Caro direttore,
nel lontano 1989 scrissi un libro che a Torino ebbe un certo successo, poichè riguardava proprio la città e i suoi abitanti con i suoi “migliori vizi e le sue peggiori virtù”. La pubblicazione ebbe la fortuna di uscire, sempre aggiornata, con altre sei edizioni fino al 2008. Fu nella prima edizione che ipotizzai l’esistenza della Sindrome di Fetonte, una farlocca teoria creata dal sottoscritto secondo la quale Fetonte, cadendo nell’Eridano vicino alla Gran Madre, fece talmente imbufalire il padre Apollo, che, per astio verso la città, lanciò una maledizione: tutto quanto fosse stato prodotto, ideato e sviluppato in quell’agglomerato urbano sarebbe comunque stato destinato ad un’altra cittadina sperduta tra le paludi padane. Indovinate quale. Già la prima edizione del libro comprendeva, semplicemente a titolo accademico, un paio di paginette che elencavano alcune attività che nel corso dei decenni avevano preso la via dei navigli. L’ultima edizione, quella del 2008, si era però arricchita di ulteriori elementi e le pagine erano già raddoppiate. Il mainstream sabaudo aveva sempre spergiurato che si trattasse di “opportunità” e tutte le riserve e le misurate contestazioni di noi provincialoni sul cosiddetto “sacco di Torino” altro non fossero che sterili piagnistei e infantili lamentazioni. Sarà, in ogni caso erano lo specchio di una incontrovertibile realtà che non si poteva nascondere dietro un paio di aggettivi più o meno azzeccati. E arriviamo al giorno d’oggi e all’ ennesima “opportunità” della presa di possesso dell’aeroporto Pertini da parte dei cuginetti meneghini. E scusate la rima. Leggo in questi giorni su La Stampa alcune interviste che riporto testualmente. Domanda: “L’aeroporto di Torino vola verso la fusione con Malpensa e Linate e a oggi la Regione e Comune non hanno quote in Sagat. E’ un rischio?”
Risposta: “La privatizzazione delle infrastrutture arriva da lontano. Le aggregazioni tra privati sono una conseguenza.”
Domanda: “Caselle, se le istituzioni non rientrano nella governance, non rischia di diventare scalo minore?”
Risposta: “La governance conta, ma la competitività internazionale verso le compagnie aeree e la buona gestione di più. Con Malpensa e Linate vedo orientamenti strategici complementari”.
Avete capito qualcosa?
Non so se risposte del genere facciano parte di una tecnica (non)comunicativa che si studia nelle più subdole Business School d’Europa oppure un triplo salto mortale sintattico per non rispondere.
Un famoso influencer di 2026 anni fa al quale ancora oggi si rifanno, a volte anche indegnamente, tanti politici, uomini della finanza e magnati di ogni genere, sosteneva testualmente “il vostro dire sia sì se è sì, no se è no, il di più viene dal maligno.”
Pare evidente che non sia stato ascoltato, così, nell’incertezza, anche noi possiamo sostenere tranquillamente che anche questa sia l’ennesima “opportunità” per Torino, purchè l’aeroporto “Sandro Pertini” non diventi lo scalo “Massimo Boldi”.
Riccardo Humbert
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