Il vento e il paesaggio dell’isola di Jersey fanno da sfondo a Beast di Michael Pearce che ha aperto i titoli in concorso del TFF 35. Dove Moll, irrequieta 27enne costretta a restare sotto il tetto di casa dalla malattia del padre e da una madre troppo protettiva, ne fugge il giorno del suo compleanno per passare la notte in un pub ed il mattino successivo fare l’incontro con Pascal, un ragazzo problematico, qualche condanna alle spalle, rassicurante e violento, un rebus per chiunque gli stia vicino. Clima non troppo tranquillo se nell’isola nei medesimi giorni la polizia è alla ricerca di un assassino che ha già rapito e ucciso quattro ragazzine e sembra sfuggire a ogni cattura. Mentre tutti sono contro questo amore che è nato tra i due ragazzi, Moll nasconde a se stessa i dubbi sulla vera natura di Pascal, cerca di vederne soltanto i lati positivi, la bontà e la solitudine, le idee preconcette e le idee sbagliate che l’intera isola ha da sempre su di lui. Poi qualcuno verrà catturato e la vita pare tornare nella sua normalità: ma Moll avrà davvero cancellato i dubbi verso quel ragazzo. Pearce racconta una storia con una ammirevole tensione, in cui alterna
sospetti e attrazioni, costruisce rapporti intensi e un thriller delle anime che si fa seguire fino al termine, cercando lo spettatore dove stiano pirandellianamente la verità e la finzione: avendo una protagonista femminile bravissima nelle luci e nelle ombre del proprio personaggio, tesa come una corda di violino, esplosiva nel proprio passato come nel destino altrui. Magari già pronta a farsi avanti per il premio alla migliore attrice.
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Invece non è sufficiente la presenza di Isabelle Huppert a salvare Barrage di Laura Schroeder, triplice bandiera Lussemburgo/Belgio/Francia, dove la regista mette come dentro ad un gioco di specchi i conflitti e gli affetti e le incomprensioni di tre generazioni. Una madre, Catherine, non si è mai curata della figlia, abbandonata ad una nonna che l’ha allevata secondo il suo modo vivere, di pensare, di scegliere. Quando la donna torna per reclamare d’improvviso un po del tempo perduto, non tutto fila
liscio come ognuno si augurerebbe, troppe cose andrebbero cambiate, troppe lacune andrebbero colmate. Potrebbe anche essere un racconto con il suo perché, se avesse una sceneggiatura capace di calarsi più a fondo e una regia non pronta ad appiattire tutto quanto, in cerca di sobbalzi narrativi ma facile al contrario a cadere in depressive (per lo spettatore) zone di noia, impelagandosi in inquadrature e in attimi stiracchiati oltre il dovuto. Ancora per la serie passiamoci sopra, l’argentino Arpòn, con contributi venezuelani e spagnoli, diretto da Tomàs Espinoza, che confessa di aver impiegato quattro anni tondi tondi della sua vista a portarne avanti i preparativi e solo quattro settimane per la realizzazione. Male per lui. Perché si è messo in testa di narrarci, e fin qui ci è riuscito, le strane, disordinate giornate di un preside che vive col chiodo fisso di andare a controllare gli zainetti di ogni singola sua allieva, con la decisione di trovarci chissacché. Capita che in quello di una piccola ribelli ci scovi una siringa che serve ad fare iniezioni nelle labbra delle compagne; ma che poi tutto si perda in sentieri affatto suoi e si sfilacci in incidenti, scomparse, sospetti, puttane e pappa, licenziamenti, nuovi incontri, dentro un film che rimane confuso, disordinato, inafferrabile.
