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Caleidoscopio rock USA anni 60

Il nome… è una cosa seria

in CULTURA E SPETTACOLI

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI ’60

Articoletto di Ferragosto… direi che ci vuole qualcosa su un “band mistero”, una delle tante del rock anni Sessanta “a stelle e strisce” di cui si sa poco o nulla, ma che ha lasciato una gemma per i cultori del settore.

Si può quasi dire che il problema più gravoso per la band non fossero le date per i gigs, le paghe, li rapporti col manager o l’impatto con la sala di registrazione… ma trovare un nome catching (che attirasse l’attenzione).

Ron Howard (chit), George Eder (V, b), Mike Jones (V, org), Doug Maxeiner (batt) provenivano dall’esperienza di esordio sotto il nome di The U.S. Males; ma fin dall’inizio il nome lasciava perplessi, poco persuasivo, troppo generico e prevedibile, privo di elementi di interesse. Nel corso di vari mesi nella seconda metà del 1966… la band si scervellò letteralmente per trovare un nome migliore. Lo si cercava ovunque! Sulle locandine in giro per strada, sulle insegne dei camioncini di hot dog ambulanti, sulle vetrine dei negozi, perfino nei nomi dei trattori o dei macchinari per l’agricoltura; se ne sceglieva uno, ma subito la perplessità dominava, l’accordo tra i membri non era mai certo e qualcuno finiva sempre per sollevare questioni, obiezioni, dubbi continui.

Allora si scavò nelle origini, nel mondo dell’infanzia e adolescenza a Lansing (Illinois) e si scoprì l’elemento che aveva sempre unito i ragazzi della band: il ritrovo al parco-giochi vicino alla scuola elementare, quel posto all’incrocio di due viali trafficati dove avevano inizio i giri insieme per la città. Era il playground all’incrocio tra Park Avenue e Chicago Avenue, dove bambini e giovani trascorrevano il tempo libero e dove regnava il divertimento ancora spensierato; fu così che la band prese il nome di Park Avenue Playground e le obiezioni finalmente erano a zero.

Il manager era Larry Goldberg, che tenne una condotta non sempre cristallina ma apprezzabile per tutta la vita della band; l’area “opaca” fu al tempo dell’incisione dell’unico single, con questioni mai del tutto comprese con l’etichetta U.S.A. records; non fu mai chiaro l’iter che portò all’applicazione delle etichette sui dischi e la band (anche dopo lo scioglimento) non fece mistero dei propri dubbi riguardo la sensazione che ci fosse sempre qualcosa di “non detto” in tutta quella faccenda.

Comunque le date non mancavano, il “giro” soddisfacente, l’armonia interna costante, eppure presto venne meno il “fuoco”, la spinta a scrivere nuove canzoni. Si può affermare che l’ispirazione si concentrò ed esaurì sostanzialmente in un unico brano del 45 giri del 1967: “I Know” [M. Jones] (U.S.A. records 919; side B: “The Trip” [G. Eder]), inciso a Madison (Wisconsin). Sorpresa è che non si trattava del lato A, ma del flip… Infatti “The Trip” rimane tuttora un esempio cardine di fuzzy tones e garage borderline infettato dai suoni nuovi in arrivo dal movimento psichedelico imminente e galoppante.

Passata l’incisione, l’etichetta fu molto titubante se mettere sul mercato il disco; in radio passò poco… e anzi si dice che una parte del “non venduto” fosse stata poi posta quasi alla rinfusa in un magazzino colpito da una devastante alluvione. Il risultato è che attualmente il 45 giri costa letteralmente un occhio della testa (nell’ordine di non meno di mille dollari) e risulta pressoché introvabile perfino per i “maniaci” del genere…

Della band si seppe più nulla, nessuna apparizione in TV o in qualche “Battle of the Bands”, scarsa presenza nelle classifiche radiofoniche; inevitabile fu il processo di disgregazione, conclusosi forse entro l’estate del 1969 senza ulteriori sussulti.

 

Gian Marchisio

 

 

Si ritorna in college

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Non sarà mai ripetitivo il ribadire con insistenza l’importanza vitale che ebbero le fraternities delle università e dei colleges americani per l’attività di miriadi di bands garage rock negli anni ‘60. Ne avevo già parlato in occasione dei Marble Collection dell’area di New Haven, dal momento che il sistema dell’Ivy League era una vera e propria manna dal cielo per la quantità di frat parties oggetto di animazione musicale rock

