Rubrica settimanale a cura di laura Goria
Cristina Comencini “L’altra donna” -Einaudi- euro 18,00
Questo è il diario di una relazione -ma non solo- ed è un altro romanzo in cui la scrittrice, sceneggiatrice, regista e drammaturga Cristina Comencini mette a fuoco le relazioni umane.
Si parla di coppie appena formate, ma anche di quelle ormai esaurite ed implose, di figli smarriti, ma soprattutto degli ingredienti misteriosi che legano due persone innamorate.
Elena è giovane, bella, ha 36 anni, è in carriera ed è la compagna di un suo professore universitario molto più grande di lei, Pietro.
Lui ha alle spalle un matrimonio dapprima felice con Maria, benedetto dall’arrivo di 3 figli, poi franato e con ferite rancorose in parte ancora slabbrate.
La vicenda è raccontata da Elena in prima persona che è incuriosita dal passato di Pietro, dalla sua ex moglie Maria, e dalle dinamiche del loro matrimonio.
Al centro c’è il concetto dell’altro da se, dell’altra donna sulla quale si fantastica col sotteso desiderio di conoscerla, stabilire un legame amichevole o anche complice, sebbene permeato da qualche sentimento negativo, senza essere necessariamente rivali.
Elena e Pietro insieme stanno bene: lei in parte ha trovato un surrogato del padre, col quale c’era stato un segreto non apertamente svelato, che però aveva inficiato il loro rapporto.
Pietro, che non vuole invecchiare, ritrova l’entusiasmo della gioventù con questa donna ancora fresca, con la quale vive in armonia tra un viaggio e l’altro per lavoro.
Le cose si complicano quando Maria, con l’inganno, riesce a contattare Elena. Le due si scrivono, si confidano e raccontano le 2 facce del rapporto con l’uomo che condividono, anche se in tempi e con modalità diverse. Poi arriva anche il figlio più piccolo della coppia, Francesco, giovane dislessico dalla memoria prodigiosa, di una manciata di anni meno di Elena e ci saranno nuovi sviluppi piuttosto interessanti.
Andrea De Carlo “Il teatro dei sogni” -La Nave di Teseo- euro 20,00
La scoperta di un teatro, che sembra molto antico, nel produttivo nord Italia è l’escamotage con cui Andrea De Carlo affonda i denti nel malcostume, a più livelli, del nostro paese.
Con tono brillante, tecnica narrativa scorrevole dal sapore cinematografico, ironia e scene scoppiettanti, imbastisce un affresco corale che ricorda molto le magagne italiane… e ce n’è per tutti.
E’ una critica corrosiva che smaschera la pochezza dei politici nostrani che campano di slogan altisonanti ma privi di contenuti.
Mette in discussione l’assurdità trash di certi programmi -di basso livello, ma grande share- impostati sulla bieca rincorsa di squallidi gossip; l’immagine fasulla di certi personaggi televisivi; l’indifferenza della politica per la cultura e il bello; lo strapotere dei social e di un mondo imbastito sulla vuota immagine.
Tutto ha inizio con la rampante giornalista televisiva Veronica Del Muciaro che per caso scopre il ritrovamento di un teatro (apparentemente greco e antichissimo), portato alla luce dal marchese Guiscardo Guidarini dopo 3 anni di scavi nella sua vasta proprietà cinquecentesca.
Siamo nell’immaginario paese di Cosmarate, nel nord industriale, in provincia di Suverso e subito si scatena la contesa tra i politici, sindaci e assessori dei due paesi.
Ad attingere con arroganza e a piene mani nella vicenda c’è la tv per cui lavora come inviata d’assalto la fanciulla (bistrattata dalla titolare del programma che più odiosa non si potrebbe) con continui collegamenti da studio che coinvolgono opinionisti boriosi e di scarsa qualità (anche qui la satira verso la pochezza di certi programmi balza agli occhi).
Poi ad aggiungere pepe alla vicenda ci si mettono le ambizioni personali dei vari personaggi, la lotta tra due partiti che tanto ricordano lo scenario della squallida politica nostrana.
Su tutto primeggia la bravura di De Carlo che sfoga con intelligenza il suo essere insofferente nei confronti del dilagante malcostume dei tempi nostri. E i vari personaggi sono lanciati all’inseguimento di un illusorio teatro dei sogni, fino alla beffa finale.
Bernardino Branca “Villa Clara” -Mimesis edizioni- euro 10,00
E’ una deliziosa passeggiata nel passato questo libro scritto dallo studioso di ampi interessi Bernardino Branca che racconta la storia di una grande villa affacciata sul Lago Maggiore. Lo fa attraverso le vicende dei suoi proprietari e dei vari ospiti transitati nelle stanze e nel parco. In gran parte è il racconto di un mondo che non c’è più, ancorato alla bellezza, alle tradizioni, all’educazione e a un elegante modo di attraversare la vita.
