E’ l’autore de “Il combattente”

Karim, il foreign fighter dalla parte dei buoni

karimFinalmente un foreign fighters in positivo, che ha scelto di stare dalla parte dei buoni

E’ il 26enne Karim Franceschi (figlio di un ex partigiano italiano e una marocchina) che nel 2015 ha raggiunto Kobane per unirsi ai curdi dell’Ypg (Unità volontaria di protezione del popolo) contro Daesh.

E’ l’autore de “Il combattente” (Rizzoli) -resoconto di questa sua straordinaria esperienza- che ha presentato in questi giorni al Salone del libro di Torino, dove ha fatto da calamita a una folla di giovani che non smettevano più di applaudirlo. Lui, occhi profondi e dolcissimi, ha detto di non ritenersi un eroe né una persona speciale; però l’entusiasmo che ha suscitato racconta una versione un po’ diversa. E per come la vediamo noi, speciale lo è, eccome.

Intanto, partito per portare aiuti umanitari nei campi profughi al confine con la Turchia, è stato l’unico ad entrare in zona di guerra armato solo di una “temibile “calza piena di caramelle destinate ai bambini. Poi la sofferenza di un popolo ha fatto il resto e lui, che non aveva mai imbracciato un fucile, è diventato partigiano a fianco dei curdi che fronteggiano l’Isis e si è trasformato in cecchino. Ha rischiato la vita spinto da un ideale: difendere un popolo e il suo diritto di autodeterminarsi, di separarsi dalla sharia e costruire un federalismo democratico.

Per Karim il Salone è in un vortice di incontri, dirette tv ed interviste, come quella che mi concede a fine giornata, stanco, ma disponibilissimo e carico di entusiasmo.

Iraq esodo

Tua mamma come aveva preso la tua decisione?

«In realtà non avevo pensato al fronte, ma di andare a Kobane per dare supporto logistico, scavare buche o cose simili. Anche così lei ha cercato di fermarmi in tutti i modi. Però quando sono tornato era molto fiera di me, anche se non lo avrebbe mai ammesso fino in fondo».

E una volta arrivato cos’è successo?

«Non ho potuto restare indifferente. Mi sono anche reso conto che gli altri erano ancora più inadeguati di me che non avevo avuto alcun addestramento militare. Così ho deciso di imbracciare le armi e dare una mano»

Com’è vedere la morte in faccia a 25anni e quando hai rischiato di più?

«Quando ero in una buca col dito nella spoletta di una granata, pronto a farmi saltare in aria, pur di non cadere in mano ai miliziani. In quei momenti pensavo alle persone che amavo e che mi amavano, vedevo mia madre in lacrime».

Come metabolizzavi il pensiero che la morte poteva arrivare da un momento all’altro?

« Avevo la foto di un momento felice con la mia compagna sulle montagne russe, la tenevo sempre nella giacca, sopra il cuore e spesso la immaginavo trapassata da un proiettile e insanguinata. Era un’immagine che trovavo in sintonia con la tragedia dei tanti giovani partigiani che perdevano la vita. Sarebbe stato scorretto e sbagliato pensare che quel dramma non coinvolgesse anche me».

La prima volta che ti hanno sparato addosso?

«Ho pensato oddio, mi colpiranno. Ero nel panico e iniziai a urlare ripetutamente “stanno sparando a me!”. Un mio compagno si girò e mi disse “beh, non so se stanno sparando proprio a… te”. E mi tirò su il morale».
Come ti sei sentito la prima volta che hai ucciso?
«Probabilmente è stato quando ci assaltarono con una superiorità numerica di 10 a 1, senza mai fermarsi, ruotando su 2 linee. Arrivavano come orde di zombi. Noi eravamo pochi e inesperti. Restammo svegli 3 giorni e 3 notti e sparai almeno un migliaio di proiettili. Dopo trovammo tantissimi cadaveri a terra, ma non so chi ho colpito».
Che idea ti sei fatto dei miliziani dell’Isis e del loro modo di combattere?

«Sono combattenti formidabili, dei veterani in grado di reggere condizioni pietose. Il punto è che sono finanziati anche da paesi della Nato, ed hanno armi di ultima generazione. Soprattutto non gli importa di morire, purché uccidano anche altri. Per questo la loro tattica di guerra, falangi di barbuti suicidi, rappresenta delle autentiche autobombe».

Loro sgozzano i prigionieri; voi invece come vi comportavate?

«Se li prendevamo vivi, dovevamo trattarli bene e non infierire assolutamente. Questo era molto chiaro, altrimenti ci saremmo contraddetti. Non combattevamo per imporci, ma per liberare un popolo che loro massacrano».

Come si può fermarli?

«Sconfiggerli militarmente non basta. Perché dietro al loro apparato militare ce n’è un altro. Fatto di stato, ideologi, imam, internet, media, soldi, petrolio e sostegno da parte di potenze economiche. Come il Qatar, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi. Ma più di tutti la Turchia che li lascia entrare in Siria, li arma e lo fa in chiave anti curda, minacciando così anche l’Occidente. Non si sconfigge l’Isis se prima non si sanziona chi lo finanzia».

Qual è la forza dei curdi che combattono in prima linea e perché hai detto che è una resistenza al femminile?

«Metà delle nostre formazioni partigiane era costituita da donne. Straordinarie, molte giovanissime, mingherline, resistenti a freddo, fame, privazione del sonno e lo facevano col sorriso. Quando mi dicevo che non ce l’avrei fatta e volevo tornare a casa, guardavo loro che infondevano coraggio a tutti noi maschietti».

Quanto sono strategiche le combattenti curde?
«A Kobane la resistenza è al femminile. La città è stata liberata da una donna straordinaria, nome di battaglia “vendetta di sangue”, che arrivò a fine ottobre quando della città erano rimaste pochissime vie. Pensavamo che avrebbe ordinato la ritirata. Invece prese le redini della difesa, radunò i capisquadra e disse “libereremo Kobane in 3mesi, buon lavoro, tornate ai vostri posti”. Ed è quello che fece questa quarantenne, un po’ cicciottella, col sorriso da maestra elementare, ma lo sguardo di una leonessa».

Immagino che la guerra cambi una persona, a te cosa ha dato e cos’ha tolto?

«Il Karim entrato a Kobane non è lo stesso che ne è uscito. Mi ha insegnato che nella vita contano gli ideali con cui cresci e che ti danno uno scopo per andare avanti. Che nulla è impossibile e non è importante essere muscolosi o avere un addestramento militare. Le donne curde, alle quali avevano detto che non erano adatte al fronte, mi hanno insegnato che ciò che serve sono coraggio e determinazione. Mi ha tolto i migliori amici che abbia mai avuto, perché in quelle situazioni si instaurano legami fortissimi, ancor più che fraterni».

Cosa diresti ai giovani che magari pensano di emularti?

«Di non farlo, anche perché oggi le unità di protezione sono abbastanza forti e non hanno bisogno di volontari stranieri. I giovani possono fare molto di più da qui».

Laura Goria