SPETTACOLI- Pagina 3

L’opera si tinge di noir tra delitti, passioni e grandi arie

Esiste un sottile fil rouge che attraversa la storia della lirica ed è quello delle passioni estreme, dei tradimenti, delle gelosie incandescenti e degli amori Impossibili che si consumano tra un’aria e un colpo di scena.

Domenica 8 marzo prossimo, alle 18, la Boule accenderà i riflettori su questo lato oscuro e irresistibile dell’opera con “L’Opera in Noir”, un concerto letterario realizzato in collaborazione con Torinonoir e Golem Edizioni.
Si tratta di un viaggio narrativo e musicale dentro le più profonde pieghe dell’animo umano.
Protagonista Valentina Escobar, soprano, accompagnata al pianoforte da Sara Musso. In programma pagine celebri che hanno saputo trasformare gelosia, invidia, vendetta e odio in vertigine sonora, elevando il dramma a forma d’arte assoluta.
La lirica, da sempre, è  terreno fecondo per il noir. I suoi personaggi vivono tutto all’ennesima potenza, amano fino all’ossessione, soffrono fino alla follia, odiano fino alla distruzione. Sul palco si consumano delitti, inganni, ripicche e cuori infranti che, a distanza di secoli, continuano a parlarci con una forza sorprendentemente contemporanea.
A dialogare idealmente con la musica sarà il libro edito da Golem Edizioni “Regio Crimen”, che raccoglie delitti e vicende tragiche accomunate proprio dal mondo dell’opera.
Un intreccio tra suono e parola scritta, tra palcoscenico  e cronaca nera, dove ogni nota amplifica il mistero e ogni storia trova nella musica la propria colonna sonora emotiva.
“L’Opera in noir” si preannuncia come un’esperienza immeisiva, capace di fondere concerto e racconto in un’unica atmosfera densa, elegante, inquieta. Un appuntamento che celebra l’8 marzo con l’intensità delle grandi eroine della lirica, donne complesse, ribelli, tragiche, e con la consapevolezza che nell’opera lirica, luce e ombra convivono da sempre.

La Boule via Courmayeur 16 Torino biglietteria@estemporanea.eu
Mara Martellotta

 ‘Favola Nera’, un cortometraggio contro la violenza di genere  

In un’epoca nella quale la violenza di genere assume molteplici forme, non sempre semplici da definire, cinema e arte possono essere strumenti e veicoli di consapevolezza per comprenderne i segnali.
In quest’ambito il cinema, con la sua profondità e immediatezza, rappresenta un veicolo potente per aumentare  la consapevolezza e aprire nuove forme di dialogo.
È con questa premessa che nasce ‘Il cinema come voce contro la violenza di genere”, un’iniziativa culturale ed educativa che propone, partendo dalla settima arte, momenti di confronto e consapevolezza,  in particolare tra le giovani generazioni.
Per presentare l’iniziativa l’appuntamento sarà a Torino giovedì 5 marzo alle ore 21 al Circolo dei Lettori di via Bogino 9, con il cortometraggio dal titolo “Favola nera”, diretto dall’attrice e regista Alessia Alciati.
Alla proiezione seguirà  un breve momento di dialogo  e confronto sul tema insieme a Giampiero Leo, Vicepresidente del Comitato Regionale per i Diritti Umani e Civili, consigliere della Fondazione CRT e portavoce del Tavolo della Speranza; Martina Rogato, presidente Human Rights International Corner, co-presidente Women 7 per la presidenza italiana al G 7 del 2024;  Giulia Cappelletti, ambassador  of Global Thinking Foundation; Daniela Leonardo di European Women’s Management Development , Fabrizio Bontempo presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Torino e Alessia Alciati, regista e Founder di “About Eve”

