Ecco il programma:


Era l’inizio di novembre 1955 quando Anna Maria Rimoaldi – che sarebbe divenuta anni dopo la preziosa collaboratrice di Maria Bellonci nella guida del Premio Strega e presidente lei stessa alla scomparsa della scrittrice – metteva in scena De Musset e Goldoni per il Piccolo Teatro della Città di Torino, sotto la direzione per un paio di stagioni di Nico Pepe. Due anni dopo cambio d’etichetta e nuova denominazione in Teatro Stabile di Torino, Gianfranco De Bosio a guidarlo per dieci anni. Tanto e tanti si sarebbero avvicendati, sino a questo nostro anno che meritatamente celebra un anniversario e tante direzioni e tanti capolavori che restano nella memoria di chi lo ha seguito. La compagine Bianchi/Fonsatti/Binasco spegne felicemente il copioso gruppo di candeline con una delle tappe cardine del teatro dei tempi e del mondo, quell’”Amleto” shakespeariano che “solo” nel maggio del ’19 il buon Binasco aveva inscenato alle Fonderie Limone, Mario Pirrello racchiuso in un paio di piccoli ruoli e oggi, in quel dramma variegato di felicissima commedia che Leonardo Lidi ha approntato per il palcoscenico del Carignano, capace d’esplodere in una padronanza e in una variegatura di intenti e di risultati per chi scrive queste note davvero da applauso incondizionato.
Giudizio che abbraccia strettamente da vicino quello per Lidi (ricordiamolo, regista residente del TST e per il trienno 2024-2027 affidatario della direzione della Scuola per Attori, di recente insignito del Premio Hystrio per la regia, “che approccia i classici con rispetto e un poco di sfacciataggine”, è scritto tra l’altro nella motivazione), passato sin qui tra Garcia Lorca e Molière, tra la “Medea” euripidea e la “Gatta” di Williams, attraverso la trilogia cecoviana che, per molti tratti, meno ci aveva convinto. Qui diverte e s’è divertito a mettere la sordina al dramma e – siccome, dice lui, l’unico teatro che conosce è “quello che non si accontenta di ripetere il passato come una reliquia”: per cui anche l’inizio del monologo più famoso al mondo verrà slungato e storpiato – ecco che si butta sulle note del divertimento, persino scendendo giù per i gradini del più becero avanspettacolo (con una serie sonora di piccoli peti, come avrebbe potuto fare un tempo l’ultimo dei guitti, per prendersi l’ennesima risata), pur non tralasciando una velatura di tristezza, a cominciare da un Amleto con la parrucca e l’atteggiamento da Pierrot triste, con la sua pancia posticcia e spropositata e una voce tra cantilena e dolore portato appresso, pur non tralasciando la fine di un regno e di una recita, dove la scena immacolata inventata da Nicolas Bovey (bianchi anche i costumi di Aurora Diamanti, unico in rosso il Claudio del sempre eccellente Nicola Pannelli), quella scalinata e quel sipario disceso, il trucco sul viso degli attori all’inizio lucente e biancastro, ogni cosa s’è disfatta. Amleto che dice “farò il pazzo” mentre qualcuno gli risponde “c’è del metodo in questa pazzia”. Come c’è del metodo, quantomai irriverente, all’insegna decisamente convincente (abbiamo scoperto l’altra sera quanto si possa andare oltre senza perdere l’assennatezza dei “pedibus plumbeis” di scolastica memoria!) del “to play” e del “jouer”, quando nella scena della recita sono coinvolti due ignari rappresentanti del pubblico, meritevoli ogni sera di entrare in locandina, istruiti a rappresentare il re e la regina assassini e infingardi, con l’intera sala che tifa per loro.
