SPETTACOLI- Pagina 3

Quattro compositrici per il concerto delle Domeniche dell’Auditorium RAI

In occasione della Giornata Internazionale per la Donna

È un programma tutto declinato al femminile quello che propone il terzo appuntamento del ciclo dei concerti cameristici delle “Domeniche dell’Auditorium “, previsto domenica 8 marzo alle 10.30 presso l’Auditorium RAI Arturo Toscanini di Torino, in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Il concerto sarà registrato su Radio 3 e trasmesso domenica 15 marzo alle 20.30.

Sarà  protagonista il Quartetto in Corda dell’Orchestra RAI, composto da Valerio Iaccio e Martina Mazzon al violino, Federico Maria Fabbris alla viola e Fabio Storino al violoncello, che proporrà un viaggio musicale attraverso le opere di quattro compositrici che  hanno sfidato le convenzioni sociali del proprio tempo per affermare le proprie voci artistiche.
Il Concerto si apre con il Quartetto n. 6 di Maddalena Lombardini, che fa parte della sua unica raccolta strumentale data alle stampe nel 1769, i sei Quartetti per archi op. 3. Considerate tra le primissime testimonianze storiche del genere, queste pagine godettero di una straordinaria fortuna editoriale nel Settecento, con pubblicazione nei principali centri musicali europei da Londra a Vienna.
Si prosegue poi con il Quartetto in mi bemolle maggiore di Fanny Mendelssohn, composto nel 1834 rielaborando i materiali di una Sonata pianistica incompiuta di cinque anni prima. Il brano rappresenta l’unica incursione della compositrice nel genere cameristico.
Si tratta di un’opera di rara eleganza e inventiva che, pur guardando alla lezione di Beethoven, rivela una maturità  e un’originalità espressiva sorprendenti per un’opera eseguita privatamente una sola volta durante la vita dell’autrice.

Il percorso prosegue nel Novecento con il Quartet for Springs in un movimento op. 89 di Amy Beach.
Abbozzato tra i boschi del New Hampshire nel 1921 e completato a Roma nel 1929, il brano è un’opera visionaria basata su tre melodie inuit. Amy Beach fonde questi temi ancestrali con un linguaggio moderno e dissonante, privo di centri tonali fissi, ma pervaso da un profondo lirismo. L’opera sarebbe divenuta un pilastro del repertorio della Society of American Women Composers e fu celebrata a Washington nel 1942, in occasione del 75esimo compleanno della compositrice.
In chiusura il programma approda alla contemporaneità con Sofia Gubaidulina  e il suo Quartetto n 2 composto nel 1987 su commissione del Quartetto Sibelius per il Festival di Kuhmo.
Il brano esplora il concetto di ‘simbolismo musicale’ caro all’autrice russa.

I biglietti per il concerto sono proposti al prezzo unico di 5 euro e in vendita online sul sito dell’OSN RAI e presso la biglietteria dell’Auditorium RAI di Torino, in piazza Rossaro
www.osn.rai.it

Mara Martellotta

Non solo Hamnet, a teatro va in scena Juliet+Romeo

Venerdì 6 marzo, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, il sipario si alza su una storia che attraversa i secoli e continua a parlarci con la voce inquieta e luminosa della giovinezza. Va in scena “Juliet+Romeo”, l’adattamento firmato da Mario Restagno, con le musiche originali di Paolo Gambino, proposto da Accademia dello Spettacolo.

Non è solo una riscrittura. È un gesto. È un cambio di prospettiva. È la scelta di mettere Juliet davanti, nel titolo e nello sguardo. Quello che venerdì 6 marzo andrà in scena alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino è una storia antica dal cuore contemporaneo.

Quattro secoli fa, William Shakespeare raccontava l’amore assoluto e tragico di due adolescenti travolti da un mondo adulto incapace di ascoltarli. Ma cosa resta oggi di quella lingua, di quegli usi, di quei codici sociali così lontani dalla sensibilità dei ragazzi e delle ragazze del nostro tempo?

Da questa domanda nasce “Juliet+Romeo”: un lavoro di riedizione che traduce emozioni senza tradirle. La lingua si fa più vicina, le dinamiche più riconoscibili, le tensioni più immediate. L’obiettivo è uno solo: permettere agli adolescenti di oggi di sentire sulla pelle lo stesso turbamento, lo stesso slancio vitale che il pubblico elisabettiano provava nel 1595.

E in un’epoca in cui tutto corre, si consuma, si espone e si dimentica in fretta, questa storia diventa un invito a fermarsi e a chiedersi: che cosa significa amare davvero?

«È la festa della giovinezza, dell’energia vitale che contraddistingue questa fase della vita, questa volta raccontata dal punto di vista di Juliet», afferma il regista.

L’inversione dei nomi nel titolo non è un vezzo grafico: è una dichiarazione d’intenti.
Il Coro, nel prologo, afferma che «da sempre gli uomini cercano la guerra, da sempre le donne subiscono la guerra». È un segnale forte. È un cambio di sguardo che interroga il presente e le sue fragilità. Juliet non è più solo l’innamorata. È coscienza, è desiderio, è scelta. È una voce che reclama spazio.

