Caleidoscopio rock USA anni 60

La rosa e il Texas

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

La raccolta di dati certi sulle etichette discografiche del garage rock americano anni ‘60 è sempre stato un vero ginepraio, con difficoltà assortite tra ricostruzione di sedi, produttori, sale di incisione, localizzazione del management etc.

Nei casi più complicati ed inestricabili risultava molto ostico persino raccogliere un qualche vago indizio geografico, tanto che in alcuni casi si rischiava di incappare in errori grossolani.

Non aiutava nemmeno cercare una qualche omogeneità nelle aree di azione delle varie bands, specialmente quando l’etichetta catalizzava l’attenzione di gruppi provenienti da stati diversi e limitrofi, senza criteri affidabili e senza un “fil rouge” che unisse le diverse bands.

Fortunatamente vi erano etichette che fin dal nome fugavano ogni dubbio di localizzazione, semplificando il lavoro di storici della musica rock sull’orlo della disperazione…

Tra questi “music label” vi era senz’altro “Ty-Tex” (successivamente Ty Tex Records”) che fin dal nome indica Tyler nello stato del Texas. Etichetta eterogenea con diversi stili, caratterizzata da qualità di incisioni per la verità non eccelse, guidata da Eula Anton negli anni tra 1960 e 1967; presentava fino al 1963 un logo con stato del Texas e una rosa nei colori argento (o bianco) e rosso, dal 1964 la semplice scritta rossa su campo argento (o variante con scritta scura su azzurro).

Alla facilità di localizzazione purtroppo non corrispondeva una altrettanto facile cronologia e la datazione delle incisioni risulta tuttora complessa e a tratti contraddittoria.

Si riporta qui di seguito la discografia finora definita, seguendo l’ordine alfanumerico a causa della suddetta difficile definizione cronologica:

– Ron Williams and The Customs “Sue Sue Baby / Empty Feeling” (TT-100);

– Guy Goodwin “Roll The Red Carpet Out / Nobody Going Nowhere” (TT-101);

– Ron Williams “I’ll Miss You So / I Garontee You Baby” (TT-102);

– The Antons “Larry’s Tune / Green Eyes” (TT-104);

– Zeroes “Twisting With Crazee Babee / Flossie Mae” (TT-105);

– Ron Williams “Wine, Wine, Wine / So Long, My Love” (TT-106);

– The Tonettes “Gee Baby / Friendship Ring” (TT-107);

– Guy Goodwin “You’re Right, I Will / Wheels A Hummin” (TT-108);

– Donnie Carl “Love And Learn / Do The Wiggle Wobble” (TT-110);

– Guy Goodwin “Where Sweethearts Never Part / Our Used To Be Home” (TT 111);

– The Sensors “Sen-Sa-Shun / Side Tracked” (TT 112);

– Donnie Carl with The Donnels “It Happened To Me” [part 1 & 2] (TT 113);

– Joe Baby and The Donnells “Little Sally Walker / I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town” (TT 114);

– The Sensors “Rumble / Caravan” (TT 115);

– Guy Goodwin “A Taste Of Her Loving / A Little Foreign Car” (TT 116);

– The Sensors “Bat Man / Light Blues” (TT-117);

– Donnie Carl “You’ve Got It / Getting Over You” (TT 118);

– Donnie Carl “If You Want It That Way / Heart Attack” (TT-119);

– The Sensors “Honest I Do” [vocale / strumentale] (TT-120);

– Linda Burns “The Reason Why / And That Reminds Me” (TT-121);

– The Derbys “The Crow / A Different Woman Every Day” (TT-122);

– Ron Williams and The Trebles “Let’s Stop Wasting Time / So Fine” (TT-123);

– Ron Williams “Please Come Back / I’m Sending You A Pencil” (TT-124);

– One Eyed Jacks “Hang It Up / Down On My Knees” (TT-125);

– LARRY MACK “Last Day Of The Dragon / Can’t You See Me Crying” (TT-126);

– THE REVOLVERS “Like Me / When You Were Mine” (TT-127);

– THE REVOLVERS “Good Lovin’ Woman / Land Of 1000 Dances” (TT-128);

– Dana Black and The Revolvers “As Tears Go By / Your Love’s For Me” (TT-129);

– Floyd Jones “My Mother’s Prayer / Hero’s Welcome Home” (TT-130);

– Stan Gorman and The Revolvers “I Love Lovin’ You / Green Unicycle” (TT 131);

– Ron Williams “If I Could Stay Away From You / On Top Of Old Smokey” (TT-[7599]).

