







DIRETTORE GENERALE DEL TEATRO STABILE DI TORINO
Il Teatro Stabile di Torino arricchisce il suo palmarès con il Premio Ivo Chiesa. Una vita per il teatro – VI edizione 2025 che è stato assegnato al suo Direttore generale Filippo Fonsatti durante la cerimonia organizzata lunedì 20 ottobre alle ore 18.30, nel foyer del teatro Ivo Chiesa. Il premio, istituito dal Teatro Nazionale di Genova nel 2020, in occasione del centenario della nascita di Ivo Chiesa e su impulso del direttore Davide Livermore, vede fra i premiati di questa edizione anche l’attrice teatrale e cinematografica Anna Bonaiuto e Maria De Barbieri, anima storica – insieme al compagno di vita Tonino Conte – del Teatro della Tosse, che quest’anno compie 50 anni.
«Filippo Fonsatti – si legge nella motivazione del premio – incarna, un modello di managerialità teatrale estremamente coerente e di alto livello, nutrito dallo studio, dalla ricerca, dal dialogo con gli artisti. Un modo di gestire il teatro pubblico che certo sarebbe piaciuto ad un maestro come Ivo Chiesa».
Nella stessa serata sono stati consegnati i Premi della Critica ANCT 2025 all’attrice Valentina Picello e alla traduttrice Monica Capuani, con le quali lo Stabile di Torino ha collaborato in numerose occasioni. Valentina Picello è stata la protagonista de La gatta sul tetto che scotta, produzione del Teatro Stabile di Torino diretta da Leonardo Lidi che è stata accolta con successo nella scorsa stagione e che sarà replicata in molte città italiane tra il 2025 e il 2026. Monica Capuani, traduttrice di testi teatrali e letterari, lavora con lo Stabile torinese da molto tempo: fra le collaborazioni più recenti, ricordiamo la sua traduzione de La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams, quella di Agosto a Osage County di Tracy Letts e quella di Circle, Mirror, Transformation di Annie Baker, che sarà il prossimo spettacolo diretto da Valerio Binasco per il Teatro Stabile di Torino.
Per Iperspazi, la stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro, andrà in scena lunedì 20 ottobre alle ore 19 e da martedì 21 a giovedì 23 ottobre, alle 21, presso OFF Topic, la pièce teatrale ‘Molly’, un progetto di Cubo, scritto e diretto da Girolamo Lucania con Letizia Alaide Russo, in collaborazione con il Teatro della Caduta, Giallo Mare Minimal Teatro, Catalyst ETS.
Lo spettacolo presenta luci stroboscopiche, non adatte ad un pubblico fotosensibile.
Per Cubo il viaggio nell’adolescenza e nelle sue contraddizioni ha dapprima avuto inizio con ‘Sid- fin qui tutto bene’, protagonista un ragazzo di periferia di seconda generazione, è poi proseguito con ‘HyperGaia’, giovane raver che combatte l’estinzione e ora scrive il suo terzo capitolo teatrale nel racconto di ‘Molly’, ovvero la narcosi del narcisismo e le conseguenze depressive del nostro mondo edonico. Si tratta di un itinerario articolato per sondare radici e prospettive delle nuove generazioni, uomini e donne cui in un domani molto prossimo sarà affidato il futuro della specie.
Liberamente ispirato a un fatto di cronaca, nel 2017 la quattordicenne britannica Molly Rose Russell venne trovata senza vita nella sua camera in circostanze appaarentemente misteriose, poi archiviate dal medico legale con la formula “deceduta per autolesionismo mentre soffriva di depressione e degli effetti negativi dei contenuti online”. Il racconto di Molly è la storia d’amore di una ragazza mai uscita dalla propria stanza, una scelta di isolamento estremo cui si deve aggiungere la prospettiva di un amore con un’altra ragazza, identica a lei, ogni giorno rinsaldato dal tempo trascorso insieme. Una passione totalizzante che unisce le due adolescenti e fa loro costruire un legame sempre più forte, ai limiti della reciproca dipendenza, destinato ad assorbire ed annullare le reciproche personalità fino a quando, un giorno, una delle due non si presenta. Solo a questo punto l’altra giovane deciderà di rompere gli schemi dell’autoesilio che, nel tempo, si era imposta, uscendo a cercarla, salvo poi presto scoprire la terribile e atroce verità.
