quaglieni- Pagina 19

Il milite ignoto e le offese alla storia

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Avevo parlato domenica scorsa a Palazzo Carignano di Torino del centenario della tumulazione al Vittoriano a Roma del Milite ignoto, un evento straordinario di patriottismo in un 1921 dominato da una guerra civile tra socialisti, comunisti e fascisti  che procuro’ morte e violenze selvagge. Furono pochi giorni di miracolosa ritrovata unità nazionale con centinaia di migliaia di Italiani che tra la fine di ottobre e i primi di novembre si inginocchiavano e lanciavano fiori al passaggio del treno che portava il milite ignoto da Aquileia a Roma. Esso era il simbolo sacro di tutti i Caduti della Grande Guerra.
L’atmosfera che si respirava nella Camera del primo Parlamento italiano domenica e’ stata di ardente patriottismo , quello che solo più il
centro Pannunzio sa suscitare a Torino. Ovviamente il sindaco uscente di Torino era assente e i due candidati sindaci hanno ignorato l’evento.
Vedendo il programma ufficiale e il francobollo celebrativo del Centenario ho disdetto tutti gli impegni che avevo assunto come oratore ufficiale perché non condivido lo spirito e il modo in cui il Governo ha affrontato una ricorrenza che ovviamente non interessa o addirittura da’ fastidio. Con un espediente grafico davvero meschino hanno eliminato dal francobollo il monumento equestre al Padre della Patria Vittorio Emanuele II di cui la Grande Guerra completo’ l’opera di unificazione nazionale. Già due anni fa il bicentenario della nascita del primo Re d’Italia venne ignobilmente ignorato da tutte le alte cariche dello Stato con la scusa della pandemia che non impediva l’uso della parola a nessuno. Preferirono un assordante silenzio. “Republicanizzare”l’evento del 1921 è un falso storico clamoroso perché l’Italia si ritrovo’ attorno al Re Soldato, così definito non certo per ragioni di celebrazione retorica ma per il ruolo che ebbe dal 1915 al 1918. Inoltre il treno che dovrebbe rievocare quello di cent’anni fa e’ divenuto un motivo di mera attrattiva turistica, ignorando il significato storico di quella pagina straordinaria. Esso viaggia di notte ed è visitabile in alcune stazioni come fosse una curiosità. Non è neppure previsto il suono della “Leggenda del Piave” che cent’anni fa sostituì per volere del Re la Marcia Reale. Era meglio che questi signori catto-comunisti ignorassero un evento che non sono neppure in grado di capire. Io, nipote di due volontari caduti al fronte e di un nonno che, amico di Cesare Battisti e di Damiano Chiesa, non attese il richiamo per partire ed andare in trincea, pur avendo due figli piccoli, sono indignato e non parteciperò a nessuna manifestazione. Questa Italia dilaniata dal COVID, dal Green Pass, dai No Vax e dai nostalgici violenti di Salo’, non è degna di ricordare quel soldato senza nome che venne avvolto nel tricolore con lo stemma sabaudo, quello del Risorgimento nazionale sotto cui quattro generazioni di Italiani erano vissuti,  avevano lavorato ed avevano combattuto per un’Italia più grande, lontanissima dall’Italietta di oggi priva di ideali e di valori, dominata da nichilismo civico che non riconosce neppure più il dovere del voto.

Giacobinismo anticristiano e clericalismo intollerante: dov’è la differenza?

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Io non leggo mai gli articoli di Pier Giorgio  Odifreddi da quando anni fa ebbi modo di confrontarmi con lui su Giordano Bruno. E’ un ateo militante che ritiene  apoditticamente la religione incompatibile con la scienza. Sono grato al giudice Mario Griffey che stimo moltissimo, di aver citato una frase di Odifreddi che merita di essere conosciuta e che dà il senso della portata del suo pensiero 

