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“Storia e non storia di Rossella Casini”

LIBRI / Nell’ultimo libro di Sabrina Sezzani, il caso della giovane Rossella, una vita atrocemente spezzata dalla ‘ndrangheta

Il sottotitolo del libro, edito da “Neos Edizioni” , sintetizza con lucida drammaticità la vicenda narrata: “La donna che non mi hanno lasciato diventare”. A parlare è Rossella Casini, nata a Firenze nel 1956 e uno dei nomi di “caduti” per mafia che si leggono ad alta voce ogni 21 marzo, la cui storia però è rimasta a lungo dimenticata.

A raccontarcela, in un centinaio di pagine ricche di sincera empatia, a metà strada fra l’indagine psicologica e quella giornalistica, è oggi Sabrina Sezzani, anche lei – come Rossella – fiorentina e già autrice nel 2017, sempre per “Neos Edizioni”, della raccolta di racconti “Seduta sul tuo splendore. Trenta storie fiorentine al femminile”. Racconta la Sezzani: “In queste pagine mi sono arrogata un diritto che non ho: quello di sostituire i suoi pensieri con quelli che io ho immaginato fossero i suoi. Questo quindi, non è un libro su Rossella Casini, ma un libro della mia Rossella Casini”. Per anni di Rossella si sono occupati in pochi. “Scomparsa” nel 1981 a soli 25 anni, la sua storia è rimasta a lungo dimenticata. Una storia che sembrava destinata al silenzio, finché nel 1994 un pentito racconta agli inquirenti che Rossella Casini, giovane donna vittima di un amore “sbagliato”, era stata rapita, stuprata, fatta a pezzi e gettata in mare nella tonnara di Palmi. Senza dubbio, uno dei più vili, turpi e racapriccianti delitti mai commessi dalla ‘ndrangheta. Quale la sua colpa? Quella di aver convinto il fidanzato Francesco Frisina, calabrese di Palmi (conosciuto alla Facoltà di Pedagogia dell’Università di Firenze), a collaborare con la Giustizia, dopo l’assassinio del padre del ragazzo, imprenditore agricolo, per mano di due killer e il ferimento dello stesso giovane in un agguato tesogli pochi mesi dopo nel dicembre del ’79. Francesco accetta l’invito di Rossella, ma la sua conversione dura poco e il ragazzo ritratta. Rossella si ritrova così coinvolta nella faida mafiosa che vede contrapporsi ferocemente le ‘ndrine Gallico – Frisina contro i Parrello – Condello, finendo stritolata dalle regole dell’omertà mafiosa che s’era illusa di riuscire ad infrangere per amore. “Fate a pezzi la straniera”, fu a quel punto l’ordine dei boss mafiosi. E il 22 febbraio 1981 Rossella scomparve nel nulla. Il suo corpo non fu più ritrovato. I suoi genitori non hanno mai avuto la consolazione di una tomba dove poterla piangere. Il processo, iniziato nel 1997, si concluderà nove anni dopo con l’assoluzione per insufficienza di prove: Rossella non ha mai ricevuto giustizia, la magistratura si è arresa, non è stata in grado di fare chiarezza, di individuare e punire esecutori e mandanti. Ci racconta la giovane con le parole scritte dalla Sezzani: “Per le aule dei Tribunali, io, semplicemente, non sono più. Ho smesso di esistere in una data imprecisata, in un modo imprecisato, per mano di non si sa chi. Sono sparita, ho smesso di dare contezza di me. Il resto è sconosciuto, questo dice la verità processuale”. Ma quale la vera verità? Se lo chiede con palese tormento la scrittrice, riaprendo ferite profonde mai rimarginate, ben consapevole di quanto “sia davvero importante ricercare il perché delle cose, andare alla fonte delle informazioni e cercare di dare un senso alla nostra sete di sapere”.
Il Comune di Firenze ha collocato una targa in memoria di Rossella nel centro storico dove abitava con i genitori, in via Borgo la Croce: “Qui visse Rossella Casini vittima della ’ndrangheta scomparsa dal 22 febbraio 1981 perché per amore infranse la regola criminale del silenzio”. E a Firenze a Rossella è intitolato anche un giardino, una scuola a Scandicci e il presidio di “Libera” a Viareggio. Nel 2019 le è stata conferita la medaglia d’oro al valor civile.

g. m.

Per info: “Neos Edizioni”, via Beaulard 31, Torino; tel. 011/7113179 o www.neosedizioni.it

La “Scuola di fantasia” di Rodari

Rodari seppe “lavorare di fantasia”, diventando uno dei più grandi scrittori per l’infanzia di tutti i tempi.  Alcuni anni fa Einaudi ha ripubblicato la sua  “Scuola di Fantasia”, con l’introduzione di Mario Lodi, il grande pedagogista (morto nel 2014) che ha ridisegnato il valore educativo della scuola, cambiandone aspetti e metodologie

 

Gianni Rodari nasceva ad Omegna il 23 ottobre 1920, in riva al Lago d’Orta dove i genitori, originari della Val Cuvia nel Varesotto, si erano trasferiti per lavoro. Nasceva in via Mazzini, una delle vie principali di Omegna, dove il padre, Giuseppe Rodari, fornaio, svolgeva la sua attività.

