Torino e i suoi musei
Con questa serie di articoli vorrei prendere in esame alcuni musei torinesi, approfondirne le caratteristiche e “viverne” i contenuti attraverso le testimonianze culturali di cui essi stessi sono portatori.
Quello che vorrei proporre sono delle passeggiate museali attraverso le sale dei “luoghi delle Muse”, dove l’arte e la storia si raccontano al pubblico attraverso un rapporto diretto con il visitatore, il quale può a sua volta stare al gioco e perdersi in un’atmosfera di conoscenza e di piacere.
1 Museo Egizio
2 Palazzo Reale-Galleria Sabauda
3 Palazzo Madama
4 Storia di Torino-Museo Antichità
5 Museo del Cinema (Mole Antonelliana)
6 GAM
7 Castello di Rivoli
8 MAO
9 Museo Lomboso- antropologia criminale
10 Museo della Juventus
8 Mao
“Oriente”: una parola così piccola che cela un significato così grande. Geograficamente il termine indica il “mondo” che si estende ad est, il Vicino, Medio ed Estremo Oriente, rispetto all’Europa, con le sue numerose culture e religioni assai lontane da noi, forse più da un punto di vista concettuale che del territorio. Oggigiorno, nel mondo della globalizzazione e del livellamento culturale, nulla pare irraggiungibile, aerei, treni ad alta velocità e colossali transatlantici inaffondabili ci portano ovunque e noi godiamo mentre, abbronzati, ci scattiamo “selfie” con sfondi esotici e che fanno tanto moda “blogger”: è evidente che non si esce dal tranello della società dei consumi. Per me l’ “Oriente” è qualcosa che conosco appena, un’infinità di mistici saperi che ancora non ho avuto modo di approfondire e studiare.
L’ “Oriente” è un enigma che l’ “Occidente” non potrà mai risolvere. La parola deriva dal latino “orior”, “nascere”, riferito al Sole che sorge; in geografia diventa sinonimo di “levante”, termine che per assonanza di significato si collega a “Nippon”, uno dei nomi del Giappone, “Ji Pen Kwo”, letteralmente traducibile con “Paese dove sorge il Sole”.
Una delle tante definizioni recita: “L’opposto dell’oriente è l’occidente, associato viceversa al concetto di tramonto e decadenza”. E con questa serafica affermazione potrei anche terminare qui le mie riflessioni di oggi, ma volutamente continuo perché voglio portarvi nel luogo in cui Torino conserva il suo “Sol Levante”. Nel cuore del Quadrilatero romano, mimetizzato tra ristorantini, “torterie” e locali chiassosi, sorge il MAO-Museo d’Arte Orientale. Il museo, uno dei più recenti tra quelli ospitati dalla città, ha sede a Palazzo Mazzonis, noto come “Palazzo Solaro della Chiusa”, abitazione dell’omonima famiglia. L’edificio venne restaurato nel 1870, divenendo proprietà del Cav. Paolo Mazzonis di Pralafera, importante industriale tessile. Successivamente esso fu adibito a sede della Manifattura Mazzonis s.n.c. fino al 1968, anno in cui l’attività cessò. Nel 1980 fu ceduto al Comune di Torino, nel 2001 il palazzo fu oggetto di altri restauri e finalmente il 5 maggio 2008 si inaugurò l’apertura del MAO. L’esposizione del MAO è formata dalle collezioni già precedentemente conservate nel Museo Civico d’Arte Antica e dai reperti provenienti dalle raccolte della Regione Piemonte, della Compagnia San Paolo e della Fondazione Agnelli.
Lo scopo è quello di rendere note al pubblico opere emblematiche della produzione artistica orientale. Il compito di curare l’allestimento interno è stato affidato all’architetto Andrea Bruno, il quale ha previsto una tipologia di esposizione a rotazione di circa 1500 opere disposte in cinque sezioni corrispondenti ai diversi piani del Palazzo: il primo ed il secondo piano sono dedicati al Giappone, il terzo ospita la “Galleria Himalayana” mentre il quarto, che conclude il percorso, offre preziosi esempi d’arte islamica.
