AMBIENTE- Pagina 3

Toret verde fluo per segnalare l’allarme clima

Extinction Rebellion ha ridipinto in verde fluo un Toret, in piazza Arbarello, a Torino, che versava in condizioni di degrado. In sovraimpressione la scritta “Caldo e siccità: chi governa ti lascia a secco”. Si tratta, dicono gli attivisti del clima, di “Una denuncia delle responsabilità politiche di Regione e Governo che continuano a minimizzare la crisi ecoclimatica e a negare ogni responsabilità per il peggiorare della situazione, di cui il caldo insopportabile e lo stato di secca del fiume Po sono un innegabile segno”.

Terra Madre Salone del Gusto nel cuore di Torino: otto storie per raccontare “Biodiversity – Be Diversity”

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Dal 24 al 27 settembre a Torino la 16esima edizione della manifestazione Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte. Produttori, allevatrici, cuoche, giovani attivisti e rappresentanti delle comunità indigene protagonisti della campagna dedicata alla tutela della diversità alimentare e culturale

Sono produttori, allevatrici, cuoche, giovani attivisti e rappresentanti delle comunità indigene provenienti da quattro continenti. Sono loro i volti di Terra Madre Salone del Gusto 2026, in programma dal 24 al 27 settembre nel centro di Torino.

Persone che ogni giorno custodiscono varietà agricole, saperi, tradizioni e culture alimentari, dimostrando come la biodiversità viva nelle scelte quotidiane di chi lavora per costruire un futuro più buono, più pulito e più giusto per tutte e tutti.

“Biodiversity – Be Diversity”: il messaggio della 16esima edizione

Biodiversity – Be Diversity. Essere biodiversità significa valorizzare le differenze, proteggere la pluralità della vita e contribuire alla costruzione di un sistema alimentare più buono, pulito e giusto.

È questo il messaggio al centro della 16esima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, organizzata da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte, con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e di Ismea.

Un concetto che prende forma nella campagna visiva realizzata dall’agenzia creativa Undesign, dove le immagini dei Presìdi Slow Food e dell’Arca del Gusto si intrecciano con i ritratti delle persone che ogni giorno tutelano questi patrimoni nei campi, nelle cucine, nei territori e nelle comunità.

La biodiversità, nella sua dimensione naturale, agricola, gastronomica e culturale, è il filo conduttore della manifestazione e rappresenta il cuore del lavoro portato avanti da Slow Food fin dalla sua nascita attraverso strumenti come l’Arca del Gusto, i Presìdi Slow Food e l’Alleanza Slow Food dei Cuochi.

Proprio questi progetti saranno protagonisti dell’edizione 2026, che celebra i 40 anni di Slow Food Italia, nel segno dell’eredità culturale e politica di Carlo Petrini.

Torino ospiterà la rete internazionale di Slow Food con comunità provenienti da 120 Paesi, un grande mercato dei produttori e un programma di incontri, laboratori e momenti di confronto dedicati ai grandi temi del cibo.


Gli otto protagonisti di Terra Madre Salone del Gusto 2026

Lizet Bautista Patzi – Bolivia

Slow Food Indigenous Peoples’ Network e Slow Food Youth Network

Giovane rappresentante delle reti Slow Food dedicate ai popoli indigeni e alle nuove generazioni, Lizet Bautista Patzi incarna il ruolo dei giovani nella costruzione di sistemi alimentari più equi e sostenibili.

Lo Slow Food Youth Network riunisce ragazze e ragazzi impegnati in tutto il mondo sui temi dello spreco alimentare, del cambiamento climatico, delle politiche del cibo e delle ingiustizie sociali.

Attraverso attività educative, incontri, festival e momenti di condivisione, la rete promuove una nuova cultura alimentare fondata sul rispetto delle persone, del lavoro e dell’ambiente.


Ismael Bello Cervantes – Messico

Slow Food Indigenous Peoples’ Network

La sua storia rappresenta il ruolo fondamentale dei popoli indigeni nella tutela della biodiversità.

La Rete dei Popoli Indigeni di Slow Food nasce per sostenere diritti, tradizioni e conoscenze di comunità che da generazioni custodiscono territori e sistemi alimentari unici.

In molte aree del mondo queste comunità affrontano pressioni crescenti, dalla perdita dei territori all’erosione culturale fino alla marginalizzazione economica.

Attraverso la rete Slow Food, i popoli indigeni possono valorizzare il patrimonio custodito: oltre 700 prodotti indigeni sono già stati inseriti nell’Arca del Gusto e più di 50 Presìdi Slow Food sono oggi gestiti da comunità indigene.


Charleilson De Jesus Santos (Kanauã Curuaia) – Brasile

Slow Food Indigenous Peoples’ Network e Slow Food Youth Network

Rappresentante delle comunità indigene e delle nuove generazioni di Slow Food, Charleilson De Jesus Santos unisce due prospettive fondamentali per il futuro del cibo: la difesa dei saperi ancestrali e il protagonismo dei giovani.

Attraverso le reti Slow Food contribuisce alla promozione di un modello alimentare capace di affrontare le grandi sfide contemporanee, dal cambiamento climatico alla perdita di biodiversità, valorizzando il significato culturale del cibo e il legame tra comunità e territori.


Dario Ficara – Italia, Sicilia

Presidio Slow Food dell’oliva Zaituna

Dario Ficara è tra i custodi di una varietà di oliva antichissima, la Zaituna, il cui nome richiama la parola araba zaytūna e che molti considerano una delle prime olive coltivate in Sicilia.

Diffusa esclusivamente sulle colline che si affacciano sul golfo di Siracusa, questa varietà racconta una storia millenaria fatta di frantoi rupestri, ulivi secolari e continuità agricola.

Dopo la crisi provocata dall’abbandono degli uliveti e dal grande incendio del 1998, oggi la Zaituna vive una nuova stagione grazie al lavoro di giovani produttori impegnati nel recupero e nella valorizzazione di questo patrimonio, riconosciuto anche nella Dop Monti Iblei.

La sua tutela rappresenta un esempio di resilienza agricola e identità territoriale.