Tutto costruito e svolto in una trappola che si chiama teatro – Lidi incrocia per un attimo anche la Christie e quell’attimo diventa una trappola per topi -, un teatro che si fa società civile, “un teatro che sia luogo di coscienza collettiva” (s’è unito nelle proprie note Diego Pleuteri, adattatore e traduttore), asservito a “smascherare la corruzione del re”, utile per poggiare sui visi le tante maschere nude: per cui bisogna “trattare bene gli attori, perché sono l’essenza di un’epoca”, e Lidi e Amleto hanno il terrore che ce ne dimentichiamo e lo fanno ripetere più volte alla platea, in un crescendo collettivo. La bellezza salverà il mondo e il teatro è tanta bellezza. Lidi fa completamente suo questo “capolavoro inesauribile” e lo rende in una veste nuovissima, convinto com’è di quel “castigat ridendo mores” che è il perno della rilettura. Guardate a Rosencrantz (Alfonso De Vreese) e Guildenstern (un ottimo Christian La Rosa, anche nel maneggio di pupazzi irruenti e giudicanti e macabri e “io faccio voci” del fu Robin Williams quasi fosse un abilissimo ventriloquo), che già si ritagliarono il ruolo di protagonisti in Stoppard e qui rotolati giù, in miseria visiva, agghindati a due baldraccone da quattro soldi in un travestimento e mossette che avrebbe avuto l’applauso di Totò e Peppino. Si sarebbe tentati di pensare a una “festa” se il termine non suonasse privo di rispetto alle radici del grande Bardo, ma certo nei veloci 120’, dentro cui sono rimasti in pieno sudore sette soli attori a ricoprire dieci personaggi a confronto dei trenta e più che affollano il dramma, circola un’aria circense e uno splendente caos che rimandano al Fellini più leggero e pensoso: e ditemi, tanto per cominciare, se “quella” Guildenstern non somiglia alla Saraghina di “8 e mezzo”.
C’è gran libertà di rinnovata scrittura nella vicenda di un uomo (un ragazzo? non più) che si è fatto buffone, Lidi a gran piacimento sposta nello spazio e nel tempo (“il tempo ha smarrito il suo spazio”, e il caos continua) i momenti e le parole che abbiamo nelle orecchie, ogni frase d’importanza scivola come fosse un giocattolo rotto, ne fa un gioco che non è solo accattivante per catturare l’applauso – interverranno persino i Camaleonti di musicale ricordo – ma che è tutto in sottrazione, quasi sminuendo importanza e tragicità. Un gioco a cui s’adatta con vive lodi la prova di Pirrello, che scava, appollaiato su quel trampolino che s’affaccia in platea, nei gesti e nelle parole e nel modo stanco e ribelle allo stesso tempo di porgerle, con una fatica che ricade per la maggior parte sulle sue spalle e che lui porta con provatissima maestria. Una bella, corposa, scommessa vinta appieno. Compagni di viaggio ancora Rosario Lima come Polonio e Ilaria Falini come Gertrude, forse lasciata nella prima parte più in disordine; mi è soprattutto piaciuta Giuliana Vigogna, eccellente Ofelia, lontana dal romanticismo di un Rossetti preraffaellita ma estremamente vittima viva e palpitante, umanamente convincente, che tenta d’abbracciare gli ultimi istanti in quel nome dell’amato scritto nell’aria più e più volte. Anche per lei gli applausi senza se e senza ma di una platea che ha visto festeggiare come si deve un anniversario importante. Si replica al Carignano sino al 26 ottobre. Da vedere.
Elio Rabbione
Nelle immagini di Luigi Di Palma, alcuni momenti dello spettacolo diretto da Leonardo Lidi.
Continua la programmazione di uno dei templi della musica underground torinese: l’Hiroshima Mon Amour, punto di riferimento per chi cerca nuove voci e sonorità fuori dai circuiti più convenzionali. Sul palco, questa volta, arriva 22Simba, rapper classe 2001 originario di Saronno e nome in rapida ascesa nella scena nazionale.

Con progetti come Isolamento di Gruppo e il singolo Crash Test, l’artista racconta senza filtri le sfide della sua generazione: amicizie, amori fragili, precarietà quotidiana. La sua scrittura è diretta, cruda, ma capace di toccare corde universali. Non a caso, il suo ultimo brano è stato presentato all’Apollo di Milano durante Breakthrough, l’iniziativa di Amazon Music che sostiene i talenti emergenti più promettenti.
22Simba è un artista che sceglie di esporsi, di raccontare la vulnerabilità e i contrasti del presente. Un approccio che lo rende vicino non solo al pubblico giovane, ma a chiunque sappia riconoscere in quelle rime una parte di sé.
All’Hiroshima Mon Amour, il suo live si inserisce in un cartellone che continua a confermare il locale come crocevia di nuove energie musicali e culturali.
Valeria Rombolà
È stato un pomeriggio di suoni, corpi in movimento e memorie condivise quello che ha animato piazza Foroni, cuore del quartiere Barriera di Milano, con la Festa Danzante “Borgo Ospite 2025: la Danza Contemporanea incontra la Taranta Salentina- il rituale delle Tarante” domenica 12 ottobre scorso, il momento più atteso della seconda giornata di BallaTorino 2025, progetto di promozione sociale che utilizza la danza come linguaggio di incontro e di coesione, portando le arti performative nei luoghi della vita quotidiana, dalle piazze ai mercati, dalle periferie ai borghi storici, per avvicinare le persone alla cultura attraverso esperienze condivise.
