LO SCENARIO POLITICO

Esiste un’alternativa democratica credibile al manuale Cencelli?

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

Da sempre si ironizza sul cosiddetto “manuale Cencelli”. E se ne parla anche dopo la scomparsa dell’esponente democristiano. Ma la domanda centrale a cui si deve dare una risposta credibile, e non ipocrita, è sempre la stessa. E cioè, ma qual’è, realisticamente e al di là delle furbizie e degli escamotage, l’alternativa democratica all’antico manuale Cencelli? Riavvolgiamo il nastro. Il ‘manuale Cencelli’ non era nient’altro che la rigorosa applicazione del metodo democratico nella composizione degli organi di partito e, di conseguenza per quell’epoca, nelle istituzioni. Ovvero, il peso della corrente all’interno del partito, nella Dc, era proporzionale ai voti ottenuti nei congressi locali e nazionali democraticamente organizzati e celebrati. E, di conseguenza, quel peso all’interno del partito veniva trasferito nella distribuzione del potere che spettava alla Dc nei vari organismi istituzionali. Certo, era una stagione dove la classe dirigente era selezionata democraticamente dal basso, dove il sistema proporzionale era la regola e non una eccezione e dove, soprattutto, gli organi di partito e gli incarichi istituzionali non erano riconducibili alla sola “fedeltà” nei confronti del capo partito. Che oggi, invece e al contrario, è semplicemente indiscusso ed indiscutibile. Ora, e senza alcuna polemica, ci dobbiamo porre una sola domanda: ma qual’è, oggi, l’alternativa democratica al ‘manuale Cencelli’ nella selezione della classe dirigente? La risposta, purtroppo, è nei fatti. E cioè, con la sostanziale scomparsa dei grandi partiti popolari, democratici e di massa, l’unico criterio che svetta è quello della rigorosa e quasi scientifica ‘fedeltà’ nei confronti del capo. Non a caso le minoranze negli attuali partiti o non esistono più o, se esistono, sono gentilmente invitate a non disturbare. Viene garantito quello che si definisce “un diritto di tribuna” – cioè una manciata di candidature blindate gentilmente elargite dal capo partito – e tutto finisce lì. Come capita, del resto, nel Partito democratico a guida Schlein. Negli altri partiti, molto più semplicemente, le minoranze non esistono e quindi il potere delle nomine appartiene integralmente al capo indiscusso. E il modello politico ed organizzativo, di conseguenza, non può che essere quello del “partito personale” o “del capo” o del “partito proprietario”. È persino ovvio arrivare alla conclusione che in un contesto del genere, cioè quello contemporaneo, il cosiddetto ‘manuale Cencelli’ è del tutto superato e quasi anti storico perché la democrazia nei partiti non esiste più. Al massimo resta in piedi la democrazia dei partiti. E proprio questa è la differenza di fondo tra il passato – per semplificare, penso alla esperienza della Dc e quindi del ‘manuale Cencelli’ nella prima repubblica – e la fase politica attuale. Perchè ieri esisteva la ‘democrazia dei partiti’ e, soprattutto, svettava la ‘democrazia nei partiti’. Oggi, e mi limito a fotografare la situazione esistente, esiste a malapena la democrazia dei partiti. Almeno di ciò che resta dei grandi partiti democratici, popolari e di massa del passato. Ecco perchè, per ragioni semplici ma oggettive, sul ‘manuale Cencelli’, che appartiene come ovvio e scontato ad un’altra stagione storica e politica del nostro paese, è inutile ironizzare. È inutile almeno sino a quando non si pianifica e non si intravede un modello alternativo autenticamente e realisticamente democratico e costituzionale nella selezione della classe dirigente e anche e soprattutto nelle nomine. Che c’erano ieri, ci sono oggi e ci saranno sempre. Ma l’alternativa non può essere quella del partito personale, del criterio dogmatico e fideistico della fedeltà al capo e, in ultimo ma non per ordine di importanza, della discrezionalità sganciata da qualsiasi pratica democratica. Pubblica e visibile. Questo è, oggi, uno dei principali nodi politici – e non statutari od organizzativi – da sciogliere nella cittadella politica italiana.