E’ una saga familiare in cui l’autore rinverdisce i ricordi della sua infanzia e adolescenza all’ombra di personaggi affascinanti.
Rimette insieme i fili delle sue vacanze nella villa di Baveno, Villa Clara (oggi Villa Maria), costruita nel 1870 dall’ingegnere ferroviario in India, Sir Charles Henfrey, che la dedicò all’amata moglie di 28 anni più giovane di lui.
Negli anni la sontuosa dimora ha ospitato personaggi illustri, tra i quali anche la Regina Vittoria che qui trovava pace, silenzio e una vita contemplativa lontano dagli impegni della corte britannica.
La villa in mattoni rossi e stile English New Gotich viene descritta in ogni dettaglio, così come vengono tracciati i caratteri e i destini dei nonni, a partire dal bonario snobismo del nonno Dino che aveva una seconda vita e un segreto imbarazzante per l’epoca.
La stoica nonna Teresa, nata a Porto Alegre, in Brasile, figlia del console italiano, che in risposta alle stranezze del marito oppone il saggio principio del Carpe Diem.
C’è il padre Steno dalla straripante voracità intellettuale e i nervi fragilissimi che portava il figlio di soli 5 anni in giro per musei. Poi gli zii con le loro passioni e gli amori, e l’avvicendarsi delle Fraulein che tanto hanno inciso sulla crescita dello scrittore. Questo e molto altro condensato in poco meno di 100 pagine corredate da immagini dal sapore antico.
Shawn Levy “Il Castello di Sunset Boulevard” -EDT- euro 24,00
Questo libro è dedicato al mito intramontabile del Chateau Marmont sul Sunset Boulevard di Hollywood, ispirato al modello dei castelli francesi nella Loira. Costruito negli anni Venti, prosperato nei Quaranta e Cinquanta, scivolato quasi in rovina nel ventennio successivo, poi diventato famoso e iconico negli anni Ottanta con la morte di John Beluschi, stroncato da un’overdose in uno dei bungalow.
Attraverso la storia di questo storico hotel leggerete anche, se non soprattutto, la storia della mecca del cinema: successi e cadute di divi e dive, i loro eccessi e stravizi, gli amori, i litigi, le feste ad alto tasso alcolico e di droghe, gli sfarzi e le miserie umane legate all’altalena della gloria e del declino.
355 pagine arricchite da illustrazioni, scritte con maestria da Shawn Levy, importante critico cinematografico che ha una talentuosa passione per le biografie, che spesso superano persino la fantasia dei romanzi.
Mentre nella via più cinematografica del mondo vari hotel e locali passavano dall’essere alla moda all’oblio, il Marmont ha saputo veleggiare anche tra le tempeste dei tempi in divenire continuo; annoverando aneddoti vari e succulenti relativi ad attori, registi, musicisti e artisti in genere che qui trovavano prezzi accessibili, privacy assoluta e un porto sicuro in cui vivere stravizi e glorie, debacle e cadute devastanti.
Molti i nomi dei personaggi consegnati al mito; dalla pantera di Hollywood Jean Harlow, ad Howard Hughes, da Clark Gable a Glen Ford, David Niven ed Errol Flynn, Humprey Bogart, Billy Wilder, Katherine Hepburn e via così di star in star.
Levy ricostruisce retroscena affascinanti di glorie passate, dalla vita anche tragica, come Montgomery Clift, James Deen e Roman Polanski; oppure leggende con Greta Garbo e Grace Kelly, Quentin Tarantino e tantissimi altri, tra i quali potrete scoprire anche gossip e dettagli di vita inediti.
Insomma un affascinantissimo viaggio nella grande Hollywood dagli albori ad oggi, e le varie gestioni dei proprietari che si sono avvicendati nella perigliosa conduzione dell’Hotel per eccellenza e dalla storia assolutamente unica.
Alessandro Antonelli è attivo soprattutto in Piemonte, le sue architetture tendono a staccarsi dal dilagante eclettismo e si distinguono per profonda originalità. Si può affermare che la sua opera rifletta quel contrasto, rimasto irrisolto per tutto l’Ottocento, tra il conservatorismo accademico e il progressismo di stampo scientifico.