Ad accogliere il pubblico sono stati Germano Tagliasacchi, direttore di Fondazone Contrada Onlus, ente che organizza e produce la rassegna, Luigi Ratclif, coordinatore del programma, insieme ai rappresentanti della Città di Torino, l’assessore al Commercio e ai Mercati Paolo Chiavarino e la presidente del Consiglio Comunale Maria Grazia Grippo. Entrambi hanno sottolineato il valore civico dell’iniziativa, apprezzando un lavoro che, da tre anni, è in continua evoluzione, per dare impulso alla partecipazione, all’inclusione e alla rigenerazione urbana.
Nel suo intervento l’assessore Chiavarino si è soffermato sulla forza simbolica dell’evento e sul significato profondo della scelta di piazza Foroni: “Questa manifestazione è ormai un appuntamento consolidato nella nostra città, che ha fatto ballare Torino da Nord a Sud, raggiungendo davvero ogni angolo, nei quartieri, negli ospedali, nelle case di riposo, e nei mercati come questo. Il mercato Fioroni, che è situato in quella piazza che molti chiamano ancora Piazza Cerignola, è un luogo che custodisce una parte importante della nostra storia collettiva. Qui si intrecciano cultura, commercio, turismo , socialità e inclusione. Si tratta di un’area che, affrontando anche qualche difficoltà, continua a mantenere la sua identità e le sue tradizioni con un forte senso di comunità. Ringrazio la parrocchia Maria Regina della Pace e don Marco Vitale per la loro presenza il costante impegno sul territorio. Un grazie anche agli artisti e ai tutti coloro che hanno reso possibile questo momento. Oggi vedremo cose straordinarie, in un dialogo profondo con la Puglia, perché questo, non dimentichiamolo, è anche un pezzo di Puglia nel cuore di Torino”.
La presidente del Consiglio Comunale Maria Grazia Grippo ha espresso un invito diretto al pubblico: “Credo che tutti noi dovremmo essere grati a chi ha reso possibile non solo essere qui oggi, ma avere un programma così ricco e diffuso in tutta la Città, Fondazione Contrada, con Germano Tagliasacchi, e l’ideatore della manifestazione Luigi Ratclif.
Il senso di BallaTorino è semplice ma profondo: non si è chiamati solo ad assistere a spettacoli e performance ma anche a parteciparvi. Ognuno può provare la propria dimensione del ballo perché, se la danza è un linguaggio universale, allora possiamo parlarci tutti attraverso di essa. Il Consiglio Comunale crede molto in questo progetto e lo sta accompagando nel suo percorso di crescita. Mi auguro che avrete voglia di partecipare anche ai prossimi appuntamenti”.
In questo contesto la danza contemporanea ha incontrato la potenza evocativa e catartica della Taranta Salentina, trasformando un luogo quotidiano in spazio di partecipazione e riscoperta collettiva. Protagonisti della giornata sono stati gli artisti di Eko Dance Project, che hanno presentato un adattamento del lavoro del coreografo pugliese Nicola Simonetti, intitolato “Il rituale delle Tarante”, una creazione che intreccia tradizione e ricerca, gesto e rito, in un dialogo tra linguaggi artistici e memorie popolari. Con le travolgenti esecuzioni di pizzica salentina e tarantella grecanica, la Compagnia La Paranza del Greco ha conquistato il pubblico, trasformando la piazza in una grande pista da ballo. A chiudere l’evento, gran finale con l’aperitivo popolare pugliese che ha proposto vino primitivo, taralli e le rinomate olive di Cerignola. La manifestazione è stata realizzata grazie alla collaborazione con la Circoscrzione VI, la Parrocchia Maria Regina della Pace, la Cicogna Onlus e Casa Puglia Piemonte, ha unito residenti e spettatori in una piazza viva di storia, musica e sapori.
La scelta di piazza Foroni non è stata casuale. Da oltre settanta anni questa piazza è il cuore pulsante di un mercato agroalimentare che racconta la storia dell’emigrazione pugliese a Torino. A partire dagli anni Quaranta molte famiglie provenienti da Cerignola e da altre località del Foggiano e del Salento si stabilirono in Barriera di Milano, portando con sé accenti, ricette e devozioni della loro terra. Piazza Foroni è da decenni nota come Piazza Cerignola in omaggio alla grande comunità che vi si è radunata nel dopoguerra. Nel 1945 una famiglia pugliese pose sulla facciata di un palazzo una piccola edicola votiva dedicata alla Madonna di Cerignola, un gesto di devozione che custodisce ancor oggi la memoria di chi lasciò il Sud in cerca di lavoro e futuro.