 Feste universitarie che erano campo di allenamento e “palestra” ideale per snocciolare il repertorio originale o di covers di centinaia di gruppi emergenti, in lotta fra loro per fiondarsi sulle feste più trendy (con la speranza di agganci a livelli alti col giro delle case discografiche e dei produttori musicali di grido). E allora eccole queste fratellanze studentesche, coi loro acronimi in lettere greche, con i loro stemmi dai colori esclusivi (harvest gold, carnation white, growing green, royal purple, sapphire blue e infiniti altri), con simboli a volte dal significato ermetico e misterioso (civette, bilance, sfingi, fenici etc.), sparse su tutto il territorio degli Stati Uniti ma in particolar modo a est, da New York fino in Florida. E come i frat parties impazzavano in area di Ivy League, allo stesso modo erano ambitissimi più a sud, per esempio a Gainesville (Florida), tipica città di college e gigs connessi… Qui non a caso la competizione tra bands per le feste universitarie era serrata e la concorrenza non mancava ai più diversi livelli (pure di managers e di agenti). Nell’agone erano coinvolti anche The Rare Breed, band sorta attorno al 1963 dalle ceneri di due gruppi preesistenti: The Playboys e The Big Beats. Manco a dirlo i membri erano studenti della University of Florida, precisamente Randy Ratliff (V), Bill Carter (chit), Jim Garcia (chit), Randy McDaniel (b), Ron Gause (V, org) e Paul McArthur (batt) [in un secondo momento anche Bryan Grigsby (fl, sax)]; il sound guardava al passato del rock&roll ed il look pure, dal momento che i Rare Breed non si allinearono mai a tendenze hippie o di controcultura, nemmeno dopo il 1966. Nelle aree di Gainesville (soprattutto presso il locale “Dub’s”), Starke, Ocala, Palatka (fin quasi a Jacksonville) la band si muoveva con pieno agio tra feste universitarie, adult clubs, parties privati sotto la supervisione coordinata dei due managers Bob Norris e Dub Thomas, abili non tanto nel rastrellare date nel giro degli allora diffusissimi dance clubs, ma soprattutto sul versante degli studi di registrazione; il raggio d’azione non era ampio ma la frequenza delle esibizioni era comunque consistente e sostenuta. Probabilmente “adocchiati” nell’ambito di una specie di competizione tra bands a fini promozionali, The Rare Breed ebbero la possibilità di entrare in studio di registrazione, sfornando due 45 giri incisi entrambi tra 1966 e 1967 nei Charles Fuller Studios di Tampa: “In The Night” [L. Garcia] (CM-012; side B: “I Need You”); “I Talk[ed] To The Sun” [Carter – Garcia] (FR-3250; side B: “Don’t Blow Your Cool), entrambi con etichetta Cool as a Moose. Purtroppo la gestione degli introiti fu alquanto infelice ed il secondo single fu anche oggetto di diffusione pirata, causando perdite economiche all’intera band nonostante la positiva programmazione nelle radio locali di Gainesville. Le esibizioni continuavano ad essere di buon livello, in primis quelle presso “The Pier” di Daytona Beach, finché il completamento degli studi in college e altre concause portarono all’allontanamento da Gainesville e allo scioglimento della band probabilmente a fine 1968. Destino comune a parecchie altre bands, nate e tramontate in ambito universitario.

 

Gian Marchisio

 

 

Tra petrolio, coyote e… sciacalli

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Persino una raccolta di racconti brevi pubblicata nel 1989 da William S. Burroughs, simbolo della Beat Generation, ne prese il nome, minaccioso e inquietante: “Tornado Alley”

E’ tutta quella fascia di territorio che comprende le pianure dei fiumi Mississippi e Ohio e la valle del basso corso del fiume Missouri, così come la parte sud-orientale degli Stati Uniti; vi sono inglobati Oklahoma, Kansas, Arkansas, Missouri e Iowa, cui si aggiungono nord-est del Texas, Colorado orientale, nord della Louisiana, centro e sud di Minnesota e South Dakota, nord-ovest del Mississippi, centro e sud dell’Illinois, Indiana sudoccidentale, sud-est e sud-ovest del Nebraska e aree di Tennessee, Kentucky e Wisconsin. Grande area territoriale… ma sicuramente definizione soprattutto mass-mediatica, con scarsi fondamenti scientifici e aree geografiche che non sempre rispecchiano la reale incidenza di tornados e il loro impatto al suolo. Fatto sta che la base meridionale della “Tornado Alley” si situa in Texas, sostanzialmente nell’area a nord di Dallas, sulla direttrice per Oklahoma City. Texas terra di petrolio, pianure, canidi di vario tipo tra cui il coyote…. ma gli sciacalli? Che ci siano o no poco importa, importa che piacevano tanto alle bands degli anni Sessanta nomi selvatici, da outcasts, da reietti di vario genere; e non poteva che essere gettonato un nome del tipo The Jackals. Ed eccola la band, sorta nel 1964 a Denton (Texas), ma composta (nella sua formazione definitiva dopo qualche tempo) da Billy Lawson (V), Mike Neal (chit), Ronny Sterling (b), John Talley (org), Phil Campbell (batt); il serbatoio erano il Cook County Jr. College e la North Texas State University e la guida manageriale era il magnetico e tentacolare George Rickrich (che era stella polare dei concittadini ma ben più famosi The Chessmen). In ogni caso The Jackals sapevano contaminare col loro entusiasmo parecchi frat parties di Dallas e dintorni e locali tra cui “Lou Ann’s”, “The Dunes” e “The Pirates’ Nook”; piacevano per il “soul flavour”, influenzato da Wilson Pickett, Percy Sledge, ma con impronta “British Invasion” (specialmente Yardbirds, Animals e Rolling Stones). La direttrice dei gigs era tra San Antonio, Austin, Waco, Fort Worth fino a Norman e Oklahoma City a nord e si può senz’altro affermare che The Jackals erano soprattutto band da esibizioni live, con scarsissima propensione all’incisione o agli studi di registrazione. Ne è prova il fatto che ci si accorse del loro contributo solo a più di vent’anni di distanza, allorquando il loro acetato col singolo “Love Times Eight” diventò brano cult; ciò a seguito di un lavoro di recupero di unreleased di varie bands ad opera di collaboratori ed emissari della casa Cape Crusader Records di Kansas City. Ne derivò una nutrita raccolta di brani inediti di carattere eterogeneo e di gruppi di differenti influenze musicali e aree territoriali, ma “Love Times Eight” dei The Jackals spiccò immediatamente nei gusti dei cultori del rock di nicchia, non solo nel genere garage. Della band si perdono quasi tutti i riferimenti dopo il 1966, allorquando Mike Neal, chiamato nella Air Force, dovette abbandonare, sostituito da William Williams. Non è da escludere che le esibizioni fossero comunque frequenti e il calendario fitto, anche se è presumibile che l’attività manageriale di George Rickrich, ormai orientata sui Chessmen, avesse “scaricato” The Jackals, condannandoli ad una lenta ed inesorabile parabola discendente sicuramente dal 1967. “Love Times Eight” resta comunque tuttora punto di riferimento degli aficionados del garage di nicchia e di quella vasta area degli inediti protopunk degli Stati Uniti di metà anni Sessanta.
 