“Il cinema come voce contro la violenza di genere” si avvale del patrocinio del Consiglio Regionale del Piemonte, del Comitato Regionale per i Diritti Umnai e della Consulta Femminile Regionale, e si propone come progetto capace di unire arte, educazione e impegno sociale, nella convinzione che la cultura sia uno degli strumenti più potenti per generare consapevolezza, cambiamento e responsabilità collettiva. Dalla serata prenderà il via una omonima iniziativa, che si rivolgerà anche a giovani, scuole, istituzioni e cittadinanza, con l’obiettivo di affiancare e rafforzare il ruolo educativo nel mondo scolastico attraverso l’attività di sensibilizzazione consapevole, capace di stimolare pensiero critico e responsabilità individuale, strumenti di prevenzione precoce, orientati al riconoscimento dei segnali di disagio e controllo, linguaggi narrativi e culturali in grado di dialogare in modo autentico ed efficace con le nuove generazioni.
“Favola Nera” rappresenta un cortometraggio ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, che affronta il tema della violenza di genere attraverso una metafora simbolica, la poena cullis, la pena del sacco, nel mondo romano una delle pene più dolorose.
Attraverso questa immagine, l’opera racconta la violenza fisica, psicologica ed economica come dinamiche cicliche e progressive; il peso delle scelte e delle relazioni disfunzionali e il ruolo centrale della consapevolezza come possibilità di cambiamento.
“Favola nera” rappresenta uno strumento educativo fruibile in ambito scolastico e un progetto innovativo che integra cinema, animazione e intelligenza artificiale.

Mara Martellotta

Candido di Voltaire, un aggiornamento contemporaneo

venerdì 6 marzo – ore 20.45

TEATRO CARDINAL MASSAIA – Torino

Michele Savoia, attore che spazia dalla prosa al musical, dal cinema internazionale al mondo dei Me contro te, veste il ruolo di regista, mettendosi al contempo a nudo nell’interpretazione del protagonista di questo torrenziale monologo con canzoni, tra musical e stand-up, tra confessione intima e avventura pop.

Al contempo un aggiornamento contemporaneo del Candido di Voltaire e una fiaba musicale originale, che strizza l’occhio a La La Land e agli one woman show di Rachel Bloom, a partire da uno spunto che prende simpaticamente in giro il classico e amatissimo film di Joel Schumacher Un giorno di ordinaria follia.

Candido è un giovane attore di talento, energetico e ottimista, generoso e gioiosamente
oversize. Il suo corpo fuori misura gli ha causato dolore durante l’adolescenza, ma negli ultimi
anni è diventato il suo segno di riconoscimento, ciò che lo ha reso il simpatico pacioccone che tutti amano e che è “grosso, grasso, allegro e dice sempre di sì”.
www.teatrocardinalmassaia.com

Orchestra Rai, Bomsori Kim suonerà un prezioso Guarneri del Gesù del 1725

L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e il suo direttore emerito Fabio Luisi propongono per la prima volta a Torino, nel concerto di mercoledì 4 marzo, alle ore 20, presso l’Auditorium Rai Arturo Toscanini, la Sinfonia n.4 di Franz Schmidt, compositore austriaco, da lui stesso definita “un requiem per mia figlia”, scritta nel 1832 in memoria della figlia scomparsa prematuramente. Il concerto verrà replicato giovedì 5 marzo, alle 20.30, anche in diretta su Radio 3 e in live streaming su raicultura.it.

Fabio Luisi ha inciso tutte e quattro le sinfonie di Franz Schmidt, figura di spicco del tardo romanticismo viennese, contribuendo in maniera decisiva alla sua riscoperta. Considerata il suo testamento spirituale, la Sinfonia n.4 fu composta a partire dal 1832 in memoria della figlia, morta improvvisamente dopo la nascita del suo primo bambino . Concepita come un vero e proprio requiem strumentale, si distingue per la sua rigorosa forma ciclica, e venne eseguita per la prima volta a Vienna il 10 gennaio 1834 sotto la direzione di Oswald Kabasta. Luisi la propone per la chiusura di un concerto che si apre con la Ouverture dell’opera Euryanthe di Carl Maria von Weber, considerata uno dei capolavori del romanticismo tedesco e particolarmente amata da Wagner. Se il Freischütz consacrò il compositore come “padre” dell’opera nazionale tedesca, è con l’Euryanthe, scritta nel 1823, che Weber tentò il passo più audace: la creazione di un lavoro che mirava alla perfetta fusione tra le arti. L’Ouverture rimane la pagina più emblematica: il suo attacco infuocato e luminoso, a piena orchestra, anticipa soluzioni ritmico-melodiche che troveranno piena soluzione nel Lohengrin wagneriano.

