SPETTACOLI- Pagina 124

Chiuso il 42mo TFF. Belgio, Germania e Egitto vincono con il tema della maternità

 

È stata la maternità il tema che più ha interessato il gruppo di selezionatori, quello che più ha raccolto titoli all’interno dei sedici film del concorso lungometraggi del 42mo TFF: ed era quasi logico, nel ripensare al valore delle opere, che la giuria guidata da Margaret Mazzantini andasse a pescare proprio lì. Opere subito apprezzate, amate, discusse, provenienti da cinematografie per noi a volte lontanissime, pochissimo o nulla frequentate, che hanno saputo proporre al loro interno meccanismi diversi e sentimenti contrastanti, guardare con estrema sicurezza alle problematiche che “quelle” maternità imponevano, considerare le ansie e a tratti le sottili crudeltà che giorno dopo giorno il mettere al mondo un figlio poteva presentare.

Il titolo di miglior film se lo è aggiudicato “Holy Rosita” della belga Wannes Destoop, dove la protagonista chiusa nella sua solitudine ma sempre con un sorriso per tutti coltiva il sogno grande di diventare madre salvo poi tacere una felice realtà allorché rimane incinta. Il Premio speciale della Giuria è andato a “Vena”, diretto dalla tedesca Chiara Fleischhacker, film che chi stende queste note ha amato molto, magari in attesa anche di un riconoscimento alla protagonista, un’altra madre in attesa, che lotta contro quella dipendenza dalla droga che continuerà a distruggere il suo compagno e vive nella disperazione e nella speranza guardando a un futuro che, per un piccolo conto aperto con la giustizia, le toglierà la bambina poco dopo la nascita (il film ha altresì vinto il premio Fipresci, “per la sua capacità di trasformare la storia intensa di una maternità in un percorso plausibile di salvezza dalle dipendenze grazie a un’interpretazione molto umana, una storia emotivamente forte e un montaggio che scandisce bene i tempi della narrazione, a tratteggiare complessivamente una maturità registica non comune per un’opera prima”). All”Aiguille” dell’egiziano Abdelhamid Bouchnack il premio per la migliore sceneggiatura, il ritratto e la scrittura esatti di una giovane coppia che in un costruirsi di progressive quanto differenti emozioni e stati d’animo rimane divisa per la nascita di un figlio in cui natura maschile e femminile s’uniscono.

 

Una vicenda condotta con estrema esattezza dal regista, che si trova anche a far fronte a una cultura estremamente chiusa e antica e ai pregiudizi che inevitabilmente ne nascono, una vicenda che ha visto assegnarsi anche il premio Achille Valdata, quello Scuola Holden per la miglior sceneggiatura con una motivazione da parte degli allievi che sottolinea “una drammaturgia intensa che procede per azioni, dialoghi mai banali e atti mancati, il film racconta un conflitto di grande potenza che ricade su tutti i personaggi.” “L’aiguille” si aggiudica altresì il Premio Interfedi.

Due film che poco (mi: e non soltanto) hanno convinto, imperfetti, si sono divisi i premi per le interpretazioni: il trio femminile delle interpreti, chiuse nei dolori e nelle violenze di una vecchia casa di “Madame Ida”, sono le migliori attrici in una unanimità affatto condivisibile, mentre il miglior attore è River Gallo di “Ponyboi” che il film ha scritto interpretato e diretto e in cui soprattutto ha personalmente creduto. L’Italia – il suo cinema – è qui a mani vuote e certo non lo diciamo con soddisfazione: ma è la conferma di quanto le due opere presentate di Minucci e Danco siano pretenziose (“Europa Centrale”) o decisamente azzardate e vuote nel voler buttarsi su strade fortunatamente e altrimenti per nulla frequentate (“n-Ego”).

Una gran festa per chi ama il cinema e ha sempre visto nello studio e nel consumarsi quasi dentro certi personaggi, nei gesti, nelle scelte e negli atteggiamenti e nelle prese di posizione – aver mandato in vece sua sul palco degli Oscar una nativa americana a rivendicare intere esistenze e violenze – il vero esplodere e il soffio rivoluzionario di un antico cinema americano, trovarsi per una intera settimana davanti a manifesti locandine programmi con il viso di Marlon Brando inquadrato nella sala da ballo parigina del “Tango” di Bertolucci. È stata la festa per i 24 titoli con cui il direttore Giulio Base gli ha voluto rendere omaggio nel centenario della nascita, impossibile elencarli tutti, ma sono state vere boccate d’aria “A Streetcar Named Desire” e “Julius Caesar”, “Guys and Dolls” dove Marlon non sapeva cantare ma cantava benissimo pronto a rivaleggiare con Sinatra e “The Chase”, “Queimada” del nostro Pontecorvo e “The Godfather”, da “The Men” a “The Missouri Breaks” di Penn: e l’elenco potrebbe continuare.