Gian Marchisio

 

 
 

Siete solo ragazzi, non potete capire

in CULTURA E SPETTACOLI

“Fidati, il manager sa bene quello che va fatto. E’ tutto sotto controllo, la gestione delle finanze della band va a gonfie vele”. Spesso però il sottinteso tra le righe è… “non ti intromettere”
 
Problema complesso e variegato quello dei rapporti tra una band ed il manager, tra i singoli membri del gruppo e il “modus operandi” di chi ha le chiavi della cassa…

“Siete solo ragazzini, voi non potete capire le questioni finanziarie, è tutto ok” era una sorta di refrain immutabile e criptico di Hugh Lee Stevenson, manager della band “The Fabulous Pharoahs” [variante di Pharaohs] formatasi nell’autunno del 1964 a Newark (Delaware) tra compagni di liceo: Aubrey Fisher (V, chit, songwriter), Bill Rylander (chit), Fred Dawson (sax, org), Ed[die] Stevenson (V, batt), cui era aggregato inizialmente Bobby Walker (b), poi sostituito da Rylander. Le influenze musicali comuni erano Rolling Stones, Kinks, Yardbirds, Animals, ma anche Chuck Berry e il rock’n’ roll di Elvis, Jerry Lee Lewis e Little Richard. A differenza di “gavette” faticose di altre band coeve, “The Fabulous Pharoahs” decollarono rapidamente a livello di gigs ed esibizioni dalla primavera del 1965 tra Wilmington e Middletown (Delaware), ma anche Elkton, Easton fino a Salisbury (Maryland) e a pendolo tra le aree di Philadelphia e Baltimora. Già entro la fine del 1965 la tabella di marcia era intensa, con almeno 5 giorni impegnati ogni settimana, con un raggio che si estendeva a Bordentown (New Jersey) e anche più a nord, fino a Lake George (New York) e oltre in alcune cittadine del Vermont. Il “grande manovratore” era il manager Hugh Lee Stevenson (padre del batterista Ed), uomo pragmatico e a tratti misterioso, ma con la dote di essere una vera “calamita” nel trovare date, venues ed eventi “giusti”; era anche pienamente coinvolto nella gestione di una propria etichetta (Blue Hen Records fin dal 1957) e di una casa di produzione (Three Star Productions / Three Star Recording Co.) che curava gli interessi di svariate bands dell’area di Newark. Grazie al “manovratore” fu possibile il rapido ingresso in sala di registrazione già nel Natale del 1965, da cui scaturì il primo 45 giri: “Route 66” [B. Troup] (2668; side B: “Church Key” [A. Fisher – E. Stevenson], 1966), inciso a Newark presso gli studi della WNRK Radio, con etichetta Three Star Recording Co. Nello stesso 1966 uscì il secondo singolo, anch’esso registrato presso la WNRK Radio nell’arco di una sola notte: “Talkin’ About You” [R. Charles] (38-22-38; side B: “Sometimes”, 1967), con etichetta Reprize Records. Nel frattempo la band cominciava a risentire dell’influenza di Jefferson Airplane, The Doors, Jimi Hendrix, Blues Magoos e di suoni “nuovi”; nel novembre 1967 uscì il terzo (e più interessante) singolo: “Hold Me Tight” [Dawson – Stevenson – Rylander] (RZ36-22-36; side B: Sometimes I Think About” [Thielhelm – Scala – Gilbert]), registrato presso gli studi Cameo Parkway Recordings di Philadelphia, con etichetta Reprize Records. Il manager Hugh Lee Stevenson era ormai noto come “General Lee” e amministrava le finanze col solito distacco umano dai membri della band; tale condotta portò presto ad attriti accesi, specialmente con il principale songwriter Aubrey Fisher e col nuovo bassista Bob Wilson; i due, esasperati dai modi di Stevenson (e dalle sue continue risposte “Siete solo ragazzini, voi non potete capire le questioni finanziarie”) lasciarono poco prima che la band partecipasse allo show televisivo “The Jerry Blavat Show”. La band subì un colpo non indifferente, tuttavia riuscì a navigare a vista per alcuni anni fino al 1970; era subentrata intanto una trasformazione radicale che la portò poi ad un sound pienamente psichedelico col nome “Mouzakis” nel 1971.
 