Il prof. Quaglieni

Non va mai dimenticato che il professore si è diplomato in un istituto per  geometri e detesta la filosofia che non ha studiato a scuola. Ecco la frase: ”Se tutti i media rifiutassero di pubblicare notizie antiscientifiche sarebbe un grande balzo in avanti per l’umanità, che non verrebbe più sommersa da menzogne creative di ogni genere, comprese, ovviamente, quelle metafisiche e religiose”. E’ sicuramente accettabile la condanna delle fake news, anche se temo che una minaccia alla libertà di pensiero verrebbe  proprio da valutazioni come quelle del prof. Odifreddi  che nega la compatibilità fra  la scienza e il credere in Dio e mette invece in dubbio  addirittura la possibilità della democrazia a cui ha dedicato una pubblicazione. E’ persona che ripete da anni boutades che piacciono a molti per il tono usato che, a volte, appare divertente. Ma se fosse Odifreddi a stabilire quali sono le notizie pubblicabili e quali no temo molto che ritorneremmo ad un nuovo tribunale dell’Inquisizione laicista, un vero ossimoro. A rivelare qual è il suo modo di giudicare è il riferimento alle “menzogne metafisiche e religiose”. E’ l’ultimo laicista “furioso” dopo la morte di  Giulio Giorello e Carlo Augusto Viano, due filosofi che, pur nel loro ateismo esasperato e fideistico, non giunsero mai, nel loro estremismo  anticlericale,  ad affermazioni così esasperate.   Forse Odifreddi ritiene di essere un Russell redivivo, ma le differenze sono evidenti. Il fideismo ateistico è una forma di dogmatismo al contrario. Il definire menzogne  la metafisica e le religioni rivela una posizione incompatibile con la laicità, non foss’altro perché la laicità è rispetto per ogni idea e ogni fede. Ripeto per l’ennesima volta la distinzione di Norberto Bobbio  tra laicità e laicismo. Bobbio riteneva che quest’ultimo (che diventa spesso intolleranza antireligiosa) fosse incompatibile con la laicità. Mi sorge un dubbio: e se ci fosse qualcuno che ritenesse  delle fake news  i pensieri trancianti di Odifreddi? Cosa succederebbe? Dove finirebbe la libertà? Io continuo a fidarmi della capacità di discernimento  delle  persone, rifiutando autorità deputate a vietare la libera manifestazione del proprio pensiero. Fra il giacobinismo  anticristiano  di Odifreddi e il clericalismo intollerante  non c’è una sostanziale differenza  al di là delle apparenze.

La vicequestora che si ribella e un green pass mal applicato

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

L’attacco frontale e pregiudiziale al green pass e alla stessa vaccinazione di massa ha raggiunto dei punti intollerabili perché gli assembramenti non vanno permessi, avvalendosi dei poteri di prefetti e questori. Non si tratta di restrizione della libertà, ma di tutela della salute dei cittadini.

Il fatto che una vicequestora di Roma non abbia esitato a partecipare ed a parlare ad una manifestazione no green pass  rappresenta un fatto di inaudita gravità perché’ un funzionario di  polizia deve rimanere sempre sub lege e non  può esprimersi   contra legem. Il fatto che molti anni fa la  Polizia sia stata smilitarizzata nel clima demagogico degli anni 70 è una delle cause di questa  situazione che, ad esempio, un carabiniere con le stellette non si sognerebbe mai neppure di pensare. Ma il fatto di non avere le stellette non giustifica atti di insubordinazione che vanno sanzionati disciplinarmente e denunciati alla Magistratura che forse  in certi casi dovrebbe agire d’ufficio. Il rifiuto a priori del green pass ha impedito una critica meditata  al decreto votato alla Camera che noi abbiamo subito avanzato per ciò che riguarda un’applicazione lacunosa e  contraddittoria dell’obbligo del green pass, ad esempio nei tribunali e nelle stesse scuole.
Ma ci sono due vistose incongruenze che vengono alla luce solo in questi giorni: il fatto che il green pass non sia richiesto nei luoghi di culto ed invece venga preteso nelle sale- conferenze. Una discriminazione ingiustificabile, se il fine è la tutela della salute che deve riguardare credenti e non credenti  indifferentemente. Le elezioni amministrative avranno modalità diverse sul non uso del green pass per il primo turno del 3 e 4  ottobre dove non ci sarà nessun controllo, mentre per il ballottaggio verrà imposto il green pass. Un modo assurdo di procedere che fa perdere oggettivamente di credibilità al green pass stesso. Un voto sicuro o più sicuro possibile deve essere garantito  fin dal primo turno . Aver messo l’entrata in vigore del decreto il 15 ottobre è una furbata piuttosto vistosa che va denunciata. La tutela della salute va garantita sempre e non nei modi in cui il bizantinismo levantino  dei legulei si sostituisce alla capacità di decidere di chi governa. Draghi e Mattarella non possono consentire queste ambiguità.
La colpa di questi veri pasticci sono attribuibili soprattutto  ai sabotatori interni al governo rappresentati  soprattutto dalla Lega e alla pressione esterna dell’opposizione. L’Italia ha bisogno di gente seria e capace e vorrei sentire cosa pensa il generale Figliuolo di questi provvedimenti . Il generale è persona seria che non parla, ma agisce in silenzio come si addice ad un militare  ,tra tanti pagliacci che pontificano in modo sempre più intollerabile . Gli Italiani dovranno sanzionare con il voto amministrativo anche chi si sta rivelando irresponsabile. E’ un nostro diritto andare a votare in sicurezza. Altrimenti molti come minimo staranno a casa. Ci pensino i vari candidati sindaci che sul tema non vogliono esprimersi per non perdere voti. La realtà potrebbe rivelarsi esattamente opposta .

Green pass, Lega e Governo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Dopo un lungo viaggio in Freccia Rossa di molte ore con la mascherina obbligatoria perchè  l’impianto di aerazione non è stato modificato e potenziato, sarei portato a capire chi contesta il Green pass secondo le modalità stabilite dal Governo Draghi e votate in Parlamento.

