Rubriche- Pagina 12

Una insolita crostata alla crema di mele

/

Le torte di mele, declinate in numerosissime varianti, non deludono proprio mai…Provate questa insolita e squisita crostata, il suo cremoso ripieno vi conquisterà!

Ingredienti

Frolla: 180gr. di farina, 100gr. di burro, 60gr. di zucchero, 2 tuorli, un pizzico di sale.

Farcia: 4 grosse mele Renette, 1/2 bicchiere di vino bianco secco, 2 cucchiai di zucchero, 100gr. di cioccolato amaro 70%, un pizzico di cannella

Preparare la frolla impastando velocemente tutti gli ingredienti, avvolgere in pellicola e far riposare in frigo per 30 minuti.
Pelare e tagliare 3 mele a tocchetti, cuocere con il vino, lo zucchero e la cannella sino a quando si saranno spappolate. Lasciar intiepidire e aggiungere mescolando il cioccolato.

Stendere la frolla in una teglia rotonda foderata con carta forno, bucherellare il fondo e riempire con la crema di mele. Affettare la mela rimasta, spruzzarla con il succo del limone e posarla sulla crema, cospargere con un poco di zucchero. Cuocere in forno statico a 220 gradi per 45 minuti.

Paperita Patty

Terrina di pasta con verdure, variante vegetariana della pasta al forno

/

Una deliziosa variante vegetariana della tradizionale pasta al forno.
Senza pomodoro, ma ugualmente ricca di sapore. Un primo piatto ghiotto ed originale.

***

Ingredienti

300gr.di pasta corta
1 porro
2 carote
300gr. di verza
200gr.di zucca
1 piccola melanzana
500ml. di besciamella
1 mozzarella
200gr. di prosciutto cotto
Parmigiano grattugiato q.b.
Olio, sale, pepe, noce moscata

Preparare le verdure, tagliarle a piccoli pezzi e stufarle per 20 minuti in padella con un poco di sale. Lasciar raffreddare e mescolare con il prosciutto cotto tritato, il pepe, la noce moscata ed il pepe. Preparare la besciamella con mezzo litro di latte.
Lessare la pasta al dente.
Mescolare la pasta con le verdure e la mozzarella a tocchetti, trasferire il tutto in una terrina imburrata, coprire con la besciamella e in ultimo cospargere con il parmigiano grattugiato.
Passare in forno a 200 gradi per circa 15/20 minuti, finche’ si sarà formata una crosticina dorata.

Paperita Patty

Le lumache felici

/

PENSIERI SPARSI di Didia Bargnani

Le lumache felici esistono e vivono in un allevamento in Toscana, a Montemerano in provincia di Grosseto, dove vengono coccolate dal loro ‘custode’ che le nutre esclusivamente con prodotti del proprio orto: carote, carciofi, cardo mariano, finocchietto, affinché la qualità della loro bava sia eccellente perché è proprio di questa bava che voglio raccontarvi.
Michela Bertaia, chimica torinese, grossista di materiale medico con azienda a Grugliasco, sente parlare di questo impianto di elicicoltura e incuriosita decide di andare a visitarlo. Qui scopre che la bava di queste lumache, selezionate una ad una, e’ di una qualità ineguagliabile, da qui l’idea di farne dei prodotti di skin care si concretizza velocemente e con il suo socio, Mauro Felice Vecco, danno vita ad una nuova società, Kaliste’.
La bava delle lumache, se allevate con tutta una serie di accorgimenti particolari, rappresenta il cosmetico naturale per eccellenza, e’ infatti ricca di principi attivi come l’acido glicolico, il collagene, l’allantoina, l’elastina, l’acido ialuronico e molti altri.
“ Si potrebbe produrre anche chimicamente – mi spiega Michela- ma non sarebbe la stessa cosa, sarebbe una bava “morta”, priva di tutti quegli enzimi di cui è ricchissima quella delle nostre lumache. Kylinf, lo spray viso-corpo-capelli che rappresenta il prodotto top della gamma, contiene bava al 90% oltre ad un umettante ed un conservante, si tratta di un vero e proprio elisir per la nostra pelle: stimola la rigenerazione cellulare, velocizza la cicatrizzazione in caso di lesioni, lenitivo per scottature, uniforma l’incarnato e anche i vantaggi per i capelli sono numerosi “.
Come si preleva la bava?
“ Da noi tutto è ovviamente cruelty free, le nostre lumache vengono scelte con cura e solo quelle più adatte a fornire bava saranno impiegate per questo scopo, le altre diventeranno fattrici. Dobbiamo spiegare perché le lumache sbavano, lo fanno per tre motivi: strisciando, provando dolore o quando sono felici. Quando escono dal letargo, due volte all’anno, con il freddo e con il caldo, vengono messe in una macchina, brevettata da un allevatore di Cherasco, dove vengono bagnate da una leggera pioggerellina di acqua, questo le rende felici e così sbavano. A questo punto la bava viene analizzata e inviata in laboratorio per il confezionamento dei vari prodotti”.
“La bava messa sul viso produce quello che viene definito “benefico rossore”, gli enzimi presenti nella bava richiamano il sangue dai tessuti sottostanti, che sparisce dopo pochi minuti dall’applicazione – rassicura Michela – oltre a Kylinf abbiamo altri prodotti eccezionali come la crema LaLiz, 50% pura bava, con effetto energizzante per la pelle, la crema Luce, 65% pura bava, multi vitaminica e antiage e per i più giovani K-young, 90% bava pura e propoli. Tutte le creme e i sieri sono disponibili sul nostro sito, www.kylinf.it e dall’8 dicembre al 6 gennaio saremo presenti in un temporary shop in via Carlo Alberto 32 a Torino dove mi troverete, felice di raccontarvi il percorso della bava dalle lumache felici alle creme “.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