Gian Marchisio

 

Dove il sogno di volare diventò realtà

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Il trasporto merci aereo e le compagnie cargo oggi sono la regola e Boeing, Airbus ed Antonov solcano i cieli in lungo e in largo

 Eppure tutto ciò è possibile grazie alla temerarietà di qualcuno che, nel lontano 7 novembre 1910, riuscì per la prima volta a trasportare un imballaggio con 88 chili di seta per 105 chilometri da Dayton a Columbus (Ohio) in un’ora di tempo circa. Era Philip Orin Parmelee (1887-1912), detto “Skyman”, a bordo del biplano Wright Model B, pioniere di tante sfide nei cieli americani (grazie ai fratelli Wright) e dunque protagonista del primo viaggio cargo della storia. Chiunque guardi qualsiasi modello di biplano di quell’epoca, noterà senz’altro la quantità di ingranaggi e ruote dentate che consentivano il funzionamento di quei velivoli; erano anche i “gears” in movimento a realizzare l’antico sogno umano del volo. “The gears were on the move” si sarebbe detto… e lo si sarebbe ripetuto più di 50 anni dopo, quando nella primavera del 1965, sulle ceneri dei The Del Tones, si formò a Columbus la band The Gears, composta da Tom Radowski (V, chit), Bob Alwood (chit), Wes Richards (V, b), Joe Gargani (V, batt). Nell’estate 1966 si sarebbero aggiunti Joe Daniels (V, org) e Jim Lynch (chit, in sostituzione di Radowski), con la definizione di un repertorio stabile fondato sulle comuni influenze di Beatles, Rolling Stones, Rascals, Standells, Paul Revere & The Raiders. La gestione manageriale fu dapprima “home made” (affidata a Hillard Ebrom, zio del bassista Richards) poi alla DJ Productions di Johnny Garber e Dick Pickett, che ampliarono il territorio di azione dei The Gears a tutto l’Ohio e fino a Parkersburg, Ravenswood, Lesage e Huntington (West Virginia). La band prediligeva i clubs (adult o teen) in tutta l’area di Columbus e dintorni e toccava locali come “The Sugar Shack” di Chillicothe, “The Inferno” di Mansfield, “The Gators Hut” di Mt. Vernon e ovviamente il frequentato “Valley Dale Ballroom” di Columbus; svariate furono anche le partecipazioni a Battle of the Bands, soprattutto presso gli Ohio State Fairgrounds. Tra 1967 e 1968 The Gears modificarono nuovamente formazione, con l’ingresso di Randy Armstrong (chit, subentrante a Lynch) e Mike Shoaf (b, al posto di Richards) e affrontarono l’esperienza della sala di registrazione. Ne scaturirono due 45 giri, usciti probabilmente a breve distanza nell’arco del 1968: “Feel Right” [B. Alwood – J. Daniels] (1001; side B: “Explanation”), inciso presso i McKenzie Studios di Larry McKenzie a Columbus, con etichetta Hillside; “Come Back To Me [B. Alwood – J. Daniels] (813L-2546; side B: “Sooner Or Later”), prodotto da Ray Allen a Cincinnati con etichetta Counterpart records. E’ da rilevare il passaggio dal carattere garage crudo del primo singolo alla natura ibrida del secondo, che presenta fattezze psych pop/rock con arrangiamenti con fiati e alternanza di breaks di organo e chitarra. Dopo l’autunno 1968, usciti i due singoli sopra citati, la vita della band trascorse senza particolari sussulti, ma anche priva di nuovi stimoli; il raggio d’azione delle esibizioni stentava ad allargarsi oltre i confini dell’Ohio e il sound stesso faticava a trovare una propria direzione chiara e definita. Il repertorio non si arricchì più di brani originali e tendeva a languire sulle cover già più che note di Lovin’ Spoonful, Outsiders, Rascals e Paul Revere & The Raiders; inoltre i continui cambi di formazione finirono per indebolire ulteriormente la coesione interna del gruppo e portò The Gears a sciogliersi in data imprecisata, probabilmente entro il 1970.
 