Il prof. Quaglieni

Invece sono ancora più contrario di ieri  a chi si sottrae ad un dovere civico ed attenta alla vita degli altri, rifiutando il vaccino. E sono anche furente contro Ferrovie italiane che non hanno fatto altro che verificare burocraticamente  il Green pass e non hanno posto in essere delle migliorie  per  consentire un viaggio sicuro e non così intollerabile come quello a cui mi sono sottoposto. Sono stremato, ma non posso non evidenziare che le regole stabilite dal Governo sono lacunose e pasticciate. Già l’ottenimento  del certificato al primo vaccino è un’emerita stupidaggine che priva di valore il documento. Il fatto che siano esentati dal Green pass gli studenti appare un’altra vistosa incongruenza : non obbligati ad esibirlo a scuola, anche se tenuti ad averlo fuori dalla scuola. Nei tribunali l’obbligo riguarda i magistrati, ma non gli avvocati i quali sono tenuti invece  ad averlo nei loro studi a contatto dei clienti. Anche i periti, i consulenti, i testimoni, le parti del processo sono esentati . Capisco che diversamente ci potrebbero essere persone interessate ad approfittare della situazione per bloccare un processo, ma chi si comportasse in questo modo infame andrebbe sanzionato,  seduta stante,  in modo severo  anche con la privazione della libertà  personale. Non è chiaro inoltre  che diritti abbia un avventore di ristorante a poter verificare di essere servito da personale vaccinato , per non parlare dei taxisti che a Roma, in alcuni casi,   sono addirittura  senza mascherina. Ci sono altri pasticci nel decreto approvato alla Camera,  ma credo che bastino questi  esempi per comprendere i limiti vistosi di un provvedimento che dovrebbe evitarci le chiusure dello scorso anno. Io addebito ai ministri della Lega delle colpe politiche  gravi  nell’aver contribuito ad annacquare il decreto votato alla Camera con l’assenza vergognosa di 51 parlamentari leghisti al momento del voto. La Lega scherza con il fuoco e non si può più considerare un partito di governo. Fa demagogia come la Meloni sulla salute degli italiani, una cosa intollerabile. Queste demagogie avranno ripercussioni sul prossimo  voto  amministrativo , ma nel senso di far perdere consensi a certi partiti irresponsabili che confondono la licenza con la libertà. Se le cose rimarranno così, prepariamoci a richiudere tutto. Già la riapertura della scuola si sta rivelando un azzardo con dei primi segnali allarmanti. Un Green  pass a macchia di leopardo rappresenta una beffa e un premio agli irresponsabili che rifiutano il vaccino che vanno isolati  socialmente a tutela della salute collettiva. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti e mi rifiuto di credere che un uomo come Draghi non colga la necessità di governare con la fermezza necessaria di fronte ad una pandemia che ha sconvolto le nostre vite e le minaccia quotidianamente. Forse occorre un ministro degli Interni politico e non una semplice burocrate, che abbia il polso necessario per affrontare una situazione eccezionale senza precedenti.

scrivere a quaglieni@gmail.com

Il Covid e la senatrice Ferrero di Collegno

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Anche la senatrice  leghista Roberta Ferrero, eletta nel collegio di Collegno, ha avuto il suo attimo di gloria, anche se non proprio esaltante.

Il prof. Quaglieni

La signora Ferrero  che appare laureata in Economia e commercio ed esercita un’attività artigiana , ha promosso un convegno in una sala prestigiosa del Senato della Repubblica che farebbe sorridere, se non facesse piangere. Infatti il convegno era dedicato al COVID  “come malattia curabilissima a domicilio“ che ha avuto come principale  relatore un dottore in scienze politiche, tale Rango, il quale  ha avuto modo di lanciare da una sede istituzionale le sue teorie in materia medica. C’è già troppa confusione sui green pass e tante altre cose. E’ mai possibile che un partito di governo come la Lega appoggi  queste iniziative che diffondono messaggi socialmente pericolosi? Questo  convegno non è da confondere con il libero dibattito, come sostiene la senatrice di Collegno. Il libero dibattito è tutt’altra cosa e non è propriamente congeniale a chi non sa nulla di cultura liberale, come testimonia il  davvero molto succinto curriculum della senatrice. Già sul green pass la Lega ha preso una posizione ambigua, per non dire in contrasto con il Governo di cui fa parte. Che dia spazio e visibilità ad una senatrice che è stata in piazza contro il green -pass e che non risponde alla domanda che le viene posta se è vaccinata, risulta una scelta da censurare in modo netto. Tra l’altro da questo convegno è venuto anche fuori che la Regione che si è peggio comportata nella lotta al COVID è la Lombardia a guida leghista. Davvero un autogol politico incredibile. Consigliamo alla senatrice Ferrero di tornare nei ranghi dei peones, evitando esposizioni mediatiche che  vadano oltre quella che un tempo era la cinta daziaria di Collegno. La senatrice in questione mi ha fatto perfino riconciliare con Gustavo  Zagrebelski dal quale mi divide da sempre un totale dissenso.

