SPETTACOLI- Pagina 3

Riccardo Muti per Anteprima Giovani di Macbeth al Teatro Regio

Venerdì 20 febbraio, alle ore 20

Attesissimo ritorno del Maestro Riccardo Muti al Teatro Regio di Torino, sul podio dell’Orchestra e del Coro per dirigere il Macbeth di Giuseppe Verdi, melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei, dall’omonima tragedia di William Shakespeare. Si tratta della quarta presenza del maestro al Regio in cinque anni, con uno dei titoli verdiani che più hanno distinto la sua carriera. Il nuovo allestimento, dal grande impatto visivo, e capace di immergere lo spettatore nell’inconscio del protagonista, è firmato dalla figlia Chiara Muti.
In scena, nel ruolo principale, Luca Micheletti, baritono e attore di straordinaria intensità scenica, sempre più assiduo frequentatore del repertorio verdiano, in scena affiancato dal soprano Lidia Fridman, nelle vesti di Lady Macbeth, soprano dalla voce incisiva e di grande presenza scenica, che torna al Teatro Regio dopo il ‘Ballo in maschera’ del 2024. In un cast d’eccellenza, figurano con loro il tenore Giovanni Sala, già applaudito nel ‘Don Giovanni’ del 2022, e Mahrram Huseynov, reduce dal recente successo della ‘Cenerentola’, mentre il Coro del Regio è istruito da Piero Monti. Le scene sono firmate da Alessandro Camera, i costumi da Ursula Patzak, la coreografia di Simone Valastro e le luci di Vincent Longuemare. L’opera, in coproduzione con il teatro Massimo di Palermo, andrà in scena per sei recite, dal 24 febbraio al 7 marzo prossimo, e tutte le date sono sold out. Questo nuovo Macbeth è stato reso possibile grazie al contributo di Reale Mutua, che rinnova il suo sostegno ai grandi progetti artistici del Teatro.

“Siamo davvero molto contenti di dare il benvenuto al Maestro Riccardo Muti per questo ritorno così gradito al Teatro Regio – ha dichiarato il Sindaco di Torino, Stefano Lo Russo – la sua presenza conferma in questa attesa produzione di Chiara Muti il ruolo del Regio come punto di riferimento per una proposta artistica di livello internazionale, ma anche di luogo in cui la città si conosce e si interroga su temi profondi e quanto mai attuali, come il desiderio di supremazia e la tirannia che la tragedia di Macbeth porta in scena”.

“Con Macbeth, la nostra stagione “Rosso” trova una delle sue espressioni più intense – afferma Mathieu Jouvin, Sovrintendente del Teatro Regio – l’opera di Verdi, ispirata a Shakespeare, mette in scena il conflitto tra desiderio di potere e responsabilità morale, in quella regione cruciale dell’anima dove ogni scelta lascia un segno. È proprio questa tensione, attuale e universale, che rende il ritorno al Regio di Riccardo Muti, con questo titolo, un momento di straordinario valore artistico, rinnovando un legame fondato su stima reciproca e altissima qualità musicale. Il Maestro Muti è un interprete che scava nella partitura, fino a restituire la verità teatrale più profonda, e Macbeth, opera che lo accompagna da tutta la vita, trova in lui una guida capace di coniugare tensione drammatica e lucidità musicale. La nuova produzione firmata da Chiara Muti, con uno sguardo che penetra lo spazio interiore del protagonista, e il confine instabile tra visibile e invisibile, indaga il dramma della coscienza e della percezione, dove bene e male si confondono. Si tratta di un allestimento che parla direttamente al nostro tempo, perché mette al centro la responsabilità individuale, il peso delle scelte e le conseguenze morali del potere. Con Macbeth il Regio conferma la propria vocazione di teatro che, attraverso la forza della musica e della scena, invita il pubblico a confrontarsi con le domande più profonde dell’essere umano”.

“Macbeth rappresenta uno dei vertici musicali e drammatici dell’intero repertorio verdiano, e occupa un posto centrale nella nostra stagione “Rosso” – dichiara Cristiano Sandri, direttore artistico del Regio – È un’opera che unisce forza teatrale, tensione psicologica e modernità di linguaggio, e che trova un’interprete d’elezione nel Maestro Riccardo Muti. Il suo ritorno al Regio con questo titolo rinnova un rapporto artistico profondo con l’Orchestra e il Coro, suggellato anche dalle parole che egli stesso rivolse ai nostri complessi fin dal 2021, riconoscendone l’eccellenza a livello nazionale. La regia di Chiara Muti affronta Macbeth come un viaggio nella coscienza, uno spazio mentale in cui colpe, visioni e desideri deformano la percezione della realtà. È uno sguardo teatrale intenso e contemporaneo, capace di restituire tutta l’ambiguità e la vertigine morale del dramma shakespeariano filtrato da Giuseppe Verdi. Siamo inoltre felici di presentare un grande cast, di alta qualità e dall’importante presenza scenica”.