Gian Marchisio

Pseudonimi, chitarre rosse e angeli

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

A proposito di etichette dall’assetto variabile… Gli elementi mutevoli potevano essere nello stile musicale, nei loghi, nelle colorazioni di fondo, nelle componenti grafiche del testo. In alcuni casi la variabilità era tale da instillare perfino dubbi sull’omogeneità e sulla continuità di una casa discografica (tempo, luogo, responsabili, produttori correlati etc.); in particolar modo la colorazione di base era elemento ingannevole, che non di rado fa tuttora incappare in errori cronologici non secondari, confondendo le idee specialmente riguardo alla spinosa questione delle copie promozionali, dei “reprinting” o dei problematici “bootleg”.

Un esempio di etichetta dai caratteri abbastanza mutevoli e dalle indicazioni di responsabilità “enigmatiche” fu la “Miramar Records [of Hollywood]”, attiva appunto a Los Angeles tra 1965 e 1969, che copriva generi e stili differenti (tra cui ovviamente il garage rock). Ne era responsabile tale Tony Cary (pseudonimo di Tony Luton), personalità eclettica e autore egli stesso di un paio di 45 giri e produttore di The Dovers e in parte anche di The Road Runners, Jimmy Burton ed altri.

Sull’etichetta compariva non di rado anche un’altra indicazione enigmatica: tale produttore “Alborn”, che nient’altro era che uno pseudonimo collettivo che fondeva le due persone di Alton Leo Jones (Al Jones) e Joe Osborn, anche nella forma “Alborn Music BMI”.

Da segnalare inoltre che l’indicazione “of Hollywood” dell’etichetta venne a cadere a grandi linee attorno a metà 1967. I loghi dapprima erano assenti (colore in tinta unita bianco, grigio antracite, rosso), poi comparve una chitarra rossa su campo nero con stelle rosse; dal 1967 circa, tutto mutò in un logo piuttosto ibrido, con immagine “borderline” tra volto di angelo con ali e farfalla, su fondo blu.

Si riporta qui di seguito la discografia Miramar finora ricostruita, sebbene ancora parecchio lacunosa nonostante le molteplici segnalazioni degli ultimi anni:

– Tony Cary “Dream World / One Of These Days” (107) [1965];

– James Burton “Love Lost / Jimmy’s Blues” (108) [1965];

– THE MEMPHIS MEN “Act Naturally / Oh What A Night” (109) [1965];

– Glenn and The Good Guys “Party A Go Go / Only In My Heart” (110) [1965];

– Tony Cary “She Belongs To Me” [promo] [1965];

– THE SPELLBINDERS “Casting My Spell / To Take A Heart” (115) [1965];

– THE ROAD RUNNERS “I’ll Make It Up To You / Take me” (116) [1965];

– THE DOVERS “She’s Gone / What Am I Going To Do” (118) [1965];

– Nick Hoffman “King Of The Moon / Blind And Leaving Blues” (119) [1965];

– THE DOVERS “I Could Be Happy / People Ask Me Why” (121) [1965];

– THE DOVERS “The Third Eye / Your Love” (123) [1966];

– THE DOVERS “She’s Not Just Anybody / About Me” (124) [1966];

– Fellowship “Just Like A Woman / Palace Of The King” (125) [1966];

– Miramar Soul Band [& Friends] “Mr. Tambourine Man / Party A Go Go” (127);

– Sonny Firmature “Love Lost / Mr. Tambourine Man” (128);

– Alexander’s Timeless Bloozband “Love So Strong / Horn Song” (101) [1967];

– Charles Lamont “Poems Of Carole Ann / Maybe Baby” (103/105) [1968];

– Zebra “Helter-Skelter / Wasted” (M-130) [1969];

– Sonny Firmature “Love Lost” [LP] (1002).

Gian Marchisio

Scelte coraggiose

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

A differenza di parecchie altre etichette statunitensi di rock anni ‘60 che in “ottica di mercato” preferivano diversificare i generi per venire incontro ai gusti variegati del vasto pubblico, troviamo qua e là case discografiche che intrapresero altre strade, storicamente più meritorie. Alcune di queste furono veri e propri “pionieri” del garage rock minore, favorendo a più riprese bands emergenti talvolta poco esposte al di fuori dei confini dello Stato in cui erano sorte. Tra queste etichette possiamo annoverare per esempio “Phalanx”, “label” medio-piccolo dell’area di Portage (Michigan) associata a Cap Studios, attiva tra 1965 e inizio 1967, che seppe inserirsi in anni di grande fervore e vivacità musicale, tempi in cui l’evoluzione di stili e gusti musicali si muoveva a ritmi vertiginosi e rapidissimi. Tra sud-ovest del Michigan, Indiana e parte dell’Ohio (il “mitico” Midwest) si muoveva una miriade di gruppi garage, impegnati ad accaparrarsi “locations” e luoghi di animazione musicale, a volte in agguerrita concorrenza; alcune di queste bands seppero trovare in “Phalanx” una soluzione (anche a buon mercato) per incidere propri brani originali, senza dover patire l’opprimente ansia del “grande salto”. E’ importante segnalare che col “garage rock revival” che decollò specialmente dalla seconda metà degli anni ‘80 ed il fiorire di “compilations” analitiche sul garage USA anni ‘60, “Phalanx” comparve e compare tuttora in svariate raccolte a tema per gli appassionati del genere [tra cui “Michigan Mayhem!”; “You’re So Square”; “Garage Beat ‘66. Vol. 1”; “Mind Blowers”; “Sigh Cry Die: 29 Tales of Woe and Despair”; “Glimpses. Vol. 1 & 2”; “Hoosier Hotshots. Indiana in The Garage Era”; “Quagmire. Vol. 2. Sixties Punk in the USA!”].