La “Passione per la libertà” non sia passerella politica

Caro Direttore,

Non concordo con il signor Nela che pure si rivela così gentile con me. La presentazione  del mio libro “Passione per la libertà “  al parco delle Vallere non poteva essere una passerella per politici. Il mio libro va immodestamente  un po’ oltre le scadenze elettorali . Quindi ho apprezzato l’assenza dei candidati sindaci che avrebbero solo  potuto sedersi come qualsiasi altro uditore, ma non avrebbero mai potuto portare saluti . Damilano non è diverso dai suoi colleghi e semmai mi è dispiaciuto leggere della sua assenza alla manifestazione per l’ Afghanistan. Colgo invece l’occasione per ringraziare i molti candidati di diverso orientamento  politico che sono stati presenti ad un evento culturale  che hanno anteposto ad un pomeriggio di propaganda elettorale. Sono per lo più giovani e la loro presenza mi ha onorato molto. Per ragioni di  assurda par condicio non credo di poterli  nominare  e ringraziare  e mi dispiace. Gente che preferisce la cultura alla campagna elettorale suscita fiducia e fa sperare in un Consiglio comunale migliore di quello pessimo di questo ultimo quinquennio.
Pier Franco Quaglieni
Leggi anche:

Barbero, adesso basta!

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Lo storico medievalista di Vercelli Alessandro Barbero, non contento delle continue scorribande in territori storici non di sua competenza, adesso diventa anche  un profeta,  parlando di COVID e di Green Pass con il solito logoro manifesto di intellettuali in cui i medesimi si sottraggono, come professori e quindi pubblici dipendenti, all’obbligo del Green Pass.

Un manifesto che si potrebbe definire corporativo. Non ho più risposto  di recente sul tema delle foibe  a Barbero che ho la colpa di aver contribuito a far conoscere quando era un modesto professorino di Pinerolo e non esibiva davanti a me la gloriosa  tessera del  PCI firmata da Berlinguer oggi ostentata come una reliquia . Ho chiuso il discorso con lui in  un  capitoletto  a lui dedicato nel mio ultimo libro e non intendo riaprire il discorso oggi che, seguendo il suo degno compare Montanari, contesta il giorno del ricordo del 10 febbraio vedendolo come una risposta di stampo fascista alla giornata della memoria. Barbero dimentica perfino  che quel giorno venne votato dal pds  e sostenuto da Violante e Fassino. Ma  forse ha l’attenuante che nel 2004  ,quando venne istituito il giorno del ricordo, forse egli si occupava solo  di Medio Evo e non seguiva più la politica, essendo  ormai un orfano inconsolabile  del  suo amato PCI. Non posso tuttavia non ricordargli che il 10 febbraio è la data del Trattato di pace che privò l’Italia  dei suoi territori dell’Adriatico Orientale è una data infausta  della nostra storia imposta dalla sinistra per votare il giorno del ricordo: un compromesso all’italiana anche sulle vittime delle foibe. Non è il caso di attenzionare ulteriormente Barbero , ma non si può non condannare  con tutta la durezza necessaria l’ennesima comparsata mediatica sul Green Pass che è stata condannata persino da Gramellini il quale ha definito ipocrita la posizione del Vercellese. Barbero e i suoi colleghi che condannano il green pass si credono dei cittadini speciali in diritto di ribellarsi alle norme sancite da un governo democratico  che gode della fiducia del Parlamento. Forse essi  vedono il Green pass come il giuramento imposto ai professori dal Fascismo, mentre si rivelano  soltanto dei cittadini poco responsabili. I professori dovrebbero dare per primi l’esempio. Innanzi tutto si loro studenti. Certi manifesti ci portano a pensare, seppur in tempi e contesti differenti,  ai documenti degli anni 70 che armarono la mano agli assassini del commissario Calabresi. Chissà cosa penserebbe di Barbero il suo maestro Giovanni Tabacco che era un uomo pacato e uno scienziato che non cercò mai visibilità. Una volta che venne a parlare al Centro Pannunzio, si stupì molto di un mio invito a Barbero. Aveva ragione. Mille volte ragione. Una volta o l’altra scriverò cosa mi disse.

Censin Pich era il simbolo di un vecchio Piemonte parte della nostra storia migliore

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

All’età di 91 anni è mancato Censin Pich, figura-simbolo  della cultura piemontese doc. Il suo piemontesismo divenne così radicato e radicale che piemontizzo’ anche il nome Vincenzo. Eravamo amici da decine d’anni, anche se il divario di età tra noi ebbe sempre un certo peso, malgrado ci dessimo del tu.