Al centro della serata il Concerto in mi minore op.64 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, che aprì le porte ai grandi concerti per violino dell’età romantica. La pagina, ideata a partire dal 1838, venne completata soltanto nel 1844 con dedica al violinista Ferdinand David, che lo suonò per la prima volta nel 1845 al Gewandhaus di Lipsia. A interpretarlo con l’Orchestra Rai e Fabio Luisi è chiamata Bomsori Kim, prima violinista sudcoreana a firmare un contratto in esclusiva per la Deutsche Grammophon, capace di unire una tecnica impeccabile a un approccio moderno al grande repertorio. Suona il prezioso violino Guarneri del Gesù “ex Moller” del 1725, dal valore inestimabile, concessione in prestito dalla Samsung Foundation of Culture e della Stradivari Society di Chicago.

Biglietti, da 9 a 30 euro, sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info: 0118104653 – biglietteria.osn@rai.it

Auditorium Rai Arturo Toscanini – piazza Rossaro, Torino

Mara Martellotta

Al teatro Astra “Improvvisamente l’estate scorsa”

Con Laura Marinoni e per la regia di Stefano Cordella

Al teatro Astra in scena dal 4 al 7 marzo prossimi la pièce teatrale “Improvvisamente l’estate scorsa” del drammaturgo statunitense Tennessee Williams, in coproduzione con il teatro Carcano di Milano, nella traduzione di Monica Capuani, per la regia di Stefano Cordella con interprete, tra gli altri, Laura Marinoni.

Arte, famiglia, menzogna, sesso, malattia sono i temi di un dramma che ha le sue radici autobiografiche in quel Sud degli Stati Uniti in cui il drammaturgo era nato e che ricorre come luogo elettivo in tanti suoi capolavori.

Con un realismo visionario, denso di immagini e di vibrazioni liriche, con una lingua   intensamente performativa, il testo mette a confronto due grandi personaggi femminili, la giovane Catharine, sconvolta da ciò che è accaduto al cugino Sebastian durante una vacanza insieme, e la madre di lui, la tirannico Violet, determinata a far tacere la nipote con ogni mezzo.

Sarà lo psichiatra a fare in modo che Catharine possa ricordare l’accaduto. La villa e il suo lussureggiante giardino tropicale diventano il palcoscenico della memoria, per ritornare sulla scena del trauma e cercare di capire che cosa realmente sia accaduto l’estate scorsa.

Il mostro, in questa discesa agli inferi, visto che “Mostri” è il tema della stagione del Teatro Astra, è la natura, le sue grida, i rumori selvaggi. Il mostro è un dio feroce che osserva i veri mostri, gli esseri umani che non sono più capaci di amare.

Orari: mercoledì 4 marzo ore 19 – giovedì 5 marzo ore 20 – venerdì 6 marzo ore 21 – sabato 7 marzo ore 19

Biglietti disponibili anche su www.vivaticket.com

Teatro Astra – via Rosolino Pilo 6, Torino

Mara Martellotta

I Bull Brigade e Torino: vent’anni dopo, la rabbia è diventata consapevolezza

Ci sono band che attraversano il tempo. E poi ci sono band che attraversano le persone. I Bull Brigade appartengono alla seconda categoria. Perché la loro storia non è solo quella di vent’anni di concerti, dischi, chilometri macinati tra cantine e palchi importanti. È la storia di una città che cambia, di un’identità che si mette in discussione senza tradirsi, di una rabbia che cresce insieme a chi la canta. In vista del ritorno sul palco dell’Hiroshima Mon Amour il 6 marzo, Eugenio Borra — frontman della band torinese — racconta cosa significa oggi essere Bull Brigade. Tra una città che ti ha cresciuto e continua a interrogarti, una fede granata che è diventata educazione ed un disco che somiglia a un atto d’amore verso ciò che si è stati e ciò che si sta diventando: Perché non si sa mai.