Così lo ricordava lo stesso Rodari: “La parola ‘forno’ vuol dire, per me, uno stanzone ingombro di sacchi, con un’impastatrice meccanica sulla sinistra, e di fronte le mattonelle bianche del forno, la sua bocca che si apre e si chiude, mio padre che impasta, modella, inforna, sforna. Per me e per mio fratello, che ne eravamo ghiotti, egli curava ogni giorno in special modo una dozzina di panini di semola doppio zero, che dovevano essere molto abbrustoliti. L’ultima immagine che conservo di mio padre è quella di un uomo che tenta invano di scaldarsi la schiena contro il suo forno. È fradicio e trema. È uscito sotto il temporale per aiutare un gattino rimasto isolato tra le pozzanghere. Morirà dopo sette giorni, di broncopolmonite. A quei tempi non c’era la penicillina“. Nonostante l’infanzia segnata da quel lutto, Rodari seppe “lavorare di fantasia”, diventando uno dei più grandi scrittori per l’infanzia di tutti i tempi.

Recentemente Einaudi ha ripubblicato la sua  “Scuola di Fantasia”, con l’introduzione di Mario Lodi, il grande pedagogista che ha ridisegnato il valore educativo della scuola, cambiandone aspetti e metodologie. I testi raccolti nelle due parti di questo libro (la prima, dedicata a bambini, genitori e professori; la seconda al rapporto tra bambini, libri e scrittori) rappresentano i contributi più significativi – risalenti agli anni dal 1966 al 1980 –  di Gianni Rodari che ha espresso, in modo semplice e chiaro, le sue idee e le sue riflessioni sull’universo formativo, sul rapporto educativo adulti-bambini, sui processi e sulle finalità della formazione delle nuove generazioni. “Un bambino, ogni bambino, bisognerebbe accettarlo come un fatto nuovo, con il quale il mondo ricomincia ogni volta da capo”, scriveva Rodari, accompagnando le sue riflessioni con tante proposte concrete per restituire all’immaginazione, grazie al potere liberatorio della parola, lo spazio che le compete nella vita dei propri figli. Nella seconda parte del libro è particolarmente interessante la classifica che Rodari stila ( in nove punti) riferendosi ad alcuni discutibilissimi sistemi che possono far nascere nei bambini “ una nausea inestinguibile verso la carta stampata”. Lo scrittore omegnese  li indicava “piuttosto alla buona , ma non senza convinzione“. Vale la pena di trascriverli ( e di farne tesoro).

1.Presentare il libro come una alternativa alla Tv (I bambini trovano divertente e utile rimanere davanti alla televisione, i cui meriti educativi superano gli immancabili demeriti e si ritiene che negare un’occupazione, sentita come piacevole, sia un modo per gettare sulla diversa attività proposta un’ombra di fastidio e di castigo)

 

2.Presentare il libro come una alternativa al fumetto (Non essendoci un rapporto di causa e effetto tra la passione per i fumetti e l’assenza di interesse per le buone letture, è evidente che tale interesse deve nascere da qualche altra parte, dove le radici dei fumetti non arrivano)

 

3.Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più (Non si può chiedere ai ragazzi di amare un passato che non è il loro)

 

4.Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni (Sono la società, la famiglia e la scuola a dover organizzare il tempo libero dei ragazzi, offrendo biblioteche ricche e invitanti…)

 

5. Dare la colpa ai bambini se non amano la lettura (Dare la colpa ai bambini oltre che facile è comodo, perché serve a coprire le colpe proprie…Necessitano “divulgatori” di qualità, che sappiano suscitare la curiosità cognitiva dei ragazzi…)

6. Trasformare il libro in uno strumento di tortura (Determinati compiti assegnati dalla scuola, quali, per esempio: trascrivere pagine, riassumere, mandare a memoria, descrivere le illustrazioni, trasformano il libro in uno strumento di fatica, perché tali esercizi moltiplicano le difficoltà della lettura, anziché agevolarla e, così, non nasce il bisogno culturale della lettura)

 

7. Rifiutarsi di leggere al bambino (La voce di un genitore e dell’insegnante fa una funzione insostituibile. Necessitano pazienza e abilità: occorre saper leggere con espressione e con entusiasmo)

 

8. Non offrire una scelta sufficiente (È indispensabile l’allestimento di una bibliotechina personale, o collettiva, ricca e aggiornata)

 

9. Ordinare di leggere (La tecnica della lettura si può imparare “a scapaccioni”; ma l’amore per i buoni libri non è una tecnica, è qualcosa di più interiore e legato alla vita e non s’impara con le maniere drastiche e contestabilissime).

Che dire di più? L’immaginazione (o la fantasia, che è la stessa cosa) contribuisce in modo notevole a disinibire la mente, a farla uscire dagli schemi precostituiti, aprendo la strada alla creatività. Una grande lezione di quell’omegnese straordinario che fu il  “maestro” Rodari.

