DOSSIER DAI SITI WEB

La comunità ebraica si apre alla città

Molto attiva nel recupero delle proprie radici storiche (ricerche, mostre, restauri) e nell’educazione, è ormai da anni un punto di riferimento nella vita culturale torinese. Ecco il ritratto tracciato dal sito internet della comunità

 

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La sinagoga si erge maestosa in Corso Vittorio Emanuele II. Tutti ci passano davanti ma non molti hanno avuto occasione di visitarla. E, soprattutto, sono pochi i torinesi che conoscono le molteplici iniziative della comunità israelitica cittadina. Prima di visiatre il tempio israelitico, vale la pena visitare il sito web della comunità:www.torinoebraica.it .

 

Oggi, quella di Torino è la comunità ebraica più importante della nostra regione e la quarta in Italia. E’ composta da un migliaio di persone e ha raccolto nel corso della storia le comunità di Alessandria, Asti, Acqui Terme, Carmagnola, Cherasco, Chieri, Cuneo, Ivrea, Mondovì e Saluzzo. La comunità subalpina, molto attiva nel recupero delle proprie radici storiche (ricerche, mostre, restauri) e nell’educazione (con la Scuola dell’Infanzia “Colonna e Finzi” e la Scuola secondaria di 1°grado “Emanuele Artom”), è da decenni un prestigioso punto di riferimento nella vita culturale e sociale torinese.

 

Ecco le tappe storiche più salienti, raccontate nel sito web:

 

“Le prime presenze ebraiche in Piemonte risalgono all’inizio del XV secolo e pare vadano collegate all’espulsione degli ebrei francesi decretata nel 1394. La comunità più popolosa era allora quella di Savigliano, di cui si hanno notizie fin dal 1404. A Torino gli ebrei furono ammessi ufficialmente solo nel 1424: per i secoli precedenti non si hanno informazioni circa una loro residenza nella città sabauda. Gli Statuta Sabaudiae di Amedeo VIII (1430) regolamentarono, oltre alle questioni fondamentali dello Stato, la situazione degli ebrei. Accanto ad una certa severità, anche una basilare accettazione ispirò questo documento: rigida separazione tra ebrei e cristiani, segno giallo distintivo, limitazione delle sinagoghe; ma anche rispetto della libertà religiosa. Nel Cinquecento un forte impulso venne alle comunità piemontesi dalla cacciata degli ebrei dalla Spagna. Giungendo dalle regioni costiere della Francia meridionale, dalla Provenza e, attraverso itinerari più intricati, dalla Germania, gruppi piuttosto folti di ebrei approdavano in Piemonte alla ricerca di sicurezza, stabilità, possibilità di sviluppo economico.

 

Tra alti e bassi, condotte concesse e revocate, agiatezza economica e diffusa povertà, grandi commerci e piccoli traffici ambulanti, la condizione degli ebrei era comunque legata alla politica di rafforzamento ed accentramento con cui il Ducato di Savoia andava trasformandosi in stato moderno. La Controriforma segnò anche in Piemonte un netto peggioramento della situazione degli ebrei. Nel 1679, in ottemperanza a quanto ormai si stava realizzando altrove da più di un secolo (Venezia 1516; Roma 1555; Firenze 1571), Maria Giovanna Battista di Nemours, reggente in nome del figlio Vittorio Amedeo II, decretava che tutti gli ebrei torinesi dovevano prendere residenza nella zona dell’antico Ospedale di Carità: tra le contrade S. Filippo (oggi via Maria Vittoria), dietro al Palazzo del Principe Carignano (l’attuale via Bogino), dietro S. Filippo (ora via Principe Amedeo) e la via S. Francesco di Paola nasceva il primo ghetto piemontese, destinato a prendere corpo e a popolarsi già dal 1682, per iniziativa del nuovo duca. Divenuto re dopo la guerra di successione spagnola nel 1723, Vittorio Amedeo II confermò e accentuò le rigide regole per la società ebraica piemontese con le sue Regie Costituzioni.