La Cisl vince. Basta conflitti

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LO SCENARIO POLITICO  di Giorgio Merlo

Il ruolo del sindacato, storicamente, passa attraverso la contrattazione, il dialogo con le parti sociali e con il Governo di turno, la rivendicazione dell’autonomia di giudizio e in ultimo, ma non per ordine di importanza, la ricerca di tutte le vie possibili per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Anche e sopratutto nei luoghi di lavoro. Eppure queste precondizioni non sempre hanno avuto vita facile in questi ultimi tempi nel sindacato italiano. Anzi, chi ha cercato di perseguire sino in fondo quella strada ha dovuto subire attacchi di tutti i generi. E allora, per uscire dalla metafora, non possiamo non evidenziare che oggi quelle precondizioni basilari – nonchè tradizionali – sostenute e praticate concretamente dalla Cisl in questi ultimi anni stanno trovando consensi sino a ieri insperati. Non è un mistero per nessuno se oggi registriamo che anche la Cgil, il tradizionale “sindacato rosso” del nostro paese che in questi ultimi tempi – con la gestione di Landini – si è, di fatto, trasformato in una organizzazione politica in aperto sostegno alla coalizione del ‘campo largo’, sta lentamente abbandonando la logico del conflitto e del pregiudizio a vantaggio di una posizione che rilancia l’obiettivo dell’unità sindacale. È di tutta evidenza che l’obiettivo dell’unità sindacale non si può concretamente perseguire attraverso la riproposizione del conflitto permanente, della “rivolta sociale”, dell’attacco sistematico al nemico politico – ovvero al Governo se non è della propria parte politica – e contrastando ferocemente tutto ciò che non rientra nel proprio progetto politico. Di partito o di coalizione poco cambia al riguardo. Ovvero, e detto con maggiore chiarezza, non si può più tollerare un sindacato che sostituisce, o supplisce, il ruolo e la funzione di un partito politico e si comporta come se facesse parte quotidianamente di una coalizione politica. Del resto, ed oggettivamente, la Cgil in questi ultimi tempi si è comportato come un partito politico al punto che non si capiva se era il sindacato che dettava l’agenda politica al partito e alla coalizione di riferimento o se era l’alleanza del ‘campo largo’ che indicava al sindacato la strada da seguire. Comunque sia, un cortocircuito che ha danneggiato, a mio parere, sia il sindacato e sia la politica. Ora, almeno così pare sino a prova contraria, si sta lentamente aprendo un’altra pagina. L’importante conclusione del congresso nazionale della Uil da un lato e la partecipazione delle principali confederazioni sindacali al tavolo aperto in Confindustria dall’altro, confermano che il processo dell’unità sindacale sta, seppur lentamente e tra molte contraddizioni, recuperando consensi ed importanza. Purchè, e questa è la scommessa decisiva, si persegua sino in fondo la strada dell’autonomia del sindacato uscendo da quella subalternità politica che rischia di incrinare la credibilità e la stessa autorevolezza del sindacalismo italiano. Ecco perchè, e senza alcuna piaggeria, possiamo tranquillamente arrivare alla conclusione che la posizione mantenuta dalla Cisl in questi anni, rischiando anche l’impopolarità perchè fedele al ruolo tradizionale del sindacato senza piegarsi a nessun “politicamente corretto” o alla vulgata della “religione” progressista , alla fine ha pagato in termini di credibilità e di trasparenza. E questo per la semplice ragione che, per dirla con uno storico leader sindacale e politico del nostro paese, Franco Marini, “senza l’unità sindacale è lo stesso sindacato che è destinato a perdere peso e credibilità nel paese”. Adesso, quindi, va recuperato il terreno perduto. Senza ulteriori equivoci e tentennamenti.

Merlo, Tav: sì alla piazza popolare e no alla violenza politica

“Sono due gli elementi di fondo della prossima manifestazione popolare a favore della Tav. Un
poderoso Sì alla realizzazione dell’opera accelerando gli interventi necessari per evitare ulteriori
ed ingenti incrementi di risorse da un lato e, dall’altro, un altrettanto forte e massiccio No alla
violenza politica. Senza riproporre ridicole, grottesche, burocratiche o protocollari prese di
distanza. Perchè attorno al ritorno della violenza politica – anche di natura terroristica – occorre un
preciso e fermo pronunciamento. Chi non si dissocia con forza e convinzione ne è semplicemente
complice. Da qualunque parte provenga.
Queste sono le due motivazioni di fondo che adesso quasi impongono una forte, convinta e
coraggiosa mobilitazione politica di pazza e popolare a favore di una infrastruttura indispensabile
non solo per Torino e il Piemonte ma per tutto il nostro paese”.