Margaret Tunda Lepore – Kenya

Presidio Slow Food della pecora rossa Masai

La pecora rossa Masai è molto più di una razza animale: è parte integrante della cultura e della vita delle comunità pastorali che la allevano.

In un contesto segnato dalla riduzione dei pascoli, dalla pressione sui territori e dagli effetti delle siccità legate al cambiamento climatico, salvaguardare questa razza significa proteggere una risorsa genetica preziosa e un modello di allevamento adattato all’ambiente.

Il Presidio Slow Food, nato dalla collaborazione tra Slow Food e Ifad, sostiene la comunità Masai attraverso formazione, assistenza tecnica, scambi di esperienze e nuove opportunità di mercato, con particolare attenzione al ruolo delle donne e dei giovani.


Larysa Tytykalo – Ucraina

Alleanza Slow Food dei Cuochi e Slow Food Community “Safeguarding the gastronomic legacy of the Southern Bessarabia”

Cuoca e rappresentante dell’Alleanza Slow Food, Larysa Tytykalo racconta il ruolo della cucina come strumento di tutela della biodiversità e delle culture alimentari locali.

L’Alleanza Slow Food dei Cuochi è una rete che unisce cuoche e cuochi di tutto il mondo ai piccoli produttori, promuovendo nei ristoranti prodotti locali, Presìdi Slow Food e prodotti dell’Arca del Gusto.

Attraverso le loro scelte quotidiane, i cuochi dell’Alleanza danno visibilità al lavoro di agricoltori, allevatori, pescatori, artigiani e trasformatori che rispettano territori e risorse.


Ellias Yesaya – Indonesia

Slow Food Community “Safeguard and promote local traditional agrobiodiversity and food culture of the Krayan”

Nella regione di Krayan, Ellias Yesaya rappresenta una comunità che custodisce un sistema agricolo tradizionale fondato sulla diversità delle colture e sull’equilibrio con l’ambiente.

Qui la coltivazione del riso si integra con numerose varietà locali di ortaggi, frutti, cereali e piante selvatiche, insieme all’allevamento di piccoli animali.

Un modello agricolo che conserva una straordinaria ricchezza di specie e conoscenze, basato su pratiche naturali che non richiedono l’uso di pesticidi, erbicidi o fertilizzanti sintetici.


Giulia Zappa – Italia, Liguria

Presidio Slow Food della razza bovina Cabannina

Giulia Zappa è tra le custodi della razza bovina Cabannina, un patrimonio genetico ligure che nel corso del Novecento ha rischiato di scomparire.

Dai circa 40 mila capi dell’inizio del secolo scorso si è arrivati a poco più di un centinaio di animali. Grazie al lavoro di recupero degli allevatori, oggi la razza è nuovamente valorizzata e riconosciuta come popolazione a rischio di estinzione.

Il disciplinare del Presidio prevede animali allevati al pascolo e un’alimentazione basata prevalentemente su foraggi locali.

La Cabannina rappresenta una risorsa per il territorio, contribuendo a preservare il paesaggio, sostenere le piccole aziende e mantenere viva una tradizione agricola.


Terra Madre Salone del Gusto 2026 sarà quindi un racconto collettivo della biodiversità attraverso le persone che ogni giorno la difendono: storie diverse per origine, cultura e territorio, unite dalla stessa idea di futuro del cibo.

Crisi idrica: «Salvare i raccolti e aprire un tavolo permanente sull’acqua»

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Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte

Al confronto convocato dalla Regione la richiesta di una regia stabile su invasi, prelievi e infrastrutture irrigue: «La siccità non è più un evento eccezionale. Bisogna agire durante tutto l’anno»
Garantire nell’immediato l’acqua necessaria a non compromettere i raccolti e avviare un lavoro permanente per ripensare la gestione della risorsa idrica in Piemonte. È la posizione portata oggi da Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte ai tavoli sull’emergenza idrica convocati dalla Regione Piemonte, con la partecipazione del presidente Alberto Cirio e degli assessori regionali Paolo Bongioanni, Matteo Marnati e Marco Gallo, insieme ai rispettivi direttori regionali.
Per Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte erano presenti al confronto il presidente Fabrizio Risso, il vicepresidente Renato Chiadò Puli e il segretario Domenico Sorasio.
Il tavolo si è svolto in un quadro di crescente criticità. Secondo gli ultimi dati di Arpa Piemonte, alla fine di giugno le risorse idriche superficiali complessivamente disponibili in Piemonte, considerando neve, invasi e Lago Maggiore, risultavano inferiori del 31% rispetto alla media del periodo. Nello stesso mese le temperature sono state superiori alla media di 3,5 gradi, aumentando l’evapotraspirazione e lo stress idrico di suoli, colture e vegetazione.
«Siamo nel passaggio più delicato della campagna agricola. Ridurre drasticamente o interrompere l’approvvigionamento irriguo in questo momento significa perdere produzioni sulle quali le imprese hanno già investito mesi di lavoro e sostenuto costi rilevanti, con conseguenze che ricadrebbero sulle cooperative, sull’occupazione e sull’intera filiera agroalimentare. Le priorità di utilizzo dell’acqua devono essere definite in modo trasparente e coordinato, tenendo conto del fatto che oggi garantire la continuità irrigua è indispensabile per portare a termine i cicli produttivi», dichiara Renato Chiadò Puli, vicepresidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte.
Per Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte, tuttavia, non è più sufficiente intervenire soltanto quando la scarsità d’acqua diventa un’emergenza. Il cambiamento climatico sta modificando la quantità e la distribuzione delle precipitazioni, ma le difficoltà attuali evidenziano anche problemi strutturali nella capacità di trattenere, programmare e distribuire la risorsa disponibile.
«La siccità non è più un evento eccezionale e non lo sarà nei prossimi anni. Non possiamo continuare a occuparcene soltanto quando i fiumi sono in sofferenza, per poi accantonare il problema quando torna a piovere. Il deficit idrico è certamente legato al clima, ma è aggravato da una gestione ancora troppo frammentata. Invasi, reti, prelievi e diversi usi dell’acqua devono essere governati attraverso una regia comune, dati condivisi e responsabilità chiare», prosegue Chiadò Puli.
Tra le criticità indicate dall’organizzazione vi sono la programmazione non sempre coordinata delle riserve disponibili, la manutenzione delle infrastrutture, le dispersioni lungo le reti, la limitata capacità di accumulo e l’insufficiente integrazione tra i diversi soggetti che intervengono nella gestione dell’acqua.
Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte chiede quindi che venga istituito un tavolo regionale permanente sulla risorsa idrica, con il coinvolgimento della Regione e degli altri attori territoriali.
Il tavolo dovrebbe lavorare durante tutto l’anno, e in particolare nei mesi autunnali e invernali, per programmare gli interventi di manutenzione, coordinare riempimenti e rilasci dagli invasi, stabilire criteri condivisi per i prelievi e arrivare all’inizio della stagione irrigua con infrastrutture efficienti e risorse disponibili.
«I lavori sugli invasi e sulle infrastrutture devono essere programmati nei mesi in cui la domanda d’acqua è minore, non quando la stagione irrigua è già iniziata. Non ha senso investire risorse sui canali senza affrontare contemporaneamente il problema della disponibilità e della distribuzione dell’acqua. Serve mettere mano al sistema nel suo complesso, superando la logica degli interventi isolati», sottolinea il vicepresidente.
Per l’organizzazione è inoltre necessario aumentare la capacità del territorio di trattenere l’acqua nei periodi più piovosi, attraverso il recupero dei bacini esistenti, la manutenzione di quelli oggi sottoutilizzati e la realizzazione di invasi di diverse dimensioni. Parallelamente occorre accelerare l’ammodernamento delle reti irrigue, estendere condotte e sistemi di controllo dove tecnicamente sostenibili e accompagnare le imprese verso tecniche capaci di utilizzare meno acqua con maggiore efficacia.
«La sostenibilità non può essere ridotta alla semplice richiesta di consumare meno. Significa mettere imprese e territori nelle condizioni di utilizzare la risorsa in modo più efficiente. Occorrono nuovi paradigmi irrigui, infrastrutture adeguate, innovazione tecnologica e un rafforzamento delle competenze e della capacità operativa dei consorzi irrigui, affinché la distribuzione avvenga secondo criteri equi, verificabili e coerenti con le effettive necessità delle colture.»
Una programmazione specifica è necessaria anche per la risicoltura piemontese, valutando, dove le condizioni lo consentono, di anticipare parte degli apporti idrici nei mesi più freddi. Questa pratica può contribuire a distribuire meglio la domanda durante l’anno, evitare sovrapposizioni con le esigenze irrigue di altre colture e favorire la ricarica delle falde.
«Senza una diversa organizzazione della risorsa, mantenere le attuali superfici risicole sarà sempre più difficile. È necessario programmare in anticipo, valorizzando anche la funzione ambientale delle risaie e il loro contributo alla ricarica delle falde.»
Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte conferma infine la propria disponibilità a collaborare con la Regione e con tutti i soggetti competenti per definire interventi immediati e costruire una strategia di lungo periodo.
«Il tavolo di oggi è un passaggio necessario, ma non può esaurirsi nella gestione dell’emergenza estiva. Deve diventare l’inizio di un percorso stabile, con obiettivi, tempi e azioni concrete. Il Piemonte non può più permettersi di inseguire ogni nuova crisi idrica: è il momento di programmare e agire»

I laghi piemontesi? Tutti inquinati tranne Viverone

Forum Acque 2026

Si accendono i riflettori sulla qualità delle acque lacustri piemontesi. In occasione del Forum Acque 2026, Legambiente ha presentato i risultati della nuova campagna di monitoraggio di Goletta dei Laghi, che ha interessato il lago di Viverone, i laghi Grande e Piccolo di Avigliana, il lago d’Orta e la sponda piemontese del lago Maggiore.

L’esito delle analisi microbiologiche evidenzia numerose criticità: dei 23 punti sottoposti a controllo, il 65% è risultato oltre i limiti di legge. L’unica eccezione è rappresentata dal lago di Viverone, dove tutti i punti esaminati sono risultati conformi, con un miglioramento rispetto allo scorso anno in alcune aree che nel 2025 erano state classificate come fortemente inquinate.

Situazione decisamente più problematica sul lago Maggiore. Qui, su dieci punti monitorati, otto hanno superato i limiti consentiti e cinque sono stati classificati come fortemente inquinati. Un dato particolarmente significativo considerando il ruolo strategico del Verbano per l’approvvigionamento idrico, l’agricoltura, il turismo, la pesca e la produzione energetica.

Accanto alle criticità microbiologiche, il Forum ha acceso l’attenzione anche sulla presenza dei PFAS, sostanze chimiche persistenti e difficilmente degradabili, considerate tra le principali minacce emergenti per gli ecosistemi acquatici. Secondo Legambiente, il problema non riguarda soltanto il lago Maggiore, ma interessa numerosi corsi d’acqua e bacini lacustri italiani, con possibili ripercussioni sull’ambiente, sulle coltivazioni agricole e sulla salute pubblica.

“I PFAS – sottolinea Andrea Minutolo, responsabile scientifico Legambiente – rappresentano una sfida che richiede un cambio di prospettiva nella gestione della risorsa idrica. Non è più sufficiente intervenire quando la contaminazione è già presente: occorre prevenire – mettendo tali sostanze al bando – e nel frattempo ridurre le emissioni all’origine, investendo sia in sistemi di monitoraggio sempre più efficienti che in tecnologie di filtro e abbattimento di tali sostanze agli scarichi. Solo così sarà possibile tutelare gli ecosistemi acquatici e garantire una risorsa sicura per le generazioni future.”

Nel corso del Forum è stato affrontato anche il tema della governance dell’acqua, con un richiamo alla necessità di politiche capaci di coniugare tutela ambientale e utilizzo sostenibile della risorsa.