Mara Martellotta
I Kanerva, giovane band di Pinerolo (TO), sono i vincitori assoluti di Arezzo Wave 2025, uno dei festival più importanti dedicati alla musica emergente in Italia. Sul palco del Teatro Tenda di Arezzo, hanno conquistato tre riconoscimenti:
Premio Assoluto nazionale,
Premio Under 21,
Premio Gente Emergente.
Il gruppo è composto da Pietro Carità (voce), Francesco Abrate (chitarra), Tommaso Mulatero (tastiere), Luigi Bianco (batteria) e Luca Giro (basso). attivi dal 2019 con uno stile che fonde indie rock, post-punk e alternative. Dopo l’LP Fortemente Romantici e vari singoli, nel 2025 sono usciti con Come Stai, pubblicato da Tuma Records.
Durante la finale hanno colpito con un brano inedito e una cover originale di “Discolabirinto” dei Subsonica, ricevendo anche i complimenti della band torinese.
Per i Kanerva, questa vittoria rappresenta un passo importante verso la scena nazionale. “Un onore essere stati scelti, ora non vediamo l’ora di portare la nostra musica in giro per l’Italia”, ha dichiarato il frontman Pietro Carità.
Enzo Grassano
Armano Luigi Gozzano,noto ricercatore dei documenti storici di famiglie nobiliari, in particolare dei Gozzano e dei Gonzaga, essendo anche musicista si interessa di argomenti musicali.



Non è certo uscito il botto – un pampampam reiterato e sonorissimo – qualche sera fa l’anniversario dei trent’anni dal cilindro del Festival delle Colline, in cui tutti speravamo. Un bel gruppo, non indifferente, di candeline spente con tante soffiate che sapevano di fiato corto e di malinconia, di un qualcosa inserito a forza, troppo. Ma ci rifaremo. Perché questo Festival dacché lo conosciamo è sempre stato un bravo ragazzo, come da canzoncina, per questo – sempre poche sere fa – siamo entrati nella platea dell’Astra con la migliore delle speranze – o delle certezze addirittura – che ci saremmo stretti intorno a quella torta con un finale e un sorriso ben diversi. Il gruppo d’apertura era Agrupaciòn Senor Serrano, la regia e la drammaturgia affidate a Àlex Serrano in coppia con Pau Palacios, il testo ad una volenterosa Anna Pérez Moyan che se ne arriva, in canottiera e pantaloni, su un palcoscenico che sta “a metà strada tra un laboratorio e una discarica” (ci era stato detto), un paio di mucchi di sacchi d’immondizia belli gonfi da cui sempre la volenterosa “trova oggetti, resti e rifiuti generati dalla Storia dell’amore che la aiutano ad attivare la trama.”

Già, la trama, gran bella parola, di uno spettacolo che – dimenticavo: e lo scoprirà il publico? – ha per titolo “Historia del amor”. E che la trama sua vai a cercare con il lanternino, sfiduciati come quel vecchione di Diogene. Impossibile quel “compito di cercare di capire cosa sia l’amore” da parte della volenterosa – pronta a camuffarsi dopo un po’ con corpino e gonnone azzurroverdastri d’altra epoca – e noi con lei. Domande, tante, di quella filosofia puntata con gli spilli, lassù nel cielo, cercare di amare perché amiamo e perché amiamo come amiamo, e risposte, nessuna, in un’ottantina di minuti, per uscire con un certo amaro in bocca. Un excursus che non trova nessuna strada e immediatamente va a sbriciolarsi, tra epoche trascorse e l’esperienza personale della sempre volenterosa – scusatemi, ma non riesco a chiamarla attrice! non qui almeno -, frantumandosi pure quell’intenzione della drammaturgia di far trans-ferire in noi che guardiamo quel guazzabuglio di lingue di sopratitoli frettolosi ed emozioni spente, di sforzi anche comici, ma brillantemente superati, di far fronte a qualche incidente tecnico. Di espedienti che hanno tutta l’aria di raffazzonare sul momento. Si narra di antri e spelonche e tesori e giungle che nascondono, le immagini vengono allontanate da noi sino a essere un puntino lontano nel deserto del nulla, irraggiungibili. Come quell’amore? Si va su e giù per il palcoscenico, si procede a fatica, si cerca di riempire spazi e tempi che restano irrimediabilmente e deficitariamente vuoti. Tutto ha un sapore di irrisolto, di pretesto vano per una serata, di quell’”uno dei principali motori della nostra esistenza”, l’amore, che non s’è semplicemente avviato: cercavansi tracce di carburante. Resta, nella memoria, di emozionante, quella lunga sequenza di baci cinematografici messi a scorrere davanti a noi, dalla Bergman e Bogarth a DiCaprio e Winslet sul ponte estremo del Titanic, ricordi spicci per chi ama il cinema, romanzo lungo che nemmeno il maturo Totò di “Nuovo Cinema Paradiso” avrebbe guardato con occhi tanto lucidi.