Vi sono poi anche altre collezioni, come quella del Gandhara che comprende la produzione artistica dell’Afghanistan e del Pakistan nord-occidentale; una zona è dedicata all’India, in cui sono visibili sculture, busti, bronzi, terrecotte e dipinti su cotone originari del Kashmir e del Pakistan Orientale; un’altra area è dedicata al Sud-est asiatico, nella quale sono esposte opere della Cambogia, Myanmar, Thailandia e Vietnam. Un’ultima sala espositiva si propone di presentare al pubblico interessanti elaborati dell’arte islamica provenienti dalla Turchia, dalla Persia e dall’Asia Centrale.
Eccoci allora pronti per la visita.
“Saltellando” tra un sanpietrino e l’altro, finalmente raggiungo l’ingresso del Museo. Appena varcata la soglia, pare subito evidente che stiamo entrando in un altro mondo: l’atrio fatto di vetrate e sabbia bianca propone un’elegante ricostruzione di un giardino “zen” giapponese con tanto di muschio e, proprio in linea retta con il mio sguardo, un saggio “Buddha” mi sorride, conscio della sua superiorità filosofico-intellettuale. Mi dimentico sempre di quanto sia grande il MAO, con i suoi quattro piani ricolmi di opere meravigliose, abilmente disposte e illuminate. Come molto spesso mi capita di dire, penso “la teoria la so”: i primi due piani sono dedicati al Giappone, dovrei trovare dapprima dipinti, paraventi e sculture lignee, poi armature e preziose stampe, al terzo piano, invece so che ci sono rari esemplari di “thang-ka” tibetani mentre all’ultimo dovrei trovare, tra gli altri ricercati oggetti, alcune copie del Corano.
Solo per non creare più dubbi del necessario, “thang-ka” in tibetano significa “messaggio registrato” o “arrotolato” e indica dei dipinti didascalici che danno degli aiuti per la vita, in quanto ogni dettaglio rappresentato cela un significato preciso e profondo. Questa è la teoria, in pratica inizio il percorso e subito mi perdo, un po’ a causa del mio inesistente senso dell’orientamento, un po’ perché appositamente mi voglio abbandonare in questo minuscolo viaggio sensoriale alla scoperta di ciò che “so di non sapere”.
Quando mi imbatto nel “Kongo Rikishi stante su base rocciosa” mi sembra quasi di incontrare un demone di Luca Signorelli: non sono riuscita a lasciare il mio occidentalismo fuori dalla porta. La scultura che mi trovo davanti è enorme, eseguita in legno di cipresso giapponese dipinto, alta 230,5 cm e risalente al periodo Kamakura, (seconda metà XIII secolo). L’opera è stata realizzata con la tecnica “yosegi-zukuri”, (pezzi assemblati) e rappresenta uno dei due “dvarapala”, ossia i guardiani del tempio e della dottrina buddhista, generalmente posti in coppia ai lati della porta dei monasteri. Il viso espressivo è segnato dalla particolare illuminazione della sala, gli occhi esorbitanti sono eccessivamente in fuori, la bocca è contratta ed esprime l’esplosività della sillaba “hum”, il terribile mantra delle divinità furiose. La penombra segna il petto nudo, ne esalta i muscoli e le vene in rilievo, la figura, imponente e possente, rispecchia i canoni della “Scuola Kei”, apprezzata dalla casta militare che a quell’epoca dominava il paese.
Mi sento come in un viaggio fantastico, le opere che vedo le percepisco come esseri alieni che mi dispiace non identificare e forse proprio per questo li scruto con l’attenzione di un pioniere.
Continuo a perdermi e intanto che tento di capire geograficamente dove mi trovo, incontro “Zhenmushou” e quasi mi spavento. Capisco di essere in Cina, sto guardando una creatura protettrice delle tombe, è una scultura in terracotta a impasto marrone-rosato, ingobbio bianco e pigmenti appartenente alla seconda metà VII secolo d.C, (dinastia Tang). Mi sento osservata di rimando, il mostro multicolore,-bianco, arancione, nero e rosso- è accucciato in una postura rigida e frontale, ha testa di animale, il muso largo e schiacciato, tiene le fauci spalancate, lunghe corna da antilope e piccole ali sul dorso. Mi accorgo della coda sinuosa che pare muoversi appena distolgo lo sguardo, ha artigli aguzzi nelle zampe e pancia piatta. Forse non è cattivo, ma preferisco allontanarmi.