In scena 22 artisti, di cui 18 under 30. Una compagnia che respira all’unisono con i suoi protagonisti. Juliet è interpretata da Beatrice Frattini, Romeo da Andrea Cantore, insieme a Daniela Freguglia, Renato Ligas, Jacopo Siccardi, Riccardo Marangoni, Fabrizio Merlo, Matteo Ardengo, Ester Barbarossa, Giorgia Chianello e agli studenti della Scuola Formazione Attore: Sara Zanirato, Gloria Puglisi, Alice Cavazzini, Suammy Bellini, Marta Marandola, Amanda Amador Silva, Lorenzo Beltrami, Amir Madih, Giulia Schivalocchi, Erika Orsini, M. Ignacia Loyola Diaz, Lucia Meneghini. Le coreografie sono di Marco Arbau.

Il progetto coinvolge i giovani esordienti della Bottega dello Spettacolo 3.0, un percorso che nasce per rispondere a una ferita concreta del mondo teatrale: la difficoltà, per chi ha appena concluso un percorso formativo, di trovare un immediato inserimento professionale. Il mercato spesso premia chi è già noto, chi ha un curriculum consolidato. Gli altri rischiano l’inattività, la frustrazione, la perdita di fiducia.

Con il contributo della Fondazione Compagnia di San Paolo, questo progetto diventa un ponte tra formazione e professione. Un atto di fiducia verso il talento giovane.

Abbiamo raggiunto il cast per alcune domande. Beatrice Frattini lei interpreta Juliet.

Che cosa significa oggi, per una ragazza della tua età, difendere un amore contro tutto e tutti?

Interfacciarmi con Juliet e il suo amore da difendere a tutti i costi è stata una sfida. A tratti l’ho sentita incomprensibile, poi abbiamo fatto pace.

Sento che la vera difesa dell’amore che si concretizza nel dover spiegare perché cerco di vedere il buono nella vita, nelle persone e soprattutto nel credere che tutto andrà bene; penso che la nostra esistenza sia attraversata da un amore immenso.

Cerco di guardare le situazioni con un occhio meno il meno polemico possibile, trovando l’amore per me stessa e per ciò che mi circonda.

Mi sento fortunata a vivere nell’amore e voglio difendere questo mio modo di stare nella vita, anche se può essere strano per qualcuno, anche se a volte può non sembrare logico.

(Beatrice Frattini)

È ribellione o bisogno di essere ascoltata?

Per Juliet c’è un impellente bisogno di essere vista, non importa in quale modo, penso che sia un misto tra ribellione verso un sistema che non le appartiene, un odio che non sente affine alla sua essenza di giovane ragazza, dall’altra parte penso che sia un bisogno di essere vista da qualcuno, Romeo soddisfa pienamente questo suo bisogno.

Essere ascoltata non è contemplato per Juliet, lei sa che non avrà modo di poter dire la sua opinione; per questo agisce, comprende che solo nell’azione otterrà ciò che vuole.

Per me, Beatrice, non c’è nessuna ribellione o bisogno di essere ascoltata. Juliet però mi ha fatto comprendere quanto l’adolescenza colpisca nel profondo, le emozioni sono amplificate ed è un privilegio rientrare in quello stato grazie a Juliet.

(Beatrice Frattini)

Andrea Cantore è invece Romeo che spesso è raccontato come impulsivo e romantico. In questa versione, quali fragilità emergono di più?

In questa versione si fa spesso riferimento al destino e Romeo si affida ad esso perché guidi il suo percorso, ma presto si ritrova tradito dal destino stesso che lo trascina in una spirale di morte: prima il suo migliore amico Mercuzio viene ucciso da Tebaldo e Romeo, accecato dalla rabbia, lo vendica. Con le mani sporche di sangue e scoperta la morte di Giulietta, si rende conto di essere stato giocato dal fato e perde ogni legame con la vita e con il mondo che lo circonda.

(Andrea Cantore)

In una società dove le giornate scorrono scandite dai social e dove spesso ci si nasconde dietro a uno schermo, esistono ancora uomini come Romeo pronti a tutto per difendere il loro amore?

Secondo me sì. I social stanno plasmando la nostra società in modi che ancora non conosciamo. A mio parere, i social permettono una diffusione del significato dell’amore sano, specialmente nelle nuove generazioni che sono molto più consapevoli delle proprie emozioni e agiscono per abbattere i pregiudizi e le violenze.

(Andrea Cantore)

E infine, abbiamo rivolto due domande anche agli allievi della Bottega dello Spettacolo 3.0.

Quanto è importante, per voi, poter debuttare in un progetto che vi mette al centro non solo come interpreti ma come generazione?

Non importante, direi fondamentale: dei ragazzi che parlano a dei ragazzi. Siamo già abituati a sentire discorsi di persone più grandi di noi che forse neanche capiscono di cosa abbiamo realmente bisogno, ma che ci trasmettono nozioni sul loro modo di vivere e di comportarsi che, ai nostri occhi, a volte risultano obsolete e poco interessanti. Quanto è bello invece quando sono dei ragazzi, con grandi opere come questa, a lanciare messaggi così importanti come amicizia, amore e rispetto. Messaggi che, se fossero trasmessi dagli “adulti”, verrebbero considerati “parole al vento”, mentre qui, in forma d’arte, riescono a essere recepiti molto meglio che su un qualsiasi banco di scuola. In questo modo diventano più vicini, più veri, e soprattutto più facili da comprendere.