 

La situazione socio-economica degli ebrei piemontesi tendeva uniformemente ad abbassarsi di livello, scendendo gradualmente fino a quello stato di miseria che caratterizza la vita delle comunità nella prima metà dell’Ottocento. La prima emancipazione, giunta in Piemonte al seguito dell’esercito napoleonico, non arrivò del tutto inaspettata agli ebrei subalpini, mentre inatteso e traumatico fu il ritorno nei ghetti sancito dalla Restaurazione. La liberazione definitiva giunse nel 1848 con lo Statuto albertino e gli ideali del Risorgimento. Parità di diritti, intensa e proficua partecipazione alla vita della società circostante sul piano economico e culturale, impegno emergente nel processo risorgimentale, ma anche graduale allontanamento dalla tradizione e dall’osservanza dei precetti: questo il quadro di un ebraismo piemontese emancipato e sempre più urbanizzato. Le leggi razziali nel 1938 furono l’avvio verso il precipizio. Poi la tragedia, la Shoah: quasi quattrocento furono gli ebrei torinesi deportati. Molti gli ebrei piemontesi impegnati nella Resistenza. Nel dopoguerra la difficile ricostruzione della sinagoga bombardata e della Comunità.”

 

La comunità torinese si avvale anche dell’opera della Fondazione ebraica Marchese Guglielmo De Levy, eretta Ente Morale con decreto del Presidente della Repubblica nel 1951. “Il Marchese De Levy, – si legge nel sito internet – nato a Bonn nel 1861 e deceduto in Torino – dove è sepolto – nel 1947, ha destinato la sua cospicua eredità ad una erigenda Fondazione con lo scopo di promuovere una migliore conoscenza dell’ebraismo e di combattere l’ignoranza e il pregiudizio, mediante lezioni, pubblicazioni, conferenze e ogni altro mezzo giudicato idoneo”.

 

E’ attivo anche il Gruppo di Studi Ebraici, sorto nel 1968, dedicato al confronto delle opinioni sui principali temi di cultura e di attualità nell’ebraismo, alla diffusione e allo sviluppo di posizioni ed iniziative mirate alla pace in Israele ed alla convivenza nel Medio Oriente. Inoltre, a dimostrazione che la comunità è davvero attiva nella vita torinese e collabora con le altre realtà religiose, è nato il nuovo premio collaterale Interfedi, in occasione della trentunesima edizione del Torino Film Festival. Nella città che vide nel 1848 la concessione dei diritti civili alle minoranze valdese ed ebraica, la Chiesa Valdese e la Comunità Ebraica locali hanno promosso, con il patrocinio del Comitato Interfedi, l’istituzione del “Premio per il rispetto delle minoranze e per la laicità attribuito dalla Giuria Interfedi”. Il nuovo Premio mira a richiamare l’attenzione su film che contribuiscono a dare voce a tutti i tipi di minoranze.

 

Comunità Ebraica di Torino, Piazzetta Primo Levi, 12 – Torino

Tel. 011.650.83.32 – Fax 011.669.11.73 – www.torinoebraica.it

 

L’Islam a Torino è un mondo plurale

“Alcune realtà non dispongono di una sede stabile, come per i muridi senegalesi, che affittano una ex-palestra oppure i locali della Galleria d’arte moderna. E c’è persino chi, come i Giovani Musulmani d’Italia, utilizza per i propri incontri la sede della sezione di un partito politico”. Uno studio del Centro Interculturale – Città di Torino

 

