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Torino ricorda Marco Pannella

All’associazione Camis de Fonseca

A TORINO IL RICORDO DI MARCO PANNELLA NEL DECENNALE DELLA SUA SCOMPARSA, EVENTO PROMOSSO DALL’ASSOCIAZIONE MARCO PANNELLA E DAL CENTRO PANNUNZIO.

 

MARCO PANNELLA: 10 ANNI DI COMPRESENZA DEL NOSTRO AGIRE POLITICO.

Giustizia Giusta, Carcere, Partito Radicale nonviolento, transnazionale e transpartito, Nonviolenza, Antiproibizionismo, Democrazia, Libertà, Legalità, Stati Uniti d’Europa, Tibet, Riforme istituzionali, Liberalismo, Libertarismo, Communities of Democracy, Diritti Civili, Diritti Umani, Uguaglianza.

Torino, domenica 12 aprile 2026
Associazione Camis de Fonseca Via Pietro Micca, 15 – Torino

ore 9,50-14,30

IN APERTURA SALUTI ISTITUZIONALI DEL SINDACO DI TORINO STEFANO LO RUSSO E DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE PIEMONTE ALBERTO CIRIO

PRESENTAZIONE DELL’EVENTO:

Sergio Rovasio, Coordinatore Associazione Marco Pannella di Torino, già assistente di Marco Pannella
 
INTERVENTI INTRODUTTIVI:
– Prof. Pier Franco Quaglieni, Presidente del Centro Mario Pannunzio,
– D,sa Mirella Parachini, medico, storica attivista dei diritti civili
– Valter Vecellio, giornalista, Direttore di Proposta Radicale
Tra gli interventi e i saluti: Francesco Rutelli, Giuliano Ferrara, Francesco Merlo, Maurizio Molinari, Mariano Giustino, David Parenzo, Luca Telese, Edoardo Camurri e molti altri; 
tutti i nomi nella locandina:

 

Magna Olsa Lighting, l’allarme di Pentenero (Pd)

La cessione della Magna Olsa Lighting, realtà con sedi a Rivoli e Moncalieri, al fondo tedesco Mutares rappresenta l’ennesima ferita per il tessuto produttivo e metalmeccanico torinese. Parliamo di un’azienda storica nella produzione di illuminazione per auto, con 299 lavoratrici e lavoratori già costretti a un regime di contratto di solidarietà dal maggio 2025 e colpiti da ben tre procedure di licenziamento collettivo negli ultimi tre anni. A rendere la situazione ancora più allarmante è proprio l’identikit dell’acquirente: si tratta dello stesso fondo straniero che di recente ha annunciato la volontà di chiudere lo stabilimento Primotecs di Avigliana. Di fronte all’avanzata di investitori a cui interessano palesemente più le rendite finanziarie che i prodotti industriali, la Giunta regionale e il Governo nazionale continuano a brillare per la loro inazione.
Mentre Stellantis sposta il baricentro in Nord Africa, investendo 200 milioni per potenziare il polo produttivo di Orano in Algeria, a Torino assistiamo all’inesorabile impoverimento dell’indotto. Per questo chiediamo con forza alla Giunta e al Presidente Cirio: a che punto siamo con la cabina di regia permanente sulle crisi aziendali? In passato era stata promessa l’istituzione di un tavolo politico per monitorare le crisi del territorio e affrontarle alla stregua di una vera e propria “calamità naturale” per ottenere fondi da Roma. Oggi, davanti al dramma della Magna Olsa, questo strumento sembra scomparso dai radar.
Oggi più che mai, al Piemonte serve un Assessore al Lavoro a tempo pieno: una figura che oggi di fatto manca nella Giunta, e che abbia il peso politico di alzare la voce a Roma sulle mancate politiche industriali. Serve un’interlocuzione forte e determinata con il Governo nazionale. Chi ci governa deve andare nei Ministeri non solo per pretendere piani industriali credibili, ma anche per esigere provvedimenti urgenti sul fronte energetico. I sindacati hanno già avvertito della necessità vitale di un confronto sulle drammatiche conseguenze che i costi dell’energia hanno sulla produzione. A questo si aggiunge l’aggravante della crisi internazionale del petrolio: il costo dell’energia legato alle tensioni sullo stretto di Hormuz rischia di dare il colpo di grazia alle nostre imprese manifatturiere.
Il tempo degli annunci è finito. Pretendiamo che la Regione si assuma le proprie responsabilità, colmando il vuoto politico attuale, e convochi immediatamente le parti per difendere il futuro occupazionale di Magna Olsa e dell’intero ecosistema automotive piemontese.
Gianna Pentenero – presidente Gruppo PD Consiglio regionale del Piemonte