Marco Travaglini

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Nguyên Phan Que Mai “Quando le montagne cantano” -Nord- euro 18,00

Diciamo subito che è uno dei libri più belli, emozionante e scritto benissimo, che abbia mai letto.
Perché in 380 pagine racchiude molteplici tesori letterari: la tragedia di un popolo, la persecuzione di innocenti, la precarietà della vita, il buio; ma anche lo splendore dell’animo umano, la forza del perdono….e tantissimo altro che scoprirete leggendo. E’ il romanzo di esordio della giornalista e poetessa nata nel 1973 in Vietnam, dove per sopravvivere ha fatto anche la venditrice ambulante e la coltivatrice di riso. Poi, grazie a una borsa di studio ha lasciato il paese ed ora vive a Giacarta con il marito diplomatico e due figli.
Il libro portentoso è ispirato in parte alla storia della sua famiglia, sullo sfondo del Vietnam travagliato dalla guerra.
Narra la vita, i dolori e la forza di 3 generazioni di donne travolte dalla storia atroce del loro paese; tra conflitti, carestie, rivoluzione e dittature, bombe al napalm e orrore infinito.
Inizia nel 1972 ad Hanoi con la piccola Guava e sua nonna Diệu Lan in fuga dalle bombe americane che radono al suolo la loro casa. Senza scoraggiarsi decidono di ricostruirla ed è anche l’inizio del racconto della vita della nonna e della sua famiglia. E’ la storia del Vietnam ripercorsa in modo magistrale da una vietnamita: senza retorica o vittimismo, solo la cruda e spietata realtà, più affilata di un coltello nel colpire il lettore. Attraverso la saga familiare si ricostruisce il dramma di un paese martoriato: il colonialismo francese, la spietata occupazione giapponese, la divisione tra nord e sud in guerra tra loro, la grande carestia, le ingiustizie della riforma agraria che trasformano il vicino in nemico mortale, il ruolo degli americani.
Quella della nonna era una famiglia benestante di proprietari terrieri che lavoravano sodo e trattavano bene i dipendenti; poi con l’avvento dei comunisti possedere terra è diventato un crimine punito con la morte ed è l’inizio dell’odissea. Di colpo a Diệu Lan –che a 25 anni ha visto uccidere entrambi i genitori e a 28 aveva già 5 figli e ne voleva altri- viene portato via tutto. Il fratello ucciso, un figlio fuggito chissà dove e lei in fuga con i bambini più piccoli che è costretta a mettere al sicuro, presso famiglie e suore. Dunque la tragedia di una scelta dilaniante: abbandonarli sperando di ritrovarli quando le acque saranno più calme. Il libro è anche racconto dell’attesa straziante dei parenti andati a combattere: dramma nel dramma il ritorno di vite stravolte come quella della mamma di Guava, o il nulla di chi è disperso senza un luogo in cui poterlo piangere. Un libro che l’autrice ha scritto in 7 lunghi anni ed è la testimonianza di una voce femminile che rivive le sofferenze di un popolo e lo strazio che i singoli personaggi hanno dovuto attraversare.

 

Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza” -Mondadori- euro 18,00

In questo romanzo Teresa Ciabatti riconferma la sua bravura nel raccontare l’universo femminile, e sviscera a fondo le emozioni e le dinamiche di madri, sorelle, figlie e amiche.
Voce narrante è quella di una scrittrice 47enne che, dopo un’adolescenza un po’ ai margini e in secondo piano rispetto alle coetanee più ricche e blasonate, si prende una gran bella rivincita sul piano professionale diventando una scrittrice di successo.
Nella vita privata, invece ci sono più macerie: è separata ed ha una figlia di 20 anni, Anita, che vive a Londra e stravede per il padre, mentre con la madre è perennemente in rotta di collisione poiché la ritiene la principale artefice del divorzio (anche se così non è).
Dopo 30 anni di silenzio, nella vita della scrittrice torna a farsi viva la sua amica ai tempi dell’adolescenza, Federica, e il rapporto tra le due si rinsalda, anche se le loro traiettorie di vita hanno seguito direzioni diverse. Federica tiene in piedi un matrimonio scricchiolante, ha due figli e vive a Genova. Soprattutto è la sorella di Livia, che ai tempi del liceo era la più bella e corteggiata, quella perfetta, l’ape regina in famiglia e tra i coetanei. Ed ecco che la protagonista torna indietro con la memoria, alla giovinezza negli anni 80, e a un fattaccio che ha distrutto più vite.
Livia dapprima sembrava scomparsa, poi viene trovata in frantumi e agonizzante in mezzo ai cespugli sotto casa, dopo un volo di metri. Mentre le ipotesi sulla dinamica dell’incidente si sprecano, la ragazza resta in coma per 20 giorni, subisce una craniotomia che lascerà cicatrici, e quando si risveglia deve riappropriarsi di tutta una serie di conoscenze e abilità che richiedono una lunga e faticosa riabilitazione. Ma soprattutto le è stato rubato il futuro, perché resterà per sempre al palo dello sviluppo cerebrale di una 18enne, con un ritardo cognitivo e mentale per il resto della vita.
La tragedia ha pesanti ripercussioni sui genitori di Livia che non sanno bene come muoversi e scaricano su Federica il fardello di occuparsi della sorella minorata. Federica diventa di colpo madre e badante di Livia, una responsabilità che pesa più di un macigno e determina le sue scelte di vita future, come la fuga in un matrimonio affrettato.
La scrittrice ripercorre le fasi dell’amicizia con Federica «movimento continuo di rovesciamenti, che vedeva primeggiare una nella sofferenza dell’altra, e viceversa».
Il romanzo parla del tempo che passa, di ferite che non si rimarginano, di incomprensioni, e a movimentare le cose torna sulla scena Livia all’alba dei 50 anni anagrafici ma cristallizzati ai 18.

