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Beatrice Libonati: “L’abbraccio infinito”

Poesie raccontate da passi di danza intrisi d’amore e nostalgia; pennellate dai colori sfumati; tratti di matita che incidono parole e delineano i contorni di una coppia che balla.

E’ questa la magia della raccolta di poesie e schizzi “L’abbraccio infinito” dell’immensa Beatrice Libonati; copyright del celebre artista e coreografo Jan Minarik al quale il volume è dedicato.

E’ un piacere immergersi in queste delicate 76 pagine di versi illustrati, dove l’abbraccio è quello tersicoreo che rimanda all’essenza stessa della Libonati.

Italiana, ma nata in Belgio nel 1954, figlia d’arte (il padre era lo scultore Francesco Antonio Libonati), quando aveva appena 4 anni, per caso, un carillon con tanto di ballerina che girava sulle punte al suono della musica, la incantò e fu la scintilla che fece divampare la sua passione per la danza.

Dagli inizi (all’Accademia Nazionale di Danza a Roma) e poi al Tanztheater Wuppertal, come storica interprete solista e collaboratrice artistica di Pina Baush, Beatrice Libonati ha ballato senza mai più fermarsi. Ha dispiegato le ali e il suo impareggiabile talento, ed oggi è una delle più importanti danzatrici e coreografe contemporanee.

Donna e artista di grande sensibilità, profondità d’animo e di pensiero, in queste poesie traspone il suo delicato sentire e racconta l’amore nella forma più intima, viscerale e quotidiana. Quella fatta di piccoli gesti, banali e semplici, come abbracciarsi. Ripetuti da anni, ormai consolidati dall’abitudine, che due persone condividono come loro esclusivo, personalissimo e privato linguaggio d’amore.

Nel libro la poesia danza e negli schizzi prende i colori dell’anima, i suoi vari momenti e umori, tra alti e bassi. Al centro c’è sempre l’amore che consiste nella costante presenza dell’uno per l’altro; uniti nell’affrontare le fatiche della vita, ma anche le meraviglie che essa può riservare.

Prime fra tutte, a farla da padrona in queste pagine, è la maestosa saggezza della natura. La coppia non smette di meravigliarsi di fronte alla generosità della primavera che si preannuncia con l’aprirsi dei primi boccioli. Tarassachi, bucaneve, lillà, crochi….fuochi di colore e rinnovata linfa vitale nei prati in fiore che rimandano sempre alla danza.

A scandire i pomeriggi della consuetudine collaudata insieme ci sono poi le reclame in televisione, diventate leitmotiv della coppia. Sottofondo sonoro che un po’ canticchiano ormai a memoria e un po’ invece ballano, spostando i mobili della cucina o del soggiorno a seconda del ritmo da tenere.

Pomeriggi di vitale importanza e ossigeno puro per l’amore, scanditi da una rigorosa scaletta. Durante la prima reclame ballano il valzer e lei ne canta sempre uno diverso; per la seconda è la volta della polka, alla terza il jive….e via così, di abbraccio in abbraccio e di bacio in bacio. In un turbinio di emozioni, passi, sentimenti…

Il testo è bilingue, in italiano con la traduzione tedesca a fronte; una scelta voluta e ben ponderata che conferisce ulteriore importanza a quest’opera. Infatti costituisce un ulteriore tassello del legame culturale e linguistico tra i due paesi ed amplia la platea dei lettori.

 

LAURA GORIA

 

Il libro lo potete trovare online al link

https://www.lehmanns.de

editore Nordpark Verlag

Comprensorio Rossolago, storia di una tatuatrice curiosa

TORINO
Mercoledì 14 gennaio, ore 18.30
Binaria
via Sestriere, 34

Sentimentalmente disastrosa, socialmente imbarazzante, fisicamente imbattibile, è stata
addestrata a lottare come un ninja, ma non è una poliziotta né una detective. È solo una
tatuatrice molto curiosa con un talento innato per risolvere misteri.

Chiara Moscardelli ha pubblicato Volevo essere una gatta morta, La vita non è un film,
Quando meno te lo aspetti, Volevo solo andare a letto presto, Volevo essere una vedova,
Extravergine, Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli, Teresa Papavero e lo
scheletro nell’intercapedine e Teresa Papavero e i fantasmi del passato. Per la serie che ha
come protagonista Olga Bellomo ha scritto con Einaudi Stile Libero La ragazza che cancellava
i ricordi.