“La gestione sostenibile della risorsa idrica richiede equilibrio tra gli utilizzi dell’acqua e la tutela degli ecosistemi da cui dipendono territori e comunità – commenta Alice De Marco, presidente Legambiente Piemonte – Valle d’Aosta – Fiumi, laghi e zone umide non sono solo risorse da sfruttare, ma sistemi complessi che garantiscono servizi essenziali, dalla biodiversità alla sicurezza dei territori. La vicenda piemontese dimostra quanto sia necessario che le scelte sulla gestione delle acque si basino su criteri scientifici e su una visione di lungo periodo. Il richiamo della Corte costituzionale ha ribadito la necessità di mantenere adeguati livelli di tutela ambientale, eppure la Regione Piemonte continua a considerare la deroga o l’eliminazione del deflusso ecologico tra le possibili misure per affrontare la crisi idrica e sostenere il settore agricolo. Una scelta miope, che rischia di compromettere proprio gli ecosistemi da cui dipende la disponibilità della risorsa nel medio e lungo periodo. La crisi climatica impone invece di superare una gestione fondata sull’aumento dei prelievi: la vera sicurezza idrica si costruisce proteggendo gli ecosistemi acquatici, riducendo gli sprechi e migliorando l’efficienza degli utilizzi. Acqua scarsa o inquinata non sostiene lo sviluppo del territorio, ma genera costi e danni. La tutela della risorsa deve quindi essere il presupposto di ogni politica regionale sull’acqua, abbandonando soluzioni emergenziali che indeboliscono la capacità dei corsi d’acqua di affrontare gli effetti della crisi climatica.”

Tra le proposte avanzate da Legambiente figurano un piano straordinario per la rinaturalizzazione degli ecosistemi acquatici, norme più rigorose per garantire una fruizione sostenibile dei laghi e una revisione delle politiche di utilizzo dell’acqua orientata al risparmio, all’efficienza e alla salvaguardia di fiumi, laghi e falde.

Nel dettaglio, il monitoraggio ha evidenziato criticità anche nei laghi di Avigliana. Sul lago Grande, il punto davanti a Baia Grande è stato classificato come fortemente inquinato, mentre l’area presso il pontile galleggiante è risultata entro i limiti. Nel lago Piccolo sono invece emerse situazioni problematiche alle foci del rio Freddo, del rio Giacomino e del rio Grosso.

Sul lago d’Orta tre dei cinque punti analizzati hanno superato i limiti di legge. Inquinati lo sfioratore del lungolago Beltrami e la foce del torrente Lagna, mentre la foce del torrente Pescone è risultata fortemente inquinata.

La campagna proseguirà il 17 luglio sul lago Maggiore con una traversata in barca a vela tra le sponde lombarda e piemontese, accompagnata da un confronto pubblico dedicato alla tutela dell’ecosistema lacustre. Il giorno successivo, ad Avigliana, è in programma una passeggiata naturalistica dedicata alla biodiversità e alla conoscenza del territorio.

Al termine del Forum sono state inoltre assegnate le Vele di Legambiente e Touring Club Italiano. Le prestigiose 5 Vele sono andate ad Avigliana, per il lago Grande, e a Cannero Riviera, per il comprensorio del lago Maggiore Nord Verbano-Golfo Borromeo, premiando le realtà che si sono distinte per sostenibilità ambientale e qualità dell’offerta turistica.

Piemonte ferito dal fuoco: fino a 900 ettari bruciati, parte la ricostruzione

Dopo l’emergenza incendi che nei giorni scorsi ha interessato diverse aree del Piemonte, la Regione guarda già alla fase della ricostruzione ambientale. L’obiettivo è programmare gli interventi necessari per favorire il recupero delle superfici forestali colpite dal fuoco, non appena le condizioni del terreno consentiranno di operare.

«Ci si occuperà immediatamente dei ripristini forestali non appena le condizioni al suolo lo permetteranno – annuncia l’assessore regionale alla Montagna Marco Gallo – Siamo già al lavoro per delineare gli interventi e attivare piani straordinari di ripristino ambientale, sul modello di quanto già sperimentato con successo dopo i grandi incendi del 2017. Sottolineiamo però l’importanza cruciale del monitoraggio post-evento: prima di procedere a qualsiasi rinnovazione artificiale con piantine da vivaio, sarà fondamentale valutare la capacità di rinnovazione naturale del bosco, in modo da capire dove sia realmente necessario e prioritario l’intervento dell’uomo».

Una prima stima indica che gli incendi abbiano interessato tra gli 800 e i 900 ettari distribuiti nelle province di Torino, Vercelli, Novara e Verbano-Cusio-Ossola. A creare le condizioni favorevoli allo sviluppo dei roghi hanno contribuito settimane caratterizzate da temperature elevate, precipitazioni scarse e, nei giorni più critici, forti venti di foehn. I bollettini del Centro funzionale di Arpa Piemonte avevano infatti segnalato un progressivo aumento del livello di pericolosità, culminato l’8 luglio con un rischio elevato su gran parte del territorio regionale.

Secondo le prime ricostruzioni dei Vigili del Fuoco, diversi incendi sarebbero stati provocati dai fulmini caduti durante i temporali che hanno interessato la regione. Inneschi naturali che, complici il vento e la vegetazione particolarmente secca, hanno favorito una rapida propagazione delle fiamme.

Tra le aree più colpite figura la Valsesia, dove sono andati in fumo circa 450 ettari. A Premosello Chiovenda, nel Verbano-Cusio-Ossola, l’incendio ha interessato 226 ettari di bosco, compromettendo ampie superfici di querceti, faggete e altre formazioni forestali. Danni rilevanti anche in Valle Soana, nel Torinese, dove il fuoco, partito dalle praterie d’alta quota, ha raggiunto successivamente boschi di larici e abeti.

Le conseguenze non riguardano soltanto la perdita della copertura arborea. Secondo le stime regionali sarebbero circa 700 mila gli alberi distrutti, mentre gli effetti sulla biodiversità coinvolgono habitat naturali, insetti impollinatori, rettili, uccelli e piccoli animali. Anche la fauna selvatica di maggiori dimensioni, come caprioli e camosci, è stata costretta ad abbandonare le aree percorse dal fuoco, spostandosi verso zone più vicine ai centri abitati.