Qui di seguito la discografia Phalanx finora ricostruita, anche alla luce di recenti scoperte:

–  (Kalamazoo’s) Hitch-Hikers  “Makes Me Feel Good / Someday Baby”  (804P-1000; 1000, 1001)  [1965];

–  The Headlyters  “Girl Down The Street / Shop Around”  (804P-1010; 1010, 1011)  [1965];

–  The Pastels  “’Cause I Love You / Don’t Ya Know (What You Do To Me)”  (804P-0631; 1006, 1007)  [1966];

–  The Ethics  “Crazy Horse / Hall Of Fame”  (804P-1002; 1002)  [1966];

–  The Deacons  “Just Like A Shadow / Don’t You Just Know It”  (804P-1016; 1016, 1017) [1966];

–  Toronados  “Alone / Let Me Be Your Man”  (804P-5859; 1004, 1005)  [1966];

–  The Troyes  “Why / Rainbow Chaser”  (804P-0842; 1008, 1009)  [1966];

–  The Relics  “Inside Outside / Skin Sin”  (804P-1012; 1012, 1013)  [1966];

–  Toronados  “She’s Gone / Rainy Day Fairy Tales”  (1014)  [1966];

–  The Chessmen  “You Can’t Catch Me / Mr. X”  (804P-1018; 1018, 1019)  [1966];

–  The Olivers  “I Saw What You Did / Beaker Street”  (1022, 1023)  [1966];

–  The Ape Quartet  “Tarzan / Sally Brown”  (1024)  [1966];

–  Blues Inc.  “Get Off My Back / Tell Me Girl”  (1025)  [1966];

–  The Pickwick Papers  “I Want To Do It / You’re So Square”  (804P-1026; 1026)  [1966];

–  The Checkmates  “Can’t Explain / Cherry Pie”  (804P-1027; 1027)  [1966];

–  The Invaders  “Set Me Free / Let’s Dance”  (804P-1028; 1028)  [1966];

–  The Rainmakers  “Tell Her No / You’re Not The Only One”  (804P-1029; 1029)  [1966];

–  The Redwoods  “Tell Me / Little Latin Lupe Lou”  (804P-1030; 1030)  [1966];

–  The Soundsations  “Shout”  [LP]  (PH-001)  [1966].

Gian Marchisio

   

Occhio al giaguaro

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Uno dei maggiori problemi che da sempre affligge la storia del rock a livello internazionale e in tutte le epoche è la fitta rete di omonimie tra etichette; la questione è sempre risultata estremamente complessa ed articolata, in molti casi di difficilissima definizione, specialmente quando uno stesso nome andava ad interessare localizzazioni territoriali omogenee o, ancor peggio, allorquando ad un’omonimia perfetta si sovrapponeva anche una quasi identica estensione temporale. Esistono infatti casi a volte inestricabili in cui il lasso temporale di vita di un’etichetta andava a complicare (anziché semplificare) il dilemma, conducendo molto spesso a clamorosi “vicoli ciechi” in cui risultava impossibile scindere l’identificazione di un’etichetta rispetto ad un’altra sostanzialmente e inconsapevolmente “gemella”.

Un esempio di nome assai diffuso tra i “labels” discografici in tutto il pianeta è “Jaguar Records”, che letteralmente compare in ogni continente (anche qui in Italia) e in ogni epoca, coprendo i più diversi generi musicali e i più differenziati stili. Inutile dire che nei soli Stati Uniti si sono registrate omonimie multiple a decine e decine, rese ancor più spinose (specialmente nei decenni 60 e 70) da etichette davvero scarne e scheletriche nelle indicazioni di sedi, produttori e distributori, prive perfino di minimi accenni perlomeno ad indirizzi cittadini di qualche luogo di incisione. Va da sé che quando ci si trova di fronte a “tabulae rasae” ed omonimie… ci sono ben poche vie d’uscita se non i numeri di matrice. Tanto peggio era nel fitto ginepraio delle etichette medio-piccole (di cui era inoltre impossibile stabilire se fossero entità autonome o sottoetichette secondarie per generi specifici).

