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Caleidoscopio rock USA anni 60

Piccolo cabotaggio e utopie

in CULTURA E SPETTACOLI

Caleidoscopio rock 🇺🇸 USA anni ‘60 / “Ma come! Nemmeno un 45 giri?”

L’osservazione potrebbe nascere spontanea in merito alla realtà di molte bands americane del garage rock anni ‘60. La questione risulta neutrale a livello strettamente musicale, ma rivela superficialità se ci si cala nella realtà della vita quotidiana di una qualsiasi band autoprodotta, autogestita e di piccolo cabotaggio. Per una band con queste caratteristiche…. l’accesso alla sala di registrazione poteva diventare un sogno; e se perdipiù il management era “home-made” e senza agganci “di peso”… era vera e propria utopia. Rientrava perfettamente in questa casistica una band di liceali dell’area di Providence (Rhode Island), chiamata “The Lonely Things”, sorta nel 1965 e composta da Elwood Donnelly (V), Jimmy Fleet (V), Peter Pappas (chit), Mike Pappas (batt). L’influenza musicale era un mix tra The Association, The Who, The Rolling Stones, ma adattata alle capacità in piccola scala dei musicisti. Il management era assolutamente autogestito dal padre dei fratelli Pappas, Nick; e purtroppo fin da subito il corto respiro della gestione manageriale limitò parecchio il raggio d’azione dell’ambito esecutivo del gruppo. In anni di estrema concorrenza nel settore del rock, era fondamentale fin dagli esordi che una band si costruisse un’area preferenziale di locali, venues e clubs su cui operare con regolarità; invece nel caso dei The Lonely Things vi era un assetto molto meno stabile, incentrato unicamente sull’area di Providence e su parte del Massachusetts sud-orientale (tra Taunton, Attleboro, Fall River e New Bedford). Le venues preferite erano i teen clubs, le feste di liceo e i posts dei veterani di guerra (VFW), oltre all’allora celebre (dismesso dal 1979) “Crescent Park” di East Providence. Il piccolo cabotaggio del management finì per comprimere anche la possibilità di partecipare a “Battles of the Bands” di buon livello, limitandosi a competizioni di second’ordine che non potevano garantire alcuna possibilità di incisione o di “agganci” per promozioni a livello di circuito radiofonico. Fu così che The Lonely Things riuscirono a confezionare solo un paio di demo (solo una superstite: “Our Generation / Zephyr”) che non poterono trovare sbocchi in sala di incisione; la qualità era strettamente legata al budget ridotto e a mezzi piuttosto limitati anche in sede di presa di suono (per esempio mixaggio dozzinale, scarsa dimestichezza con la gestione delle parti vocali) realizzata in ambienti di “studios” quasi improvvisati e in stanze di magazzini o di “dependances” di alberghi. Questa era una triste realtà, ma era molto più diffusa di quel che si pensi. La lotta tra qualità musicale e budget ridotti all’osso era la dura legge del rock degli anni Sessanta, anni in cui la concorrenza tra gruppi e l’affollamento dell’offerta erano portate all’estremo; e in questi termini The Lonely Thingsdovevano accontentarsi del solo versante dei “gigs” e delle esibizioni, ma senza un versante promozionale perlomeno radiofonico. E tutto diventava proibitivo… La resistenza di volontà della band tuttavia non mancava, eppure (come succedeva regolarmente) sopraggiunse la spada di Damocle della chiamata in esercito; attorno alla metà del 1967 la band si sciolse e tutti i membri (tra Air Force e truppe in Vietnam) finirono arruolati nel giro di un anno e mezzo.

Gian Marchisio

 

 

Contro la fauna musicale

in CULTURA E SPETTACOLI

Caleidoscopio rock USA anni 60 / Tra 1963 e 1967 nacque e proliferò rapidamente nel mondo del rock USA tutto un florilegio di nomi di bands incentrati sull’ambito “faunistico”, dagli animali feroci agli insetti, tanto che ormai pareva quasi essere diventato “originale” chiamarsi con nomi “normali”…

E ancor più con l’ondata della British Invasion l’effetto venne amplificandosi, in primis in scia a nomi quali “The Beatles” o “The Animals”. Naturalmente c’era chi espressamente non intendeva seguire la corrente e, al contrario, era ben orgoglioso di allontanarsene e prenderne le distanze, fin appunto dal nome del complesso musicale.