I tempi di recupero degli ecosistemi saranno necessariamente lunghi. Nei primi anni potranno ricomparire le specie erbacee e arbustive pioniere, fondamentali per limitare l’erosione del terreno. Per la formazione di un nuovo bosco saranno necessari almeno quindici o vent’anni, mentre il ritorno a ecosistemi forestali maturi, come faggete e querceti, richiederà in molti casi diversi decenni.

«Ogni ettaro di bosco perso è una ferita al cuore del pianeta, ed è per questo che il lavoro dei soccorritori assume un valore immenso – commenta l’assessore all’Ambiente della Regione Piemonte Matteo Marnati – I Vigili del Fuoco, i piloti dei mezzi aerei e i volontari AIB hanno lottato contro un inferno di fiamme per proteggere la nostra casa comune. Custodire le nostre foreste significa garantire la sopravvivenza delle generazioni future. Il loro non è stato un semplice intervento di emergenza, ma una vera e propria missione di importanza vitale per l’umanità, per la quale saremo sempre debitori».

L’assessore sottolinea inoltre come le simulazioni elaborate da Arpa Piemonte e dalla Regione evidenzino l’efficacia dell’intervento delle squadre impegnate sul campo. «I modelli di simulazione di Arpa Piemonte e Regione Piemonte sull’andamento dei roghi montani – prosegue Marnati – evidenziano lo straordinario valore dell’intervento dei soccorritori: senza il tempestivo contenimento a terra e il massiccio dispiegamento della flotta aerea, le fiamme avrebbero consumato l’intera massa forestale continua delle valli. L’azione coordinata delle forze in campo ha evitato la distruzione di ulteriori 3.500 ettari potenziali di territorio, mettendo in sicurezza e salvando oltre 3 milioni di alberi e intere frazioni abitate a fondo valle».

Eolico offshore nel Mediterraneo: uno studio firmato dal Politecnico di Torino

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Con WindEurope analizza le priorità più rilevanti per lo sviluppo del settore

 

Pubblicato sulla rivista Renewable and Sustainable Energy Reviews, lo studio fornisce un’analisi delle principali leve per favorire una crescita strutturata dell’eolico offshore nel bacino mediterraneo, in linea con gli obiettivi europei di transizione energetica e competitività industriale

 

Un nuovo studio realizzato dal Politecnico di Torino, attraverso il gruppo di ricerca MOREnergy Lab, e da WindEurope, principale associazione europea per l’energia eolica, individua le priorità operative per accelerare lo sviluppo dell’eolico offshore nel Mediterraneo. Pubblicato sulla rivista Renewable and Sustainable Energy Reviews, l’articolo dal titolo “Potentials and challenges of floating wind in the Mediterranean Sea: a joint industrial and academic perspective”firmato da Ardemia Acampora, Bruno Paduano, Riccardo Longo, Enrico Giglio, Alexandre Fremaux, Lizet Ramirez, Vasiliki Klonari e Giuliana Mattiazzo, analizza le condizioni necessarie per trasformare il potenziale dell’eolico offshore in progetti concretamente realizzabili e sostenibili dal punto di vista economico. Il lavoro nasce dalla collaborazione diretta tra ricerca e industria, integrando la prospettiva accademica del Politecnico di Torino con la visione di sistema di WindEurope, e con i contributi e le priorità emerse dal mondo industriale. L’obiettivo è mettere a disposizione dei decisori politici e degli operatori del settore elementi di analisi ed evidenze per rafforzare la competitività dell’eolico offshore in Europa.

Dallo studio emerge che la stabilità e la chiarezza del quadro regolatorio – in particolare per quanto riguarda autorizzazioni, aste e accesso alla rete – sono determinanti tanto quanto la maturità tecnologica dei progetti. Tempi procedurali più prevedibili e strumenti capaci di ridurre il rischio sono infatti condizioni essenziali per attrarre investimenti. Parallelamente, infrastrutture e filiera industriale sono decisive: servono porti adeguati, capacità produttiva, logistica e competenze specializzate per realizzare gli impianti su scala industriale.

Un ulteriore elemento, centrale per lo sviluppo del settore, riguarda la rete elettrica. Gli impianti offshore naturalmente necessitano del collegamento alla terraferma e di essere integrati nel sistema energetico in modo efficiente: la disponibilità di connessioni adeguate e la capacità della rete incidono infatti direttamente su tempi, costi e fattibilità economica dei progetti. Infine, sostenibilità ambientale e accettabilità sociale si confermano componenti strutturali della fattibilità dei progetti: lo studio sottolinea l’importanza di integrare tutele ambientali, attività di monitoraggio e dialogo con i territori sin dalle prime fasi di sviluppo.

Il lavoro mira a sostenere una crescita credibile e realizzabile dell’eolico offshore nel Mediterraneo, favorendo un maggiore allineamento tra politiche pubbliche, scelte industriali e priorità tecniche in un’area strategica per la sicurezza energetica e la competitività europea.

“Lo sviluppo dell’eolico offshore galleggiante nel Mediterraneo rappresenta una sfida industriale e strategica. Questo studio conferma che la questione non riguarda soltanto la disponibilità della tecnologia, ma la capacità di costruire le condizioni perché il potenziale esistente possa tradursi in progetti realizzabili, sostenibili e competitivi. Servono pianificazione, regole chiare, infrastrutture portuali, competenze e una filiera industriale in grado di crescere insieme ai progetti. In questa prospettiva, il lavoro con WindEurope e il confronto con gli operatori del settore confermano il ruolo della ricerca universitaria come spazio di integrazione tra analisi scientifica, visione industriale e un contributo informato al dibattito pubblico e alle decisioni strategiche. Per il Politecnico di Torino, attraverso il MOREnergy Lab e l’Energy Center, l’eolico offshore è un ambito strategico in cui contribuire allo sviluppo di conoscenza, strumenti e valutazioni utili a rafforzare la competitività del sistema energetico e industriale italiano ed europeo”, dichiara Giuliana Mattiazzo, docente del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale-DIMEAS del Politecnico di Torino, componente dell’Energy Center Lab e co-autrice dello studio.