 

CHIARA MOSCARDELLI a Torino in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro
Comprensorio Rossolago

Stile Libero Big / pp. 272 / € 18,50
https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/comprensoriorossolago-chiara-moscardelli-9788806256241/
Interviene con l’autrice Loredana Cella

Giordano Bruno Guerri giovedì a Torino presenta il libro sul Futurismo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Giovedì 15 gennaio alle ore 17,30 al Grattacielo della Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7 Giordano Bruno Guerri, storico e presidente del Vittoriale degli Italiani, presenterà il suo nuovo libro dedicato al Futurismo: “Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani” edito da Rizzoli. Si tratta di un libro di storia , ma anche di arte e di letteratura che illustra il Movimento più importante del ‘900 italiano e uno dei più significativi a livello internazionale. Il Futurismo fu penalizzato dal fatto che venne  considerato un anticipatore del fascismo e come tale venne respinto e sottovalutato come espressione di una destra bellicista , violenta , maschilista , contraria alla cultura, volta solo a far baccano e polemiche inutilmente  eclatanti. Guerri dimostra invece  con la sagacia propria dello storico di razza  che il Futurismo e’ qualcosa di molto più articolato e complesso. Già la mostra del 1986 sui Futurismi  a Palazzo Grassi di Venezia, voluta da Giovanni Agnelli anche per  rivalutare i suoi quadri futuristi comprati per pochi soldi, dimostrò la ricchezza poliedrica di una cultura rimasta nel cono d’ombra imposto dalla vulgata settaria  per decine di anni. Il volume di Guerri fa il punto sulla situazione, andando oltre, con un libro che è stato definito da collezione perché le immagini che lo illustrano sono davvero preziose. Guerri ha un cognome che evoca la guerra e un nome che ricorda  il martirio di un frate arso vivo per il suo libero pensiero. Guerri in realtà è il simbolo di una cultura mite, non ideologica che supera i furori novecenteschi attraverso una meditata riflessione storica. E’  un Renzo De Felice  che aiuta a comprendere la storia prima di giudicarla, ma è anche un De Felice che sa scrivere in modo chiaro e attraente ,usando uno stile che è leggibile da un pubblico ampio. Molti storici scrivono per i colleghi universitari, Guerri scrive per i lettori che quindi lo amano molto. Ci sono oggi in Italia  due autori, professori o giornalisti, che si ritengono gli unici divulgatori  autorizzati , mentre in realtà spacciano della paccottiglia tuttologica che parte dalla preistoria e finisce nella contemporaneità, passando per il Santo di Assisi. Guerri si occupa coerentemente  di storia contemporanea da quando essa era materia che scottava e portava alla scomunica e all’emarginazione. Se in Italia si è giunti a poter  discutere e scrivere  di storia senza l’imprimatur dell’ ANPI, èmerito di pochi storici come Guerri, dei veri chierici che non hanno tradito, come diceva Benda.

Carola Vai presenta “Filomena Nitti e il Nobel negato”

MARTEDì 20 GENNAIO, ORE 18, CIRCOLO DEI LETTORI 

La giornalista e scrittrice Carola Vai, parlerà della scienziata Filomena Nitti al Circolo dei Lettori, Torino, con il magistrato Cristina Bianconi e il medico Ugo Marchisio. Modera il giornalista Edoardo Girola. Al centro dell’incontro: la presentazione del libro “Filomena Nitti e il Nobel negato” (Rubbettino editore).
Filomena Nitti, figlia dell’ex premier liberale Francesco Saverio Nitti, pur fondamentale collaboratrice del marito Daniel Bovet, Nobel per la medicina 1957, dal Premio rimase esclusa. Motivo? Il libro, scritto con il contributo della nipote della scienziata, Maria Luisa Nitti, narrandone la vita, tenta qualche risposta.

“Domingo il favoloso” e la Torino fantastica di Giovanni Arpino

“In quanto narratore di storie, sento di appartenere a una razza in via di estinzione, poiché la civiltà delle immagini ci sommergerà e i lettori saranno sempre più capaci a leggere, ma sempre meno come numero”.