Tra queste, tuttavia, mi piace puntare i fari su una “Jaguar Records” di Little Rock (Arkansas, probabilmente con sede in 1804 Johnson Street), nota agli appassionati di psych garage per un interessante 45 giri dei “Blues Foundation” che è quintessenza del genere garage “tardo”, in anni in cui al “fuzz” crudo e puro erano ormai subentrati suoni già evoluti e mutati. Questa etichetta si distingueva per il logo con cucciolo di giaguaro in riposo, scritta rossa in corsivo, fondo giallo senape (ma talvolta anche blu con scritta argento) e soprattutto per il fiero logo che recitava “Jaguar Records means GOOD sound”.

Come in molti altri casi di quel periodo (ricco di evoluzioni a volte fulminee) la vita dell’etichetta fu caratterizzata da incisioni sporadiche e fu alquanto limitata, se si pensa che restò operativa nel solo triennio 1967-1969; ciononostante è potuta entrare in alcune “compilations” recenti proprio grazie alle due incisioni che nella lista qui di seguito verranno puntualmente messe in risalto:

– The Federal Union “Can’t Stop, Can’t Go / A Day Without Time” [Acetato] [c.1967];

– THE ROUSTABOUTS “Just You And Me / Lonely Blues” (102) [1968];

– BLUES FOUNDATION “It’s Called Love / Summer Will Soon Be Gone” (81040) [1968];

– The Sound Investment “Ask The Lonely / Happy Song” (90344) [1969];

– Harold Troxler with The Singles “Old Antioch / Steal Away” (90466) [1969].

Gian Marchisio

Tra Melville e il garage rock

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Chi non conosce “The Turtles”? Gruppo californiano famoso e di gran successo che legò le proprie fortune soprattutto al brano “Happy Together”, pezzo ben apprezzato anche a livello di pubblicità televisiva italiana. L’etichetta di Los Angeles legata a doppio filo con la band era ben nota per il logo caratterizzato da una balena bianca e non a caso recava nome “White Whale”. Ma, come ormai ben saprete, il sottoscritto non ama parlare di bands celebri o etichette di grande cabotaggio; e infatti prendo spunto dalla balena bianca di “White Whale” per procedere per somiglianza e passare direttamente ad un’etichetta di Chicago (molto meno nota e di medio-piccolo calibro).

Il logo era perlomeno curioso e recava un capodoglio quasi “sorridente” con coda davvero minuscola; il nome (manco a dirlo) era “Mobie”, ritagliato su suggestioni letterarie alla Herman Melville.

La veste grafica rimase sostanzialmente invariata negli anni (tra 1966 e 1968), a differenza di quella cromatica che passò dal logo color argento su fondo canna di fucile (anche alternato alla stessa cromia ma invertita), all’argento su fondo blu (in alcuni casi con tono argento scuro il logo era poco visibile per la natura dell’accostamento di colori, che a dirla tutta rendeva problematica anche la lettura del nome delle bands, dei titoli dei brani e degli autori…).

L’etichetta presentava caratteristiche musicali e stilistiche piuttosto omogenee ed uniformi (a differenza di altre in cui risultavano mescolati generi sovente parecchio differenziati tra loro), incentrata soprattutto su garage rock e rock psichedelico. In tutta sincerità il rischio di restare “di nicchia” e di venire oscurata da realtà musicali “cetacee” ben più note era alto, ma per fortuna il giusto lascito musicale per gli appassionati di garage rock l’ha spinta a comparire più e più volte in parecchie “compilations” [in primis “Ho-Dad Hootenanny! Beer-Blast ‘65!”; “Buzz Buzz Buzzzzzz. Vol. 2”; “Psychedelic Crown Jewels. Vol. 3”; “Brain Shadows. Vol. 2”; “Psychedelic States: Illinois in the 60s. Vol. 1”] grazie ad alcuni brani garage e psych garage prodotti anche da James Hallessey Manning Jr., che nell’elenco qui di seguito verranno puntualmente evidenziati:

–  Ron Jones and The “C” Notes  “Goodbye Linda / Why?”  (3419)  [1966];

–  Ronnie Jones  “Silly Little Fool / Little Jezebel”  (3421; MW831-832)  [1967];

–  CHY GUYS  “You’ll Never Believe Me / Say Mama”  (3423)  [1967];

–  THE COBBLESTONES  “It Happens Every Time / I’ll Hide My Head In The Sand”  (3424) [1967];