Quando Verdi mise in scena Shakespeare nel 1847, trasformò la materia teatrale in materia visionaria, anticipatrice del suo linguaggio futuro. Macbeth è il più tenebroso. Una storia di potere e usurpazione resa fisica e concreta, dove il sangue e la colpa dilagano fino a travolgere, mentre l’avidità del male, che tanto affascinò Verdi, lettore di Shakespeare, mostrò le sue conseguenze più estreme.
Chiara Muti scava nei tormenti del protagonista e nel rosso più oscuro, quello del sangue versato per sete di dominio, della colpa che non si lava, del desiderio che si tramuta in condanna.

“Macbeth è il dramma dell’antitesi – come ha dichiarato Chiara Muti al quotidiano La Repubblica – in scena assistiamo a un capovolgimento di valori. Sotto i nostri occhi, l’eroe della storia da positivo diventa negativo: sceglie il male mascherandolo per un bene. Un Re da difendere si trasforma in un ostacolo da sormontare. Ecco la straordinaria lezione che racchiude il testo di Shakespeare, in cui le streghe, all’inizio del dramma, ci prendono per mano sussurrando una frase che custodisce la chiave di lettura: “bello è il brutto, brutto è il bello. Per sostenere emotivamente le conseguenze dei propri atti bisogna giustificare le scelte, quindi il bene diventa un male e un male diventa un bene. Macbeth non incontra le streghe, ma le genera, sono l’indicibile materia grigia del suo inconscio confuso, avvelenato da una febbre di onnipotenza”.

Venerdì 20 febbraio, alle ore 20, andrà in scena l’Anteprima Giovani del Macbeth, riservata al pubblico under 30. I biglietti per l’Anteprima sono disponibili a 10 euro fino a esaurimento posti.

Info: www.teatroregio.torino.it

Mara Martellotta

“Il maggiordomo” di Simone D’Angelo, una figura che ripercorre la storia della commedia

Domenica 8 febbraio scorso, presso il teatro Provvidenza di via Asinari di Bernezzo 34/A, a Torino, è andata in scena la “prima” dello spettacolo “Il maggiordomo”, commedia teatrale in due atti scritta e diretta da Simone D’Angelo, capocomico dell’omonima compagnia, sul palco insieme ad Antonella Legittimo, Giuseppe Nicoletti e Daniele Caggia. La scenografia minimale da ambientazione casalinga evidenzia quanto prevalga in Simone D’Angelo il senso del testo brillante, con una scelta dialogica che diverte e fa riflettere, come la grande comicità di tutti i tempi richiede. La bravura degli attori in scena, i tempi comici studiati alla perfezione e un’affiliazione totale a quello che viene definito “physique du role”, hanno contribuito a dar vita a una pièce teatrale che ha il potere di rinfrancare e lavare via le fatiche di una settimana in procinto di volgere al termine.

Nelle commedie brillanti, e “Il maggiordomo” non rappresenta l’eccezione, vi sono alcune figure e alcuni ruoli che, per suscitare la risata, devono in qualche modo evocare un intimo sentimento che abbia a che fare con la tragedia: ciò che fa molto ridere ha sempre qualcosa che il potere associato alla risata fa emergere come un tratto tragico, molto spesso individuabile nelle dinamiche in scena, universali perché, in fondo, rappresentano ognuno di noi, come quando ci si guarda davanti a uno specchio la mattina prima di iniziare la giornata.

Quella del maggiordomo, nella commedia, è una figura iconica, archetipica dell’anima, una sorta di figura medianica tra le semplici vicende umane e la loro esasperazione, quella del grande burattinaio dell’intera trama, rappresentazione dell’innesco comico senza il quale sarebbe impossibile mettere in atto il gioco del teatro.

“il mio ringraziamento va a tutti i presenti, agli assenti che verranno a vederci a teatro la prossima volta e a tutto il bellissimo cast che mi ha accompagnato nella rappresentazione de ‘Il maggiordomo’ – ha chiosato Simone D’Angelo al termine dello spettacolo – questa commedia è la prima a essere stata scritta e diretta da me, e voi del pubblico presente in sala avete rappresentato il mio battesimo. E’ stata un’esperienza dura e intensa, fatta di tanto lavoro e sacrificio, ma si lavora per soddisfazioni come quella di oggi”.

Di questo spettacolo, consigliatissimo, sono in via di definizione le prossime date.

Mara Martellotta

Quando al Teatro Ariston c’erano i Pandemonium

Sanremo raccontato dai suoi protagonisti

Quando a Sanremo si cantava “Tu fai schifo sempre”. Mancano 5 giorni all’inizio di un Festival in cui troveremo ben 44 volte la parola “amore”, e 14 “cuore”, nei testi dei brani in gara. Mentre nell’ormai lontano 1979 a Sanremo si cantava “Tu fai schifo sempre” e sul palco del Teatro Ariston c’erano i Pandemonium a proporre questa surreale canzone cult, e tra loro l’autore del testo Gianni Mauro che racconta: “siamo nati da un’idea della Rca italiana che voleva creare un laboratorio con tutti i nuovi cantautori sotto contratto. Con me c’erano Amedeo Minghi, Giorgio Bertinelli, Michele Paulicelli e poi alcuni attori, musicisti e cantanti, uomini e donne. Ci misero insieme per fare una specie di comune, come usava allora. Vivevamo tutti insieme, ed il senso era quello di interagire tra di noi: come cantautore potevo confrontarmi con dei musicisti e degli arrangiatori, o far cantare una canzone mia da una cantante, oppure ancora far sentire a Minghi dei pezzi miei, e viceversa lui a me. Era un modo per scambiarci le nostre esperienze, ed anche se eravamo giovanissimi perché avevamo poco più di vent’anni, o forse Amedeo era un po’ più grande ed aveva pure già scritto per i Vianella, ne avevamo tutti quanti comunque già avute.