Così scriveva Giovanni Arpino nel 1982, riflettendo sul mondo che cambiava con grande rapidità. E, parlando dei personaggi dei suoi libri, aggiungeva: “Tutti i miei personaggi, se ci ripenso un attimo – giovani o vecchi, uomini e donne, operai contestatori e randagi – sono degli emarginati, che vengono a precipitare, pur essendo normali, in una situazione abnorme”. Arpino, nato a Pola nel 1927 da genitori piemontesi, durante la giovinezza  visse a Bra  per poi trasferirsi definitivamente a Torino, dove rimase fino alla sua morte prematura,  il 10 dicembre del 1987.Grande scrittore, “bracconiere di tipi e personaggi, cacciatore d’anime”, come si autodefiniva, si è distintoper lo stile asciutto e ironico e per la capacità di fissare storie di vita, esperienze e fotografie della realtà con straordinaria nettezza e precisione. Incredibilmente, nonostante i suoi sedici romanzi e i quasi duecento racconti, da anni sembra scomparso dal panorama culturale italiano. Tra i suoi libri c’è anche un bellissimo romanzo-favola, ispirato al genere del feuilleton, “Domingo il favoloso”, pubblicato da Einaudi nel 1975. Il racconto uscì , prima ancora di diventare un libro, in tredici puntate sulla Domenica del Corriere , tra il dicembre 1973 e il marzo 1974, illustrato dagli acquerelli originali di Italo Cremona, con il titolo “Correva l’anno felice”. Domingo, il protagonista, è una sorta di picaro, un po’ furfante, esperto in truffe e trucchi di vario genere, maestro nel poker e nel biliardo. Ha una “eterna fidanzata“, Angela, che lavora dietro un banco di torrone, e s’innamora di una zingarella affetta da un male incurabile, Arianna, che gli fa scoprire i sentieri del cuore. “Domingo il favoloso è il secondo volume della trilogia fantastica di Arpino, iniziata con “Randagio è l’eroe (1972) e conclusa con “Il primo quarto di luna (1976). Già l’incipit della storia promette ritmo e mistero: “Gli restava mezz’ora di tempo. In piedi alla finestra, indifferente alla frescura primaverile, Domingo guardava il corso livido, vuoto. Un vecchio ubriaco apparve all’improvviso tra le silenziose strutture delle giostre, di capanni e logori camioncini che ingombravano da alcuni giorni quell’angolo di città. Il vecchio faticava nel sospingere la sua ombra demente. Domingo lo seguì fin dove la sagoma rimase un attimo ferma nel tremolio luminoso che incorniciava la baracca del tirassegno. Lo vide sparire sotto le cupole buie degli ippocastani”. Un romanzo assolutamente originale, ambientato nella Torino degli anni settanta, descritta  con immagini forti. Una città notturna, con i suoi “corsi lividi”, il vento improvviso che induce “tutti i colombi di Torino a cercar scampo tra grondaie, abbaini e comignoli”, dove le ombre s’inseguono nel “cinereo budello dei portici”. La Torino di Domingo è sulfurea, diabolica. Una città dove si diceva che l’occulto fatturasse più della Fiat. E lui,  persona che disdegna qualunque attività regolare e non accetta di inserirsi nel contesto civile, s’inventa mille volte la vita. Fino al punto di svolta, quando incontra il mondo superstizioso degli zingari: da quel momento la sua vita cambia fino al punto che tutto ciò in cui credeva, ogni sua certezza, finisce in frantumi. Quella di “Domingo” è una grande storia, narrata da uno scrittore di gran classe che seppe esprimersi con garbo, forza e lucidità fino all’ultimo respiro. Sconfitto dalla lunga lotta contro un carcinoma, a soli sessant’anni,  Giovanni Arpino non sprecò nemmeno una lacrima perché rischiava “di annacquare l’inchiostro”.

 Marco Travaglini

Trasferta meneghina per il torinese Salone del Libro

Ospite Massimo Gramellini, si terrà a Milano il terzo appuntamento di “Prendersi cura”, Progetto del “Salone” in collaborazione con “Esselunga”

Lunedì 12 gennaio, ore 18,30

Milano

Lavorano a pieno ritmo tutto l’anno i motori del “Salone Internazionale del Libro” di Torino. Non ci sono pause. Così, per chiudere in bellezza il 2025 e inaugurare con il consueto entusiasmo l’anno nuovo, è già pronto a debuttare a Milano (in attesa della sua 38^ edizione che si terrà dal 14 al 18 maggio presso il “Lingotto Fiere”) il terzo appuntamento di “Prendersi cura”, Progetto ideato nel 2024 dal “Salone”, sui temi dell’“ascolto” e reso possibile dalla collaborazione con il Main partner “Esselunga”, che dal 2021 sostiene la manifestazione subalpina.

