ARTE E SCIENZA PER IL PIANETA
Incontro con MANDY BARKER,
artista inglese pluripremiata a livello internazionale. Apertura di Oasi iTierra! di Lavazza
21 settembre 2023 | ore 18.30 | Gymnasium di CAMERA, Torino
Ingresso gratuito
Con l’arrivo di settembre, ricominciano gli appuntamenti aperti al pubblico de “I Giovedì in CAMERA”, in occasione della mostra Dorothea Lange. Racconti di vita e lavoro visitabile fino all’8 ottobre nelle sale di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino.
Il ciclo degli appuntamenti si concentra su alcune delle tematiche affrontate negli scatti della fotografa americana che ha tracciato una radiografia visiva di ambienti e condizioni di vita che hanno caratterizzato alcune aree degli Stati Uniti negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, ma non così lontane da quanto viviamo oggi in termini di crisi climatica e migrazioni. A partire dalle fotografie di Dorothea Lange, e grazie alla partecipazione di professionisti e narratori della nostra contemporaneità, il programma di incontri è un’occasione per riflettere su tematiche urgenti e attuali e creare, così, occasioni di dibattito.
Giovedì 21 settembre, alle ore 18.30, CAMERA ospita Mandy Barker (1964), artista inglese pluripremiata a livello internazionale, in occasione dell’inaugurazione di Oasi iTierra! di Lavazza. In dialogo con il direttore artistico Walter Guadagnini, Barker ci racconterà il lavoro fotografico, riconosciuto a livello mondiale, che da oltre tredici anni conduce sui detriti plastici marini creando eleganti e suggestive composizioni che viste da vicino raccontano una scioccante realtà: l’impatto della plastica sul mondo marino e sulle barriere coralline. In collaborazione con gli scienziati, attraverso le sue fotografie l’artista mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’inquinamento da plastica negli oceani del mondo, evidenziando gli effetti nocivi sulla vita marina, sui cambiamenti climatici e, in ultima analisi, su noi stessi, inducendo lo spettatore ad agire.
Agli effetti delle attività dell’uomo sull’ambiente è dedicata anche la parte più rilevante della carriera di Dorothea Lange. Nel corso delle spedizioni organizzate dalla Farm Security Administration racconta, infatti, le terribili conseguenze di una forte siccità che negli anni Trenta del Novecento colpisce i territori delle Grandi Pianure, aggravate dall’impoverimento del suolo dovuto dall’aratura aggressiva del terreno, innescando una grave crisi agricola e la migrazione di migliaia di persone.
Intervengono:
Mandy Barker, artista
Walter Guadagnini, direttore artistico di CAMERA
La serata è un’occasione speciale per aprire al pubblico la nuova area break di CAMERAcon il progetto Oasi iTierra! di Lavazza, partner di CAMERA fin dalla sua fondazione.
Lavazza accetta la sfida di migliorare e rendere valoriale il momento della pausa caffè. Oasi iTierra! è un progetto innovativo che nasce con l’obiettivo di trasformare il modo in cui si vive il momento della pausa, portando il consumatore in uno spazio nuovo, ingaggiante, tecnologico e attento alla sostenibilità. All’interno dell’area si potranno gustare le capsule per vending machine Blue iTierra! For Planet Espresso Bilanciato compostabili, che rappresentano l’unione tra qualità e sostenibilità. Anche nella proposta di prodotto la volontà è stata quella di optare per una soluzione allo stesso tempo consapevole e di valore. Nell’Oasi iTierra! troviamo l’attenzione alla sostenibilità sia nel prodotto offerto sia nell’ambiente che ci circonda: uno spazio dal design contemporaneo modulabile e integrabile in qualsiasi ambiente, con materiali 100% naturali, senza plastica o resine ma solo con legno, cemento e vetro che rendono l’oasi una vera e propria isola verde dall’atmosfera tropicale, dotata di purificatore d’aria, diffusore di aromi e ricca di piante e verde vivo.
Per ciascuna Oasi iTierra! Lavazza si impegna a piantare più di 1.000 alberi in diverse parti del mondo a supporto di progetti di riforestazione in collaborazione con Tree-Nation.