Gian Marchisio


 

Meglio soli che male accompagnati

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Sono sempre numerosi i sostenitori dell’idea che avere un manager sia la panacea di tutti i problemi di una qualsiasi band di teenagers. Peccato che ci sia un piccolo particolare…. Se il manager è inadeguato o, peggio ancora, un “poco di buono” l’effetto boomerang è assicurato e la band farebbe bene a liberarsene quanto prima

Questo fu esattamente il caso della band di Philadelphia The Iron Gate, sorta nell’estate del 1965 sulle ceneri dei “The Five Shades”. I campioni della British Invasion erano la stella polare e il repertorio di Rolling Stones, Animals, Yardbirds accomunava i gusti di Thomas Cullen (V), Mike Campbell (chit), Lou Wolfenson (chit, b), Sal Gambino (org), Bill Moser (batt) [subentreranno in seguito Lou Mendincino (b) e George Muller (V, chit)]; era forte anche l’influsso di bands americane quali i Blues Magoos, Paul Revere & The Raiders, The Outsiders. Il 1966 (anno magico per il movimento del garage rock) fu intenso anche per The Iron Gate, che sapevano muoversi bene in tutta l’area tra Philadelphia, Jersey meridionale e Delaware settentrionale, soprattutto nel giro di teen [high school] dances e clubs (tra cui l’”Hullabaloo” di Bordentown, New Jersey). Le performances live della band erano molto apprezzate, tanto che The Iron Gate ben figurarono in due “Police Athletic League Battle of the Bands” locali ed avevano una buona sponda sulla stazione radio WIBG di Ocean City (New Yersey) col disc-jockey Frank X. Feller. La situazione paradossalmente si complicò quando la band si imbatté in un manager poco affidabile che gestì in modo scriteriato i gigs nell’area di Philadelphia; le esibizioni finivano disgraziatamente in locali piuttosto malfamati e in venues quantomeno insolite, tra cui addirittura il parcheggio di un concessionario di automobili di sabato mattina sotto il sole battente; per fortuna la parentesi fu breve, il manager venne scaricato rapidamente e Cullen e compagnia optarono per un più saggio self-management sotto l’ala del padre del chitarrista Campbell, che finanziò anche la prima (ed unica) sessione di registrazione in studio. Ebbe luogo nell’autunno 1966 presso gli Impact Studios di Tony Schmidt a Philadelphia e vide l’incisione di quattro brani, tra cui un originale e una cover dei The Who che andarono a costituire l’unico 45 giri dei The Iron Gate, uscito ad inizio 1967: “Feelin’ Bad” [Cullen – Gambino] (1001; side B: “My Generation” [Townshend]), con etichetta autoprodotta Marbell. Ne derivarono 500 copie, che dovevano essere vendute in occasione dei futuri concerti; l’incasso tuttavia fu molto inferiore rispetto agli introiti previsti. A ruota seguirono due esibizioni in TV, entrambe nell’ambito di dance shows firmati Ed Hurst: nel febbraio 1967 dall’Aquarama di Philadelphia e nel luglio successivo in collegamento con un importante show con ottimo audience trasmesso dallo “Steel Pier” di Atlantic City (New Jersey). La spinta propulsiva del secondo show, nonostante il vasto pubblico, si rivelò inferiore alle attese e lasciò una eco piuttosto limitata; fu un duro colpo, tanto che già nell’autunno 1967 l’entusiasmo della band era ai minimi termini, presagio di imminenti defezioni. Infatti entro dicembre uscirono i carismatici Cullen e Wolfenson; subentrarono Mendincino e Muller ma la situazione ristagnò fino a maggio-giugno 1968, allorquando quasi tutti i membri terminarono gli studi in high school e, ciascuno per strade diverse, portarono allo scioglimento della band. Si chiudeva così The Iron Gate… ed il cancello non si sarebbe più riaperto.

 

Gian Marchisio

Tendine viola ed effetti fluo

in CULTURA E SPETTACOLI

In Arizona c’erano vari modi per dare nell’occhio negli anni Sessanta: vestiti dai colori sgargianti, look anticonformisti, comportamenti iconoclastici, frequentazioni insolite