Adesso, davanti alle immagini di “Waltzing with Brando” – presentato a chiusura del festival – e vedendoti Billy Zane davanti, nella sala grande della Cavallerizza con contiene le conferenze stampa, pare che il vecchio Marlon abbia avuto la sua brava resurrezione. Magari il potente fantasma incombe da sempre sullo psicopatico di “Ore 10: calma piatta” o sul fidanzato di Kate Winslet, riccastro e spregevole, che non esita a salvarsi, solo, dalla tragedia del “Titanic”: ma oggi più che mai, con il suo corpo massiccio, con qualche chilo in più, con la profondità marcata dello sguardo, il vecchio Marlon pare essere lì. Se ci mettete il modo di muovere le mani, il momento di poggiare il capo sulla mano e il gesto di grattarsi la fronte, immediatamente sopra l’occhio, e confrontate tutto questo con le scene del “Padrino” o di “Tango” ricostruite per il film di oggi, vi accorgete che il vecchio Marlon è lì. E vi godete appieno anche il nuovo personaggio, quel Billy Zane che ha voluto fortemente “Waltzing”, termine ultimo per ora di una carriera ondivaga e crediamo non soddisfacente appieno, storia tratta dal libro “Planning Paradise in Tahiti”, scritto da Bernie Judge, architetto californiano che, votato a progetti portati avanti ed esauriti per dare un giusto posto alla protezione dell’ambiente, incontrò in Brando e Brando in lui il giusto referente per un più o meno idilliaco lavoro in quelle isole da sogno, là dove l’attore durante la lavorazione dell’”Ammutinamento del Bounty” aveva trovato un’isola e una moglie.

L’isola è quella di Tetiaroa, un’isola della Polinesia francese, un insieme di bungalows e di altre costruzioni che dovevano vedere la luce con tecniche e sguardi d’architetture mirate con occhio e intenti decisamente moderni, in un’epoca ancora troppo lontana da discorsi di tale genere. Non lo spaventano i costi che crescono o tutte le contrarietà che si possono presentare, quello è e sarà il suo eremo felice, dove magari anche poggiare per terra come ferma porta l’Oscar vinto. Un ambientalista, posto al centro di un film che non importi se non soddisfi molto: l’importante è che ci restituisca un Brando in anticipo sui tempi, come lo era stato nella recitazione.

Elio Rabbione

Nelle immagini, scene da “Holy Rosita”, “Vena” e “L’aiguille”. Billy Zane Marlon Brando in “Tango a Parigi” nel film “Waltzing with Brando” che ha chiuso il festival.

I premi collaterali del Torino Film Festival

Comunicati ieri  in conferenza stampa i premi collaterali della 42 edizione del Torino Film Festival alla presenza della madrina Cristiana Capotondi.

(foto G. Prestipino)


PREMIO RAI CINEMA CHANNEL

Acquisizione diritti web e free tv per l’Italia.

Miglior film Concorso Cortometraggi a:

DUE SORELLE di Antonio De Palo

Con la motivazione: “Un film che fa sentire addosso il freddo e lo strazio di chi nella vita è stata ridotta in schiavitù da colui che invece doveva proteggerla, grande prova dei protagonisti che interpretano il male senza fare sconti, lasciandoci però la speranza della libertà”.

PREMIO ACHILLE VALDATA

Miglior film Concorso Lungometraggi

La Giuria dei lettori di TorinoSette, composta da Tina Valerio, Cristiana Peyla, Elena Genovesio, Paola Giachello e Beatrice Berton, assegna all’unanimità il premio Achille Valdata per il miglior lungometraggio a:

 

L’AIGUILLE di Abdelhamid Bouchnack

Con la motivazione: “Per la sua grande universalità. È un film bellissimo, coraggioso e commovente su un tema che si vede poco nel cinema di finzione: l’intersessualità”.