Torino è ancora casa?

«La storia è quella di due Torino differenti» dice senza esitazione. I primi vent’anni sono quelli dei sogni: cantine, prove infinite, la voglia di misurarsi con i “mostri sacri” del punk torinese. Era un fregio da ostentare, un’identità da conquistare. Giovani punk che volevano scrivere una pagina nella musica della città. Nel mentre si viveva la consapevolezza di essere figli di una città operaia, dei ritmi della fabbrica, di genitori che lavoravano in Fiat o nell’indotto. Quella frenesia, quella coscienza di classe, entrano nei testi. La rabbia si struttura. Diventa racconto operaio. Oggi però Torino è diversa. Anche l’underground e lo stadio hanno preso direzioni che Eugenio sente meno sue. «Quando avevo vent’anni avevo una casa ovunque. Adesso succede di rado». È il tempo che fa questo effetto. Lo faceva già ai suoi genitori. Eppure, moltissimo della loro gioventù è passato proprio da questa città e suonare all’Hiroshima significa rimettere i piedi in un luogo che ha contribuito a formarli.

Il Toro: identità e stile di vita

Gli chiedo cosa c’è nel modo di vivere il Toro che assomiglia di più allo spirito punk dei Bull Brigade.« Il Toro, nei brani dei Bull Brigade, non è mai un richiamo o un riferimento per accendere il pubblico. È molto di più». Eugenio lo racconta così, senza esitazioni: il nome stesso della band nasce dal desiderio di incarnare quella mentalità. Il toro come identità, come appartenenza di classe, come ideale che non si piega alle mode o ai risultati. Non è solo una squadra, è un modo di stare al mondo. Per lui la vita punk e quella calcistica hanno sempre seguito la stessa traiettoria: coerenza, lealtà, senso di comunità, scelta di campo. Essere del Toro significa imparare presto cosa vuol dire resistere, restare fedeli anche quando non è conveniente, sentire la sconfitta come parte del percorso ma non come resa. «L’educazione che ho ricevuto come tifoso del Toro mi ha reso il cantante dei Bull», dice.

Nei primi anni la rabbia era molto frontale, quasi fisica. Oggi, con più esperienza e consapevolezza, la rabbia è cambiata? È diventata più riflessione, più responsabilità, o resta la stessa energia di sempre?

Nei primi dischi la rabbia era frontale: inni, slogan, la sensazione di poter cambiare il mondo. Oggi è diversa. «È più consapevole. E più drammatica». Diventare adulti, diventare genitori, significa fare i conti con un limite: non puoi cambiare tutto. Inoltre il mondo che restituirai ai tuoi figli non è quello che sognavi a vent’anni ed è per questo che la rabbia non è sparita. Però  si è fatta più profonda e consapevole: ad oggi è meno slogan e più responsabilità. Eugenio mi racconta come la stessa sia fatta di meno illusioni salvifiche, ma di maggior conflitto interiore.

Con Perché non si sa mai avete scelto di rischiare: un suono più aperto, una produzione diversa, un dialogo potenzialmente più largo con il pubblico. C’è stato un momento in cui vi siete chiesti se stavate tradendo qualcosa del vostro passato, o avete vissuto questo passaggio come una naturale evoluzione della vostra identità?