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Divertimento al contrario – anche se il bel carico di critica che ne potrebbe nascere rimane parecchio in superficie, pur costringendo lo spettatore a riguardare al “paese perfetto” e a quel tutto che si è sempre fatto per il bene del popolo – in The death of Stalin, a gennaio sugli schermi come Morto Stalin se ne fa un altro, di Armando Iannucci, di padre napoletano e madre gallese, ovvero i giorni che seguirono a quel 2 marzo del ’53, quando con la scomparsa del padre della patria sovietica, colpito nel suo studio da emorragia cerebrale, i suoi sottoposto Malenkov, Kruscev, Berja, Molotov e compagnia scalpitarono per nascondere documenti, imbandire alle masse i funerali, respingere le stesse per ordine e per terrore
con i mezzi più finali, soccorrersi e annientarsi a vicenda in un balletto di facce annichilite, impaurite, ancora disumane, affidare a Kruscev (uno sfrenato Steve Buscemi, che sa difendersi bene dalle altrettanto efficaci caratterizzazioni dei suoi colleghi) la nuova guida dei popoli. Forse se il regista avesse reso più “storico” il film e non fosse caduto, a tratti, nel trabocchetto dello sberleffo, tutto sarebbe apparso più tremendamente vero. Davanti alle immagini, ci regaliamo un sorriso infelicemente amaro. Qualcuno, forse, non riesce a spremere neppure quello.
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In questo clima di tentennamenti iniziali, finisce con il soddisfare del tutto e divertire The disaster artist, scritto interpretato e diretto da James Franco. Il quale ha scommesso sul film peggiore mai apparso nella storia di Hollywood, quel The room che Tommy Wiseau sceneggiò diresse e interpretò nel
2003, flop colossale con un budget di 6 milioni dollari e un incasso di 1800. Con la ambiziosa volontà di inseguire i propri sogni, sempre lontano dall’arrendersi, con la frenesia intima e distruttiva di voler ripercorrere le strade di Ed Wood, Franco nelle vesti smoderate e senza ritegno di Wiseau dai teatrini in cui tenta di recitare Shakespeare piomba a Los Angeles in compagnia di Greg Sestero (sarà lui a raccontare in una autobiografia la storia di The room), un altro che vuole scalare il mondo della celluloide. Un rapporto nato sul culto di James Dean, fatto di amicizia e di speranza, di tanti tentativi, soprattutto di quella fiducia che vuol credere in Tommy. Non si sa da dove venga, né quanti anni abbia, né da dove gli arrivino tutti quei soldi che la produzione del film gli intacca, per tacere di un povero linguaggio in suo possesso che il doppiaggio prossimo dovrà rendere con esattezza. Se Greg è più timoroso e guarda anche ad altre occasioni umane e professionali, Tommy viaggia con i suoi capelli lunghi, con il suo lato eccentrico, con la doppia cinghia dei pantaloni a mettergli meglio in evidenza le chiappe, con il culo in piena visione per rendere assai più veritiera con la partner infastidita. Respinto
da un mondo che pur tra i suoi lustrini l’ha già messo da parte, Tommy il film se lo farà da solo, compra l’attrezzatura sia in pellicola che in digitale, mette su una troupe presto stanca, ripete nel ridicolo scena dopo scena. Sino alla serata della prima, tra le risate della sala. Non volute e non dovute per un drammone di una passione a tre risolto con un colpo di pistola, prologo all’etichetta di film culto nelle proiezioni di mezzanotte nei cinema americani. Un successo postume, mentre oggi Tommy insegue ancora parecchi progetti e si dedica ai suoi studi di psicologia. Da vedere, per il ritratto di questo squinternato attore/autore, per una memoria messa all’angolo, per l’operazione che James Franco costruisce, a cominciare dalla sua interpretazione, fantastica, per l’allineamento con l’esempio iniziale (e si resti in sala seduti per gustare l’appaiamento dei vecchi e dei nuovi brani), per i camei di certi colleghi (Sharon Stone, Melanie Griffith, Zac Efron), per il divertimento che sparge lungo la storia, per la approfondita “povertà” di un uomo che pur aveva creduto in un sogno.
Elio Rabbione

italiana e del concetto di classe operaia.
disincanto – ossia di quelli che arrivano in fabbrica “già scazzati e con la voglia di essere altrove” – Eugenio Raspi ci offre un ritratto dall’interno. Con il suo romanzo Inox, Raspi – che per oltre vent’anni, fino al licenziamento, ha lavorato all’interno della Acciai Speciali di Terni – fa entrare il lettore in ciò che resta dell’ex cattedrale ternana dell’acciaio. Centro del racconto è infatti il lavoro in fabbrica: un lavoro “sporco”, fatto di turni pesanti, di gesti precisi fuori dai quali il rischio di incidenti è quasi sempre un rischio mortale, ma anche dei conflitti che si instaurano tra operai, capisquadra, dirigenza e sindacati a causa di un contestato e difficile passaggio di proprietà. Come spiega l’autore nella nota finale al testo, “questo romanzo è il mio personale omaggio alla fabbrica in cui ho lavorato per venti anni, ma non solo: è un omaggio alla grande industria italiana che sta scomparendo per l’impotenza – o peggio ancora l’indifferenza – delle forze economiche e politiche del nostro Paese”.