/

SOMMARIO: Pisanu tra Moro e Berlusconi – Gente di Piemonte – Lettere

Pisanu tra Moro e Berlusconi
A “Rai Storia “che alcune volte può anche essere interessante, ha dominato in una puntata sul compromesso storico e il rapimento di Moro  l’ex parlamentare e ministro Beppe Pisanu  capo della segreteria di Zaccagnini, uno dei peggiori segretari della Dc che stava portando insieme a Moro alla resa  incondizionata della Dc ai comunisti, dopo che nel 1976 la Dc mendicò il voto anticomunista, usufruendo dell’appoggio di Montanelli che invitata a votare lo Scudo Crociato, “turandosi il naso”.
Chi scrive voto’ Dc per la prima e ultima volta. Zac gli provocò il voltastomaco.  Sarebbe ora di vedere con il distacco della storia sia Moro sia Zaccagnini, anche se i grandi capi Dc non furono mai meritevoli di attenzione da Colombo a Taviani, da Andreotti a Rumor. Erano dei collettori di voti, mai degli statisti che lo fu il solo De Gasperi. Appare veramente incredibile come con totale disinvoltura Pisanu sia poi  diventato per lunghi anni Ministro degli interni con Berlusconi.
Era un mediocre abbarbicato al potere, ma rivendicare oggi il suo essere stato sempre un moroteo spiega tante cose anche di un ministro scialbo, pronto a tutto salvo salvaguardare lo Stato che  per i morotei era un optional. In Sardegna si distinse solo Cossiga, ma non c’è la benché minima possibilità di un confronto tra i due sardi.
.
Gente di Piemonte
Ho ritrovato in un fondo di magazzino della mia biblioteca “Gente di Piemonte“ di Luigi Firpo, un volumone edito da Mursia nel 1983 . Non lo volli mai inserire nella mia biblioteca perché è un volume ancora oggi vergognoso . Dopo aver scritto di Leonardo , Erasmo da Rotterdam, Botero, Rousseau, d’Azeglio, Vittorio Amedeo II, Pomba, Galileo Ferraris, Giolitti, Solari, l’accademico spocchioso  Firpo chiude il libro con l’amico di casa Diego Novelli sindaco in carica di Torino, esaltato in modo servile forse anche  su suggerimento della moglie che era già allora  molto vicina al sindaco. Questo volume squalifica il suo autore che equipara un vivente a metà dell’opera con personaggi storici consolidati .Uno storico non può permettersi queste sbandate.
 Non volli il libro nella mia biblioteca, credo che adesso lo destinerò alla spazzatura. Se poi pensiamo ai gravi errori politici di Novelli e alle sbandate politiche successive al 1983, è lo stesso sindaco comunista che va messo sotto processo perché le esaltazioni mistiche di Firpo nei suoi confronti devono essere ridimensionate da un esame dei fatti reali che hanno portato Torino sotto la sua guida al declino. L’unica verità che emerge è che Novelli era un ragioniere seralista, anche se Firpo lo considera un grande intellettuale. Tempo prima del libro una sera a cena si lasciò scappare un giudizio negativo su Novelli considerato un giovane cresciuto in una casa da ballatoio di Borgo San Paolo con una finta cultura appresa in modo disordinato e frammentario, facendo il magazziniere in una piccola casa editrice. Era la fine degli anni 70, poi irruppe improvviso l’”amore” per il Sindaco che cominciò a frequentare abitualmente  la villa  con piscina del professore in viale Seneca.
.
LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
.
I Gobetti

Dà fastidio  leggere che Steve della Casa, ex Lotta Continua, noto per le imprese violente  dell’”Angelo Azzurro” di via Po  con conseguenze penali e il vecchio ottuagenario Bruno Gambarotta si occupano della due giorni sul figlio di  Piero Gobetti esaltato come grande uomo di cinema. Ho conosciuto Paolo  e mi pareva un uomo finito sia per il matrimonio  infelice con Carla che si credeva la vera erede di Piero, sia per altri aspetti  di vita a tutti noti, ma di cui nessuno parla e sui quali io stesso taccio. Narciso Nada fondatore del Centro “Gobetti” andò via perché non voleva mescolarsi con gli eredi. Ma oggi c’è anche Polito che inizia le sue Messe cantate in anticipo rispetto al 2026 per non perdere tempo. Segretario tuttofare di Bobbio, se ne considera erede al Centro “Gobetti“ che gode di una duplice sede: una in via Fabro e una al Polo del ‘900. Un privilegio ingiustificabile. Non crede che sia il caso di dire basta alle Messe Cantate?  Occorre la storia, non le litanie di Polito.  Innocenzo Rinucci

Piero Gobetti
.
Conosco anch’io certi aspetti della famiglia Gobetti. So poco o nulla di chi gestisce oggi il centro intitolato all’eroico giovane morto di polmonite  a Parigi, come ha testimoniato Giuseppe Prezzolini che lo ha assistito in ospedale fino all’ultimo. A me delle biografie di Carla e Paolo Gobetti poco importa. Di loro ritenevo poco interessante e totalmente da rifiutare il loro livido comunismo senza mai un’ombra di dubbio. Ma evito di scrivere  di due persone che non ho mai ritenuto interessanti e di cui non ho mai avuto stima. Erano i discendenti di Piero, nel senso più letterale del participio presente del verbo discendere. Non voglio offendere, ma temo che questa sia la triste realtà.
.
Viale assolto
Va riconosciuto che l’estremismo violento di un femminismo senza equilibrio ha subito una sconfitta sonora: il ginecologo Silvio Viale è  stato assolto in Tribunale dalle accuse di violenze sessuali a lui rivolte. È  stato fatto oggetto di campagne d’odio vergognose. Lei cosa ne pensa?    Teresa Siusi
Esprimo totale solidarietà a Viale che ha subito un linciaggio indegno. Non ho mai avuto comunanza di idee con lui, ma la sua coerente ed a volte discutibile battaglia va riconosciuta pienamente. Combattere un politico con le armi della diffamazione sessuale dimostra la bassezza dei suoi detrattori. Viale si è rivelato un galantuomo limpido, diffamato con l’intenzione di distruggerlo. Una vergogna.
.
Non è Berrino?
Dopo anni di successi con un bistrot ad Albenga il signor Enzo Bellissimo è  stato costretto a chiudere il suo locale di successo perché il Comune  gli ha imposto di abbattere una veranda. Una cosa assurda. Adesso ha riaperto il bistro’  ad Alassio con un buon successo iniziale. Ma ho letto ieri che c’è già di chi parla di lui come del nuovo Mario Berrino pittore, re delle estati alassine al mitico  caffè Roma. Con tutto il rispetto non confondiamo Berrino che è stato unico ed irripetibile  – pensiamo al famoso Muretto – con altri a lui non comparabili.  Giuseppe Delfino
.
Sono stato molto amico di Mario Berrino che ha voluto la piastrella con la mia firma sul muretto e conosco poco Bellissimo che ha subito un sopruso dal Comune di Albenga. Andrò a visitare il suo nuovo locale ad Alassio e mi auguro che il suo successo coincida con il futuro della perla della Riviera. Per ora l’unico che tiene banco è Giampiero Colli di Sail Inn che oggi non ha eguali.
.
Le scuole
La valutazione delle scuole fatta dalla Fondazione Agnelli non è di per sé cosi’ attendibile e trasparente. Troviamo scuole in testa e in coda. Ma certo se il declassamento continua come nel caso del liceo d’Azeglio, qualche ragione ci sarà. L’enclave della sinistra faziosa si rivela non più credibile. Vive sulla memoria di Augusto Monti, un professore totalmente dimenticato. Mio nipote si è trovato malissimo. Giulio Ascani
Anch’io non capisco bene i parametri usati dalla Fondazione Agnelli. Ma risalta innanzi tutto  un fatto positivo: il liceo Botta di Ivrea, liberato del suo vecchio preside Cardinale, vola al primo posto nei licei classici. Il d’Azeglio è al settimo posto, ma nel ‘24 era al nono posto. Il penultimo posto. Il celebrato Liceo europeo Umberto I e ‘ all’ultimo posto e lo scorso anno non era neppure tra quelli classificati. Nei licei di scienze umane risalta all’ultimo posto l’ex magistrale “Regina Margherita”. Tra i Tecnici il celebrato “Sommeiller” e ‘ al penultimo posto. E ci sarebbero anche altri fatti rilevanti. I criteri adottati non sono spiegati in modo limpido. E questo è un limite alla ricerca.