Il punto di svolta è stato lavorare con un produttore esterno come Andrea Tripodi ha significato accettare di mettersi nelle mani di qualcuno che avrebbe potuto cambiare il modo in cui i Bull Brigade suonano e vengono percepiti. «Ci ha cucito un vestito nuovo», racconta. Un vestito che rende le canzoni più aperte, più fruibili, forse capaci di arrivare a un pubblico più largo. Il conflitto con il passato c’è stato  in Sopra i muri dove Eugenio dialoga apertamente con il sé ventenne, con quell’idea di banda che è stata fondativa. Lì c’è la consapevolezza che crescere significa rimettere in discussione gli schemi senza perdere il nucleo. L’idea di banda resta intatta

E poi c’è la “tribù”.

Quando gli chiedo cosa li tenga ancora uniti dopo vent’anni, Eugenio non parla di concerti, numeri o traguardi. Parla di legami. «È una famiglia dentro la famiglia», dice. Cinque uomini con le proprie vite, le case, i figli che crescono e le responsabilità che si moltiplicano. In mezzo, ottanta date l’anno: chilometri, alberghi, attese, stanchezza. La necessità di imparare a convivere anche nei silenzi, di rispettare gli spazi, di sostenersi quando uno dei cinque vacilla.La musica è solo una parte dell’equazione. Il resto è condivisione. Di gioie e di dolori. Nei momenti difficili, racconta, la band ha sofferto con lui. Non è rimasta ai margini, non ha osservato da lontano. Ha attraversato quel dolore insieme, esattamente come ha fatto la sua famiglia.  In quella sovrapposizione di sguardi c’è il significato più autentico di cosa siano diventati oggi i Bull Brigade: non solo un gruppo che suona insieme, ma una comunità che condivide il peso delle fratture, una rete che tiene quando qualcosa si spezza.

 Valeria Rombolà

Torna il Torino Jazz Festival, il 5 marzo c’è Fabio Giachino

Il Torino Jazz Festival 2026, con la direzione artistica di Stefano Zenni e in programma a Torino dal 25 aprile al 2 maggio 2026, avvia, nell’ambito delle iniziative promosse dalla Città di Torino a sostegno dei festival del territorio, una serie di coproduzioni con tre manifestazioni cittadine tra marzo e maggio, per la sua XIV edizione, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra linguaggi artistici e valorizzare le energie culturali del territorio.

Il primo appuntamento, in coproduzione con Seeyousound – International Music Film Festival, è in programma giovedì 5 marzo alle ore 18.30 al Cinema Massimo, Sala 1. Al centro della serata, la live performance “Nothing Wrong” del pianista torinese Fabio Giachino (pianoforte e live electronics), coprodotta da Torino Jazz Festival e Seeyousound. Un progetto che nasce da un’idea semplice e radicale: non esistono errori.

Ispirato a un celebre episodio che ha visto protagonisti Herbie Hancock e Miles Davis, “Nothing Wrong”indaga l’errore come spazio creativo capace non di interrompere il flusso, ma di trasformarlo. Nella musica proposta da Giachino, la dissonanza diventa linguaggio, l’imprevisto occasione di dialogo e rinnovamento espressivo, offrendo al pubblico un’esperienza sonora in cui composizione e improvvisazione convivono in equilibrio, tra tensione e scoperta. La performance restituisce così una riflessione musicale contemporanea sulla libertà, sull’ascolto e sulla capacità di trasformare l’inatteso in possibilità.

La live performance segue la proiezione di “Herbie” di Patrick Savey, ospite del festival Seeyousound, film omaggio a Herbie Hancock, fra i musicisti più innovativi e trasversali della storia della musica contemporanea. Attraverso le testimonianze di collaboratori e compagni di viaggio come Wayne Shorter, Marcus Miller e Miles Davis, il documentario ripercorre una carriera straordinaria, capace di attraversare jazz, funk, elettronica e hip hop, mettendo in luce non solo l’evoluzione musicale di Hancock ma anche la sua filosofia di vita e la costante tensione verso la sperimentazione.

I biglietti per la serata sono acquistabili su www.boxol.it/seeyousound e, a partire dal 3 marzo, al Cinema Massimo.