“L’eolico offshore galleggiante può svolgere un ruolo importante nello sbloccare il potenziale delle energie rinnovabili offshore del Mediterraneo. Questa analisi congiunta dimostra che la tecnologia è solo una parte dell’equazione: quadri normativi prevedibili, una pianificazione coordinata della rete, infrastrutture portuali adeguate e la preparazione della catena di approvvigionamento sono tutti elementi essenziali per rendere i progetti credibili, finanziabili e realizzabili. WindEurope è lieta di aver contribuito a questo lavoro insieme al Politecnico di Torino, fornendo approfondimenti basati su dati concreti per la prossima fase di sviluppo dell’eolico offshore nel Mediterraneo”, afferma Malgosia Bartosik, Deputy CEO di WindEurope.

 

 

Per maggiori dettagli, l’articolo scientifico è consultabile al seguente link: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364032126005563

 

Piano Regionale di Qualità dell’Aria: Torino Respira presenta le osservazioni

Riceviamo e pubblichiamo

“Un piano irrazionale, senza basi scientifiche e con costi enormi per cittadini e cittadine”

“Abrogato il blocco degli Euro 5 (costo pubblico quasi zero, 1.318 t/anno di NOx in meno) e sostituito da un pacchetto da circa 200 milioni di euro in cinque anni con efficacia non dimostrata. La perdita netta di valore sociale è stimabile in circa 500 milioni di euro in dieci anni”

 

Torino, 15 luglio 2026. Il Comitato Torino Respira ha depositato le proprie osservazioni alla proposta di modifica del Piano Regionale di Qualità dell’Aria (PRQA) approvata dalla Giunta regionale con la DGR 19-2742/2026/XII del 26 giugno 2026. Un documento tecnico di oltre 30 pagine che smonta, dati alla mano, l’impianto del nuovo Piano e ne denuncia l’irrazionalità economica, l’assenza di basi scientifiche e il costo sproporzionato a carico della collettività.

Cinque anni per cancellare l’unica misura efficace

La vicenda è emblematica. Nel 2021, dopo le condanne della Corte di Giustizia UE per il sistematico superamento dei limiti di PM10 e NO₂ (cause C-644/18 e C-573/19), la Regione aveva adottato con DGR 9-2916 il blocco dei Diesel Euro 5 nei comuni sopra i 30.000 abitanti, con effetto dal 15 settembre 2023. Una misura a costo pubblico prossimo a zero, capace di ridurre 1.318 t/anno di NOx, 253,8 t/anno di PM10, 101,5 t/anno di PM2,5 e 1.882,7 t/anno di COV, che caricava l’onere sui proprietari dei veicoli inquinanti in piena coerenza con il principio europeo “chi inquina paga”. In cinque anni la misura è stata prima rinviata, poi ulteriormente rinviata, e ora la Regione ne propone la definitiva abrogazione, sostituendola con un pacchetto di “misure compensative” tecnicamente ed economicamente insostenibili.

Un confronto tra scenari viziato alla radice

Il PRQA sostiene che le nuove misure compenserebbero l’abrogazione del blocco Euro 5. Ma il confronto tra i due scenari usa basi tendenziali diverse: lo Scenario A (con Euro 5) si appoggia al modello GAINS aggiornato al 2015, lo Scenario B (con compensazioni) al modello aggiornato al 2025, che incorpora già tutti i benefici del PNIEC 2024 e del PNCIA 2021. In altre parole, la Regione attribuisce alle proprie misure regionali effetti che derivano in realtà dalle politiche nazionali. Un artificio contabile che, ammesso implicitamente dagli stessi estensori, impedisce di dimostrare che le compensazioni siano “idonee” come richiesto dal DL 73/2025. La stessa analisi statistica condotta dagli estensori del Piano conferma che per PM10 e PM2,5 le differenze tra i due scenari non sono statisticamente significative in nessuna area della Regione, e per l’NO₂ non lo sono proprio nell’area metropolitana di Torino – dove il blocco Euro 5 avrebbe avuto i maggiori benefici.

Misure senza basi scientifiche

Il Piano introduce tra le misure “compensative” tre tecnologie prive di validazione scientifica per uso urbano:

  • Nebulizzazione d’acqua: uno studio condotto nel 2021 documenta che questi sistemi rischiano addirittura di aumentare le concentrazioni di PM di un fattore 8, perché l’acqua evapora lasciando residui salini respirabili.

  • Torri di filtrazione dell’aria: la sperimentazione di questi sistemi a Stoccarda durata sette anni e conclusa nel 2025 con lo smantellamento delle 23 colonne, ha prodotto riduzioni marginali (10% PM10, 9% NO₂) solo sul marciapiede adiacente; il ministro dei Trasporti del Baden-Württemberg ha dichiarato che “l’aria filtrata all’aperto deve rimanere un’eccezione storica”. Analoga sorte a Delhi, dove le torri sono state disattivate. Un’analisi dell’IIT Delhi dimostra che per ripulire una città servirebbero circa un milione di torri.

  • Vernici fotocatalitiche al TiO₂: la stima del PRQA (10.000 m² per tonnellata di NOx) presuppone concentrazioni di 500 ppbv (parts per billion by volume, parti per miliardo in volume), cioè 25-50 volte quelle reali torinesi. In condizioni realistiche servirebbero circa 137 ettari (190 campi da calcio) di superficie trattata per rimuovere una sola tonnellata di NOx all’anno, con efficacia ulteriormente compromessa in inverno da bassa radiazione UV, umidità elevata e temperature basse.

L’incentivo HVO: un cortocircuito irrazionale

La principale misura compensativa – 12 milioni di euro l’anno per incentivare l’uso dell’HVO (olio vegetale idrotrattato) sui diesel privati Euro 5 ed Euro 6 – non compare in nessuno degli elenchi di misure internazionali utilizzate dalle autorità preposte a livello europeo e statunitense per definire le proprie strategie di riduzione dell’inquinamento. L’HVO è una risorsa scarsa, prioritariamente destinata ai settori dove non esistono alternative (aviazione, traffico marittimo, veicoli pesanti); usarlo per auto private significa sottrarlo dove è indispensabile. I sistemi di trasformazione per Euro 5 richiesti dal DM MIT 2 ottobre 2025 non sono ancora omologati sul mercato italiano. L’incentivo di 5-20 cent/litro copre solo l’8-33% del differenziale di prezzo con il gasolio. E il segnale politico è schizofrenico: si sostiene la transizione ecologica prolungando la vita utile dei diesel obsoleti.

