL NOSTRO INVIATO Elio Rabbione
C’è il rischio, man mano che si attraversano le giornate del concorso, di incappare in film che potremmo comodamente scambiare per tentativi o esercitazioni. Volenterosi, per carità, ma pur sempre gli affanni di presunti giovani registi che scivolano sulla buccia di banana della giovane età o sulla sfrontatezza di voler etichettare con il loro nome la loro prima fatica. Proviamo a pensare all’opera del nipponico Jun Tanaka, Bamy, una storia fatta di persone reali e di fantasmi nerovestiti e incappucciati, di un ragazzo che li vede e li fugge e li combatte, di una ragazza che lo invita aa andare a vivere con lei ma che con gli ectoplasmi proprio non ha rapporti di sorta. E di una seconda ragazza che al
contrario li vede, e di ombrelli rossi che come in un quadro di Magritte riempiono il cielo della metropoli. Nella confezione sfuggente tutto diventa abbastanza ridicolo, nel modo di pronunciare le battute, nei silenzi e nelle pause incomprensibili, nella musica roboante che nulla ha a che fare con il resto, nei movimenti robotici che occupano lo schermo e nella inespressività che al pubblico torinese fa riprendere l’uscita a una mezz’ora dall’inizio o strappa sonore risate poco rassicuranti per la troupe seduta a metà della sala. Al di là della presentazione in cartella stampa, ti è difficile ritrovare qualcosa di “affascinante e misterioso” e non ti accontenti certo di una cura formale che scivola immediatamente nel banale. Rispedendo al mittente quella “limpidezza di intenzioni” che fa a pugni con lo svolgersi ingessato della vicenda. Il medesimo discorso si potrebbe fare per Kiss and cry diretto da Chloé Mahieu e Lila Pinell, francesi. Il titolo definisce il luogo a bordocampo di una pista di ghiaccio dove i campioni stazionano nel dopo partita in attesa del giudizio della giuria mentre la storia narra della quindicenne Sarah, trasferitasi con la madre da Parigi a Colmar per essere impegnata quotidianamente in uno sport come il pattinaggio, con i salti le corse le cadute le perfette posizioni le
giravolte, che le richiede dedizione completa e la cancellazione della sua vita di ragazza, sino a chiedersi quanto sia stufa o quanto lo faccia per ubbidire agli sforzi di una madre. Mentre deve combattere contro le compagne che la deridono e la emarginano, contro un allenatore che la insulta senza mezzi termini. Sul fronte della ribellione c’è la festa notturna nel bosco a suon di alcol e spinelli o le chiacchierate con le nuove amiche, con tanto di immagini delle loro parti intime sparate su social (e immediata risposta maschile), o la ricerca del primo ragazzo con la paura che lui la cerchi per farci soltanto sesso, mentre la sorella maggiore la tempesta di “l’hai già fatto?”. Il film tenta di entrare nel mondo giovanile ma lo fa in modo quantomai scontato, tenendo lontano lo spettatore da immedesimazione o pietà, subendo la trappola di slungare oltre il dovuto certe situazioni che dovrebbero approfondire il discorso giovanile ma che finiscono con lo svilirlo del tutto. Tutto quanto diventa ancor più antipatico se si pensa che il punto di partenza è stato un documentario sullo stesso ambiente e con lo stesso tragitto, nessuno sentiva il bisogno di gonfiarlo con una storia che alla fine risulta elementare e vuota.

Sul versante italiano, per la sezione “After hours” ci interessava Riccardo va all’inferno di Roberta Torre (“Tano da morire” e “Sud Side Stori”), un grande, sfavillante carrozzone dark, una rilettura del Riccardo III shakespeariano nella Roma di oggi, fredda, buia, sotterranea. Si risente “l’inverno del nostro scontento”, si risente “il mio regno per un cavallo”, Massimo Ranieri che non ha il modo o la forza per essere il re del palcoscenico, ingobbito, una gabbia nera che intrappola una gamba, un trucco che fa resuscitare Nosferatu, esce dall’ospedale psichiatrico in cui è stato chiuso per anni per dare inizio alla sua carneficina di fratelli e nipoti, della madre (una strepitosa Sonia Bergamasco imparruccata e bistrata, una vecchia regina di Hollywood in disarmo trattenuto) che lo ha privato del suo amore. Si sta al gioco della Torre, caciaroso quanto basta, non tanto quello narrativo che è pressoché inesistente, tanti episodi mortiferi uno eguale all’altro, pressoché senza spessore, quanto per la cornice scenografica del film, per i costumi, per le canzoni di Mauro Pagani, per gli effetti roboanti della storia. Ma con una materia come la grande tragedia come base, si poteva davvero fare di più.