Il Torino Jazz Festival è un progetto della Città di Torino, realizzato da Fondazione per la Cultura Torino, con i Main Partner Intesa Sanpaolo e Iren, il sostegno del Ministero della Cultura e della Fondazione CRT, in collaborazione con Turismo Torino e Provincia e GTT – Gruppo Torinese Trasporti, Charity Partner Fondazione Ricerca Molinette, Media Partnership Rai Cultura, Rai Radio 3 e Musica Jazz.


INFO, TICKET E PASS SCONTATI TJF

BIGLIETTI SINGOLI

I biglietti dei primi quattro singoli concerti annunciati sono disponibili esclusivamente online, in prevendita con uno sconto del 10%, a partire dalle ore 10.30 di martedì 17 febbraio fino a mercoledì 25 marzo, sul sito ufficialewww.torinojazzfestival.it.

In fase di acquisto sarà possibile donare 1€ a Fondazione Ricerca Molinette.

Note di Classica: Bomsori Kim, Arcadi Volodos e Marie-Ange Nguci, le “stelle” di marzo

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Lunedì 2 alle 20.30 per la rassegna I Pianisti del Lingotto nella sala 500, Igor Levit eseguirà musiche di Beethoven, Schumann e Chopin. Mercoledì 4 alle 20.30 al Conservatorio G. Verdi per l’Unione Musicale, Andrè Schuen baritono e Daniel Heide pianoforte, eseguiranno “Winterreise “, 24 lieder op. 89 D. 911 di Schubert. Mercoledì 4 alle 20 e giovedì 5 alle 20.30 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Fabio Luisi e con Bomsori Kim al violino, eseguirà musiche di Weber, Mendelssohn, Schmidt. Martedì 10 alle 20 al teatro Vittoria, Don Giovanni Reloaded (Burlesque tragicomico).

Arcadi Volodos
Photo: Marco Borggreve

Uno spettacolo di Andrea Chenna da Mozart e Da Ponte, con: Luciano Fava, Nadia Kuprina, Arianna Stornello voci, Paolo Carenzo attore e Diego Mingolla pianoforte. Mercoledì 11 alle 20.30 al Conservatorio per l’Unione Musicale, Seong-Jin Cho al pianoforte eseguirà musiche di Bach, Schonberg, Schumann, Chopin. Giovedì 12 alle 20.30 e venerdì 13 alle 20 all ‘ auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Robert Trevino e con Itamar Zorman violino e Enrico Dindo violoncello, eseguirà musiche di Brahms. Sabato 14 alle 18 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, il Trio Nenelmeer eseguirà musiche di Schubert e Ravel, con invito all’ascolto di Antonio Valentino. Domenica 15 alle 16.30 al teatro Vittoria , Valentina Coladonato soprano e Annamaria Garibaldi pianoforte, eseguiranno musiche di Bach, Bernstein, Rossini, Pons, Weill, Poulenc, Gershwin, Ravel , Piazzolla. Lunedì 16 alle 20 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, il Quartetto La Clementina eseguirà musiche di Sirmen, Haydn, Boccherini. Mercoledì 18 alle 20.30 al Conservatorio per l’Unione Musicale, il Quartetto Kuss eseguirà musiche di Beethoven, Staud, Schubert. Mercoledì 25 alle 20.30 al Conservatorio per gli 80 anni dell’Unione Musicale, il pianista Arcadi Volodos eseguirà musiche di Bach, Chopin e Schubert. Giovedì 26 alle 20.30 e venerdì 27 alle 20 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Hannu Lintu e con Andrea Cicalese al violino, eseguirà musiche di Stravinskij, Bartòk, Glazuno. Sabato 28 alle 18 al teatro Vittoria, Francesco Gaspardone e Giorgia Marletta pianoforte a 4 mani, eseguiranno musiche di Schumann e Brahms.

