PAROLA D’ORDINE: INCAPACI
Ho sempre pensato che, per giungere a posizioni apicali in un’azienda, per svolgere una libera professione o per assurgere a ruoli di spicco nel mondo della cultura, dell’economia o del lavoro occorresse la conoscenza della materia, supportata da un’esperienza sul campo unita alla voglia di imparare ed all’umiltà di non sentirsi mai arrivati o superiori agli altri.
E’ sotto gli occhi di tutti come, invece, il mondo si stia orientando verso l’utilizzo di perfetti imbecilli nelle posizioni più delicate e critiche di un’azienda o di un Ministero con i risultati che ogni giorno sono sotto i nostri occhi.
Quando anni fa ebbi la fortuna ed il privilegio di incontrare Sergio Marchionne, di lui mi colpirono soprattutto tre cose: la semplicità, la capacità di risolvere i problemi e l’essere controcorrente (quasi) sempre, a cominciare dall’abbigliamento.
Durante quell’evento raccontò di come, appena giunto In FIAT mentre questa perdeva milioni ogni giorno, non trovò nessuno negli uffici perché erano tutti in ferie. Resta famosa la sua frase: “In ferie da cosa?” E’ evidente che un manager capace avrebbe evitato la chiusura dell’azienda, come avveniva prima di Marchionne, perché la chiusura implica non produrre; inoltre, consentendo ai dipendenti di scegliere il periodo, avrebbe avuto intorno collaboratori più sereni e più collaborativi.
La capacità di risolvere i problemi fu quella che lo portò a far uscire la FIAT da Confindustria pena il non poter attuare le manovre da lui decise. Mi pare che i risultati si commentino da soli considerato che la FIAT, diventata in seguito FCA, ora Stellantis è ancora attiva, produce ed ha chiuso il bilancio 2022 con un utile netto pari a 16,8 miliardi di euro, in aumento del 26% rispetto all’esercizio precedente.
Fu proprio Marchionne a sostenere che “Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a qualcun altro; la vera nobiltà è essere superiore a chi eravamo ieri.”, ma l’unica cosa nobile che ci è rimasta pare essere il vino di Montepulciano.
Gli esempi di manager capaci, purtroppo, si riducono sempre più, complice l’incapacità di comprendere, analizzare, risolvere sia a livello imprenditoriale che politico.
Un’università del nord Italia, divenuta famosa per i managerformatisi presso di essa, è l’esempio più eclatante di come si possa rovinare un Paese fornendo schemi ed insegnamenti totalmente avulsi dalla realtà. In una riunione, uno dei relatori che aveva ottenuto alcuni master presso tale ateneo, dichiarò: “Bisogna prendere quelli bravi e farli diventare ancora più bravi” dimenticandosi totalmente dei mediocri e degli scadenti. Per fortuna l’Azienda per cui lavorava non lo ascoltò e, anzi, si comportò adottando il buon senso (che non si compra con la laurea) di aiutare i meno bravi anche adibendoli a nuovi incarichi più congeniali, spingendo quelli mediocri e riconoscendo il merito a quelli molto bravi. Buon senso batte ateneo 1-0.
Una caratteristica soprattutto italiana (e più in generale latina) è, poi, quella del nepotismo dove perfetti incapaci, spesso svogliati, ammaliati più dalla mutua che dalla postazione lavorativa vengono assunti da questa o quell’azienda per una marchetta da pagare a qualcuno potente, assumendogli il figlio o il nipote o l’amante che altrimenti resterebbero disoccupati a vita.
Se proiettiamo questo esempio a livello macroeconomico, in un Paese o in un intero ambito politico (locale, regionale, nazionale) è evidente come i danni possano essere, se non irreparabili, almeno difficili da ripristinare.
Basta un provvedimento legislativo errato (vedi art. 18 dello Statuto dei lavoratori) pomposamente presentato come Job acts(con l’inglese si riesce meglio a prendere in giro i sudditi) e anni di conquiste vengono distrutti: recuperare un diritto è molto più difficile che sancirlo per la prima volta.
La mania di copiare, solo quando conviene, le usanze estere porta troppo spesso ad adottare provvedimenti inconciliabili con la nostra cultura, con le nostre abitudini e necessità e, in generale, a provocare pochissimi vantaggi a fronte dei disagi generati.