Dopo gli incontri con Chiara Gamberale (2024), Andrea De Carlo e Teresa Ciabatti (2025) a Torino, il nuovo appuntamento – organizzato in collaborazione con il “Piccolo Teatro” di Milano – vuole riflettere sul valore dell’attenzione verso gli altri e il mondo e in particolare (quanto bisogno ce n’è oggi più che mai!) sui temi universali dell’“affettività”, come il possesso e l’attaccamento, il tradimento e la gelosia.

L’appuntamento è in programma lunedì 12 gennaio (ore 18,30), al “Teatro Studio Melato” del capoluogo lombardo (via Rivoli, 6); ospite il giornalista e scrittore torinese Massimo Gramellini, attualmente (dopo aver lavorato a “La Stampa”, al “Corriere della Sera” e su “Rai Tre”, ospite fisso di Fabio Fazio a “Che tempo che fa”) conduttore del programma “In altre parole” su “La7”. Gramellini presenterà al pubblico il suo nuovo libro “L’amore è il perché” (“Longanesi”), in dialogo con Annalena Benini, giornalista, scrittrice e direttore del “Salone Internazionale del Libro”.

L’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria su www.piccoloteatro.org, presso la Biglietteria del “Teatro Strehler” e tramite “biglietteria telefonica”.

Ad accompagnare gli incontri di “Prendersi cura” è il claim “Diamo spazio all’ascolto”, attraverso gli spunti e le riflessioni che i libri possono offrire alle lettrici e ai lettori, con appuntamenti a Torino e a Milano nei “Supermercati Esselunga” o in “spazi pubblici” (non prettamente sedi di eventi culturali, ma spazi comunque di intensa aggregazione) ad essi vicini e al “Salone”.

Ricorda Annalena Benini“Mettersi all’ascolto dell’altro significa molte cose. Prima fra tutte, una predisposizione allo sbilanciamento. Il passaggio avventuroso dal nostro sé più profondo al mondo fuori da noi (la famiglia, il lavoro, l’amicizia e naturalmente l’amore, in tutte le sue forme). È prima uno slancio del cuore, poi un sentimento che tiene in sé emozione e ragione e costruisce il ‘prendersi cura’. Delle relazioni, degli ambienti, della vita quotidiana, delle intermittenze del cuore nel rispetto della diversità, nella consapevolezza che tutto chiede di essere visto per ciò che è, e che ci sono tantissimi modi per chiedere aiuto e per offrirlo. Piccole cose e cose grandi”.

Parole in cui pienamente si riflettono i contenuti e le relazioni raccontate da Gramellini in “L’amore è il perché”, un ibrido tra “memoir” e “saggio narrativo”, una sorta di emozionante “viaggio interiore” che sospende chi scrive e chi legge tra il desiderio di un “amore assoluto”, capace di sconfiggere l’impossibile, e la “paura di farsi male”. Percorso, dunque, tormentato in aspra contesa fra cuore e ragione, in pagine che incontrano pur anche Platone e i “miti greci”, per divenire “storia di educazione sentimentale” e di “crescita esistenziale e spirituale”: la storia di tutti noi che aneliamo all’amore, ne soffriamo e a volte vi rinunciamo. Ma, sottolinea a ragione Gramellini“Rifiutarsi di amare per paura di soffrire è come rifiutarsi di vivere per paura di morire”. E aggiunge la Benini“L’amore muove tutto e a tutto offre un senso, gioia e fatica insieme. ‘Prendersi cura’ significa anche imparare ad amarci”. Un buon auspicio per un anno che si apre riflesso in territori dell’anima in piena salita e confusione, nell’annullamento di sogni e umanità, bagliori di un mondo che urla, inascoltato, desideri di pace e amore, amore vero, amore totale.

Per infowww.salonelibro.it

Gianni Milani

Nelle foto: Locandina “Prendersi cura”; Massimo Gramellini (Ph. Lorenzo Fanfani); Cover “L’amore è il perché” (Longanesi)

Claudio Bagnasco, alla libreria La Ciurma il possibile prende forma

Nel cuore di Torino, in via Caprera 20/b, La Ciurma non è soltanto una libreria indipendente: è un presidio culturale, un luogo di resistenza gentile dove i libri diventano occasione di incontro e le parole tornano a circolare dal vivo. Tra scaffali curati e un’atmosfera intima e partecipata, sabato 3 gennaio 2026 lo spazio ha accolto la presentazione di Fare il possibile di Claudio Bagnasco (TerraRossa), in dialogo con Edoardo Ghiglieno, davanti a un pubblico attento, curioso e coinvolto.