C’era questo interscambio tra cantautori e cantanti, ed avevamo anche un produttore e arrangiatore, il grande Piero Pintucci, uno dei più grandi autori e arrangiatori italiani che produceva in contemporanea sia noi sia Renato Zero e la Ferri. Gabriella tra l’altro un giorno ascoltò un mio pezzo dal titolo “Lunedì” che volle assolutamente inserire in un suo Lp e che mi aprì le porte come autore, avendo poi in seguito scritto per tanti altri artisti italiani come Gigi Proietti, Lando Fiorini, Gianni Nazzaro e soprattutto collaborato con il maestro Detto Mariano ed il grande Adriano Celentano per fare le sigle dei film di successo negli anni ’80 e ’90, ad esempio, “Il bisbetico domato”, “Il ragazzo di campagna”, “Spaghetti a mezzanotte” ed altri ancora.” Prima di “Tu fai schifo sempre” nel ’79 ci fu però una precedente esperienza, la prima, a Sanremo come corista.

“Sì, nel 1978 con il caro amico Rino Gaetano che aveva già avuto un discreto successo con “Il cielo è sempre più blu”, “Berta filava” e alcuni altri pezzi. Siccome però non veniva fuori in maniera forte la Rca decise di mandarlo a Sanremo per fargli acquisire appunto notorietà. Solo che successe un pò di casino: Rino voleva andarci con “Nuntereggae più”, però la Rca si oppose perché diceva che venivano menzionati troppi nomi di politici e di persone importanti, e quindi non l’avrebbero mai accettata al Festival. Quindi si ripiegò su “Gianna”. L’esperienza del ’78 fu davvero strabiliante e strepitosa perché Rino che io avevo conosciuto qualche anno prima era una persona molto umile, disponibile, e quando si inventò quel finale del “Ma dove vai, cosa fai…” quella specie di filastrocca tarantella, fu il trionfo, iniziò il suo vero successo. Lui volle portare con sé un quartetto e quindi venne a vedere un provino al Cenacolo, un capannone della Rca in aperta campagna dove c’erano tante sale prove e dove venivano tutti, da De Gregori a Battisti alla Schola Cantorum.

Alla fine si convinse che a parte me che già mi aveva scelto perché sembravo un barbone, insomma ero molto caratteristico, con i baffoni, i capelli lunghi e il basco, di portare sul palco dell’Ariston Angelo Giordano perché diceva che assomigliava a Ninetto Davoli, e poi scelse sempre tra i Pandemonium, Monica Bergamaschi e Angiolina Campanelli, due bellissime ragazze molto hippy. Così andammo tutti e quattro con lui a fare questa bellissima esperienza. “Gianna” arrivò a sorpresa terza e quella sera mentre ci stavamo svestendo per andarcene a cena con Rino, il produttore lo chiamò per farlo correre sul palco e riproporre la canzone con noi euforici al seguito.

Per quanto riguarda il 1979 invece, avevo scritto due anni prima una canzone in base a una musica che mi diede Angelo Giordano, che ha fatto parte per due anni dei Pandemonium; mi diede allora un brano senza testo, o meglio con una specie di testo in finto inglese, ed io un giorno mentre stavamo registrando al Teatro Delle Vittorie lo spettacolo televisivo “…E adesso andiamo a incominciare” con Gabriella Ferri, stavo strimpellando la mia chitarrella e mi venne in mente all’improvviso la brillante e strana idea di metterci sopra invece dei soliti amore mio ti amo, ti voglio tanto bene, esattamente il contrario: “Tu fai schifo sempre/ da mattina a sera”! Perché pensai: voglio uscire fuori dalla banalità, voglio fare una cosa dissacrante al massimo, voglio tentare, sempre se il patron del Festival Gianni Ravera accetta, perché sarà un pugno nello stomaco, una cosa totalmente al di fuori di tutti i canoni di Sanremo. Ed un giorno mentre canticchiavo per i fatti miei questo “Tu fai schifo sempre” in un angolo del Delle Vittorie, si trovava a passare di lì Roberto Lerici, uno dei più grandi intellettuali di origine milanese, amico di Fo, Jannacci e che era autore del programma, il quale appena mi sentì cantare la prima strofa si bloccò, ed io molto intimidito e vergognoso gliela feci sentire nuovamente e lui disse: “ma questa è un’idea fortissima, questa se la porti a Sanremo fa il boom, mi devi credere!” Allora io confortato dalle parole di Lerici corsi subito da Piero Pintucci che ne rimase colpito pure lui. Così la completai e quando la sentì Ravera pure lui mi disse: “questa dobbiamo assolutamente portarla a Sanremo perché farà il botto”, ed anche se non vincemmo e non arrivammo tra i primi tre sono 47anni che rimane una canzone famosissima e sempre ricordata.”