Ci eravamo conosciuti al Gruppo d‘Unione “Camillo di Cavour” con Vittorio Prunas Tola e Metello Rossi di Montelera. Fondammo insieme il centro studi “Gimmy Curreno“, il quindicenne patriota medaglia d’Oro al Valor Militare agli ordini di Mauri,  eroicamente caduto per mano dei tedeschi. Eravamo ambedue impegnati per ricordare una Resistenza tricolore, volta a superare le vulgate ideologizzate. Un comune amico fu Domenico Giglio  Presidente del circolo “Rex” di Roma, mancato in luglio. Pich aveva una cultura liberal-democratica e vide con simpatia la nascita del Centro Pannunzio , prendendo parte a qualche iniziativa. Fu lui a farmi conoscere ij Brande’, la poesia di Pinin Pacot e di Nino Costa. Un altro comune amico fu Tavo Burat che arrivò a dialettizzare anche il cognome. Fu uno dei fiori all’occhiello del centro studi piemontesi. Il suo identificarsi con la  cultura e con la  lingua piemontese contribuì ad allentare il nostro rapporto. Qualche volta tramite mio Mario Soldati gli chiedeva la corretta scrittura di parole piemontesi  e la sua risposta era sempre pronta e dotta. Molto lontana, ad esempio, da Camillo Brero un maestro elementare sopravvalutato che Soldati non considerava affatto. Negli ultimi decenni ci eravamo persi perché da quando la Lega voleva salvaguardare a modo suo il patrimonio linguistico piemontese, inserendolo nell’insegnamento scolastico , io mi schierai nettamente  contro e per una scuola nazionale uguale dalle Alpi alla Sicilia . Le idee di Farassino erano per me non degne della benché minima considerazione. Lui invece si rinchiuse  sempre di più in difesa della piccola patria e della sua lingua. Un discorso che in verità non mi ha mai convinto e da cui anzi sono lontano. Detto con un esempio, io amo il Burzio scienziato della politica, molto meno il  piemontese d’antan. Ritengo che funzione della scuola sia quella di insegnare un buon uso dell’Italiano , cosa che non fa come invece  dovrebbe. Ma Censin era di un’altra idea e le nostre strade si allontanarono progressivamente. Pich ha messo una vera passione nel culto del vecchio Piemonte che per noi era anche il Piemonte sabaudo. Con lui scompare una razza piemontese , per dirla con Costa, in via di estinzione. Oggi abbiamo troppa gente che cita  parole inglesi  per moda e non sa l’italiano. Pich, pur sapendo benissimo l’Italiano, preferiva il piemontese, un piemontese letterario che non coincide con quello parlato ad Asti, a Cuneo o Vercelli. Di questo ed altro parlammo molte volte e mi addolora che una figura come lui non ci sia più. Era il simbolo di un vecchio Piemonte che resta parte della nostra storia migliore.

Tomaso Montanari rettore militante, il presidente dell’ Anpi Pagliarulo e le Foibe

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Lo storico dell’arte e prossimo rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari, esponente di una sinistra molto radicale, si è espresso contro il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, appoggiandosi alle tesi peregrine di un piccolo storico torinese e guida turistica, un patetico ed arrabbiato nostalgico di Tito, che ha scritto delle foibe in modo riduttivo, per non dire parzialmente negazionista.

Fratelli d’Italia e Lega sono insorti contro Montanari, chiedendone le dimissioni da rettore a Siena. Montanari ha reagito, minacciando azioni legali e facendo sapere che l’ex senatore Pagliarulo, attuale presidente nazionale dell’ Anpi, votò contro la legge istitutiva del 10 febbraio. Adesso arriva la solidarietà dell’Anpi nazionale a Montanari per la sua presa di posizione contro il 10 febbraio. Pagliarulo (che sembrerebbe non avere uno straccio di titolo di studio, da quanto si legge ) è stato un politico a tempo pieno che di professione fa il pubblicista (un’attività che di norma è abbinata all’essere professore, avvocato, medico ecc. e, quando non lo è, rivela il limite professionale di un giornalista di piccole testate o giornali di partito). Pagliarulo va anche ricordato per i suoi continui passaggi politici, ovviamente sempre nell’ambito dell’estremismo di sinistra, se si eccettua una rapida comparsata nel Pd. L’ Anpi per la sua storia meritava di meglio che un qualunque Pagliarulo.