On. Giorgio Merlo
Presidente nazionale Scelta Cristiano Popolare

Pd, ritorna il Pds. Dov’è la novità?

di Giorgio Merlo
Francamente trovo un po’ stucchevole la polemica attorno alle tre candidature a segretario nazionale anche arrivano dalla filiera Pci/Pds/Ds. La trovo stucchevole soprattutto dopo l’esito del voto del 4 marzo. Insomma, il 4 marzo, tra le molte altre cose, ha detto in modo chiaro che l’esperienza del cosiddetto “partito plurale” a “vocazione maggioritaria” e’ politicamente archiviata.


Il 4 marzo, oltre ad aver registrato una sconfitta storica ed epocale per quel partito nato appena 10 anni prima, ha segnato anche l’inesorabile ritorno delle identità politiche. Identità che saranno
necessariamente aggiornate e riviste rispetto al passato ma sempre di identità si tratta. A
cominciare da quella cattolico popolare e cattolico democratica che in questi ultimi anni si è
pericolosamente eclissata al punto di diventare, di fatto, irrilevante e del tutto marginale nella vita politica italiana. È nata una nuova destra che ha sostituito ed azzerato definitivamente il vecchio e tradizionale centro destra. Resta per il momento, anche se un po’ fiaccata, una identità antisistema e demagogica interpretata dal movimento dei 5 stelle. All’interno di questo contesto, e’ del tutto naturale, nonché scontato, che anche la sinistra si riorganizzi. Ritornando, seppur in forma aggiornata, al tradizionale partito della sinistra italiana. Una sinistra che in questi anni e’ stata devastata e quasi distrutta dalle politiche del renzismo – con il plauso conveniente e di comodo di moltissimi esponenti della filiera Pci/Pds/ Ds – e che adesso, com’è ovvio, deve essere radicalmente ricostruita. Dalle fondamenta. E qui arriviamo al punto decisivo e qualificante. E cioè, come ci si può stupire se 3 esponenti che arrivano dalla storia politica e culturale del Pci/Pds/Ds si candidano alla guida di un partito che punta a ricostruire la sinistra dalle fondamenta? Come ci si può stupire se, dopo il voto del 4 marzo e la fine del partito plurale e a vocazione maggioritaria, si punta direttamente a ridefinire e ad affinare il pensiero e la cultura della sinistra italiana? Ma chi dovrebbe guidare un partito che ha quella “mission” specifica ed esclusiva se non chi arriva direttamente da quella tradizione? Ecco perché le polemiche, o lo stupore, non hanno più senso di esistere. Al di là degli obiettivi, dei posizionamenti e delle piroette dell’ex segretario del Pd Matteo Renzi. Occorre prendere atto che si è aperta una nuova fase politica e storica. È del tutto inutile, nonché controproducente, continuare la litania del partito a vocazione maggioritaria e plurale quando le circostanze storiche che hanno dato vita al Pd veltroniano sono ormai un semplice ricordo del passato. Quella stagione e’, ormai, alle nostre spalle. Chi pensa di riproporla meccanicamente rischia di far naufragare anche il progetto oggi incarnato, seppur con sfumature incomprensibili, dai 3 candidati di sinistra per rilanciare un partito di sinistra. Semmai, e questo è un altro punto politico non secondario, si tratta di capire se è utile avere 3 candidati di sinistra, a cui si aggiungono altri candidati minori ma sempre provenienti dal medesimo ceppo culturale, per centrare lo stesso obiettivo. E cioè, riproporre nel dibattito pubblico italiano il ruolo e il profilo di un partito che ha l’ambizione di rilanciare la sinistra italiana dopo le recenti e ripetute sconfitte elettorali. Di questo si tratta e non di altro. Altroché polemiche e scontri un po’ stucchevoli e del tutto fuori luogo.