Ci sono band che attraversano il tempo. E poi ci sono band che attraversano le persone. I Bull Brigade appartengono alla seconda categoria. Perché la loro storia non è solo quella di vent’anni di concerti, dischi, chilometri macinati tra cantine e palchi importanti. È la storia di una città che cambia, di un’identità che si mette in discussione senza tradirsi, di una rabbia che cresce insieme a chi la canta. In vista del ritorno sul palco dell’Hiroshima Mon Amour il 6 marzo, Eugenio Borra — frontman della band torinese — racconta cosa significa oggi essere Bull Brigade. Tra una città che ti ha cresciuto e continua a interrogarti, una fede granata che è diventata educazione ed un disco che somiglia a un atto d’amore verso ciò che si è stati e ciò che si sta diventando: Perché non si sa mai.
Torino è ancora casa?
«La storia è quella di due Torino differenti» dice senza esitazione. I primi vent’anni sono quelli dei sogni: cantine, prove infinite, la voglia di misurarsi con i “mostri sacri” del punk torinese. Era un fregio da ostentare, un’identità da conquistare. Giovani punk che volevano scrivere una pagina nella musica della città. Nel mentre si viveva la consapevolezza di essere figli di una città operaia, dei ritmi della fabbrica, di genitori che lavoravano in Fiat o nell’indotto. Quella frenesia, quella coscienza di classe, entrano nei testi. La rabbia si struttura. Diventa racconto operaio. Oggi però Torino è diversa. Anche l’underground e lo stadio hanno preso direzioni che Eugenio sente meno sue. «Quando avevo vent’anni avevo una casa ovunque. Adesso succede di rado». È il tempo che fa questo effetto. Lo faceva già ai suoi genitori. Eppure, moltissimo della loro gioventù è passato proprio da questa città e suonare all’Hiroshima significa rimettere i piedi in un luogo che ha contribuito a formarli.
Il Toro: identità e stile di vita
Gli chiedo cosa c’è nel modo di vivere il Toro che assomiglia di più allo spirito punk dei Bull Brigade.« Il Toro, nei brani dei Bull Brigade, non è mai un richiamo o un riferimento per accendere il pubblico. È molto di più». Eugenio lo racconta così, senza esitazioni: il nome stesso della band nasce dal desiderio di incarnare quella mentalità. Il toro come identità, come appartenenza di classe, come ideale che non si piega alle mode o ai risultati. Non è solo una squadra, è un modo di stare al mondo. Per lui la vita punk e quella calcistica hanno sempre seguito la stessa traiettoria: coerenza, lealtà, senso di comunità, scelta di campo. Essere del Toro significa imparare presto cosa vuol dire resistere, restare fedeli anche quando non è conveniente, sentire la sconfitta come parte del percorso ma non come resa. «L’educazione che ho ricevuto come tifoso del Toro mi ha reso il cantante dei Bull», dice.
Nei primi anni la rabbia era molto frontale, quasi fisica. Oggi, con più esperienza e consapevolezza, la rabbia è cambiata? È diventata più riflessione, più responsabilità, o resta la stessa energia di sempre?
Nei primi dischi la rabbia era frontale: inni, slogan, la sensazione di poter cambiare il mondo. Oggi è diversa. «È più consapevole. E più drammatica». Diventare adulti, diventare genitori, significa fare i conti con un limite: non puoi cambiare tutto. Inoltre il mondo che restituirai ai tuoi figli non è quello che sognavi a vent’anni ed è per questo che la rabbia non è sparita. Però si è fatta più profonda e consapevole: ad oggi è meno slogan e più responsabilità. Eugenio mi racconta come la stessa sia fatta di meno illusioni salvifiche, ma di maggior conflitto interiore.
Con Perché non si sa mai avete scelto di rischiare: un suono più aperto, una produzione diversa, un dialogo potenzialmente più largo con il pubblico. C’è stato un momento in cui vi siete chiesti se stavate tradendo qualcosa del vostro passato, o avete vissuto questo passaggio come una naturale evoluzione della vostra identità?
Il punto di svolta è stato lavorare con un produttore esterno come Andrea Tripodi ha significato accettare di mettersi nelle mani di qualcuno che avrebbe potuto cambiare il modo in cui i Bull Brigade suonano e vengono percepiti. «Ci ha cucito un vestito nuovo», racconta. Un vestito che rende le canzoni più aperte, più fruibili, forse capaci di arrivare a un pubblico più largo. Il conflitto con il passato c’è stato in Sopra i muri dove Eugenio dialoga apertamente con il sé ventenne, con quell’idea di banda che è stata fondativa. Lì c’è la consapevolezza che crescere significa rimettere in discussione gli schemi senza perdere il nucleo. L’idea di banda resta intatta
E poi c’è la “tribù”.
Quando gli chiedo cosa li tenga ancora uniti dopo vent’anni, Eugenio non parla di concerti, numeri o traguardi. Parla di legami. «È una famiglia dentro la famiglia», dice. Cinque uomini con le proprie vite, le case, i figli che crescono e le responsabilità che si moltiplicano. In mezzo, ottanta date l’anno: chilometri, alberghi, attese, stanchezza. La necessità di imparare a convivere anche nei silenzi, di rispettare gli spazi, di sostenersi quando uno dei cinque vacilla.La musica è solo una parte dell’equazione. Il resto è condivisione. Di gioie e di dolori. Nei momenti difficili, racconta, la band ha sofferto con lui. Non è rimasta ai margini, non ha osservato da lontano. Ha attraversato quel dolore insieme, esattamente come ha fatto la sua famiglia. In quella sovrapposizione di sguardi c’è il significato più autentico di cosa siano diventati oggi i Bull Brigade: non solo un gruppo che suona insieme, ma una comunità che condivide il peso delle fratture, una rete che tiene quando qualcosa si spezza.
Valeria Rombolà







