La GAM di Torino dedica la mostra all’“enfant terrible” della Fotografia del secondo Novecento
Fino al 3 maggio

La fama da “cattivo ragazzo” della Fotografia se l’è coccolata negli anni come vera manna, non casuale, piovuta dal cielo. Sempre.
E sempre l’ha accudita – e impreziosita attraverso una tecnica di assoluta eccellenza – con compiacente, narcisistica generosità. Del resto “bisogna sempre essere all’altezza – era lui stesso a dichiararlo – della propria cattiva reputazione”. Un principio, almeno sul piano professionale, cui Helmut Neustadter, in arte Helmut Newton (Berlino, 1920 – Los Angeles, 2004) fu sempre fedele, seguendo – senza mai perdere in stile ed eleganza ed ironia – il gusto della deliberata provocazione e dell’irriverente sfida alle convenzioni, attraverso cui disorientare l’osservatore, diviso fra compiacimento alle stelle e biasimo beghino, ma pur sempre attratto da immagini iconiche, bellissime nella costante armonia di luci e composizione, diventate “storia” della grande Fotografia del secondo Novecento.
Per alcuni un genio inarrivabile che ha saputo elevare il nudo fotografico a forma d’arte assolutamente indiscutibile, per altri un “misogino” i cui scatti hanno spesso superato i confini dell’accettabilità introducendo nella fotografia di moda “elementi di sado-masochismo, voyeurismo e omosessualità”, a Newton (“oriundo tedesco, con passaporto australiano e residenza a Monte Carlo”) la GAM di Torino dedica l’apertura della stagione espositiva 2020 con una retrospettiva di forte impatto suggestivo, promossa da “Fondazione Torino Musei” e prodotta da “Civita Mostre e Musei” con la collaborazione della “Helmut Newton Foundation” di Berlino. 68 sono le opere esposte a documentazione della lunga carriera dell’artista, secondo un progetto saggiamente esaustivo curato da Matthias Harder, direttore della Fondazione a Newton dedicata e aperta a Berlino nel 2004, poco dopo l’improvvisa morte dello stesso fotografo.
In parete troviamo immagini che “sfuggono – afferma lo stesso Harder – a qualsiasi classificazione… apportando eleganza, stile e voyeurismo nella fotografia di moda, esprimendo bellezza e glamour e realizzando un corpus fotografico che continua a essere inimitabile e ineguagliabile”. Si va dagli anni Settanta con le numerose copertine per “Vogue” (“La moda è stata – diceva Newton – il mio primo desiderio, sin da ragazzo. E, ovviamente, volevo diventare un fotografo di Vogue”), fino
all’opera più tarda con il ritratto per “Vanity Fair” di Leni Riefenstahl, fotografa attrice e regista di Hitler, ritratta nel 2000 – alla soglia dei cent’anni – e fermata nella stupefacente grandiosità di un’immagine che cattura i segni ancora percettibili di una remota bellezza, impietosamente tormentata dagli sberleffi del tempo.
Accanto, altri numerosi ritratti a personaggi famosi, miti del Novecento, fra i quali un Andy Warhol colto in un attimo di inquietante relax (omaggio al “Cristo” del Mantegna?) e pubblicato nel 1974 su “Vogue Uomo”, Gianni Agnelli (1997) fermato in una geniale inquadratura di profilo dal basso verso l’alto e un’Alba Parietti tutta riccia e tutta nuda colta di spalle in un giardino della precollina subalpina (gli unici due e così diversi torinesi presenti in mostra); per proseguire con Paloma Picasso munita di “sinistro” monocolo e con l’ambigua e misteriosa Debra Winger (1983), fino a Claudia Schiffer (1992) fasciata in abito rosso che pare cucito a pelle, appoggiata provocante al muro di una stradina di Mentone e alla nuvola bianca di fumo “che si fa sipario” all’immagine fascinosa e maliarda (non c’è data) di Marlene Dietrich, accanto alla quale Newton riposa nell’area ebraica del Cimitero di Friedenau a Berlino.