Le tante ombre. “Busti” senza volto, neri e tormentati, presagi di terrifiche ambiguità. Le inquietanti oscurità e le smarrite luci. Luci di rossi e gialli, pur intensi, graffiati da segni e memorie che bruciano immagini e anima, cui l’artista affida il compito di inquadrare il dramma de “L’incendio del Regio” (olio su carta intelata del 1983) o di “nudi” indefiniti e contorti (citazione dal viennese Schiele) e “nature morte” fatte di oscure presenze, concreti riflessi di incubi che rincorrono la vita senza mai dare né darsi pace. Eccoci ancora immersi nei “mondi di Lattes” e l’accesso ci pone, come sempre, di fronte alle consuete insidie. “Occorre adeguarsi alle sue luci e alle sue ombre, intuire l’indefinito pur sapendo che esiste un lato oscuro che non può disvelarsi”: così scriveva, a commento di una recente retrospettiva dedicata a Mario Lattes (Torino, 1923 – 2001) – pittore, scrittore, editore e personaggio di spicco nel mondo culturale piemontese, e non solo, del secondo dopoguerra – l’incisore e critico d’arte Vincenzo Gatti, al quale ancora è affidata la curatela de “I mondi di Mario Lattes #2”, realizzata dalla “Fondazione Bottari Lattes”, fino al prossimo 3 dicembre, nella sede di via Marconi 16, a Monforte d’Alba. Mostra che si inserisce all’interno delle celebrazioni organizzate per i cento anni dalla nascita dell’artista e che vedono la “Fondazione” e la sua Presidente, Caterina Bottari Lattes, impegnata ormai da mesi in svariate iniziative. La più recente una mostra di grande successo (“Mario Lattes. Teatri della memoria”) tenutasi fino allo scorso maggio alla “Reggia di Venaria” e prima ancora un’altra anticipatrice retrospettiva (“I mondi di Mario Lattes #1”) ospitata, fino a fine gennaio, sempre nelle sale della “Fondazione” di Monforte d’Alba. Oggi sono oltre quaranta, tra cui diverse raramente esposte in pubblico e alcune di recente acquisizione, le opere di Lattes presenti in mostra e datate tra gli anni ’50 e i primi anni ‘90. A coprire cronologicamente l’intera attività artistica del pittore, troviamo anche
un buon numero di dipinti precedentemente separati per vicende collezionistiche e ora riuniti e posti in dialogo con quelli già presenti in parete. Il “mondo” di Lattes è un mondo che intriga. Che ti inquieta, senza mai respingerti. In cui, anzi, non puoi “non entrare”. E ciò che più ti spinge a “capirlo”, a “decodificarlo” è proprio quella sorta di “dark side”, di “lato oscuro” che vibra anche nei contesti di più semplice e consueta quotidianità. E’ quella sottile, onnipresente malinconia, quell’“epico senso dell’inconcludenza umana”, forse propriamente legata (anche nei suoi romanzi e racconti pubblicati fra il ’59 e l’85) alle sue radici e alla consapevolezza della propria “frammentata identità ebraica”. Scrive Vincenzo Gatti: “Molti sono i mondi di Mario Lattes, e misteriosi. Con disincantata franchezza si muove tra diverse dimensioni, com’è ovvio per un intellettuale dalla sensibilità fittamente diramata tra parola e immagine, e giustamente insofferente a stringere l’attitudine creativa in schemi artificiosi e convenzionali categorie. Meglio affidarsi, per le immagini, a una singolare e personalissima interpretazione, intrisa di umori visionari (le suggestioni simboliste e surrealiste affiorano, ma quasi velate da una sottile ironia) in un contesto tutto mentale dove la stessa tecnica esecutiva, costantemente inventata e stravolta con indifferenza accostando materiali e procedimenti eterodossi, contribuisce a evocare, piuttosto che a svelare”. E allora ben scriveva anche Marco Vallora nel 2008, in occasione di un’ampia retrospettiva dedicata all’artista dall’“Archivio di Stato” di Torino: “ Mario Lattes è sempre là dove non te lo attendi”. Sfuggente.
Espressionista, sì. Surrealista e simbolista, sì. Ma sempre “cavallo solitario”. Anima insofferente ai “recinti”. Vicino a Schiele e a Soutine. Ma libero a inventarsi segni e colori. Libero di cantare dolori, malinconie, ironiche provocazioni, voglie di solitudine e cascate di amara “memoria”. Diceva lui stesso: “I ricordi sono cicatrici di memoria”. Così anche le “marionette”, i “teatrini”, le “teste”, gli “idoli” e i “manichini” (come i pasticcieri o i valletti o i chierichetti di Soutine) “sono icone – conclude Gatti – di un’individualità attonita, consapevoli delle inquietudini che da sempre pervadono l’animo umano … L’artista-profeta ci indica così un percorso e ci invita a riconoscere i nostri fantasmi per esorcizzarli attraverso la fatica di vivere e guadagnare la nostra esistenza giorno per giorno”.