Ovviamente nessuno in questi giorni di polemiche aspre ha citato i libri di Gianni Oliva che, uomo di sinistra, con coraggio fece conoscere il dramma delle foibe e dell’esodo al confine orientale in due grandi, fondamentali libri che il prof. Montanari non ha letto. Egli cita la guida turistica, divenuta improvvisamente storico, ma non il prof. Oliva. Sbagliano i critici di Montanari a chiederne la rimozione da rettore perché si rivelano intolleranti come lui e dimostrano di non conoscere le leggi costituzionali e dell’autonomia universitaria. Ma ha sbagliato anche l’Anpi ad essersi affidata ad un presidente nazionale che mette l’orologio della storia indietro di decine d’anni. Non è in questo modo che si tramanda la storia della Resistenza che fu plurale e non singolare, alla maniera di Pagliarulo. C’è davvero da rimpiangere la presidente Carla Nespolo, per non parlare del grande Arrigo Boldrini che nei suoi discorsi citava Benedetto Croce. Adesso manca solo che solidarizzi con Angelo D’Orsi che attaccò il presidente Mattarella per i suoi discorsi sulle foibe e per aver parlato di pulizia etnica da parte di Tito. Poi il discorso sarebbe completo.
Non cito neppure l’evanescenza della Federazione Italiana Volontari della Libertà (Fivl) che anche questa volta tace e si condanna alla irrivelanza. Anche loro hanno dirigenti non all’altezza rispetto a Cadorna, Mauri, Mattei, Speranza che furono l’anima dei partigiani non comunisti. Ma sbaglia anche nuovamente Montanari, promettendo che come rettore coltivera‘  “i valori dell’antifascismo in modo militante“ . La militanza non tocca ai rettori che debbono amministrare con oculatezza il loro Ateneo e debbono far rispettare la libertà di circolazione di TUTTE le idee all’interno dell’ Università. Questo è il vero antifascismo, altrimenti viene naturale pensare ad Ennio Flaiano che parlava di due specie di fascisti: i fascisti storici in camicia nera e i fascisti antifascisti in camicia rossa. Come ha scritto Aldo Grasso sul “Corriere“, Montanari vuole essere “un rettore di lotta e di governo“. Neanche il grande Concetto Marchesi rettore a Padova dopo il 25 luglio fino all’8 settembre 1943 osò tanto. Viene tristemente da concludere che in Italia sovente tutti i democratici sono antifascisti, ma non tutti gli antifascisti sono democratici. A dirlo fu Bettino Craxi, che Montanari considererà forse un delinquente e un ladro fuggito all’estero, ma la verità scomoda evidenziata da Craxi resta in tutta la sua evidenza. Forse sarà il caso che tutti si diano una regolata nell’interesse delle libertà civiche di un Paese che non può sempre avvitarsi nelle più sterili e stantie polemiche. Uomini come Luciano Violante queste cose le capirono e si attivarono per superarle, decine di anni fa.

Sandro Doglio a 90 anni dalla nascita. Giornalista, uomo libero e gastronomo fuori ordinanza

Di Pier Franco Quaglieni

Novant’ anni fa nasceva uno straordinario personaggio che il Piemonte dovrebbe onorare per la poliedricità dei suoi interessi che lo hanno portato a vivere esperienze professionali e di vita  diverse, sempre ricche di significato.

Forse di lui resta intatto il ricordo del gastronomo, ma sarebbe errato scrivere di Sandro Doglio ricordando solo i suoi interessi per quella che  Veronelli chiamava la «cultura del cibo» e il suo amore per la campagna e le cose naturali. Sì, è stato anche un eccellente  gastronomo, ma lo è stato come lo fu Mario Soldati che, in televisione, tra un film e un romanzo, andava alla ricerca dei «cibi genuini» nella Valle del Po. Infatti, se parliamo di Sandro Doglio (nato a Torino nel 1931), non possiamo dimenticare che fu un giornalista a tutto tondo. Aveva esordito giovanissimo sulla storica Gazzetta del Popolo, che fu una vera e propria scuola di giornalismo per intere generazioni, per poi passare undici anni dopo  alla Settimana Incom, un settimanale in cui si rispecchiava l’Italia degli anni ’60.

Dal 1962 al 1970 divenne corrispondente della Stampa da Bruxelles, chiamato al giornale da Giulio De Benedetti, un direttore-despota  che ha rappresentato una pagina eccezionale del giornalismo italiano. Doglio, anche per la sua preparazione nel campo dell’economia, era stato scelto come corrispondente da Bruxelles che, tra mille difficoltà e mille contraddizioni, stava diventando la capitale della nascente Europa. La scelta di De Benedetti venne confermata dal nuovo direttore Alberto Ronchey che tese subito a modificare, soprattutto a livello di corrispondenti esteri, lo staff creato dal suo predecessore. Resta degli otto anni trascorsi a Bruxelles la testimonianza di un libro (Europa senza domani,1968) che Doglio ebbe il coraggio di scrivere, dimostrando lungimiranza rispetto ad un europeismo di maniera, destinato a naufragare nell’utopia perché incapace di fare i conti con le difficoltà di conciliare un’Europa molto meno unita ed omogenea di quanto pensassero i Padri nobili dell’europeismo post –bellico. Doglio comprendeva le difficoltà di un’unità politica neppure oggi raggiunta . Ebbi spesso occasione di parlarne con lui  negli Anni 70 perché  fui per cinque anni vicepresidente del Consiglio italiano del Movimento Europeo e seguivo da vicino il dibattito europeista che aveva in Sergio Pistone ,mio maestro all’ Università e mio caro amico,un punto di riferimento molto importante.