Se anni fa la tendenza degli imprenditori, specie nel nord del Paese, era “Si è sempre fatto così, perché cambiare?” ora si procede nella direzione diametralmente opposta, cambiando per il gusto di cambiare, pensando di essere in linea con i tempi, senza dare il tempo al cambiamento di mostrare i suoi frutti.
E’ palese che vi sia, spesso, un interesse privato, del singolo o di qualche gruppo, affinché lo status quo si modifichi; un proverbio dice “Ciò che è male per uno, è bene per un altro”: se io sono un debitore un aumento dei tassi mi danneggerà, se sono il banchiere festeggerò ogni aumento.
Antonello Venditti espresse bene questo concetto nel brano “L’uomo falco”:
L’uomo falco vola in alto
Sul suo trono di diamanti
Per natura nega sempre
Ed è muto come un pesce
Lui è un uomo falco
Se, poi, un falco si avvale di incapaci potete immaginare quale sarà il destino di un’impresa o di un Paese.
Sergio Motta









Ho provato a ricordare scrivendoli su un foglietto i ristoranti chiusi negli ultimi anni a Torino. Si tratta di un numero altissimo: il “San Giorgio “ al Castello Medievale ,la “ Vecchia Lanterna “,i “ Due lampioni” ,” Cuculo”, il “Giardinetto“, il “Gran Giardino”, poi diventato la “Rotonda“, la “Cittadella“, ”Cucco“, l ’”Antico cervo“, “La smarrita“, “Ferrero“ ,il “Rendez – Vous“ , il Tiffany, Villa “Sassi“, la “Fontana luminosa“ ,il “Baccarat“ , il “Firenze“, il “Pavia“, il “Passator cortese“, il “Ciacolon “, il “Bastian Contrario“, “il Muletto“, il “RistoDante”, il “Giancarlo“, la “Capannina”, ”la Pace,” l’”Appennino pistoiese”, ”l’Abetone“, il “Bridge“, “Calandrino”, “Mon Ami”, “Osvaldo”, “La fontana dei francesi”, “Perbacco”, “Montecarlo”. E qui mi fermo, anche se potrei continuare con altri nomi come il ristorante friulano il “Camin“ che prese il posto di Gipo in corso Francia, un locale dove non volli mai mettere piede per antipatia verso il cantautore allora apertamente comunista. Ogni nome mi ricorda una storia, degli amici con cui andavo a cena ,degli episodi piacevoli di serenità, di allegria, di intimità. Mio padre amava le cene al ristorante e ogni settimana si andava a cenare. Mi ha abituato al piacere della civiltà della tavola. Sicuramente una giovinezza dorata per parafrasare Elena Croce. Lui ci andava in giacca e cravatta anche d ‘estate e voleva che tutti seguissimo il suo stile che allora non era solo nostro, ma di tanti torinesi. E poi ho cominciato ad andarci io con compagne di liceo e con le prime amiche. Capisco bene di essere stato un privilegiato. Un privilegiato soprattutto perché ho conosciuto una Torino che non c’è più. Ogni locale con il ricordo di uno stile e con un’ eleganza scomparsa. Ogni esame superato all’ università ,andavo a festeggiarlo al ristorante. Un passato che forse oggi idealizzo e che non c’è più, ma che è motivo di piacere ricordare, anche se devo constatare che quegli ambienti eleganti o anche semplici ,ma sempre accoglienti, appartengono ad un passato, ad una civiltà torinese, come avrebbe detto Mario Soldati, che è stata travolta dai tempi nuovi e non sempre felici. Era bello cenare con il filosofo Oscar Navarro che si dilettava di cucina insieme al latinista Vincenzo Ciaffi, come era bello ritrovarsi insieme a Mario Bonfantini e a Liana De Luca, la poetessa di cui il grande francesista si era follemente innamorato . Era piacevole ritrovarsi la sera con Edoardo Ballone, sociologo e giornalista che diventava la “forchetta curiosa“ del giornale “La stampa“, sempre alla ricerca di nuovi locali. Anche loro appartengono ad un tempo perduto che non tornerà mai più.