Costi 4-100 volte superiori ai benchmark europei

Il confronto economico è impietoso. Il blocco Euro 5 abrogato costava alla finanza pubblica 750-1.500 €/tonnellata di NOx evitata. Le misure compensative arrivano fino a 70.600 €/t per l’HVO, 386.400 €/t per le misure “innovative” e 700.000 €/t per gli interventi sulle biomasse, ovvero fino a 120 volte di più del costo dello stop agli euro 5.

Il costo medio ponderato del pacchetto compensativo è di circa 115.000 €/t di NOx, contro i 6.000-17.500 €/t indicati come efficaci dai riferimenti europei (IIASA/GAINS, BAAQMD, OTC-RACT). Applicando i metodi dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, alcune misure – HVO privati e tecnologie innovative – hanno un costo pubblico superiore al danno sanitario evitato, quindi distruggono valore sociale invece di crearlo.

Circa 100 milioni all’anno di valore sociale bruciato

Il conto complessivo è pesante. Nel primo quinquennio la Regione impegnerà circa 200 milioni di euro di fondi pubblici (FESR, FEASR, MASE, Bilancio dello Stato) per ottenere, nella migliore delle ipotesi, il 26% della riduzione emissiva che il blocco Euro 5 avrebbe garantito gratuitamente. La perdita netta di beneficio sociale, calcolata con i Marginal Damage Costs EEA, è dell’ordine di 100 milioni di euro all’anno – circa mezzo miliardo in cinque anni, un miliardo in dieci anni. A questi vanno aggiunti i rischi finanziari da nuove procedure di infrazione UE per il mancato rispetto della Direttiva 2024/2881, che dal 2030 dimezza i limiti di PM10, PM2,5 e NO₂: sanzioni potenzialmente ribaltabili sulla Regione ai sensi della legge 234/2012.

Il principio “chi inquina paga” ribaltato

“La sostanza politica di questa scelta è chiara – dichiara Roberto Mezzalama, presidente del Comitato Torino Respira –: si toglie l’onere ai proprietari dei veicoli più inquinanti e lo si scarica sulla collettività, comprese le fasce meno abbienti che usano il trasporto pubblico e non possiedono automobili. È una violazione strutturale dell’articolo 191 del Trattato UE, un uso distorto di fondi europei destinati alla sostenibilità ambientale, e una scelta che qualsiasi controllo di gestione boccerebbe. Chiediamo alla Regione di ritirare la modifica, mantenere il blocco degli Euro 5 e destinare le risorse a misure realmente efficaci: elettrificazione, trasporto pubblico, ciclabilità, riqualificazione energetica degli edifici, riduzione delle emissioni di ammoniaca in agricoltura.”

Le osservazioni integrali sono disponibili a questo link

Comitato Torino Respira

Qualità dell’aria, aggiornamento del Piano e sperimentazione sugli abbruciamenti

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La quinta Commissione del Consiglio regionale, presieduta da Sergio Bartoli, ha approvato a maggioranza due proposte di deliberazione: l’aggiornamento del Piano regionale per la qualità dell’aria e l’avvio di una sperimentazione sulla disciplina degli abbruciamenti dei residui vegetali.

Il presidente Sergio Bartoli

 

Con il nuovo Piano, il Piemonte evita il previsto blocco della circolazione dei veicoli diesel Euro 5, inizialmente previsto dall’ottobre 2026, sostituendolo con un pacchetto di misure ritenute equivalenti sotto il profilo della riduzione delle emissioni. Tra gli interventi figurano incentivi all’utilizzo dei biocarburanti Hvo per il trasporto pubblico e per le auto diesel Euro 5 ed Euro 6, investimenti nella mobilità sostenibile, sistemi innovativi di filtraggio dell’aria, rivestimenti fotocatalitici e tecnologie basate sull’intelligenza artificiale per la gestione del traffico. Il Piano prevede inoltre azioni rivolte agli allevamenti, agli impianti di riscaldamento e agli edifici per contenere ulteriormente le emissioni.

Illustrando il provvedimento nella precedente seduta, l’assessore regionale all’Ambiente Matteo Marnati aveva evidenziato il miglioramento registrato dagli ultimi dati di Arpa Piemonte, sottolineando che nel 2025 il biossido di azoto ha rispettato per la prima volta i limiti annuali su tutto il territorio regionale e che anche il particolato continua a diminuire.

La Commissione ha inoltre approvato la proposta che introduce una sperimentazione per valutare una possibile rimodulazione delle limitazioni agli abbruciamenti di sfalci e potature. Le eventuali deroghe saranno consentite solo in particolari condizioni meteorologiche individuate dai bollettini previsionali di Arpa Piemonte, fermo restando le norme sulla tutela della salute, della qualità dell’aria e della prevenzione degli incendi boschivi. Al termine della sperimentazione, la Regione valuterà se i risultati consentiranno di aggiornare il Piano e ridefinire la zonizzazione delle limitazioni.

Nel corso della discussione sono intervenuti per richieste di chiarimento i consiglieri Marina Bordese (FdI), Alice Ravinale (Avs), Gianna Pentenero (Pd), Roberto Ravello (FdI) e Alberto Unia (M5S).

Ufficio Stampa CRP

Siccità, Cia Agricoltori Italiani: Protocollo emergenziale

«Accogliamo con favore la tempestiva attenzione dimostrata dalla Regione Piemonte, che ha convocato  il tavolo agricolo sull’emergenza caldo e siccità. È un segnale importante di sensibilità verso una problematica che riguarda da vicino il comparto agricolo, motore dell’economia del nostro territorio».

Lo dichiara il presidente di Cia Agricoltori Italiani Piemonte e Valle d’Aosta, Gabriele Carenini, intervenendo a margine del tavolo convocato dal presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, insieme agli assessori regionali all’Ambiente Matteo Marnati e all’Agricoltura e Cibo Paolo Bongioanni, per fare il punto sulla situazione determinata dalle alte temperature e dalla persistente carenza di precipitazioni.