 

PREMIO SCUOLA HOLDEN

Come da tradizione le allieve e gli allievi della Scuola Holden hanno assistito alle proiezioni della quarantaduesima edizione del Torino Film Festival e hanno assegnato il Premio per la miglior sceneggiatura a uno dei lungometraggi in concorso. I lavori della giuria sono stati coordinati dalla docente Sara Benedetti.

Gli allievi hanno assegnato il Premio per la miglior sceneggiatura a:

L’AIGUILLE di Abdelhamid Bouchnack

Con la motivazione: “Grazie a una drammaturgia intensa che procede per azioni, dialoghi mai banali e atti mancati, il film racconta un conflitto di grande potenza che ricade su tutti i personaggi. La regia esalta una sceneggiatura che sa modulare il registro, dall’ironia al dramma, e tenere incollati fino all’ultima scena. Un inno alla libertà di autodeterminarsi contro ogni ostacolo”.

Conferiscono due Menzioni Speciali a:

  • UNDER THE GREY SKY di Mara Tamkovich
  • PONYBOI di Esteban Arango

 

PREMIO OCCHIALI DI GANDHI

La giuria della quattordicesima edizione del premio, composta da Loredana Arcidiacono, Dario Carlo Cambiano, Eleonora Camerlo, Melissa Camerlo, Matteo Damiani, Umberto Fulcheri, Anna Monteccone, Isabella Piscopo, assegnato dal Centro Studi “Sereno Regis” (Torino) al film che meglio interpreta la visione gandhiana del mondo, conferisce gli Occhiali di Gandhi a:

FROM GROUND ZERO di AA.VV. ideato da Rashid Masharawi

Con la motivazione: “Per aver saputo guardare oltre la vendetta, oltre l’ingiustizia quotidianamente subita, con una pluralità di linguaggi che mostrano la resistenza del popolo palestinese attraverso l’atto creativo e la gioia di stare insieme: per la capacità di raccontare l’atrocità della vita quotidiana senza mai trasmettere messaggi di odio”.

Conferisce una Menzione Speciale a: L’AIGUILLE di Abdelhamid Bouchnack

Con la motivazione: “Perché denuncia l’ingiusta realtà che vivono quasi sempre le persone intersex, private del diritto di scegliere la propria identità. Per la forza con cui interpella gli spettatori su un tema profondamente divisivo; perché svela i tanti preconcetti che permeano la nostra società”.

 

PREMIO INTERFEDI

La Giuria Interfedi, promossa dalla Chiesa Valdese e dalla Comunità Ebraica di Torino, con il patrocinio del Comitato Interfedi della Città di Torino, e composta da Anna Coisson (Chiesa Valdese), Violet Kimiaee (Comunità Ebraica) e Walter Nuzzo (Comitato Interfedi) attribuisce l’undicesima edizione del “Premio per il rispetto delle minoranze e per la laicità” al film:

L’AIGUILLE di Abdelhamid Bouchnack

Con la motivazione: “Con grande efficacia sottolinea il fondamentale diritto della persona alla propria autodeterminazione, denuncia le discriminazioni da parte della società fondate su stereotipi e pregiudizi e richiama alla responsabilità individuale di fede, senza cercare risposte preconfezionate dalla religione di appartenenza”.

 

Finocchiaro e Serra Yilmaz, due attrici da non perdere

Nichetti dopo ventitré anni torna al cinema

Amichemai”, titolo che non ammette correzioni e che non sa quanto i sentimenti possano trasformarsi. È l’opera più recente di un ritrovato Maurizio Nichetti, classe 1948, un’infilata di successi iniziata con “Ratataplan” nel 1989 sino al 2001, poi più nulla. Certo, altre cose, altre aspirazioni, ma cinema basta, “non ho più avuto tra le mani – e quelle mani, nella sala del Romano, dopo la proiezione/incursione torinese, visto che tutti hanno fretta di tornarsene a Milano, che ha accompagnato all’interno del TFF nella veste di fuori concorso, le muove aprendole e chiudendole, velocemente, come se afferrassero aria e vuotaggine – un qualcosa che mi soddisfacesse, questa cosa qui invece ci ho tenuto a farla”, mi confessa. “Amichemai” è un’opera leggera, impalpabile, con un trionfo di certi buoni sentimenti e di lieto fine come oggi non s’usa più, pare che se ne abbia paura, pare che si tenda a cancellare, a perdere; ma forse è anche un’opera troppo inconsistente in quella sua leggerezza che, proprio all’interno della sceneggiatura firmata dall’autore, si sgretola strada facendo, con una seconda parte che va a morire a dispetto di ogni migliore intenzione che la prima aveva cercato con gusto e con pungente umorismo di costruire.

