“Paesaggi. Forse”
In mostra allo “Spazio Eventa” di Torino
Fino all’11 novembre
A far da magnifico sfondo, la superba maestosità dei quasi 4.500 metri del Cervino che guarda a Breuil-Cervinia (Valtournanche) in Italia e a Zermatt in Svizzera. Poesia pura, paesaggio da favola accovacciato sotto una morbida – sempre più rara – coperta di neve. Paesaggio “bello”. Paesaggio. Forse. Abbruttito da una stupida invasione di tristi “manufatti” umani, giochi e giochini e “gonfiabili” e sedie-sdraio per gli i fanatici della tintarella e gru e scavatrici con scarti di plastica e inquinamento da sovrabbondanza che “lacerano la natura e la sua bellezza”. E’ un voluto colpo d’occhio. Che in un baleno trasforma “paesaggi belli” in “paesaggi brutti”. Verità documentata (“Paesaggi brutti”, Cervinia 2023) dagli scatti del fotografo torinese Maurizio Briatta, “detective” minuzioso, ossessionato ricercatore dell’“imperfezione”. Della “perfetta imperfezione” della natura. Realtà in cui spesso e volentieri gioca a metterci maldestramente lo zampino proprio l’uomo. Un modo, quello di Briatta, del tutto particolare di cristallizzare sguardi paesistici in modo insolito “usando proprio la complessità del mezzo fotografico per ottenere risultati che giocano sull’ambiguità, generando dubbio, incertezza”. Così di Briatta racconta Tiziana Bonomo, ideatrice di “ArtPhoto” (2016) e curatrice della mostra dell’artista torinese ospitata, fino a sabato 11 novembre, allo “Spazio Eventa” di via dei Mille, a Torino. Paesaggi, sì.

Elemento comune alla trentina di immagini esposte in rassegna. Ma paesaggi “ambigui”, “singolari” e “stravaganti”. Dunque: “Paesaggi. Forse”. Opere incentrate su tre filoni compositivi, su cui Briatta inizia a lavorare fra fine Novecento e primi Duemila, quando nel 2002 (con “Controluce”) è protagonista alla “GAM” di Torino della collettiva “Silenzio della Superficie”, nata dalla selezione individuata da Marina Miraglia nel libro “Il ‘900 in fotografia e il caso torinese”. Già allora, negli scatti di Briatta, appare nitida la chiara volontà del rompere le righe e le regole e le cifre stilistiche del déjà vu. Sulla scia di una “vena romantica” che “con l’uso della voluta sfocatura insieme alla stampa su carta acquerello, accentua quell’effetto pittorico” (colore e luce alla Turner) che carica di suggestive emozioni la sua particolare “poetica della natura”. “Sono nato colorista –afferma lo stesso fotografo – e voglio morire colorista”: un processo tecnico e spirituale che ritroviamo coerente, ad anni di distanza, in “Paesaggi con figure” (2018) dove “l’obiettivo diventa il velo – scrive Tiziana Bonomo – che nasconde e non che mette a fuoco, che guarda ma che non si sofferma come per un atto di pudicizia di non voler far scoprire tutto ciò che ha visto”.

E’ una sorta di compulsiva curiosità, quella che spinge Briatta all’utilizzo del mezzo fotografico per dire e non dire, raccontare e non raccontare, sfumare i contorni per invitare all’immaginazione, a un gioco di parallelismi sentimentali in cui ritrovarsi in accordo o disaccordo con i propri interlocutori. Senza che l’esito ne comprometta il modo di procedere. Fino ad arrivare all’ultima “folgorazione”, al gioco dell’imperfezione, in cui i paesaggi (anche i più belli) vengono capovolti e analizzati con rigorosa “perfidia” per descriverne il “ciò che non va”, le pieghe dell’imperfetto: “Paesaggi brutti” (2023), di cui già s’è detto, contrasto da “pugno in un occhio” fra rifiuto umano e paesaggio naturale, originariamente magnifico. Dice ancora la Bonomo: “Per Briatta i riferimenti sono con la ‘land art’ di Christo, di Richard Long, di Tony Crag e cerca, con il suo stile, in maniera volontaria, consapevole quanto la mano dell’uomo ogni giorno riesce a graffiare con costruzioni pale giocattoli camion immondizia, la natura di un paesaggio che silenziosamente non può ribellarsi. Lo fa in maniera opposta a Christo che impacchetta la bellezza e quindi interviene sul paesaggio aggiungendo qualcosa. Briatta invece cerca la contaminazione che esiste già”. Spirito ribelle? Da cattivo ragazzaccio? O piuttosto geniale inventore (e nuovo interprete) di spazi naturali, troppo spesso affogati in valanghe di melensa, stucchevole retorica? Ai posteri …
Da segnalare: martedì 24 ottobre, ore 19, sempre a “Spazio Eventa”, si terrà un talk fra Maurizio Briatta ed una giovanissima promessa della fotografia, Giada Tamburini. L’incontro si inserisce nell’ambito di “Countdown”, serie di eventi che anticipano l’edizione 2023 di “The Others Art Fair”.
Gianni Milani
“Paesaggi. Forse”
“Spazio Eventa”, via dei Mille 42, Torino; tel. 011/8138159 o 335/7815940 o tizianabonomo@fastwebnet.it
Fino all’11 novembre
Orari: dal mart. al ven. 15/19
Nelle foto:
– “Paesaggi brutti”, Cervinia, 2023
– “Controluce”, 2001
– “Paesaggi con figure”, 2018