La bagna cauda, cuore caldo di Torino

/

ScopriTo alla scoperta di Torino

A Torino, quando arriva il freddo, c’è un profumo che attraversa i portici e si infila nelle osterie come un vecchio amico: quello della bagna cauda. È un piatto che sembra semplice, quasi umile, ma custodisce una storia di viaggi, di campagne e di convivialità che ha segnato l’identità gastronomica piemontese. Oggi, mentre i ristoranti torinesi continuano a reinterpretarla, la bagna cauda rimane una delle esperienze più sincere da vivere in città.

La sua origine non è interamente torinese, ma Torino ha avuto un ruolo decisivo nel trasformarla da pietanza contadina a rito urbano. Nata nelle Langhe come salsa energetica per i vendemmiatori, a base di acciughe sotto sale, aglio e olio, arrivò presto nei mercati cittadini insieme alle barbatelle, ai carrettieri e alle famiglie che cercavano lavoro in città. Qui la ricetta trovò gli ingredienti migliori, le acciughe spagnole che arrivavano nello storico mercato di Porta Palazzo e l’aglio di Caraglio, considerato da molti il più adatto per ottenere una salsa morbida e profumata senza essere aggressiva.

L’arte della preparazione

Preparare la bagna cauda perfetta a Torino è considerato quasi un gesto rituale. Le acciughe devono essere dissalate con pazienza, l’aglio tagliato fine e cotto lentamente fino a diventare una crema. Qualcuno aggiunge una noce di burro, altri giurano che un goccio di latte attenui l’asprezza senza tradire la ricetta. Le verdure che la accompagnano parlano di stagioni: cardi gobbi di Nizza Monferrato, peperoni di Carmagnola, topinambur, cavolo verza, barbabietole. Ogni famiglia, ogni chef, ogni trattoria custodisce una variante che racconta un pezzo di Piemonte.

Negli ultimi anni si sono diffuse anche versioni più leggere, con meno aglio o addirittura con l’aglio cotto nel latte per renderlo più digeribile. Ma a Torino c’è ancora chi difende la versione tradizionale, convinto che la bagna cauda sia un piatto che non va addomesticato: o la si ama o la si teme, e questo fa parte del suo fascino.

I ristoranti di Torino che la celebrano

Il capoluogo piemontese ha fatto della bagna cauda una bandiera, e alcune tavole sono diventate luoghi di pellegrinaggio per gli appassionati. In molti ricordano ancora le serate affollate di certe osterie del Quadrilatero, dove il profumo della salsa usciva dalle porte spalancate e attirava studenti, famiglie e turisti incuriositi. In una trattoria di Borgo San Paolo, lo chef racconta spesso di aver imparato la ricetta da sua nonna: durante le prime nebbie autunnali preparavano il fujot di terracotta che manteneva la salsa calda al centro del tavolo, mentre le chiacchiere si mescolavano al vapore dei cardi appena tuffati.

Nel quartiere Vanchiglia c’è un ristorante che propone la bagna cauda solo due mesi l’anno. Il proprietario, con un sorriso furbo, dice che è il piatto a decidere quando vuole comparire: «La bagna cauda è come un ospite importante, arriva quando è il momento giusto». La loro versione è celebre per il profumo intenso e per le verdure che cambiano ogni settimana, a seconda del raccolto che arriva dai piccoli produttori della collina torinese.

Anche alcune trattorie storiche della zona di San Salvario mantengono viva la tradizione delle serate dedicate, in cui la bagna cauda diventa un pretesto per stare insieme. Un cameriere racconta che una volta un gruppo di amici napoletani, alla loro prima esperienza, aveva ordinato due fujot “per assaggiare”. Dopo mezz’ora, conquistati dalla salsa fumante, ne avevano chiesti altri quattro, ridendo e domandandosi come avessero potuto vivere senza.

Le varianti che raccontano la città

Torino ha sempre avuto la capacità di integrare culture e influenze diverse, e questo vale anche per la bagna cauda. Alcuni ristoranti del centro propongono una versione “rossa”, arricchita con un pizzico di peperoncino. Altri preferiscono la variante “ricca”, con tartufo nero grattugiato sopra la salsa calda, un’idea nata pare in un locale vicino al Po, dove lo chef voleva proporre qualcosa che unisse la tradizione contadina alla raffinatezza sabauda.

La città ospita ogni anno anche cene collettive dedicate alla bagna cauda, momenti in cui il piatto diventa un racconto corale: torinesi di lungo corso, studenti fuori sede e curiosi provenienti da altre regioni si siedono allo stesso tavolo e condividono risate, mani unte e racconti che nascono spontanei.

Torino e la bagna cauda continuano così a camminare insieme: un piatto caldo, generoso, che non ha paura di essere intenso e che più di molti altri sa trasformare una cena in un’esperienza. Chi arriva in città e decide di provarla scopre presto che non si tratta solo di una salsa, ma di un rito, un modo tutto piemontese di stare a tavola e di raccontare la propria storia attraverso il cibo.