Nel 1970 Doglio aderì’  all’invito di Umberto Agnelli che gli scrisse  testualmente: «La Fiat deve fornire l’immagine profonda di tutte le sue attività. Mi occorre non una, ma una serie di pubblicazioni specializzate, ben fatte, curate da giornalisti e coordinate da un ufficio che raccolga le informazioni dentro e fuori l’azienda. Lei è l’uomo adatto ad impostare e dirigere questo settore». Era finita l’era  di Valletta e con essa l’imperium della mitica signorina  Maria Rubiolo all’ufficio stampa della Fiat. Umberto Agnelli voleva qualcosa di più. A 39 anni Doglio si trova a capo della direzione stampa e relazioni esterne di corso Marconi. Ronchey l’avrebbe voluto corrispondente della Stampa da Mosca, ma l’invito di Agnelli ebbe prevalenza e Doglio rimase 6 anni in Fiat.

Furono anni di un’esperienza straordinaria , ma estremamente difficile perché essi coincisero con un clima arroventato in termini sindacali e politici, dentro e fuori la Fiat. Doglio non venne risparmiato e fu accusato di essere un giornalista prezzolato al soldo degli Agnelli: una definizione che avrebbe potuto portarlo davanti  al piombo del terrorismo eversivo nascente, come capitò, in fondo, per molto meno, a Carlo Casalegno. Ma Doglio non era certo uomo da arrendersi facilmente . Era un duro, un uomo capace di tenere salde le sue posizioni. Dal 1978 succedette a Ennio Caretto alla direzione di Stampa sera, il quotidiano del pomeriggio che stava affrontando la sfida per la sopravvivenza di fronte all’incalzare dell’informazione televisiva. Nel 1981 cedette la direzione a Michele Torre e Doglio si apprestò ad occuparsi, dopo tanti anni di giornalismo militante, di altre cose. La sua direzione del quotidiano rivelo ‘  anche qui la sua grinta e ricordo che non fu  sempre facile intrattenere rapporti con lui . Era un direttore che in tempi di prevaricazioni sindacali da parte dei giornalisti , sapeva farsi rispettare . E furono anni in cui  quel giornale divenne un covo di estremisti  simpatizzanti con le ali  politiche più estreme  , se non  con ambienti vicini al terrorismo , come denuncio ‘ con coraggio Vittorio Messori . Anche Doglio poteva essere un obiettivo dei terroristi .

Il suo ritiro a Montiglio d’Asti  gli consentì di dedicarsi ai piaceri semplici a cui aveva dovuto rinunciare .

Chi lo  ha conosciuto, sa che non si trattò di un’improvvisazione perché il culto della gastronomia, della vita agreste e ritirata era un qualcosa che lui sentiva profondamente e rappresentava quasi il contrappeso ad un impegno giornalistico  stressante che lo portava spesso a viaggiare lontano da casa . Quando poté ritirarsi a vivere nella sua casa  di campagna astigiana,  come è stato scritto, «tra i suoi cani, i suoi fiori, le piante da frutta, le uova d’anatra, l’acqua del pozzo, gli alambicchi stillanti, il pane del forno», Doglio visse in qualche modo una nuova giovinezza.

Incominciò a scrivere una fortunata rubrica, Il gentiluomo di campagna, in cui poté esprimere questo aspetto inedito di sé. In essa dispensava apparentemente dei consigli per la campagna, gli animali da cortile, i cani, i fiori, i vigneti, i vini, i formaggi tipici, le piante da frutto e tanti altri aspetti dalla vita in campagna. Se però si sapeva leggere tra le righe, si capiva che la rubrica era un pretesto per poter parlare di un mondo contadino in cui Doglio aveva saputo ritrovare elementi autentici per cui valeva vivere. Nelle sue pagine si respirava la poesia della nebbia delle sue colline del Monferrato con un lirismo che sarebbe stato difficile intuire in un uomo con la sua esperienza e con un carattere piuttosto difficile. Solo Edoardo Ballone, anche lui legato al Monferrato, a Moncalvo per la precisione, ha saputo, come Doglio, far rivivere certe atmosfere contadine che fanno pensare ad alcune pagine del Carducci e del Pascoli, due poeti molto distanti tra loro, ma ambedue sensibili al mondo della natura.

È la civiltà contadina del vecchio Piemonte, quello eternato da certe pagine di Filippo Burzio e di Arrigo Cajumi, un Piemonte ormai definitivamente scomparso di cui Doglio è stato uno degli ultimi interpreti. Scrivere di tradizioni piemontesi e di cucina ha significato per Doglio recuperare quanto poteva ancora essere salvaguardato dal diluvio imminente della “globalizzazione” che avrebbe reso tutto scialbo e banale perché standardizzato, ripetitivo, industriale. Perdere le ragioni della civiltà contadina è stato un grave arretramento in termini di civiltà. Mario Soldati l’aveva già capito molti anni prima, mettendo in evidenza come ormai la qualità fosse rintracciabile solo in provincia, nelle zone rimaste vergini rispetto a un certo apparente progresso. Doglio, che vive in un’altra epoca, cerca disperatamente di salvare ciò che è salvabile di un mondo che tra gli anni ’80 e ’90 sta per essere travolto. Il tanto celebrato Carlin Petrini non ha inventato nulla perché si è messo sulla scia dei Soldati e dei Doglio con indubbie capacità organizzative e tantissimi consensi che gli hanno permesso persino di diventare professore universitario  per chiara fama  e di fondare una università a Pollenzo.