–  THE COBBLESTONES  “Flower People / Down With It”  (3425; MW941-42)  [1967];

–  THE IRON GATE  “Get Ready / You Must Believe Me”  (3429)  [1968];

–  THE RAVELLES  “Psychedelic Movement / She’s Forever On My Mind”  (3430)  [1968];

–  THE SHIRT TAIL RELATION  “The Reason Why / You Don’t Know Like I Know”  (3432) [1968];

–  THE SUMMIT  “How You Move My Soul / Oh What Can I Do”  (3433)  [1968];

–  Skip Wulf  “Soul Lovin’ Baby / Summer Love”  (3435)  [1968];

–  Deanna and The Here & Now Singers  “Isolation / Attic Of My Mind”  (3436)  [1968].

Gian Marchisio

Il minitrampoliere sui 45 giri

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Nonostante la nostra rubrica sia strettamente musicale, non ci si stanca mai qui di richiamare suggestioni extramusicali che frequentemente si manifestavano sulle etichette dei 45 giri del rock (garage e non solo) americano degli anni tra 1963/64 e i primi anni Settanta. Ed è da sempre indiscutibile l’abitudine tutta “a stelle e strisce” di valorizzare e rendere quasi iconico qualsiasi aspetto della vita umana e (“latu sensu”) naturale della società nordamericana. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli, ma qui ne riportiamo uno legato ad una realtà intensa e significativa per “birdwatchers” e appassionati nello stato dell’Oklahoma. Nel periodo tra fine marzo e prima metà di aprile migliaia e migliaia di esemplari di uccelli migratori, dopo l’inverno trascorso in climi miti (Centro e Sud America), si spostano verso le vastissime aree canadesi transitando e sostando momentaneamente nelle terre dell’Oklahoma; le aree predilette di questa zona sono tradizionalmente Beavers Bend State Park (McCurtain County) e J.T. Nickel Preserve (Cherokee County). Poteva una realtà del genere passare inosservata per un brand musicale commerciale? Certo che no! E infatti registriamo nella zona di Norman (Oklahoma) l’esistenza di un’etichetta discografica, attiva tra 1964 e anni Settanta, il cui logo presenta un allegro pennuto canterino e ballerino su fondi con colorazioni parecchio variabili (dal giallo, al blu, all’arancio, al rosa, al bianco); il nome è inequivocabile: “Shore Bird Records”, dove “shorebird” è per l’appunto la denominazione generica di tutta una famiglia di trampolieri migratori (di taglia variabile) attivi lungo specchi d’acqua di vario tipo.

Etichetta eterogenea di medio-piccolo cabotaggio, spaziava tra rock ‘n roll, folk, country e garage rock; nonostante il suo carattere misto, è tuttavia ancora oggi nota agli appassionati di garage rock per la presenza di almeno tre incisioni del biennio 1966-1967, che evidenziamo in carattere maiuscolo nella lista riportata qui di seguito:

–  Freddy McDuff  “Jack Daddy / Streets Of Baltimore”  (SBR-7002)  [1964];

–  Melvin Nash  “In Front Of Your House / True Lovin’ Woman”  (SB-1001)  [1966];

–  THE ORFUNS  “Gettin’ it On / Put You Down”  (SB-1004)  [1966];

–  THE OUTCASTS  “I Wanted You / Little Bitty Man”  (SB-1005)  [1966];

–  Tom Rivers  “I Won’t Cry / Right Where You Want Me”  (SB-1007)  [1967];

–  Melvin Nash  “When The World Was Young / Sad Little Man”  (SB-1010)  [1967];

–  Russ Clements  “Lonesome Old World / I Love You Still”  (SB-1011)  [1967];

–  THE GROUP  “Yesterday Is Today / Tell Me Why”  (SB-1013)  [1967];

–  Blue Grass Country Boys  “What Will I Do Without You / I’m Hanging On”  (SB-1015) [1968];

–  Bobby Lee Warren and Cross Country  “I’ll Never Let You Go / Big Mable Rucker The Semi-Trucker”  (SB. 781)  [1978];

–  Wayne McDaniel  “Count The Tears / Pain Is Part Of Everyday”  (SB-7202);

–  Harold Campbell and The Country Rhythm Boys  “Rainbow On The Ocean / Red Bird”  (SBR-7001);

–  Leo Stephens  “Mister Be My Daddy / Don’t Throw Our Love To The Wind”  (SBS-402).

