Il Carnevale di Ivrea ha inaugurato il suo programma della “Tre giorni di battaglie delle arance” con la proclamazione e l’affaccio dal balcone del Municipio della Vezzosa Mugnaia, avvenuto la sera del 14 febbraio scorso. La Mugnaia, di nome Violetta, impersona la donna che, secondo la leggenda, avrebbe dato il via alla rivolta popolare oggi rievocata con la nota battaglia delle arance. Quest’anno la Vezzosa Mugnaia è la trentatreenne Valentina Campesato in Mantovani.
La prima giornata della battaglia delle arance si è svolta nel pomeriggio di domenica 15 febbraio e ha segnato un bilancio più che positivo legato al pubblico pagante. Si sono registrati 22 mila spettatori, con biglietti al costo di 15 euro e un aumento di 1000 accessi rispetto allo scorso anno. Lo spettacolo è stato animato da 10.100 aranceri, suddivisi in 9 squadre a piedi e 51 equipaggi su carri tirati da pariglie e quadriglie, che hanno iniziato a sfidarsi a colpi d’arance per le strade di Ivrea.
La stima delle arance che verranno utilizzate per l’intero Carnevale di Ivrea ammonta a 8.500 quintali. Nella giornata di domenica 15 febbraio si è tenuta la sfilata del corteo storico, con a capo il Generale Mario Livio Gusta e la Mugnaia, Valentina Campesato, arricchita dalla partecipazione di otto gruppi provenienti dall’Italia e dall’estero. La prima tappa dello storico Carnevale ha riguardato il giuramento di fedeltà del Magnifico Podestà in piazza Castello che, accompagnato dal suo seguito, dagli Alfieri, dai Pifferi, dai Tamburi, dai Credendari, ha gettato dietro di sé la pietra tratta dal Castellazzo, come simbolo di rifiuto di ogni forma di tirannia. L’accesso alla battaglie delle arance nelle giornate di lunedì 16 e martedì 17 sarà gratuito. Purtroppo sono stati più di un centinaio i feriti, prontamente soccorsi, della prima giornata di battaglia delle arance.
Mara Martellotta

Cent’anni fa moriva in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come davvero merita, evitando le strumentalizzazioni politiche del passato e del presente. Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.