Tra questi rileviamo la band The Humans, che proprio nel nome sottolineavano immediatamente la non-appartenenza alla “fauna musicale” imperante. Formatisi ad Albion (stato di New York, area del lago Ontario) nell’estate del 1964, quasi tutti i membri rientravano nel contesto del liceo locale: Dick Doolan (V), Danny Long (V, arm), Bill [William R.] Kuhns (chit), Marty Busch (b), Gar Trusselle (org), Jack Dumrese (batt). Si rileva che già fin dall’inizio del 1965 l’attività musicale della band risultava fitta, grazie all’attività del manager Al Cecere (nell’area di Rochester) e dell’agente Rich Nader (ponte con la Premier Talent Associates). Partendo dal locale “Oak Orchard Lanes” di Albion, The Humans estesero presto il raggio di azione a Rochester, Oswego, Syracuse, Utica, Binghamton, con la possibilità di essere “opening band” per Mitch Ryder and The Detroit Wheels, The Hollies e The Standells. Nei vari gigs incrociarono altre bands del garage rock tra cui Caesar & His Romans, The Heard, The Rivieras, specialmente dell’area di Batavia (tra cui The Squires, The Plague e The Majestics); nel 1966 ebbero l’occasione di esibirsi al Rheingold Festival a Central Park (Manhattan). Nello stesso anno vissero l’esperienza della sala di registrazione grazie al prezioso aiuto di Al Cecere, da cui scaturì il primo (e unico) 45 giri: “Warning” [William R. Kuhns] (6109; side B: “Take A Taxi”), con etichetta Audition Recording, inciso a Syracuse presso i Riposo Studios, con produzione Cecere Music. Con il 45 giri alle spalle, The Humans furono trasmessi anche in radio di Michigan, Indiana, Illinois e Iowa, spingendosi finanche sul mercato musicale di Texas e Oklahoma. Nelle esibizioni entrarono in repertorio stabile entrambi i brani del disco, registrando un discreto successo anche a livello di esecuzioni “live” in adult clubs di Pennsylvania, Ohio e Indiana tra maggio e luglio 1966; purtroppo il destino avverso colpì improvvisamente e dolorosamente la band in quello stesso anno, che sembrava quello giusto per un futuro promettente. Nel settembre 1966 morì in un incidente stradale Danny Long (V, arm), assestando un pesantissimo colpo all’entusiasmo della compagine, che già cominciava ad essere decimata dalle chiamate in esercito. Il declino fu conseguente ed inevitabile e a quanto pare le ultime esibizioni “live” dei The Humans ebbero luogo ad Albion nel novembre 1966, con lo scioglimento definitivo del gruppo entro l’inizio del 1967.

Gian Marchisio

Boss di nome… ma non di fatto

in CULTURA E SPETTACOLI/Rubriche

Caleidoscopio rock USA anni 60 / Finora in questa rubrica si è sempre parlato di garage rock americano anni Sessanta nella prospettiva di bands, concerti, esibizioni, sessioni di registrazione, managers, talent scouts etc.

Eppure se noi tutti parliamo della memoria e del lascito di questa o quella band… lo dobbiamo al supporto discografico che ha conservato nel tempo quell’elemento così sfuggente e transeunte che è la musica, l’esito sonoro in se stesso. In quella determinata incisione del 1966 o del 1967 veniva fissata una performance ben precisa, che senz’altro differiva dalle centinaia che una determinata band poteva aver lasciato in giro per gli States, ora in un teen club, ora in un frat party, ora in una festa di liceo, ora in occasione di un evento sportivo. Inoltre l’esito dell’incisione poteva essere ben rifinito, ma anche risultare grezzo, sporco, con imperfezioni sia esecutive che tecniche. Dal disco stesso potevano emergere perfino le condizioni scomode (e quasi estreme) cui quella band aveva dovuto far fronte in sede di incisione (per inadeguatezza della strumentazione o delle tecnologie di presa di suono, o per indisposizione dei membri stessi “fuori forma”), sovente imposte dalla necessità di soluzioni “a prezzo stracciato” che obbligavano a tener buono il primo “take” che derivava. Da ciò consegue che ad una storia delle band si può tranquillamente affiancare una fenomenologia delle etichette e delle case discografiche, tanto più se piccole, “meteore”, di breve vita, ancorate al territorio e genuine, in anni in cui il “mercato” ed il “marketing sfrenato” non avevano ancora iniziato a fagocitare tutto il mondo musicale nel suo complesso. Qui parlerò rapidamente di un’etichetta di Tampa (Florida), che ebbe vita breve (nei soli anni 1966 e 1967): Boss (records). Ne era proprietario Charles Fuller (che controllava anche CFP, Tigertown e Fuller) che collaborava in stretta simbiosi con il produttore John Brummage (specialmente per H & H Productions). L’elemento più interessante è il catalogo, che (sebbene limitato) riuscì a sfornare alcuni numeri interessanti, con bands della Florida e non solo. Eccolo:

BOS-002 – The Rovin’ Flames – “I’m Afraid To Go Home” / “I Can’t” (febbraio ’66)
BOS-003 – The Ravens – “Reaching For The Sun” / “Things We Said Today”
BOS-004 – The Berkley Five – “You’re Gonna Cry” (M. Newman, Yubash Music BMI) / “In The Midnight Hour”
BOS-006 – The Trojans – “The Kids Are Allright” / “Leave Me Be” (dicembre ’66)
BOS-007 – The Souldiers – “Would You Kiss Me” / “Lemon Sun” (gennaio ’67)
BOS-008 – The Journey Men – “She’s Sorry” / “Short And Sweet” (McMillan) FulProd Music
BOS-009 – Me And The Other Guys – “Runaround Girl” (C. Dougherty, D. Walton) / “Everybody Knew But Me” (J. Wilson, D. Walton)
BOS-0095 – Purple Underground – “On Broadway” / “Rain Come Down”
BOS-010 – Purple Underground – “Count Back” / “Soon” (agosto ’67)

[I numeri di catalogo #001 e #005 risultano tuttora ignoti].

Così come succedeva per un’infinità di bands, il 1967 fu anno spartiacque (direi quasi letale) anche per molte case discografiche di piccolo cabotaggio, che videro improvvisamente “antiquate” e “superate” le incisioni che in pieno 1966 erano del tutto “alla moda” e di successo nelle classifiche delle radio. L’etichetta Boss ebbe destino identico… e a quanto risulta chiuse i battenti già nell’autunno 1967.

Gian Marchisio

Stelle, strisce… e tricolore

in CULTURA E SPETTACOLI

Caleidoscopio rock USA anni 60 / Che sia rock&roll, rockabilly o garage rock… si vede bene in primo piano la bandiera a stelle e strisce. Poi si vanno a leggere i nomi dei membri delle varie bands…. e si scopre che sotto sotto c’era davvero parecchio “tricolore italiano” nell’ondata rock USA di metà anni Sessanta.

Specialmente nelle sezioni ritmiche era facile imbattersi in cognomi dall’evidente origine italiana, che dimostravano come la componente “oriunda” nostrana fosse molto più sostanziosa di quanto potessimo immaginare, tantopiù nell’area East Coast, “in primis” nelle zone di New York, Philadelphia o Boston.

Ma non poteva fare eccezione la città industriale per eccellenza, la “Motortown” del Midwest in cui era così stretto il legame (come anche Pittsburgh col suo acciaio) tra musica e dimensione operaia e industriale, come se la crudezza e il carattere quasi unto e sporco del canto e del testo delle canzoni richiamassero la durezza del vivere della “working class” di Detroit o di tutta quella che sarà in seguito conosciuta come “Rust belt”. E nella contea di Wayne della Motortown, nell’area a ridosso dell’ideale confine col Canada (del cordone d’acqua tra i laghi St.Clair ed Erie) sorse la band The Organized Confusion, fondata da Al[fonso] Consiglio (batt) e Joe Grabowski (chit) di Wyandotte; a questi si unirono in rapidissima successione (dall’area di Southgate) Matt[eo] Sclafani (b), Dave Thibert (V), Bill Richards (chit). Due su cinque erano chiaramente oriundi italiani ed erano il volano che dava parecchio impulso all’attività musicale e ai gigs del gruppo; il cabotaggio era ridotto e il raggio d’azione molto ristretto, spaziando solamente nell’ambito di Detroit sud tra Wyandotte, Southgate, River Rouge e Taylor, principalmente nel giro di feste liceali e universitarie o centri commerciali. Ma per bands di piccolo calibro passava il “treno” delle Battles of the Bands, ghiotto palcoscenico che poteva dare interessanti sbocchi in ambito discografico… e The Organized Confusion seppero ben figurare alla “Battle” che si svolse nel 1967 alla Cobo Arena di Detroit. Ne derivò la possibilità della sala di registrazione, grazie all’intermediazione di Randy Darnell (The Darnell Sound) e alle inserzioni pubblicitarie di Golden Records (Louisiana). Dunque ne uscì nel 1968 il primo (e unico) 45 giri: “Makes Me Sad” [B. Richards] (104; side B: “Tell Me Why”), con etichetta Golden-Records of La., produzione di Randy Darnell ed “Ebb Tide” (Ebb Harris). Ma come succedeva (regolarmente) per centinaia e centinaia di bands minori, scattava il solito periodo del “dopo-incisione”, fase critica in cui o c’era il “colpo di reni” e il salto o l’oblio. Era il tipico incrocio tra idee differenti ed impegni pressanti (tra cui terminare gli studi di liceo, l’iscrizione al college, il servizio militare, amori e progetti di famiglia etc. etc.), in cui era sempre dietro l’angolo il rischio di contrasti interni alle bands e lo scontro tra vedute diverse. Purtroppo anche The Organized Confusion non passarono indenni; anzi le esibizioni si diradarono drammaticamente e il declino fu rapido, tanto che entro la fine del 1968 lo scioglimento divenne inevitabile, spinto anche da un più generale contesto musicale americano che imponeva veloci e radicali mutamenti in febbrile successione.