Gian Marchisio

In cerca di pepite…

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Continuiamo ad addentrarci nel fitto sottobosco delle etichette di piccolo-medio cabotaggio degli anni ‘60 a stelle e strisce… C’è da rilevare che in molti casi si trattava di produzioni discografiche eterogenee, che toccavano generi musicali anche molto diversi tra loro, con artisti dagli stili ben diversificati e per ascoltatori dai gusti anche diametralmente opposti. Ne derivava che si tendeva a non privilegiare nessun genere in particolare, lasciando tutto un po’ in superficie; forse col timore del fatto che lo specializzarsi in un certo stile musicale potesse portare con sé il rischio di diventare “di nicchia” o “per pochi”, in una sorta di suicidio commerciale dell’etichetta.

A volte si operava un altro tipo di scelta: veniva lasciato un certo specifico genere musicale unicamente ad una propria “sottoetichetta”, rivolta ad un pubblico più di settore, senza che il potenziale insuccesso potesse “intaccare” l’etichetta “madre”. In altri casi ancora anche le “sottoetichette” presentavano il carattere eterogeneo dell’etichetta principale; ma non di rado erano proprio queste “etichette figlie” (ex-post per i cultori e per i moderni appassionati del garage rock) a riservare le sorprese più gradite a livello storico, dal momento che tuttora vi si possono continuamente scovare “pepite nascoste” o brani ingiustamente dimenticati dalla storia del rock e ben degni di rientrare in compilations dedicate al genere.

Presentiamo qui l’esempio di una sottoetichetta di Lynn Records di Houston (Texas), cioè “Sabra Records”, attiva tra 1961 e 1965; anno, quest’ultimo, in cui si manifestò quell’interessantissima fase di passaggio tra il rock ‘n roll / rockabilly e il garage rock, seminando già il terreno per le primissime forme di quel protopunk che sboccerà in pieno in tutto il 1966. Sottoetichetta eterogenea per eccellenza (spaziava dal rock’n roll al funk al jazz, dal rhythm and blues al garage), ma che ebbe il merito di presentare due notevoli esempi del 1965 di quel periodo di transizione appena indicato, quando al ritmo trascinante e travolgente si aggiunse la forza e la rabbia del garage rock, con una convinta trasformazione nel canto e nel “sound”, più “sporchi” e “vissuti”. Riportiamo qui di seguito la discografia (allo stato attuale delle conoscenze) di “Sabra Records”, evidenziando i due esempi del 1965 sopra accennati:

– C.L. and The Pictures “I’m Asking Forgiveness / Let’s Take A Ride” (517) [1961];

– Mickey Gilley “I Need Your Love / Valley Of Tears” (518) [1961];

– The Epics “The Magic Kiss / Last Night I Dreamed” (516) [(2.), ca. 1962];

– Cecil & Ann “Through The Night / You Wrote This Letter” (520) [1962];

– Louis (Blues Boy) Jones with Bobby Scott Orchestra “Come On Home / I Cried” (524) [1964];

– The Jones Boys “Honky / Beatlemania” (555) [1964];

– Billy Patt Quintett “Passion (An Act Of Love) / Desafinado” (556) [1964];

– THE EMPEROR[‘]S “I Want My Woman / And Then” (5555) [1965];

– JOHN ENGLISH III AND THE HEATHENS “I Need You Near / Some People” (5556) [1965];

– Louis (Blues Boy) Jones with Bobby Scott Orchestra “I’ll Be Your Fool / Someway, Somewhere” (519);

– Bobby Scott “Swanee River Twist / Nifty” (521).

Gian Marchisio

Il cagnolino su fondo giallo

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Apriamo qui un capitolo importante e particolarmente complesso per la storia del garage rock americano degli anni ‘60, che costituisce un serbatoio quasi inesauribile di problemi classificatori sia a livello discografico, sia cronologico, con forti ricadute anche per una omogenea mappatura degli stili musicali, delle mode creative, dei gusti del pubblico statunitense specialmente tra il periodo della decadenza dello stile “surf” e l’affermazione del gusto psichedelico.

Le maggiori difficoltà sgorgano quasi spontaneamente in stretta correlazione con l’assoluta scarsità di fonti ed informazioni riguardanti una miriade di etichette minori o di medio cabotaggio, su cui è veramente impossibile determinare localizzazioni, fondatori, “modus operandi” a livello di incisioni e ramificazioni sul territorio in termini di agenti, emissari o talent scouting. Il tutto è reso ancor più complicato dalla mancanza di sufficienti dettagli persino sulle etichette dei 45 giri, che non di rado risultavano scarne e poco significative anche a livello di nomi di produttori, di studi di registrazione e di indirizzi di riferimento. Tutto ciò è quasi inspiegabile se si tiene conto del fatto che, nonostante il piccolo cabotaggio, la qualità musicale dei brani incisi fosse pari (se non finanche migliore) rispetto ad altre etichette decisamente più blasonate e affermate a livello nazionale ed internazionale.

