Il suo cinema, “aprire gli occhi dello spettatore sulla realtà della vita e del mondo”

Alla Mole, una mole dedicata alla “visionarietà” di Gillo Pontecorvo

C’è una scena – un omaggio – in “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, uscito la scorsa stagione e vincitore di sei premi Oscar, in cui Leonardo di Caprio, avvolto nella sua perenne vestaglia da camera, rossa a quadri, accende la tivù e vede scorrere le prime immagini della “Battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, Leone d’oro a Venezia nel 1966. Ecco, da ieri e sino al 5 aprile dell’anno prossimo, un ulteriore omaggio ai sessant’anni del film e ai vent’anni che ci dividono dalla scomparsa del regista, il grande manifesto, alcune scene del film e alcuni documenti, quello stesso Leone sono al centro della mostra a cui il curatore Mauro Genovese – con la collaborazione di Caterina Massignani e Paola Bortolaso che ha preparato un prezioso dossier didattico che attraverso sei parole chiave ci fa riflettere su una importante vicenda, umana e cinematografica, e contiene tra l’altro le testimonianze di Giuliano Montaldo, di Mario Martone e dei fratelli De Serio – ha voluto dare quel medesimo titolo. Una vicenda che si è formata (“far riscoprire e tornare alla luce i tesori qui raccolti, perché senza memoria non abbiamo futuro”, sottolineava l’assessora alla Cultura del Comune Rosanna Purchia) grazie all’Archivio che la famiglia Pontecorvo ha affidato al Museo del Cinema.

Pisano di nascita, figlio di un imprenditore tessile, appartenente alla benestante borghesia ebraica, Pontecorvo, dopo due esami di chimica e il desiderio, mai sopito lungo tutta la vita, di divenire direttore d’orchestra, conobbe nel ’38 le leggi razziali e dovette riparare a Parigi, seguendo il fratello Bruno e frequentando quegli ambienti culturali che annoveravano Picasso e Queneau, Stravinskij e Sartre. In maniera rocambolesca fuggì nel ’40 con il fratello a Saint-Tropez, per aderire l’anno successivo al Partito Comunista Italiano (stringerà una forte quanto duratura amicizia con Enrico Berlinguer, che agli inizi lo aiuterà a far rientrare quel giudizio negativo con cui Palmiro Togliatti aveva bollato la sua rivista “Pattuglia”), coordinare in seguito la resistenza (suo fu il nome di riconoscimento di “Bamba” che s’apprende da alcuni documenti esposti, come Lorenzo Lanza e Gilberto Pavolini i nomi falsi usati) in Piemonte e Lombardia. Entrò nel mondo del cinema – gustosi i visi e le espressioni che testimoniano il suo provino – attraverso “Il sole sorge ancora” di Aldo Vergano (1946: c’è anche un Carlo Lizzani ventiquattrenne nelle vesti di un sacerdote) in cui impersona un operaio: offrendo il volto e la lotta iniziali alle tante battaglie della propria esistenza e della propria cinematografia, cinque soli lungometraggi e due episodi, al di là delle tante pubblicità televisive per i più diversi prodotti, dai frigoriferi ai digestivi, dalla carne in scatola al pandoro).

Quelle sei parole chiave lo spettatore le potrà confrontare nella retrospettiva completa che sino a mercoledì 23 settembre scorrerà sullo schermo del cinema Massimo, sei parole chiave che sono e abbracciano Resistenza, Genocidio, Autodeterminazione, Colonialismo, Emancipazione ed Evoluzione. Alla resistenza appartiene l’opera di Vergano (a cui fece seguito nel ’57 “La grande strada azzurra”, la sua opera prima, con Yves Montand e Alida Valli), al genocidio è affidato “Kapò”, che poggiava sull’orrore provato a seguito della lettura delle pagine di Primo Levi (“Kapò