Una deputata europea molto speciale

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il prof. Quaglieni

Benedetta  S c u d e r i   è  una giovane deputata europea  di Verdi – sinistra italiana che è stata quasi offuscata da Ilaria  S a l i s, maestra insuperabile  di estremismo non solo verbale. La   S c u d e r i   è un’estremista fortunatamente  solo a parole, ma è una donna ansiosa ed ansiogena  da evitare assolutamente come un male inquietante che ti blocca il pensiero, come una specie di donna angelicata del nuovo millennio.  Rete 4 ce la impone spesso come commentatrice di politica estera.  Ascoltandola, mentre parla a macchinetta, da’ l’idea di essere una “sempliciotta” e invece è laureata in Legge a Roma Tre  ed ha conseguito parecchi master, per quel che i master oggi  possano valere.  Su temi seri, anzi drammatici,  come la guerra, Gaza, Israele, l’Iran,  Trump, sentenzia come fosse un libro stampato, anzi un libretto rosso maoista  del secolo scorso. Schematizza,  semplifica la complessità della guerra cercando di imporre in modo a volte esagitato un pacifismo fuori dalla realtà. Pannella, il non violento, non l’avrebbe sopportata: una specie di suor Marisa Galli che da radicale divento’ comunista. Ascoltandola si finisce di rivalutare Trump. Sembra impossibile, ma è così .

Quando parla, quasi non respira perché la foga tribunizia la divora.  Sembra una Teresa Noce rediviva che perfino il marito Luigi Longo non riuscì più a tollerare.
Forse non sa neppure chi sia stato,  ma ricorda gli allievi – modello di Zdanov  che fu l’ispiratore culturale dello stalinismo.
Forse non se ne rende conto, ma sta mettendo indietro le lancette della storia. L’Europa è a pezzi, ma una deputata così appare un fenomeno tipicamente italico,  mediterraneo di chi non guarda alle Alpi, ma all’Africa, come diceva Ugo La Malfa. Quando penso che ho conosciuto deputati europei come Rosario Romeo, Enzo Bettiza, Jas Gawronski,  lei mi  fa venire in mente solo Giulietto Chiesa, il filo sovietico bigotto  che sostituì Occhetto a Bruxelles.

PD: Valorizzare residenze sabaude e l’eccellenza nel restauro 

8 aprile 2026″La Reggia di Venaria e il centro per il restauro e la conservazione rappresentano un’eccellenza non solo per il Piemonte e non solo nell’ambito della formazione, della conservazione e del restauro, ma sono strumento per la promozione dello studio scientifico dell’arte. Si tratta di risorse importanti nel contesto della Rete delle residenze sabaude che vanno valorizzate con un patto che ne rafforzi la promozione e il rapporto col territorio nella sua complessità. Il centro del restauro è oggetto di un importante investimento regionale e ministeriale per la realizzazione del nuovo polo scientifico. Sono due realtà che richiedono una attenta valorizzazione delle professionalità e degli investimenti pubblici”.

Con queste parole le consigliere regionali del Partito Democratico Laura Pompeo, portavoce Pd in VI Commissione, Gianna Pentenero e Nadia Conticelli commentano l’esito del sopralluogo della VI commissione Cultura del Consiglio regionale alla Reggia di Venaria. La visita al centro per il restauro e la conservazione della residenza sabauda è stata un’occasione per approfondire molti aspetti della gestione e dello sviluppo della struttura insieme alla direttrice Chiara Teolato e al presidente Alfonso Fugis.

Laura POMPEO – Consigliera regionale del Partito Democratico e portavoce della VI Commissione per il Pd

Gianna PENTENERO – Presidente del Gruppo Pd

Nadia CONTICELLI – Consigliera regionale del Partito Democratico

Carceri al collasso: AVS chiede seduta del Consiglio regionale

Nella conferenza dei capigruppo odierna abbiamo nuovamente sollecitato, ormai per la terza volta nelle ultime settimane, la convocazione di una seduta aperta del Consiglio Regionale sulla situazione delle carceri piemontesi: si tratta di un impegno che la stessa maggioranza aveva assunto nella precedente legislatura, in cui era stato approvato un atto di indirizzo con il quale si prevedeva una volta all’anno la convocazione di una seduta aperta di consiglio regionale ad hoc come momento permanente di monitoraggio e ascolto dei rappresentanti dei lavoratori della Polizia penitenziaria per monitorare salute e sicurezza all’interno delle carceri. Dopo la seduta del 12 novembre 2024, nulla di tutto ciò è stato fatto nel 2025 e la situazione delle carceri piemontesi intanto è al collasso. Alla situazione fuori controllo di Torino, denunciata in questi giorni anche dai sindacati di polizia penitenziaria e che ha portato a due decessi soltanto nell’ultimo mese, si affiancano infatti situazioni di sovraffollamento e carenze rieducative eclatanti in strutture come quella di Biella o il Don Soria di Alessandria, mentre progetti virtuosi come quelli in essere presso il carcere di Saluzzo e il San Michele di Alessandria, convertito al 41 bis senza nessuna comunicazione con il territorio, vengono inopinatamente interrotti.