Gian Marchisio

Gli anni di liceo

in CULTURA E SPETTACOLI

Caleidoscopio rock USA Anni ’60

Impossibile contare il numero di bands americane degli anni Sessanta che nacquero e morirono entro gli anni di liceo, destinate a sciogliersi con le iscrizioni al college o con la chiamata in esercito

La spensieratezza degli anni della high school erano la linfa vitale perfetta per una fantasia musicale spontanea (anche se grezza), per l’incoscienza e per i sogni più ambiziosi e velleitari.

Per le bands di liceali qualsiasi posto era buono per esibirsi, si badava poco agli introiti, la necessità più urgente era il farsi conoscere, dimostrare la propria buona volontà sperando di attirare l’attenzione di qualche intermediario di case discografiche; non si poteva mai sapere dove potessero sbucare i talent-scout, magari perfino camuffati ai margini di feste di high-school proms o in teen dance clubs… o in qualche parlour di locali non necessariamente pensati per le esibizioni musicali, o in adult clubs di seconda o terza fascia. Ciò che importava era possedere una marcia in più, meglio se supportata da managers sufficientemente sfacciati e audaci, ma comunque ragionevoli. Un esempio riassuntivo di tutto ciò? La band The Strangers di Boston, meteore formatesi nel 1964 e scioltesi entro l’estate 1966, con il management di Rip Rapolla e John Gioioso. Tutti studenti di liceo, tre su quattro figli di immigrati italiani, Dan Gioioso (chit), Jimmy Chicos (chit), Tony Baglio (b), Joe Beddia (batt), seppero subito entrare nel giro delle feste universitarie di Boston, infilandosi strategicamente in vari frat parties ed esibizioni in M.I.T., Northeastern University e Boston University, grazie all’intraprendenza di Rip Rapolla. Era buona anche l’attività sul versante dei clubs (tra cui “Ebb Tide” e “The Novelty Lounge”) nell’area tra Boston, Revere, Somerville, Malden, Cambridge e Medford, la partecipazione a “Battles of the Bands” e l’esibizione come opening band (in un’occasione anche per James Brown). Il sound dei The Strangers er un mix di varie influenze, tra cui The Ventures, Beach Boys e Beatles e trovava senz’altro il suo habitat naturale nelle feste universitarie, nell’ambito delle quali furono possibili contatti per l’ingresso in sala di registrazione. L’occasione non tardò ad arrivare (sempre grazie all’iperattività del manager Rapolla) anche con il supporto di un paio di radio locali. Con l’etichetta Oriel uscì l’unico 45 giri della band, probabilmente nell’autunno 1965: “Lonely Star” [Gioioso] (341; side B: “What A Life” [Pires (Baglio) – Gioioso]), prodotto a Newton da Petrucci & Atwell e registrato con mezzi quasi di fortuna ed impianti ridotti al minimo indispensabile. L’esito dell’incisione non fu nulla di eccezionale e l’effetto sulle classifiche radiofoniche si dissolse piuttosto in fretta, con conseguente grande sconforto dei ragazzi. I mesi successivi trascorsero in fretta e già nel 1966 la band venne a sciogliersi in concomitanza con l’ingresso del bassista Tony Baglio al college (attualmente Baglio è direttore di produzione presso Greater Media/Boston). Ma i riflettori sugli anni di liceo dei The Strangers si sono riaccesi più di trent’anni dopo, quando il brano “What A Life” è stato ripescato nel 1998 in The Essential Pebbles Collection, vol. 1. La parabola era stata rapida… ma a volte può capitare, per qualche scherzo del destino, che qualcuno faccia riemergere quello che fu…

 

Gian Marchisio

 

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Suonando nei parcheggi

in CULTURA E SPETTACOLI

Caleidoscopio rock USA anni 60

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Mica solo Idaho, Wyoming e Colorado… Anche in Arkansas ci sono fior fior di foreste, su tutte la Ozark National Forest e l’importante Ouachita National Forest.