Il libro I buoni indirizzi – La guida di Sandro Doglio Piemonte, Liguria, Costa Azzurra, Valle d’Aosta, 1996 resta un piccolo classico di come si possa salvare un mondo che stava e sta definitivamente scomparendo sotto i colpi dei supermercati, delle pizzerie e delle tavole calde. Indirizzi di ristoranti e di trattorie ma anche enoteche, panetterie, negozi di alimentari, pasticcerie, macellerie ecc. che, come ha scritto Piero Bianucci, rappresenta «una carta geografica mirata esclusivamente  alla buona tavola e ai cibi genuini». Doglio nella sua guida rifiuta l’uso di stelle, cappelli, forchette e cuori. A lui non interessa attribuire dei voti, ma fornire una informazione il più oggettiva possibile: per i ristoranti segna prezzo medio, tipo di cucina, arredo, parcheggio, specialità, piatti particolari, indicazione sui vini. Se lo ritiene necessario, aggiunge qualche notazione storica e qualche cenno su chi gestisce il locale o sta in cucina. Ma non dà giudizi, perché è il lettore che deve scegliere e poi giudicare. Rispetto a tante altre guide, quelle di Doglio brillano per il rigore informativo e il rifiuto di scelte trancianti.

Quando scrisse una sorta di rassegna annuale delle principali guide (erano gli anni in cui, ad esempio, stava  affermandosi Vissani, il cuoco di d’Alema) tenne conto delle principali sei, ma senza ricalcarne i giudizi, anzi mantenendo una voluta neutralità. Il modello a cui si ispirava Doglio era quello di Ruth Rechi, critica–gastronoma del New York Time che «cerca sempre  di mantenere l’incognito, mascherandosi anche con parrucche di diverso colore» e che prima di dare un giudizio su un locale «ci deve aver mangiato almeno quattro volte». Doglio, senza fare polemiche con gli autori delle diverse guide, si limitò ironicamente a osservare che «l’America è lontana», anche se con quella frase diede un giudizio sferzante assai eloquente. Nel Dizionario della gastronomia piemontese fa un’opera quasi di ricostruzione filologica di un mondo sconosciuto ai più .

Doglio mori nel luglio 1998. Così in qualche modo si interruppe  il senso di un lavoro  importante per la tutela di una tradizione e di una cultura che costituiscono uno dei titoli di maggiore orgoglio della  erra piemontese. Ma certo egli è stato un antesignano di quel “gusto”, anzi di quel buongusto che faceva di lui, oltre che un giornalista cosmopolita, un gentiluomo di campagna. Oggi dimenticato e travolto dall’egemonia Slow Food e da Eataly, la gastronomia politicamente corretta che ha trionfato ed ha predominato all’Expo di Milano. A volte, durante la rassegna milanese, ho pensato cosa avrebbe potuto scrivere Doglio di tanti miti e di tante sciocchezze celebrate nel corso del 2015 e che si sono rivelati fuochi fatui.

L’altra sera pranzando amabilmente ad Albenga ,ospite di Silvio Fasano, con Edoardo Raspelli ,il più grande ,vero ed unico gastronomo italiano d’oggi , mi è tornata alla mente ( erano quasi le tre del mattino ) la figura di Doglio . Avrei voluto chiedere a Raspelli un suo ricordo di Sandro  ,mentre  invece abbiamo parlato  di un grande giornalista e  comune amico, Franco Pierini  , un altro grande dimenticato ,in primis da un giornalismo che ha perso la sua vera dimensione professionale e civile . Poi ci siamo scritti e Raspelli mi ha detto che fu un suo grande amico .

Chissà se qualcuno si ricorderà di  lui almeno a novant’anni dalla sua nascita? Molti ne hanno abbastanza delle prediche di Petrini e degli affari di Farinetti . Riandare a Doglio significa pensare alla semplicità di una vita che non c’è più . Una volta gli raccontai della mia “ infanzia dorata “ nel castello di Camerano Casasco a contatto con i cavalli ,i pulcini ,le anitre ,i conigli e mi disse che ero stato un privilegiato.E in effetti oggi che vivo prevalentemente “tra il cordame dei velieri” come diceva Gozzano, desidero con crescente nostalgia  quelle colline che  Doglio amava ed a cui ha dedicato pagine  cariche di una profonda evocazione, anche poetica, per il tempo che fu .E ‘ scandaloso che non sia stato possibile reperire neppure una sua fotografia almeno a Montiglio .