Delle importanti campagne fotografiche di moda, troviamo invece esposti alla GAM alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Thierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di fotografie, ormai iconiche, per le più note riviste di moda internazionali, pensate studiate e scattate nei luoghi più impensati e improbabili: dalla suite di un hotel super lusso, a banali minimaliste perfino ansiogene periferie urbane fino al garage del condominio in cui viveva a Monte Carlo, con modelle e auto parcheggiate, disposte a formare un suo personalissimo “dialogo visivo”. Al centro di tutto le donne. Soprattutto le donne. I corpi statuari. Il trionfo della carne, dell’eros. La grande bellezza e la divertita ironia. In una percezione del tutto singolare e neanche poi tanto bizzarra. Lui stesso ricordava: “Per me il massimo è stata Margaret Thatcher: che cosa c’è di più sexy del potere?”.
Gianni Milani
“Helmut Newton. Works” 
GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, via Magenta 31, Torino; tel. 011/4429518 o www.gamtorino.it
Fino al 3 maggio
Orari: dal mart. alla dom. 10/18, lun. chiuso
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nera: riscaldamento a singhiozzo, lei costretta a scrivere addirittura con i guanti e a inventarsi stratagemmi per tenere i bambini al caldo. Poi arriva il sassofonista eroinomane Buddy Berlin con 4 biglietti aerei, destinazione Acapulco, e lei lo segue in capanne e altra miseria. Mentre lui si fa l’ennesimo buco Lucia partorisce il terzo figlio e ancora una volta si ritrova sola; dopo la nascita del quarto prende i bambini e vola a ricostruirsi una vita in California. Farà di tutto: donna delle pulizie, centralinista, infermiera.. nel frattempo scrive i suoi magnifici e spesso autobiografici racconti, entra ed esce dagli Alcolisti Anonimi. Vale la pena soffermarsi sul capitolo che riassume i problemi di tutti i luoghi in cui ha vissuto, perché lì è scandito il suo continuo peregrinare tra Alaska, Montana, Idaho, Texas, Arizona, Santiago del Cile, Acapulco, e poi ancora altre mete fino alla California, alle prese con valanghe, alluvioni, scorpioni, sporcizia, topi e termiti…e via così in un percorso difficile e spesso al limite dell’inimmaginabile.
riesce anche a ritagliarsi il tempo per scrivere e raccontare il suo lavoro, come nel precedente “Naufraghi senza volto”; una sorta di reportage della complessa identificazione dei migranti morti in mare, in particolare dei naufraghi di Lampedusa. Ora in “Corpi, scheletri e delitti” ci aiuta a fare chiarezza sul suo mestiere difficile e affascinante che restituisce ai cadaveri un nome e ai familiari la possibilità di metabolizzare un lutto.
Se amate le atmosfere del realismo magico sudamericano questo libro fa per voi. E’ scritto da una delle autrici più geniali dell’America Latina, la brasiliana Martha Batalha, nata a Recife nel 1973, giornalista e fondatrice della casa editrice Desiderata, che dopo un periodo newyorkese oggi vive in California con il marito e due figli. Ci coinvolge in un romanzo travolgente, una sorta di saga familiare in cui si inanellano destini, tradimenti, segreti, amori e rancori che partono da lontano. Dall’origine di Ipanema, spiaggia favolosa in cui nel 1904 il console svedese Johan Jansson (tutto ossa) costruisce per la moglie Brigitta (70 kg di donna in un metro e mezzo di altezza, e strane voci nella testa inutilmente curate da Freud) un castelletto moresco con tanto di torre: una delle prime case della zona sud di Rio de Janeiro. Martha Batalha ricrea l’atmosfera di quel lido favoloso, attingendo anche a fonti storiche, ma soprattutto alla sua fantasia. Il risultato è fantastico e cresce di pagina in pagina, man mano che il castello si ammanta di tanti stili fino ad ottenere una fisionomia pasticciata e unica. Qui nascono i 3 figli della coppia e scorrono gli anni movimentati da feste spettacolari dai ritmi carioca. Poi Johan viene inghiottito da mare e scogli, il castello va in rovina e niente sarà mai più come prima. A portare aventi la dinastia sono i giovani eredi, soprattutto Nils che riemerge dalla malinconia, sposa la strabica e rancorosa Guiomar, e mettono al mondo Tavinho. E’ soprattutto la storia del suo matrimonio con Estela che viene messa a fuoco. Anni di cene in famiglia insopportabili, rimbrotti
continui di Guiomar verso le delizie culinarie della nuora, tutto condito da sentimenti altalenanti, apparenze, disorientamenti sessuali e amanti. Traiettorie di vita sullo sfondo della dittatura e delle torture dei prigionieri politici, poi della democrazia condita dal boom economico. Con un epilogo in qualche modo annunciato.



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