Igino Macagno

Carmina Burana di Orff: il trionfo dell’immediatezza e le ombre della semplicità

Di Renato Verga

Opera novecentesca di eccezionale fortuna, Carmina Burana irrompe nella vicenda creativa di Carl Orff quasi per folgorazione. È il Giovedì Santo del 1934 quando il musicista riceve una copia del manoscritto noto come Codex latinus 4660, rinvenuto nella biblioteca dell’abbazia di Benediktbeuern. Quelle pagine – pubblicate già nel 1847 – custodiscono canti medievali di ispirazione goliardica, attribuiti a numerosi autori, per lo più clerici vagantes: studenti erranti che nel basso Medioevo attraversavano l’Europa inseguendo maestri e università. Il titolo stesso richiama l’antico nome del monastero, Bura Sancti Benedicti, a suggellare una continuità culturale capace di riemergere, secoli dopo, con sorprendente vitalità.

Il contesto storico in cui Orff matura la propria scelta estetica è tutt’altro che neutrale. Negli anni Trenta il Nazionalsocialismo tende a subordinare l’arte alla politica: il pessimismo è bandito, le avanguardie sospette, tutto ciò che devia dai canoni ufficiali marchiato come Entartete Kunst, arte degenerata. In questo clima Orff elabora un linguaggio che si colloca in una zona ambigua e, per certi versi, strategica: evita tanto la piatta imitazione dei modelli tardo-romantici allora dominanti quanto le sperimentazioni più radicali. Una mediazione che diverrà insieme la sua fortuna e la sua dannazione critica.

Pochi titoli del Novecento possono vantare una popolarità paragonabile a quella dei Carmina Burana. Dalla sala da concerto alla pubblicità, dal cinema agli eventi sportivi, l’irresistibile energia di O Fortuna ha trasformato la cantata scenica di Orff in un fenomeno culturale trasversale. Ma proprio questa onnipresenza, sommata a precise opzioni stilistiche, alimenta da decenni un dibattito che merita di essere affrontato senza pregiudizi né indulgenze.

Il primo nodo riguarda il linguaggio musicale. Orff costruisce la partitura su cellule ritmiche elementari, ostinati martellanti, armonie statiche e una scrittura che privilegia l’impatto percussivo. Il risultato è dirompente, quasi ipnotico; tuttavia, tale insistenza può sfiorare la ripetitività. L’armonia, spesso modale o tonale semplificata, evita sviluppi complessi: la tensione nasce più dall’accumulo dinamico che dall’elaborazione tematica. L’efficacia teatrale è indiscutibile, la profondità percepita meno: si avverte talvolta una certa monocromia emotiva, una retorica del “sempre più forte” che sacrifica la sfumatura.

Un secondo aspetto concerne il rapporto tra testo e musica. I poemi goliardici medievali, intrisi di vitalismo, eros e ironia, vengono trattati con un’enfasi sonora che amplifica il lato sensoriale ma attenua quello satirico. L’umorismo caustico e la sottile ambiguità dei versi latini e medio-alti tedeschi rischiano di essere schiacciati dalla monumentalità corale. In numeri come In taberna quando sumus, la caricatura dovrebbe graffiare; invece, spesso si trasforma in baldoria sonora. La drammaturgia interna appare episodica: più successione di quadri che arco narrativo compiuto.

Si apre poi la questione dell’estetica. Orff rifiuta tanto il sinfonismo tardo-romantico quanto l’atonalità d’avanguardia, proponendo un “primitivismo moderno” fondato su ritmo, gesto e immediatezza. Salutare antidoto all’intellettualismo, certo, ma anche possibile regressione semplificatrice. L’idea di una musica arcaica e rituale affascina, ma comporta il rischio di una spettacolarità prevedibile, dove il colpo di scena coincide con il crescendo e l’esplosione percussiva.

Infine, la stessa popolarità dell’opera solleva interrogativi. L’abuso mediatico di O Fortuna ha generato assuefazione e stereotipi: ciò che in teatro dovrebbe scuotere, fuori contesto diventa formula. Il rischio è che l’intero ciclo venga percepito come una sequenza di “hit”, perdendo la dimensione rituale e ciclica concepita da Orff, quel ritorno al destino che chiude il cerchio. In questo spazio, sospeso tra potenza e limite, si colloca la vera sfida interpretativa: restituire all’opera non soltanto il fragore, ma anche respiro, sensualità e sorriso amaro dei testi medievali.

Carmina Burana, cantiones profanae cantoribus et choris cantandae, comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis. Così recita il lungo titolo: una cantata che prevede movimenti scenici, balli, mimi, immagini. Non a caso il lavoro è stato spesso messo in scena: memorabile l’adattamento coreografico di John Butler per la New York City Opera(1959); celebre la versione filmica di Jean-Pierre Ponnelle per la televisione tedesca (1975); visionaria la lettura della La Fura dels Baus (2009), tra teatro fisico, simboli visivi e persino profumi diffusi in sala.