(Matteo Ardengo)

Se doveste raccontare l’amore della vostra generazione con una sola immagine, quale scegliereste e perché?

“Gli amanti” di René Magritte incarnano perfettamente come noi giovani oggi viviamo l’amore. Viviamo in un mondo frenetico che ci porta a trascurare i piccoli gesti e le sfumature, finendo per non vedere davvero la persona che abbiamo davanti. Per paura di soffrire o di affezionarci, spesso scegliamo relazioni superficiali e passeggere, perdendo così il significato più profondo dell’amore.

(Gloria Puglisi)

“Juliet+Romeo” non è soltanto uno spettacolo. È un laboratorio di possibilità. È un atto di fiducia nei confronti dei giovani. È un invito a guardare l’amore non come un cliché romantico, ma come una forza capace di mettere in discussione guerre, famiglie, convenzioni. E oggi, più che mai, ne abbiamo un estremo bisogno.

Lori Barozzino

L’estate feroce di Sebastian, all’improvviso: con una grande Laura Marinoni

All’Astra, si replica sino a domani

C’è parecchio di autobiografico in Improvvisamente l’estate scorsa che Tennessee Williams mandò in scena nel gennaio del 1958 e che già l’anno successivo ebbe la sua trasposizione cinematografica, regista Joseph Mankiewicz e superbe interpreti Katherine Hepburn ed Elizabeth Taylor, successo tenuto a bada fortemente dal Codice Hays, con l’obbligo di cancellare quanto potesse alludere all’omosessualità di un protagonista che non avremmo mai neppure visto in volto. Un’omosessualità che toccava l’autore proprio in un periodo in cui maggiormente egli tentava di nasconderla a se stesso, come una vicenda che riportava a galla ombre di una vita familiare nella quale una madre, Edwina, aveva spinto al ricovero presso un ospedale psichiatrico la figlia Rose, alla sua operazione al cervello con una lobotomia e di cui Williams non volle mai esprimere un perdono, anzi alimentando in se stesso un profondo senso di colpa per non aver fatto abbastanza nei confronti della sorella.

In questo dramma dell’autore americano – che s’inserisce perfettamente nella stagione dell’Astra dove a campeggiare sono i Mostri: “il mostro è la natura, le sue grida, i rumori selvaggi, il mostro è un Dio feroce che osserva i veri mostri, gli esseri umani, che non sono più capaci di amare”, quasi targava lo spettacolo il regista Cordella – coabitano arte e poesia, sesso e un carico abnorme di menzogne, all’ombra di due grandi personaggi femminili. C’è Violet Venable che con ogni mezzo cerca di accrescere anche post mortem quella sintonia che sempre l’aveva legata al figlio Sebastian, scomparso l’estate precedente, di cancellare ogni traccia della sua omosessualità e di complesso edipico, di ricordarlo nella sua castità e di farlo ricordare come un grande poeta, anche se la sua produzione s’arrestava a un solo componimento l’anno, il loro “canto d’estate”, di chiuderlo in quel referto che parlava di cause naturali. Ogni cosa ancor serrata in una società americana degli anni Cinquanta e nel suo perbenismo. C’è Catherine, depositaria di una verità ben diversa, che torna nella casa dove è cresciuta dopo un forte trauma subito, la morte del cugino Sebastian, che lei aveva accompagnato durante un viaggio nel nord della Spagna: una ragazza che zia Violet è ferocemente spinta a far ricoverare in una clinica psichiatrica – dietro il compenso alla stessa di un milione di dollari – perché venga effettuato un trattamento di lobotomia, perché Catherine non possa più ricordare.

Toccherà al dottor Cukrowicz (logico, raisonneur in abiti chiari) far luce su quel passato raccontato con ambiguità e maniere talmente diverse (l’adattamento cinematografico s’allargava alle pressioni del direttore della clinica voglioso non poco d’intascare i soldi per la sponsorizzazione, la costruzione di un nuovo padiglione: come nelle radici del dramma anche la madre della ragazza e il fratello non sono affatto innocenti dal rifiutare quel che può cadere dal portafoglio di zia Violet), lasciarlo riaffiorare, cancellare i dubbi, spetterà a lui, attraverso l’uso del penthotal scoprire quanto la ragazza abbia saputo nascondere e ora inizia a rimuovere, attraverso indizi e nel lungo e ardimentoso e irto monologo finale che, nell’edizione coprodotta da LAC Lugano Arte e Cultura e dal Teatro Carcano, sul palcoscenico dell’Astra soltanto sino a domani, la giovane Leda Kreider regge con estrema sicurezza, applauditissima, con verità e strazio, con una sincerità tutta viscerale. Si tratterà di rivivere gli ultimi momenti di Sebastian, svelarne l’ambigua manipolazione di chi gli è stato accanto, sia madre che cugina (ma anche capace di gesti sinceri (?) di gentilezza, con l’acquisto di abiti eleganti e costosi), di chi ha usato affinché in quelle sue “vacanze” di fulminee liaison, accompagnato nei luoghi eleganti di mezza Europa o nelle case di New Orleans come in luoghi dove avrebbe potuto incrociare quelli che la madre continua a chiamare “mercanti”, gli potesse essere esca per i suoi incontri sessuali con altri ragazzi. La tragedia, espressa in tutta la sua ferocia e nel raccapriccio della rappresentazione del ricordo, è accaduta nell’ultimo viaggio, proprio l’estate scorsa, all’improvviso: sulla costa spagnola, a Cabeza de Lobo, vittima di un rito quasi pagano, in un nuovo sacrificio che ancora rispecchia il mito di Dioniso e delle Baccanti e di Penteo, nel suo più drammatico versante orgiastico (in precedenza avevamo avuto il racconto dei neri uccelli che divorano i piccoli delle tartarughe appena nati mentre tentano di raggiungere il mare), Sebastian era stato assalito, sotto gli occhi di Catherine, e letteralmente quasi divorato da quei “pezzenti” a cui lui avrebbe voluto sottrarsi. Ora Violet si rivolge al dottore e gli parla come fosse suo figlio.

