IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
Il manifesto “liberale” torinese ha creato un po’ di confusione a livello locale e nulla di più. Miei amici romani con cui sono stato, non ne sapevano nulla.Andrebbe anche fatta una riflessione sulla parola liberal-democratico con o senza trattino che fu oggetto di raffinate ed inutili discussioni. Nei liberal-democratici

rientrarono anche i repubblicani malgrado i due La Malfa rifiutassero quella appartenenza che ebbe solo Francesco Compagna, secondo il quale Pannunzio fu un “liberale duro e puro” e non un radicale. Pininfarina e Gawronski sono stati due deputati liberal-democratici al Parlamento come non fu neppure Bettiza. Una analoga riflessione dovrebbe riguardare Marco Pannella leader radicale profondamente liberale. Un autorevole giornalista ha citato come appartenenti alla cultura liberal-democratica Bobbio e Alessandro Galante Garrone che invece si possono definire liberal-socialisti o socialisti liberali, ambedue vicini al PCI come lo fu Gobetti e lo furono molti suoi seguaci. I gobettiani in genere come Antonicelli (che finì fiancheggiatore di “Lotta continua”) finirono tutti nel PCI: la sinistra indipendente – come mi disse Lucio Libertini con coraggio – fu indipendente da tutti salvo che dal PCI che faceva eleggere i vari intellettuali comunisteggianti.

Gobetti stesso non fu mai veramente liberale perché la sua “Rivoluzione liberale” fu un ossimoro: i rivoluzionari non sono mai liberali, ma sono giacobini e i liberali non sono mai rivoluzionari, ma riformisti o conservatori. Forse queste cose quasi tutti i cento firmatari torinesi non le sanno. Essi non dovrebbero ignorare che i grandi liberali furono Cavour, Minghetti, Lanza, Giolitti, Francesco Ruffini, Soleri, Croce, Einaudi, Malagodi, Gaetano Martino, Vittorio Badini Confalonieri, Pannunzio, Matteucci, Leoni, oltre a Popper e agli Austriaci. Spesso siamo ancora fermi alle giravolte di Francesco Forte, socialista con conversione berlusconiana o altre corbellerie del genere. Nei berlusconiani gli unici liberali di rilievo sono stati Antonio Martino, Alfredo Biondi e Giuliano Urbani, mentre nella sinistra stento a riconoscere dei liberali. Questa è una realtà oggettiva che attende smentite perché i Liberali veri non presumono di possedere la verità.
A Carcare dopo il convegno di ieri, tenuto nei locali della scuola media, su chi scrisse per davvero l’Inno nazionale (Mameli o padre Cannata) il Comune corre ai ripari e affida ad una borsa di studio offerta agli studenti dell’Università di Genova la ricerca relativa all’autore dell’inno nazionale. Il relatore unico del convegno, l’ottuagenario e prestigioso prof. Aldo Alessandro Mola di Torre San Giorgio, accademico e senatore del regno, non deve aver molto convinto con la sua tesi, vecchia di trent’anni, su padre Cannata, lo scolopo che sarebbe stato il vero autore dei versi (per altro orribili) dell’inno musicato da Novar . Si tratta di una tesi senza reali prove, fondata sul pettegolezzo di paese, che non ha mai trovato riscontri e che offende la memoria di Mameli morto eroicamente nella disperata difesa della Repubblica romana. L’esito della tesi esposta a Carcare ha portato il Comune ad affidarsi a degli studenti. Un esito incredibile, anche se forse abbastanza prevedibile. Per evitare di infierire non riporto cosa mi disse il pro . Umberto Levra ordinario di Storia del Risorgimento a Torino e presidente del Museo nazionale del Risorgimento su quella tesi bizzarra.

È nato come fortezza per difendere il territorio circostante nel XIV secolo su antichi accampamenti di origine romana e longobarda e sui resti di un convento forse templare. E qui inizia la sua lunga storia, una storia piena di fascino e bellezza. É un complesso fortilizio a ferro di cavallo, con torri ovali e due massicce torri quadrangolari, difeso da un fossato, un tempo pieno d’acqua, e da una cinta muraria. Diventò una fortezza poderosa per mano dei Visconti di Milano e sotto i Balbi, potente famiglia genovese che lo acquistò nel Seicento, l’edificio fu trasformato in una residenza nobiliare alla fine del 1800. Oggi è proprietà del conte Niccolò Calvi di Bergolo che con la moglie Annamaria e il figlio Alessandro lo ha acquistato dai cugini Doria-Odescalchi, ultimi eredi dei Balbi. Il maniero è passato indenne sotto diverse dominazioni.