NOEMI GARIANO

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

/

A cura di Elio Rabbione

Ammazzare stanca – Drammatico. Regia di Daniele Vicari, con Gabriel Montesi, Vinicio Marchioni, Selene Caramazza e Thomas Trabacchi. Ispirato al libro omonimo di Antonio Zagari, figlio di un boss calabrese trapiantato in Lombardia, i legami stretti con i boss di San Ferdinando, un ragazzo che a vent’anni capisce di non essere capace a vivere quella vita che suo padre pretenderebbe, lui ha già sparato e ucciso, adesso ha detto basta e inizia la sua vita di scrittore. Nella metà degli anni Settanta, sono ricordi, memorie dolorose, stralci di vita tutta da respingere, sono sofferenze: Antonio lotta con il padre, contro il suo potere, contro una volontà sanguinosa. Durata 129 minuti. (Reposi)

L’anno nuovo che non arriva – Drammatico. Regia di Bogdan Muresanu, con Adrian Vancica e Nicoleta Hâncu. Premio Orizzonti a Venezia 2024 come miglior film. La rivoluzione che mette fine al dispotismo di Ceausescu, sei vite e sei storie che s’incrociano nella giornata del 20 dicembre 1989, le repressioni della polizia e il popolo che insorge. Un regista deve salvare il suo show di Capodanno dal momento che l’attrice principale se n’è fuggita via e la soluzione potrebbe essere l’impiego di un’attrice teatrale, il figlio che tenta di fuggire in Iugoslavia attraverso le acque del Danubio, un ufficiale della Securitate che deve trasferire la madre in una nuova che lei odia, il trasloco da parte di un operaio terrorizzato alla notizia che suo figlio abbia potuto scrivere la lettera a Babbo Natale confessandogli che il padre vuole la morte del dittatore. Ma la rivoluzione avrà inizio. “Un film molto politico ma anche un thriller del quotidiano perché l’autore ci rende complici di tutte queste storie arrotolate tra loro, grazie alla perfeytta compagnie di attori, finendo con la scintilla della grande manifestazione popolare: all’insurrezione si addice il documento reale”, ha scritto Maurizio Porro su Corsera. Durata 138 minuti. (Fratelli Marx sala Chico)

Attitudini: Nessuna – Documentario. Regia di Sophie Chiarello. Aldo Baglio e Giovanni Storti e Giacomo Poretti celebrano i trent’anni di collaborazioni e amicizia e indimenticabile comicità sui palcoscenici e sugli schermi italiani, un viaggio emozionante di risate e ricordi. Durata 117 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Eliseo Grande, Ideal, Lux sala 1, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Breve storia d’amore – Commedia. Regia di Ludovica Rampoldi, con Pilar Fogliati, Adriano Giannini, Andrea Carpenzano e Valeria Golino. Lea incontra Leo in un bar e ne diventa l’amante. La loro relazione clandestina, consumata in una stanza d’albergo, prende una piega sinistra quando lei inizia a infilarsi nella vita di lui, sino a consultare la moglie di lui. E c’è ancora l’altro coniuge su cui puntare l’attenzione. “Una piacevole digressioni sulle manovre sentimentali, in mano ai battiti di cuori femminili ma con responsabilità maschili. Ben scritta e recitata, la commedia è divertente ma non innocua, tira fuori dal cilindro un finale a doppia lettura, coinvolgendoci nella rincorsa del traditore. Rampoldi s’inventa una storia poco italiana nelle cadenze quasi esistenziali che coinvolgono le famose ragioni del cuore che il cervello ignora” (Maurizio Porro, Corriere della sera). Durata 100 minuti. (Nazionale sala 4, Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Bugonia – Commedia / Fantascienza. Regia di Yorgos Lanthimos, con Emma Stone, Jesse Plemons e Alicia Silverstone. Due giovani ossessionati dalle teorie del complotto che decidono di rapire l’influente CEO di una grande azienda, convinti che sia un’aliena decisa a distruggere la terra. Convinti della sua natura extraterrestre, passano alla cattura e a un serrato interrogatorio. La situazione si complica quando la ragazza del giovane rapinatore, l’imprenditrice e un investigatore privato coinvolto nella vicenda si ritrovano intrappolati in una battaglia mentale ad alta tensione. La Stone nuovamente musa ispiratrice del regista di origini greche. Presentato a Cannes. Durata 120 minuti. (Greenwich Village V.O.)

Buon viaggio, Marie – Commedia drammatica. Regia di Enya Baroux, con Hélène Vincent. Malata terminale stanca di curarsi, l’ottantenne Marie ha scelto di recarsi in Svizzera per sottoporsi alla procedura del suicidio assistito. Incapace di dire la verità al figlio Bruno, volenteroso ma inconcludente e senza una lira, e alla nipote adolescente Anna, si confida invece con il rude ma gentile assistente sanitario Rudy, il quale si ritrova suo malgrado alla guida del camper che porterà tutta la famiglia verso la Svizzera, dopo che Marie ha raccontato la bugia di eredità da riscuotere. Riuscirà la donna, amorevole ma inflessibile nella sua decisione, a dire la verità alle persone che ama e Rudy a dare una direzione alla sua vita? Durata 97 minuti. (Greenwich Village)

Bus 47 – Drammatico. Regia di Marcel Barrena, con Eduard Fernàndez e Clara Segura. In fuga dai fascisti spagnoli, il giovane Manolo si rifugia nei pressi di Barcellona, fondando e costruendo con altri membri di una stretta comunità il quartiere di Torre Barò. Vent’anni più tardi Manolo guida gli autobus giù in una città difficilmente raggiungibile per via delle rapide stradine montuose che la separano da Torre Barò, dove l’uomo continua a vivere assieme alla moglie Carmen e alla figlia Joana, diventata ormai adulta. Mal visti dalla polizia locale e ignorati dalla burocrazia di Barcellona nelle loro richieste di trasporto pubblico che arrivi fino alla cittadina, gli abitanti covano un certo malcontento. Quando la situazione precipita, sarà Manolo a farsi carico di un gesto di protesta simbolico, sequestrando il “suo” autobus numero 47 e portandolo in cima alla montagna. Durata 110 minuti. (Classico)