Quel che il regista Stefano Colella ha reso – disseminando i suoi attori per l’intera area a prendere possesso di presente e di passato – all’interno di uno spettacolo irto di difficoltà e di non facile resa (tutto potrebbe risolversi in uno slabbrato e convenzionale mélo), con autentica e appagante padronanza, è la tensione, la secchezza nel racconto e nell’azione, nella seduta psicanalitica che attraversiamo, in quello che si fa thriller scena dopo scena, in quanto lo spettatore segue e viene a conoscere, per sguardi, per frasi interrotte, per tenui confessioni, per parole e per urla, per scontri di donne: aiutato, nell’arrivare al pieno successo, dalle luci di Marzio Picchetti e dal suono di Gianluca Agostini, che si diffondono ostentatamente nella scena di Guido Buganza, che è un rigoglioso giardino, “come se fosse abitato da bestie, serpenti e uccelli, tutti di natura selvaggia”, avverte Williams nella didascalia generale, quello antico di Sebastian in cui allevare piante carnivore che andranno sfamate con migliaia d’insetti coltivati o fatti arrivare da luoghi lontani, una foresta a ricoprire – ma poi tutto andrà simbolicamente rimosso da un tecnico di scena – un’auto sgangherata che è altresì casa rifugio tomba altare sormontato da un baldacchino che scenderà nel finale a cancellare ogni cosa. Con tutta la eccellente partecipazione dei suoi compagni Elena Callegari, Ion Donà ed Edoardo Ribatto, efficacissimo dottore chiamato a indagare, Laura Marinoni – già applaudita Blanche alcuni anni fa nel Tram, ancora Williams, messo in scena da Antonio Latella, è una Violet feroce e sanguigna, madremostro, forte e ambigua verso se stessa e gli altri, grande in quel suo rifugiarsi nell’abitacolo illuminato dell’auto e nel calarsi nella solitaria pazzia.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Luca Del Pia

Uomini si diventa. Nella mente di un femminicida

Teatro Concordia

Venerdì 6 marzo, ore 21

 

Reading contro la violenza sulle donne con Alessio Boni e Omar Pedrini

 

Alessio Boni e Omar Pedrini con Uomini si diventa, Nella mente del femminicida affrontano un viaggio immaginario nella mente del carnefice in uno spettacolo scritto da otto autori, volutamente uomini, che si denunciano come rappresentanti di una categoria.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Venerdì 6 marzo 2026, ore 21

UOMINI SI DIVENTA. Nella mente del femminicida

Con Alessio Boni e Omar Pedrini

Chitarra, musiche e voce Omar Pedrini

Testi di Massimo Carlotto, Andrea Colamedici, Pino Corrias, Edoardo Erba, Maurizio De Giovanni, Marcello Fois, Daniele Mencarelli, Francesco Pacifico

Regia Alessio Boni

Ideato e prodotto da Teatro Carcano

Biglietti: intero 22 euro, ridotto 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

Il femminicida non è un malato, è un figlio sano del patriarcato. È uno di noi, cresciuto come noi, che pensa come noi. Che in maniera più o meno consapevole considera la donna un essere inferiore. Da “proteggere” e ingabbiare, da sminuire, soggiogare, quando non da picchiare, violentare, ammazzare. In Italia ne muore una ogni tre giorni, la stragrande maggioranza per mano di chi dovrebbe amarle. Non si contano i casi di stupro, di botte tra le mura di casa, di aggressioni o catcalling per strada, di plagio psicologico, di violenza economica, di mansplaining, di intimazioni tipo “Stai zitta!”: un sommerso di male che rende metà della popolazione vittima, l’altra metà carnefice. 

Questo progetto è un viaggio. Un viaggio immaginario nella mente del carnefice, che uccide in tanti modi, non solo con un’arma. Un viaggio ideato dal Teatro Carcano, scritto da otto autori, volutamente uomini, e interpretato da me e Omar Pedrini: insieme denunciamo noi stessi come rappresentanti di una categoria, in un momento di autocoscienza collettiva di cui, oggi più che mai, sentiamo il bisogno. Lo inauguriamo il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, ma vorremmo ripeterlo ogni giorno, questo tentativo di affrancamento da un retaggio culturale patriarcale che ci ha formati, con cui abbiamo convissuto fino a ora e che adesso vogliamo provare a smantellare. Perché anche se ogni volta che leggiamo un titolo di cronaca istintivamente pensiamo “Io non sono così, io non lo farei mai”, nel nostro profondo sappiamo che, nel corso di una vita, qualche tipo di sopraffazione nei confronti delle donne, magari inconsapevolmente, l’abbiamo compiuta anche noi.

