di Giorgio Merlo
Marco Follini, e con lui molti altri, hanno radicalmente ragione. Per arginare la deriva populista e sovranista nel nostro paese – apparentemente imbattibile, e forse per alcuni anni sarà effettivamente così – va ricreato un fronte repubblicano. Purché sia serio, coerente, robusto culturalmente e che non sia vittima della “dittatura del presente”. Ma, aggiungono giustamente Follini e tutti coloro che autorevolmente condividono questa tesi, vanno riscoperte e riattualizzate anche quelle culture politiche – riformiste e costituzionali – che hanno fondato e accompagnato il cammino della nostra democrazia. Partendo proprio dalla cultura popolare, dalla cultura socialista e dalla cultura liberale che non possono essere evaporate perché tutti si devono sacrificare sull’altare del populismo demagogico e qualunquista che caratterizza settori sempre più ampi della pubblica opinione italiana. Forse è arrivato il momento, soprattutto dopo il verdetto del 4 marzo, di cambiare passo. Ma il tutto si può fare se avvengono almeno 2 condizioni. Innanzitutto occorre piantarla con i “partiti plurali”. Parlo, com’è ovvio, del Pd. Insomma, tutti sanno che l’esperienza del Pd come progetto politico, come
mission culturale e come prospettiva di governo e’ fallita. Del Pd veltroniano ormai non c’è più nulla. Dalla “vocazione maggioritaria” al “partito plurale” tutto e’ fallito. Lo sanno e lo dicono quasi tutti. Ma adesso se ne deve prendere atto. Lo squallore che ha caratterizzato l’ultima Assemblea Nazionale del partito e’ ancora sotto gli occhi di tutti. Un’assemblea che viene convocata alla vigilia della formazione del primo governo sovranista/populista nella storia democratica del nostro paese con un solo punto all’ordine del giorno e che viene puntualmente rinviato causa le solite beghe interne di potere legate solo ed esclusivamente agli organigrammi. Uno squallore che non merita ulteriori commenti se non per formulare una domanda semplice : e questa dovrebbe essere l’alternativa politica, culturale, sociale e programmatica all’accordo tra la Lega e i 5 stelle? Non vorrei citare il grande Toto’ ma quasi si è obbligati: “ma mi faccia il piacere..”. La seconda considerazione e’ la necessità che le culture citate dallo stesso Follini e da molti altri, cioè quella popolare, quella socialista e quella liberale, si attrezzino e scendano nuovamente in campo. Non per farsi catturare dalla nostalgia o per essere vittima inconsapevole del richiamo della memoria storica ma, al contrario, per la semplice ragione che senza una ripresa della soggettualita’ politica di queste culture il tutto rischia di essere demandato al nulla. Cioè all’improvvisazione di un pifferaio di turno o alla mera casualità degli accadimenti. Ecco perché adesso serve un rigoroso recupero della politica e dei suoi strumenti tradizionali e costituzionali. A cominciare dal ritorno delle culture politiche e dei partiti popolari e di massa. Ma il tutto è possibile se si dismettono gli abiti della ipocrisia e della falsa modernità. E cioè, i partiti plurali, l’uomo solo al comando, le ricette basate sui sondaggi e la guida politica priva di qualsiasi riferimento culturale. Tutto ciò è semplicemente incompatibile con il ritorno della politica.
<<Con il no alla tav rischiano fin da subito di perdere il posto circa 2000 lavoratori, 6000 in prospettiva.
intenzione di rimboccarsi le maniche e lavorare ma così verrebbero accompagnati nel precipizio. Il no a tutto e’ un falso risparmio perché porta a decrescita e disoccupazione. In centinaia di marce del no ancora nessuno ci ha spiegato come si riuscirebbe a creare gli stessi posti in alternativa. Nella marcia di lotta e di governo di oggi Di Maio – Salvini risolvano questa ambiguità. Dopo il no dicano anche ai lavoratori cosa faranno domani.>>
«Contrordine cittadine e cittadine. Sulla linea ad Alta Velocità Torino-Lione si può e si deve discutere ma niente sospensioni dei lavori come da avvertimento della commissaria ai trasporti Ue Violeta Bulc
“ANCHE PARTE DEL CENTRO-SINISTRA NON VOTA LA DELIBERA DI SAITTA”
dissenso dalla maggioranza chiedendo che alcuni punti (che si allegano) presentati dal PD non diventassero semplici raccomandazioni, bensì si trasformassero in un parere “condizionato”.
