Torino, imprese più solide. Ma servono nuovi investimenti

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Negli ultimi dieci anni accelera la transizione dell’industria torinese: imprese più solide, ma ora servono investimenti nei settori a maggiore crescita

Un’analisi inedita sui bilanci delle imprese a partire dal 2014 evidenzia una profonda trasformazione del sistema manifatturiero torinese. Il quadro che emerge mostra un tessuto produttivo più solido e diversificato, anche se permangono alcune criticità: la produttività e il valore aggiunto crescono meno rispetto al fatturato. Tra gli aspetti positivi si segnalano invece la maggiore diversificazione dell’export, una redditività in aumento e progressi nell’efficienza energetica.


Il sistema economico torinese sta affrontando la fase di ripresa rafforzando la propria redditività e orientando gli investimenti verso comparti con maggiori prospettive di sviluppo. Tra questi spicca l’aerospazio, settore che dimostra come il territorio riesca a essere competitivo quando mette insieme competenze storiche, innovazione tecnologica e capacità industriale. Nei prossimi anni un ruolo rilevante sarà giocato anche dalla meccanica strumentale, dall’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi e dalla crescente domanda di robotica, oltre che da comparti come agroalimentare, chimica e gomma-plastica.

La città sta quindi attingendo alle proprie radici industriali per avviare un percorso di diversificazione produttiva già in atto, come mostrano i dati. Il nucleo dell’apparato produttivo si è rafforzato e l’export appare oggi più articolato. Anche la redditività è in crescita, soprattutto negli ultimi anni. Migliorano inoltre le performance sul fronte energetico: dal 2022 i consumi elettrici diminuiscono mediamente del 4% l’anno, segnale di un efficientamento strutturale che si accompagna a una quota di energia rinnovabile pari al 41,1%.

Queste sono alcune delle principali indicazioni contenute nel Rapporto industria e servizi organizzati 2026, realizzato da Unione Industriali Torino, Camera di commercio di Torino e Centro di Ricerca e documentazione Luigi Einaudi. Lo studio analizza i bilanci depositati delle imprese con fatturato superiore a 5 milioni di euro, che nel periodo 2014-2023 sono passate da 1.384 a 1.892 unità, registrando una crescita del 37%.

“Il rapporto ci conferma un fatto per noi noto: Torino non ha bisogno di dimostrare di saper produrre. Il punto oggi è trasformare questa capacità in un vantaggio competitivo strutturale sapendo che manifattura e servizi sono oggi un binomio ineludibile. Torino e il Paese hanno bisogno di un’industria forte, con al centro innovazione e tecnologia, per tornare a crescere e creare valore aggiunto. Abbiamo una struttura eterogenea ed efficiente e una buona redditività: puntando su una stretta integrazione di IA nella manifattura e nei processi produttivi e lasciando emergere nuove specializzazioni ad alto valore aggiunto, Torino può confermarsi protagonista dell’industria nazionale ed europea. Serve fiducia, nonostante la complessità di questa fase. E serve voglia di crescere: noi ce l’abbiamo” dichiara Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino.

“Per ogni 100 euro di valore aggiunto dell’industria torinese, 47 euro sono acquisti di servizi organizzati: manifattura e servizi avanzati non devono più essere considerati come settori separati, ma come un unico nucleo produttivo esteso, che sul nostro territorio ha registrato nell’ultimo decennio ottime performance, come un +56% di fatturato – evidenzia Massimiliano Cipolletta, Presidente della Camera di commercio di Torino – questo nostro approccio di analisi, fortemente innovativo e inedito a livello italiano, evidenzia dati interessanti sul tessuto economico torinese: una redditività in accelerazione recente, un export sostenuto non più solo dall’automotive ma anche da aerospazio e macchinari, il progressivo efficientamento energetico. Ora è strategico trasformare la redditività ottenuta in investimenti innovativi che permettano la crescita anche di settori più in difficoltà, come l’ICT, o a minore valore aggiunto, come i servizi alla persona”.

Dall’analisi dei dati emerge come nell’ultimo decennio il cosiddetto “nucleo produttivo esteso” non si sia rafforzato soltanto dal punto di vista numerico. Gli addetti sono aumentati del 24%, passando da 258.759 a 320.857. Il fatturato complessivo è cresciuto del 56%, da 76 a 118,4 miliardi di euro. Il valore aggiunto ha registrato un incremento del 50%, salendo da 20,2 a 30,3 miliardi. In crescita anche le immobilizzazioni, passate da 48 a 75 miliardi (+57%), e il margine operativo lordo, salito del 47%, da 9,3 a 13,6 miliardi.

Nonostante questi dati positivi, emerge uno squilibrio tra fatturato e valore aggiunto. Quest’ultimo, infatti, è cresciuto meno del giro d’affari: nel decennio il valore aggiunto per addetto è aumentato del 21,1% (da 77.882 a 94.352 euro), mentre il fatturato per addetto è cresciuto del 26% (da 293.823 a 369.114 euro). In un sistema fortemente innovativo ci si sarebbe aspettato il contrario. Se si considerano i dati depurati dall’inflazione, la crescita reale del valore aggiunto del nucleo produttivo si attesta intorno all’1,5% annuo, solo leggermente superiore alla media del Nord Italia (+1,3%). In altre parole, il sistema industriale torinese appare solido e dinamico, ma non ancora abbastanza potente da trainare l’intero sistema economico.

Un’altra questione centrale riguarda la produttività. Nel complesso, negli ultimi dieci anni si registra un aumento medio del 21%, ma con forti differenze tra i diversi settori. La manifattura raggiunge 102.969 euro per addetto, con una crescita del 53%, confermandosi il comparto più performante. Le costruzioni segnano addirittura un +121%, risultato però legato in gran parte agli incentivi edilizi degli ultimi anni. In controtendenza, invece, il comparto ICT e i servizi alle imprese, che registrano un calo del 13%.

Proprio quest’ultimo dato rappresenta uno degli elementi più critici. Il settore che avrebbe potuto trainare lo sviluppo del terziario avanzato perde produttività e peso occupazionale, scendendo dal 14% al 12% degli addetti del nucleo produttivo. Tra le cause principali vengono indicati la dimensione ridotta delle imprese locali, la forte attrazione esercitata dal polo milanese e una scala aziendale media ancora troppo limitata.

Parallelamente cresce il peso dei servizi alla persona, che passano dal 15% al 26% degli occupati del nucleo. Tuttavia, si tratta di attività caratterizzate da un valore aggiunto relativamente basso, con una produttività media di 50.662 euro per addetto. Questo dato conferma come una parte significativa della terziarizzazione in atto sia legata a settori a basso valore aggiunto, con effetti limitati sulla produttività complessiva del sistema.

La questione decisiva riguarda quindi la destinazione della redditività recuperata negli ultimi anni e la quota che verrà effettivamente trasformata in nuovi investimenti. Un segnale positivo è rappresentato dalla possibilità per molte imprese di finanziare parte degli investimenti attraverso risorse proprie. Questo potrebbe consentire di indirizzare rapidamente capitali verso i settori con maggiori prospettive di crescita.

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