Viste le molteplici difficoltà suddette, non resta che adottare la soluzione più sensata, ossia riportare la discografia (completa o perlomeno conosciuta) di ciascuna etichetta. Partiamo qui da Yorkshire Records (che a grandi linee coprì il decennio 1962-1972), che vedeva solitamente campeggiare sulla sinistra l’immagine di un cagnolino della razza omonima su fondo giallo limone; si rileva in particolare che alcuni brani di tale etichetta rientreranno a più riprese in raccolte e compilations ben note ad appassionati e cultori dei generi garage e psych rock…

– Harry Dial “Money Tree Blues / I Can’t Go On This Way” (1001) [1962];

– THE SAXONS “Carol Ann / Everybody Puts her Down” (YO-102) [1964];

– Harry Dial & His Blusicians “Joy Juice Blues / You’re A Long Time Dead” (#125) [1965];

– THE DOLPHINS “Surfing-East Coast / I Should Have Stayed” (YO-125) [1965];

– THE SAXONS “Things Have Been Bad / The Way Of The Down” (YO-127) [1966];

– THE DOLPHINS “Endless / There Was A Time” (YO-128) [1966];

– Vik Armen “Torn Between Two Lovers / Love’s Come” (YO-129) [1966];

– The Younger Generation “You Really Got Me / Blue Moon” (YO-149) [1967];

– The Dum Dums “Somethin’ Stupid / Tortilla” (YO-150) [1967];

– The Odyssey “Just To Be / Sunday Time” (YO-154) [1968];

– OCELOT “What Have You Done To Your Honey” (mono-stereo) (#1001) [1972];

– Harry Dial & His Blusicians “The Blues Singing Banker” [Album] (DG 72963);

– Harry Dial & His Blusicians “Jazz A La carte” [Album] (HD61565);

– THE HUNTINGTONS “Roll On Little Darlin’ / When You Were My Girl” (YO-101);

– The McCormacks “I Wish That It Was Summer Again / Teenage Tears” (YO-750);

– Bearing Straight (feat.) Kvitka Cisyki “(I’ve Been) Searching Time / End Of Life” (YO1010).

Gian Marchisio

Album fai da te… o quasi

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Potrò sembrare ripetitivo, ma non si insiste mai abbastanza su due fattori sostanzialmente ricorrenti, quasi un “leitmotiv”, nella realtà delle bands di teenager del garage rock americano anni ‘60: il “management” autogestito e la precarietà delle condizioni di registrazione ed incisione per 45 giri ed album “in economia”. In particolare per la prima questione era fondamentale la capacità di individuare immediatamente uno stile musicale preciso, che mirasse a gusti specifici di un certo uditorio o di una certa fascia di età, soprattutto se si trattava di “teen clubs” o piuttosto palestre di “high school”. La band di cui trattiamo in questo articolo dovette subito individuare il “target” di pubblico da affrontare nei “gigs” e nelle esibizioni, anche in caso di “opening” per altri gruppi. L’ambito operativo erano le feste di “high school” dell’area di Chicago, il “management” era (manco a dirlo) autogestito e il “budget” a disposizione ridotto e calcolato con grande realismo. Il gruppo si chiamava “The Bachs”, si definì stabilmente tra primavera ed autunno 1965 e comprendeva: John Peterman (V, chit), Blake Allison (V, b), John Harrison (chit), Mike DeHaven (chit), John Babicz (batt). L’area di attività più intensa era a nord-ovest di Chicago, tra Crystal Lake, Barrington, Mundelein, Lake Forest, Northbrook, Des Plaines e la band seppe crearsi una vivace rete tra le feste di liceo, i “teen clubs” e le feste private, limitando al massimo spese e dispersione di denaro in “personale extra” di dubbia affidabilità; in particolare i “teen nightclubs” (specialmente Pink Panther e Midnight Hour) garantivano le entrate economiche migliori ed il repertorio era molto funzionale all’uditorio, con gran numero di cover di Beatles, Rolling Stones e Kinks. Tra 1967 e 1968 gli impegni non mancavano e i “gigs” avevano cadenza settimanale fissa il venerdì e sabato notte e non di rado “The Bachs” (sebbene mediamente nemmeno diciassettenni) erano “opening band” di The Amboy Dukes di Ted Nugent. A differenza di altri gruppi, “The Bachs” non erano particolarmente attratti dalle “Battles of the Bands” e preferivano mantenere il “giro” ben sedimentato nelle fasce d’età “teens”, dove erano considerati compagine di ottimo livello. Nel 1968 giunsero occasioni di incisioni in sala di registrazione, ma non ne scaturì il solito 45 giri isolato, bensì un intero album, sebbene condizionato dal difficile ambiente di presa di suono e dal “budget” ridotto: “Out of The Bachs” (Roto Recordings PR-1044). Si può davvero definire un “album fai da te”, per stessa ammissione dei musicisti, che successivamente lamentarono l’impossibilità di prendere “takes” successivi al primo e l’approssimativa esperienza dei tecnici del suono coinvolti (“crappy production”, sezione ritmica mal bilanciata). Ne scaturirono circa 150 copie (da distribuire tra amici e parenti e nella cerchia vicina…) e si può ben intuire come l’album sia ora diventato merce rarissima e trattato a peso d’oro tra gli appassionati di oggi. Gli stessi componenti della band ricordavano quell’album con una vena di malinconia, definendolo una sorta di “farewell to The Bachs” (addio ai The Bachs), in quanto già scorgevano chiaramente il destino della band, con l’incombere dell’entrata nei college, della chiamata in esercito e della necessità di lavori stabili per condizioni economiche familiari non felici; con l’estate del 1968 erano ormai maturi i tempi dello scioglimento, che si definì entro agosto.