“Cattolici senza partito” (Edizioni Lavoro, collana Studi di Storia) è il nuovo libro del giornalista Giorgio Merlo, con prefazione di Guido Bodrato. Vi anticipiamo parte dell’introduzione scritta dall’autore
metafora, la Democrazia cristiana non rinasce più. Come giustamente ha detto Guido Bodrato, uno dei padri nobili del cattolicesimo politico italiano, la «Dc è stato un fatto storico». Ovvero, è stato il risultato di una concreta esperienza storica che in quel particolare momento, e poi per molti anni, ha segnato e caratterizzato la crescita e il consolidamento della democrazia italiana, che ha garantito un periodo di crescita economica e di giustizia sociale e che, soprattutto, ha salvaguardato e rafforzato le istituzioni democratiche nel nostro paese. Ma l’esperienza della Dc, che 3 è stata anche la storia delle sue correnti, e sempre per dirla con Bodrato, è come un «vetro infrangibile che quando si è rotto, è andato in mille frantumi e pertanto non è più ricomponibile». Una descrizione quanto mai efficace e pertinente che esclude, alla radice, per l’oggi qualsiasi tentazione nostalgica o conservatrice. Ma, al contempo, non si può non rilevare che in politica un vuoto è destinato prima o poi ad essere colmato. Lo dice l’esperienza storica ma lo confermano anche i trend politici. E la stagione che stiamo vivendo è anche il frutto di questa crisi di rappresentanza culturale e di scarsa autorevolezza politica. Una situazione che era stata rimossa con l’avvento dei cosiddetti «partiti plurali». Cioè strumenti politici che dovevano superare e archiviare definitivamente la stagione dei «partiti identitari» che hanno caratterizzato l’intera prima Repubblica e che hanno segnato ancora l’avvento della seconda Repubblica (…)”

“Shakespeare in love”) scopra nel bel mezzo di una festa che il consorte con cui ha trascorso un’intera vita la tradisca da anni con la sua migliore amica. Detto pane al pane al fedifrago, si fionda dalla sorella Bif (Celia Imrie), spirito da sempre libero, che buttandola nella girandola della propria esistenza le fa conoscere una taumaturgica scuola di ballo, i più o meno attempati allievi, i piccoli problemi e le felicità e le giornate che non sono poi così male. Come i ragazzotti della monaca Whoopy Goldberg, anche i vegliardi parteciperanno ad un concorso, tra i cliché più scontati di una due giorni romana, per uscirne chiaramente vincitori: senza tuttavia potersi sottrarre alla tragedia, dolorosa per Sandra ma anche capace di farle compiere quel “salto di fede” che la legherà allo spirito innamorato di Charlie (Timothy Spall, l’eccellente pittore Turner, premiato a Cannes tre anni fa). A parte i quindici minuti finali pasticciati in un andare e venire di decisioni prese e cancellate, la storiella corre via prevedibilissima ma piace quel trio di facce britanniche e soci, il loro modo di recitare, l’impegno a guardare ancora una volta avanti, la sfacciataggine di prendere la vita con un bel grido d’allegria.