 A Phoenix c’era chi ricorreva a “mezzi non convenzionali”, talvolta gironzolando per la città a bordo di un’autofunebre Cadillac del 1949 con le tendine di velluto viola: era la band George Washington Bridge (nota anche come GWB o The Bridge). Il gruppo sorse nel 1965 sulle ceneri dei The Exceptions e nei ranghi annoverava il solo Dwayne Witten (V, batt) tra i membri originari della band precedente; si aggiunsero subito dopo Mike Winn (V), Sam Ganem (chit), “Pud” Gaffney (chit) e Steve Thomas (b). Le cover dei gruppi della British Invasion (in primis Beatles, Rolling Stones, Animals, Them e Kinks) era il repertorio prediletto della prima fase musicale della band; dance clubs (sia adult che teen), feste universitarie, pool parties erano gli scenari più consueti dove “farsi le ossa” rapidamente e con calendari di gigs piuttosto serrati. Frequenti erano le occasioni di esibizione al Jack Curtis’ Club di Phoenix, gestito da quel Jack Curtis fondatore dell’etichetta Mascot records, punto di riferimento di svariate band dell’Arizona soprattutto tra 1965 e 1967. Le capacità di adattamento della band alle più diverse declinazioni musicali in voga all’epoca consentirono ai George Washington Bridge di modellare il proprio stile a partire dal garage rock classico fino alle soluzioni più audaci dello psichedelico; quest’ultimo era integrato e rafforzato nei concerti da suggestivi light shows con luci stroboscopiche o con effetti di colori fluorescenti su sfondi neri, che coinvolgevano soprattutto i movimenti del batterista. Il carattere fluo-style delle esibizioni non passò inosservato e consentì alla band di affiancare in più occasioni altri gruppi locali di livello, tra cui The Spiders e The Nazz (le bands di esordio di Alice Cooper), The Twentieth Century Zoo, The Superfine Dandelions e i P-Nut Butter. E’ da rilevare soprattutto il fatto che i George Washington Bridge furono opening act in svariati concerti nell’area di Phoenix di gruppi del calibro di Buffalo Springfield, Beau Brummels, Beach Boys, Music Machine e Country Joe & The Fish. Nel 1967 la band incise l’unico 45 giri: “Butterball” [Ganem – Winn – Witten] (M-120; side B: “Train Ride” [Ganem – Winn]), inciso sotto la supervisione di Jack Curtis con etichetta Mascot records. Dall’uscita del singolo la vena psichedelica della band venne aumentando e si definì del tutto dal giugno 1968, allorquando “Pud” Gaffney venne sostituito da Alex Walter (org); nelle successive esibizioni veniva lasciato spazio a lunghi percorsi strumentali, in cui Walter era in grado di sfruttare le potenzialità dell’Hammond B-3 (nonostante le difficoltà di trasporto causate dalla stazza dello strumento) a due altoparlanti Leslie. Nella formazione definitiva con Alex Walter i George Washington Bridge (nome che in quel tempo mutava sovente in “The Bridge”) fecero comparsa nello show locale di Phoenix per teenagers “The Indispensables” nel novembre 1968, dove eseguirono l’originale Good Morning, Happy (di cui è rimasto il riversamento dall’acetato originale); di altri brani originali non restano attualmente che dozzinali registrazioni “home made” realizzate probabilmente nella seconda metà del 1968, fuori commercio. La band cercò tra fine 1968 ed inizio 1969 una nuova veste musicale e stilistica, mutando il nome in “Trigger”; tuttavia continui dissidi interni e insanabili differenze su futuribili progetti portarono rapidamente allo scioglimento definitivo, realizzatosi nel marzo 1969.

 

Gian Marchisio

 

 

I cinque di Madison

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Chi non ricorda il locale “Arnold’s”? Sì, proprio il bar/drive-in in cui si ritrovavano Richie Cunningham, Fonzie e gli altri giovani di Milwaukee della sit-com “Happy Days”, ambientata tra fine anni Cinquanta e primi anni Sessanta nel periodo del grande “Sogno Americano”, cresciuto tra le guerre di Corea e del Vietnam

 

 Lì era rappresentata in pieno l’”American Way of Life”, ispirata ai princìpi di vita, libertà e ricerca della felicità che hanno da sempre incarnato lo spirito di identità nazionale degli Stati Uniti. Quelli erano anche gli anni della consapevolezza dell’investimento nella rete autostradale, che avrebbe collegato tutti gli States in modo capillare ed efficace soprattutto tramite le Interstate Highways; tra queste la Interstate 94, che in Wisconsin aveva il suo tratto nevralgico tra Milwaukee e la capitale Madison. Tra queste due città la vita musicale era viva e in pieno fulgore, con tante bands che si dividevano la scena nelle più diverse venues, fossero esse ricreative, sportive o universitarie. Tra 1963 e 1964 sorsero The Cannons, tipica band di una college town come Madison: Lee Larsen (V), Mike Keilhofer (chit), Peter Loeb (chit, sax), Jerry Cratsenberg (b) [poi sostituito da Jim Perkins], Mike Turk (batt), accomunati dall’ammirazione per Beatles e Rolling Stones e caratterizzati da affiatamento e da uno spiccato spirito di adattamento ai vari contesti musicali. Non a caso riuscivano con naturalezza ad esibirsi a frat parties (soprattutto University of Wisconsin), così come ad high school proms o in teen clubs, adattando il mood con elasticità ad ogni situazione contingente. I risultati dovettero essere molto buoni, tanto che portarono The Cannons ad aprire concerti anche di gruppi affermati, quali The Kingsmen e The Beach Boys. L’esordio a livello manageriale fu home-made, poiché se ne occupava il bassista Cratsenberg; alla sua uscita (arruolato nell’esercito), il gruppo passò sotto l’ala degli agenti Ken Adamany e (successivamente) Gary Van Zeeland. Il raggio di azione della band si ampliò da Madison fino al nord Illinois, ma anche in Minnesota e Iowa, dove i gigs si moltiplicarono in parecchi adult clubs e parlors. Non mancarono anche le occasioni di misurarsi nelle arcinote “Battle of the Bands”, con affermazioni soprattutto a livello locale in Wisconsin e Minnesota.