Aysè è la badante turca che da un paio d’anni accudisce il vecchio nonno Gino ridotto in carrozzina dopo l’ictus, con affetto e con certe accortezze che tra le mura suonano storte ma anche con tutto quel piglio che le è personale e che l’ha fatto ormai diventare la padrona della casa. Casa in cui a primeggiare dovrebbe essere la Anna, cittadina di Trieste ma di chiara impronta meneghina, disgiunta da un consorte che da troppo tempo è lontano per lavoro, in Bulgaria, ma si sa che le sue giornate ad accudire parti di vitellini e ansie e affetti verso una figlia e pazienti appoggi verso i doveri scolastici di un giovane nipote rendono distratta e assente. Messo com’è, il vecchio Gino prima o poi se ne va all’altro mondo, lasciando alla solerte Aysè in eredità il proprio letto che sventaglierà molte sorprese e alla Anna la possibilità di liberarsi di un peso piuttosto ingombrante. Sarebbe sufficiente cogliere le occasioni, lucidamente. Ma per le giravolte improvvise dei destini, sarà proprio Anna ad accompagnare Aysè, su un pickup giallo, con la scusa che facendo una piccola deviazione si può andare a trovare quel consorte che da tempo non si vede. Tutto troppo prevedibile. Sono isolate nel racconto quelle punte salienti del viaggio che tali rimangono ma che non trovano davvero altro materiale – decisamente necessario – a puntellarle: vale a dire è mal congegnata la doppia incursione degli angeli custodi della strada, chi è scambiato per un poco di buono rimane una vuota macchietta, il marito che s’è allocato in maniera un po’ ingarbugliata ma splendida allo stesso tempo non è quella gran bella novità. Persino le scene del salvataggio del pickup ricostruito in studio e il moderno green screen sanno troppo di forzato espediente. Si cerca di sopperire – e i ventitré anni di interruzione sono una testimonianza – con le tecniche che in tempi recenti hanno preso a interessare anche il cinema. Per cui due intraprendenti “content creators” al femminile documentano con i loro cellulari il proseguire della lavorazione del film, le fatiche e le gioie di Nichetti che con decenni di distanza pare voler ripercorrere orme felliniane.

Linguaggi nuovi? espedienti per ravvivare? momenti più o meno allegri e incalzanti per riempire una materia che mostra stanchezza? Sembra che quel pickup a un certo punto fatichi ad andare avanti e dispiace dicevamo ripensando ai giusti tasselli con i quali il film aveva preso il via. A riempire la storia sono le due interpreti, Angela Finocchiaro (a lei si deve pure una graffiata nel soggetto) e Serra Yilmaz, un cerino acceso quella, tutta guizzi e vampate e delusioni, e una infaticabile diplomatica questa, con metodi che pare conoscere parecchio bene. Mettono allegria e risate, costruiscono in una serata un’accoppiata autentica, sono loro due a meritare il costo del biglietto quando “Amichemai” uscirà.

Elio Rabbione

Nella foto di Pietro Rizzato, Maurizio Nichetti durante le riprese del film, e le interpreti Angela Finocchiaro e Serra Yilmaz (sul fondo).

In onda “L’amica geniale” girata a Torino

Lunedì 2 dicembre, in prima serata su Rai 1, andrà in onda il quarto appuntamento con la stagione finale de ” L’amica geniale – Storia della bambina perduta”. La serie, basata sulla tetralogia di romanzi di Elena Ferrante, diretta dalla regista Laura Bispuri e creata da Saverio Costanzo, è stata girata anche a Torino, per 4 settimane di preparazione e 5 settimane di riprese nell’autunno del 2022 con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte.

 

Una saga di enorme successo, tratto da un romanzo che ha avuto una fortuna planetaria e nel corso della quale si sono potute e si potranno ancora ammirare le magnifiche location torinesi: dai portici di piazza Castello, al Rettorato dell’Università di Torino, il Cimitero Monumentale, la Stazione di Porta Nuova, alla Scuola Elementare Margherita di Savoia e l’IRV, l’Istituto di Riposo dei “Poveri Vecchi”. Tra le novità di questa quarta, e di certo ultima stagione, l’attrice Alba Rohrwacher che unisce il volto alla voce narrante e diventa personaggio nei panni di Elena “Lenù” Greco, al posto di Margherita Mazzucco, mentre la nuova Lila è interpretata da Irene Maiorino. Nino Serratore, interpretato in precedenza da Francesco Serpico, ha il volto di Fabrizio Gifuni.