Dopo aver conseguito il diploma di maturità all’istituto tecnico per geometri, nel 1981 si iscrive alla facoltà di architettura e, nel 2015, presenta all’Aurum di Pescara la sua ultima ricerca intitolata “Photopsyche”, una serie di ritratti fotografici in digital art sul tema del visibile e dell’invisibile. Dal 2016 traspone il concetto di “Photopsyche” nella scultura creando “Sculptures”, ovvero la visione trasfigurata dell’essere umano in cui compaiono le forme materializzate della propria psiche. Ha partecipato a diverse mostre personali e collettive ed è stato finalista di diversi premi tra cui la Biennale di Montecarlo 2023. Con l’inizio di quest’anno ha preso avvio un nuovo progetto dal titolo “Dual”, sei installazioni sul tema della dualità, in un confronto tra vecchi e nuovi miti contemporanei. Lavora spesso presso il suo studio a Civitanova Marche. La scultura di Cesare Iezzi segue un percorso di evidente solidità artistica e di valore culturale in cui i volti umani, che vivono in un tempo sospeso, si liberano in un concetto universale di vero significato sempre pregno di risonanza emotiva e di ricchezza interiore. Le sue creature sono ispirate alla mitologia greca e immerse in uno spazio di rinnovata dimensione. Vengono realizzate con un’interpretazione personale e un’essenza esecutiva elegante, sia nella dinamica dei volumi sia nella sintesi formale e essenziale. Quello di Iezzi è un iter intriso di potenzialità evocative che rivela un aspetto altamente simbolico e contenutistico capace di raggiungere il fruitore e di travolgerlo, perché interpreta un percorso di ricerca di nuova dialettica in grado di emozionare. Ogni opera è unica e irripetibile ed è capacedi comunicare la propria identità stabilendo un linguaggio di grande umanità all’insegna di un’esistenza fortemente spirituale.
Successivamente si dedica al disegno iniziando, nel corso del tempo, a esprimere le sue sensazioni con l’arte astratta, realizzando quadri con legno di recupero. Da qualche tempo sta esplorando l’arte digitale ottenendo favorevoli riscontri di critica. È stato selezionato alla X edizione della Biennale di Montecarlo 2023 e ha partecipato a mostre collettive. La ricerca, per l’artista Dario Frascone, è di fondamentale importanza nel suo iter, tanto che egli fa compiere all’osservatore un viaggio fantastico tra realtà e irrealtá, in cui immagini animate da luci, spazi e ritmi formali vivono attraverso una composizione del tutto originale impregnata di meditazione. Le opere dell’artista disegnate a mano e poi sviluppate in digitale con l’ausilio del computer, sono intrise di messaggi ricorrenti e di costanti aspetti fortemente simbolici che rappresentano la società in cui viviamo e lo stato d’animo dei suoi componenti. Ogni soggetto vive di una contemporaneitàsuggestiva realizzata con riflessione e notevole tensione spirituale, che rispecchia il senso e il non senso della vita moderna. Ogni dettaglio è descritto con una valida rispondenza estetica che evidenzia anche una scelta del colore improntata a estrosità e vivacità. L’unione è la sovrapposizione di varie scene di vita e di significati simbolici, che rivelano una compositiva autonoma e personale carica di un’atmosfera incantata, dove tutto nell’opera si veste di un’intensa espressività. Il colore è vivo e dinamico e si accompagna a una capacità tecnica notevole e a una chiara simbologia che esprimono un impeto creativo evidente.
Questo trasferimento gli ha consentito di approfondire il suo interesse per la natura. Da dieci anni ha unito a questa sua grande passione l’amore per la fotografia, la pittura e la scultura. Attraverso queste forme d’arte ha scoperto un nuovo modo di approcciare la natura, ha partecipato a diverse mostre personali e collettive. L’artista Andrea Zannella riesce a conferire a ogni suo soggetto una visione poetica di evidente pulsione interiore, che acquista un personale linguaggio pittorico. Egli ci proietta in una dimensione di bellezza e di sogno in cui lo studio complesso della luce, della cromia e della forma rivela un’energia strutturale ricca di abilità tecnica. Il colore dinamico e vivace, esteso in tutta la superficie del quadro, dialoga con una modulazione ritmica del segno e con una visione simbolica intrisa di originalità , mentre la resa della forma conserva sempre un’espressione figurativa. Quelle di Andrea Zannella sono immagini di chiara creatività e di evidente senso estetico, in cui la sicurezza del tratto e il dinamismo materico descrivono la capacità dei mezzi con un forte impatto visivo e tecnico. Alcuni suoi soggetti sono cavalli in corsa e particolari di animali, fonte di ispirazioni a cui l’artista è strettamente legato e che si liberano in tutta la loro fantasia vivendo di un’elaborazione tecnica assolutamente unica di pura entità cromatica e materica. Le sue opere si distinguono per una gestualità incisiva densa di accenti materici e ci regalano una realtà pittorica suggestiva, ricca di emozioni e di intensi stati d’animo.