Quest’ultima evoca il nome del significativo fiume, che come un serpentone pieno di spire scende sinuoso fin verso la Louisiana per confluire nel Red River e infine andare a riposare nello smisurato letto del Mississippi al confine con lo stato omonimo. Ma torniamo in Arkansas, per notare che tra la Ouachita National Forest e il Jenkins Ferry State Park passa come un coltello in diagonale la “Interstate 30”, nata nei favolosi anni Sessanta per collegare l’area di Dallas (Texas) con quella di Little Rock (Arkansas). E lì sulla lama del coltello sorge la cittadina di Malvern, che, nonostante le circa 9000 anime, ebbe durante i “Sixties” una convinta compagine di appassionati di rockabilly e rock&roll (e derivati). Qui, attorno al 1965, si costituì la band The Yardleys, formata da Steve Walker (chit), Larry Byrd (b), Butch Allen (org), Bucky Griggs (batt), Bo Jones (tr). Si sa poco o nulla di questo gruppo, se non che era un formidabile manipolo da dance club ma anche da performances all’aperto, tipo parcheggi, piazzole presso supermercati o presso aree di rifornimento benzina, con prezzi stracciati e soluzioni “low budget” in allestimenti spesso improvvisati e con strutture non sempre solide e sicure; non erano raro nemmeno qualche “piccolo infortunio” dei membri della band, magari su assi traballanti, chiodi mal sistemati o amplificatori non ben fissati. Ma l’entusiasmo della gioventù vinceva su qualsiasi contrattempo od ostacolo e tutto sommato il risultato delle esibizioni era di buon livello, nonostante il contesto e le condizioni non proprio ideali…

Il raggio d’azione non era esteso e non superò mai i confini dell’Arkansas, spaziando nell’area tra Malvern, Hot Springs, Sheridan, Benton, Arkadelphia, Carthage e Pine Bluff; l’attività manageriale assolutamente ordinaria non portò a picchi di successo eccessivi ma tuttavia consentì l’ingresso in sala di registrazione. I 45 giri incisi furono due ed è da sottolineare il fatto che fossero interamente composti da brani originali della band, peraltro in tempi in cui le covers trovavano sempre spazio, spesso sul lato A. Il primo single fu inciso nel 1966: “Come What May” [Griggs – Byrd] (FS-100; side B: “The Light Won’t Shine” [Allen]), su etichetta Foundation records, pubblicato da High Fidelity Oleta, BMI. Il secondo, con influenze dai Rolling Stones, uscì già all’inizio del 1967: “Your Love” [Allen] (S.O. 3827; side B: “Just Remember” [Allen]), con etichetta autoprodotta Yardley.

Trascorso il periodo della sala di registrazione, si passò ad una fase sempre difficile per qualsiasi band: quella della constatazione del conseguito o mancato successo a livello di vendite, ma soprattutto di permanenza nelle classifiche delle radio locali; purtroppo per la band, l’esito a livello di classifiche fu piuttosto deludente e nessuno dei quattro brani originali riuscì a spiccare il volo nelle radio charts dell’Arkansas centro-meridionale. E’ presumibile che il colpo fosse difficile da assorbire e ciò è confermato dal fatto che da metà 1967 si perde qualsiasi traccia dei The Yardleys; probabilmente decisero di sciogliersi nel giro di pochi mesi, quasi sicuramente entro l’inizio del 1968.

Gian Marchisio

In viaggio sul van rosso

in CULTURA E SPETTACOLI

Caleidoscopio rock USA anni 60

Tra 1967 e 1969 lo si poteva vedere slittare persino sulla neve o sul ghiaccio di Youngstown in Ohio… quel van Ford Econoline “adattato”, color rosso mattone, con copricerchioni lisci, pittoreschi specchietti oblunghi e fiancata con caratteri giganteschi in bianco e azzurro.

All’interno ci trovavi i “Pifferai Magici” di quell’area di Rust Belt dalla vita sofferta, la Youngstown che tra anni Cinquanta e Sessanta era purtroppo nota anche come “Murdertown” o “Bomb City”, spesso pesantemente infiltrata ad ogni livello nelle amministrazioni dall’onda lunga dell’Italian Mob [“The Mob” secondo lo slang].

Sulla fiancata del van campeggiava la scritta “The Pied Pipers”, ma erano cosa ben diversa dall’omonimo gruppo vocale sorto a fine anni Trenta…

L’avventura della band era iniziata nel 1966, con l’entusiasmo di alcuni studenti della Cardinal Mooney High School: Les Moro (chit), Pete Pompura (b), Lenny Krispinsky (batt), guidati dal carisma magnetico e selvaggio di Dennis Sesonsky (V); quest’ultimo vantava una presenza scenica di grande impatto, in un connubio che prendeva ispirazione da Mick Jagger e James Brown, generando uno stile “Stones/R&B” insolito ed accattivante.

