Giovedì 9 marzo, ore 18,30
Lavoratrici, madri, bambine, dive, suore, modelle e studentesse: la fotografia di Eve Arnold (Philadelphia, 1912 – Londra, 2012), vera e propria leggenda dell’arte fotografica del XX secolo – e prima donna dal 1951 a far parte, insieme all’austriaca Inge Morath, della prestigiosa “Magnum Photos”- è a tutti gli effetti un inno all’emancipazione femminile. A lei, “CAMERA-Centro Italiano per la Fotografia” di Torino dedica, fino al prossimo 4 giugno, una grande retrospettiva curata da Monica Poggi ed articolata in ben 170 immagini realizzate fra il 1950 e il 1980, in cui occupano un posto di primissimo piano i numerosi servizi che la portarono sui set di film indimenticabili per ritrarre le grandi star del periodo, da Marlene Dietrich a Joan Crawford, fino a Orson Welles e a Marilyn Monroe. Scatti incredibili in cui Eve riesce totalmente a mettere in pratica, nella cristallizzazione di volti più o meno celebri (come in quelli assolutamente sconosciuti), ciò che voleva fortemente ottenere con un semplice clic: conoscere, capire e raccontare.

L’immagine reale e l’anima. Un intento che la porta a stringere incontri di forte empatia con i soggetti da immortalare e che diventano occasione di legame e amicizia davvero profonde con la grande Marilyn, Norma Jeane Mortenson Baker da Los Angeles. Parte di qui l’idea da parte dei responsabili del “Centro” di via delle Rosine 18, a Torino, di dedicare il primo incontro del ciclo de “I Giovedì in CAMERA 2023” (appuntamenti che si sviluppano nell’arco dei mesi di mostra per raccontare la figura di Eve Arnold) proprio alle immagini scattate dalla fotografa americana alla Monroe, diva e icona sempre assolutamente capace di ispirare artisti e fotografi, ma che negli scatti esposti si mostra in uno “spaccato inedito”, quello dell’attrice e della donna che va oltre la diva. “Marilyn oltre Marilyn”. Del resto, fu proprio lei ad avvicinare la fotografa ad un party nel 1954, dicendole “Se sei riuscita a fare così bene con Marlene (Dietrich), riesci a immaginare cosa potresti fare con me?”. Nel corso dei dieci anni successivi, lavorano insieme in sei diverse occasioni. Gli scatti più noti sono quelli realizzati sul set del film “Gli spostati” (1961), dove Arnold rimane più di due mesi su richiesta della stessa Monroe. Al momento del suo arrivo, l’attrice è appena uscita dall’ospedale per un’overdose, il suo matrimonio con Arthur Miller sta naufragando e il caldo torrido del Nevada rende le riprese ancora più difficili. Uno degli scatti più toccanti la raffigura assorta nel ripetere le sue battute davanti al brullo deserto del Nevada. “Il contrasto morbido dell’immagine crea un velo di silenzio e malinconia. Arnold ha colto l’attrice spogliata di ogni finzione, mostrandone l’umanità e la vulnerabilità”.

Protagonista dell’incontro a “CAMERA” sarà Giulia Carluccio, prorettrice dell’Ateneo torinese (dove insegna “Cinema, Fototografia, Televisione e Media Audiovisivi”) fra le maggiori studiose della figura di Marilyn Monroe, che, insieme a Monica Poggi, curatrice della mostra, rifletterà sugli intrecci che la vita e le opere di queste due donne formano con la letteratura, il cinema e la fotografia.
L’incontro è organizzato in collaborazione con “Aiace Torino”. Ingresso al costo di 3 Euro, consigliata la prenotazione: tel. 011/0881150 o www.camera.to o camera@camera.to
g. m.
Nelle foto:
– “Marilyn Monroe reading ‘Ulisses’ by James Joyce, Long Island, New York, USA, 1955; Credit Eve Arnold / Magnum Photos
– “Marilyn Monroe in the Nevada desert during the filming of ‘The Misfits’, USA, 1960; Credit Eve Arnold/Magnum Photos
– “Eve Arnold on the set of ‘Becket’, England, 1963, Ph. By Robert Penn