 

Mary Gaitskill “Questo è il piacere” -Einaudi- euro 15,00

La storia è ambienta nella New York blasonata dei party dell’editoria, e racconta di due editor affermati, Quinn e Margot, che dopo un inizio imbarazzante- lui cerca di infilare la mano sotto la gonna di lei- finiscono per diventare grandi amici. Entrambi felicemente sposati e realizzati nelle loro carriere, sono legati da un rapporto consolidato.
Lui è sempre pronto a sostenerla nei momenti down e le fornisce preziose dosi di autostima.
Lei è depositaria delle confidenze di Quinn che le racconta apertamente, anche con battute pesanti e sconvenienti, delle donne che ruotano nella sua orbita, che lui corteggia, umilia, usa, manipola o protegge.
Già, perché Quinn è abituato ad approcci non sempre limpidi con il genere femminile, sia nella vita privata che in ambito professionale.
Ma in epoca di Mee Too, questo modus operandi risulta inaccettabile e finisce in aule di tribunale con tanto di caduta negli inferi di chi non ha saputo tenere a freno le mani.
Il romanzo alterna la versione di Quinn a quella di Margot: lui stenta a rendersi conto della gravità delle sue azioni, dimostra notevole incapacità emotiva ed è lontano anni luce dal comprendere il punto di vista delle donne.
Margot veleggia tra il senso di colpa per non aver messo un freno ai comportamenti inappropriati di Quinn e, d’altro canto, il concetto di lealtà dovuta a un amico. E pone un’amletica domanda: dove si colloca e finisce l’amicizia e dove sconfina nella complicità deprecabile?
Questo il nocciolo del breve romanzo della scrittrice 66enne diventata famosa con il racconto che aveva ispirato il film “Secretary” del 2002, con James Spader e Maggie Gyllenhaal. Da allora ha scritto altri romanzi e racconti che scavano a fondo nei rapporti umani.
Dall’esperienza di un suo amico travolto dalle accuse in clima Mee Too ecco questo romanzo che a lui si ispira per i lineamenti di Quinn, in una vicenda decisamente attuale.

 

Ma Jan “Il sogno cinese” -Feltrinelli- euro 15,00

Il 67enne scrittore cinese Ma Jan da tempo vive esule a Londra e i suoi libri sono proibiti nella sua patria: un ostracismo del regime scattato anni fa, a partire dal suo pamphlet -denuncia sui fatti di Piazza Tiananmen “Pechino è in coma” del 2009.
Proprio perché in esilio Ma Jan può permettersi uno sguardo lucido e realista sul suo paese e può pubblicare un romanzo come questo che è uno spietato affresco della Cina odierna, una satira dark che non fa sconti a nessuno e punta l’indice contro l’obbrobrio dei regimi totalitari.
Al centro della vicenda c’è Ma Daode: mediocre funzionario di provincia, corrotto fino al midollo, ricco sfondato, sposato ma famoso per le sue 12 amanti, devoto seguace e ammiratore del presidente Xi Jinping. Daode è il direttore dell’Ufficio del Sogno cinese, da poco istituito nella città di Ziyang e suo preciso compito è indottrinare la popolazione.
Deve entrare nella testa delle persone e convincerle ad aderire alla grande campagna per realizzare il “sogno cinese” e l’ambizioso progetto di “ringiovanimento nazionale”. Ovvero fare tabula rasa di pensieri e ricordi, cancellare memoria del passato, non avere libero arbitrio e seguire in massa il sogno del presidente che promette a tutti una “vita di gioia senza freni”.
Ma il passato si mette di traverso nella mente di Ma Daode che continua ad essere rincorso da pensieri allucinati, visioni e angosce che riportano alla superficie immagini del suo passato: violenze a cui ha assistito quando era una giovane Guardia Rossa, ma anche quelle di cui è stato artefice e responsabile.
A perseguitarlo più di tutto è il ricordo del suicidio dei suoi genitori, dopo essere stati malmenati e umiliati da militanti maoisti ai quali lui stesso li aveva denunciati. Poi lui e la sorella che li seppelliscono di nascosto in una cassa modesta, in un luogo che ormai non c’è più.
La modernizzazione l’ha raso al suolo, come cerca di fare anche con l’antico villaggio di Yaobang, costringendo con la forza gli abitanti ad abbandonare le loro case, promettendo un luogo migliore in cui vivere e un indennizzo che non ci sarà mai.
Ma non è facile per il regime cancellare dalla memoria collettiva del paese il passato, così come è complicato per Daode sconfiggere i suoi fantasmi, ed ecco una possibile soluzione: un microchip da impiantare nel cervello per sostituire i ricordi con la visione del leader.