Da inizio 2026 abbiamo visitato sette strutture di detenzione del Piemonte, riscontrando una situazione drammatica e che abbiamo visto drasticamente peggiorare dall’inizio del nostro mandato: sovraffollamento, strutture fatiscenti e inadeguate, sofferenza psicologica, tensione tra le persone detenute, carenza di personale, e in particolare di educatori, misure disciplinari utilizzate a fini meramente punitivi decise dal DAP di Roma che rendono ancora più disperata la situazione.

Tornare ad accendere un faro su questa situazione in Consiglio Regionale è assolutamente necessario: anche la Regione deve farsi carico, almeno per quanto riguarda la sanità e i percorsi di reinserimento lavorativo, di una situazione che è indegna di un paese civile.

La violazione sistematica dei diritti delle persone detenute e le condizioni critiche di lavoro del personale sono una responsabilità di chi governa, e non si può rimanere a guardare.

Alice Ravinale

Valentina Cera
Giulia Marro

Comportamento e progetto, ecco la buona politica

 

LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Pietro Scoppola, autorevole e qualificato storico cattolico, amava sostenere che un buon politico,
e non solo un buon politico cattolico, deve sempre legare nella sua attività pubblica “la cultura del
comportamento con la cultura del progetto”. Una riflessione molto efficace che, soprattutto, non
scade. Anche e soprattutto nel contesto politico contemporaneo.
Ora, non si tratta di ridurre questa riflessione ad un banale e qualunquista richiamo moralistico.
Semmai, e al contrario, si tratta di affermare con forza che la politica e chi la esercita si regge su
due presupposti fondamentali. “La cultura del comportamento”, innanzitutto. Ovvero, un modo
d’essere in politica che, al di là della provenienza culturale, ideale o religiosa dei singoli, si
caratterizza per la sua serietà, per la sua sobrietà e, nello specifico, per la sua trasparenza. Senza
ridurre il tutto alla dimensione privata dove, come ovvio, non ci sono giudici che possono elargire
sentenze inappellabili, il comportamento pubblico non può che essere sempre esemplare e
corretto. Certo, dopo l’irruzione del populismo e di una classe dirigente casuale, improvvisata e
pressapochista, la stessa categoria della moralità pubblica ha subito una brusca battuta d’arresto.
Ma è altrettanto indubbio che la politica può recuperare la sua credibilità, la sua autorevolezza e il
suo prestigio solo se chi la esercita tanto a livello nazionale quanto a livello locale non si
compromette con atteggiamenti e comportamenti discutibili se non addirittura squallidi. Non si
tratta di rimpiangere il passato ma, se vogliamo fare un confronto storico, non possiamo non
prendere esempio da larga parte della classe dirigente della cosiddetta prima repubblica. A
cominciare proprio dai due grandi partiti popolari e di massa dell’epoca, cioè la Dc e il Pci. Al
riguardo, non si inventa nulla. È sufficiente, appunto, recuperare uno stile e un modo d’essere che
per molti decenni hanno caratterizzato la vita pubblica del nostro paese.
Ma la “cultura del comportamento” sarebbe monca se non è sempre accompagnata, come
diceva appunto Pietro Scoppola, dalla “cultura del progetto”. E questo perchè quando un partito
o, peggio ancora, una coalizione di partiti, non hanno un progetto di società, una visione di futuro,
una ricetta di medio/lungo periodo, il tutto si riduce inesorabilmente al trasformismo politico,
all’opportunismo parlamentare e anche, e soprattutto, ad una gestione all’insegna dell’ordinaria
amministrazione e della mera sopravvivenza. Inoltre, senza una dimensione progettuale è la
stessa politica ad essere perennemente in crisi e in balia delle onde. Certo, la categoria del
progetto esige e quasi impone da un lato una precisa e definita cultura politica di riferimento e,
dall’altro, una concezione della stessa politica che non può essere prigioniera degli istinti più
triviali e che insegue perennemente e supinamente tutto ciò che caratterizza la cosiddetta
pubblica opinione. Il progetto, cioè, impone una politica che guida i processi e che orienta la
società e che non si limita ad inseguire e cavalcare gli istinti. Questa, del resto, è la differenza di
fondo che passa fra il popolarismo e il populismo.
Ecco perchè recuperare la “cultura del comportamento e la cultura del progetto” oggi è, oltrechè
un compito politico, anche un dovere morale.