Nulla di tutto questo nel concerto di Carnevale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI all’Auditorium Arturo Toscanini. L’esecuzione è puramente concertistica, abiti eleganti, nessun guizzo umoristico. Anche John Axelrod, che qui aveva osato l’elmo di Darth Vader dirigendo John Williams, sceglie la massima sobrietà.

Sul piano esecutivo, le insidie non mancano. La scrittura corale, solo in apparenza diretta, richiede precisione ritmica assoluta, dizione scolpita, controllo rigoroso delle dinamiche estreme. Senza disciplina ferrea, il suono diventa rumoroso. Non sempre il Coro Sinfonico di Milano diretto da Massimo Fiocchi evita queste trappole. Impeccabile invece il Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino preparato da Claudio Fenoglio.

L’orchestra deve perseguire un equilibrio delicato tra slancio e trasparenza. Axelrod governa con sicurezza, brillando soprattutto nei passaggi strumentali che evocano movenze di danza care a Gershwin e Stravinskij. Altrove la massa timbrica tende a coprire le voci, come accade In taberna al baritono Alessandro Luongo le cui qualità emergono invece nel Cour d’amours. Spettacolare il tenore Sunnyboy Dladla in Olim lacus colueram; ironica e musicalmente salda Valentina Farcas, soprano.

Applausi calorosi, sala gremita fino alla galleria. Il concerto è tra i pochi ripresi in video dalla RAI: segno dei tempi, e scelta che fa discutere, soprattutto a fronte di appuntamenti sinfonici di ben altra portata.

Il Kappa FuturFestival amplia gli orizzonti

Il Kappa FuturFestival si prepara a tornare con la tredicesima edizione, in programma dal 3 al 5 luglio 2026 negli spazi del Parco Dora, e annuncia anche un’importante espansione internazionale con una nuova tappa in Messico.

Dopo il grande successo dell’edizione precedente, che ha registrato la presenza di circa 120 mila partecipanti provenienti da oltre 150 nazioni, la manifestazione ha ufficializzato le date del prossimo appuntamento a Torino. L’evento ospiterà più di 120 artisti di fama internazionale, consolidando il proprio ruolo tra i principali festival dedicati alla musica elettronica. Contestualmente è stata avviata anche la fase di prevendita dei biglietti.

Negli ultimi anni il festival ha assunto un peso sempre maggiore sia sul piano culturale sia su quello economico, con una ricaduta stimata intorno ai 30 milioni di euro e una platea digitale che raggiunge circa 110 milioni di utenti. Il riconoscimento ottenuto nella classifica dei migliori eventi musicali del 2025 stilata da DJ Mag, dove si è posizionato al sesto posto nella Top 100 Festivals, conferma la rilevanza internazionale della manifestazione.

Il Kappa FuturFestival guarda inoltre oltre i confini europei, preparando una nuova edizione intercontinentale che sarà ospitata in Messico. Ulteriori dettagli relativi a calendario e line-up artistica saranno comunicati prossimamente.

L’appuntamento torinese si svolgerà dal 3 al 5 luglio 2026, con orario dalle 18 alle 23.45, nell’area del Parco Dora, in corso Mortara all’angolo con via Orvieto.

Mara Martellotta

Gianrico Carofiglio in scena: “Elogio dell’ignoranza e dell’errore”

Teatro Concordia Venerdì 20 febbraio, ore 21

Biasimare gli errori e stigmatizzare l’ignoranza sono considerate pratiche virtuose. Necessarie. Ma le cose, forse, non stanno proprio così. Prendendo spunto da aneddoti, dalla scienza, dallo sport, da pensatori come Machiavelli, Montaigne e Sandel, ma anche da Mike Tyson, Bruce Lee e Roger Federer, Gianrico Carofiglio racconta la gioia dell’ignoranza consapevole e le fenomenali opportunità che nascono dal riconoscere i propri errori. Imparando, quando è possibile, a trarne profitto. Una riflessione inattesa su due parole che non godono di buona fama. Un’allegra celebrazione della nostra umanità.  GIANRICO CAROFIGLIO Nato a Bari, è stato pubblico ministero, specializzato in indagini sulla criminalità organizzata, consulente della Commissione parlamentare antimafia e senatore della Repubblica. Ha esordito nella narrativa nel 2002 con Testimone inconsapevole, primo romanzo della serie con protagonista l’avvocato Guido Guerrieri, cui sono seguiti Ad occhi chiusi, Ragionevoli dubbi, Le perfezioni provvisorie, La regola dell’equilibrio, La misura del tempo e L’orizzonte della notte. Ha creato il personaggio del maresciallo dei Carabinieri Pietro Fenoglio, protagonista della trilogia composta dai romanzi Una mutevole verità, L’estate fredda e La versione di Fenoglio. Tra le sue opere più note figurano anche i romanzi Il passato è una terra straniera, Il silenzio dell’onda, Il bordo vertiginoso delle cose e Le tre del mattino; le raccolte di racconti Non esiste saggezza e Passeggeri notturni; e i saggi Della gentilezza e del coraggio, La nuova manomissione delle parole e Elogio dell’ignoranza e dell’errore. Il personaggio di Penelope Spada, ex pubblico ministero, compare per la prima volta ne La disciplina di Penelope e torna come protagonista del romanzo Rancore. I libri di Gianrico Carofiglio sono tradotti, o in corso di traduzione, in tutto il mondo e disponibili anche in audiolibro, letti dall’autore. Gianrico Carofiglio ha ideato e conduce la trasmissione televisiva di approfondimento etico e culturale Dilemmi, giunta alla quarta edizione; tiene conferenze e seminari su linguaggio e scrittura nelle maggiori università italiane e straniere; è autore e interprete di lectio sceniche a teatro e in festival e manifestazioni letterarie. Dai suoi romanzi sono tratti film per il cinema e serie tv di successo.