Se la giovane adolescente inglese sui suoi canali social voleva informare e condividere le riflessioni su di una depressione compagna di vita al pari che nell’esistenza di molte sue coetanee e coetanei, nella realtà proprio le invisibili potenzialità dei social e degli algoritmi sottostanti, avevano iniziato a minarne i già fragili equilibri, rivelandosi con il passare dei giorni trappole pericolose cui sarebbe stato impossibile sottrarsi. E così un fatto di cronaca passato in secondo piano, dolorosa pagina archiviata come dramma familiare come tanti altri, diventa cartina di tornasole per far emergere ombre e fantasmi dalla valenza universale. Il rapporto con i social network e le intelligenze artificiali, le responsabilità legali e la coscienza collettiva, tutti elementi messi a fuoco in un progetto drammaturgico, che risulta l’esito finale di un articolato piano di incontri con ragazze e ragazzi degli istituti superiori, studentesse e studenti impegnati in un laboratorio di scrittura creativa immaginato per affrontare i temi cardine dello spettacolo, su tutti la dipendenza dai social, le patologie depressive e il funzionamento degli algoritmi.
Dalla scrittura alla scena il passaggio si è concretizzato all’insegna di quella multidisciplinarietà che ha interessato ogni componente del processo creativo, spaziando dalla composizione musicale e visuale alla drammaturgia, per dare forma ad un unicum coerente sinfonico, visivo e drammaturgico. Dal pubblico vista solo di profilo, con lo sguardo fisso in una videocamera che ne proietta l’immagine verso la platea, Molly diventa un oggetto di video/arte, una proiezione cinematografica creata e fatta vivere in diretta.
“Molly – spiega il regista Girolamo Lucania – è una storia di specchi e trucchi, quelli cui siamo ormai costretti a vivere ogni giorno. Diverse versioni di noi, maschere dietro i nostri avatar. E poi ci sono i nostri profili, che ci osservano e ci emulano ogni giorno, ci spingono verso desideri che non credevamo di avere. Miriadi e miriadi di versioni emulate della stessa creatura. Un corso storico che ci sta scivolando sotto i nostri occhi, in cui si intrecciano rapporti umani, il senso della vita di giovani ragazzi e ragazze, declinato attraverso il rapporto con una nuova generazione di creature aliene, gli algoritmi generati e creati al solo scopo di produrre profitto”.
Mara Martellotta
Debutta in prima nazionale, martedì 21 ottobre prossimo, alle 19.30, per la stagione del Teatro Stabile di Torino, al Teatro Gobetti, “Figli d’anima”, scritto e diretto da Simone Schinocca. Lo spettacolo, il cui titolo è ispirato al modo in cui la scrittrice Michela Murgia parlava del suo nucleo famigliare scelto, pone al centro il tema dell’affido esplorando la genitorialità e il legame profondo della filiazione. Il testo propone un viaggio fra famiglia naturale e famiglia scelta, nate da incontri che cambiano la vita. In scena Antonella Delli Gatti, Costanza Maria Frola, Marco Musarella e Michela Paleologo. Luci e scene sono di Florinda Lombardi, i costumi di Agostino Maria Porchietto. Lo spettacolo, prodotto da Tedacà, in collaborazione con il Festival delle Colline Torinesi, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Fertili Terreni Teatro, con il sostegno di Casa Affido della Città di Torino, sarà in scena al teatro Gobetti fino al 26 ottobre prossimo.