La vicenda riprende l’ avvincente storia sulla base dell’ultimo libro “Storia della bambina perduta”, che partendo dalla metà degli anni Sessanta, vede le due protagoniste oramai adulte con alle spalle delle vite piene di avvenimenti, scoperte, cadute e “rinascite”. Tra alti e bassi la loro relazione diventa il filo conduttore di un racconto che esplora l’evoluzione personale, sociale e storica di un’Italia in trasformazione. La colonna sonora di Max Richter, con la sua intensità emotiva, ha poi il potere di immergere lo spettatore in un mondo che, pur essendo lontano appare incredibilmente reale. La forza delle parole di Elena Ferrante, la sensibilità degli interpreti ed il legame profondo con la realtà del rione rendono questa stagione una continuazione che, pur con i suoi limiti, non smette di affascinare e di lasciare un’impronta indelebile nel cuore di chi la segue. La scorsa settimana l’Amica geniale 4 ha superato i 3,4 milioni di spettatori con il 20, 1 % di share.

Igino Macagno

Al teatro Alfieri l’adattamento del romanzo di George Orwell ‘1984’ con Violante Placido

/

 

Il 30 novembre alle 19.30  e il 1 dicembre alle 15.30 il teatro Alfieri di Torino ospiterà il nuovo adattamento del romanzo di George Orwell ‘1984’, un tour de force teatrale che combina il thriller, il noir, la storia romantica e la spettacolarità. 

Sono 101 minuti di adrenalina pura. L’adattamento del romanzo di George Orwell 1984 è  sempre stato acclamato da critica e pubblico a Londra e Broadway e il capolavoro orwelliano è sempre stato in cima alla classifica dei libri più letti di ogni anno. Oggi, nel mondo della rete, della dittatura tecnologica e del controllo digitale, mantiene intatta la sua attualità sconvolgente e si presta a una rappresentazione  impietosa dei nostri tempi in cui la privacy è un’illusione, viene messa continuamente in discussione la nozione di verità oggettiva e potere  e servilismo procedono fianco a fianco, in modo tale da far sembrare vana ogni forma di ribellione.

La regia è di Giancarlo Nicoletti, l’adattamento è  di Duncan Macmillan e Robert Icke. Interprete principale Violante Placido, insieme con Ninni Bruschetta, Woody Neri e un cast di sei attori.

 Saranno presenti in  scena videoproiezioni, effetti speciali, telecamere a circuito chiuso per rappresentare un mondo, quello descritto dallo scrittore inglese nel suo romanzo, in cui tutto è permesso, ma secondo i dettami del Grande Fratello.

Mara  Martellotta

Andrea Battistoni direttore musicale del Teatro Regio

 

Il teatro Regio di Torino ha annunciato la nomina di Andrea Battistoni a direttore musicale, un momento fondamentale per il teatro e il suo futuro. Battistoni, figura di spicco nel panorama musicale internazionale,  entrerà in  carica ufficialmente dal primo  gennaio 2025, con un mandato che abbraccerà due stagioni.

Stefano Lo Russo, presidente della Fondazione Teatro Regio e sindaco della città  commenta: ”Annunciamo con piacere la nomina di Andrea Battistoni, cui diamo il benvenuto,  come direttore musicale del Regio, e siamo certi che la sua presenza e la sua guida non potranno che rafforzare la capacità del teatro di rinnovarsi e sperimentare attraverso un’offerta artistica di grande qualità,  consolidando il percorso che lo sta riportando a essere un punto di riferimento nel panorama nazionale e internazionale. Siamo certi che il nuovo direttore, che ha già un legame di collaborazione consolidata con il nostro Teatro, proseguirà nel cammino intrapreso verso una proposta culturale trasversale e inclusiva,  aperta  a tutte e a tutti”.

“La nomina di Andrea Battistoni a direttore musicale del Teatro Regio rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso di rilancio intrapreso oltre due anni fa – spiega il Sovrintendente Mathieu Jouvin – con l’obiettivo di portare il nostro Teatro al livello che gli compete, il più alto. Siamo orgogliosi di accogliere un artista così giovane e straordinariamente affermato, il cui talento e visione musicale sapranno arricchire la nostra proposta artistica  e rafforzare il ruolo del Regio come punto di riferimento nel panorama lirico internazionale”.