 

L’evolversi degli eventi portò inesorabilmente all’ingresso in sala di registrazione, dapprima per una raccolta di covers (mai pubblicata per problemi con intermediari poco trasparenti), poi per l’incisione dell’unico 45 giri di brani originali, che probabilmente uscì nei primi mesi del 1967: “Day To Day (Days Go By)” [Larsen – Keilhofer] (J-1312; side B: “Love, Little Girl”), inciso presso i Cuca Records Studios di Mount Horeb, con etichetta Night Owl del gruppo Cuca Records di James Kirchstein; l’influenza dei Beatles è ancora evidente ed il suono ha caratteristiche già in parte superate dagli eventi, se si pensa che ormai l’ondata psichedelica in quei mesi era in piena affermazione. Dopo l’incisione del 45 giri, la vita e l’attività della band subirono presto un forte rallentamento, a dispetto delle attese dei produttori del disco; è probabile che (come in molti altri casi di bands coeve) The Cannons avessero compreso che il clima musicale si era trasformato, con soluzioni acustiche che facevano apparire il sound del garage tradizionale quasi vecchio di decenni e non più accattivante. Con l’uscita di Peter Loeb, prossimo al matrimonio e all’ingresso alla University of Michigan, The Cannons persero motivazione e stimoli, fino allo scioglimento che probabilmente si realizzò entro la primavera del 1968.

 

 

Gian Marchisio

 

Tra Yale, UConn e le feste studentesche

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Quando si dice “Delta Kappa Epsilon”, “Phi Gamma Delta” o “Alpha Xi Delta” si parla di università americane e college, in particolar modo di fraternities e sororities (confraternite e sorellanze), organizzazioni di studenti o studentesse concepite in origine per lo sviluppo intellettuale, fisico e sociale degli appartenenti, con proprie “missions”, principi e regole interne; col passare degli anni hanno anche assunto fama negativa, dal momento che sono andati crescendo le forme umilianti di iniziazione ed il tasso alcolico delle loro feste. I fraternity parties, fin dai decenni passati, erano un contesto parecchio ambìto da chi si occupava di animazione, in primis dai gruppi musicali.

Negli anni Sessanta l’ondata post-British Invasion raggiunse università e colleges, dove la spinta anticonformista e ribelle trovò ben presto terreno fertile e seguaci convinti; sui fraternity parties si concentrava con forza l’attenzione di parecchi gruppi garage rock, che non di rado facevano letteralmente a gara per accaparrarsi l’animazione di questa o quella festa universitaria, soprattutto se il college era famoso e se erano possibili “agganci strategici” nel mondo musicale. In Connecticut il panorama era invitante tra Yale, Trinity College, University of Connecticut (Uconn) e Wesleyan University e la concorrenza musicale era agguerrita. Nella mischia si gettarono nel 1967 anche i Marble Collection (Charles Byrd, V; Lenny Eldridge, V, chit; Bruce Webb, b; Jimmy White, batt; Dave Coviello, org), formatisi nell’area tra Shelton ed Ansonia, sotto l’ala del manager Johnny Parris, proprietario dell’agenzia Act One Entertainments. La band godeva di grande affiatamento (che affondava le radici nei gusti musicali dei componenti, dai Beatles ai Doors) e capacità nelle esibizioni live, anche in venues affollate e rumorose; tanto che i Marble Collection ebbero occasione a più riprese di animare vari high school proms, ma anche molte feste universitarie e fraternity parties tra Yale (New Haven), UConn (Mansfield), Hartford, Middletown, New Britain. Le esibizioni spaziavano anche sul versante dei clubs (tra cui The Hullabaloos ad Ansonia e The Electric Grape a Milford) e oltre il confine del Connecticut, a nord fino a Springfield (Massachusetts) e ad ovest fino a Poughkeepsie e Kingston (New York). Il buon successo aprì le porte degli studi di registrazione e nel 1968 uscì il primo 45 giri: “(What’s So Good About) Love In Spring” [D. Coviello – L. Eldridge] (C-143; side B: “Glad You’re Mine”), inciso negli studi East Coast Sounds di New London, prodotto da Johnny Parris e Martin Markiewicz con etichetta Cotique. Con il primo single come trampolino di lancio i Marble Collection ebbero l’opportunità di comparire a The Brad Davis Show ad Hartford e di fare da opening band anche a nomi quali Sly & The Family Stone, The Cowsills, Rare Earth e Steppenwolf (a New Haven). Nel 1969 venne inciso il secondo 45 giri: “Friend Like You” [D. Coviello – L. Eldridge] (CO 2995; side B: “Big Girl”), inciso presso i Poison Ring Studios di Wallingford, prodotto da Johnny Parris con etichetta propria Marble Disc records.L’anno seguente furono registrate altre due tracce, “Lovin’ Eyes” e “The Man”, mai pubblicate; presto però la spinta creativa della band venne meno, così come la capacità di tenere il passo ad un’evoluzione globale del sound che si stava allontanando di molto dagli anni della “fiammata garage”. Dal 1970 il gusto musicale generale era ormai trasformato verso nuovi orizzonti e progressive rock e hard rock crescevano in importanza in modo irreversibile; fu così che entro l’autunno 1971 l’esperienza dei Marble Collection si chiuse definitivamente.

