Al Carignano, repliche sino al 24 maggio
Sul finire della stagione dello Stabile torinese, il partenopeo Geppy Gleijeses porta sul palcoscenico del Carignano, coprodotto da Dear Friends e dal Teatro di Napoli, “Napoli nobilissima”, nella doppia veste di interprete e regista, riunendo due atti unici di Raffaele Viviani, “Don Giacinto” (1923) e “La musiche dei ciechi” del 1928. Opere corali, piccoli personaggi che si fanno universalità, pennellate veloci che tuttavia lasciano il segno ancora nello spettatore di oggi. Nel primo, una variopinta parete sul fondo, la miniatura di un caseggiato – “miserabili, povera gente, rifiuti della società”, scrive il regista nelle sue note – da cui spuntano usci aperti e velocemente richiusi, panierini che salgono e che scendono, luci smorzate, voci che sanno di pettegolezzo e di bisticci, tutt’intorno al protagonista, un vecchio nobile decaduto e divenuto zimbello del vicinato, specchio per scherni e scherzi, lui sempre in cerca di un linguaggio forbito, di movenze eleganti, di un certo presentarsi che lo riporti agli occhi di tutti al benessere di un tempo. Serpeggia per il vicolo un’acredine, una malignità, un guardare con sotterranea ferocia, è la guerra dei poveri, si ride ma è sempre in agguato una punta di rabbia, un paesaggio povero e angusto in cui anche don Giacinto da vittima si fa crudele beffeggiatore – se la prende con il condomino che è fatto becco dalla moglie, con quel gagà in abiti bianchi (uno dei vari ruoli ricoperti da Lorenzo Glijeses) che gli staziona là sotto, non aspettando altro che il cocu se ne esca: non siamo appena usciti dal Ciampa di Silvio Orlando, che è vittima e carnefice elencando il proprio berretto e le tre corde che tiene in fronte? Si sente il profumo della vita (o l’odore stagnante?) con le sue leggi e i suoi paradossi, con il suo desiderio di distruzione dell’altro, di quella vita fa parte a pieno (de)merito anche don Giacinto, quanto tacerà il nome dell’uomo che lo ha ferito. Forse, qui, Gleijeses punta più su un versante di comicità e di folclore e non tutto s’incanala per il verso giusto, quello maggiormente drammatico, che ci aspetteremmo, troppo vociare di ragazze, troppo andare e venire in un amalgama a tratti sfilacciato, piuttosto caos che ordinato disordine.
Il sapore del capolavoro e della resa perfetta s’avverte al contrario nella “Musica dei ciechi”, opera che in chi scrive queste note trova un ricordo avendone definito la passione per il teatro, ne vidi una vecchia edizione a metà degli anni Sessanta (siamo nell’altro secolo, signori) per la regia di Peppino Patroni Griffi e l’interpretazione gigantesca di Franco Sportelli e Pupella Maggio – qualcuno ricorda ancora questi nomi: a volte, quando si dice la bellezza dell’anagrafe! Una orchestrina di pochi elementi, tutti nei loro abiti scuri, una sorta di fila di breugheliana memoria, a imbracciare strumenti e a chiedere l’obolo a chi distrattamente passa, direttore don Alfonso, guercio. E un ostricaro, che lancia cattiverie buttando dubbi tra malumori e disaccordi, facendo soprattutto credere a don Ferdinando, il contrabbasso, che la moglie abbia una relazione con chi li guida. È stato un vero e proprio incontro al buio il loro, e Nannina ha sempre amato il suo uomo, nascondendogli il proprio aspetto. Soltanto adesso, a porre entrambi al riparo da quelle insinuazioni, troverà il coraggio di gridargli “Ferdinà, io so’ brutta!”. Il regno della malinconia, tra amarezze e struggimento dell’orchestrina, poche parole che riempiono ampiamente i silenzi, commiserazione e la vita che continua, magari lungo una banchina che ha un finale amaramente ma splendidamente chapliniano.
Degli attori, ognuno si ritaglia il suo giusto spazio, tra quelli del caseggiato e tra i musici, chitarra e mandolino, violino e clarinetto, Massimiliano Rossi (che ci riporta anche “La risata”) e Chiara Baffi che è una giusta seppur “piana” sposa dolorosa. Di stampo antico le scene di Roberto Crea: mentre si esce dal teatro con la certezza che Viviani – senza le radici o le reminiscenze in Brecht o Eduardo – abbia tutto il diritto di meritare nella storia del teatro un autentico grande posto a sé. Pubblico non troppo folto alla prima, ma chi c’era prodigo d’applausi e di risate. Repliche sino al 24 maggio.
Elio Rabbione
Nelle immagini, alcuni momenti dello spettacolo.
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