Gian Marchisio

Al secondo piano del motel

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Management autogestito, ambienti di registrazione improvvisati, “basement” per le prove, 1 dollaro a copia, autoproduzione, dj delle radio amici, spese “extra” ridotte all’osso. Questa era quasi la regola tra le bands di teenagers del rock garage e psych/garage americano degli anni ‘60. Non c’era spazio per errori, dispendio di risorse, passi falsi; era necessario anche mantenere sempre vigile l’attenzione di fronte a talent scout sospetti o sedicenti “emissari” di questa o quella etichetta; nonostante la giovane età c’era bisogno di mantenere i piedi ben piantati a terra, evitare utopie e castelli in aria.

Tra le bands meteora che mantennero un profilo “ragionevole” e realistico si possono annoverare “The Satyrs”, formatisi nella primavera del 1968 nell’area di Haddon Heights (New Jersey), a circa 10 miglia a sud-est di Philadelphia (PA). I componenti erano pressoché tutti quanti residenti in un raggio piuttosto ristretto: Craig Morrell (V, b), Mike Doerr (V, batt), Bob Agnew (chit), Kenny Reibel (org), Andy Madajewski (batt, perc) e il “basement” della famiglia Reibel era il luogo abituale delle prove “domestiche” della compagine. Ovviamente il management era autogestito, con il solo appoggio esterno di un amico con agganci in alcune radio della zona; tutto era rigorosamente autoprodotto, senza spese extra di nessun tipo, soppesando bene qualsiasi occasione ed opportunità, “cum grano salis”. Grazie alla programmazione favorevole di radio locali tra cui WIBG e WFIL, il “sound” della band (con influenze specialmente da The Doors e ? and The Mysterians) divenne familiare specialmente nel giro dei teen clubs e dei licei dell’area (Camden, Deptford, Voorhees, Moorestown, Woodbury); va da sé che le feste di “high school” fossero il pane quotidiano delle bands di qualsiasi angolo degli USA e “The Satyrs” si fecero le ossa in più occasioni proprio in questi contesti. I buoni agganci nelle radio e le congiunture favorevoli tra “Battles of the Bands” (Cherry Hill) e “opening” diedero la possibilità della registrazione dell’unico 45 giri prodotto: “Yesterday’s Hero” [Morrell – Williams] (2668; side B: “Marie” [Doerr – Morrell]), con etichetta Spectrum Records di Greenville [SC]. Qui va precisato che le condizioni di registrazione furono quasi estreme, dal momento che la band si trovò a incidere al secondo piano di un motel sull’Admiral Wilson Boulevard di Camden, con la possibilità di “centrare” un’unica presa di suono e con mezzi di mixaggio parecchio ridotti. La stampa dei 45 giri fu a carico della band ad 1 dollaro a pezzo (400 dollari il prezzo totale) e con incombenze di distribuzione completamente a carico del gruppo. Ma la buona volontà di tutti e l’entusiasmo spensierato ed incosciente fecero il resto e il disco rimase in programma nelle radio (anche alla WCAM di Camden) e ben radicato nella memoria degli appassionati di allora e dei decenni successivi. Ne è prova il fatto che “Yesterday’s Hero” entrò a far parte di numerose compilations degli anni 80, 90 e 2000, tra cui “Pebbles vol. 5”, “Acid Dreams Epitaph”, “The Ultimate Acid Dreams Collection”, “Psychedelic States. New Jersey vol. 1”, “Mindless Teenage Brainrot”, “1960s Fever Diamonds vol. 0009”. L’inevitabile ed ineluttabile chiamata in esercito (come in moltissimi altri casi) tarpò le ali alla band e “The Satyrs” si sciolsero entro l’estate 1969.

Gian Marchisio

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