I finalisti della XX edizione Premio InediTO si presentano

Si svolgeranno dal 10 al 24 maggio le presentazioni dei 76 finalisti nelle varie sezioni della ventesima edizione del Premio InediTO – Colline di Torino 2021 selezionati tra 1.249 iscritti e 1.382 opere (provenienti da tutta Italia e dall’estero) dal Comitato di Lettura, in collaborazione con i comuni e le biblioteche aderenti, l’associazione Tedacà e la casa di produzione Indyca partner del concorso. 

Le presentazioni avverranno attraverso le pagine Facebook degli enti coinvolti dalle ore 18:00 in modalità streaming nelle seguenti date:

10 maggio – Narrativa-Racconto: Biblioteca Civica “A. Arduino” di Moncalieri

12 maggio – Testo Canzone: Biblioteca Civica Musicale “Andrea Della Corte” di Torino

14 maggio – Narrativa-Romanzo: Biblioteca Civica Multimediale “Archimede” di Settimo Torinese in collaborazione con “Incipit Offresi”

17 maggio – Saggistica: Biblioteca Civica “N. e P. Francone” di Chieri

19 maggio – Poesia: Biblioteca MOviMEnte di Chivasso

21 maggio – Testo Teatrale: con Tedacà

24 maggio – Testo Cinematografico: con Indyca

 

Parteciperanno alle dirette che permetteranno di conoscere gli autori, Margherita Oggero (presidente della Giuria), i giurati Milo De AngelisMaria Grazia Calandrone, Alfredo Rienzi, Enrica Tesio, Sacha Naspini, Maria Teresa Ciammaruconi, Marco Lupo, Valentina Maini, Flavio Vasile, Michela Marzano, Massimo Morasso, Laura Nuti, Elisabetta Pozzi, Emiliano Bronzino, Renato Gabrielli, Alice Filippi, Paolo Mitton, Diego Trovarelli, Teresa De SioWillie Peyote, Lisbona (impegnati in questi giorni a valutare le opere finaliste), i membri del Comitato di Lettura, il direttore Valerio Vigliaturo, gli assessori alla cultura delle città (Antonella Giordano, Laura Pompeo, Tiziana Siragusa) e i responsabili delle biblioteche (Cecilia Cognigni, Loredana Prisco).

Il concorso proseguirà la sua corsa fino alla meta finale della premiazione che si svolgerà a fine maggio dal vivo (in una data e sede ancora da definire, in base all’andamento dell’emergenza sanitaria), attraverso la proclamazione dei vincitori che riceveranno i premi previsti dal montepremi di 7.000 euro e quelli speciali (dedicati ad Alexander Langer e Giovanni Arpino, ideati con la Città di Torino, “Borgate Dal Vivo”, “Routes Méditerranéennes” in collaborazione con l’UJCE, “InediTO RitrovaTO” attribuito nella scorsa edizione a La ballata del 25 aprile di Alfonso Gatto, e “InediTO Young” in collaborazione con Aurora Penne), nonché un reading dedicato alle opere dei vincitori (cui hanno partecipato in passato Giorgio Conte, Franco Branciaroli, Eugenio Finardi, David Riondino, Francesco Baccini, Alessandro Haber, Laura Curino, Gipo Farassino, Arturo Brachetti, Rita Marcotulli, David Riondino, Red Ronnie e Lella Costa). Mentre, in collaborazione con il Salone OFF, sono stati ospitati a Chieri gli scrittori Marc Augé, Andrea Vitali, Giuseppe Catozzella e Michela Marzano (diventata giurata del premio).

Una vita operaia

LIBRI / RILETTI PER VOI   Giuseppe Granelli, classe 1923 ( morto a novant’anni nel 2013), operaio colto dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, è il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini. Cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a “Una vita operaia”, emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra

“Una vita operaia”, scritto da Giorgio Manzini e pubblicato da Einaudi negli “Struzzi Società” nel 1976, non è certo un libro nuovo e nemmeno si può dire sia stato un bestseller anche se vendette parecchie copie. E’ però un libro importante e persino attuale. Giuseppe Granelli, classe 1923 ( morto a novant’anni nel dicembre di due anni fa ), operaio colto dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, è il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini. Cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a “Una vita operaia”, emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra. Manzini, giornalista e redattore di “Paese Sera” ( scomparso, a 61 anni, nel 1991)  interrogò a lungo Granelli, scelto tra decine di migliaia di operai  di Sesto San Giovanni perché era conosciuto come un sindacalista di fabbrica che non ha mai sgarrato e perché era una persona libera e intelligente. Una vita come tante, chiusa in un giro ristretto, ma anche investita “dai bagliori dei grandi avvenimenti politici”:la Resistenza, le illusioni del ’45, le difficoltà economiche del dopoguerra,la rottura del fronte operaio,la restaurazione, la caduta del mito di Stalin, la lenta riscossa sindacale.