Info Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO) Venerdì 20 febbraio 2026, ore 21 Elogio dell’ignoranza e dell’errore Di e con Gianrico Carofiglio Produzione: Charlotte Spettacoli Biglietti: intero 20 euro, ridotto 18 euro www.teatrodellaconcordia.it

“Liberatutti”… Ma è sport questo?

A Racconigi, uno spettacolo messo in scena dalla Compagnia genovese “ScenaMadre” per riflettere su cosa mai sia oggi diventato lo “sport”

Venerdì 20 febbraio, ore 21

Racconigi (Cuneo)

Quant’è cambiato, nel tempo, lo “sport” e l’immagine che di esso abbiamo, realtà spesso mostruosamente totalizzante, in cui impera, sempre più alla grande, il solo profitto economico e il successo, la vittoria – costi quel che costi – rispetto ai valori e a quella formazione etica e didattica e – perché no? – giocosa, capace (quanti anni fa?) di grandi gesti di fratellanza, amicizia e solidarietà fra atleti e fra chi ne seguiva le vicende e le vicissitudini umane e “sportive”, come ancora si potevano, a ragion veduta, chiamare. Oggi lo sport pare anch’esso seguire i ritmi balordi dei tempi. Ed è competizione senza sconti, “guerra” totale sui campi da gioco e sulle tribune, beffa, ingiuria, scontro senza regole se non quelle, spesso infide, capaci di portarti a vittorie svuotate d’ogni regola e principio morale.

Una visione che spesso allontana, anziché avvicinare alla pratica e all’assurdo “teatrino” dello sport, quello che, tanto ma proprio tanto tempo fa, si diceva “nobilitasse” l’essere umano.

Ma cosa mai è diventato allora lo sport? A chiederselo, e a cercare di darcene – e darsene – una risposta, è il prossimo spettacolo della Rassegna Teatrale “Raccordi”, ideata e organizzata a Racconigi dall’Associazione “Progetto Cantoregi” e dalla “Fondazione Piemonte dal Vivo”, che venerdì prossimo 20 febbraio , alle 21, porteranno in scena alla “Soms” (ex Salone Sociale appartenuto alla locale “Società Operaia Mutuo Soccorso” e riconvertito dal 2019 in uno spazio di comunità partecipato e multiculturale) lo spettacolo teatrale “Liberatutti” firmato dalla genovese (Tigullio) “ScenaMadre”, guidata da Marta Abate e Michelangelo Frola, sceneggiatori e registi della pièce. In scena cinque attori: Simone BenelliFrancesco FontanaDamiano GrondonaChiara Leugio e Sofia Pagano.

Saranno loro a dare il “meglio” per far arrivare dal palco quella che vuole essere una riflessione intelligente e ironica sullo “sport” e, per estensione sulla “società contemporanea”. Riflessione che prende atto di quanto oggi lo sport, da attività ludica e fisica, si sia inesorabilmente trasformato in uno “spettacolo totalizzante”, dove ogni sconfitta, ben lungi dall’essere sprone a rese migliori, è invece drammaticamente vissuta come un “fallimento personale”, mentre l’“allenamento” diventa una sorta di “rito istrionico” e la “vittoria” sembra, allora, l’unico obiettivo possibile. Da agguantare ad ogni costo. Spesso oltre le regole, come beffa irrispettosa verso l’avversario. Lo spettacolo vuole invece invitare  a guardare “oltre la competizione”: dalla scuola agli hobby, dalle relazioni affettive al lavoro, tutto sembra misurarsi, erroneamente, in termini di prestazione e confronto. E con leggerezza e ironia, “Liberatutti” mette in scena questa “ossessione collettiva” per il successo, mostrando come la vita stessa rischi di diventare, su questa strada, una “gara senza fine”, e suggerendo che forse esiste un modo diverso di vivere, più libero e autentico.

Perfettamente chiare e condivisibili, in tal senso, le “note  di regia”:

Con ‘Liberatutti’ vorremmo ridere e far ridere di certi aspetti dello sport.

Dei discorsi che sentiamo negli spogliatoi, nei film o nelle telecronache sportive, secondo i quali bisogna sempre dare il massimo, non si può mai perdere né restare indietro né commettere errori.

Ma lo sport non era un gioco prima di tutto?

E la creatività? La collaborazione?

E il tempo per imparare le cose?

Il tempo per sbagliare, perché è così che si imparano le cose?

Gran belle domande. Che ci sentiamo di fare profondamente nostre. E di cui forse troveremo, se non tutte, almeno una parte di risposte nelle storie e nelle voci che ci arriveranno dal palco. L’impegno c’è tutto. Da entrambe le parti. Ma il lavoro, è indubbio, ci appare assai faticoso. Con scarse possibilità di vittoria!