Una biografia in frammenti

Fare il possibile si offre al lettore come una costellazione di brevi testi, piccoli “minerali narrativi” che, accostati l’uno all’altro, compongono una biografia scomposta. Trentuno racconti autonomi, ciascuno intitolato con una data, disposti però fuori da ogni ordine cronologico rigido. Non un diario, ma una mappa emotiva e temporale, nata – come racconta l’autore – tra ottobre 2022 e novembre 2023, con vuoti, addensamenti e improvvise accensioni.

Voce, ritmo, visione

Bagnasco definisce il proprio stile come un flusso continuo, sostenuto da un uso quasi “ipertrofico” della virgola accanto al punto: un respiro narrativo che cerca di tenere insieme l’esperienza del vivere, senza mai chiuderla davvero. In alcuni passaggi la scrittura si fa quasi visionaria, come nel racconto dedicato a Matilde, figura intensa e radicale, che durante l’incontro è stata accostata a una scrittura di flusso di coscienza, capace di evocare e destabilizzare.

Tra ironia e ferite, pubblico e privato

Il libro attraversa con naturalezza registri diversi: il comico e il drammatico, l’intimo e il collettivo. Emergono riferimenti cinematografici (Altrimenti ci arrangiamo), musicali (Guccini), ma anche episodi di cronaca recente, come la morte nello stesso giorno di Francesco Nuti e Silvio Berlusconi, osservata attraverso le reazioni contrastanti di una comunità divisa.

Politica, memoria, relazioni

Lo sguardo politico è presente e dichiarato: l’io narrante si riconosce nella sinistra, ma ne mette in discussione automatismi e retoriche, interrogandosi sul rapporto tra militanza, memoria e abitudine. Accanto a questi temi si intrecciano storie sentimentali, come un amore giovanile nato durante l’occupazione di una scuola, segnato da contraddizioni e sorprese.

Al centro, però, resta un’urgenza condivisa: far circolare cultura, tornare ad abitare luoghi fisici come le librerie indipendenti, riprendersi il tempo del confronto e dell’ascolto. In questo senso, La Ciurma non è solo cornice ma parte attiva del racconto: uno spazio che rende possibile ciò che altrove rischia di perdersi.

Per Claudio Bagnasco, “fare il possibile” significa costruire qualcosa che resti, pur nei limiti individuali, senza inseguire l’illusione del tutto. Un gesto minimo ma necessario, che si iscrive in una tradizione narrativa capace di tenere insieme fragilità e resistenza.

Il prossimo appuntamento a La Ciurma è fissato per il 9 gennaio alle ore 18.30, con Paola Barbato, che presenterà il suo libro Cuore capovolto: un nuovo incontro per continuare a fare, insieme, il possibile.

Valeria Rombolà

La triste e sfortunata vita di Emilio Salgari

L’incontro con Emilio Salgari, il papà di Sandokan, Yanez, Tremal-Naik e del Corsaro Nero avvenne tanto tempo fa. E fu un amore improvviso, intenso. I primo due libri furono “I misteri della Jungla Nera” e “Le Tigri di Mompracem”, nelle edizioni che la torinese Viglongo pubblicò negli anni ’60.

 

Vennero letteralmente divorati. Toccò poi all’intero ciclo dei pirati della Malesia e a quelli dei pirati delle Antille, dei Corsari delle Bermude e delle avventure nel Far West. Mi recavo in corriera da Baveno a Intra, da una sponda all’altra del golfo Borromeo del lago Maggiore, dove – alla fornitissima libreria “Alberti” – era possibile acquistare i romanzi usciti dalla sua inesauribile e fantasiosa penna. Salgari, nato a Verona nell’agosto del 1862, esordì come scrittore di racconti d’appendice che uscivano su giornali  a episodi di poche pagine, pubblicati in genere la domenica ma, nonostante un certo successo,visse un’inquieta e tribolata esistenza. A sedici anni si iscrisse all’Istituto nautico di Venezia, senza però terminare gli studi.