Questo libro di Giorgio Manzini – saggio, inchiesta, romanzo vero – ripubblicato recentemente dall’Archivio del Lavoro, oggi assume un significato ancora più profondo perché racconta di un uomo – Giuseppe Granelli, il protagonista in carne e ossa – che per quarant’anni ha lavorato alla Falck di Sesto San Giovanni. La sua esistenza è stata quella della città dove ha vissuto, dagli stabilimenti dell’acciaieria al villaggio operaio al Rondò da dove partivano le grandi marce solidali. Storie che sono diventate una parte della nostra storia nazionale: un simbolo altalenante di conquiste, di sconfitte, di risalite, di cadute, un microcosmo che può rispecchiare la vita dell’intero Paese. La fabbrica amata e odiata – il pane, la fatica, il conflitto – non c’è più. I resti, certi resti, dei vecchi capannoni (Concordia, Unione, Vittoria: si chiamavano così i vecchi stabilimenti della Falck),le fonderie, i laboratori, il forno sono come ombre e fantasmi di un passato. Resta la memoria di “una vita operaia”, di quel Giuseppe Granelli che, una volta andato in pensione, diventò la “voce degli operai” e raccolse le biografie di quasi 490 sindacalisti della Fiom,militanti, semplici operai che avevano speso la vita in fabbriche come l’Alfa Romeo, la Falck, l’Innocenti, la Breda, la Pirelli, la Richard Ginori, la Magneti Marelli e tante altre di cui non ci si ricorda nemmeno più il nome. Un lavoro prezioso, certosino, cosciente che quelle “sue vite”, raccolte con la consueta pazienza, catalogate nell’Archivio del lavoro di Sesto, erano la sua eredità, la medaglie al valore che nessuno gli ha mai messo sul petto. Il padre di Granelli, Tone, aveva lavorato anche lui alla Falck Concordia per quarant’anni, manutentore al laminatoio. Giuseppe (detto Giuse, Tumìn, Granel) cominciò a faticare, ragazzo di fabbrica, a 14 anni, per 84 centesimi l’ora a portar l’olio, scopare i trucioli di ferro, allungare gli stracci ai compagni alla macchina. Manzini seppe fare di Granelli il simbolo di milioni di uomini di un passato ora morto e sepolto.

Questo libro appartiene, come ha scritto Corrado Stajano, “alla letteratura industriale”, quella dei Carlo Bernari, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Primo Levi, Vittorio Sereni. Granelli, nel portafoglio, conservò per anni una fotografia di Stalin, per lui l’uomo della guerra patriottica, il vincitore delle armate naziste. Il XX Congresso del Pcus fu un trauma, la rivolta di Budapest un colpo al cuore. Granelli tenne sempre fede ai suoi principi di giustizia sociale: tolse dal portafoglio la foto di Stalin e non ne rimise altre. Amava il dubbio, il confronto. Aveva un grande rispetto per il sapere, era curioso, frequentò a Milano la Casa della Cultura diretta da Rossana Rossanda, era attratto dal fascino di Cesare Musatti e lesse i grandi libri della storia e della letteratura. Il libro di Manzini lo rese felice. Gli fece capire che una vita come la sua, simile a quella di infiniti altri, poteva  e doveva essere ricordata. Le ultime tre righe del libro raccontano la sua pazienza, la sua tenacia e la saggezza di quest’operaio che sapeva fare “i baffi alle mosche”: “ L’importante è continuare il rammendo, sostiene Granel, e avere fiducia. Se non si avesse fiducia si starebbe qui a diventar matti tutti i giorni?”. Manzini è morto da quasi venticinque anni. Anche Granelli non c’è più : è sepolto nel silenzio del cimitero del paese dei suoi genitori, a  Moio De’ Calvi, nella bergamasca. Rimane questo libro, “Una vita operaia”, troppo bello e troppo importante per non essere ripreso in mano, per leggerlo o rileggerlo.

 

Marco Travaglini

Tre lezioni sull’italiano con Circolo dei lettori per Incipit Offresi

Mercoledì 5, 12 e 19 maggio il primo talent letterario itinerante per aspiranti scrittori

“Incipit. Cominciamo dall’italiano” sono tre incontri online in programma mercoledì 5, 12 e 19 maggio alle ore 18 sull’evoluzione e il fascino della lingua italiana. Gli appuntamenti sono a cura di Fondazione Circolo dei lettori, Fondazione ECM – Biblioteca Archimede e Istituto Italiano di Cultura Barcellona, organizzati in occasione del talent letterario Incipit Offresi. L’obiettivo è riflettere sullo spazio concettuale e geografico occupato dalla nostra lingua, sulla sua incessante trasformazione e sul fascino che da sempre esercita in contesti internazionali per la grande tradizione culturale legata all’espressione letteraria e artistica.

La prima lezione, mercoledì 5 maggio, è affidata alla linguista e ricercatrice in gender studies Manuela Manera, che analizza l’italiano come sfida sociale in continua evoluzione, focalizzandosi su quanto la lingua, portatrice di un grande potenziale discriminatorio, serva non solo a definire la realtà ma soprattutto a determinarla. Mercoledì 12 maggio protagonista è Diego Marani, glottologo neodirettore dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, autore di “La città celeste” (La nave di Teseo) e inventore della lingua-gioco Europanto, che mette l’italiano, lingua europea, a confronto con le altre lingue che lo circondano, canale di scambio con l’alterità. L’ultima lezione, mercoledì 19 maggio, è tenuta da Paolo Gravela, docente all’Istituto Italiano di Cultura Barcellona, che racconta la bellezza dell’italiano ma anche le sue “trappole” quando lo si insegna e lo si impara all’estero, in particolare in un contesto di idiomi “fratelli” come lo spagnolo e il catalano.