Martedì 31 alle 20.30 per la rassegna I Pianisti del Lingotto in Sala 500, la pianista Marie-Ange Ngugi eseguirà musiche di Chopin, Schumann, Ravel, Liszt. Martedì 31 alle 20 al teatro Regio, inaugurazione de “Dialoghi delle Carmelitane”. Opera in 3 atti. Musica di Poulenc. L’Orchestra del Teatro sarà diretta da Yves Abel. Repliche fino a domenica 12 aprile.

Pier Luigi Fuggetta

Matthias Martelli, il Mistero Buffo di Dario Fo al teatro Carignano

Giovedì 5 marzo prossimo, alle 19.30, al teatro Carignano andrà in scena “Mistero buffo” di Dario Fo, nella versione che fu diretta da Eugenio Allegri, con Matthias Martelli.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Torino, Teatro Nazionale  e inserito nelle celebrazioni per i Cento anni di Dario Fo, promosse dalla Fondazione Fo Rame, resterà in scena per la stagione in abbonamento dello Stabile di Torino fino a domenica 8 marzo prossimo.
“Mistero Buffo” sarà poi presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi mercoledì 10 giugno prossimo nell’ambito del focus dedicato allo Stabile di Torino.
Il verbo delle “giullarate” torna in pubblico  in questa pièce teatrale con nuova energia, dopo aver conquistato le platee italiane e straniere con un mix esplosivo di poesia, comicità e denuncia sociale

Composto nel 1969, è considerato il seme del teatro di narrazione, un atto unico composto da monologhi ispirati a temi religiosi e reinventati  attraverso il grammelot, la lingua omeopatica che rese celebre Fo.
Dario Fo costruì il suo Mistero Buffo a partire dalla sua profonda immersione nel teatro popolare, nelle giullarate e nelle tradizioni orali lombarde. L’opera nacque dal desiderio di riportare sulla scena la vitalità irriverente dei giullari medievali, capovolgendo lo sguardo sulle storie sacre e restituendole al pubblico attraverso un linguaggio immediato e anticonvenzionale. Fo intrecciò brani evengelici apocrifi, racconti popolari e testi medievali, rielaborandoli in una ”lingua reinventata”, un grammelot modellato sui dialetti padani, capace di trasformare il racconto in un gesto al tempo stesso sonoro, comico e politico.
Concepito come un lavoro destinato alla performance del solo attore,  lo spettacolo si fonda sull’uso potente del corpo, della gestualità e dell’onomatopea, recuperando la dimensione orale e spettacolare del narrare dal vivo.

Capolavoro della drammaturgia del Novecento, Mistero Buffo,il più noto degli spettacoli di Dario Fo, andò in scena per la prima volta all’Università di Milano e rappresentò un’autentica rivoluzione. Per la prima volta la cultura popolare vissuta in modo sotterraneo dai tempi del Medio Evo superava il limite invalicabile dell’Accademia. I misteri e i fabliaux, che trovatori e giullari avevano portato per mille anni sulle strade e piazze d’Italia e d’Europa, trovavano nuova vita ed espressione, accendendo entusiasmi.
Da allora nel grammelot dei Comici dell’Arte, reinventato da Fo con straordinaria maestria, si sono succedute migliaia di rappresentazioni in ogni parte del mondo, sempre introdotte da un prologo che collegava le storie agli avvenimenti e ai fatti di cronaca dell’attualità.

MARA MARTELLOTTA

Teatro Carignano  piazza Carignano 6, Torino

Mistero Buffo 5- 8 marzo

Con Matthias Martelli

Regia di Eugenio Allegri

Orario degli spettacoli giovedì e sabato ore 19.30, venerdì  ore 20.45, domenica ore 16.

Biglietteria

Teatro Carignano piazza  Carignano 6

Tel 011 5169555

Mail biglietteria@teatrostabiletorino.it

Al Circolo dei Lettori, In via Bogino 9, venerdì 6 marzo prossimo alle 17.30 verrà presentato il volume “il giullare ribelle. Vita apocrifa di Dario Fo” di Matthias Martelli, edito da Baldini + Castoldi. Con l’autore dialogheranno Piergiorgio Odifreddi e Federica Mazzocchi del DAMS di Torino.