I gigs di certo non mancavano e l’area di azione sconfinava finanche in Pennsylvania, essendo Youngstown prossima alla Ohio Turnpike, corridoio preferenziale tra Chicago e Pittsburgh. Tuttavia i luoghi preferiti erano le ben note piste di pattinaggio su rotelle (i diffusi “roller rinks”, tra cui la Champion Rollarena), il mitico Idora Park (col celebre e storico ottovolante) e Willows Lake; comunque l’area battuta si estendeva soprattutto tra Youngstown, Warren, Middlefield, Columbiana in Ohio e tra Hermitage, New Castle e Mercer in Pennsylvania.

L’esordio in sala di registrazione non si fece attendere e nella seconda metà del 1966 uscì il primo 45 giri, composto da covers: “Hey Joe” (WAM 5948; side B: “Hold On I’m Coming” [Sam & David]), con etichetta WAM records di Youngstown; sulla radio locale WHOT fu un buon successo.

Nel 1967 alla band si aggiunse il chitarrista Rich Gula e si passò ad un altro step, un secondo 45 giri ma con brano originale: “Stay In My Life” [Moro – Sesonsky] (6710-HT-01; side B: “You Don’t Know Like I Know” [Sam & David]), su etichetta autoprodotta Hamlin Town; anche in questo caso girò parecchio su WHOT, con risultati migliori del precedente.

Trascorsa la fase delle incisioni, The Pied Pipers subirono una trasformazione significativa; i nuovi membri furono Brad Naples alla batteria (per Krispinsky) e Todd Stevenson alla chitarra (per Moro). Il raggio delle esibizioni si estese (anche grazie al van Ford rosso…) a sud Ohio fino ad Athens, oltre confine fino a Pittsburgh e cintura e ad ovest fino a Decatur e Fort Wayne (Indiana) in un periodo intenso durante il quale la band tornò a quattro elementi (uscì Pete Pompura, sostituito al basso da Stevenson).

Nel 1969 il sound subì le influenze psichedeliche allora molto frequenti e subentrò il chitarrista Dick [Richard] Belley proveniente dai The Human Bein[g]z; Richard Gula lasciò e la band cambiò il nome in The Pipers, esibendosi poi nell’aprile 1970 con gli emergenti concittadini Blue Ash e The Sound Barrier di Salem. Dopo tale evento si perdono le tracce del gruppo; dunque si presume che The Pipers entro la fine del 1970 si fossero ormai già sciolti.

 

Gian Marchisio

 

Il nome… è una cosa seria

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CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI ’60

Articoletto di Ferragosto… direi che ci vuole qualcosa su un “band mistero”, una delle tante del rock anni Sessanta “a stelle e strisce” di cui si sa poco o nulla, ma che ha lasciato una gemma per i cultori del settore.

Si può quasi dire che il problema più gravoso per la band non fossero le date per i gigs, le paghe, li rapporti col manager o l’impatto con la sala di registrazione… ma trovare un nome catching (che attirasse l’attenzione).

Ron Howard (chit), George Eder (V, b), Mike Jones (V, org), Doug Maxeiner (batt) provenivano dall’esperienza di esordio sotto il nome di The U.S. Males; ma fin dall’inizio il nome lasciava perplessi, poco persuasivo, troppo generico e prevedibile, privo di elementi di interesse. Nel corso di vari mesi nella seconda metà del 1966… la band si scervellò letteralmente per trovare un nome migliore. Lo si cercava ovunque! Sulle locandine in giro per strada, sulle insegne dei camioncini di hot dog ambulanti, sulle vetrine dei negozi, perfino nei nomi dei trattori o dei macchinari per l’agricoltura; se ne sceglieva uno, ma subito la perplessità dominava, l’accordo tra i membri non era mai certo e qualcuno finiva sempre per sollevare questioni, obiezioni, dubbi continui.

Allora si scavò nelle origini, nel mondo dell’infanzia e adolescenza a Lansing (Illinois) e si scoprì l’elemento che aveva sempre unito i ragazzi della band: il ritrovo al parco-giochi vicino alla scuola elementare, quel posto all’incrocio di due viali trafficati dove avevano inizio i giri insieme per la città. Era il playground all’incrocio tra Park Avenue e Chicago Avenue, dove bambini e giovani trascorrevano il tempo libero e dove regnava il divertimento ancora spensierato; fu così che la band prese il nome di Park Avenue Playground e le obiezioni finalmente erano a zero.

Il manager era Larry Goldberg, che tenne una condotta non sempre cristallina ma apprezzabile per tutta la vita della band; l’area “opaca” fu al tempo dell’incisione dell’unico single, con questioni mai del tutto comprese con l’etichetta U.S.A. records; non fu mai chiaro l’iter che portò all’applicazione delle etichette sui dischi e la band (anche dopo lo scioglimento) non fece mistero dei propri dubbi riguardo la sensazione che ci fosse sempre qualcosa di “non detto” in tutta quella faccenda.