Come inseguendo una bussola rotta mi trovo magicamente in India. I reperti sono assai numerosi, eleganti, agghindati e sinuosi come la “shalabhanjika” che mi conquista con la sua danza immobilizzata nella pietra. L’immagine, scolpita a rilievo nel marmo, raffigura la tipica movenza del corpo chiamata “tribhanga” che subito mi rimanda all’iconografia della danza del ventre, l’anca è incurvata, il busto si dispone di conseguenza e a me sembra di sentire dei campanelli sonanti in risposta a quei movimenti. La fanciulla ha il braccio alzato sopra la testa e con la mano sta afferrando un ramo rigoglioso, è la posa dello “shalabhanjika”, ossia “colei che spezza un ramo dell’albero”.
Un altro balzo temporale e geografico e sono in Tibet. Qui l’iconografia del Buddha la fa da padrona ed è proprio davanti ad uno di questi Buddha che decido di fermarmi. Mi avvicino alla teca e scruto la scultura –o forse è lui a guardare me- leggo la targa, c’è scritto: “akshobhya” che significa “l’Irremovibile”, “l’Imperturbabile”. La nomenclatura è più che azzeccata, il Buddha del Paradiso d’Oriente non si smuove davanti alla tentazione di Mara, “Morte” (dalla radice sanscrita “mri”), l’asura che cerca di distogliere il Buddha dal “Risveglio”. Gautama Buddha raggiunge così l’Illuminazione. La figura maestosa, il volto scolpito con un sorriso appena accennato, tipico del periodo Pala, siede in “vajrasana”, la mano sinistra è nel tipico atteggiamento meditativo, con l’altra sfiora il suolo, è, cioè, in “Bhumisparshamudra” ossia con il “gesto che chiama la Terra a testimone del diritto maturato in infinite vite precedenti”.
La sintesi non rientra nei requisiti necessari per raggiungere il Nirvana.
Trasportata dalla penombra arrivo al termine del percorso, sono circonda da preziosità islamiche e anche qui sento la vastità della definizione -tutta occidentale- di “arte islamica”, con cui si identifica la produzione artistica eseguita in quasi mille anni, dalla fondazione dell’Islam (ad opera del profeta Maometto, nel VII sec. d.C,) fino al XVII secolo, quando iniziano a definirsi i grandi imperi islamici. Soprattutto in un primo momento i motivi che caratterizzano tale produzione artistica sono disegni geometrici e vegetali, come quelli che decorano la cupola della roccia di Gerusalemme (VII sec. d.C.). L’artista musulmano deve seguire alcuni dettami estetici, definiti dal Profeta: “Dio è bello e ama la bellezza”; “Dio ha iscritto la bellezza in tutte le cose”; “Dio desidera che se fate qualche cosa, ciò sia fatto alla perfezione”; “Il Lavoro è una forma di adorazione”. In questo contesto mi colpisce un manoscritto proveniente dalla Persia, il Commentario sulle “40 Tradizoni”, databile al periodo timuride. L’opera è attrib uita al Profeta, tradotta dal poeta Ahmad al-Jami e copiata dal calligrafo Muhammad al-Sabzevari. Il testo, scritto in grandi caratteri “muhaqqaq” è stilato in oro con vocalizzazioni in blu, i caratteri più piccoli e neri sono persiani (“rayhani”), i primi due fogli sono interamente miniati in oro e colori.
Immersa tra tali reperti, mi sembra difficile capire come sia stato possibile arrivare alle miserie violente che purtroppo continuano a non cessare là dove l’integralismo religioso ha vinto sulla cultura e sulla bellezza.
Il mio viaggio è finito, l’astronave su cui ero salita mi ha riportato a “riveder le stelle” occidentali, non mi resta che mescolarmi tra la folla chiassosa, conscia del fatto che quando si torna da un viaggio, non si è mai la stessa persona di prima.