quanto concerne l’efficacia delle azioni intraprese, i soggetti destinatari di eventuali rilievi avranno il dovere di fornire risposte motivate ed esaustive e l’onere di comunicare se intendono o meno conformarsi alle conclusioni formulate dal Difensore civico. Per la stessa ragione, viene meglio definito il potere di raccomandazione, che nell’ordinamento italiano e comunitario è normalmente assegnato alle Autorità indipendenti in consonanza con i poteri di vigilanza e controllo loro affidati dalla legge.
Il programma delle iniziative realizzato dalla Città e da Enti, Associazioni, Fondazioni e soggetti privati sarà ricco di appuntamenti che toccheranno, nel corso dell’anno gli ambiti più disparati:
una vera e propria filosofia imprenditoriale portata avanti anche grazie alle iniziative culturali e sportive. 
Camilla 10 anni, Carolina 8 e Sally 2 … per i prossimi 7 mesi, ogni lunedì, saranno le speciali “Ambasciatrici del Sorriso” in azione alla Dental School di Torino (diretta dal professor Stefano Carossa).
FINO AL 17 DICEMBRE
pittura e soprattutto il disegno e l’opera grafica: suo in mostra un rigoroso “Autoritratto”, linografia su carta del 1936-’37, palese dimostrazione di un’abilità tecnica (nell’uso marcato e attento del lavoro di sgorbia) che andava ben oltre il semplice diletto del fare. La rassegna s’avvia con il bellissimo “Beccaccino”, regalato da Filippo De Pisis a Eugenio Montale (entrambi classe 1896, conosciutisi nel 1919 post-bellico): dono che voleva ricambiare l’omaggio fatto dal poeta ligure di una copia delle sue “Occasioni” con tanto di dedica al pittore ferrarese, che Montale sapeva essere anche buon poeta. E in mostra (dove di De Pisis scrittore troviamo manoscritti di poesie, libri rari e tele che rappresentano il tema del libro, della penna-piuma e del sonetto) scopriamo la lettera in cui, fra orgoglio e ironia, Montale confida al De Pisis: “Lei non lo sa, ma sono anche io pittore, e forse più bravo di lei”. Parole audaci se raffrontate ai risultati pittorici
“non brillanti” ma “pugnaci”: incisioni, tele, bozzetti a pastello. Insieme a carte, lettere, autografi e fotografie. Allievo a Bologna, come De Pisis, di Roberto Longhi, anche per Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Ostia, 1975) la passione per l’arte e la pittura è per tutta la vita compagna fedele della sua attività di regista-scrittore-poeta-giornalista. In mostra ad Alba, troviamo disegni, scritti poetici e autoritratti. Particolarmente suggestivo il pirandelliano“Autoritratto con il fiore in bocca” realizzato a 25 anni, il volto verdastro ferito da violente pennellate bianche e nere, un fiore rosso in bocca e un disegno di ragazzo alle spalle; opera – s’è scritto – che parla già di “sconcertante anticipazione del tocco distorto di Francis Bacon”. Curiosa e abbastanza unica anche la caratteristica di Pasolini, messa in luce dalla rassegna (che propone anche spezzoni scelti e montati del suo cinema), di dipingere non solo con i colori tradizionali, ma con stramberie come fondi di caffè, olio e vino. E che dire di quello stravagante divertissement che pare essere il “Ritratto di De Pisis col pappagallo” realizzato da Carlo Levi (Torino, 1902 – Roma, 1975) nel ’33? Quanto lontana è la lezione casoratiana e l’elementare monumentalità dei ritratti della gente di