Battistoni sarà presente al Regio con almeno due titoli d’opera e diversi concerti.

Mara Martellotta 

Sanremo, Conti svela il cast ufficiale

Si parte come ogni anno: l’appuntamento è fissato per domani, domenica 1 dicembre, su Rai 1, durante l’edizione delle 13.30 del Tg1. Carlo Conti svelerà, in diretta da Sanremo, il cast ufficiale dell’edizione numero settantatrè del Festival della Canzone italiana; così avremo modo di scoprire tutti i protagonisti in gara dell’amata e/o odiata tradizionale kermesse canora. Secondo le dichiarazioni del direttore artistico Conti alla stampa in questi ultimi giorni, il numero dei cantanti che si esibiranno al Teatro Ariston dall’11 al 15 febbraio 2025, salirà rispetto ai 24 artisti annunciati inizialmente.

Ci saranno come sempre grandi ritorni ed anche tanti volti nuovi della scena musicale italiana, ed il TotoSanremo è già in corso da mesi. La novità di quest’anno riguarda i vincitori di Sanremo Giovani, che non saranno più ammessi in gara con i big, ma gareggeranno all’interno della ripristinata categoria delle “Nuove proposte”.

 

Al momento, hanno avuto accesso alla finale che si svolgerà a Sanremo mercoledì 18 dicembre, e  che verrà trasmessa su Rai 1 con la conduzione di Carlo Conti e del tortonese Alessandro Cattelan, nove “giovani”: Alex Wyse, Bosnia, Arianna Rozzo, Grelnos, Settembre, Selmi, Tancredi, che è il più conosciuto di tutti, della scuderia degli Amici di Maria De Filippi, ed ancora, Mew e Mazzariello. Si aggiungeranno a loro i finalisti di Area Sanremo./ Quindi è oramai tutto pronto per l’edizione 2025!

Ma lo sapete chi inaugurò la prima di edizione, presentata dal Salone delle feste del Casinò municipale di Sanremo dal “mitico” Nunzio Filogamo, il 29 gennaio 1951, in un’atmosfera rilassata e priva di quella tensione che caratterizzerà il Festival da lì a pochissimo?! Si tratta del brano dal titolo ” Sorrentinella”, nell’interpretazione del torinesissimo Duo Fasano che partecipò a ben 5 Sanremo per poi avere successo in tutta Italia e girare per tutto il mondo in tournée con gli altri affermatissimi cantanti dell’epoca come Nilla Pizzi, la “Regina della Canzone” e vincitrice dei primi 3 Festival, Achille Togliani, Gino Latilla, Giorgio Consolini e Carla Boni.

Perchè quindi non dedicare una via od un giardino a Torino alle gloriose gemelle Secondina, detta Dina, e Terzina, detta Delfina, nate proprio nel capoluogo piemontese, il 21 settembre 1924, esattamente 100 anni fa? Debuttarono con il Maestro Cinico Angelini negli anni ’40 accompagnando come coro i solisti più popolari ed in breve arrivarono persino ad inaugurare il Festival di Sanremo! Un bel ricordo da parte della loro città se lo meriterebbero.

 

Igino Macagno

Rock Jazz e dintorni a Torino: Mario Biondi e i Fast Animals And Slow Kids

GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. All’Hiroshima Mon Amour suonano i Hang Massive. All’Inalpi Arena arriva Tananai.

Allo Spazio 211 si esibiscono i The KVB.

Mercoledì. Sempre allo Spazio 211 sono di scena i King Hannah.

Giovedì. Al teatro Colosseo si esibisce Mario Biondi. Al Circolo Margot di Carmagnola

suona Karl Phillips And The Rejects. All’Hiroshima Mon Amour per 2 sere consecutive è

di scena Cisco.

Venerdì. Al teatro Concordia suonano i Fast Animals And Slow Kids. Allo Ziggy si esibisce

Massimo Pupillo + Ramon Moro. Al Blah Blah sono di scena i Date At Midnight. Allo Spazio 211

si esibiscono i Le Feste Antonacci. Al Magazzino sul Po suonano i Monkey Sound. All’Inalpi

Arena arriva Irama. Al Folk Club si esibisce Ken Stringfellow. Al Circolo Sud è di scena Raissa.

Sabato. Al Folk Club suona il trio di FLO. Al teatro Concordia è di scena il Sunshine Gospel Choir.