anche solo lontanamente riconducibile ad una “politica di centro”. E, nello specifico, alla vicenda politica concreta della lunga stagione della Democrazia Cristiana e anche della breve esperienza del Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli e di Franco Marini. Dopo circa 25 anni, e di fronte ad uno scenario pubblico del tutto nuovo ed inedito, da tempo e’ partita la campagna sui grandi organi di informazione di rilegittimazione politica, culturale e sociale del “centro” e delle sue presunte virtù politiche nel nostro paese. E il recente articolo di Ilvo Diamanti non fa che confermarlo. Di norma, lo possiamo pure ricordare, un’opera di rilegittimazione politica che avviene da parte di coloro che l’avevano consapevolmente affossata e liquidata come una stagione definitivamente archiviata e da storicizzare. Oggi, almeno così pare, tutto cambia. Ora, per evitare di fare di tutta l’erba un fascio e tenendo conto della inevitabile evoluzione della politica italiana – o involuzione, a secondo del giudizio che ognuno di noi può dare – e’ indubbio che, come evidenziano non solo Diamanti ma molti altri commentatori come Galli Della Loggia, Panebianco e lo stesso Cacciari, la necessità di riscoprire ciò che ha rappresentato nel nostro paese la “cultura di centro” e’ strettamente intrecciata a quella cultura che va sotto il nome di “cattolicesimo politico”. Perché qui non si tratta di ricostruire grottescamente “il centro” e, men che meno, dar vita ad un “partito di centro”. Semmai, va riattualizzata una cultura politica che, piaccia o non piaccia, non può essere archiviata se si crede
in una democrazia parlamentare, in una democrazia rappresentativa e nel pluralismo sociale e culturale. La “cultura della mediazione”, la “cultura del compromesso”, l’arte della “composizione degli interessi”, il riconoscimento del “pluralismo” che caratterizza una società evoluta e composita, la “cultura del buon governo” e la volontà di non “radicalizzare lo scontro politico e sociale” fanno parte di un bagaglio politico, culturale, ideale e programmatico che non rientra nel profilo dei partiti populisti. Di qualsiasi colore siano e a qualunque appartenenza rispondano. Ecco perché dopo il voto del 4 marzo si deve voltare pagina. Non lo dicono solo gli storici detrattori della Dc, del centro, del cattolicesimo politico e dei centristi. Qui nessuno pensa di ricostruire, lo
ripeto, una Dc bonsai e nessuno, ancor di più, pensa di di dare vita ad un partito di centro fatto di centristi che assomigliano sempre più ai trasformisti e ai voltagabbana, come l’ultima tornata elettorale ha confermato platealmente per questo scampolo di ceto politico. Al contrario, si tratta di rimettere in gioco un patrimonio culturale e politico che oggi è sempre più richiesto e gettonato. Non per nostalgia o per pura memoria storica ma perché lo richiede la credibilità della nostra democrazia, delle nostre istituzioni e dello stesso sistema politico. Se si abdica a questo compito, il futuro della politica italiana non potrà che essere vittima di una profonda radicalizzazione politica e sociale con ricadute ad oggi inesplorate ed inesplorabili per la tenuta stessa della nostra democrazia.
Ci lascia stupiti e perplessi la dichiarazione della sindaca Appendino con cui annuncia che la prossima edizione del Salone del Libro sarà gestita unicamente dalla Fondazione per la cultura, e questo con il presunto assenso della Giunta regionale.
ad affidare (il bisticcio è voluto) un evento di questo tipo in mano unicamente ad un’amministrazione comunale che, in questi due anni, si è rivelata fragile, pasticciona e di basso profilo, come emerge dalla gestione della vicenda Teatro Regio. Il Consiglio regionale su questi temi si è più volte espresso e da queste discussioni si deve ripartire.Il Consiglio regionale non é un bancomat da cui prelevare risorse per poi utilizzarle a mano libera, bensì è l’espressione della comunità piemontese e ha una funzione di indirizzo politico da cui non si può prescindere. Sottolineiamo, inoltre, che se la Regione non comparisse più tra gli organizzatori del Salone, il finanziamento dell’evento potrebbe essere attuato solo attraverso una convenzione pluriennale, che non garantirebbe affatto per il futuro: infatti un nuovo Presidente di Regione, meno attento di quello attuale alle vicende torinesi, potrebbe facilmente sottrarsi dal finanziamento, facendo nuovamente precipitare l’equilibrio finanziario della manifestazione.
