Cosa succedeva in città /ACCADDE A MARZO Era il 12 marzo del 1955 quando innanzi al parcheggio di Palazzo Madama, Torino vide per la prima volta la “Seicento”. Duecento macchine del modello della Seicento, attraversarono il centro della città sotto la pioggia, tra migliaia di persone che al loro passaggio la rimirarono con affettuosa compiacenza. La città festeggiò a cuore aperto il nuovo modello FIAT e quando le duecento vetture si fermarono sotto Palazzo Madama, i piloti diedero la possibilità ai cittadini di ammirarle da vicino e di salire al loro interno.
Il 2 marzo 1963 morì dopo quasi un mese di agonia dovuto ad una trombosi fulminea che lo aveva colpito il 5 febbraio, Felice Casorati, uno dei maggiori maestri dell’arte italiana che unì il mistero della sua pittura al rigore architettonico di Torino. Il lutto assunse una gravità e una sensibilità particolari nel cerchio di Torino, dove nei precedenti quarant’anni la sua attività nello studio di via Mazzini 52, fu un elemento incalzante ed uno sprone che contribuì a far scorrere più rapido ed intenso il flusso delle iniziative. Torino, dove arrivò sulla soglia della maturità (1918) divenne la “sua città”. L’atmosfera velata, la luce e la struttura urbanistica del capoluogo piemontese, furono il fulcro delle composizioni “casoratiane”. Casorati trovò in Torino, una città dove la tradizione di aristocratica discrezione e di nobile riserbo si scontrava con le esigenze di una sempre più numerosa e sviluppata società proletaria, un luogo fertile per la sua arte e la sua formazione. Nello studio di via Mazzini 52 (dove esalò il suo ultimo respiro) ed il giardino ombreggiato di Pavarolo, sulle colline dietro Superga, furono composte molte opere tra cui si ricordano : “Silvana Cenni” , “Lo studio”, “Natura morta”.
Sempre nel 63′, più precisamente il 27 marzo 1963, Torino diede il via ufficialmente ai lavori per il nuovo palazzo delle Faccoltà Umanistiche, sede che poi avrebbe preso il nome da tutti conosciuto di Palazzo Nuovo. Furono presenti il Rettore dell’Università, il presidente della Provincia prof. Grosso e l’assessore professoressa Tettamanzi. Dopo la benedizione del vescovo ausiliare monsignor Bottino, i muratori effettuarono la prima colata di cemento iniziando così la realizzazione del palazzo che avrebbe ospitato Giurisprudenza, Lettere e Magistero.
Il 2 marzo 1970 una tragica morte impressionò le cronache della città. Una ragazza di 15 anni rimase uccisa, mentre aspettava il pullman in Corso Casale, negli spari avvenuti tra la polizia e alcuni ladri d’auto. La giovane stava aspettando l’autobus 61 per raggiungere la madre in piazza Vittorio, quando un’auto con a bordo i malviventi sfrecciò davanti a lei inseguita dalla radiomobile della polizia. La sparatoria tra le due auto esplose all’improvviso ed un proiettile raggiunse la ragazzina al fianco, colpendo e purtroppo recidendo l’arteria femorale. Morì dissanguata alcune ore più tardi dopo essere stata portata d’urgenza alle Molinette.
Simona Pili Stella
Pannunzio ha lasciato poco di scritto e quasi sempre ha ispirato altri, limitandosi a fare il giornale. Sul “Mondo” non ci sono articoli a sua firma e il piccolo saggio su Tocqueville, risalente al ‘42, è una testimonianza di poco conto. Molti sono invece i suoi articoli prima della guerra pubblicati sull’ “Omnibus “ di Longanesi e su “Oggi” che fondò e diresse insieme ad Arrigo Benedetti. Se escludiamo gli studi di Carla Sodini, nessuno si è occupato delle radici lucchesi, umane ed intellettuali, limitandosi ad analizzare il periodo romano, certamente il più importante, dagli anni universitari alla morte.
Fu un intellettuale libero, colto, equilibrato. Più scozzese che italiano
Mi ricevette la sera stessa, si compiacque per l’idea di ricordare Pannunzio a Torino e si dichiarò disponibile ad aiutarci. Finché fu direttore, volle che gli facessi recapitare direttamente i comunicati stampa relativi alle attività. Con Ronchey ci si vedeva anche in piazza San Carlo dove abitava e qualche domenica al “Cambio” dove amava andare a pranzare.Apprezzava il vecchio ristorante di Cavour e del Risorgimento ,tanto diverso da quello attuale.Specie la domenica ,c’era un clima vellutato che ci faceva immergere nell’’800,malgrado fossimo immersi nei frenetici e terribili Anni ’70. In quelle due salette tutti parlavano sottovoce quasi fossimo in un museo anziché in un ristorante. Ronchey è stato sicuramente uno dei più grandi giornalisti italiani del Novecento. Come direttore de “La Stampa”, succedendo a Giulio De Benedetti che governò il giornale per un ventennio, seppe modernizzare il quotidiano, facendone uno dei più autorevoli anche all’estero. Anche la stessa grafica venne modificata attraverso un’impaginazione piacevole e rigorosa insieme.
Marzo leva la mano sinistra: accenna un gesto di saluto. Come la primavera, attesa da tutti a marzo, arriva, sicura di sé, tra persone che stanno aspettando il suo ritorno. Come sapete, per questa uscita sulla Fontana dei Mesi di Torino, la rubrica dedicata ad analizzare le dodici statue allegorie dei mesi a fattezze femminili che compongono la corona della Fontana al parco del Valentino, più belle che mai dopo la fine dei lavori di restauro del marzo scorso (2019), tratteremo del mese di marzo


Prende il via sotto il segno di Giambattista Bodoni nel giorno dei sui 280 anni la collaborazione tra le città di Saluzzo e di Parma siglato nel 2019 da un protocollo di che guarda agli eventi dell’anno in cui la città emiliana è Capitale italiana della cultura.
L’intervento del gruppo Palazzetti. Nel Salone delle Guardie Svizzere a Palazzo Reale
attraverso le sale del palazzo. Una dignità che, finalmente, torna a parlarci del nostro territorio e della sua ricchezza, rimettendo a vista, dopo un restauro durato tre mesi e per cui sono occorse 774 ore di lavoro, la bellezza dei marmi usati (di “musicalità di colori” parla ancora Pagella), taluni oggi scomparsi. Dieci persone all’opera, sotto la guida di Annarosa Nicola, le radici ad Aramengo, la competenza e la passione riunite in una sola famiglia ed in un gruppo vincente, un accanito lavoro di pulizia, una webcam a riprendere giorno dopo giorno le tante tappe dei risultati raggiunti, la salvaguardia di questo piccolo gioiello ma imponente e prezioso, l’alternarsi di marmi policromi e di pietre dure, una struttura nobilitata da colonne binate, dai putti di Quadri (forse un riciclo di epoca più antica) e dai busti antichi di imperatori romani (Giulio Cesare al centro, di sapore ellenistico quello a destra di chi guarda), in marmo bianco di Carrara, l’eleganza e il gusto modernamente legati alla corte da Carlo Emanuele II, sovrano mecenate pronto a riunire a Torino quelle opere antiche che andava acquistando durante i suoi viaggi a Roma.