Giustizia, ci sono anche i Popolari per il Sì

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Il referendum, di per sè, è un voto politico trasversale. Lo è sempre stato e continua ad esserlo. È
appena sufficiente ricordare lo storico referendum che ha cambiato definitivamente ed
irreversibilmente la percezione che noi cattolici ed ex democristiani avevamo della geografia
politica e cultuale del nostro paese sino a quel momento per rendersene conto. E del profondo
pluralismo di opinioni che c’era anche al nostro interno. E cioè, il referendum del 1974 sul
divorzio. Per non parlare della scelta fra la monarchia e la repubblica del giugno del 1946.
Ora, e per fermarsi al referendum costituzionale sulla giustizia che si terrà nei prossimi mesi, noi
prendiamo atto che, come da tradizione, gli stessi schieramenti politici sono frantumati al loro
interno. Certo, il centro destra, almeno formalmente, è granitico nel votare Sì al referendum sulla
riforma della giustizia. Una unità che, del resto, è il frutto e la conseguenza di un progetto
essenziale e decisivo del programma del centro destra in questa legislatura. Diversa, molto
diversa, è la concreta situazione che si presenta nello schieramento alternativo, cioè la coalizione
di sinistra e progressista. Tra le molte iniziative, è sufficiente ricordare quella di Firenze che si terrà
nei prossimi giorni organizzata della sinistra per il Sì guidata da molti esponenti di primo piano del
Partito democratico e che vede la partecipazione di un illustre ed autorevole giurista, nonché
politico, di estrazione progressista come Augusto Barbera. Ma anche nell’area Popolare o ex
democristiana c’è un vivace e del tutto fisiologico dibattito e confronto tra i sostenitori del No e
quelli che invece appoggiano il Sì al referendum costituzionale. L’amica Rosy Bindi è tra i
principali protagonisti nella battaglia per il No e con il comitato che la vede in prima linea ci sono
molti esponenti dell’ara cattolico democratica come, ad esempio, Giovanni Bachelet. Un fatto del
tutto legittimo, naturale e anche corretto. Al contempo, però, ci sono dei Popolari che invece si
riconoscono nel Sì. E proprio nei prossimi giorni in una conferenza stampa a Roma verranno
spiegate le ragioni politiche, culturali e storiche che portano molti Popolari ed ex democristiani a
condividere le ragioni di questa riforma. Al riguardo, non si può non ricordare, come mi ha
suggerito tempo fa l’amico Stefano Ceccanti, che nelle tesi programmatiche del Ppi fondato nel
1994 alla Fondazione Sturzo da Mino Martinazzoli, Franco Marini, Rosa Russo Iervolino, Gerardo
Bianco, Gabriele De Rosa e da molte altre donne e uomini che si riconoscevano nel filone del
cattolicesimo popolare e sociale, contenevano al loro interno anche l’adesione al progetto della
separazione delle carriere e, di conseguenza, dell’impianto della riforma della giustizia disegnata
dal Ministro Vassalli. Ricordo questo aspetto, peraltro non marginale, perchè si tratta anche di
essere coerenti con quello che si è detto, e soprattutto si è scritto, su questi temi delicati e
decisivi anche per la qualità della nostra democrazia. E le posizioni politiche storiche di fondo, di
norma, non possono cambiare a seconda delle simpatie – o delle antipatie – che si nutrono nei
confronti di chi governa momentaneamente. Perchè se così fosse il pensiero, la tradizione, la
cultura e il progetto politico sarebbero del tutto sacrificati sull’altare della convenienza e del
tatticismo. E sul tema della giustizia, seppur in mezzo a molte difficoltà e contraddizioni, è bene
conservare una coerenza politica, e storica, di fondo. Ameno per noi Popolari ed ex democristiani.

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