Comunque le date non mancavano, il “giro” soddisfacente, l’armonia interna costante, eppure presto venne meno il “fuoco”, la spinta a scrivere nuove canzoni. Si può affermare che l’ispirazione si concentrò ed esaurì sostanzialmente in un unico brano del 45 giri del 1967: “I Know” [M. Jones] (U.S.A. records 919; side B: “The Trip” [G. Eder]), inciso a Madison (Wisconsin). Sorpresa è che non si trattava del lato A, ma del flip… Infatti “The Trip” rimane tuttora un esempio cardine di fuzzy tones e garage borderline infettato dai suoni nuovi in arrivo dal movimento psichedelico imminente e galoppante.

Passata l’incisione, l’etichetta fu molto titubante se mettere sul mercato il disco; in radio passò poco… e anzi si dice che una parte del “non venduto” fosse stata poi posta quasi alla rinfusa in un magazzino colpito da una devastante alluvione. Il risultato è che attualmente il 45 giri costa letteralmente un occhio della testa (nell’ordine di non meno di mille dollari) e risulta pressoché introvabile perfino per i “maniaci” del genere…

Della band si seppe più nulla, nessuna apparizione in TV o in qualche “Battle of the Bands”, scarsa presenza nelle classifiche radiofoniche; inevitabile fu il processo di disgregazione, conclusosi forse entro l’estate del 1969 senza ulteriori sussulti.

 

Gian Marchisio

 

 

Si ritorna in college

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Non sarà mai ripetitivo il ribadire con insistenza l’importanza vitale che ebbero le fraternities delle università e dei colleges americani per l’attività di miriadi di bands garage rock negli anni ‘60. Ne avevo già parlato in occasione dei Marble Collection dell’area di New Haven, dal momento che il sistema dell’Ivy League era una vera e propria manna dal cielo per la quantità di frat parties oggetto di animazione musicale rock

 Feste universitarie che erano campo di allenamento e “palestra” ideale per snocciolare il repertorio originale o di covers di centinaia di gruppi emergenti, in lotta fra loro per fiondarsi sulle feste più trendy (con la speranza di agganci a livelli alti col giro delle case discografiche e dei produttori musicali di grido). E allora eccole queste fratellanze studentesche, coi loro acronimi in lettere greche, con i loro stemmi dai colori esclusivi (harvest gold, carnation white, growing green, royal purple, sapphire blue e infiniti altri), con simboli a volte dal significato ermetico e misterioso (civette, bilance, sfingi, fenici etc.), sparse su tutto il territorio degli Stati Uniti ma in particolar modo a est, da New York fino in Florida. E come i frat parties impazzavano in area di Ivy League, allo stesso modo erano ambitissimi più a sud, per esempio a Gainesville (Florida), tipica città di college e gigs connessi… Qui non a caso la competizione tra bands per le feste universitarie era serrata e la concorrenza non mancava ai più diversi livelli (pure di managers e di agenti). Nell’agone erano coinvolti anche The Rare Breed, band sorta attorno al 1963 dalle ceneri di due gruppi preesistenti: The Playboys e The Big Beats. Manco a dirlo i membri erano studenti della University of Florida, precisamente Randy Ratliff (V), Bill Carter (chit), Jim Garcia (chit), Randy McDaniel (b), Ron Gause (V, org) e Paul McArthur (batt) [in un secondo momento anche Bryan Grigsby (fl, sax)]; il sound guardava al passato del rock&roll ed il look pure, dal momento che i Rare Breed non si allinearono mai a tendenze hippie o di controcultura, nemmeno dopo il 1966. Nelle aree di Gainesville (soprattutto presso il locale “Dub’s”), Starke, Ocala, Palatka (fin quasi a Jacksonville) la band si muoveva con pieno agio tra feste universitarie, adult clubs, parties privati sotto la supervisione coordinata dei due managers Bob Norris e Dub Thomas, abili non tanto nel rastrellare date nel giro degli allora diffusissimi dance clubs, ma soprattutto sul versante degli studi di registrazione; il raggio d’azione non era ampio ma la frequenza delle esibizioni era comunque consistente e sostenuta. Probabilmente “adocchiati” nell’ambito di una specie di competizione tra bands a fini promozionali, The Rare Breed ebbero la possibilità di entrare in studio di registrazione, sfornando due 45 giri incisi entrambi tra 1966 e 1967 nei Charles Fuller Studios di Tampa: “In The Night” [L. Garcia] (CM-012; side B: “I Need You”); “I Talk[ed] To The Sun” [Carter – Garcia] (FR-3250; side B: “Don’t Blow Your Cool”), entrambi con etichetta Cool as a Moose. Purtroppo la gestione degli introiti fu alquanto infelice ed il secondo single fu anche oggetto di diffusione pirata, causando perdite economiche all’intera band nonostante la positiva programmazione nelle radio locali di Gainesville. Le esibizioni continuavano ad essere di buon livello, in primis quelle presso “The Pier” di Daytona Beach, finché il completamento degli studi in college e altre concause portarono all’allontanamento da Gainesville e allo scioglimento della band probabilmente a fine 1968. Destino comune a parecchie altre bands, nate e tramontate in ambito universitario.