Alessia Cagnotto

“Ci sono molte più cose che non esistono di quelle che esistono”: pensiero e parole di Tony Cragg, fra i massimi e più acclamati esponenti della scultura contemporanea a livello mondiale. Pensiero e parole che ci fanno da guida sapiente nell’addentrarci in quell’universo di forme non poco spaesate e inquietanti che paiono essere misteriosamente calate da altri mondi per invadere la sacralità dei Giardini e dei magnifici esterni della “Reggia di Venaria”. Se infatti Cragg, classe ’49, nato a Liverpool ma dagli anni Settanta residente in Germania, a Wuppertal (dove ha dato vita nel 2008 allo “Skulpturenpark Waldfrieden”, un grande parco dove sono visibili le opere scultoree di tanti celebri artisti contemporanei) la pensa così, ci sentiamo decisamente meno impreparati e più incoraggiati ad affrontare la mostra – curata dal direttore della Venaria Guido Curto – e a lui dedicata, fino all’8 gennaio del prossimo anno, nel percorso espositivo permanente della Reggia, dal ’97 Patrimonio Mondiale dell’Umanità-UNESCO. Quelle opere di notevolissime dimensioni, monumentali, dalle forme mosse e sinuose, plasmate usando svariati materiali – dal bronzo al legno, dalla vetroresina all’acciaio – e in tanti casi in lite accesa (così sembra a prima vista) con le leggi dell’equilibrio, ci raccontano allora quale sia per l’artista il ruolo da lui attribuito all’arte scultorea.

Personalmente, ne ricordo tre con grande affetto. Affetto perché, giovane studente di Lettere a Palazzo Nuovo, mi permisero di completare la mia preparazione a un Seminario di Storia dell’Arte sulla “Pittura veneta del ‘500” e di portarmi a casa un bel 30 con lode assegnatomi dal mitico indimenticabile professor Aldo Bertini che, in quell’occasione, mi propose (inascoltato, con rammarico) di laurearmi con lui, sotto la guida dell’anche lui grande, allora suo assistente, Gianni Carlo Sciolla. Correvano gli Anni ’70. E i tre che mi porto in mente con affetto erano tre fascicoli de “I Maestri del Colore” (Fratelli Fabbri Editori) che avevo trovato sulle storiche bancarelle (tutt’oggi meta d’obbligo per gli appassionati di libri d’antan) di via Po, davanti al Palazzo delle segreterie delle Facoltà Umanistiche dell’Ateneo torinese. Primo fascicolo “Giorgione”, con un eccelso approfondimento sulla “Tempesta” (fra le opere ancora oggi più misteriose della storia dell’arte italiana), il secondo e il terzo dedicati a “Giovanni Bellini” e a “Tiziano”, in copertina due stupefacenti “Madonne col Bambino” fra le tante realizzate dai due Maestri veneti. Già! Chi non ricorda la storica serie pubblicata, fra il 1963 ed il 1967, a fascicoli settimanali dalla “Fabbri”, dedicati ogni volta a un Maestro o ad una Corrente dell’arte internazionale, con testi critici particolarmente chiari puntuali e divulgativi accompagnati da tavole con illustrazioni a colori di grande formato (la copertina, del resto, misurava ben 35,5 cm, di altezza)? Fascicoli indimenticabili. Ancora oggi presenti nelle librerie di molte case italiane e ancora oggi reperibili, con facilità, nei vari mercatini dell’Antiquariato o sempre fra le suggestive bancarelle (lì, il tempo sembra essersi fermato!) di via Po. Fenomeno culturale che rivoluzionò allora il mercato editoriale legato alla storia dell’arte, quei fascicoli rappresentarono per molte famiglie italiane un oggetto simbolico, “una dichiarazione di appartenenza a una fascia sociale in crescita, attraversata da un desiderio di cultura e di benessere intrecciati insieme”. Ebbene, sorpresa! Quegli stessi volumi, raggruppati in un’unica opera composta di ben 278 fascicoli li ritroviamo oggi in mostra, fino al 6 novembre, nella “Wunderkammer” della GAM di Torino, sotto il titolo de “I Maestri Serie Oro”, singolarmente elaborati dalla fervida intrigante e inquieta immaginazione creativa del fiorentino (bolognese d’adozione) Flavio Fanelli. Su ciascuna delle iconiche copertine, l’artista– presente nelle più grandi Istituzioni e Rassegne di livello internazionale – è infatti intervenuto utilizzando una o più cartine dorate dei famosi cioccolatini “Ferrero Rocher” “per occultare – come spiega la curatrice della rassegna Elena Volpato – i volti dei ritratti, le scene aneddotiche, le porzioni di