 

Tornato a  Verona intraprese l’attività di giornalista, dimostrando una notevole capacità d’immaginazione. Infatti, più che viaggiare per mari e terre lontane, fece viaggiare al sua sconfinata fantasia, documentandosi puntigliosamente su paesi, usi e costumi. Scrisse moltissimo, più di 80 romanzi e circa 150 racconti, spesso pubblicati prima a puntate su riviste e poi in volume. I suoi personaggi sono diventati leggendari: Sandokan, Lady Marianna Guillon ovvero la Perla di Labuan, Yanez de Gomera, Tremal-Naik, il Corsaro Nero e sua figlia Jolanda, Testa di Pietra e molti altri. Nel 1900, dopo aver soggiornato alcuni anni nel Canavese ( tra Ivrea, Cuorgnè e Alpette) e poi a Genova, si trasferì definitivamente a Torino dove cambiò spesso alloggio, abitando nelle vie Morosini e  Superga, in piazza San Martino ( l’attuale piazza XVIII Dicembre, davanti a Porta Susa, nello stesso palazzo all’angolo nord dove De Amicis scrisse il libro “Cuore“), in via Guastalla e infine in Corso Casale dove, al civico 205 una targa commemorativa ricorda quella che è stata l’ultima dimora del più grande scrittore italiano di romanzi d’avventura. Schiacciato dai debiti contratti per pagare le cure della moglie, affetta da una terribile malattia mentale, con quattro figli a carico, si tolse la vita con un rasoio nei boschi della collina torinese.

 

Era il 25 aprile 1911. Ai suoi editori dell’epoca, che stentavano a pagargli i diritti, lasciò questo biglietto: “A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna“. Ai quattro figli scrisse: “Sono ormai un vinto. La malattia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni di miei ammiratori che per tanti anni ho divertito e istruito provvederanno a voi. Non vi lascio che 150 lire, più un credito di lire 600… Mantenetevi buoni e onesti e pensate, appena potrete, ad aiutare vostra madre. Vi bacia tutti col cuore sanguinante il vostro disgraziato padre“. I suoi funerali passarono quasi inosservati perché in quei giorni Torino era impegnata con l’imminente festa del 50° Anniversario dell’Unità d’Italia. La sua salma fu successivamente traslata nel famedio del cimitero monumentale di Verona. Un tragico e amaro epilogo per l’uomo che, grazie alle sue avventure, fece sognare tante generazioni di ragazzi.

Marco Travaglini

“Il vicolo e altri racconti”, l’uomo e il cambiamento nel nuovo libro di Alessandro Valabrega

Dopo il romanzo “Tra i denti dello squalo” e la raccolta di poesie “Andante con moto”, la Paola Caramella Editrice ha pubblicato la nuova fatica letteraria del giornalista e fotografo Alessandro Valabrega, intitolata “Il vicolo e altri racconti”.
Un vicolo dove si incrociano i destini di quattro personaggi agli antipodi: una pornostar alle soglie della pensione, una giornalista alla ricerca di fumo, un’appassionata di musica balcanica in una sera d’estate e una misteriosa segretaria indiana. Questi, e molti altri, i protagonisti de “Il vicolo e altri racconti”, storie diverse con il tema centrale della realtà a fare da fil rouge, una realtà che, per essere compresa, chiede di abbattere le barriere dell’ipocrisia e del conformismo.

Se la realtà è il tema centrale e sfondo dell’opera, vi è una sua conseguenza, abbastanza evidente, che ancora meglio può descrivere quell’inquietudine, quella necessità di movimento, di cui Valabrega scrive e descrive con dovizia di particolari senza perdere l’incedere della narrazione, che ben rappresenta una sorta di malinconia novecentesca e le domande, terribili poiché primordiali, dell’uomo contemporaneo: la dimensione del cambiamento. I personaggi di Valabrega sembrano tutti un po’ in ritardo sull’orologio del cambiamento: un po’ clichè e opprimente nel cuore di chi lo incarna, una sorta di ombra per chi, incantato da una realtà più soggettiva che oggettiva, deve cambiare prospettiva, abitudini e riti, modellare un nuovo modo di essere anche attraverso il cambiamento dell’altro. Temi certamente contemporanei, ma che provengono da lontano, da quei prodromi mai del tutto interiorizzati, ma letterariamente molto amati, che giungono dalle opere di Kafka, se pensiamo al suo racconto più noto, “La metamorfosi”, in cui neppure la famiglia del povero, sventurato Gregor Samsa, può sopportare la mutazione in grosso insetto dell’incolpevole protagonista, o ancora Pirandello in “Uno, nessuno e centomila”, in cui il protagonista più intenso e vero è rappresentato dall’impotenza verso la propria identità, e poi Pessoa, il poeta della “sola moltitudine, e ancora i più moderni Tabucchi e Cortazar.