Elio Rabbione
Nelle immagini, alcuni momenti dello spettacolo
GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Martedì. Al Blah Blah si esibiscono i The Morlocks. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Simba.
Martedì. Al Pala Gianni Asti di Torino, serata “Una Notte per Gaza”. Concerto a sostegno di Medici Senza Frontiere con tante band fra cui:Fratelli di Soledad, Persiana Jones, The Originals (Africa Unite + The Bluebeaters), Medusa, Statuto, Loscxhi Dezi, Fiori, Oh Die!, Lotta e tanti altri.
Mercoledì. Al teatro Colosseo arriva Niccolò Fabi.
All’Osteria Rabezzana si esibisce il quartetto di Lowell Levinger.
Giovedì. Allo Ziggy sono di scena i Lomsk + Duir. Il quartetto Smallable Ensemble suona alla Piazza dei Mestieri. Al Blah Blah si esibiscono i Plastic Drop +Dag. All’ Hiroshima suonano gli L’Entourloop. Al Cap 10100 è di scena Mark William Lewis. All’Off Topic si esibiscono i Frenesi.
Venerdì. Al Blah Blah è di scena Suzi Sabotage + Newdress. All’Hiroshima Mon Amour suonano i Modena City Ramblers + Mistral Kizz. Al Cap 10100 si esibiscono i Machinedrum. Al Circolino suonano i Cavour Country Boys.
Sabato. Allo Ziggy sono di scena i Decrow +Scaglia + Emokills. Al Blah Blah si esibiscono i Klasse Kriminale. Al Folk Club suonano i Willos’.
Domenica. Allo Ziggy sono di scena Wyatt E. /Ainu.
Pier Luigi Fuggetta
Al Museo del Cinema, nell’ambito della mostra dedicata ad Angelo Frontoni
Nel 1964 Antonio Pietrangeli affidava a pubblico e critica “Il magnifico cornuto”, trasposizione del testo teatrale di Fernand Crommelynck, datato 1920, racconto di gelosia, ironico, rapportato ai tempi, Armando Nannuzzi e Trovajoli rispettivamente alla fotografia e colonna sonora allargata a canzoncine dell’epoca, un giovane Gian Maria Volontè nelle vesti secondarie di un assessore. Interpreti Ugo Tognazzi (prova che qualcuno ha definito magistrale) e una florida quanto bellissima Claudia Cardinale, il successo dovuto soprattutto a loro, certo non un capolavoro di un regista che seppe fare ben di meglio, leggi “La visita” e “Io la conoscevo bene”. La quale Cardinale – scomparsa come tutti sanno nella sua casa francese il 23 settembre scorso, nelle scene finali, indossò un vestito da cocktail di shantung nero ornato con petali di seta, una creazione di Nina Ricci, Haute Couture, indossato poi in seguito pure in eventi pubblici.

Nel 2019 il Museo Nazionale del Cinema torinese si era aggiudicato l’abito a un’asta di Sotheby’s “e con questa iniziativa esso intende restituire al pubblico non solo l’immagine di una grande attrice, ma la presenza tangibile del suo lavoro, lì dove cinema e realtà sembrano toccarsi.” Con l’abito, s’allineano alcune immagini di quella occasione, durante le riprese, dovute all’obiettivo di Angelo Frontoni cui il Museo ha dedicato – si protrarrà sino al 9 marzo 2026 – la mostra “Pazza idea”, dove già il viso dell’attrice, in tutta la sua bellezza, abita, come Angelica Sedara, accanto all’altro divo Alain Delon, del “Gattopardo”, nella nicchia dedicata alla Titanus, casa di produzione di lungo corso e di larghissimo successo negli anni precedenti, che proprio a causa dell’elevato budget del capolavoro di Visconti, del 1963, perennemente sfondato, fu spinta ad abbandonare la produzione cinematografica l’anno successivo, per poi riprendere negli anni Ottanta.
e. rb.