Al Circolo Sud Nicolò Piccinini canta Ivan Graziani. All’ Inalpi Arena arriva Gigi D’Alessio.

Al Magazzino sul PO sono di scena i Narratore Urbano. Al Blah Blah suonano i Hell in The Club.

Domenica. Al Blah Blah si esibiscono i Bull Brigade+ Fantastici 4 R-Evolution.

Pier Luigi Fuggetta

Ute Lemper e Sergey Khachatryan le “stelle” di dicembre

Note di Classica

Lunedì 2 alle 20 al teatro Vittoria, per la stagione dell’Unione Musicale, Justin Taylor al

clavicembalo eseguirà musiche di Bach e B. Marcello. Martedì 3 alle 20 sempre al teatro

Vittoria, il Quartetto Castalian eseguirà musiche di Beethoven e Antonioni. Il concerto sarà

preceduto alle 19.30 dall’aperitivo. Giovedì 5 alle 20.30 e venerdì 6 alle 20 all’auditorium

Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Pablo Ferràndez al violoncello, eseguirà musiche di Dvoràk e Richard Strauss. Sabato 7 alle 18 al teatro Vittoria, il quartetto Petra

con Antonio Valentino, eseguirà musiche di Haydn, Beethoven e Mendelssohn. Domenica 18

alle 16.30 sempre al teatro Vittoria, per l’Unione Musicale, Antonio Ballista al pianoforte e con

Alberto Batisti voce recitante, eseguirà musiche di Debussy e Poulenc. Giovedì 12 alle 20

al teatro Regio, debutto di “Giselle”, balletto in 2 atti con musica di Adolphe-Charles Adam.

L’Orchestra del teatro Regio sarà diretta da Papuana Gvaberidze/ Levan Jagaev. Repliche fino a

mercoledì 18. Sempre giovedì 12 alle 20.30 e venerdì 13 alle 20 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Kirill Karabits e con Sergey Khachatryan al violino, eseguirà

musiche di Chacaturian e Dvorak. Mercoledì 18 alle 20.30 al Conservatorio per l’Unione musicale,

Ute Lemper voce con Vana Gierig pianoforte , Giuseppe Bassi contrabbasso e Mimmo Campanale batteria, eseguiranno musiche di Brel, Weill, Lemper, Prima, Hollaender, Dylan, Piazzolla.

Sabato 21 alle 20 al teatro Regio debutto de “Lo Schiaccianoci”. Balletto in 2 atti, musica di Cajkovskij. L’Orchestra del teatro Regio sarà diretta da Papuna Gvaberidze/Levan Jagaev. Repliche fino a lunedì 30. Domenica 22 alle 18 all’Auditorium Toscanini, “Concerto di Natale”. L’ Orchestra

Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Mario Acampa voce recitante, eseguirà musiche

di Cajkovskij.

Pier Luigi Fuggetta

Questo “Giardino”, Leonardo Lidi irrompe nei giorni nostri

Sino al 1° dicembre, al Carignano

 

Nella scena anonima inventata questa volta da Nicolas Bovey, ancora prima che il “Giardino” cechoviano inizi tutto pare già aver avuto un esito, sedie bianche disseminate sul palcoscenico, a terra come dopo lo saranno i ciliegi, il rovesciamento dell’ordine e l’abbandono. Soltanto il sussurro del vecchio Firs dimenticato. Poi attraverso i grandi teli neri di plastica che delimitano il palcoscenico, che cadranno o verranno staccati con rabbiosa decisione, ancora i ciliegi nel finale, irrompono gli attori, vestiti di colori e di abiti moderni, tute giubbotti giacche a vento, qualcuno – per la necessaria distribuzione? – scambiando ruoli maschili e femminili, per cui la governante di casa Charlotta è Maurizio Cardillo in calzoncini corti, giacchetta color limone e barba e occhi segnatissimi di blu mentre la sempre ottima Orietta Notari da Leonid Gaiev s’è fatta inevitabilmente Lenja, la sorella della padrona di casa. Irruzione nei nostri giorni, e raggiranti quanto personali comodità, che rientrano in quel campionario a cui Leonardo Lidi ci ha ormai abituati, tutto sta a vedere se noi quell’abitudine ce la siamo fatta (per tacere dei mugugni altrui nel corridoio d’uscita dal teatro).