C’era una volta mia madre – Commedia drammatica. Regia di Ken Scott, con Leïla Bekhti. Nel 1963 Esther partorisce Roland, il più giovane di una numerosa famiglia. Roland è nato con un piede torto che gli impedisce di alzarsi in piedi. Contro il parere di tutti, Esther promette al figlio che che camminerà come gli altri e che avrà una vita favolosa. Da quel momento in poi, la madre non smetterà mai di fare tutto il possibile per mantenere questa promessa. Durata 102 minuti. (Romano sala 2)

Cinque secondi – Drammatico. Regia di Paolo Virzì, con Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi e Galatea Bellugi. Chi è quel tipo dall’aria trascurata che vive da solo nelle stalle di Villa Guelfi? Passa le giornate a non far nulla ed evitando il contatto con tutti. E quando si accorge che nella vita si è stabilita abusivamente una comunità di ragazzi che si dedicano a curare quella campagna e i vigneti abbandonati, si innervosisce e vorrebbe cacciarli. Sono studenti, neolaureati, agronomi e tra loro c’è Matilde, che è nata in quel posto e da bambina lavorava la vigna con il nonno Conte Guelfo Guelfi. Anche loro sono incuriositi da quel signore misantropo dal passato misterioso: perché sta lì da solo e non vuole avere contatti con nessuno? Mentre avanzano le stagioni, il conflitto con quella comunità di ragazze e ragazzi si trasforma in convivenza, fino a diventare un’alleanza. E adriano si troverà ad accudire nel suo modo brusco la contessina Matilde, che è incinta di uno di quei ragazzi… Durata 105 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, Eliseo)

I colori del tempo – Commedia drammatica. Regia di Cédric Klapisch, con Suzanne Lindon. Nella Francia di oggi, un gruppo di sconosciuti viene riunito in quanto discendente di Adèle, donna di fine Ottocento che dalla Normandia era partita alla volta di Parigi in cerca della madre che l’aveva abbandonata. Dovendo ispezionare la casa in rovina di Adèle per decidere che cosa fare della proprietà, gli emissari del pubblico mettono insieme pezzo dopo pezzo il lontano passato della loro famiglia. Parallelamente, durante la Belle Epoque, Adèle si avventura nella grande città assieme ai nuovi amici Lucien e Anatole, scoprendo una capitale nel vortice del cambiamento, tra zone ancora rurali e salotti della borghesia moderna, e tra le arti figurative e l’avvento della fotografia. Durata 124 minuti. (Nazionale sala 2)

Die my Love – Drammatico. Regia di Lynne Ramsay, con Jennifer Lawrence, Robert Pattinson, Sissy Spacek e Nick Nolte. Grace, da poco tempo madre e scrittrice, sta lentamente scivolando nella follia. Si trasferisce da New York e si chiude in una vecchia casa in Montana, diventa sempre più nervosa e imprevedibile, mentre il suo compagno Jackson assiste impotente. Ha scritto Maurizio Porro nel Corriere: “il film ci parla della sofferenza della mente, portata ai limiti estremi, della terra di mezzo tra realtà e incubo, è affascinante e disturbante, poetico e molesto, nella eleganza delle inquadrature, nel fascino della natura la cui solitudine non è d’aiuto.” Durata 118 minuti. (Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco)

Eternity – Commedia. Regia di David Freyne, con Elizabeth Olsen, Miles Teller e Callum Turner. Film che ha inaugurato felicemente il 43° Torino Film Festival. C’è voluto una manciata di anni perché la sceneggiatura di Pat Cunnane trovasse un posto sul tavolo di qualche produttore di Hollywood, perché l’irlandese David Freyne, con un paio di lungometraggi alle spalle, fosse accreditato in veste di regista, il cast fosse composto e finalmente “Eternity”, con cui si è ieri sera inaugurato il Torino Film Festival numero 43 e che dal 4 dicembre arriverà sugli schermi, venisse girato. Commedia romantica, 115’ di piacevolezze e divertimento venati da qualche pizzico di toni drammatici che non impensieriscono più di tanto, di quelle che si potrebbero ripensare legate agli anni Quaranta o Cinquanta, affidate alle coppie Powell/Mirna Loy o Hepburn/Spencer Tracy, di quelle per cui vedresti facile facile dietro la macchina da presa quel gran genio di Frank Capra, un carico di amori e languori, di affanni e di finali lieti, di script svolti sempre con garbo e gusto e girandole che certo non t’annoiano – anche se per qualche strada secondaria degli ultimi minuti è difficile mantenere chiarezza e ritmo, ma comunque uscendo più che convinti che “the end” arriva con tutte le carte in regola. Tutto parrebbe naturale, solo che qui siamo nell’aldilà, in un mondo “altro” circondato da un cielo fatto di teli dalle nubi colorate, di quelli che già abbiamo visto anni fa in “Truman Show”, un mondo dove una giovane Joan, arrivata dopo aver lasciato in terra una donna anziana consunta dal cancro, ha la possibilità lunga una settimana di tempo per decidere con chi voglia trascorrere l’eternità: la scelta dovrà essere pensata tra Larry, che lì l’ha da poco preceduta essendosi strozzato con un assaggio di biscotti durante una riunione di famiglia che avrebbe preteso di essere felice, e il primo suo sposo Luke, bello e perfetto agli occhi di tutti, costretto tuttavia un giorno a partire per combattere in Corea e là morire. Con il risultato che da 67 anni l’eterno innamorato la sta aspettando tra l’arrivo di un treno e l’altro che trasportano defunti nelle praterie celesti, con un solerte CA o Consulente dell’Aldilà, tra una sala d’aspetto e un’altra di smistamento, tra una nuvola qua e l’altra là. C’è il tempo per ripercorrere il lungo tunnel dei ricordi, per gite in montagna o ombrelloni in riva al mare, pensieri d’un tempo e chiarimenti sulle doti di questo o di quello, finché il trio amoroso non s’ingarbuglia più del dovuto. Senza dimenticare che una soluzione va comunque presa. Non è certo il caso di raccontare i tanti sviluppi di cui la storia, felicemente surreale, si alimenta né definire con chi Joan deciderà di trascorrere “il resto dei suoi giorni”, se l’espressione non sapesse altresì di troppo terreno: sarà sufficiente dire degli ingranaggi perfetti stabiliti tra i tre interpreti, Elizabeth Olsen e i suoi pretendenti di egual misura, Miles Teller (Larry) e Callum Turner (Luke), cui s’aggiunge una vaporosissima e davvero brava Da’Vine Joy Randolph, che già si conquistò l’Oscar quale miglior attrice non protagonista un paio d’anni fa con “The Holdovers – Lezioni di vita” di Alexander Payne. Un applauso in più va alle scenografie di Zazu Myers, eccezionali, qualcosa che sa di Ziegfield degli anni d’oro. Durata 114 minuti. (Centrale V.O., Fratelli Marx sala Harpo, Lux sala 3, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Gioia mia – Drammatico. Regina di Margherita Spampinato, con Marco Fiore e Aurora Quattrocchi. Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All’improvviso viene strappato al suo mondo “del nord” per passare un mese d’estate in Sicilia, in compagnia di un’anziana zia, Gela. A casa della donna non c’è il wifi né l’aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l’adorabile cagnolino Franck, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti dell’ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune. Durata 90 minuti. (Romano sala 2)