Gli incontri sono trasmessi online su circololettori.it e sulle pagine Facebook di Circolo dei lettori e Incipit Offresi.

Mercoledì 5 maggio, ore 18

Incipit. Cominciamo dall’italiano #1

Lingua, società, genere

Con Manuela Manera, linguista e ricercatrice in gender studies

Mercoledì 12 maggio, ore 18

Incipit. Cominciamo dall’italiano #2

L’italiano di confine

Con Diego Marani, glottologo, direttore Istituto Italiano di Cultura di Parigi, autore di “La città celeste” (La nave di Teseo)

Mercoledì 19 maggio, ore 18

Incipit. Cominciamo dall’italiano #3

L’italiano visto da fuori

Con Paolo Gravela, docente Istituto Italiano di Cultura Barcellona

INFO

www.incipitoffresi.it – info@incipitoffresi.it

tel. 011 80.28.722/588 – cell. 339 521.48.19

Sono in libreria le “Opere di Mario Lattes”

I tre volumi di scritti editi e inediti, raccolti per la prima volta insieme, del celebre scrittore (ma non solo) torinese

Monforte d’Alba (Cuneo) Scrittore, ma anche editore, pittore, incisore, collezionista ed animatore culturale, Mario Lattes (Torino , 1923 – 2001) fu uno dei più rappresentativi ed eclettici intellettuali del secolo scorso, “testimone lucido e anticonformista del suo tempo, capace di misurarsi con l’arte, la letteratura, l’editoria e la promozione culturale”. A lui, per omaggiarne la memoria nel ventesimo della scomparsa, l’editore “Leo S.Olschki”, dedica la pubblicazione di tre volumi in cofanetto, con l’insieme dei suoi scritti editi e inediti – per la prima volta raccolti insieme – in libreria dallo scorso lunedì 3 maggio e fortemente voluta dalla moglie Caterina Bottari Lattes, cui si deve nel 2009 la creazione a Monforte d’Alba della “Fondazione Bottari Lattes” proprio per portare avanti iniziative ispirate al lascito culturale dell’autore e per promuoverne l’ampio patrimonio delle opere. Titolo “Opere di Mario Lattes”, l’edizione, diretta da Giovanni Barberi Squarotti (professore associato di Letteratura Italiana presso l’Ateneo torinese) e da Mariarosa Masoero ( già professore ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università di Torino e presidente della “Fondazione Centro Studi Alfieriani” di Asti), raccoglie numerosi testi di Lattes che erano andati dispersi nel corso degli anni e un corpus importante di materiale inedito, riuniti grazie a un’attenta revisione portata avanti secondo criteri filologici, anche sulla base delle carte autografe conservate negli archivi personali (recentemente riordinati e tutelati dalla Soprintendenza), conservati presso la casa editrice “Lattes” e la “Fondazione Bottari Lattes”.

I tre volumi comprendono dunque: 6 romanzi (“La stanza dei giochi” del 1959, l’inedito “L’esaurimento nervoso” scritto tra il 1964 e il 1965,” Il borghese di ventura” del 1975, “L’incendio del Regio” del 1976 candidato al Premio Strega 1977, “L’amore è niente” del 1982, “Il Castello d’Acqua” uscito postumo nel 2004 e ora pubblicato nell’ultima redazione messa a punto dall’autore), più di 60 racconti (tra cui la raccolta “Le notti nere”), le poesie, due opere teatrali e la tesi di laurea “Il Ghetto di Varsavia”, scritta nella seconda metà degli anni Cinquanta, rimasta a lungo inedita e certamente uno dei più completi saggi su quello che fu il più grande fra i ghetti creati dai nazisti in Europa. A chiudere le “Opere”, anche articoli, saggi e recensioni scritti da Lattes per diverse testate italiane, fra le quali “La Gazzetta del Popolo” e la rivista da lui fondata, “Questioni”. Nel complesso, il lettore si trova dinanzi ad una produzione che “spazia tra diversi generi letterari e si fonda su un autobiografismo ‘sui generis’, nel quale il grigiore e l’apatia della quotidianità si mescolano alle distorsioni del sogno, della memoria e del ricordo”. Ogni volume è, inoltre, accompagnato da immagini di riproduzioni di appunti, manoscritti, dattiloscritti e lettere, con schizzi di disegni e di opere pittoriche selezionate tra quelle più attinenti ai temi dei testi affrontati negli scritti. Scrive Giovanni Barberi Squarotti: “Se dovessimo indicare un fenomeno che contraddistingue i processi compositivi di Lattes e che ricorre con frequenza statisticamente rilevante nelle sue opere, questo è la riscrittura di sé, la riassimilazione del già detto, il travaso da un testo all’altro o da un genere all’altro (specialmente dal racconto al romanzo e viceversa).