“
verifiche necessarie, si deve invece essere inflessibili con chi delinque, perché non è accettabile la presenza di chi usa la violenza – aggiunge -. Nella richiesta che presenterò alla Giunta regionale per avere un quadro sulla situazione migranti nelle strutture di accoglienza in Piemonte chiederò anche quanti episodi di violenza e di protesta si sono verificati nel tempo e quali provvedimenti sono stati assunti”.
verde e degli arredi urbani. Questi i principali problemi della zona. Dall’Assessore Finardi (la cui risposta in Aula, peraltro, comprendeva contenuti prodotti dagli Assessori competenti per le diverse deleghe coinvolte) mi sarei aspettato una replica più precisa e attenta.
Il Consiglio Comunale ha approvato, questo pomeriggio, una mozione presentata dal consigliere Fabrizio Ricca (Lega Nord), che impegna la Sindaca a “dare indicazioni al rappresentante della Città nel Consiglio direttivo della Fondazione Torino Musei, di porre la questione relativa alla riduzione dello stipendio del Segretario Generale della Fondazione stessa”,
n attesa del nuovo premier in arrivo tra poche ore formulo una tesi politicamente ardita: con la formazione del governo e della maggioranza i vincitori sono Berlusca e Renzi. Proprio cosi. Il nostro zio Berlusca è quasi simpatico
stipendio è assicurato. Per fare che cosa? Non corriamo. Prima si trova l’accordo sulle poltrone, poi si vede cosa fare o più realisticamente che cosa non fare. Ad oggi una sola cosa è certa : nessuna legge sull’ incompatibilità. Lo ” psico nano “come lo chiama Grillo l’ha posta come condizione . E visto che non si vive solo di companatico, a Forza Italia tutte le presidenze delle commissioni, in particolare quella di Garanzia, storicamente appannaggio delle opposizioni. Del resto si asterranno e sono ” virtualmente ” delle opposizioni. Non me ne vogliano i napoletani ma un po’ di sceneggiata napoletana non guasta. Obbiettivo finale fare sgonfiare il fenomeno pentastellato. Del resto é già avvenuto a Torino come a Roma. Se li conosci li eviti. Trattive iniziate. Ed i grillini: vedete che siamo diversi. Noi solo contratto alla tedesca. Balle. Stanno discutendo sui ministeri e soprattutto sul premier con Mattarella gentilmente vigile che rassicura gli italiani: non faranno quelli che vogliono loro. Con Di Maio improvvisamente europeista
Salvini che sostiene: io ” ci voglio bene alla Merkel”.Tutto cambia repentinamente, senza soluzione di continuità. La coerenza è un retaggio del passato. E in Piemonte? Aspettano tutti l’evolversi degli eventi nazionali. Qualcuno di Forza italia che non si riconosce appieno sottolineando che ” il Cavaliere è e sarà sempre nostro Leader”. Ora anche con la riabilitazione per il Berlusca la santificazione è fatta. I Leghisti contenti di ” aver trovato sulla loro strada” Matteo Salvini alias il
Capitano. E come dice nonno Libero … e ho detto tutto. Terzo polo. Chiampa getta la spugna. Congresso rinviato : non avete più bisogno di me. Ma se mi ascoltate, cari piddini, é proprio del congresso che avete bisogno. Ed alla maniera del principe Tancredi si fa finta di partire affinché nulla cambi. Questo non vuol dire che nel Pd non si discute. Ma il ” confronto” avanza via web. Sui social o WhatsApp. Si scrive, si scrive, si dice. Tanto non si approda a nulla. Tanto le scelte spettano ad altri. E Torino guarda a Milano e Roma. Guarda e subisce in silenzio. Una ultima
personale curiosità: ci saranno ministri e sottosegretari della nostra regione? E quanti saranno i ministeri? Nell’ultimo governo Prodi furono 103, compresi i sottosegretariati. Record assoluto. Qualcosa mi dice che stavolta saranno di più. Con i pentastellati che dicono: se noi facciamo un accordo politico si chiama contratto di governo. Con Pd e Berlusca un accordo inciucio. Potenza delle parole. Ma,
dicevamo, più che una vittoria di Salvini e Di Maio mi sembra una vittoria di Berlusca e Renzi.. Ed ancora speriamo in Mattarella che, vigilando, tenga freno a questi scalmanati. 