Alessio Boni

Debora Caprioglio, la tragedia di Artemisia e i femminicidi della nostra epoca

L’INTERVISTA

Appuntamento al teatro Erba per la Festa della Donna

Federico Valdi e Roberto D’Alessandro, che ne ha curato anche la regia, hanno scritto – con occhio attento ai verbali del processo e ai tanti scrittori grazie ai quali si sta ridando una giusta affermazione a una figura di donna-artista per troppo tempo offuscata dal nome paterno, da Anna Banti con il suo notissimo studio-romanzo ai più recenti Alexandra Lapierre e Melania Mazzucco, Costantino D’Orazio e Salvatore Tedesco – “Non fui gentile, fui Gentileschi”, un monologo affidato alla passione e alla bravura di Debora Caprioglio (in veste di produttrice con la società Quadrifoglio Produzioni, come lo è già stata per il precedente “Callas d’incanto”, proprio di questi mesi è la stesura del nuovo “L’elefante e la colomba”, stessi autori, sulla relazione tra Frida Kahlo e Diego Rivera) che porta Artemisia in palcoscenico da circa tre anni: un testo drammatico, “secco” lo ha definito qualcuno, che sviscera la più importante pittrice del Seicento. Figlia di un padre, Orazio, che fu un maestro messo di fronte al talento della figlia, da un’iniziale preparazione dei colori come a quella delle tele, dalla purificazione degli oli al confezionamento dei pennelli di setole e pelo animale, iperprotettivo come paternamente interessato al suo successo (scriverà alla Granduchessa di Toscana: “Mi ritrovo una figliuola femina con tre maschi, e questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nella professione della pittura, in tre anni si è talmente appraticata, che posso ardir de dire che hoggi non ci sia pare a lei”) e artefice di un matrimonio riparatore all’indomani delle torture e del processo contro Agostino Tassi (“serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto”), padre con cui coltivò rapporti filiali per affievolirli dopo quell’episodio che avrebbe segnato per sempre la sua esistenza e l’avrebbe spinta a trovare una propria piena indipendenza, in seguito tra Genova e Londra e Napoli.

Debora, in un’intervista hai detto che questo è uno spettacolo “secco”. Lo vuoi inquadrare meglio?

Tutta la parte finale dello spettacolo è il resoconto esatto degli atti del processo, abbiamo messo a sedere Artemisia su uno sgabello, ben ferma, le mani in grembo, priva di qualsiasi movimento, a descrivere tutto il suo strazio di donna oltraggiata. L’azione non coinvolge soltanto me come interprete ma bensì il pubblico tutto: in quel momento so di catturare la sua attenzione e di averlo portato dentro la storia, per cui anche chi non ha una smodata passione verso questi fatti o certe conoscenze nei confronti di un clima sociale che coinvolgeva non poco le leggi dei tribunali, rimane necessariamente coinvolto. Quando mi sono documentata per mettere in scena il testo, a dare voce ad un carattere tanto deciso e determinato e tormentato, confrontandomi con vari critici d’arte, mi sono resa conto che quell’episodio ha continuato a essere il punto di riferimento di una intera esistenza, al di là della eccezionalità della sua pittura, alla difficoltà nel voler esercitare una professione da cui nel suo secolo la donna era del tutto bandita, al privilegio, prima donna a goderne, di essere ammessa nel luglio 1616 alla prestigiosa Accademia delle arti del disegno di Firenze. Ne abbiamo cavato fuori – continua l’attrice che porterà il monologo domenica 8 marzo alle ore 16 all’Erba – tutta la drammaticità e la tragedia di questa donna, schiacciata da un mondo in cui sono compresi – d’un modo ben visivo e affermativo – esclusivamente gli uomini, che tracciano e dispongono, che dopo un processo per stupro, accompagnato da torture che avevano il fine di precluderne la futura professione e umilianti visite genealogiche e dalla presenza di falsi testimoni, vide la condanna dell’imputato risolversi in un nulla di fatto.”

Inevitabile che la vicenda di Artemisia porti a parlare non soltanto della sua epoca ma anche della donna di oggi, della violenza, dei femminicidi.

È una eterna lotta contro i soprusi. Anzi, ci stiamo avvicinando a fare un discorso di sopravvivenza, di quotidiane rivendicazioni. Ci siamo accorte che il vaso è colmo e che da qualche parte deve riversarsi, che è necessario reagire. Magari con gesti che per un attimo possono apparire esteriori, come le distese di scarpe rosse sulle piazze, o con certe etichette o slogan che non mi sono mai piaciuti. Io farei piuttosto un discorso di “donne” più che di femmine. Stiamo vivendo da alcuni anni, e in questi giorni si sta acuendo, una situazione molto preoccupante: e quella della donna non è da meno, io non posso pensare che arrivati al 2026 dobbiamo ancora leggere di continue uccisioni di donne, di compagne, di madri. Cosa necessaria è il rafforzamento delle pene, che troppe volte non sono pareggiabili agli atti di certi uomini.”

