IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Dieci anni fa moriva Valerio Zanone leader della sinistra liberale, parlamentare, ministro, segretario del PLI, cofondatore con Rutelli della Margherita. Dieci anni sono pochi per dare un giudizio storico, ma sono sufficienti per non celebrare in coro delle Messe cantate come sembrerebbe accadere. Dieci anni fa io scrissi un ricordo di Zanone che ripercorre il nostro lungo rapporto e che costituisce la base per il capitolo su di lui del mio libro ”Grand’Italia“ intitolato “Il politico corazzato di cultura”, riprendendo una definizione che Mario Soldati aveva riservato a Spadolini. Ho riletto quel capitolo e potrei confermare quasi tutto di quanto ho scritto, malgrado si possa cogliere qua e là una certa commozione per la sua morte avvenuta nel 2015 . In quel libro riportai una sua lettera in cui tra l’altro scrisse quanto segue: “C’è attorno a noi un mondo che muore: nelle persone, nelle formazioni sociali, nell’appartenenza di ceti e forse anche nelle idee. Ne nasce un altro”. Zanone era già gravemente ammalato e forse fu travolto dalla lucida tristezza che ci prende in certe occasioni della vita, anche se cercava di guardare ad un nuovo mondo che non ha visto e che appare totalmente devastato dalla violenza, dalla guerra, dalla brutalità e dall’uso della forza come alternativa alla politica. Per uno come Zanone che fece più volentieri il ministro dell’Ecologia che della Difesa, si troverebbe oggi quasi novantenne del tutto spaesato. Aveva colto la fine del mondo liberale dove era entrato nel 1955, l’anno in cui Pannunzio usciva dal Partito liberale. Un fatto che fu spesso motivo di amichevole discussione tra noi. Io non fui iscritto al Pli durante la sua segreteria e la sua leadership. Dal partito liberale uscii giovane universitario così come ero entrato quando ero ancora in liceo. E non rientrai più nel partito, malgrado gli inviti in più occasioni di Valerio a candidarmi alle elezioni.