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Sul sito ufficiale della Città, www.comune.torino.it, ampie sezioni sono dedicate alle culture e alle fedi che popolano Torino. Particolarmente documentati e interessanti gli interventi di Javier Gonzàlez Dìez, antropologo e ricercatore presso il Centro Interculturale  di Corso Taranto 160, incentrati sulle religioni presenti in città.  A proposito del mondo islamico torinese lo studioso cita due importanti ricerche sociologiche (Garelli 2001, Negri e Scaranari Introvigne 2005), dalle quali emerge la consistenza dell’islam a Torino: “ci sono almeno nove luoghi di preghiera – scrive Gonzàlez Dìez – la maggior parte dei quali con relativi annessi (scuole coraniche, spazi per incontri). Sono poi ormai innumerevoli i tipi di locali che girano intorno a quest’ambito, come per esempio le macellerie islamiche. Gli studi condotti a Torino  fanno luce anche su un altro aspetto del mondo islamico che molto spesso viene sottovalutato o disconosciuto: la sua forte eterogeneità interna. L’islam, infatti, è ben lontano dall’essere una realtà uniforme e presenta al proprio interno tratti molto diversi. Proprio per questo molti autori tendono a parlare di un “islam plurale” più che di un unico islam”.

 

Lo studio del Centro Interculturale prende poi in esame le sale di preghiera esistenti in città, spesso collegate con associazioni transnazionali islamiche: Fratelli Musulmani nelle varie correnti, salafiti e wahhabiti. La composizione etnica è diversificata ma i marocchini sono il gruppo predominante. L’ islam senegalese è probabilmente l’unico ad avere una forte base etnica ed è presente con le tradizionali confraternite, in primis quella muride.

 

“Le comunità islamiche di Torino non dispongono di vere e proprie moschee nel senso tradizionale del termine – spiega ancora Gonzàlez Dìez ma spazi di culto allestiti nei locali più vari, da scantinati a capannoni ad altro tipo di edifici. Alcune comunità non dispongono ancora di una sede stabile, come è il caso dei muridi senegalesi, che affittano ad ore il locale di una ex-palestra oppure, nelle occasioni più importanti, i locali della Galleria d’arte moderna e contemporanea. E c’è persino il caso di chi, come l’associazione dei Giovani Musulmani d’Italia, utilizza per i propri incontri, anche di preghiera, la sede della sezione di un partito politico.  I luoghi di culto delle comunità islamiche sunnite sono prevalentemente concentrati in due quartieri, San Salvario e Porta Palazzo, che sono anche i quartieri che, secondo i dati dell’Osservatorio Interistituzionale sugli Stranieri in Provincia di Torino, registrano una più alta concentrazione di immigrati maghrebini. Un dato interessante emerge dalle ultime ricerche: è che soltanto una piccola parte dei potenziali “islamici” residenti a Torino frequenta le sale di preghiera, percentuale che lo studio di Negri e Scaranari Introvigne (2005) colloca intorno al 4% nei periodi normali e intorno al 7% durante il periodo di ramadan. Questa cifra, pur tenendo in conto la mancanza delle donne, che raramente frequentano le sale di preghiera e il fatto che le preghiere si celebrano di venerdì, giorno lavorativo, appare comunque molto bassa e ci illustra la differenza cui accennavamo prima fra una presenza religiosa “potenziale” e una “reale”.

 

Il modo di porsi a livello locale dell’islam a Torino è – secondo lo studio – condizionato dal trovarsi in un contesto sociale diverso da quello di origine. Si evidenziano, inoltre, spinte verso l’esterno che puntano a meglio codificare la presenza islamica nella nostra società. “Questo è per esempio ciò che viene esemplificato dal caso dell’associazione dei Giovani Musulmani d’Italia – si legge ancora nel lavoro del Centro Interculturale – che è stato oggetto di una delle nostre ricerche, all’interno della quale è molto presente il tema della costruzione di ciò che viene definito un “Islam italiano”. Questo dovrebbe essere una realtà che adegui i propri contenuti alla società italiana. Ci sembra importante segnalare in questa ricerca come la presenza islamica sia oggetto di maggiori dibattiti, interni ed esterni, di quanto non lo siano le altre comunità religiose di immigrati in Piemonte e come ci sia una tendenza a voler semplificare la questione senza considerare proprio la natura “plurale” ed eterogenea del mondo islamico a Torino”.

 

www.comune.torino.it