Forse aveva davvero ragione il semiologo che, potendo scrivere sui giornali, si rivelava intransigente classista nel giudicare sprezzantemente i leoni e i leoncini da tastiera. Io stesso mi diletto da anni a scrivere su Fb e forse ,a volte, mi sono manifestato anch’io un babbeo, lasciandomi andare a giudizi affrettati o ad emozioni non meditate. Ho seguito casualmente su Facebook un dibattito molto animato su diverse pagine dai vedovi di Conte che piangono la sua dipartita politica, attaccando Draghi, quasi fosse possibile fare dei confronti tra l’oscuro avvocato pugliese e un uomo di livello internazionale come l’ex Presidente della BCE che viene considerato l’uomo che difende i ricchi (sic), ignorando le ragioni dei poveri, come se fosse la riedizione del Governo di Mario Monti. In particolare, c’è chi se la prende con chi ha le seconde case, quasi come esse fossero un furto e fosse moralmente e socialmente disdicevole trasferirsi nelle medesime, come prevede il decreto Draghi. Forse costoro dimenticano che fu proprio Conte con un suo decreto a consentire questi spostamenti, senza peraltro sollevare clamori. Si tratta di diritti costituzionali conculcati per mesi senza ragioni che Conte, il fine giurista, alla fine ritenne, bontà sua e del comunista Speranza, di ripristinare. La proprietà privata è ancora garantita dalla Costituzione insieme alla libertà di trasferirsi liberamente. Conte consentì a chi usufruisce di una seconda casa, non necessariamente di proprietà , di trasferirsi a casa sua. Draghi, in linea di continuità con Conte e avendo come Ministro della Salute lo stesso Speranza (che avrebbe dovuto liquidare come ha fatto con Arcuri), ha mantenuto la possibilità di trasferirsi a casa propria che non appare un privilegio, ma un diritto. Io non voglio difendere a priori Draghi e può darsi che, in una maggioranza di Governo con la presenza di grillini, Pd e comunisti, abbia dovuto cedere a Speranza ed alla gravità oggettiva della situazione. In quindici giorni non si cambiano gli errori di oltre un anno. Ma incolparlo di aver replicato un tardivo provvedimento di Conte che consente a molti anziani privi di vaccino – va sottolineato – di cercare di evitare i gravi pericoli di contagio di una grande città, andando al mare (molti anziani avevano da anni l’abitudine o persino la necessità prescritta dal medico di svernare al mare , magari perché affetti da una bronchite cronica), appare una forma di demagogia ed esprime quella invidia sociale che, seminata a larghe mani dai grillini per anni, si manifesta come una delle conseguenze più nefaste e socialmente disgreganti della pandemia. Mieli, da vero storico di razza, sosteneva un anno fa che la pandemia avrebbe creato condizioni sociali migliori e il suo superamento avrebbe addirittura determinato una scossa positiva economica, come accadde dopo le pestilenze del passato. Non è stato profeta degno di fede perché sta emergendo un odio sociale che già devasta la società italiana. Altro che i fessi che sventolavano il tricolore sui balconi e cantavano l’inno nazionale un anno fa. Qui si è arrivati a contestare con linguaggio giacobino il diritto di poter fruire di casa propria , spesso non frutto di facili eredità, ma di sudati risparmi. Per fortuna il devastante Governo più a sinistra della storia italiana ha finito la sua corsa. Oggi Di Maio incredibilmente si dice “liberale e moderato”, peccato che il suo partito abbia sovvertito in modo devastante alcuni valori che neppure il PCI si sarebbe mai sognato di lambire perché molti comunisti con i loro risparmi si erano comprati una seconda casa. Il clima che i grillini hanno creato e che la pandemia ha aggravato è quello dell’invidia sociale nei confronti di quel poco che resta della borghesia, la classe sociale più tartassata e schernita da tutti i sessantottini di 50 anni fa e da quelli di ritorno, ma anche la classe sociale che ha fatto l’Italia e l’ha ricostruita dopo la seconda guerra mondiale. Machiavelli scriveva che la Chiesa con i suoi vizi rendeva gli italiani “captivi “. Questa parola mi è tornata alla mente leggendo certe critiche che rivelano astio, se non odio. Si era detto che bisognava combattere gli odiatori , ma quelli di classe che segnarono cent’anni fa la nascita del PCI e che la saggezza di Togliatti finì di smorzare, sembrano oggi risorti a nuova vita come un frutto avvelenato della devastazione della pandemia e di una ubriacatura politica che riporta tristemente indietro di un secolo i quadranti della storia. Chissà cosa penserebbero di certi dibattiti su Fb i radical – chic che hanno la seconda casa , spesso una villona, a Capalbio. Sarebbe interessante conoscere la loro opinione. Loro e il loro snobismo intollerabile (e non i pensionati che godono di un alloggetto al mare) andrebbero fustigati come una vergogna nazionale sia in tempi normali, sia in tempi di pandemia.