 

Gian Marchisio

 

 

Tra petrolio, coyote e… sciacalli

in CULTURA E SPETTACOLI

Persino una raccolta di racconti brevi pubblicata nel 1989 da William S. Burroughs, simbolo della Beat Generation, ne prese il nome, minaccioso e inquietante: “Tornado Alley”

E’ tutta quella fascia di territorio che comprende le pianure dei fiumi Mississippi e Ohio e la valle del basso corso del fiume Missouri, così come la parte sud-orientale degli Stati Uniti; vi sono inglobati Oklahoma, Kansas, Arkansas, Missouri e Iowa, cui si aggiungono nord-est del Texas, Colorado orientale, nord della Louisiana, centro e sud di Minnesota e South Dakota, nord-ovest del Mississippi, centro e sud dell’Illinois, Indiana sudoccidentale, sud-est e sud-ovest del Nebraska e aree di Tennessee, Kentucky e Wisconsin. Grande area territoriale… ma sicuramente definizione soprattutto mass-mediatica, con scarsi fondamenti scientifici e aree geografiche che non sempre rispecchiano la reale incidenza di tornados e il loro impatto al suolo. Fatto sta che la base meridionale della “Tornado Alley” si situa in Texas, sostanzialmente nell’area a nord di Dallas, sulla direttrice per Oklahoma City. Texas terra di petrolio, pianure, canidi di vario tipo tra cui il coyote…. ma gli sciacalli? Che ci siano o no poco importa, importa che piacevano tanto alle bands degli anni Sessanta nomi selvatici, da outcasts, da reietti di vario genere; e non poteva che essere gettonato un nome del tipo The Jackals. Ed eccola la band, sorta nel 1964 a Denton (Texas), ma composta (nella sua formazione definitiva dopo qualche tempo) da Billy Lawson (V), Mike Neal (chit), Ronny Sterling (b), John Talley (org), Phil Campbell (batt); il serbatoio erano il Cook County Jr. College e la North Texas State University e la guida manageriale era il magnetico e tentacolare George Rickrich (che era stella polare dei concittadini ma ben più famosi The Chessmen). In ogni caso The Jackals sapevano contaminare col loro entusiasmo parecchi frat parties di Dallas e dintorni e locali tra cui “Lou Ann’s”, “The Dunes” e “The Pirates’ Nook”; piacevano per il “soul flavour”, influenzato da Wilson Pickett, Percy Sledge, ma con impronta “British Invasion” (specialmente Yardbirds, Animals e Rolling Stones). La direttrice dei gigs era tra San Antonio, Austin, Waco, Fort Worth fino a Norman e Oklahoma City a nord e si può senz’altro affermare che The Jackals erano soprattutto band da esibizioni live, con scarsissima propensione all’incisione o agli studi di registrazione. Ne è prova il fatto che ci si accorse del loro contributo solo a più di vent’anni di distanza, allorquando il loro acetato col singolo “Love Times Eight” diventò brano cult; ciò a seguito di un lavoro di recupero di unreleased di varie bands ad opera di collaboratori ed emissari della casa Cape Crusader Records di Kansas City. Ne derivò una nutrita raccolta di brani inediti di carattere eterogeneo e di gruppi di differenti influenze musicali e aree territoriali, ma “Love Times Eight” dei The Jackals spiccò immediatamente nei gusti dei cultori del rock di nicchia, non solo nel genere garage. Della band si perdono quasi tutti i riferimenti dopo il 1966, allorquando Mike Neal, chiamato nella Air Force, dovette abbandonare, sostituito da William Williams. Non è da escludere che le esibizioni fossero comunque frequenti e il calendario fitto, anche se è presumibile che l’attività manageriale di George Rickrich, ormai orientata sui Chessmen, avesse “scaricato” The Jackals, condannandoli ad una lenta ed inesorabile parabola discendente sicuramente dal 1967. “Love Times Eight” resta comunque tuttora punto di riferimento degli aficionados del garage di nicchia e di quella vasta area degli inediti protopunk degli Stati Uniti di metà anni Sessanta.
 

Gian Marchisio

 

 
 

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