Lucania! Qui Levi bonariamente ironizza sull’eccentrica personalità di De Pisis, appassionato collezionista di strane “chincaglierie da Wunderkammer”, immortalandolo con giacca di un azzurro “polveroso” su cui trionfano chiassose medaglie, il fiore all’occhiello, la cravatta a pois e sul viso bello tondo il monocolo e l’orecchino, a far da pendant con gli anelli sopra il guanto di pelle. E, per finire, sulla spalla destra il “pappagallo Cocò”. Verso il “fantastico visionario” volano invece le opere di Giuseppe Zigaina (Cervignano del Friuli, 1924– Palmanova, 2015), apprezzato pittore ma anche superbo letterato, soprattutto per l’attività critico-interpretativa degli ultimi testi di Pasolini, di cui fu amico d’infanzia e con cui collaborò a vari film. In un ambito di singolare eccentrica “visionarietà” si collocano anche i disegni, i dipinti e le bozze di romanzi di Mario Lattes (Torino, 1923 – Torino, 2001): campi di creatività diversi, ma tenuti vivi con grande maestria, così come fu per Alfonso Gatto (Salerno, 1909 – Orbetello, 1976), poeta, scrittore, critico d’arte e perfino gallerista, ma anche pittore di deliziosi acquerelli, oli, tempere e disegni. Suo il libro “Coda di paglia”, illustrato da Mino Maccari (Siena, 1898 – Roma, 1989), anche lui pittore e incisore, ma pure scrittore e giornalista. Fu perfino caporedattore a “La Stampa”, sotto la direzione di Curzio Malaparte. Pittura “ricca e furente”, la sua; “anarchico e geniale”, per Pasolini disegna anche un manifesto di “Accattone”.
Una donna di 40 anni, ieri sera, è morta cadendo dalla bici
La Segreteria Regionale FNS CISL della Polizia penitenziaria ha reso noto che ieri alle 17.30 tre detenuti maggiorenni, uno marocchino, uno italiano ed uno ucraino, hanno appiccato il fuoco alla loro cella bruciando i materassi, per futili motivi.
dipartimento di Statistiche Economiche dell’Università La Sapienza di Roma. O ai valori di inquinamento atmosferico registrati negli ultimi giorni, ma non andiamo a cercare, per restare in argomento edibile, il pelo nell’uovo…). Non c’è dubbio infatti che il Piemonte può rivendicare – limitandosi al settore del food- un primato qualitativo e occupazionale (quest’ultimo anche in alcuni di quei mestieri nei quali Indro Montanelli, con la solita sua preveggente lucidità, dichiarava gli italiani insuperabili: sarti, calzolai, direttori d’albergo e appunto cuochi, insomma, l’imbattibilità nei “mestieri servili”, citando testualmente le sue parole, ma, si sa, è passati dai mestieri “militari” torinesi ai camerieri).
Torniamo all’invito rivolto da La Spina alle Pubbliche Amministrazioni perché elaborino una “accurata regia di marketing” a sostegno di un’iniziativa privata così attiva, ricordando oltre a EDIT lo Snodo alle OGR. Due imprese alimentari che hanno anche ambizioni culturali -innovazione, condivisione, sperimentazione di nuovi stili di vita e lavoro- che quindi necessiterebbero di una rialimentazione esterna ulteriormente stimolante; e così e ancor più il prossimo grande evento in programma a Torino nel 2018, il concorso gastronomico Bocuse d’Or, celeberrimo a livello internazionale. Sarebbe, se non sprecata in una miriade di banali conati, un’occasione importante per esibire il cibo come elemento di una specifica, “originale” identità torinese e piemontese. Le referenze alte le abbiamo: dalla specialità “alchemica” e produttiva nelle essenze profumate alla cucina futurista, di flagrante attualità per la sua artificialità “chimica”. Sino ad azzardare, essendo
Torino sede del Museo Egizio, la rappresentazione di quelle perturbanti analogie tra le ricette per l’imbalsamazione e alcune operazioni di pratica culinaria che illustrò lo scomparso Piero Camporesi, il nostro massimo studioso di comparatistica letteraria e gastronomica. Tanto per rinnovare in forme “sofisticate” quel ruolo di promozione di una nuova sensibilità culturale per il nutrimento che le Giunte regionali presiedute da Enzo Ghigo, a unanime giudizio, seppero storicamente esercitare, e non solo a livello locale.