Per info: “Soms – Progetto Cantoregi”, via Carlo Costa 23, Racconigi (Cuneo); tel. 349/2459042 o www.progettocantoregi.it

Gianni Milani

Nelle foto: immagini di scena 

Fertili Terreni Teatro: “A.L.D.E. non ho mai voluto essere qui”

Per la stagione “Iperspazi” del cartellone condiviso FTT Fertili Terreni Teatro, giovedì 19 febbraio prossimo andrà in scena a San Pietro in Vincoli lo spettacolo “A.L.D.E non ho mai voluto essere qui”, per l’ideazione e la direzione e di Giovanni Onorato, con Giovanni Onorato e Mario Russo. Lo spettacolo è stato selezionato per il progetto “Visionari” 2024-2025. La pièce teatrale è una performance di musica e parole, una pièce dall’ambientazione elementare e spoglia, in cui un attore e un musicista dialogano di fronte a una serie di quaderni sparsi per terra; in bilico in un linguaggio a metà tra teatro di narrazione e performance, i due interpreti si muovono in un contesto da poetry slam con i brani musicali eseguiti live per punteggiare la storia di un’adolescenza o della sua fine.

La forza del progetto risiede in questo particolare approccio, nella volontà di reinterpretare in chiave originale un linguaggio ormai diffuso come il poetry slam, creando una sorta di ibrido intimo e teatrale. Il nucleo narrativo riguarda il rapporto d’amicizia tra un poeta, Arduino, e il narratore che, lungi dal voler organizzare una serata commemorativa in cui si leggono poesie, lentamente costruisce, parola dopo parola, un qualcosa che ha tutto l’aspetto di una vendetta, una relazione a metà fra una affinità elettiva e una maledizione, un rapporto amicale che non può far pensare al Jack Kerouac e Dean Moriarty, ad Arturo Belano e Ulises Lima nei “Detective selvaggi”, o rivolgendo lo sguardo a tempi più recenti alle due protagoniste de “L’amica geniale”.

“È difficile dire quando comincia un progetto – spiega l’ideatore e interprete Giovanni Onorato – tuttavia, se devo stabilire un inizio, direi che questo progetto è nato durante la prima quarantena leggendo Roberto Bolaño e i suoi ‘Detective selvaggi”. Mi colpisce profondamente il mondo in cui nella sua scrittura la poesia diventi un pretesto per parlare di tutt’altro. In quasi 700 pagine di romanzo, in cui si parla quasi esclusivamente di poeti, non compare neanche una poesia, a parte una di Rimbaud, in cui viene raccontato di uno stupro probabilmente subito da lui stesso. Se le cose stanno così, il fatto che Rimbaud avesse mandato il componimento a tutti coloro che gli volevano bene, suonerebbe come una richiesta di aiuto più che di un ‘cosa ne pensate?’, e il fatto che non abbia più parlato al suo maestro, Monsieur Izanbard, dopo la sua risposta in cui lo accusava di essere volgare, racconterebbe una tragica storia di incomprensione. Ecco, con molto cinismo questo è un esempio di come una poesia possa trasformarsi in una narrazione: le poesie si pongono sempre come enigmi, a volte sembra che riguardino solo chi le scrive, ma i temi che vi sono dietro presentano caratteristiche universali. Raccontare, o inventare le storie che vivono dietro agli scritti, apre le porte a una visione labirintica e stratificata della realtà, in cui tutto è vita e rappresentazione della stessa.
Nel frattempo ho conosciuto Lorenzo Minozzi, musicista di ritorno da Los Angeles, e insieme a lui ho cominciato a mettere in musica un’importante mole di poesie, raccolte tra i 18 e i 25 anni. Nello stesso periodo, un amico ci ha chiesto di fare una performance durante una mostra da lui organizzata: io, imbarazzato a leggere dai miei quaderni, ho dichiarato che le poesie erano di un nostro amico morto suicida qualche mese prima, Arduino Luca degli Esposti. Questo ha aperto le porte a una situazione surreale e sorprendente: un requiem dadaista in cui la solennità della commemorazione si dava continuamente il cambio con il sospetto di essere presi in giro (e per alcuni, gioiosi istanti con la semplice contemplazione del racconto, in quella dimensione tra realtà e immaginazione). I due aspetti della ricerca, performance musicale e drammaturgia contemporanea, si erano ricongiunti in questa piccola bugia, trovandovi il loro contenitore ideale”.