Nel monologo fai dire ad Artemisia “siamo fortunati a vivere di ciò che abbiamo”: ti riconosci in quelle parole?

È una frase che può andare benissimo per la Callas, altro personaggio che mi è piaciuto affrontare attraverso le confessioni della sua cameriera, o per Artemisia come per me, certamente. I miei inizi di attrice sono stati sicuramente chiacchierati, ho attraversato con Tinto Brass il cinema erotico e con lui, dopo “Paprika”, nel ’91, ho proprio debuttato all’Erba con “Lulu” di Wedekind, con Kinski e Lamberto Bava quello horror, con Castellano e Pipolo la commedia. Poi ad un certo punto ho voluto rivolgere la mia attività in ben altra direzione e mi sono affidata a Francesca Archibugi per “Con gli occhi chiusi” o a Ugo Chiti per “Albergo Roma”; o anche alle piccole partecipazioni, come quella fatta con Peter Greenaway per quel “Ripopolare la reggia” che ancora oggi potete vedere all’interno delle sale della reggia di Venaria, o alle grandi fatiche buttandomi in una “Isola dei famosi” che mi ha visto arrivare seconda: sino a trovare nel teatro una vera ragion d’essere e un successo bello e appagante. Un teatro fatto di quella disciplina che mi hanno insegnato i miei maestri, Mario Scaccia o Branciaroli o Mariano Rigillo, un teatro che è incontro quotidiano, che ti lascia esprimere il racconto o la passione di quel che facciamo, che ti porta a considerare maggiormente la tua maturazione di donna e di attrice, che magari a volte può non appagarti come vorresti per quel che riguarda il lato economico, ma dove le soddisfazioni sono più grandi, più immediatamente tangibili.”

Arrivata a questo punto, anche in fatto di libertà imprenditoriale, di personalità accresciuta, meglio il monologo o la vita all’interno di una compagnia, di coabitazione, di tournée?

Con il primo mezzo ti ritrovi sola in scena, capisci che la responsabilità è maggiore, che tutta una sala è venuta a vedere soltanto te, la macchina che devi guidare è in mano soltanto a te. Ti misuri veramente con la tua condizione di donna e di attrice e devi dare tutta te stessa. Come allo stesso modo considero vero quanto io ami lavorare in squadra, confrontarmi con gli altri ogni sera, ami la compagnia e lo spostarsi di piazza in piazza, di sala in sala, saggiare con i miei colleghi pubblici nuovi. Perché io sono un animale sociale.”

Elio Rabbione

Iperspazi presenta “Il funerale di mia madre: the show”

Per Iperspazi, la stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro, andrà in scena a Bellarte, sala Piccola di via Bellardi 116, venerdì 6 marzo alle ore 21 e sabato 7 e domenica 8 marzo alle ore 19, la pièce teatrale intitolata ” Il funerale di mia madre: the show”.
Il testo è di Kelly Jones con Elsa Bossi, Alice Giroldini, Mauro Parrinello per la direzione di Francesca Montanino. Lo spettacolo sarà l’ultima opera ad andare in scena nella piccola sala di Bellarte, prima dell’inaugurazione del nuovo teatro prevista dal 27 marzo al 6 aprile prossimi.

Lo spettacolo è  adatto ad un pubblico maggiore di 14 anni.

Drammaturga inglese dalla scrittura tagliente e incisiva, Kelly Jones è  l’autrice  de “Il funerale di mia madre -The show”, commedia agrodolce infarcita di humour nero molto ‘british style’, in cui si affrontano temi di grande attualità come la disuguaglianza sociale, la fragilità dei legami familiari alimentati da segreti mai confessati e bugie dette a voce alta. Partendo da un pretesto trattato in modalità grottesca, per quanto molto legato alla quotidianità, si sviluppa un meccanismo teatrale che parla di lutto, donandoci un meraviglioso vademecum per chi resta, per chi sopravvive.

Protagonista della pièce teatrale è la giovane Abigail che, appresa la notizia del decesso della madre, si rende subito conto come non possa permettersi le spese di un funerale degno di questo nome. Morire costa caro, se è  vero, che al di là della Manica un rito funebre può costare più di quattromila sterline, mal contati cinquemila euro, senza considerare l’extra dei fiori. A giochi fatti Abigail deve in poco tempo inventarsi qualcosa; drammaturga di professione quale altra soluzione se non rifugiarsi nella scrittura di un nuovo testo teatrale , qualcosa che colpisca subito , che abbia successo, che sia crudo e pungente,  una storia di vita nella classe operaia?
Fissando sulla carta un’istantanea della realtà con la stessa madre defunta come protagonista, solo così (forse) Abigail potrà raccogliere la somma necessaria per quella degna cerimonia prossima a diventare a tutti gli effetti un inaspettato show.