non voleva essere soltanto o soprattutto il film di un regista ebreo sull’orrore dei campi di concentramento. Era il film di un regista impegnato sull’immane tragedia della guerra, sul più grande genocidio della storia dell’uomo, su una costante della storia – le conquiste coloniali insegnino – portata qui all’estrema esasperazione”, scrisse Irene Bignardi nel suo “Memorie estorte a uno smemorato”), mentre l’autodeterminazione e il colonialismo avranno il loro specchio cruento e spoglio come un rapporto documentaristico nella “Battaglia d’Algeri”, pellicola potente e anticolonialista, non privo di scene crude o invise a qualcuno che rendono appieno la realtà e il clima dell’epoca, incappate anche nelle maglie della censura (è esposto un telegramma diretto al regista, in cui il produttore algerino intima perentoriamente di eliminare la scena di un bambino francese con il gelato in mano, un primo piano, pochi istanti prima che il bar salti in aria a causa di una bomba posta lì da un gruppo di algerini, in occasione della proiezione di Venezia) e in “Queimada” (1969, isola immaginaria delle Antille, a lungo repressa dalla politica portoghese, interessanti le note marginali scritte dal cosceneggiatore Franco Solinas, a illustrare la psicologia del protagonista William Walker), qui con il divo Marlon Brando ma affidati entrambi soprattutto ad attori non professionisti. Nonostante i non eccellenti rapporti tra regista e interprete – ma: “Brando quando gira ce la mette tutta anche se deve dire un semplice buongiorno. Riesce a creare un clima elettrico, qualunque cosa faccia. E recita sempre. Alla fine di una scena capita spesso che la troupe lo applauda come se fosse a teatro” -, la collaborazione e l’esplorazione del cammino dell’emancipazione e del colonialismo sarebbero dovuti continuare con un film sui nativi americani, visti all’indomani di Wounded Knee, poiché Brando aveva compreso che soltanto Gillo sarebbe stato capace di mostrare appieno l’orrore di quell’altra tragedia. “Il mio film non è un documentario, nel senso che tutto è stato ricostruito; ho usato la mia esperienza dei cinegiornali per ricercare un’espressione di verità, il tono, la grana della fotografia dei giornali filmati. A dire il vero, i dialoghi non sono in presa diretta, ma soltanto le grida, le urla”, dirà anni dopo, nel ’96, Pontecorvo, in occasione del trentennale al Cinema indipendente di Bellaria.

Poi ancora l’emancipazione, anticipata da “Giovanna”, episodio voluto, con quelli di altri quattro cineasti, da Ioris Jvens nella “Rosa dei venti” (1956: “È la prima volta in cui in un film a essere protagonista di una lotta sindacale sono esclusivamente donne: il che consente agli autori di raccontare – con una sensibilità ed esattezza mai viste in altre opere – il legame strettissimo tra vita famigliare e vita di lavoro, rapporti privati e doveri pubblici, matrimonio e sindacato, maternità e solidarietà”, ha scritto Lietta Tornabuoni), uno sguardo alle difficoltà del lavoro femminile, laddove la sceneggiatura, utilizzata dalla segretaria di edizione Antonella Santini durante le riprese, diventa un prezioso volume fatto delle fotografie, delle annotazioni manoscritte e delle naturali location che rivelano l’intenso utilizzo del copione sul set, la testimonianza delle riprese che sono avanzate giorno dopo giorno. L’evoluzione in ultimo, con cui si torna al Leone d’oro, a quella illuminata guida che per la Mostra veneziana Pontecorvo ebbe come direttore, dal ’92 al’ 96, una nuova sfida, un’altra battaglia: “Ora la mia prospettiva cambia completamente, dovrò essere io a decidere i film e gli autori che parteciperanno al festival… ma credo seguirò nella selezione delle opere lo stesso criterio che ha guidato il mio fare cinema. Io penso che un film debba essere utile allo spettatore che lo vede, aprirgli gli occhi sulla realtà della vita e del mondo. Senza per questo recargli noia”. Pontecorvo, nel suo nuovo compito, portò in concorso opere prime e giovani registi, film inaspettatamente premiati, nuove visioni del mezzo cinematografico, con passione ed estrema onestà.

Carlo Chatrian, direttore del Museo del Cinema, sottolineava alla presentazione della mostra – un lavoro collettivo che ha coinvolto cineteca, fototeca, archivio storico, i tanti manifesti e materiali – come Pontecorvo non sia soltanto patrimonio italiano ma bensì del mondo, come “appartenga al mondo”, come dovremmo avere sempre ben presente la sua “visionarietà” e questa mostra debba essere intesa come “un viaggio nel Novecento che lui scavalca” o un mezzo per traghettarci “nella generazione del presente e del futuro”. Uno dei tanti tableau cronologici e narrativi che arricchiscono il percorso della Mole ci ricordano quanto molti registi abbiano attinto ai titoli, al modo di fare cinema di Pontecorvo: i nomi? Costa-Gavras, Tarantino, Christopher Nolan e Ken Loach, Spike Lee, Steven Spielberg e Alfonso Cuàron, Oliver Stone. Una scuola che ha guardato con intelligenza al ventunesimo secolo.

Elio Rabbione

Nelle immagini: nell’ordine, una visione degli allestimenti; Gillo Pontecorvo alla cerimonia di premiazione della 27ma Mostra di Venezia (1966) con in mano il Leone d’oro vinto per “La battaglia d’Algeri”, copyright Fotografia – Eliografia Giacomelli; sul set di “Queimada” (1969) copyright Divo Cavicchioli; con la macchina da presa durante le riprese della “Battaglia di Algeri”.

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