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“Un augurio che raramente sentiamo dire. È invece il titolo del romanzo controcorrente di Riccardo Mazzocchio che affronta con acume e sensibilità il mondo spesso imperscrutabile delle donne. Penna leggera, pensieri profondi, risvolti impensabili. E, al centro della trama inconsueta, la grande sorpresa.”
Giovanna Tatò, giornalista e scrittrice, alla presentazione di “Purché sia Femmina” alla Biblioteca Comunale di Terni il 5 Marzo 2025.
LA TRAMA DEL LIBRO
Siamo davvero sicuri di essere artefici delle nostre scelte o sono esse invece il risultato di pulsioni momentanee? Marta, al culmine di una carriera prestigiosa non ci pensa due volte a mettere in atto un piano diabolico pur di vendicarsi di un grave torto subìto, incurante delle conseguenze della sua decisione. La sua vita cambia in modo drastico. Per ridarle un senso, si prefigge di crescere una bambina. L’educazione della piccola Nuru avviene in un contesto sociale insolito. Ispirata dalla sua nuova condizione, Marta trova la forza di reiventarsi e rimettersi in gioco.
La conclusione è che siamo meno pensanti di quanto si creda. Buona parte del nostro agire non è il risultato del libero arbitrio, di una libera scelta ma è influenzato da una serie di condizionamenti sia esterni (sociali) che interni (stati d’animo, emotività, pulsioni). È possibile, infatti, che le nostre azioni siano determinate più dalla fluttuazione probabilistica di circostanze motivanti che dal nostro volere.
L’AUTORE
Riccardo Mazzocchio è nato a Trapani nel 1959. Neurologo e Dottore di Ricerca in Neuroscienze, vive a Siena dal 1977. Appassionato di volo libero e a vela, coltiva la scrittura come forma d’arte e introspezione. Nel 2024 ha ricevuto il Premio “Il Medico Scrittore.” Ha pubblicato i romanzi: Il Tempo delle Donne (StreetLib, 2018), Purché sia Femmina (Nulla die, 2023) e Storie di Un Bambino Bizzarro (Nulla die, 2025), una serie di racconti autobiografici.



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Il sigillo di Parsifal
Ettore Pacetti è nato a Roma dove ha compiuto gli studi classici e musicali. 

Luciano Lavarra è un autore e artista poliedrico che da oltre vent’anni dedica la sua vita al teatro e alla narrazione. Nel 2003 fonda la compagnia teatrale Figli di Farinella. Da allora scrive, dirige, interpreta e produce commedie e spettacoli. Tra le sue opere più acclamate spicca L’ultimo profeta, da cui nasce l’omonimo romanzo, che ottiene una menzione speciale al prestigioso concorso nazionale Fitautori e che gli ha permesso di aprire un nuovo capitolo della sua carriera. Oltre al teatro, recita in vari film e produzioni televisive. Dal 29 giugno partecipa alla trasmissione “Facci Ridere” su Rai 2 in qualità di comico.


Il suo spettro di collaborazioni è molto ampio così come è importante la sua dedizione all’ attività di sensibilizzazione e supporto nei confronti di chi convive con la sclerosi multipla. A proposito di questo tema medico scientifico, ma anche sociale Loredana Cella ha curato la creazione del libro “Una vita da sclero” (Graphot/Spoon River), una collezione di storie, raccontate da pazienti affetti da questa grave malattia del sistema nervoso centrale, realizzata in collaborazione con il San Giovanni Bosco e l’Aism di Torino.
È un momento qualsiasi, è l’esaltazione del quotidiano che cela l’essenza delle cose. Nella poesia citata l’eleganza torinese è presa alla sprovvista, colta in flagrante mentre si tramuta in semplice golosità. Ma Gozzano sfalsa i piani e costringe il lettore a seguirlo nel suo ironizzare continuo, quasi non prendendo mai niente sul serio, ma facendo riflettere sempre sulla verità di ciò che asserisce. Se con “Le golose” Guido si concentra su una specifica situazione, con la poesia “Torino”, dimostra apertamente tutto il suo amore per il luogo in cui è venuto alla luce.
Ma torniamo a Torino, la sua città natale, la amata Torino, che è sempre nei suoi pensieri: “la metà di me stesso in te rimane/ e mi ritrovo ad ogni mio ritorno”. Torino raccoglie tutti i suoi ricordi più mesti, ma è anche l’ambiente concreto ed umano al quale egli sente di appartenere. Accanto alla Torino a lui contemporanea, (“le dritte vie corrusche di rotaie”), appare nei suoi scritti una Torino dei tempi antichi, un po’ polverosa che suscita nel poeta accenti lirici carichi di nostalgia. “Non soffre. Ama quel mondo senza raggio/ di bellezza, ove cosa di trastullo/ è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio/ e quell’ambiente sconsolato e brullo.” Con tali parole malinconiche Gozzano parla di Torino, e richiama alla memoria “certi salotti/ beoti assai, pettegoli, bigotti” che tuttavia sono cari al per sempre giovane scrittore. “Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca/ tuttavia d’un tal garbo parigino”, questa è la Torino di Gozzano, e mentre lui scrive è facile immaginare il Po che scorre, i bei palazzi del Lungo Po che si specchiano nell’acqua in movimento, la Mole che svetta su un cielo che difficilmente è di un azzurro limpido.