“L’incontro con questo testo – spiega la regista  Francesca Montanino – è stato davvero un  colpo di fulmine inaspettato come tutti gli incontri dovrebbero essere. Quando ci siamo imbattuti in questo titolo nel programma dell’Edinburgh  Fringe Festival  siano entrati in sala convinti di assistere ad una stand up comedy , magari caustica, tagliente e ironica, in pieno stile britannico. Non innocua forse, ma pur sempre una commedia, che giocasse con i generi senza disturbare noi spettatori, senza scomodarci dalla nostra zona di comfort.
Ma una volta raccolti a cerchio tra gli spalti del Roundabout, teatro mobile che ricorda così tanto la O di legno elisabettiana, abbiamo assistito al più  magico dei trucchi teatrali, quello di chi gioca con il realismo, per rivelare tutta la finzione, e lasciare alla fine lo spettatore spogliato di ogni pregiudizio o pretesa, in compagnia di quella verità così vera perché si presenta diversa in ognuno di noi, come un pugno nello stomaco, un pianto inaspettato , una risata dal cuore, pensieri che riaffiorano a giorni di distanza. Quell’esperienza di verità insomma, che può nascere solo da un sapiente gioco di finzione. Ma forse è  proprio nella difficoltà della creazione e artistica, in quel suo ‘tradire’ la vita reale per farla più vera, che risiede il senso di questo lavoro. O forse no, non solo…”

Per il biglietto intero il costo è di 13 euro se acquistato online o 15 euro in cassa la sera dell’evento.
Per il biglietto ridotto il costo è di 11 euro se acquistato online o 13 euro in cassa la sera dell’evento.
Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con Satispay e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione attraverso la collaborazione con Torino Giovani

Mara Martellotta

L’opera si tinge di noir tra delitti, passioni e grandi arie

Esiste un sottile fil rouge che attraversa la storia della lirica ed è quello delle passioni estreme, dei tradimenti, delle gelosie incandescenti e degli amori Impossibili che si consumano tra un’aria e un colpo di scena.

Domenica 8 marzo prossimo, alle 18, la Boule accenderà i riflettori su questo lato oscuro e irresistibile dell’opera con “L’Opera in Noir”, un concerto letterario realizzato in collaborazione con Torinonoir e Golem Edizioni.
Si tratta di un viaggio narrativo e musicale dentro le più profonde pieghe dell’animo umano.
Protagonista Valentina Escobar, soprano, accompagnata al pianoforte da Sara Musso. In programma pagine celebri che hanno saputo trasformare gelosia, invidia, vendetta e odio in vertigine sonora, elevando il dramma a forma d’arte assoluta.
La lirica, da sempre, è  terreno fecondo per il noir. I suoi personaggi vivono tutto all’ennesima potenza, amano fino all’ossessione, soffrono fino alla follia, odiano fino alla distruzione. Sul palco si consumano delitti, inganni, ripicche e cuori infranti che, a distanza di secoli, continuano a parlarci con una forza sorprendentemente contemporanea.
A dialogare idealmente con la musica sarà il libro edito da Golem Edizioni “Regio Crimen”, che raccoglie delitti e vicende tragiche accomunate proprio dal mondo dell’opera.
Un intreccio tra suono e parola scritta, tra palcoscenico  e cronaca nera, dove ogni nota amplifica il mistero e ogni storia trova nella musica la propria colonna sonora emotiva.
“L’Opera in noir” si preannuncia come un’esperienza immeisiva, capace di fondere concerto e racconto in un’unica atmosfera densa, elegante, inquieta. Un appuntamento che celebra l’8 marzo con l’intensità delle grandi eroine della lirica, donne complesse, ribelli, tragiche, e con la consapevolezza che nell’opera lirica, luce e ombra convivono da sempre.

La Boule via Courmayeur 16 Torino biglietteria@estemporanea.eu
Mara Martellotta

 ‘Favola Nera’, un cortometraggio contro la violenza di genere  

In un’epoca nella quale la violenza di genere assume molteplici forme, non sempre semplici da definire, cinema e arte possono essere strumenti e veicoli di consapevolezza per comprenderne i segnali.
In quest’ambito il cinema, con la sua profondità e immediatezza, rappresenta un veicolo potente per aumentare  la consapevolezza e aprire nuove forme di dialogo.
È con questa premessa che nasce ‘Il cinema come voce contro la violenza di genere”, un’iniziativa culturale ed educativa che propone, partendo dalla settima arte, momenti di confronto e consapevolezza,  in particolare tra le giovani generazioni.
Per presentare l’iniziativa l’appuntamento sarà a Torino giovedì 5 marzo alle ore 21 al Circolo dei Lettori di via Bogino 9, con il cortometraggio dal titolo “Favola nera”, diretto dall’attrice e regista Alessia Alciati.
Alla proiezione seguirà  un breve momento di dialogo  e confronto sul tema insieme a Giampiero Leo, Vicepresidente del Comitato Regionale per i Diritti Umani e Civili, consigliere della Fondazione CRT e portavoce del Tavolo della Speranza; Martina Rogato, presidente Human Rights International Corner, co-presidente Women 7 per la presidenza italiana al G 7 del 2024;  Giulia Cappelletti, ambassador  of Global Thinking Foundation; Daniela Leonardo di European Women’s Management Development , Fabrizio Bontempo presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Torino e Alessia Alciati, regista e Founder di “About Eve”