Giovani madri – Drammatico. Regia di Luc e Jean-Pierre Dardenne. In una casa famiglia per giovani madri, Jessica, Perla, Julie, Naima e Ariane, tutte cresciute in circostanze difficili, lottano per ottenere una vita migliore per loro stesse e per i loro figli. Durata 105 minuti. (Romano sala 1)

Il maestro – Drammatico. Regia di Andrea Di Stefano, con Pierfrancesco Favino, Roberto Zibetti, Edwige Fenech e Tiziano Menichelli. Felice Milella ha 13 anni, un talento per il tennis e un padre pronto a sacrificare ogni cosa per fare di lui un campione – che il ragazzo voglia o no. Raul Gatti è un ex tennista un tempo arrivato agli ottavi di finale al Foro Italico, ma al momento in cura presso un centro di salute mentale. Raul pubblica un annuncio offrendosi come insegnante privato e il padre del ragazzo, ingegnere gestionale della SIP privo di grandi disponibilità economiche ma non di sogni di gloria, vede in lui l’uomo ideale per aiutare suo figlio a passare dai tornei regionali a quelli del circuito nazionale, facendogli da maestro accompagnatore. Felice si rende però presto conche che Raul potrebbe non aver nulla da insegnargli su un campo da tennis, ma forse qualcosa su come liberarsi dell’ingerenza paterna. Durata 125 minuti. (Massaua, Fratelli Marx sala Chico, Greenwich Village sala 1, Ideal)

Nguyen Kitchen – Commedia musicale. Regia di Stéphane Ly-Cuong, con Clotilde Chevalier e Anh Tran Nghia. La giovane Yvonne vive a Parigi e non ha mai visto quel Vietnam da cui la madre proviene, ama le canzoni e amerebbe cantare, tra un’orchestra e un palcoscenico, ama i grandi musical: sogni, dal momento che la madre, proprietari di un ristorante la vorrebbe accanto a lei in cucina e per di più sposata a un cugino gay. Durata 99 minuti. (Centrale V.O.)

Il rapimento di Arabella – Commedia drammatica. Regia di Carolina Cavalli, con Benedetta Porcaroli, Chris Pine, Lucrezia Guglielmino e Eva Robin’s. Holly, 28 anni, ha sempre pensato di essere la versione sbagliata di se stessa e che la sua vita non sia andata nel modo giusto. Quando incontra una bambina di nome Arabella, si convince di aver trovato se stessa da piccola. Decisa a scappare di casa, la bambina nasconde la sua identità e asseconda il desiderio di Holly: tornare indietro e diventare qualcuno di speciale. Durata 107 minuti. (Eliseo, Fratelli Marx sala Groucho)

Lo schiaffo – Commedia drammatica. Regia di Frédéric Hambalek. Julia e Tobias scoprono che la loro figlia Marielle ha inprovvisamente sviluppato capacità telepatiche e riesce a vedere e sentire tutto cio che fanno. Ciò porta a situazioni che vanno dall’imbarazzante all’assurdo, man mano che vengono rivelate scomode verità. Durata 90 minuti. (Romano sala 3)

Springsteen – Liberami dal nulla – Drammatico/Biografico. Regia di Scott Cooper, con Jeremy Allen White e Stephen Graham. Il film segue il cantante nella realizzazione dell’album “Nebraska” del 1982, anno in cui era un giovane musicista sul punto di diventare una superstar mondiale, alle prese con il difficile equilibrio tra la pressione del successo e i fantasmi del suo passato. Inciso con un registratore a quattro piste nella sua camera da letto in New Jersey, l’album segnò un momento di svolta nella sua vita ed è considerato una delle sue opere più durature: un album acustico puro e tormentato, popolato da anime perse in cerca di una ragione in cui credere. Durata 112 minuti. (Greenwich Village sala 2 V.O.)

Un crimine imperfetto – Thriller. Regia e con Franck Dubosc, con Laure Calamy e Benoît Poelvoorde. Ambientato in un remoto villaggio del Giura, dove Michel e Cathy tirano avanti vendendo alberi di Natale. Con il figlio dodicenne Doudou, ragazzino con difficoltà, vivono in una vecchia fattoria tra montagne innevate, conti in rosso e sogni ormai sbiaditi. La coppia è allo stremo: troppe rate da pagare, troppe delusioni e un inverno che non sembra finire mai. Una sera, sulla strada del ritorno, Michel inchioda di colpo per evitare quello che sembra un orso sulla carreggiata. La manovra azzardata lo fa schiantare contro un’auto sul ciglio della strada, i cui passeggeri a bordo muoiono sul colpo. Preso dal panico, Michel chiama Cathy. Dopo un breve, gelido silenzio, decidono insieme di nascondere tutto. Mentre tentano di far sparire i corpi, nel bagagliaio dell’auto incidentata scoprono una borsa con oltre due milioni di euro in contanti. Quello che inizialmente sembra un miracolo natalizio si trasforma in un incubo a occhi aperti, innescando una serie di eventi caotici e assurdi. Ha scritto Maurizio Porro nelle colonne del Corriere della Sera: “Il problema è l’accumulazione dei fatti, tanti da sembrare un sogno, indagini e rimorsi, euro ed etica, un’alta tensione che si stempera in osservazioni di colore umoristico ma in un panorama notturno tenebroso, come se fosse tutto una paurosa favola per grandi.” Durata 109 minuti. (Greenwich Village sala 3)