 

Gian Marchisio

 

Le streghe laggiù in New England

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Ebbene sì, anche in America ci fu la caccia alle streghe. Il New England vide nel 1692 una psicosi collettiva che portò allo sconvolgimento della coscienza puritana dell’America di fine Seicento. Era l’area delle colonie britanniche, la “Nuova Inghilterra”, la terra redentrice in cui i Puritani fuggiti dalle repressioni intendevano fondare una nuova società che (paradossalmente) a sua volta sarebbe stata intollerante a livello religioso e soprattutto morale. Le accuse di stregoneria del 1692 dilagarono nelle contee di Essex e Middlesex (Massachusetts) e le esecuzioni arrivarono di conseguenza. Il clima di psicosi incontrollabile ha ispirato numerosi romanzieri, sceneggiatori e registi; le città e cittadine di quell’area vennero segnate da un marchio sinistro e inquietante, da Andover a Haverhill, da Gloucester a Malden, da Danvers a Topsfield. Fortunatamente ben altra psicosi collettiva “positiva” serpeggiava a Danvers e Topsfield nel 1967, con la “British Invasion” che moltiplicava la frenesia musicale di adolescenti ambiziosi. Tra questi il quindicenne Robert Greene (chit) ed il sedicenne Jeffrey Skinner (V), cui si unirono subito il songwriter Ed Goodoak, Alan Gagnon (b) e Gilbert Van Geyte (batt), tutti pressoché coetanei; quasi a ruota si aggiunsero anche i diciassettenni Rick Noon (chit) e Mike Saulnier (org), che completarono e definirono la band Royal Aircoach. Nonostante le comuni influenze da Beatles, Rolling Stones, Animals e Yardbirds e il nome molto “British” della band, il suono fu subito improntato alla psychedelia; era frequente l’uso di riverberi, fuzzy tones, suoni in eco, cui si accompagnavano effetti di luci psichedeliche curati da Frank Iovanella durante le esibizioni dal vivo. L’avventura dei gigs iniziò al club “The Bilge” di Salem e tra 1967 e 1968 i Royal Aircoach toccarono anche il celebre “King’s Rook” di Ipswich; essendo studenti di liceo, le esibizioni erano distribuite soprattutto nei week-end in molti colleges del New England, ma anche in venues di primo piano, come la Stoughton Armory e la famosa “Hatch Shell” di Boston. Il versante manageriale era in proprio, curato da Chauncey Gagnon, padre del bassista; tramite il suo operato la band entrò in contatto col produttore e chitarrista William “Teddy” Dewart dei “Teddy and The Pandas” e con Bruce Patch, proprietario dei Wayside Recording Studios. Ne scaturì l’incisione nel 1968 dell’unico 45 giri della band: “Wondering Why” [Greene – Gagnon – Goodoak] (Flying Machine FMR-8868; side B: “Webs Of Love” [Greene – Skinner]), inciso a Wayland (Massachusetts) e prodotto da Patch con etichetta Flying Machine records. Dopo l’entrata del singolo nelle classifiche locali, il chitarrista Rick Noon abbandonò (arruolato per il Vietnam) e fu sostituito da Mark Connelly, il quale passò presto all’organo, subentrando all’uscente Saulnier. Nel 1969 uscì anche Skinner; il nome della band mutò in “Aircoach” e cambiò anche il sound, con orientamento più commerciale. In questo periodo vennero registrati gli unreleased “Waking Skies”, “Wax Theory” e “Wrapped Up In Your Mind” ed ebbero luogo concerti con altre bands, quali The Beacon Street Union e gli ancora sconosciuti bostoniani Aerosmith. Tra fine 1969 e inizio 1970 si verificarono attriti riguardanti la gestione manageriale della band; si cercò di tamponare l’uscita del batterista Van Geyte con l’ingresso di Peter Tucker e con l’aggiunta del cantante Paul Neenan. Tuttavia lo spirito musicale della band era molto ridimensionato ed il suono praticamente irriconoscibile se paragonato al 45 giri del 1968; lo scioglimento fu inevitabile e all’incirca nell’autunno 1970… l’“Aircoach” si fermò.

 

Gian Marchisio

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