Le ricette metà stataliste e metà regionaliste sono fallite. Come per i tamponi alla fine si è dovuti ricorrere ai centri privati e alla farmacie che sono un presidio diffuso sul territorio, così per il vaccino bisogna andar oltre il burocratismo inefficiente lasciato da Arcuri e bisogna coinvolgere i privati che, di norma, sono esempi di efficienza e di rapidità. I modelli statalisti hanno fallito e qui è in gioco la salute , anzi la vita degli Italiani. La proposta della Fondazione Einaudi per un accesso ai vaccini a pagamento ha una finalità positiva indiscutibile. Snellire le procedure , sollevare il sistema sanitario nazionale, consentire al cittadino che voglia vaccinarsi di farlo sono obiettivi che diventano raggiungibili . Occorre buon senso e pragmatismo.
Ero stato a trovarlo in ospedale e mi trovai di fronte ad un uomo disperato che sentiva lo spettro della morte avvicinarsi inesorabilmente, pur essendo ancora disperatamente legato alla vita . Al tempio crematorio di Torino fui io a commemorarlo e non riuscii a trattenere una profonda commozione, parlando della sua morte crudele e della sua vita esemplare e nello stesso tempo trasgressiva. Era un siciliano di Modica che si era formato ed era vissuto a Torino ,che sentì come la sua città. Allievo del grande civilista Emilio Bachi, amico di Sandro Pertini ed antifascista di grande tempra morale, esercitò l’avvocatura e professò il diritto con grande impegno etico e civile. Credo che molti ex allievi ancora lo ricordino con affetto. Era un uomo di ampia cultura e di vasti interessi, ma era anche un amico che amava stare con gli amici, discutere, animarsi e indignarsi in difesa dei più nobili ideali . Per dirla con Emilio De Marchi, avremmo potuto definirlo” Giacomo l’idealista”. Studioso di storia, scrisse importanti libri, tra cui va citato il saggio sull’’Abbazia di Staffarda. Era anche un bon vivant : quante serate a parlare anche di frivolezze, passando dalle cose più serie ai piaceri della vita, in primis l’amore per le donne. Era il nostro modo di essere seri, non seriosi. Egli sentiva fortemente il valore dell’amicizia come pochi altri: in tutti i momenti difficili , anche quando gli amici fidati erano latitanti, Mino è stato presente. lui apparentemente spesso così distratto. Ricordo le cene alla “Locanda della Posta” di Cavour , le serate a sentire musica al piano bar di via Cesare Battisti, le domeniche a Salice d’Ulzio, ma ricordo soprattutto il suo coraggioso impegno contro il finanziamento pubblico dei partiti nel 1974 e la realizzazione nel 1975 della grande Mostra dei disegni leonardeschi conservati alla Biblioteca Reale di Torino.Lui , Valdo Fusi e Tito Gavazzi riuscirono a sconfiggere le resistenze ministeriali e burocratiche, consentendo al Centro “Pannunzio” di realizzare l’iniziativa più importante dei suoi oltre cinquant’anni di vita. E’ triste dover constatare di non essere riuscito a trovare una sua fotografia. Sicuramente c’è nel mio archivio che mi stanno riordinando ,ma non sono riuscito a trovarla altrove ,un segno dei tempi barbari che viviamo nei quali sono ricordati solo i potenti o i loro servi. Volpini fu un uomo libero senza collare e troppi lo hanno dimenticato .Invece è giusto rendergli omaggio per la grande lezione di libertà che egli ci ha lasciato. Quando seppi della sua morte, ero sulla mia terrazza al mare .Gli dedicai una pianta che vive da vent’anni e che mi ricorda l’amico ogni volta che contemplo il mare dall’alto e immagino di averlo vicino come nei momenti lieti e in quelli tristi perché Volpini è stato uno dei più veri amici che io abbia avuto insieme a Mario Soldati e a Valdo Fusi. Lo sento vicino su quella terrazza sul mare perché Mino ha saputo sempre volare alto anche nei momenti tragici della sua malattia e della sua morte affrontata con la dignità di un laico coerente fino alla fine.

Poi c’è chi madre vuole diventarlo a tutti i costi, è Alina, amica di Laura dai tempi dell’università, epoca in cui anche lei si diceva contraria alla maternità vista come convenzione sociale.
Dalle sue pagine emerge una passione infuocata e travolgente per la giovane ed elegante storica dell’arte incontrata a Genova, che lo ha trascinato in giro per l’Europa alla ricerca di un quadro. Sarebbe la misteriosa Maddalena del Caravaggio, opera scomparsa dopo la morte del pittore.
E’ un romanzo complesso che intreccia numerose vite sullo sfondo dell’America degli ultimi 60 anni.
Protagonista è il giornalista Marshall McEwan che ha lasciato il suo paese d’origine a 18 anni giurando di non volerci tornare mai più, e a Washington si è costruito una carriera di tutto rispetto come firma di punta.