Una battaglia dopo l’altra – Thriller, azione. Regia di Paul Thomas Anderson, con Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio Del Toro e Chase Infiniti. Un gruppo di ex rivoluzionari si riunisce quando un loro perfido nemico riemerge dal loro passato, dopo sedici anni di silenzio. Tra loro, Bob Ferguson, che ha sognato per anni un mondo migliore ai confini tra Messico e States. Appeso al chiodo l’artiglieria e il nome di battaglia, Ghetto Pat, fa il padre a tempo pieno di Willa, adolescente esperta di arti marziali. Tra una canna e un rimorso prova a proteggerla dal suo passato che puntualmente bussa alla porta e chiede il conto. Dall’ombra riemerge il colonnello Lockjaw, che più di ogni altra cosa vuole integrare un movimento suprematista devoto a San Nicola. Il gruppo avrà il duro compito di salvare la ragazza, che verrà rapita, prima che accada l’inevitabile. Durata 161 minuti. (Greenwich Village sala 3)

L’uovo dell’angelo – Animazione. Regia di M Oshii. Ambientato in un mondo deserto e sospeso, è il racconto dell’incontro tra una giovane ragazza che custodisce un uovo misterioso e un guerriero errante. Durata 71 minuti. (Massaua V.O., Eliseo (rest. in 4K), Ideal (rest. in 4K), Nazionale sala 4 (rest. in 4K), The Space Torino (rest. in 4K), Uci Lingotto (rest. in 4K), The Space Beinasco (rest. in 4K), Uci Moncalieri (rest. in 4K)

La vita va così – Commedia drammatica. Regia di Riccardo Milani, con Ignazio Mulas, Virginia Raffaele, Diego Abatantuono e Aldo Baglio. Il protagonista, un pastore sardo, abbandonato da moglie e figlia che si sono trasferite nel paese vicino, vive alla fine del millennio solitario in una casa che s’affaccia su una stupenda spiaggia dove le pecore possono pascolare. Non vuole assolutamente abbandonare quella propria casa: neppure quando un prestigioso gruppo immobiliare lo vorrebbe riempire di quattrini, nel progetto di costruire proprio in quel tratto di spiaggia un resort a cinque stelle. Ecosostenibile. Il responsabile del gruppo, al fine di convincerlo, manda sul posto Mariano, il capocantiere in cui ha piena fiducia: da quel momento Francesca, la figlia del pastore, si ritroverà tra la solidarietà nei confronti del padre e l’ostilità dei suoi concittadini. Durata 118 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, Eliseo)

Il colore nell’abitare: ispirazioni da Marrakech per valorizzare la casa (anche durante le festività)

/

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
.

 

Negli ultimi giorni ho avuto l’occasione di trascorrere del tempo a Marrakech, una città che fa del colore un linguaggio quotidiano. Dalle sfumature terracotta delle mura ai blu intensi dei riad, fino ai toni speziati dei souk, ogni angolo racconta come una palette ben costruita possa definire un’atmosfera, influenzare la percezione e trasformare uno spazio.

Rientrata a Torino, ho ripensato all’impatto che quei contrasti e quelle armonie visive hanno avuto sui miei sensi e a quanto, anche nelle nostre case, il colore sia uno strumento progettuale fondamentale per creare ambienti funzionali, accoglienti e coerenti con il nostro stile di vita.

Il ruolo del colore nella progettazione d’interni

In interior design, il colore non è mai un elemento casuale: orienta la percezione dello spazio, influisce sul comfort visivo e definisce il carattere di ogni ambiente. Ogni tonalità ha un effetto distintivo, che può essere sfruttato per potenziare le funzioni della stanza.

  • Rosa – ideale per camere e zone relax, illumina e ammorbidisce l’atmosfera.

  • Rosso – intenso e avvolgente; perfetto per dettagli e pareti d’accento in spazi conviviali.

  • Arancione – energico e caldo, ottimo per aree creative o zone di passaggio.

  • Giallo – solare e stimolante; eccellente in cucine, ingressi e home office.

  • Verde – rilassante e versatile, perfetto per soggiorni e camere da letto.

  • Blu – fresco e ordinato, ideale per spazi dedicati al riposo o allo studio.

  • Viola – sofisticato in tutte le sue declinazioni, caratterizza con eleganza senza appesantire.

Come ho osservato anche a Marrakech, la luce cambia radicalmente il comportamento di un colore: una tonalità può risultare calda nelle ore del mattino e più neutra alla sera. Testare una palette nelle diverse condizioni luminose è sempre un passaggio imprescindibile.

 

Costruire armonia: abbinamenti, texture e materiali

Il colore funziona al meglio quando dialoga con texture e materiali:

  • Toni neutri (avorio, sabbia, greige): ideali come base per inserire accenti stagionali.

  • Velluto, lana, bouclé: perfetti per sostenere colori intensi e atmosfere materiche.

  • Legni naturali: si abbinano bene alle palette verdi, blu e ai toni terrosi tipici del nord Africa.

  • Metalli caldi: bronzo e ottone valorizzano palette profonde come bordeaux, rosso scuro e blu notte.

Anche i contrasti visti nei souk – il blu oltremare accanto al rame, il verde salvia vicino alle terre bruciate – dimostrano quanto una palette ben equilibrata possa rendere un ambiente ricco ma non caotico.

 

Preparare la casa alle festività: come introdurre colore con stile

L’arrivo delle feste è un momento perfetto per aggiornare l’atmosfera domestica. Non serve stravolgere l’arredamento: basta lavorare con accenti mirati.

1. Definire una palette natalizia contemporanea

Accanto ai tradizionali rosso e oro, oggi sono molto utilizzati:

  • Verde bosco + legno naturale – sobrio e elegante.

  • Blu notte + argento – raffinato, ideale per case moderne.

  • Champagne + bianco neve – luminoso e minimale.

  • Terracotta + rame – caldi, materici, perfetti per chi ama un tocco marocchino rivisitato.

 

2. Aggiornare tessuti e dettagli

Cuscini in velluto, plaid in lana, runner con texture jacquard: piccoli interventi che enfatizzano la palette scelta.

3. Lavorare sulla luce

Lampade da tavolo, candele, punti luminosi caldi aiutano a creare atmosfera senza invadere lo spazio.

4. Coordinare gli ambienti

Usare gli stessi colori in soggiorno, tavola e ingressi permette di ottenere un effetto elegante e ordinato.

Dai colori intensi di Marrakech alle nostre case invernali, il colore resta uno strumento strategico per trasformare un ambiente.

