Al Carignano sino a domenica, per la stagione dello Stabile torinese
È un lungo flashback – ci avviciniamo alle due ore e mezzo, sarà interrotto alla fine della prima parte dai problemi di vescica del protagonista, verrà ripreso con un dove eravamo rimasti dopo 15’ esatti – quello che rimanda a noi pubblico e giudici di oggi la vicenda di “Amadeus” di Peter Shaffer (andò in scena a Londra nel 1979, da noi tre anni dopo con Paolo Bonacelli protagonista), un successo teatrale che si prolungò in quell’Oscar alla miglior sceneggiatura non originale con gli altri sette che l’omonimo, irraggiungibile film di Miloš Forman si guadagnò cinque anni dopo. Un flashback di grandiosità e di sofferenza, di scommesse con Dio da parte di Antonio Salieri, vero protagonista e deus ex machina della commedia, stimatissimo compositore della corte di Giuseppe II d’Asburgo, di origini italiane e come tutti gli italiani inviso e odiato da quel ragazzaccio maleducato e sboccato, maleodorante ed erotomane ma dalla musica sublime che sarebbe giunto un giorno alla corte del sovrano d’Austria. Commedia d’invidia e di quei venticelli (Michele Di Giacomo e Alessandro Lussiana, vistosi rossetti e occhiali da sole) che diffondono dicerie e malignità e altrettante ne rincasano, come cani ammaestrati e scodinzolanti, imbellettati e aggraziati ma velenosi quanto più possono; un’invidia che rigonfia nel cuore e nel corpo del divino ma presto dimenticato Salieri che non vuol certo mollare lo stipendio profumato e la tavola regale, alla vista di un’ascesa e di una protezione che permette al genio di Salisburgo di comporre storie e musiche che Vienna e oltre i confini tutti applaudono, che da un lato consiglia paternamente e dall’altro insuffla diabolicamente alle orecchie di Giuseppe II (che per altro, bel lontano dal mettere in campo gusti e decisioni suoi, definisce ogni singola disquisizione con la solita frase, “Anche questa è fatta”), sempre al riparo di ogni esposizione. Sino a giungere – ma è una ciliegina amara sollecitata da Puškin e dalla sua “Piccola tragedia” “Mozart e Salieri” (del 1830, ispirazione anche per Forman) -, totale fake news, leggenda acida che la storiografia e la critica moderna hanno del tutto rifiutato, a desiderare o persino a procurare, con un veleno, la morte del pericoloso avversario. Sino ad accusarsi a gran voce dinanzi a tutti di quella morte nell’ultima notte della sua vita, sino alle note del Requiem che avrebbero ricoperto in una fossa comune il corpo di Wolfgang Amadeus.
Una scommessa con Dio che è puro atto di vanità, una sorta di patto faustiano, un gioco delle parti tra un uomo che è l’emblema di una mediocritas più o meno aurea e della sua inadeguatezza e il disordine e la genialità e la sfortuna di un ragazzo che all’epoca ha venticinque anni e che sarebbe morto dopo soli dieci anni. Salieri, ormai vecchio e vicino alla morte (siamo nel 1823), seduto su una sedia a rotelle e con le spalle rivolte al pubblico, guarda alle ombre della sua esistenza, per un lungo attimo, la voce profonda e roca: poi balza su a raccontare, l’abbandono di Legnago dove è nato, l’arrivo nella capitale austriaca e una carriera che non conosce soste, i sepolcri imbiancati che sono i dignitari di corte, l’incontro con Mozart: più volte aiutato dalle luci di Michele Ceglia e dalle videoproiezioni che animano il racconto. La consacrazione della propria vita a Dio a conferma di una impeccabile esistenza, priva di ogni tentazione, e il tradimento che sente cadere sulle proprie spalle nel constatare sempre più spesso quanto povera sia la sua musica se messa a confronto con quella impareggiabile del suo rivale. Un tradimento che trascinerà a una guerra in quel campo di battaglia che è diventato Mozart. È un susseguirsi incessante di fredde lodi e di ire veementi, di sorrisi e di tristezze che Ferdinando Bruni, interprete e libero quanto modernissimo traduttore nonché regista, con Francesco Frongia, sfodera nello spettacolo prodotto dal Teatro dell’Elfo e sino a domenica sul palcoscenico del Carignano per la stagione dello Stabile torinese, un’interpretazione che è un’eccellente partitura musicale, allineandosi alla bellezza degli essenziali brani del compositore – dal Ratto alle Nozze di Figaro al Don Giovanni –, eroe alla rovescia, uomo vincitore e vinto soprattutto, campione di tormenti e di molteplici sfumature, non soltanto pronto a immergersi nella immagine fatta magari di luoghi comuni di un gustoso vilain. Ma un malvagio che non è stato capace di raggiungere il proprio apice, come ci suggeriscono le note di regia, “la sua malvagità non è arrivata fino a questo punto, ma farà qualsiasi cosa perché tutti lo credano, in modo che il suo nome possa essere legato in eterno a quello del salisburghese e che questo delitto non commesso gli conceda l’immortalità.”
In un coro di attori non poco stilizzati, Valeria Andreanò è un’appassionata Costanze, mentre Daniele Fedeli – già apprezzato alcune stagioni fa in “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”- si ritaglia il proprio successo, sfacciato e irriverente, tra impertinenze e linguacce e volgarità, tra tic infantili e aneliti oltre ogni epoca, dando vita a un eccellente ritratto: anche se una qualche ulteriore sbracatura alla Tom Hulce non avrebbe guastato. Infilato a dovere in quel Settecento riveduto e corretto (i colori rossastri a differenza dei cortigiani in bianco, ricco magari di quelle spalle a sbuffo che fanno tanto Lucio Corsi o di un chiodo con argentee borchie in bella vista: spavaldi ed estrema sfacciataggine, come chi li porta) che sono i costumi dell’eccezionale Antonio Marras, punto pregevole e altamente creativo, sontuoso anche nei suoi risvolti punk, di uno spettacolo altrettanto raffinato e modernamente inteso, nel farci fermare un attimo a ripensare a quel discorso dell’inadeguatezza che nel mondo di oggi, in modo quantomai attuale, ci sta intorno.
Elio Rabbione
Nelle immagini di Laila Pozzo alcuni momenti dello spettacolo.
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