Export e produzione in frenata: segnali negativi per il tessuto artigiano piemontese

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Dalla rilevazione congiunturale relativa al primo trimestre del 2026 emerge un quadro previsionale che evidenzia un generale deterioramento delle prospettive economiche del comparto artigiano piemontese. I principali indicatori mostrano infatti un peggioramento rispetto alla precedente rilevazione.

La crisi morde ancora

“Possiamo incolpare le tensioni globali quanto vogliamo ma le storture dell’ideologia Green e anni di misure pittoresche dell’Unione Europea stanno presentando un conto salato e si sommano a problemi tutti italiani, peggiorati negli ultimi due anni, come il peso del fisco, il carico di burocrazia, la difficoltà di accesso al credito, le carenze infrastrutturali e il caro energia (386 milioni di euro)”.

Le stime occupazionali indicano quindi una contrazione di circa quattro punti percentuali, mentre il dato relativo all’eventuale inserimento di apprendisti evidenzia una flessione significativa. Rimane inoltre negativo l’indicatore relativo alla produzione complessiva, che peggiora ulteriormente passando dal -16,65% al -22,45%.

Il saldo legato ai nuovi ordinativi conferma un valore negativo, con una riduzione consistente dal -11,27% al -22,72%. Parallelamente diminuisce, seppur lievemente, la quota di imprese che non prevedono investimenti, scendendo dal 73,22% al 71,64%. Si accentua invece la previsione negativa riguardante l’acquisizione di nuovi ordini per esportazioni.

Sul fronte della liquidità, cala la previsione di incassi regolari, che passa dal 64,22% al 61,33%. Aumentano invece i ritardi nei pagamenti, mentre resta marginale la previsione di anticipi negli incassi, in ulteriore diminuzione.

Commenta Giorgio Felici presidente di Confartigianato Imprese: “La congiuntura economica piemontese dell’artigianato relativa al primo trimestre del 2026 peggiora rispetto all’ultimo trimestre 2025. La crisi morde ancora”.

I dati emergono dall’indagine trimestrale realizzata dall’ufficio studi di Confartigianato Imprese Piemonte.

“Permangono i problemi di sempre, ulteriormente peggiorati, come il peso del fisco, il carico di burocrazia, la difficoltà di accesso al credito, le carenze di infrastrutture e il caro energia. A tal proposito il Governo non ha ancora sciolto, attraverso il nuovo decreto energia, il nodo che pesa sulle piccole e medie imprese, rendendole meno competitive, ossia il caro energia. Voglio ricordare che l’extracosto causato dal differenziale di prezzo dell’energia elettrica con UE in Piemonte è di 386 milioni di euro (7,2% del totale), pari a 0,26% del Pil della regione”.

Il mercato del lavoro mostra ulteriori segnali di difficoltà, con un peggioramento dell’occupazione e una riduzione delle prospettive di inserimento di apprendisti.

“A incidere negativamente sull’andamento occupazionale è la crisi della manifattura, della moda e dell’automotive che coinvolge le imprese artigiane che lavorano nell’indotto. Un altro comparto in sofferenza è quello del settore del trasporto merci, ad oggi il più normato e burocratizzato dell’intero universo delle piccole medie imprese. Infatti, per la prima volta il costo del personale supera quello del gasolio, da sempre la principale voce di spesa del settore: 35% per il lavoro contro il 30% per il carburante. Siamo di fronte a un cambiamento strutturale il trasporto merci non soffre per mancanza di lavoro, ma per un disequilibrio economico crescente che rende sempre più difficile stare sul mercato, soprattutto per le micro e piccole imprese. Accanto al costo del personale e del carburante, pesano in modo significativo anche gli aumenti delle spese di magazzino, delle officine, della logistica e dei servizi collegati, oltre ai rincari energetici e ai costi di manutenzione dei mezzi. Un insieme di fattori che riduce i margini operativi e spinge molte imprese a rinviare investimenti strategici”.

“I dati relativi alla produzione diminuiscono ancora – continua Felici – passando da -16,65% a -22,45%. Preoccupante il dato relativo all’acquisizione di nuovi ordini che sottolinea l’aumento della negatività del saldo che raddoppia passando dal -11,27% al -22,72%. Si denota però un sostanziale miglioramento per quanto riguarda la percentuale di carnet ordini da uno a tre mesi che aumenta e passa dall’39,30% al 42,22%”.

“Peggiora anche il dato relativo alla previsione di acquisizione di nuovi ordini costanti per le esportazioni – conclude Felici – che passa dal 50,85% al 46,75% (-4,1%), anche se si intravedono segnali di ripresa che arrivano da Germania, Francia e da alcuni mercati europei in forte crescita come Spagna, Polonia e Croazia. “La logica vorrebbe che in questa fase le imprese artigiane, profondamente inserite nell’essenza stessa della società, venissero sostenute. Registriamo invece scelte di segno opposto: accanimento fiscale ed esattoriale su soggetti tracciati anziché su evasori e operatori nel sommerso, aumento di burocrazia, aumento di costi, balzelli assicurativi e un lungo elenco di adempimenti di basso cabotaggio che, sommati, drenano la poca liquidità rimasta, esasperano gli imprenditori e restituiscono un’immagine poco tranquillizzante della visione economica del governo”.

L’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Piemonte ha realizzato la prima indagine congiunturale trimestrale del 2026 attraverso un questionario online rivolto a un campione rappresentativo di 2.250 imprese attive nei settori della produzione e dei servizi, comparti che rappresentano in modo significativo il tessuto artigiano regionale.

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