Grazie alla collaborazione di Casa Affido della Città di Torino, Simone Schinocca ha realizzato un lavoro di ricerca e scrittura che prende il via da una serie di interviste condotte con persone che hanno scelto di aprire la propria casa e con ragazzi e ragazze che, arrivando da esperienze di trascuratezza e abbandono, hanno avuto la possibilità di riscrivere e riscoprire il loro concetto di famiglia. Lo spettacolo prende forma partendo da due riflessioni: “figli dell’anima” e “shamandura”. “Figli dell’anima” si riferisce a una pratica diffusa in passato, in Sardegna, che consisteva di affidare il proprio figlio biologico ad altri adulti, generalmente senza figli, appartenenti alla propria comunità, ma non necessariamente alla propria rete famigliare. Questa forma di sostegno comunitario non era regolamentata da carte formali, se ne trova traccia solo nelle testimonianze di chi ha vissuto tale esperienza o negli atti testamentari in cui, i figli dell’anima venivano nominati eredi da chi li aveva accolti come figli propri.
“Shamandura” è un termine arabo che significa “ormeggio”, e indica l’attracco a cui l’imbarcazione deve legarsi quando si trova nel mezzo della barriera corallina, al fine di non rovinarla. Un ancoraggio che offre la possibilità di fermarsi, riposare, passare la notte in un luogo riparato da correnti e mareggiate, ma senza danneggiare nulla di ciò che sta intorno. “Shamandura”, per alcuni pescatori sardi e siciliani, è anche il luogo dove le onde del mare in tempesta si infrangono sulla scogliera e, tornando indietro, si scontrano con le onde in arrivo, creando una superficie marina più calma.
“Figli d’anima e shamandura, a questi due termini dal significato evocativo – racconta la compagnia – si ispira la nostra idea di spettacolo, che avrà àl centro il tema della genitorialità e dell’intima natura del legame di filiazione, legame che può andare ‘oltre’ quello di base. L’idea di base non è contrapporre i due concetti, ma ricercare e raccontare l’anello di congiunzione tra famiglia scelta e quella naturale. Ci sono le famiglie naturali alle quali si affiancano persone che, nel tempo, possono diventare famiglie scelte. La conciliazione di queste due si può trovare in molte esperienze di affidamento famigliare, e rappresentano una vera e propria ‘shamandura’ nella vita di tanti ragazzi e ragazze.
Grazie al potere della narrazione, riusciamo a comprendere la grandezza delle piccole cose e la preziosità dei dettagli. Di rado li afferriamo immediatamente mentre siamo immersi nella vita, mentre spesso riusciamo a coglierli in quella fase dell’esperienza determinata dal ricordo, quando ripensiamo al vissuto, interpretiamo i fatti accaduti e li raccontiamo a qualcuno. Con il tempo riusciamo a dare un senso alle cose, pur sapendo che possono esserci tante narrazioni di un vissuto e molteplici punti di vista da cui osservarlo. Se questo è quasi sempre vero, vale ancora di più ciò che riguarda le storie familiari. Racconteremo storie per dare senso, trovare un senso, costruire memoria, regalare stupore, dare spazio all’immaginario e alla creatività. Per educarci alla strordinarietà dell’ordinario e porci alcune domande come: con quali occhi guardo la realtà ? Con quali orecchie ascolto ciò che avviene ? Con che tipo di consapevolezza e partecipazione vivo la mia quotidianità ? Con che desiderio di genitorialità ? Cosa significa essere figli ? Di chi ci sentiamo figli ? Di chi ci sentiamo madri e padri ? Le storie hanno capacità trasformativa nel tempo e nelle nostre vite”.
Teatro Gobetti – via Rossini 8, Torino
Orario: martedì, giovedì e sabato ore 19.30 / mercoledì e venerdì ore 20.45 / domenica ore 16
Biglietteria Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – 0115169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it
Mara Martellotta

Di Renato Verga
Dal buio dell’Inferno alla luce del Paradiso: così si apre la nuova serie di concerti del Teatro Regio di Torino, significativamente intitolata “Abissi”. A guidarci nel viaggio è Andrea Battistoni, che dopo aver inaugurato la stagione lirica con la Francesca da Rimini di Zandonai, torna ora sulla stessa figura dantesca nella “fantasia sinfonica” che Čajkovskij le dedicò nel 1876. Il compositore russo, suggestionato dal turbine di passioni e condanne del V canto, traduce in musica la tempesta che travolge i lussuriosi con un’orchestra che sibila e geme, mentre un clarinetto solitario — l’ottimo Antonio Capolupo — dà voce alla dolente Francesca. Poi l’amore si accende, cresce, divampa: il tema lirico dei legni e degli archi si trasforma in un vortice sinfonico di potenza quasi operistica. Dopo l’esplosione drammatica, il silenzio pietoso. Battistoni, che dirige a memoria con gesto ampio e teatrale, restituisce con entusiasmo la tensione emotiva di una delle pagine più travolgenti del sinfonismo romantico.