“Per avere solo una possibilità di conquistare il tuo cuore…”

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Music Tales, la rubrica musicale

“Per avere solo una possibilità di conquistare il tuo cuore
potresti alzare l’asticella
oltre le stelle
farei qualsiasi cosa, qualsiasi cosa tu mi chieda”
L’amore eterno non passa mai di moda. Cambiano i linguaggi, cambiano le sonorità, ma l’idea di un “per sempre” continua a essere una delle colonne portanti della musica pop. Lo dimostrano due brani molto diversi tra loro: quello portato al successo da Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026  e “Risk It All” di Bruno Mars di tre giorni fa.
Entrambe parlano di un amore destinato a durare. Ma lo raccontano in modo profondamente diverso. Esponenzialmente diverso.
Nel brano interpretato da Sal Da Vinci, l’amore è una certezza. È casa, è protezione, è scelta consapevole ma serena. Il sentimento non viene messo in discussione: è forte, stabile, quasi scritto nel destino.
La cifra stilistica è quella della grande tradizione neomelodica italiana: centralità della voce, intensità emotiva, parole dirette. Il “per sempre” qui è una promessa che rassicura, una dichiarazione che non lascia spazio al dubbio. L’amore è un punto fermo, non una scommessa.
Con Risk It All, Bruno Mars ribalta completamente la prospettiva. L’eternità non è data per scontata: va conquistata. Il titolo stesso parla chiaro : “rischiare tutto”.
In questo caso l’amore è vulnerabilità, esposizione totale, coraggio di mettersi in gioco senza sapere cosa accadrà. L’all in sentimentale è potente, ma attraversato da tensione e passione.
La produzione moderna e l’intensità interpretativa accompagnano questa dimensione più dinamica e meno rassicurante della visione di Sal Da Vinci.
Se nel brano italiano l’amore è una certezza da custodire, in quello americano è una scelta audace da compiere ogni giorno.
Due culture, un unico desiderio insomma.
La differenza non è nel traguardo perché é chiaro che entrambi sognano un amore che duri per sempre (beati loro mi verrebbe da dire n.d.r.), ma nel percorso per arrivarci.
La tradizione romantica italiana tende a raccontare l’amore come radice e fondamento. La sensibilità pop internazionale, invece, spesso lo descrive come sfida e conquista.
Se il tema è universale, la realizzazione artistica, permettetemi, non lo è altrettanto.
E qui il confronto diventa inevitabile.
Dal punto di vista della produzione discografica, della cura degli arrangiamenti e della costruzione sonora, il livello internazionale di Bruno Mars appare su un altro piano (mi farò altri nemici lo so n.d.r.) un piano estremamente più elevato.
 La stratificazione musicale, la precisione tecnica, la qualità del mix e la potenza interpretativa raccontano un progetto pensato nel dettaglio per un mercato globale.
Anche sotto il profilo vocale il divario è evidente: controllo, dinamica, estensione, presenza scenica. Mi piace Sal Da Vinci sia chiaro, ma Bruno Mars gioca con la voce in modo naturale ed unico, la piega, la modula, la trasforma in strumento narrativo con affidabilità elevata; cosa che il nostro rappresentante non fa forse in modo così importante.
Questo non toglie certo valore al messaggio romantico del brano italiano, né alla sua capacità di parlare al cuore del pubblico. Perché l’amore, in fondo, vince sempre e ovunque…dicono.
Ma la musica, intesa come costruzione artistica, ricerca sonora e qualità esecutiva, non sempre segue lo stesso destino.
Ed è proprio qui che il sentimento resta universale, mentre la musica fa la differenza.
“«L’amore è un desiderio di bellezza che non si spegne.»
Simposio – Platonei
CHAIARA DE CARLO
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