convenzionate dei fondi comunali pari a 3 milioni di euro ante taglio operato dalla giunta Appendino nel mese di maggio 2017, con assegnazione a parte dei fondi per handicap pari a 14.000,00 euro a bambino (cioè copertura totale fuori da fondi generici), nonché il rispetto del pagamento della rateizzazione concordata con il Comune per i contributi relativi all’anno 2016 (finora, infatti, sono state pagate dal Comune di Torino solo 7 rate delle 10 previste, mentre i fondi relativi all’anno 2017 non sono stati nemmeno ancora presi in considerazione). Infine, la delegazione dei genitori ha chiesto spiegazioni sulla disparità di trattamento che vedrebbe assegnati dal Comune oltre 50 milioni di euro alle scuole materne comunali, anch’esse paritarie, che in totale ospitano circa 7.800 bambini, a fronte di soli 3 milioni (decurtati ora del 16%) alle paritarie convenzionate (per 5.500 bambini). Perché questa differenza? I genitori lamentano che a Torino ancora esistono bambini di serie A e di serie B: in tema di diritti scolastici, infatti, non a ogni bambino vengono destinati gli stessi fondi, che però tutte le famiglie pagano attraverso le tasse, ma ad alcuni viene destinato molto, e, ad altri, viene tagliato da quel poco che gli spettava. Ecco perché anche dalle scuole si è alzato il grido: “Siamo tutti uguali!”.
GeniTori Noi
Un traguardo tagliato grazie alla convincente interpretazione di ‘Sono Libera’, il suo nuovo singolo scritto e prodotto da Valerio Liboni, music-maker e produttore già al fianco di artisti quali Fiorella Mannoia, Donatella Rettore, gli O.R.O., New Trolls, Umberto Tozzi e molti altri, nonché storico batterista e leader de ‘I Nuovi Angeli’, celebre gruppo pop-beat della musica italiana. L’inedito – che si piazza subito al quarto posto nella classifica degli artisti emergenti dei principali sistemi di media-monitoring radiofonici – vede gli arrangiamenti di Fabio Lisi, basista, chitarrista, autore e producer tra i più richiesti della nuova scena musicale romana (al suo attivo, tra i tanti, felici collaborazioni con Massimo Mastrangelo, paroliere di Alex Britti, Paola Turci, Alberto Zeppieri, Gino Santercole, Marco Anzovino e gli Sugarfree: nel 1995 vince il ‘Festival degli Autori’ di Sanremo). ‘Sono Libera’ è la canzone che fa da apripista a ‘Meglio Sola’, terzo album di Jessica Casùla, uscito per la prestigiosa etichetta indipendente ‘Incipit Records/Egea Music’, per la quale incidono, fra gli altri, artisti quali Sergio Cammariere, Fabio Concato, Gino Paoli.
JUVENTUS CROTONE 3-0
Taglio del nastro per EDIT. È nato a Torino un nuovo e rivoluzionario punto di riferimento nel panorama gastronomico, dal respiro internazionale in linea con i trend attuali del co-working e della sharing economy.
Leemann e Renato Bosco, il primo tra i più rinomati chef vegetariani al mondo, il secondo maestro indiscusso della pizza e dell’arte della panificazione; i Costardi Bros., chef stellati piemontesi che
mescolano tradizione e innovazione nell’area Ristorante; il Brewery è il birrificio urbano punto d’incontro tra appassionati della birra e mastri birrai; nel Cocktail Bar incontriamo i fuoriclasse del “mixology”, i bartenders del Barz8 esperti alchimisti del cocktail. Comune denominatore di queste cinque aree è la condivisione sotto diverse forme: condivisione di strumenti, di momenti, di esperienze, di idee. La Bakery ad esempio offre soluzioni per ospitare riunioni di lavoro mentre al piano superiore si trovano quattro “cucine condivise”, spazi dotati di attrezzature professionali ideati sia come supporto per start up di piccole società di catering, sia per eventi aziendali e show cooking.
struttura con cementizi in bellavista in tutte le declinazioni, l’acciaio grezzo, acidato, zincato, il tutto addolcito dalle superfici in legno di rovere, dai tessuti scamosciati, dai velluti e dalla vegetazione sospesa che creano un’atmosfera intima e accogliente; la cucina atelier con i suoi ventidue posti a sedere è uno dei più ampi chef table a livello internazionale; il reticolo sospeso custom made dell’illuminazione con settanta terminali Led riproduce un’atmosfera soft da locale
in stile newyorchese.
di Pier Franco Quaglieni
colse il significato eversivo e profondamente illiberale.
occupare. 
ancora oggi definito “odiato”, un interlocutore che mi ricevette nel suo studio di via Po e mi intrattenne oltre un’ora a parlare.
Da domenica, a Torino è scattato il divieto di circolazione per i veicoli diesel fino a Euro 5, oltre che per per quelli a benzina, gpl e metano Euro 0