Con scelte misurate, materiali adatti e una palette coerente, ogni casa può acquisire carattere, stile e calore – qualità particolarmente preziose durante il periodo delle festività, quando desideriamo accogliere e vivere gli spazi al meglio.

Penne integrali in crema di zucchine: salutari e nutrienti

/

 

Eccovi un primo piatto ricco di sapore, sfizioso ed invitante, perfetto per ogni occasione.

Ingredienti :

380gr. di penne integrali
400gr. di zucchine
80gr. di grana grattugiato
120gr. di dadini di Speck
1/2 spicchio d’aglio
1 cucchiaio di prezzemolo grattugiato
3 foglie di basilico
Olio evo, sale, pepe.

Dorare i dadini di Speck in padella, tenere da parte.
Lavare e tagliare a metà le zucchine, scavare un poco la polpa e lessare al dente in acqua salata. Raffreddare e conservare l’acqua di cottura nella quale cuocerete poi la pasta.
Frullare grossolanamente le zucchine con olio, aglio, prezzemolo, basilico, grana, sale e pepe. Cuocere la pasta, unire lo speck alla crema di zucchine e servire subito. Se risultasse poco cremosa, aggiungere un mestolino d’acqua di cottura.
Buon appetito.

Paperitapatty

Luca Buggio e “La città dei Santi”

/

TORINO TRA LE RIGHE

Il gran finale di una Torino sospesa tra storia, mistero e destino
Per Torino tra le righe oggi voglio portarvi nell’ultimo, avvincente capitolo della trilogia “La città delle streghe” di Luca Buggio. L’autore è uno scrittore, regista teatrale e sceneggiatore torinese. Laureato in Ingegneria, affianca da anni alla professione tecnica un profondo impegno artistico, con un’attenzione particolare alla narrativa storica e fantastica. Ha esordito nel 2017 con La città delle streghe, primo tassello della sua trilogia dedicata alla Torino del 1706, proseguita con La città dell’assedio e ora completata con La città dei Santi. Appassionato di storia, simbologia e tradizioni popolari, unisce nei suoi libri una rigorosa ricerca documentale a un immaginario ricco di suggestioni, regalando alla città un volto antico e insieme sorprendentemente attuale.
La città dei Santi è un finale che non tradisce le aspettative: una chiusura potente, in cui storia e mito si intrecciano con naturalezza, restituendo ai lettori una Torino che pulsa, trema, respira. Dopo La città delle streghe e La città dell’assedio, Buggio porta a compimento un viaggio che affonda le radici nella verità storica dell’assedio del 1706 ma che si apre a dimensioni più oscure, simboliche, quasi archetipiche. Mentre la città attende l’arrivo dell’armata di soccorso del Principe Eugenio, un’altra battaglia si consuma nei vicoli più nascosti, dove il razionale vacilla e il sovrannaturale si insinua come un presagio inevitabile.
In questo doppio scenario si muove Gustìn, la spia del Duca di Savoia che i lettori hanno imparato a conoscere e a seguire. In questo terzo volume, il suo percorso si fa più complesso: l’uomo pragmatico e disincantato è chiamato a fare i conti con una realtà che non è più soltanto politica o militare, ma profondamente spirituale. Apparizioni, presagi, simboli e presenze che sfidano la logica accompagnano il suo cammino, mentre la guerra lo costringe a confrontarsi anche con ciò che ha di più caro. Laura, la saponaia di Borgo Dora, non è solo il suo amore, ma il suo punto debole: la ragione intima che lo spinge a non arretrare.
Laura, già da sempre in contatto con una dimensione più intuitiva e misteriosa, in questo capitolo assume un peso nuovo. La sua fragilità e la sua forza si intrecciano in un percorso di crescita che la porta al centro delle dinamiche più arcane della storia. Il suo enigmatico protettore, Raffaele, apre infatti la porta a una molteplicità di interpretazioni che richiamano leggende, simboli religiosi e superstizioni popolari del Settecento, avvicinandola sempre di più al cuore del segreto che avvolge Torino. Le sue strade e quelle di Gustìn scorrono parallele, per poi incontrarsi nel momento in cui la verità non può più essere rimandata.
Intanto la città è attraversata da fenomeni inquietanti: sparizioni improvvise, omicidi rituali, apparizioni che sembrano provenire da un altrove remoto. La battaglia del 1706 diventa così il palcoscenico di uno scontro molto più antico, quello tra i seguaci del dio Drago e le forze angeliche che vegliano su Torino. Buggio fonde con grande abilità elementi storici comprovati con la potenza del mito, creando un mosaico narrativo coerente, ricco di simboli e di tensione, dove ogni dettaglio ha un peso preciso e ogni scena sembra guidare verso l’inevitabile.
La sua scrittura è cinematografica, dinamica, capace di alternare con maestria momenti d’azione serrata e pause di intimità emotiva. Il lettore passa dai mercati affollati alle case semplici dei borgi, dalle strade coperte di macerie alla Cittadella devastata dal fuoco. È una Torino viva, materica, che diventa quasi un personaggio essa stessa. E dentro questo ritmo incalzante, c’è spazio anche per un amore tratteggiato con delicatezza, mai invadente, ma fondamentale per comprendere la dimensione umana dei protagonisti. Perché La città dei Santi parla anche di questo: del coraggio di scegliere, del prezzo da pagare per la verità, della forza che nasce dall’amore e della fragilità che rende umani.
Il romanzo si chiude con un epilogo che apre a un salto nel tempo: i protagonisti riemergono adulti, segnati dagli eventi, cambiati nel profondo. Un dono che Buggio fa ai suoi lettori per chiudere il cerchio con dolcezza e per ricordare che la luce può nascere anche dalle ombre più fitte.
Con La città dei Santi, Luca Buggio non solo conclude una trilogia, ma conferma la sua capacità di raccontare Torino come pochi sanno fare: una città di simboli, di storia, di battaglie concrete e interiori. Un luogo dove ciò che siamo stati continua a dialogare con ciò che siamo. Un finale che rimane addosso, potente e malinconico, lasciando una domanda che forse ci accompagnerà ancora a lungo: quale altra storia nasconde questa città che non smette mai di sorprendere?
E forse è proprio questo che amo di più dei libri ambientati a Torino: quella sensazione di camminare per le sue strade con un po’ di luce in più negli occhi, come se la città volesse ancora raccontarci qualcosa — basta solo avere il coraggio di ascoltarla.
MARZIA ESTINI