Dopo l’Inferno, il Purgatorio: Schicksalslied (il Canto del destino) di Brahms, composto nel 1871 su versi di Hölderlin. È la parte più raccolta, ma anche il cuore poetico del concerto. Brahms oppone due mondi — quello perfetto e luminoso degli dèi e quello fragile e dolente degli uomini — in un equilibrio miracoloso tra forma classica e emozione romantica. L’inizio è tutto purezza e sospensione: archi e fiati fluttuano in un’atmosfera quasi celeste, interrotta solo dai battiti lontani dei timpani. Poi irrompe la tempesta: la musica precipita, come la condizione umana, “da roccia a roccia”, e la coralità si fa drammatica, disperata. Ma il finale, un ritorno trasfigurato al tema iniziale, apre uno spiraglio di pace. Brahms, più ottimista del poeta, sembra dire che l’arte può salvare ciò che la vita spezza. Battistoni ne sottolinea i contrasti con una direzione piena di calore, che passa dal misticismo al furore con fluida naturalezza.
E infine, il Paradiso. È il “Prologo in cielo” dal Mefistofele di Arrigo Boito, quella folgorante pagina in cui Dio e il Diavolo si sfidano sul destino di Faust. Boito, librettista geniale e musicista diseguale, qui si supera: costruisce un affresco sonoro grandioso e megalomane, sospeso tra il sublime e il kitsch. Con un’orchestra in assetto da battaglia — quattro percussionisti, due arpe, organo, nove ottoni in scena e altrettanti fuori scena — il Regio risuona come una cattedrale.
Peccato che nella lettura di Battistoni, pur precisa e compatta, manchi quella punta di ironia che renderebbe giustizia alla visionarietà un po’ folle di Boito. Anche Erwin Schrott, Mefistofele di lusso, preferisce il canto alla caricatura: voce sontuosa, ma poco zolfo.
Il coro del Regio, guidato con consueta maestria da Ulisse Trabacchin, e quello di voci bianche preparato da Claudio Fenoglio (quasi tutto al femminile: cinque maschietti su trentaquattro) contribuiscono all’impatto spettacolare del finale, accolto da applausi entusiasti e meritati.
Così, tra i venti infernali di Čajkovskij, la struggente meditazione di Brahms e l’apoteosi celeste di Boito, il concerto si fa moderno viaggio dantesco. Non promette la salvezza, ma una consapevolezza più lucida: che gli “abissi” dell’anima, se attraversati con la musica, possono condurre almeno a un frammento di verità. O, per dirla con Dante, “a riveder le stelle”.
GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Martedì. Al Magazzino di Gilgamesh si esibisce Max Altieri & Friends.
Mercoledì. Al Teatro Colosseo per 2 sere consecutive è di scena Carmen Consoli.
Giovedì. Allo Ziggy si esibisce Bunuel +Guest. Al Folk Club suona il quartetto di Olivia Trummer. Allo Spazio 211 è di scena Adele Altro.
Venerdì. Al Circolino suona Giorgio Diaferia Ensemble. Al Cap 10100 si esibiscono I Legno. Al Circolo Sud sono di scena i Zagara. Alla Piazza dei Mestieri suona il quartetto Ionata-Tarenzi-Piccirillo-Fiore. Al Folk Club si esibisce Sam Outlaw & Band preceduto da Hannah Aldrige. Al Teatro Colosseo arriva Angelo Branduardi. Al Magazzino sul PO suona Vinnie Marakas + Androgynus. Allo Spazio 211 si esibisce Christian Coccia. Allo Ziggy sono di scena Di Notte+ Plastic Palms + Smart Pop.