“Il cinema come voce contro la violenza di genere” si avvale del patrocinio del Consiglio Regionale del Piemonte, del Comitato Regionale per i Diritti Umnai e della Consulta Femminile Regionale, e si propone come progetto capace di unire arte, educazione e impegno sociale, nella convinzione che la cultura sia uno degli strumenti più potenti per generare consapevolezza, cambiamento e responsabilità collettiva. Dalla serata prenderà il via una omonima iniziativa, che si rivolgerà anche a giovani, scuole, istituzioni e cittadinanza, con l’obiettivo di affiancare e rafforzare il ruolo educativo nel mondo scolastico attraverso l’attività di sensibilizzazione consapevole, capace di stimolare pensiero critico e responsabilità individuale, strumenti di prevenzione precoce, orientati al riconoscimento dei segnali di disagio e controllo, linguaggi narrativi e culturali in grado di dialogare in modo autentico ed efficace con le nuove generazioni.
“Favola Nera” rappresenta un cortometraggio ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, che affronta il tema della violenza di genere attraverso una metafora simbolica, la poena cullis, la pena del sacco, nel mondo romano una delle pene più dolorose.
Attraverso questa immagine, l’opera racconta la violenza fisica, psicologica ed economica come dinamiche cicliche e progressive; il peso delle scelte e delle relazioni disfunzionali e il ruolo centrale della consapevolezza come possibilità di cambiamento.
“Favola nera” rappresenta uno strumento educativo fruibile in ambito scolastico e un progetto innovativo che integra cinema, animazione e intelligenza artificiale.

Mara Martellotta

Candido di Voltaire, un aggiornamento contemporaneo

venerdì 6 marzo – ore 20.45

TEATRO CARDINAL MASSAIA – Torino

Michele Savoia, attore che spazia dalla prosa al musical, dal cinema internazionale al mondo dei Me contro te, veste il ruolo di regista, mettendosi al contempo a nudo nell’interpretazione del protagonista di questo torrenziale monologo con canzoni, tra musical e stand-up, tra confessione intima e avventura pop.

Al contempo un aggiornamento contemporaneo del Candido di Voltaire e una fiaba musicale originale, che strizza l’occhio a La La Land e agli one woman show di Rachel Bloom, a partire da uno spunto che prende simpaticamente in giro il classico e amatissimo film di Joel Schumacher Un giorno di ordinaria follia.

Candido è un giovane attore di talento, energetico e ottimista, generoso e gioiosamente
oversize. Il suo corpo fuori misura gli ha causato dolore durante l’adolescenza, ma negli ultimi
anni è diventato il suo segno di riconoscimento, ciò che lo ha reso il simpatico pacioccone che tutti amano e che è “grosso, grasso, allegro e dice sempre di sì”.
www.teatrocardinalmassaia.com

Orchestra Rai, Bomsori Kim suonerà un prezioso Guarneri del Gesù del 1725

L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e il suo direttore emerito Fabio Luisi propongono per la prima volta a Torino, nel concerto di mercoledì 4 marzo, alle ore 20, presso l’Auditorium Rai Arturo Toscanini, la Sinfonia n.4 di Franz Schmidt, compositore austriaco, da lui stesso definita “un requiem per mia figlia”, scritta nel 1832 in memoria della figlia scomparsa prematuramente. Il concerto verrà replicato giovedì 5 marzo, alle 20.30, anche in diretta su Radio 3 e in live streaming su raicultura.it.

Fabio Luisi ha inciso tutte e quattro le sinfonie di Franz Schmidt, figura di spicco del tardo romanticismo viennese, contribuendo in maniera decisiva alla sua riscoperta. Considerata il suo testamento spirituale, la Sinfonia n.4 fu composta a partire dal 1832 in memoria della figlia, morta improvvisamente dopo la nascita del suo primo bambino . Concepita come un vero e proprio requiem strumentale, si distingue per la sua rigorosa forma ciclica, e venne eseguita per la prima volta a Vienna il 10 gennaio 1834 sotto la direzione di Oswald Kabasta. Luisi la propone per la chiusura di un concerto che si apre con la Ouverture dell’opera Euryanthe di Carl Maria von Weber, considerata uno dei capolavori del romanticismo tedesco e particolarmente amata da Wagner. Se il Freischütz consacrò il compositore come “padre” dell’opera nazionale tedesca, è con l’Euryanthe, scritta nel 1823, che Weber tentò il passo più audace: la creazione di un lavoro che mirava alla perfetta fusione tra le arti. L’Ouverture rimane la pagina più emblematica: il suo attacco infuocato e luminoso, a piena orchestra, anticipa soluzioni ritmico-melodiche che troveranno piena soluzione nel Lohengrin wagneriano.

Al centro della serata il Concerto in mi minore op.64 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, che aprì le porte ai grandi concerti per violino dell’età romantica. La pagina, ideata a partire dal 1838, venne completata soltanto nel 1844 con dedica al violinista Ferdinand David, che lo suonò per la prima volta nel 1845 al Gewandhaus di Lipsia. A interpretarlo con l’Orchestra Rai e Fabio Luisi è chiamata Bomsori Kim, prima violinista sudcoreana a firmare un contratto in esclusiva per la Deutsche Grammophon, capace di unire una tecnica impeccabile a un approccio moderno al grande repertorio. Suona il prezioso violino Guarneri del Gesù “ex Moller” del 1725, dal valore inestimabile, concessione in prestito dalla Samsung Foundation of Culture e della Stradivari Society di Chicago.

Biglietti, da 9 a 30 euro, sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info: 0118104653 – biglietteria.osn@rai.it

Auditorium Rai Arturo Toscanini – piazza Rossaro, Torino

Mara Martellotta