quadri, affreschi e mosaici dove campeggia la figura umana, dove gli sguardi dipinti sembrano cercare la risposta e la complicità dello sguardo degli osservatori”. In un sottile gioco di sottintesi. Di nascondimenti e riscoperte. Non gioco blasfemo. Tutt’altro. Seguendo, par quasi, l’istinto di riportare su un piano alto capolavori troppo arditamente posti alla mercé di tutti. E di riaffermarne la “sacralità” attraverso una copertura dorata, che ben attesti la grandezza dell’opera. Esposti in tre file, ad abbracciare interamente lo spazio della “Wunderkammer”, i 278 fascicoli/collages sembrano esaltare pur anche lo spirito enciclopedico cui l’impresa editoriale volle tendere. “Ma la scelta di Favelli – sottolinea ancora la Volpato – di spezzare le linee del disegno, di complicare la bidimensionalità della pittura, di nascondere il senso di completezza e perfezione che emana da molte di quelle opere esprime un’inquietudine estetica tutta contemporanea, per la quale la pienezza di senso e di forma non è mai data e ogni Maestro è allo stesso tempo riconosciuto e obliterato, oggetto di una celebrazione sincera ed insieme finta, come finta è la foglia d’oro di Favelli: luccicante, ma di carta, d’aspetto prezioso, ma prelevata da una scatola di praline”. L’opera “I Maestri Serie Oro”, che entra a far parte delle collezioni del Museo, rappresenta un nuovo sviluppo del lavoro di Favelli che negli ultimi anni ha più volte indagato il tema dell’oro (ricordiamo la mostra del 2021 “Profondo Oro” alla “Gori Tessuti” di Calenzano – Firenze) sotto molteplici forme, rispecchiando il proprio animo nella lucentezza opaca e cieca di questo materiale prelevato da latte di biscotti, da fondi di specchi, da cartelli pubblicitari di gelati: “una lucentezza pervasiva, da Eldorado, in cui la nostra cultura – conclude la Volpato – si specchia alla ricerca di un bagliore di cui ammantarsi proprio mentre si va offuscando”.
Il quartiere di Barriera di Milano negli ultimi anni è diventato variopinto e decisamente più accattivante. Merito anche del progetto di arte pubblica. B.ART – Arte in Barriera, un bando internazionale di arte pubblica teso a migliorare la qualità urbana e l’attrattività ambientale nel quartiere. Come? Grazie anche ad interventi artistici diffusi di cui uno dei più eclatanti porta la firma dello street art Millo.
petrolio. Il progetto di Nevercrew, un duo di artisti italo-svizzeri, nasce con l’intento di colpire. Colpire chi si ritrova con il naso all’insù proprio nei pressi del Teatro Colosseo di Torino. L’opera di street art è infatti oltre maestosa nella sua realizzazione (25 metri di lunghezza) ma anche nel messaggio che reca con sé. Se si guarda bene accanto all’orso polare di petrolio investito c’è una piccola sedia. L’intento infatti è quello di sottolineare come il comportamento umano stia rompendo il fragile equilibrio naturale facendo sedere lo spettatore davanti ad una sorta di “rappresentazione della realtà”
Mr. Fijodor “Life Below Water” ovvero La balena di via Valprato 68
La biodiversità perde terreno e a rimetterci siamo solo noi. Ammirando “The ode of collapse” ad un primo acchito potrebbe essere un’opera piena di vita, colorata ma in realtà racconta, tramite la pittura, un’altra faccia della medaglia. Le farfalle che compongono il murales sono in realtà morte, estinte a causa dei cambiamenti climatici che stanno sempre più attanagliando il mondo.
Mostra di Paola Bona visitabile dalle 9,30 alle 13 e dalle 15,30 alle 20 tutti i giorni tranne domenica.