Prima di arrivare agli sviluppi ultimi dell’operazione, risulta estremamente interessante l’ascolto della ricca narrazione da parte di Annamaria Bava, forse la persona che più da vicino ha seguito le tante vicende che interessano le due opere, dell’excursus che inevitabilmente abbraccia in esclusiva “Il suonatore” e abbandona alla piena solitudine artistica il “Concerto”, velocemente scomparso ad ogni conoscenza. Quindi è bene ricordare come “Il suonatore”, giunto a Torino nel 1635 – forse complice un veloce passaggio o una più lunga permanenza in città già una quindicina di anni prima dello stesso Gramatica – tra le diciassette opere volute dai Savoia per le proprie raccolte e passato quindi al patrimonio di Tancredi e Giulia Falletti di Barolo e, alla morte di lei (1864), donato dalla famiglia alla Sabauda, sia stato sino al 1928 attribuito al Caravaggio e che soltanto in quell’anno Roberto Longhi gli abbia ridato l’esatta paternità. Dando poi per buono il riconoscimento di una tiorba per lo strumento nelle mani del musico, allora si identificherebbe in Cesare Marotta il protagonista, pugliese d’origine e coniugato con quella Ippolita Recupito che ci guarda dal “Concerto” e che all’epoca fu una delle voci più apprezzate dalle corti, Mantova Roma Ferrara, dal 1603 stipendiata da Dal Monte. Se al contrario si prestasse voce a quella corrente di esperti che vede nello strumento la rappresentazione di un arciliuto (di una cordatura doppia e di un registro più acuto), allora il protagonista diverrebbe Vincenzo Pinti, conosciuto come il “cavaliere del liuto”. 


Eve Arnold ha saputo delineare i ritratti delle grandi star del cinema e dello spettacolo, da Marlene Dietrich a Marilyn Monroe, da Joan Crowford a Orson Welles, ai reportage di inchiesta su temi ancora centrali nel dibattito pubblico odierno, dal razzismo negli Stati Uniti all’emancipazione femminile e all’interazione fra due diverse culture del mondo. Eve Arnold ha saputo raccontare persone e il mondo con un approccio appassionato personale, l’unico strumento da lei considerato indispensabile per un fotografo.
Il titolo mantiene la promessa. Di “emozioni” ce n’è, infatti, da vendere nella collettiva curata da Elio Rabbione – che da tempo si occupa di dar vita anche alle esposizioni di “Palazzo Lomellini” a Carmagnola – ospitata fino a sabato 11 marzo nelle sale della Galleria “La Conchiglia” al 13 bis di via Zumaglia a Torino. La rassegna segue quelle “Emozioni d’autore”, oggi “Emozioni d’artista” (ma la storia è ancora quella), tenutasi, sempre nella Galleria di Diana Casavecchia, nell’ottobre dello scorso anno. Venti erano allora gli artisti partecipanti – pittori e scultori – quasi tutti già in allora appartenenti alla carmagnolese Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”.
quante ce ne regala il volto senza età della donna indiana (“Sono qui”), opera di Alessandro Fioraso, figlio d’arte (allievo di Lella Burzio e Oscar Bagnoli) e due infinite passioni, la pittura e l’India; in quella tribolata “maschera”, leggiamo un accenno di sperduto sorriso e di pacata solitudine, ogni piega del volto è un tortuoso sentiero dell’anima con quegli occhi di un azzurro indefinito e l’antica collanina che spunta appena dai veli rosa-violacei, memoria di remote piccole e obliate vanità.
“grintose”, coraggiose “pulzelle d’Orléans” dei nostri tempi, che sembrano quasi “aggredirti” e “sfidarti” con i loro ripetuti “What’s?” e il dito puntato contro. Altre strade, alla ricerca di nuove imprevedibili sperimentazioni tese all’astrazione e a cifre stilistiche decisamente informali affidate alla casualità del colore, percorrono invece il carignanese Ezio Curletto con le sue “pitto-sculture”, “sogni inconsci” (nati sotto la rassicurante guida di Isidoro Cottino e Fernando Eandi, impreziositi da foglie e polvere d’oro) e la siciliana d’origine ma torinese d’adozione Paola Sciuto, con i suoi rapidi nudi femminili che lasciano piena libertà espressiva al “gocciolare” di materia cui s’affida la necessità del narrare.
magico” teso alla creazione di “spazi tridimensionali nei quali lo spettatore ha l’illusione di proiettarsi”. Tanti i racconti di paesaggio: dalle vivaci visioni fiabesche di Burano e lagunari di Gastone Toldo e Danilo Baruffaldi, al sogno luminoso di un’“alba sulla neve” di Giorgio Cestari, fino alla suggestione delle dune sulle coste danesi raccontate da Franco Goia e alla “gioiosità della natura” fermata su tela da Graziella Alessiato, accanto all’efficace controluce su cui si staglia l’oscura sagoma di un alpinista (cuffia con pon pon) immerso nella teatrale bellezza di un grigio panorama montano, opera di Lucia Busacca. A chiudere il percorso, le adorate “Peonie Sarah Bernhardt” di Mariarosa Gaude accanto alle “Ortensie” e al palpitante nudo “in meditazione” di Maria Teresa Spinnler, per finire con i paesaggi immaginifici, da fiaba di Carlo Dezzani, che dona, a casa a cose e a presenze urbane varie, piena libertà di spiccare voli inattesi e totalmente imprevedibili. Lasciati andare. A volo di poesia.