Sabato. Al Folk Club suona il chitarrista americano Marc Ribot. Al Cap 10100 si esibiscono i Demons Bats. Al Magazzino di Gilgamesh è di scena la Travelin’ Band. Al Peocio di Trofarello suona Greg Koch e Koch Marshall Trio. Al Blah Blah si esibiscono i Retarded + Antares. Allo Ziggy per l’Electronational Festival suonano : I Nachtmahr +Stars Crusaders+Paolo Virdis After Show Party: Dj Lesley.
Domenica. Al Cap 10100 si esibisce il Shoshin Duo. Al Blah Blah suonano i Road Syndicate+ The Gentlemen.
Pier Luigi Fuggetta
“Non ho paura della guerra che
Sei venuto a fare contro i miei peccati
Non sto bene
Ma posso fare del mio meglio per fingere”
C’è un pregiudizio diffuso, spesso inconsapevole, nei confronti del metal: per molti è solo rumore, un’esplosione caotica di chitarre distorte, urla graffianti e atmosfere cupe.
Lo scrive una che il metal non lo ama proprio.
Ma cosa succede quando una canzone metal viene spogliata dei suoi orpelli sonori, ridotta all’essenza più pura come voce e chitarra?
La risposta arriva sorprendentemente chiara ascoltando la versione acustica di “Just Pretend” dei Bad Omens, reinterpretata dal cantautore Nate Vickers.
La band americana, diventata un punto di riferimento nel panorama metalcore contemporaneo, ha sempre avuto una sensibilità melodica nascosta sotto la superficie aggressiva delle loro produzioni. “Just Pretend”, brano già emotivamente potente nella sua versione originale, si trasforma completamente nelle mani (e nella voce) di Vickers.
Il risultato è qualcosa che può toccare anche chi normalmente si tiene lontano da questo genere.
Vickers, con la sua chitarra acustica e un’interpretazione vocale intima, riesce a mettere in luce la bellezza malinconica del testo. La rabbia si fa malinconia, la potenza si converte in delicatezza, e la canzone assume una veste nuova, quasi fragile, ma incredibilmente umana. È una dimostrazione lampante di quanto spesso ci si fermi alla superficie dei generi musicali, senza coglierne la profondità emotiva.
Il metal, infatti, non è solo forza bruta. È un linguaggio, spesso estremo, certo, ma capace di trasmettere dolori, paure, desideri e speranze con un’intensità che pochi altri generi riescono a eguagliare.
La versione acustica di “Just Pretend” è la prova che, tolti gli “effetti speciali”, ciò che resta è una canzone d’amore, di perdita, di resilienza.
E in quel momento, diventa universale.
Questa reinterpretazione, dal mio punto di vista, non è solo un arrangiamento alternativo: è un ponte. Un collegamento tra mondi musicali, tra chi ascolta metal e chi no, proprio come me.
Perché la musica, quando è sincera, non ha bisogno di etichette. E forse, come dimostra questa versione, le barriere tra i generi esistono più nelle nostre teste che nelle nostre orecchie.
In un’epoca in cui tutto è categorizzato, “Just Pretend” ci ricorda che la musica è, prima di tutto, emozione. E che basta una chitarra e una voce per raccontare una storia che può toccare chiunque, anche chi, finora, pensava che il metal non facesse per lui.
“La musica è l’arte di pensare con i suoni.”
Jules Combarieu
CHIARA DE CARLO

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Esplorare emozioni e relazioni attraverso il dialogo
Di Renato Verga
Non serve cercare un filo rosso tra i brani del secondo concerto della stagione sinfonica Rai: il vero
tema della serata era uno solo, Kirill Petrenko. È per lui che l’Auditorium Toscanini di via Rossini
si è riempito in ogni ordine di posti. È per lui che il pubblico torinese, da giorni in fermento, si è
lasciato trascinare in una nuova, magnetica lezione di direzione orchestrale. Otto volte sul podio
dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Rai in più di vent’anni, Petrenko ha con questa formazione
un’intesa speciale, costruita sulla fiducia reciproca e su un linguaggio condiviso che non ha bisogno
di parole.
Il pubblico sarebbe accorso anche se in programma ci fosse stato Fra Martino campanaro. Ma, per
fortuna, la serata offriva ben altro: un viaggio nel Novecento mitteleuropeo e un ritorno luminoso al
classicismo di Beethoven.