L’incedere della narrazione di Alessandro Valabrega sembra ripercorrere lo stile e le volontà delle opere e degli autori sopracitati. Una sorta di Imitatio, quel genere letterario incentrato sull’imitazione dei maestri, alla base della continuità della letteratura, mai visionaria, e paradossalmente attuale, come ai giorni nostri. Emergono fortemente, in quest’opera, le fasi che il cambiamento deve attraversare per evolvere in una realtà che tutti noi siamo abituati a indicare come “normalità”. Fasi e dimensioni che sembrano dover passare attraverso ciclici scandali e brutalità emotive, torture e aberrazioni visive, ma la realtà più scabrosa, e qui Valabrega ha evidenziato intensamente il vero fine della sua narrazione, è la nostra incapacità di affrontare veramente il cambiamento.

Mara Martellotta

“La clessidra di bambù”: Li Po, Mussapi e un’indagine sull’energia cosmica

“La clessidra di bambù”, nuova curatela del poeta Roberto Mussapi, recentemente pubblicata da Bibliotheka Edizioni e incentrata sulla figura di Li Po, leggendario poeta vissuto nell’ottavo secolo dopo Cristo, tra i massimi dell’intera letteratura cinese, è in libreria con quella che sembra essere la più completa e rappresentativa selezione di testi poetici del genio della Dinasta Tang, magistralmente tradotti da una penna fra le più importanti della poesia contemporanea.

Impregnato di taoismo e mistica ascensionale, il libro si presenta come un’indagine sull’ energia cosmica, che dal sublime vira verso il nostalgico, dal mistico al sentimentale, dal realistico al tragico, illuminata da quei bagliori notturni in cui il poeta scorge l’infinito. Se il sole genera vita, la luna la suscita, la muove, ne scandisce nascite e maree, tempeste e quiete, un’energia che è simbolo della Grande Madre, della ricettività, dei sogni e dell’inconscio, governatrice dell’intuizione, protettrice notturna dell’amore e della rinascita. Tutti elementi viscerali che Mussapi ci consegna in questa sua curatela del grande Li Po, che leggenda narra essere affogato nel fiume, cercando di afferrare la luna.

Proprio la contemplazione lunare – importante fil rouge magico e letterario tra Li Po e Roberto Mussapi – evidenzia il forte legame del poeta cinese con temi d’influenza taoista, espressi in quanto solitudine e rifugio nella libertà interiore, liberazione da ogni convenzione e ricerca d’armonia con la natura, di cui diventa estremo e tragico rappresentante nel momento della loro celebrazione, il più delle volte accompagnata dallo stesso vino di cui Baudelaire scrisse nel suo “Paradisi artificiali”. In sintesi, lo stile di Li Po è un’illuminazione di lirismo spontaneo e immaginifico, “capace di sogni improvvisi”, come ha scritto Roberto Mussapi, magistrale nell’aver saputo evocare il potere trasformativo della poesia: la magia di generare voce dove vige il silenzio, il poeta che diventa suono e significato del tempo passato, ormai proiettato nel futuro.

“Assetato d’infinito quanto Baudelaire, sapiente quanto Coleridge e Goethe, pulsante di vita quanto il mitico Villon. È questo il profilo intellettuale di Li Po, (701-762), il più grande di una straordinaria stagione di poeti che nell’ottavo secolo d.C. hanno dato vita in Cina a un fenomeno artistico paragonabile a quello dei poeti latini dell’età augustea, degli elisabettiani, degli stilnovisti, dei rinascimentali, dei romantici.Un narratore unico: mistico, visionario, capace di sogni improvvisi. Quasi shakespeariano nella sua incessante sperimentazione di ogni gamma narrativa: dal sublime al nostalgico, dal mistico al sentimentale, dal realistico al tragico. Un autore di intramontabile grandezza ammirato e venerato da Mahler, Pound, Hesse e Bukowski”.

Gian Giacomo Della Porta