«Nel corso dell’incontro – prosegue Carenini – abbiamo chiesto alla Regione di attivare uno specifico Protocollo emergenziale che preveda misure straordinarie per ridurre i consumi idrici non prioritari, attraverso una regolamentazione dell’utilizzo dell’acqua per il riempimento delle piscine, le attività ludiche, il lavaggio delle autovetture e altri impieghi non essenziali, così da garantire un maggiore rilascio della risorsa idrica a favore dell’agricoltura. Una scelta che si rese necessaria già nel 2022 e che oggi rischia di tornare indispensabile».

Secondo il presidente di Cia Agricoltori Italiani Piemonte e Valle d’Aosta, il perdurare dell’ondata di caldo estremo rende il quadro particolarmente preoccupante: «Per certi aspetti – conclude Carenini – la situazione che si sta delineando potrebbe diventare persino più grave di quella vissuta nel 2022. Le alte temperature persistenti, unite all’assenza di precipitazioni significative e alla progressiva riduzione delle disponibilità idriche, stanno mettendo sotto forte pressione le coltivazioni e le aziende agricole. Per questo è fondamentale agire subito, con interventi tempestivi e condivisi, per salvaguardare la produzione agricola e tutelare un settore strategico per l’economia e la sicurezza alimentare del Piemonte».

Tavolo emergenza idrica, il Piemonte ha sete: il piano della Regione

Si è riunito oggi al Grattacielo Piemonte il Tavolo per l’emergenza idrica al quale hanno partecipato il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, gli assessori all’Agricoltura Paolo Bongioanni, alla Montagna Marco Gallo e all’Ambiente Matteo Marnati, delegato al coordinamento del tavolo, i rappresentanti di Arpa, associazioni agricole, parchi e aree protette, consorzi idrici, Anbi, Prefetture, Città Metropolitana di Torino e Province, enti di governo e i gestori del Servizio idrico integrato e delle reti idriche.
«Il caldo e l’assenza di piogge stanno determinando un’emergenza da affrontare con attenzione soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura – ha riassunto il presidente Cirio – Su questo non possiamo aspettare nemmeno un minuto e siamo al lavoro con la Regione Valle d’Aosta e il Canton Ticino per chiedere di aumentare la fornitura di acqua che viene immessa in Piemonte per l’uso agricolo. Per quanto riguarda l’aspetto idropotabile, ci sono un centinaio i Comuni che in questo momento in Piemonte hanno già fatto ordinanze per regolare la gestione dell’acqua, soprattutto nelle frazioni e nei Comuni di montagna, dove ci sono località nelle quali già oggi dobbiamo intervenire con le autobotti. Monitoriamo giorno dopo giorno la situazione, pronti ad avviare la richiesta dello stato di emergenza se non dovessero migliorare le condizioni meteorologiche, in accordo con le altre regioni che vivono la nostra stessa situazione, per dare i ristori necessari».
Per quanto riguarda l’acqua potabile, inoltre, l’assessore Marnati ha raccomandato «un utilizzo consapevole da parte dei cittadini” ed ha annunciato che verranno valutati con attenzione i consumi dei prossimi dieci giorni. Marnati ha precisato che al momento sono circa 100 i Comuni che hanno emesso ordinanze di restrizione dei consumi di acqua non strettamente necessari e una cinquantina per 25.000 abitanti quelli dove si ricorre all’uso delle autobotti per aumentare la quantità di acqua presente nelle vasche degli acquedotti.
L’assessore Bongioanni ha ricordato che “in Regione è operativo un gruppo di lavoro interdirezionale con il compito specifico di monitorare il rischio di perdita del raccolto per cause idriche, che si riunisce con regolarità per elaborare i dati di Arpa e fornire al mondo agricolo indicazioni proiettive”. “E a fine luglio – ha anticipato – incardineremo in Commissione Agricoltura del Consiglio regionale il disegno di legge di riforma dei consorzi irrigui, destinato a rivoluzionare in modo strutturale la governance della gestione dell’acqua per la nostra produzione agricola e agroalimentare”.

La situazione idrica in Piemonte al 13 luglio
La relazione presentata da Arpa rileva che ad inizio della seconda decade di luglio 2026 il Piemonte presenta una situazione idrica complessivamente deficitaria, con criticità più evidenti sulle portate dei corsi d’acqua e sulle risorse idriche superficiali disponibili. L’indice sintetico di siccità evidenzia condizioni di siccità severa in tutto il bacino del Tanaro, Scrivia e del Po a monte della confluenza con la Dora Baltea. Le precipitazioni medie di giugno 2026 sul bacino del Po sono state di 62 mm, con un deficit del 36% rispetto alla media mensile storica 1991-2020.
Le temperature per contro sono state marcatamente superiori alla media del periodo: con un’anomalia termica regionale di +3,5 °C, questo del 2026 si colloca quindi tra i mesi di giugno più caldi della serie storica, con valori prossimi ai record assoluti del 2003 e con una persistenza delle anomalie positive particolarmente significativa. A questo si aggiunge l’ondata di calore registrata a fine maggio che ha contribuito ad aumentare in modo deciso l’evapotraspirazione, accentuando lo stress idrico dei suoli e della vegetazione e aggravando gli effetti della scarsità di precipitazioni sulle portate dei corsi d’acqua e sulla disponibilità complessiva della risorsa idrica.
Le risorse idriche superficiali sono ridotte del 37% rispetto alla media del periodo. Nella prima decade di luglio gran parte delle sezioni idrometriche considerate presentano deficit superiori al 40%. In particolare, il Po a Isola Sant’Antonio ha registrato una portata media di 62 m³/s, pari a un deficit del 75% rispetto allo storico.

Per le prossime due settimane l’alta pressione che interesserà gran parte dell’europa, porterà in Piemonte temperature ancora sopra la media stagionale e sporadiche precipitazioni per lo più associate a fenomeni temporaleschi che non consentiranno di superare la situazione idrica complessivamente deficitaria.