Janáček e Bartók, il folklore senza confini
La prima parte del concerto accosta due autori lontani solo in apparenza. Leoš Janáček e Béla
Bartók guardano entrambi alle radici popolari, ma senza indulgere nei colori pittoreschi o nel
nazionalismo accademico di Smetana e Dvořák. Per loro il folklore non è cartolina, ma linguaggio:
una grammatica nuova con cui ridisegnare la musica dopo la crisi della tonalità.
Nelle Danze lachiane, Janáček distilla il canto moravo fino a renderlo struttura viva. Petrenko lo
accompagna con una delicatezza sorprendente, come se accarezzasse le pieghe di una lingua
arcaica. Il tono pastorale della prima danza, il lirismo tenero della seconda, la rude energia della
terza — il “martellare del fabbro”, come lo chiamava il compositore — vengono disegnati con
precisione millimetrica, ma mai fredda. L’orchestra risponde con un suono terso e flessibile, i legni
chiacchierano come in una scena di villaggio, gli archi danzano con leggera ironia. Nella sesta
danza, la musica esplode in un tripudio di ritmo e luce: Petrenko la fa vibrare con gioia quasi fisica,
trasformando la sala in un paesaggio sonoro di colline e vento.
Poi, di colpo, il quadro bucolico svanisce. Con la suite da Il mandarino meraviglioso di Bartók, il
direttore ci trascina in un’altra dimensione: quella oscura e febbrile della città moderna. Il racconto
di Melchior Lengyel – sesso, denaro, morte – trova nella musica un corrispettivo visivo e viscerale.
Petrenko dirige con lucidità chirurgica: ogni dissonanza, ogni contrazione ritmica ha un senso
preciso. Il suono è barbarico ma non brutale, illuminato da una tensione interiore che ne svela la
logica. Il clarinetto seduce, gli ottoni esplodono, le percussioni feriscono. E poi, nel finale, la
trasfigurazione: le dissonanze si sciolgono in una luce impalpabile, quasi un perdono. Petrenko
riesce a rendere questo passaggio con una spiritualità rarefatta, sospesa tra dolore e redenzione.
Beethoven: la chiarezza come emozione
Dopo tanta energia tellurica, serve un intervallo per respirare. Ma il ritorno in sala è una rivelazione:
la Seconda Sinfonia di Beethoven, che sotto la bacchetta di Petrenko diventa un inno alla vitalità,
alla costruzione lucida, alla gioia come forma di resistenza.
Il direttore ridisegna la partitura come un prisma di luce. L’introduzione lenta è un respiro
trattenuto, l’Allegro con brio un turbine di idee. Tutto è controllato ma mai ingessato: le
modulazioni insolite, tanto criticate dai contemporanei, diventano per Petrenko un terreno di
scoperta. Il dialogo fra le sezioni è un esercizio di equilibrio miracoloso: legni che cantano come in
Mozart, timpani che punteggiano con eleganza, archi che respirano insieme, come un organismo
unico.
Lo Scherzo è un piccolo prodigio: ironico, leggero, ma sempre sotto tensione. Petrenko lo
costruisce con mani d’orafo, misurando ogni dinamica come un regista della parola musicale. E
quando arriva il Finale, la sinfonia diventa un’esplosione di energia controllata: un gioco ritmico in
cui la chiarezza si fa emozione, e la gioia non è mai superficiale.
Il gesto del direttore – asciutto, preciso, magnetico – traduce il pensiero in suono con una
naturalezza che dovrebbe essere studiata nei conservatori. Ogni movimento delle mani ha un senso,
ogni sguardo accende una risposta immediata nell’orchestra. Alla fine, il pubblico esplode in un
applauso al calor bianco, ma sono gli stessi musicisti, con il loro sorriso riconoscente, a dire la
verità più profonda: con Petrenko sul podio, suonare è un atto di felicità.
Domenica 19 ottobre, alle ore 16, presso il teatro di Rivara, andrà in scena lo spettacolo “Il Treno dei Desideri”, scritto e interpretato dalla bravissima Roberta Belforte, che sta riscuotendo data dopo data un importante successo.