Biglietti: intero 13 euro se acquistato online  – 15 euro in cassa la sera dell’evento. Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con Satispay ed entrare gratuitamente per alcuni under 35, grazie ai biglietti messi a disposizione attraverso la collaborazione con Torino Giovani.

www.fertiliterreniteatro.com

“A.L.D.E. non ho mai voluto essere qui” – San Pietro in Vincoli – 19 febbraio ore 21

Mara Martellotta

“Lo scienziato nel cilindro”, allo “Spazio Kairos”

A Torino, la “Scienza” sale sul palco e i “baby spettatori” diventano “apprendisti scienziati”

Domenica 22 febbraio, ore 16,30

Se in città esiste uno “spazio teatrale” particolarmente attento alle esigenze, alle curiosità e ai gusti dei più piccoli – bimbe e bimbi dai 3 anni in avanti – non c’è dubbio alcuno; questo è proprio lo “Spazio Kairos” (dal greco antico “kairòs”“tempo opportuno” o “tempo buono” in cui è possibile accada qualcosa di veramente piacevole e speciale) sito in via Mottalciata 7, fra i quartieri non facili di “Aurora” e “Barriera di Milano”, gestito dalla Compagnia Teatrale “Onda Larsen” e “recuperato” nel 2022 sui resti di un’ex “fabbrica di ammoniaca” risalente agli inizi del ‘900. Un pezzo di “archeologia industriale” sapientemente trasformato in un “hub culturale e inclusivo”, oggi “Circolo Arci con un teatro dentro”. Bella definizione!

A riprova di quanto detto, ci viene a pennello il prossimo spettacolo in programma per domenica 22 febbraiocon inizio alle 16,30. Orario perfetto per la merenda, prima, e per un “gioco – teatrale”, subito dopo, fatto perfettamente su misura per piccole spettatrici e piccoli spettatori, con tanto di famiglia, ovviamente, a seguito! Provare per credere!

Per domenica prossima, infatti, lo “Spazio Kairos” aprirà i battenti con “uno spettacolo interattivo capace di trasformare i bambini niente meno che in piccoli apprendisti scienziati”. Il titolo? “Lo scienziato nel cilindro”. Titolo che subito la dice lunga: “Tra esperimenti spettacolari, magie scientifiche e giochi sorprendenti, si diventa protagonisti di un’avventura che unisce divertimento e scoperta”. Per la regia di Daniele Ronco, a intrattenere dal palco le famiglie (ma soprattutto bimbe e bimbi) sarà il torinese Andrea Vico, attore, giornalista e divulgatore scientifico free lance da  circa trent’anni. Lo spettacolo è prodotto dalla Compagnia Teatrale “Mulino ad Arte” di Piossasco (Torino) ed è inserito nella “Stagione per famiglie” di “Onda Larsen”alle 16, viene offerta la merenda, a seguire lo spettacolo e al termine l’incontro dei piccoli vis à vis con l’artista.

In scena, lui, un prestigiatore – scienziato (con tanto di barba bianca e cravattino nero) che trascina il pubblico in un “laboratorio da sogno”, dove formule, reazioni e principi scientifici prendono vita con effetti spettacolari e inattesi. Tra esperimenti “esplosivi”, nuvole in bottiglia e razzi ad acqua, grandi e piccoli scopriranno che la scienza può essere emozionante e tenerti con il fiato sospeso, proprio come un fantasioso gioco di prestigio.

“Con un linguaggio semplice e divertente, lo spettacolo – sottolinea Vico – accompagna bambini e famiglie in un’avventura che mescola conoscenza e divertimento, meraviglia e scoperta, lasciando il pubblico con la sensazione che dietro ogni magia ci sia un piccolo grande segreto scientifico tutto da svelare”.

Bravura scenica e competenza da vendere, le doti di Andrea Vico che, come giornalista – divulgatore scientifico “errante” e attore (diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”), scrive per varie testate giornalistiche, tra cui “Tutto Scienze – La Stampa” e “Il Sole 24 Ore”, occupandosi dell’argomento anche per programmi televisivi e radiofonici. Nel 2012, ha pubblicato con “Editoriale Scienza”, il libro “Energia: dal fuoco all’elio. Viaggio nella storia delle fonti fossili e rinnovabili” e nel 2015, con “EDT – Giralangolo”, “L’incredibile viaggio di una buccia di banana”. Andrea Vico è inoltre docente di “Science Communication” presso l’“Ateneo Torinese” ed insegna “Giornalismo Scientifico” al “Master di Giornalismo” di Torino.

Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

G. m.

NellA foto un momento dello spettacolo

Roberta Bruzzone al teatro Colosseo con “Amami da morire”

Mercoledì 18 febbraio, alle 20.30, presso il teatro Colosseo, sarà ospite Roberta Bruzzone, volto noto della cronaca e della divulgazione scientifica, psicologa forense e criminologa tra le più autorevoli in Italia, che presenterà “Amami da morire – Anatomia di una relazione tossica”. Affronterà uno dei fenomeni più inquietanti del nostro tempo, quello dei giovanissimi che si trasformano in assassini.
Attraverso un percorso nel lato oscuro dell’adolescenza, tra storie vere e analisi psicologiche, nella cornice inquietante della cosiddetta “epoca della rabbia”, si snoderà un racconto legato ai sempre più frequenti episodi di cronaca nera, in cui la violenza esplode senza apparente movente o sotto la spinta di fragilità, insicurezze e distorsioni dell’identità. Con il suo sguardo lucido e rigoroso, la criminologa ricostruisce con precisione scientifica i percorsi emotivi che possono condurre a questi esiti estremi, aprendo una riflessione necessaria sul ruolo degli adulti, sul fallimento educativo e sul bisogno di strumenti nuovi per decifrare la mente dei ragazzi della società contemporanea.

Mara Martellotta