L’impressione è che alla base ci sia un profondo sedimento di temi archetipici con una forte valenza simbolica e che su questa base la scrittura proceda nel suo percorso di ricerca anche come riformulazione e progressivo avvicinamento”. Edite, come detto, a vent’anni dalla morte dello scrittore (cui la Città di Torino, nel 2017, ha intitolato i giardini pubblici di piazza Maria Teresa), le “Opere di Mario Lattes” si inseriscono anche fra le iniziative e i progetti che celebreranno nel 2023 i 100 anni dalla nascita dell’artista-scrittore, la cui vita e la cui opera rappresentano un “unicum” nel panorama culturale del secondo Novecento non solo piemontese, e i 130 anni dalla nascita della “Casa Editrice Lattes”, fondata nel 1893 a Torino dal nonno di Mario, Simone. Come avvicinamento alle celebrazioni del centenario, la “Fondazione Bottari Lattes” ha intanto inaugurato un viaggio tra le opere pittoriche di Mario Lattes con la mostra “I mondi di Mario Lattes #1” allestita nella sede di Monforte d’Alba, esponendo per la prima volta alcuni dipinti recentemente acquisiti da collezionisti privati.

Per info: “Fondazione Bottari Lattes”, via Marconi 16, Monforte d’Alba (Cuneo), tel. 0173/789282 o www.fondazionebottarilattes.it/ FB Fondazione Bottari Lattes/ TW @BottariLattes/ YT FondazioneBottariLattes

g. m.

La rassegna dei libri più letti del mese

In aprile torniamo a occuparci dei libri più letti e commentati dai membri del gruppo FB Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri.

Questo mese, il dibattito tra lettori è stato animato da Milkman, di Anna Burns, che affronta il tema della guerra civile in Irlanda, tema che rischia di tornare tristemente attuale; La Ballata Di Ned Kelly, di Peter Carey che permette di aprire una finestra sulla narrativa australiana contemporanea; La Festa Del Raccolto di Thomas Tryon, un horror vecchio stampo martoriato da un’orribile traduzione.

 

In attesa che sia possibile incontrare dal vivo i nostri autori preferiti, questo mese NOVITAINLIBRERIA.IT ha intervistato quattro scrittori che proprio in aprile hanno pubblicato i loro nuovi lavori: Azalea Aylen esordiente autrice del fantasy Gli Infiniti Passi Dell’Anima (Edizioni Carpa Koi), Mauro Zanetti che torna in libreria con il giallo Tracce Parallele (Nulla Die Edizioni), Domenico Celestino che presenta La Gioventù Perduta il suo romanzo di esordio ambientato negli anni 70 e Adriano Moruzzi, autore di Jona, il piccolo astronauta (Vertigo), pensato per i lettori più giovani ma perfetto per ogni età.

Se siete appassionati lettori o semplici curiosi in cerca di nuovi titoli, venite a trovarci ed entrate nella comunità di lettori più frequentata di Facebook: Un libro tira l’altro ovvero il passsaparola dei libri!

 

 

redazione@unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it

Il venerdì dello scrittore Incontro in musica con Claudio e Diana

Venerdì 30 aprile 2021 Ore 18

Nati come “Note Mediterranee” tra night esclusivi e mangiacassette degli anni ’80, Claudio De Bartolomeis e Diana Ronca si sono presto spogliati di paiettes e spalline per immergersi nelle atmosfere napoletane fino a diventare ambasciatori dei classici della Bella Napoli, di cui ci offrono un assaggio questa sera con una posteggia (una serenata).

Claudio e Diana sono anche gli “Ultimiromantici” del libro che ha loro dedicato Luigi Coppola, con prefazione di Tony Esposito, e che verrà presentato da un post sulla pagina facebook della biblioteca in abbinata con la loro serenata.

 

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Il Venerdì dello Scrittore dà voce ai lettori

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Moncalieri: nel giardino della biblioteca si seminano Fiori d’azzurro

La Biblioteca Arduino supporta Telefono Azzurro e la sua storica manifestazione solidale “Fiori d’Azzurro”

L’appuntamento è venerdì mattina, 30 aprile, nel giardino della Biblioteca in via Cavour 31, quando sarà possibile, acquistando una pianta, contribuire a coltivare il seme della speranza, donandola di nuovo a tutti quei bambini e adolescenti che in questo periodo di incertezza e difficoltà l’hanno persa. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Biblioteca e UNADV.

“L’isolamento, le restrizioni e le privazioni causate dalla pandemia COVID-19 hanno avuto un impatto sulle vite di tutti noi – sostiene convinta il progetto Laura Pompeo, assessore alla Cultura e alle Pari Opportunità – in particolare su quelle dei bambini e degli adolescenti che stanno subendo effetti negativi sulla salute mentale, rendendoli più esposti e vulnerabili ad abusi e pericoli. Le sofferenze e privazioni che hanno vissuto in questo periodo sono state spesso drammatiche, ma Telefono Azzurro, con il quale siamo lieti di cominciare a collaborare, non ha mai abbandonato la prima linea, fornendo supporto concreto e immediato con linee d’ascolto attive 24 ore al giorno, dal lunedì alla domenica”.