Con “Il giardino dei ciliegi”, produzione dello Stabile dell’Umbria e coproduzione di quello torinese e del Festival dei Due Mondi spoletino, sino a domenica 1 dicembre al Carignano, Lidi conclude la terna che in precedenza ha visto “Il gabbiano” e “Zio Vanja”, sconvolgendo ancora molti, giocando con il giubilo sfrenato delle nuove generazioni (che nelle aule della scuola dello Stabile da lui stanno imparando), tentando in ogni modo di épater le bourgeois (cerco ancora adesso che butto giù queste note una ragione, abbassato il soffitto, per averlo fatto diventare una spiaggia dove tutti possano prendere il sole in costume da bagno; come mi chiedo perché certi personaggi debbano diventare delle macchiette, penso all’Epichodov di Massimiliano Speziani, già eccellente Vanja) e forse ingannando quei mostri sacri che se non hanno una vera, felice motivazione per essere strattonati meriterebbero di dormirsi un sonno tranquillo. 

Lidi ha confessato – sto prendendo a prestito una sua intervista a La Stampa dei giorni scorsi – di aver preso il “Giardino” e di averlo affrontato “da un altro punto di vista, esaltandone l’aspetto rivoluzionario, di forza, molto presente nel testo”, andando in direzione opposta a un teatro che va contro i nostalgici e il teatro della nostalgia, pare proprio a spada tratta, ed esaltando la “concentrazione sul presente” che avrebbe tutti i requisiti per essere profondamente salvifica. Guardando altresì quel “testo della nostalgia” con sin troppa supponenza, una sorta di bullismo questa volta teatrale, e scomodando l’anima del buon Strehler che di quella nostalgia s’era imbevuto nella propria messinscena del ’74, che aveva guardato con occhio di dolore soffocato alla “camera dei bambini” e riempito di foglie cadenti l’ombrellino della Cortese e fatto scivolare attraverso il palcoscenico, tra una “carambola” e l’altra, il trenino dell’infanzia lontana di Santuccio. Che poi in un gioco, che è eguale dal 1904, a sei mesi dalla morte dello scrittore, che sempre ritorna, la nostalgia è ancora lì, vicinissima a noi, a portata di mano, tutti la tocchiamo, il testo di Lidi non può non mantenerla e gli attori la nominano.

Immancabili, incancellabili, ci mancherebbe, per sottolineare il nuovo corso, “l’aspetto rivoluzionario”, i cambiamenti sociali e i proprietari terrieri che scapperanno a Parigi con il magone delle loro perdite e non capiscono quel presente che già li sta travolgendo, l’eterno studente dalle idee liberali e il figlio del servo della gleba, quello sempre preso a calci e obbligato ad andare con i piedi nudi d’inverno, che s’è fatto grande e furbastro e s’è comprato lui il giardino (Mario Pirrello, bravissimo nel suo Lopachin, uno studio perfetto di gesti e di frase smozzicate e di parole cercate nell’aria della chiacchiera), i ricordi delle giovani figlie di Ljuba, gli attimi trascorsi in quella casa, un arrivo e una nuova partenza che sembrano avvolgere la Storia e le tante storie. L’ultima stazione, questa del “Giardino”, di un viaggio, quello intrapreso da Lidi post pandemia, uno sconquasso per ritrovare ancora il teatro e il pubblico: ma “termineremo il viaggio confusi, pieni di domande e con pochissime risposte”, chi l’avrebbe mai detto?, e già nella mente del regista non ancora quarantenne si agita un filo rosso, “mi è sempre sembrato palese che il nostro giardino è sinonimo di nostro teatro.” Non vuol già dire voltarsi indietro, la ricerca del sarcasmo e dello spigolo dissacrante che cambiano in affetto, forse lontanissimo, forse non ammesso, verso questa vecchissima scatola magica? Chissà che cosa riuscirà a inventare la prossima volta Lidi, a dissacrare: per adesso io mi tengo stretto il ricordo – la nostalgia – di quel trenino e di quell’ombrellino riempito di foglie.

Gli appassionati della parola di Cechov e gli inseguitori di Lidi avranno modo di partecipare – bella occasione davvero – alla maratona inventata dal nostro Stabile, domani 30 novembre: sempre al Carignano, “Il gabbiano” alle 11,30, “Zio Vanja” alle 15,00 e “Il giardino dei ciliegi” alle 18,30 tour de forse fisico e mnemonico per tutti gli attori. Nella globalità del racconto, chi sarà a vincere, l’autore classico o il regista spericolato?

Elio Rabbione

Le foto dello spettacolo sono di Gianluca Pantaleo